No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20130630

Joe il killer

Killer Joe - di William Friedkin (2012)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Siamo in Texas. Chris Smith è un giovane cresciuto in una famiglia altamente disfunzionale, e per tirare a campare fa il piccolo spacciatore di droga: la cosa non gli riesce neppure troppo bene. Quando realizza che si trova in un debito che non potrà mai ripianare, nei confronti di Digger Soames, il boss locale, che tra l'altro lo conosce da quando era piccolo, ma quando si tratta di soldi non fa sconti a nessuno, Chris decide che l'unica soluzione è quella drastica: uccidere la madre Adele, ed intascare la polizza assicurativa sulla di lei vita, visto che casualmente ne è venuto a conoscenza. Naturalmente, tutto il resto della famiglia, o meglio suo padre Ansel, ex marito, e sua sorella Dottie, che vive con Ansel e Sharla, la seconda moglie di suo padre. In effetti, pare che sia proprio Dottie la beneficiaria dell'intera somma della polizza assicurativa sulla vita della donna, ma quasi sorprendentemente, Dottie, una ragazzina apparentemente minorenne e, ancora, apparentemente ingenua, viene a conoscenza del piano e si dichiara d'accordo in maniera entusiastica, senza neppure mettersi a discutere sulla supposta divisione del denaro, che in realtà spetterebbe a lei sola. 
Naturalmente, né Chris, né Ansel, tanto meno Sharla o Dottie, sono capaci di un'impresa del genere, per cui sempre Chris, propone di assoldare un killer. Altra sorpresa: il killer è un poliziotto, Joe Cooper. Un tipo strano, uno di quelli che pensano di essere dei vecchi gentleman del sud, e che non appena sveste la divisa da poliziotto indossa quella da killer. Viene organizzata una riunione, ma sorge immediatamente un problema: Joe normalmente lavora solo dietro un congruo anticipo, e la famiglia Smith è a corto di soldi, altrimenti non vorrebbero morta Adele. Proprio quando l'affare sta per sfumare, Joe vede Dottie, e propone un'alternativa: userà Dottie come "caparra sessuale", finché non sarà pagato, ed eseguirà il lavoro ugualmente. Come andrà a finire?

Perso al cinema, come mi capita sempre più spesso, recupero questo film uno perché Friedkin è uno al quale non diremo mai grazie abbastanza (L'esorcista, Il braccio violento della legge, Festa di compleanno del caro amico Harold, tre titoli tra tutti e dovrebbero bastare e avanzare), due perché leggo sempre in giro, soprattutto chi ne sa. E, ancora una volta, c'è da inchinarsi. Il film ti prende subito, con sequenze anche riviste, ma girate da manuale, e poi prosegue sorprendendoti continuamente, a meno che voi non siate tra quelli che conoscono Tracy Letts e tutte le sue opere teatrali, visto che questo è il suo secondo lavoro che viene messo sul grande schermo da Friedkin (dopo Bug) e per il quale il premio Pulitzer (per un'altra sua opera teatrale, August: Osage County, che sta per diventare a sua volta un film, diretto da John Wells, e che sarà la terza sceneggiatura di Letts per il cinema; da notare che Letts è un uomo - lo abbiamo visto in qualità di attore anche in Homeland -, e che nella scheda wikipedia del nuovo film viene dato per scontato sia una donna) ha scritto pure la sceneggiatura.

E' una storia malata, perversa, una matrioska di tradimenti, con scene memorabili e con un cast tutto in una forma spettacolare: alla fine, Emile Hirsch sembra il peggiore, ma solo perché la sua parte glielo impone, a mio giudizio, in quanto unico personaggio che pensa di essere furbo e invece è proprio scemo. Thomas Haden Church è Ansel ed è bravissimo a risultare un coglione, Gina Gershon, che rivediamo più che volentieri, è Sharla, ed è più che brava, Juno Temple (Dottie) fa i fuochi d'artifico, e Matthew McConaughey (Joe), qui devo plagiare Dantès che so mi perdonerà, fa vedere che quando c'è consistenza nel copione, lui c'è. Agganciandomi alla mia ultima dipendenza, devo dire che a questo punto, non vedo l'ora che arrivi sui piccoli (una volta, adesso ci sono i televisori da 65 pollici!) schermi True Detective, una serie HBO rimandata più volte, che dovrebbe vedere la luce nel 2014, e che vedrà nei ruoli dei due protagonisti nientemeno che McConaughey e Woody Harrelson.

20130629

diplomazia in azione

Veep - di Armando Iannucci - Stagione 2 (10 episodi; HBO) - 2013

Il Partito di Selina Meyer riceve una sonora batosta nelle elezioni di metà mandato, ma sorprendendo anche se stessa, Selina ottiene un risultato innegabilmente migliore di tutti gli altri. Naturalmente, la Vice presenta il conto, e POTUS (President of the United States) le assegna maggiori responsabilità nelle relazioni estere. Mentre il suo staff è in subbuglio (Amy e Dan hanno una specie di relazione, Gary è schiavizzato dalla sua ragazza Dana, Mike è pieno di debiti e non sa a chi vendere la sua barca, Sue è sempre Sue), incapace di arginare la personalità schizoide e l'innata capacità di inanellare gaffes su gaffes della Meyer, il Presidente tira fuori dal cappello, come nuovo capo collaboratore, una vecchia conoscenza di Selina, Kent Davison, un personaggio esageratamente serioso e dannatamente convinto di essere sempre nel giusto, col quale la Vice non si è mai trovata bene.

Passa a 10 episodi (dopo gli 8 della prima stagione) la dissacrante serie di quel genietto che risponde al nome di Armando Iannucci, e il ritmo non cala di un battito. Linguaggio inascoltabile per i più piccoli e per i benpensanti, battute e sarcasmo a ripetizione, voltafaccia, capovolgimenti di pensiero e convinzioni, voltagabbana, bugie su bugie, personaggi talmente meschini che non riescono a risultare antipatici. Due new entry di lusso nel cast, Gary Cole nei panni di Kent Davison e il sempre magnifico Kevin Dunn nella parte di Ben Caffrey, il giusto spazio ai comprimari sempre spassosi quali il Danny Chung di Randall Park, il Sidney Purcell di Peter Grosz, ma soprattutto i magnifici duetti tra Roger Furlong ed il suo "attendente" Will (splendidi Dan Bakkedahl e Nelson Franklin), Veep continua a demolire la politica statunitense così come The Thick of It fece con quella inglese, e a farci fare delle grasse risate. Sempre, secondo me, straordinaria Julia Louis-Dreyfus, tempi comici perfetti, nei panni dell'incredibile protagonista Selina Meyer: Veep ritorna per 10 nuovi episodi nel 2014 con la terza stagione, e attenzione, perché per come chiude la seconda, potremmo vederne davvero delle belle.

20130628

To Have and To Hold

Mad Men - di Matthew Weiner - Stagione 6 (13 episodi; AMC) - 2013

Il 1967 sta terminando, è in arrivo il 1968. Don e Megan sono nientemeno che alle Hawaii, sembra una vacanza ma non lo è: Don è al Royal Hawaiian Hotel, di proprietà Sheraton, per toccare con mano quello che andrà a pubblicizzare di lì a poco. Mentre Megan pian piano sta diventando una celebrità, almeno della televisione, per la sua parte in una seguitissima soap-opera pomeridiana, lo struggimento interno di Don è implacabile. L'uomo continua a bere come una spugna, a fumare come un turco, a dormire poco o niente, addirittura a mischiare sogno, immaginazione e realtà. Se la scorsa stagione chiudeva dando l'impressione di aver cambiato atteggiamento di fronte al matrimonio, il suo secondo, mentre la ex moglie, Betty, con la quale ormai i rapporti si sono pacificati, sta tornando in forma, ed i figli, soprattutto Sally, cominciano a diventare incontrollabili, Don "quest'anno" ci dimostrerà che non è affatto così. Di ritorno dalle Hawaii, Don e Megan sembrano molto in confidenza con una coppia che abita nel loro palazzo: il dottor Arnold Rosen e la moglie Sylvia. Scopriremo che la confidenza è pure troppa.
Nel frattempo, Peggy vive stabilmente con Abe, e ha le sue gatte da pelare alla Cutler Gleason and Chaough, ma sembra essere felice; Roger sta vedendo uno psichiatra, e continua a non trovare pace; Pete prova a fare il Don, senza riuscirci granché; Joan sembra aver trovato un equilibrio come madre single con madre, a sua volta, a carico; viene introdotto un nuovo personaggio, tale Bob Benson, un nuovo contabile alla Sterling Draper Cooper Pryce, che appare immediatamente come un personaggio totalmente viscido, un leccaculo alla massima potenza, deciso a farsi tutti amici pur di farsi una carriera.

Checché se ne dica in giro, Don Draper/Dick Whitman è uno dei personaggi più mastodontici che una mente cinematografico/televisiva abbia concepito (si, sto parlando con te Weiner). La "condanna" di chi si è appassionato ad uno show che, Game of Thrones permettendo, è una delle cose più belle che la televisione abbia partorito negli ultimi anni, è quella di essere obbligati a seguire Don in (quasi) ogni momento della sua vita, che di certo non è una bella vita, quantomeno dal punto di vista etico-morale, e, in misura minore, le vite di tutti quelli che gli girano intorno, e che in una maniera o in un'altra influiscono, o meglio subiscono, sulle/le sue decisioni.
E' vero che questa sesta stagione, un poco più di quelle che l'hanno preceduta, sembra spesso girare su se stessa: ma è più vero che mai che Don, così come Tony Soprano, come dicono in molti tra i ciritici attenti, non cambia mai veramente, e quindi si torna alla "condanna" dello spettatore e della serie della quale stiamo parlando. Certo però che quando si parla di "sceneggiatura ad orologeria", questa stagione andrebbe mostrata come esempio: alla luce di un episodio finale quale il tredicesimo In Care Of, tutto quanto acquista un senso, e lascia sbalorditi e attoniti di fronte non solo alla figura di Don, che fa in modo da avere sempre la meglio anche quando sembra avere la peggio, quanto davanti ad un tourbillon di bivi esistenziali, tutti generati dallo stesso Don, e per tutti quanti è ancora Don che spinge i vari personaggi ad imboccare quella o quest'altra direzione. E quindi si torna al dilemma che sempre scaturisce dalla visione di Mad Men (quest'anno riassunto mirabilmente dalla locandina): chi è Don Draper, o meglio, cosa rappresenta? Bene, dopo aver pensato per anni che Mad Men fosse una metafora sull'umanità, sul come siamo divenuti quelli di oggi, continuo a pensarlo. Don Draper e Mad Men non sono solamente la metafora del sogno americano, dove chiunque, da qualunque luogo, classe sociale, educazione, estrazione provenga, può affermarsi se ha talento e lavora sodo; sono l'emblema dell'umanità tutta, addirittura il simbolo dell'eterna lotta tra il bene e il male, della scelta di Eva davanti alla mela. Arrivare sempre più in alto, avere più cose possibile, la casa più bella, più in alto, l'ufficio più grande, il posto più prestigioso, avere più persone sotto il tuo comando, la moglie più invidiabile ma scopare anche quelle degli altri, impedire che anche le donne che non hai voluto possedere siano possedute da altri, dimostrare che tu sei più influente degli altri. Per cosa? Qual è lo scopo, se poi tua figlia maggiore realizza, a voce alta mentre è al telefono con te, che non ti conosce per niente?

Mad Men, mentre attraversa la storia (statunitense) della seconda metà del secolo scorso, e mostra perfino alcune delle conseguenze dei fatti salienti sulla gente comune, ci racconta una storia come tante (Bob Benson ne è la dimostrazione), ma ne fa la metafora della nostra anima, di fronte alla complessità e alle scelte della vita. Se ci aggiungete un reparto tecnico sopraffino, regie indovinate e un cast ogni volta più sorprendente, capirete come, alla notizia che la prossima stagione (anche se Weiner si è dichiarato disponibile a dividerla in due tranche, così come sarà per l'ultima di Breaking Bad) sarà l'ultima, se da una parte mi dispiaccio, dall'altra tremo al solo pensiero di cosa ci sarà dentro, e di cosa farà Don Draper.

20130627

i guardiani del cancello

The Gatekeepers - di Dror Moreh (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Ami Ayalon, Avraham Shalom, Yaakov Peri, Carmi Gillon, Avi Ditcher, Yuval Diskin. Anche solo dal nome, potete intuire che si tratti di sei persone di origini ebraiche. Ma che cosa hanno in comune queste persone? Sono stati tutti a capo dello Shabak, meglio conosciuto come Shin Bet, il Servizio di sicurezza generale dello stato di Israele. Sono sei su sette dei capi che si sono avvicendati alla guida di quell'organizzazione dal 1981 al 2011 (avendo avuto il documentario in questione quasi tre anni di gestazione, Diskin all'epoca delle intervista era ancora in carica). Dror Moreh, regista israeliano già autore di un film su Ariel Sharon (ex Premier israeliano), si era ripromesso di portare alla luce almeno qualcosa sulle attività dello Shin Bet negli ultimi 40 anni. Devo dire che, sarà perché qualsiasi cosa è meglio di niente, e sto parlando di conoscenza, sarà per l'alone di leggenda che circonda anche solo lo stesso nome (anche se a dire il vero, quello che incute più timore è il nome del Mossad; c'è però chi sostiene che dopo la Guerra dei sei giorni del 1967, lo Shin Bet è stato più influente complessivamente, avendo avuto la "responsabilità" del controllo della Cisgiordania e della Striscia di Gaza), The Gatekeepers mi è parso un lavoro decisamente degno di nota, tant'è che era stato incluso nella shortlist per la categoria miglior documentario agli ultimi Oscar.
I sei personaggi, evidentemente ben disposti e intervistati con delicatezza (lo immagino, visto che le domande sono appena accennate), sembrano parlare a ruota libera. 

Alternando le "confessioni" dei sei ex comandanti a materiale d'archivio e perfino ad una suggestiva ricostruzione estrapolata da fotografie (per raccontare uno dei momenti ricordati ancora oggi come uno dei momenti più tristi, quello del Bus 300, nel 1984), The Gatekeepers conferma l'impressione che perfino alcuni (molti?) israeliani si siano resi conto da tempo che il dialogo è l'unica speranza. Certo, fa una discreta impressione sentirlo concludere da chi non ha problemi ad ammettere "forget about morality" oppure "no strategy, only tactics", ma, alla fine, chi meglio di loro?

Costruito di sette segmenti, "No Strategy, Just Tactics" (appunto), "Forget About Morality" (ri-appunto), "One Man's Terrorists Is Another Man's Freedom Fighter", "Our Own Flesh and Blood", "Victory Is to See You Suffer", "Collateral Damage" e "The Old Man at the End of the Corridor", The Gatekeepers, oltre a quello detto in precedenza, è anche una particolarissima riflessione etico-morale sulla "prevenzione" estrema del terrorismo, fatta senza nascondere niente, pragmatica al massimo, e quanto mai vera, quindi non per forza condivisibile, ma sicuramente tutta da seguire.
Non (ancora) distribuito in Italia, era rimasto l'unico film, tra quelli candidati agli Oscar, che non ero riuscito a recuperare prima dell'evento; ho fatto bene a dargli una possibilità, anche se la mia personale "corsa agli Oscar" era ormai ben alle spalle.

20130626

Hannibal the Cannibal

Hannibal - di Bryan Fuller - Stagione 1 (13 episodi; NBC) - 2013

Baltimora, Maryland.
Il dottor Hannibal Lecter è uno psichiatra forense molto stimato finanche dall'FBI. Elegante, raffinato, dai modi gentili e misurati, vive in un appartamento ispirato al minimalismo high tech, dove domina la cucina: il dottor Lecter è infatti un cuoco sopraffino, che predilige la carne e ama il buon vino. E' solito invitare poche persone a cena, ma non disdegna pure organizzare cene mondane. Riceve invece i suoi pazienti in uno studio ampio ed altrettanto elegante, seppur arredato in maniera diversa, simile ad una biblioteca. Amante dell'arte in genere, ha un debole per l'opera e la musica classica.
Will Graham è invece un agente speciale dell'FBI, un cosiddetto profiler, probabilmente il migliore. Di carattere estremamente riservato e perfino timido, solitario, è dotato di una straordinaria capacità: riesce, spesso solo osservando la scena del crimine, ad entrare in empatia col killer, e ad immedesimarsi completamente con lui, riuscendo a ricostruire sia il modus operandi, sia, appunto, il profilo dell'assassino. Questa sua dote, però, mina il suo già instabile equilibrio psichico. Dopo un periodo durante il quale è stato tolto dal campo, ed assegnato all'insegnamento e alla formazione di nuovi agenti speciali, viene di nuovo coinvolto nelle indagini da Jack Crawford, capo del dipartimento Scienze Comportamentali dell'FBI, nonostante il parere negativo della dottoressa Alana Bloom, una professoressa di psichiatria anche lei collaboratrice dell'agenzia. Per tentare di arginare la deriva mentale di Will, Jack lo affianca al dottor Lecter. Tutti quanti, nessuno escluso (forse), ignorano la vera natura del dottor Hannibal Lecter. Che sfrutterà al massimo la sua relazione con Will Graham, guadagnandosi la sua fiducia, trattandolo come un amico e non come un paziente, seguendolo passo dopo passo, perfino troppo da vicino...

La sfida era grande. Bryan Fuller, uno dei più acclamati sceneggiatori e produttori televisivi statunitensi (ma del quale confesso di non aver mai visto niente fino ad Hannibal), si confronta con un personaggio ormai entrato nella mitologia letteraria e cinematografica, il dottor Hannibal Lecter, creato da Thomas Harris, e soprattutto interpretato, in tre delle cinque trasposizioni cinematografiche, da un Anthony Hopkins in stato di grazia. Se ci pensate, una roba davvero ad alto rischio. Fuller ci ha messo pure il carico da undici, con dichiarazioni tipo questa: "What would David Lynch do with a Hannibal Lecter character?".
Eppure, il risultato è una serie senza ombra di dubbio altamente accattivante, fosse solo per il cast e per la realizzazione tecnica. Ma, alla fine, pure il reparto "scrittura", altalenando, tirandola per le lunghe nella parte iniziale della stagione, giocandosi qualche serial killer da una puntata o due solamente, quindi introducendo naturalmente un po' di trama orizzontale, riesce a creare un'atmosfera intrigante, e a confondere lo spettatore, che si ritrova a provare pietà per un co-protagonista (Graham), che in realtà forse appare più dell'intestatario della serie, senza però riuscire ad odiare quello che si intravede chiaramente essere un vero e proprio mostro assassino, manipolatore, cannibale e perverso.
La fotografia, che assume varie tonalità e che riesce ad essere sfumata, ombreggiata, particolare, e perfino il sonoro, sono di altissimo livello. La qualità delle regie, degli interni e degli esterni, la grandiosità delle scene del crimine, lasciano ammirati. Il ritmo lento ma inesorabile si sposa alla perfezione col formato da 42 minuti ad episodi.
Parliamo del cast. Il trittico dei protagonisti è formato, partendo dal "basso", prima da un Lawrence Fishburne sempre più massiccio, che nei panni di Jack Crawford riesce ad essere equilibrato ma riservando toni alti e bassi quando occorre. Poi c'è uno Hugh Dancy (Will Graham) assolutamente istrionico, a volte addirittura troppo "disturbato". E infine c'è lui, il nostro idolo incontrastato Mads Mikkelsen, che col suo accento nordeuropeo dell'inglese innanzitutto calza a pennello con le origini lituane del Lecter originale, e poi risulta amabilmente ingessato, freddo e contemporaneamente spietato e languido nel suo particolarissimo rapporto di bromance/burattinaio verso il "povero" Will Graham.
Tra i personaggi di contorno, oltre a Caroline Dhavernas (Alana Bloom), Hettienne Park (Beverly Katz, l'investigatrice esperta in fibre), Lara Jean Chorostecki (Freddie Lounds), Gina Torres (Bella Crawford), Raúl Esparza (dottor Frederick Chilton), voglio sottolineare le ottime prove di Kacey Rohl (Abigail Hobbs),  di Gillian Anderson (dottoressa Bedelia Du Maurier) e di Eddie Izzard, secondo me molto bravo nella parte del dottor Abel Gideon.
I dati di ascolto sono andati così così, e la serie è stata per un po' a rischio. La seconda stagione, però, è confermata. L'idea di Fuller era di circa sette stagioni, con le prime tre composte da materiale originale, la quarta che ricalcherebbe la storia di Red Dragon (Il delitto della terza luna, in italiano), la quinta su The Silence of the Lambs (Il silenzio degli innocenti), la sesta su Hannibal, e la settima che, sempre con materiale originale, risolverebbe la fine del dottor Lecter. Ci riuscirà?

20130625

Mr. Louboutin

The Client List - di Suzanne Martin, sviluppata da Jordan Budde - Stagione 2 (15 episodi; Lifetime) - 2013


Seconda stagione di The Client List, la serie, che riprende esattamente da dove era terminata, ma la sorpresona è che la polizia arriva a The Rub (la day spa, il centro massaggi dove in realtà il massaggio, su richiesta, termina con un "lieto fine", leggi una sega, ma c'è chi si prende anche qualche libertà in più), e invece di arrestare Riley la mamma super-figa che per sbarcare il lunario, abbandonata dal maritino ex promessa del footbal americano, fa appunto delle gran pugnette alla fine dei massaggi, arresta proprio Kyle, il maritino prodigo, che è tornato dalla sua fuga e sta tentando di riguadagnare il suo posto in famiglia e nella società (sempre che quella texana si possa definire così). Cos'è accaduto? Che Kyle, per, appunto, guadagnare di nuovo il rispetto della famiglia che ha abbandonato perché non riusciva a mantenerla, dopo essere scappato in Messico e per giunta essere diventato dipendente da farmaci, è tornato pulito ed ha rubato un camion di rame, per giunta da un cantiere di un tizio conosciuto per essere un poco di buono. Riley, non dimentichiamocelo, ha cominciato a nutrire un affetto simile al trasporto fisico, per Evan, il fratello minore di Kyle, il cui ritorno comincia a complicare un po' le cose. Ciliegina sulla torta, Georgia si innamora, e vuole disfarsi, almeno sulla carta, del The Rub, per non avere nulla da nascondere al suo nuovo amore (un po' contorto il senso della verità statunitense, vero?): propone quindi a Riley di rilevarlo, con piccole rate, e Riley, naturalmente, accetta, divenendo a tutti gli effetti la padrona.

Tralasciando la solita storia sul mio masochismo televisivo, ho resistito accantonando gli episodi di questa seconda stagione di The Client List (aumentati a ben 15, pensate un po'), e poi, quando sono andato in astinenza, avendo spolverato tutto quello che c'era "nel piatto", ho ceduto e me la sono vista. Che dire? Prendo in prestito le "riflessioni" di un utente di imdb.com che scrive, nelle user reviews, questi punti salienti che riassumono la stupidità dello show e l'esagerata sospensione dell'incredulità alla quale ci si deve appellare per vederlo (non ho detto per farselo piacere): apparentemente, tutti gli utenti dei massaggi sono dei fighi da paura con degli addominali perfetti (a parte il cosiddetto mister Louboutin); tutti i clienti hanno massimo rispetto di queste prostitute "manuali", e prediligono le chiacchierate riflessive sul senso della vita, della carriera, dei rapporti di coppia, come se andassero da uno psicologo; la nostra protagonista, nonostante gli enormi problemi economici, anche nel momento più basso, continua a guidare un pick up che sarà almeno un 5000 a benzina (e questo è solo la punta dell'iceberg dei paradossi che si possono trovare, guardando lo show con la lente d'ingrandimento). Tralasciamo il corpo di polizia tutto fatto da fotomodelli, il fisico perfetto di Kyle anche dopo tutto quello che ci vorrebbero far credere abbia passato mentre era via, e pure dopo un discreto periodo di detenzione, la fotografia odiosa piena di melassa, Jennifer Love Hewitt, sempre fighissima e con delle scarpe eccezionali, che non è mai credibile quando si mette il cappello di lana scuro per fare le cose sospette. Questa serie è fatta per soddisfare e titillare il voyerismo light, di uomini e donne. Ed è servita per far trovare il padre giusto per il primo figlio a JLH (proprio Brian Hallisay, che qui interpreta Kyle). That's it. E, anche se non ci sono ancora notizie ufficiali, il season finale ci comunica chiaramente che la serie continuerà.

20130624

Gerico

Jericho - di Stephen Chbosky, Josh Schaer e Jonathan E. Steinberg - Stagioni 1 e 2 (22 e 7 episodi; CBS) - 2006/2008


A Jericho, piccola cittadina nel nord-ovest del Kansas, vicino al confine col Colorado, un bel giorno arriva un giovane un po' trasandato. Non è un forestiero: poco prima di entrare in città, Stanley Richmond, il proprietario della fattoria omonima, lo saluta calorosamente. Scopriamo dopo pochi minuti che si tratta di Jake Green, uno dei due figli del sindaco di Jericho, Johnston Green, uomo di polso, ex soldato, e che ricopre la carica da molti anni. Jake è assente da 5 anni, e nessuno sa che cosa ha fatto in questo lasso di tempo; se n'era andato da Jericho dopo un passato turbolento, avvenimenti più che spiacevoli e coinvolgimenti poco legali. Una delle prime persone che rivede, prima della sua famiglia, è la sua ex fidanzata, Emily Sullivan, che sta per sposarsi. Jake ha bisogno di soldi, ed ha uno scontro verbale col padre, a proposito della sua parte di eredità del nonno, durante una riunione di famiglia, alla quale naturalmente partecipano la madre Gail ed il fratello Eric, che funge da braccio destro del padre nella sua funzione di sindaco. Arrabbiato e deluso, Jake si rimette in strada per tornarsene da dove era venuto. Ma improvvisamente, un fungo atomico si staglia all'orizzonte. Probabilmente all'altezza di Denver. Jake lo vede mentre guida, e lo vedono molti altri cittadini di Jericho. La cittadina rimane isolata, senza energia elettrica, senza notizie. Jake rimane coinvolto in un incidente stradale, e mentre tenta di tornare verso Jericho si imbatte in uno scuolabus uscito di strada.

Nonostante sia "arrivato" a Jericho, trasmesso a suo tempo in Italia da Rai Due, per via del fatto che uno dei creatori è il regista di quel gioiellino che è The Perks of Being a Wallflower, è di questi ultimi tempi la voce insistente di un seguito televisivo alle prime due stagioni. Storia travagliata, quella di Jericho, ma che ha dimostrato l'esistenza di uno zoccolo duro di fan. Infatti, dopo il mancato rinnovo per la seconda stagione (la media degli spettatori calò, nel corso dei 22 episodi della prima stagione, dagli iniziali oltre 10 milioni a meno di 8), una mobilitazione in rete portò la CBS a rimettere in piedi una seconda stagione concentrata in 7 episodi. La serie è poi proseguita per una terza ed una quarta stagione sulla carta, come comic book, ma ancora non si sono placati i rumors a proposito di un possibile film per il cinema, tratto dalla serie, e la possibilità di una terza stagione televisiva, magari per un altro network.
Il fascino della serie è innegabile, seppure ci sia da dire che a mio giudizio non rientra nel novero della televisione irrinunciabile; vista oggi, mi è venuto da definirla un The Walking Dead senza zombies ma molto meno noioso. L'ambientazione post-apocalittica ha sempre il suo perché, e la forza di Jericho deriva da due storylines principali (la sopravvivenza della città e la spy-story innescata dal personaggio di Robert Hawkins, curiosamente interpretato dal sempre validissimo Lennie James, lo stesso attore che intepreta Morgan Jones in TWD, spy-story che trasporta Jericho anche nel campo della fanta-politica) robuste, e dalla bella caratterizzazione di una lista piuttosto ampia delle figure protagoniste, lista tra l'altro quasi equamente divisa tra personaggi maschili e personaggi femminili, cosa non sempre facile da trovare quando si parla d'azione.
La serie mi ha "agganciato", e me la sono "bevuta" in un attimo. Skeet Ulrich (quanto tempo è passato dal primo Scream e da Qualcosa è cambiato) è abbastanza carismatico nella parte del protagonista, Jake Green. A parte Lennie James, del quale ho già detto, il cast è completato da molte facce già viste, e tutti quanti fanno un buon lavoro. Voglio segnalare, tra i personaggi meno in rilievo, Shoshannah Stern (Bonnie Richmond), giovane attrice sorda vista in Weeds, Sprague Grayden (Heather Lisinski), vista in Sons of Anarchy e in 24, Darby Stanchfield (April Green), vista in Mad Men e in Scandal, David Meunier (Russell), visto in Justified, Esai Morales (Maggiore Beck), James Remar (Jonah), tra le altre cose, il papà di Dexter. La palma della figaggine va invece a Ashley Scott, qui nella parte di Emily.

20130623

sweet home Rosignano


Per Giacomo Leopardi (che, ricordiamocelo sempre, ce spezzò de gobba) era Il sabato del villaggio. Per me, nonostante ami viaggiare e confrontarmi con altre realtà, spesso il sabato d'estate comincia prestissimo, perché momenti come questi, che vi ho già fotografato negli anni scorsi, magari dopo una settimana calda a livello di temperatura ma anche a livello lavorativo, sono impagabili. La quiete, la bellezza, il mare, quasi domato. Da rimanerci senza parole, e infatti è per questo che arrivo al mare quando ancora non c'è praticamente nessuno.

20130622

testa a testa


Io, davvero, non so se ci credete, ma a volte mi commuovo pensando che esiste una televisione come questa, e non nel senso questa Al Jazeera, ma questa nel senso di buona televisione, perché sono arciconvinto che ce ne sono altre di questo livello. Come vi ho già accennato, da poco più di un anno, nel mio condominio abbiamo installato una parabola e un decoder per il digitale terrestre. Una delle prime sere, mi son fatto un giro su tutti i canali disponibili, e tra tutti, ho scelto questa, appunto, Al Jazeera International, in inglese. Dopo questo tempo, sono ancora convinto che sia una delle migliori scelte che potevo fare. E intendiamoci, non mi soffermo molto a guardare i programmi, perché solitamente accendo la tele e metto su un film o una serie. Eppure, questo canale sforna programmi estremamente interessanti, attuali, onesti, giornalisticamente validissimi, equilibrati, educativi. In questi due ultimi venerdì mi sono soffermato su un programma che mi ha avvinto, quantunque non padroneggi così bene l'inglese da capire ogni sfumatura del dibattito. 
Sto parlando di Head to Head, appunto, un'ora circa di "testa a testa": un personaggio importante, un intellettuale di livello internazionale, e un conduttore, Mehdi Hasan, nella foto, giovane ma già espertissimo giornalista inglese (33 anni, co-autore della bio di Ed Miliband, e political editor della versione inglese dell'Huffington Post; su Al Jazeera lo avevo già visto condurre diverse puntate di The Café, un appuntamento dove si radunavano intorno ad un tavolo e a delle bevande, tutto tipico, persone comuni e politici di nazioni varie, non solo arabe, a discutere della situazione politica - si partì con quelle della primavera araba, ma ho visto una puntata in Grecia -) di chiare origini arabe, che con stile ed educazione, ma senza nessun timore reverenziale, incalza l'ospite con domande a raffica su temi delicatissimi. Uno studio elegante, un pubblico che quasi non si sente ma c'è, e come, e una serie di domande finali a "disposizione" proprio del pubblico. La settimana scorsa, c'era Bernard-Henry Lévy che col suo ciuffo ribelle da filosofo-dandy rispondeva ad una serie che pareva infinita di domande, astute ma soprattutto, lo ripeto, rivolte con educazione e fermezza, sull'esportazione della democrazia (parte tutto dal fatto che, pare, Lévy sia stato quello che ha convinto Sarkozy a lanciare l'operazione anti-Gheddafi). Ieri sera c'era Irshad Manji, scrittrice canadese di origini ugandesi, musulmana e lesbica, attivista del movimento gay e fustigatrice dell'estremismo islamico, che rispondeva con passione ribattendo colpo su colpo al sempre bravissimo Hasan.
Veramente, quando vederemo cose di questo genere su una qualsiasi televisione italiana, sarà sempre troppo tardi.

20130621

The Write Album

L'album biango - Elio e le storie tese (2013)

Il problema, se proprio di problema vogliamo parlare, è che da ogni nuovo disco della band milanese, non si sa cosa esattamente ci sia da aspettarsi. Non so, mi sono convinto di questo, ascoltando o meglio leggendo i dubbi degli amici in merito ai primi ascolti. Non si dovrebbero fare troppe cose, in campo musicale: fare paragoni con stili di altre band, fare paragoni con i dischi precedenti della stessa band, aspettarsi evoluzioni in direzioni determinate, eccetera. Sfruttando una sorta di dritta che mi venne spontanea, ma che poi ho verificato essere condivisa pure da gente più esperta di me in campo cinematografico, a proposito della filmografia di David Lynch, e facendone una parafrasi, credo che quando si ascolta un nuovo disco, soprattutto degli Elii, non si debba cercare di capire, ma solo lasciarsi attraversare dalla musica e, mai come in questo caso, dalle parole.
Divertimento unito a sopraffina tecnica musicale, un binomio al quale ci hanno abituato ormai da decenni. Oserei dire che ogni tanto, si lasciano andare anche a delle "lezioni", forse con un briciolo di supponenza, stemperata, almeno nei fan, dalla loro innata simpatia e dal loro classico umorismo nonsense, unito ad una buona dose di sarcasmo; basti pensare a La canzone mononota, uno dei due pezzi presentati all'ultimo Sanremo, presente su questo disco e perfino ripresa nel corso della ghost track, un pezzo che, ripeto, per me è come una lezione di musica, ma divertente e piena zeppa di riferimenti random (personalmente, ritengo che il passaggio in cui si fa riferimento all'inno cubano sia fantasmagorico, sia a livello di testo, sia a livello di musica).
E' proprio random la loro impostazione nel pensare le canzoni: riferimenti alla stringente attualità (Lettere dal www/Enlarge (Your Penis), Lampo, Il tutor di Nerone, A piazza San Giovanni/Complesso del Primo Maggio, con l'eccezionale featuring di un autoironicissimo Eugenio Finardi, Dannati forever) e "racconti" un po' nostalgici (Come gli Area, Il ritmo della sala prove), il tutto inframezzato dai classici nonsense mai stupidi, ma apparentemente assurdi (Luigi il pugilista, Una sera con gli amici, Amore amorissimo, quest'ultima con la partecipazione straordinaria, nell'intro, di Fiorello).
Se esiste un filo conduttore, sottile ma percepibile, in questo Album biango (e spero che apprezzerete il tentativo di traduzione inglese), mi è parso quello della canzone italiana classica: se in Amore amorissimo c'è un evidente omaggio a Modugno, qua e là, anche negli arrangiamenti, c'è evidente il tentativo, ottimamente riuscito, di impostare questo disco sulla falsariga dei grandi interpreti della canzone italiana. Ovviamente, se da una parte si respira quest'aria, ascoltando i testi ci si scompiscia dalle risate. Più alternativi di così...

20130620

RIP

'fuck are you doin'? (James Gandolfini, 1961-2013)

terreno più elevato

Higher Ground - di Vera Farmiga (2011)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)


Stato di New York, anni '50. La famiglia Walker vive felice in una fattoria immersa nella natura; CW e Kathleen sono innamorati, e hanno due belle figlie piccole, Corinne e Wendy. Corinne, durante il catechismo, comincia ad interrogarsi sull'esistenza di Dio. La madre è incinta, ma il bambino nasce morto; quell'episodio segna l'inizio della disintegrazione della sua famiglia. Dopo qualche anno, Corinne è una bambina intelligente, attratta dalla letteratura, poco socievole, al contrario di Wendy, attiva sportivamente e piuttosto popolare a scuola. Nonostante ciò, Corinne comincia a fare coppia fissa con Ethan, il bellissimo e famoso, a livello locale, cantante e chitarrista dei The Renegades. I due si sposano prematuramente, quando scoprono che Corinne è incinta; nasce Abigail, e i due la portano in giro quando i Renegades danno concerti, anche se Corinne non è proprio felice di questa scelta. Una brutta sera, il tour bus, guidato proprio da Ethan, esce di strada e finisce in un fiume. Ethan prima salva Corinne, poi torna a nuoto nel bus che sta affondando per tentare di salvare Abigail. Il fatto che riesca a salvarla, viene interpretato dai due giovani come un segno della volontà di Dio. Diventano così due adulti timorati di Dio, e diventano parte integrante di una comunità di Jesus Freaks. Hanno un'altra figlia, ma pian piano, complice l'amicizia con un'altra donna della comunità, Annika, e la terza gravidanza, Corinne si rende conto che la sua vita non la realizza, che la comunità è piuttosto maschilista, e dopo che a Annika viene diagnosticato un tumore al cervello, Corinne ricomincia a mettere in questione la sua fede, oltre al suo matrimonio con Ethan.

Debutto alla regia di Vera Farmiga, già apprezzata attrice, che mette in scena un libro autobiografico di Carolyn Briggs, This Dark World: A Story of Faith Found and Lost; la scrittrice scrive anche la sceneggiatura, insieme a Tim Metcalfe. Higher Ground è un film apprezzabile, magari non eccezionale, che illustra, come spiega anche la regista (che è anche l'interprete principale, nei panni di Corinne adulta), un percorso intimo, la ricerca della fede, da parte di una donna che riesce a mettersi in discussione; da quello che si capisce dalle interviste, è un tema che la Farmiga ha fatto suo, perché era stato importante anche nella sua vera famiglia (dalle note biografiche si evince che la famiglia, di origini ucraine, si è convertita dalla fede ortodossa a quella pentecostale). La direzione della Farmiga è buona, magari non eccezionalmente dinamica, ma tutto sommato se la cava discretamente, e tutto il cast fornisce una prova complessivamente apprezzabile. Diciamo che Higher Ground ha buone intenzioni, passa da una buona realizzazione, ma non tocca le corde del cuore come probabilmente si prefiggeva.
Ethan giovane è interpretato da Boyd Hollbrook (appena visto in Behind the Candelabra, ma anche la sua apparizione in The Big C nei panni di Mykail mi aveva incuriosito), mentre da adulto viene messo in scena da Joshua Leonard; Corinne, di cui abbiamo già detto nella sua messa in scena da adulta, viene curiosamente (nemmeno troppo) interpretata, nella sua versione adolescente, dalla sorella di Vera, Taissa Farmiga (la vera ragione per cui ho cercato, e comprato, questo dvd), che avevamo avuto modo di apprezzare in American Horror Story: Murder House, qui al suo debutto assoluto, e che se la cava proprio bene. Anche la sua interprete bambina, McKenzie Turner, si fa apprezzare, seppure per un minutaggio ridotto. La coppia dei genitori di Corinne è interpretata da Donna Murphy e da John Hawkes, entrambi bravi. Ed è molto brava anche Dagmara Dominczyk, che scopro essere la moglie di Patrick Wilson, qui nei panni di Annika. Film uscito direttamente in dvd.

20130619

i Borgia

The Borgias - di Neil Jordan - Stagione 3 (10 episodi; Showtime) - 2013

Rodrigo Borgia, The Artist Fromerly Known As Pope Alexander VI, avvelenato giusto per il cliffhanger tra la fine della stagione 2 e l'inizio della stagione 3, viene salvato nientemeno che dalla figlia Lucrezia. Mentre la convalescenza è lunga, Cesare, con l'aiuto del fido Micheletto, si mettono sulle tracce del mandante dell'avvelenamento. Ma i pericoli non finiscono qui. Le casse del Vaticano sono sempre più vuote, al papa continua a piacere un po' troppo la figa, Caterina Sforza proprio non sopporta i Borgia e cerca di mettere in piedi una task force per cacciarli definitivamente dall'Italia. Le contromosse di Alessandro VI sono sistemare Lucrezia con Alfonso d'Aragona, per legarla al Regno di Napoli, e spedire Cesare in Francia, per entrare nelle grazie di re Luigi XII. Le ambizioni di Cesare sono almeno pari, se non più grandi di quelle del padre: stratega amico di Machiavelli, finì per condurre due eserciti alla volta. Di certo, il padre non stette a guardare: per sconfiggere gli Ottomani, arrivò ad allearsi con gli ebrei.

Finisce quindi The Borgias (Showtime non l'ha rinnovata), con un season finale intitolato come una cover dei Diamond Head resa celebre dai Metallica, The Prince (e vedete un po' se non ho fatto un link favoloso con la citazione d'apertura): Il Principe è, per chi non lo sapesse, l'opera più famosa di Niccolò Machiavelli, ispirata, almeno nel titolo, proprio alla figura di Cesare Borgia. Ora, per quanto Neil Jordan e il suo team si siano sforzati di allestire uno spettacolo grandioso e pirotecnico, figure storicamente di spicco, per quanto crudeli e spietate (ma dotate di sopraffina intelligenza politico-tattica), quali quelle di Cesare Borgia, di suo padre ma pure della sorella Lucrezia, avrebbero meritato qualcosa di più di una serie televisiva che, alla fine, dipinge i due fratelli come due infoiati che erano contenti solo se scopavano incestuosamente tra di loro, e poco altro. Mi fermo qui, sottolineando il fatto che quest'ultima stagione di The Borgias è stata abbastanza faticosa da seguire, proprio per minuti e minuti di fuffa inserita quasi a forza nel corso degli episodi. L'episodi conclusivo testimonia quasi una corsa a perdifiato per provare ad inserire tutta una serie di cose che, evidentemente, ci si era dimenticati prima, e quindi perfino una discreta messa in scena dell'assedio di Forlì viene vanificata perché compressa in pochi minuti. Ma di certo, non è l'unico difetto di The Borgias. Recitazioni sempre sul filo del ridicolo, così come già indicato nella recensione delle prime due stagioni. Definitivamente, non ci mancherà.

20130618

il Natale della famiglia Fitzgerald

The Fitzgerald Family Christmas - di Edward Burns (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Nei sobborghi di New York vive la famiglia Fitzgerald. Di origini irlandesi, i Fitzgerald sono una famiglia matriarcale: il padre Jim è scappato di casa quando l'ultimo figlio era in fasce. E Rosie, appunto la matriarca, ha cresciuto Gerry, Quinn, Dottie, Erin, Connie, Sharon e pure l'ultimissimo (ai tempi dell'abbandono) arrivato Cyril, tutti da sola, con le sue sole forze. Adesso, mentre il Natale si avvicina, Gerry, il maggiore, che per uno scherzo del destino non si è mai sposato e vive ancora con la madre, mandando avanti il ristorante di famiglia, vuole organizzare un compleanno come si deve per Rosie, compleanno che, sfortunatamente, cade qualche giorno prima di Natale, appunto. Gerry, sempre disponibile per la sterminata famiglia, si trova davanti tutti i problemi dei fratelli e delle sorelle (Quinn vuole andarsene per il weekend con la giovane fidanzata Abbie per chiederle di sposarlo; Dottie ha lasciato il marito Skippy e se la fa col giovane giardiniere Johnny; Erin è stressata dal figlio ancora piccolo che strilla e piange in continuazione, e vuole stare col marito Corey; Connie è continuamente sulle spine perché il marito JJ è senza lavoro e non ne trova un altro, e lei ha appena scoperto di essere incinta; Sharon vuole pure lei trascorrere il weekend con il fidanzato, molto più grande di lei, FX, e per uno strano incrocio si troverà a passarne metà con Quinn ed Abbie; l'unico disponibile è il giovane Cyril, perché esce l'indomani dalla clinica dove era in riabilitazione per alcolismo, e non sa proprio dove andare se non a casa con la mamma e Gerry), ma come se non bastassero, ecco l'incredibile carico da undici: il padre si rifà vivo, e chiede di trascorrere il Natale con la famiglia, dopo vent'anni di abbandono. Rosie si impunta e non ne vuole sapere; ma mentre Jim rivela poco a poco a tutti che è malato terminale di cancro, e che questo potrebbe essere il suo ultimo Natale, Connie chiama disperata i fratelli e le sorelle perché è stata picchiata da JJ. Il weekend romantico si interrompe bruscamente (Quinn e Sharon se ne vanno di corsa, lasciando FX e Abbie da soli...), mentre Gerry, stanco di risolvere i problemi di tutti, conosce Nora, l'infermiera della signora McGowan, vecchia amica della madre che lui, da bravo ragazzo, ogni tanto passa a trovare perché un po' malandata, e chissà...

Ultimo, al momento, film di Edward Burns (naturalmente mai uscito in Italia), regista/attore/sceneggiatore per il quale ho un debole. Come la stragrande maggioranza dei suoi film, Burns mette in scena si stereotipi abusatissimi, ma sempre con grande delicatezza, infarcisce si le sue storie di tanti avvenimenti, il che fa perdere a volte di vista gli approfondimenti psicologici dei profili dei personaggi (che, nello specifico, stavolta sono davvero tanti), ma dimostra ancora una volta di saper scrivere sceneggiature ad orologeria, che funzionano sempre, scorrono lisce come l'olio, e raccontano storie piene di speranza in un'ora e mezzo di divertimento e lieve commozione, storie sempre piene di personaggi in fondo alla ricerca dell'amore (fin dai tempi de I fratelli McMullen), e sempre con la necessità, nel caso la ricerca andasse male, del paracadute formato dall'istituzione della famiglia. Cast che riunisce vecchie e più recenti "amicizie" di Burns, ben amalgamato e con minutaggi distribuiti quasi equamente.
Nell'ordine di imdb.com: Kerry Bishé (Sharon), Connie Britton (Nora), Edward Burns stesso (Gerry), Heather Burns (Erin), Dara Coleman (JJ), Brian d'Arcy James (Skippy), Marsha Dietlein (Dottie), Noah Emmerich (FX), Caitlin FitzGerald (Connie), Anita Gillette (Rosie), Tom Guiry (Cyril), Ed Lauter (Jim), Michael McGlone (Quinn), Daniella Pineda (Abbie), Nick Sandow (Corey), Johnny Solo (Johnny). Niente di che, ma a me piace un bel po'.

20130617

nella città senza fine

En la ciudad sin lìmites - di Antonio Hernàndez (2002)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Vìctor, ricercatore spagnolo emigrato in Argentina, dove si è fidanzato con la bella Eileen, torna in Europa, precisamente a Parigi. Il padre Max, fondatore dell'azienda di famiglia, per la quale si è già naturalmente aperta la lotta fratricida, è gravemente malato, e la moglie Marie, di origini francesi, lo ha fatto ricoverare in un'esclusiva clinica parigina, diretta da un primario di fiducia. Dopo aver abbracciato la grande famiglia, fratelli, sorelle, cognati, cognate, nipoti, e "sopportato" le feste che tutti questi riservano, oltre che a lui, alla fidanzata, finalmente vede il padre, in clinica. Lo trova spaesato, quasi assente. Pian piano, realizza che Max non sta volontariamente prendendo le medicine, e sta cercando disperatamente di scappare dall'ospedale, credendolo una prigione di lusso. E' convinto che tutti i familiari stiano tramando contro di lui, ed è deciso a rintracciare un tale Rancel. Barcamenandosi tra i familiari, e pure attraverso una vecchia storia che minaccia il suo rapporto con Eileen (Vìctor ha avuto una relazione con Carmen, la moglie del fratello Alberto), si decide ad aiutare il padre, vuole capirci qualcosa, è convinto che dietro l'apparente demenza, si nasconda una parte importante del passato del vecchio, passato sul quale lui e la madre hanno sempre glissato. Sarà una strada lunga, e non ha molto tempo. Vìctor scoprirà che...

Film atipico, questo di Hernàndez, regista a me sconosciuto fin'ora, lungo, complesso, basicamente drammatico ma in lunga parte recitato con toni quasi da commedia, dai quali si astiene solo il personaggio di Marie, interpretato dalla sempre algida Geraldine Chaplin. Una bella storia (spoiler alert!) di omosessualità negata o repressa, fate voi, che si intuisce solamente nel finale, e che rende il film altamente drammatico. L'intreccio "costringe" il figlio meno interessato all'eredità (Vìctor, interpretato da un ottimo Leonardo Sbaraglia, attore che chi segue fassbinder conoscerà almeno di nome, argentino che ha lavorato anche in Spagna, appunto, e perfino a Hollywood - Red Lights), ad immergersi in una delle pagine dolorose della Spagna, quella della guerra civile e dell'esilio. Il film, un po' troppo lungo, indulge probabilmente troppo su alcune storylines poco interessanti e tutto sommato irrisolte (la storia di Vìctor e Carmen), quando poteva sicuramente risultare più snello e dinamico.
Da segnalare, nel cast, l'altra argentina Leticia Brédice (Eileen), vista in Nove regine e famosissima in patria, e il grande Fernando Fernàn Gòmez nella parte di Max.

20130616

3:10 to Yuma

Quel treno per Yuma - di James Mangold (2007)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Arizona, dopo la guerra civile americana. Dan Evans è un veterano di quella guerra, e in quella guerra ha perso una gamba. Con i pochi soldi di risarcimento, ha comprato una fattoria, e sta disperatamente cercando di dare un futuro migliore alla bella moglie Alice, e ai due figli, il maggiore, William, che sta covando una sorta di disprezzo per quello che giudica l'atteggiamento da perdente del padre, e il più piccolo, Mark, afflitto da una malattia piuttosto grave. Da una parte, la siccità sta distruggendo tutto quello per cui la famiglia aveva lavorato, dall'altra un personaggio locale influente, Tucker, sta reclamando dei soldi che Evans gli deve, e si rifà su di lui dandogli fuoco al granaio (Tucker punta a riavere la terra, visto che la ferrovia in costruzione passerà da lì, quindi lui potrebbe rivenderla e guadagnarci molto di più).
Potrebbe quindi essere un colpo di fortuna, il fatto che il famigerato bandito Ben Wade, che con la sua banda ha preso di mira i corrieri della Southern Pacific Railroad, proprio la compagnia che sta costruendo la ferrovia di cui sopra, stia agendo nelle vicinanze. Dan ed i figli assistono da lontano ad un assalto della banda di Wade ad un corriere, vengono da lui localizzati, gli prestano forzosamente i cavalli, con la promessa che li ritroveranno più avanti; gli stessi Evans, soccorrono successivamente Byron McElroy, un vecchio ma abile cacciatore di taglie che ormai ha un conto in sospeso con Wade. Giunti in città, Dan è fondamentale nella cattura di Wade, quindi gli viene offerta una cifra ragguardevole (200 dollari), da Grayson Butterfield, proprio il rappresentante della Southern Pacific, per scortare, assieme ad un gruppo di volontari (c'è anche Tucker), Wade fino alla vicina cittadina di Contention, dove il fuorilegge verrà messo sul treno diretto a Yuma, sede di un carcere sicuro. Dan accetta, e sorprendentemente, il viaggio farà crescere il mutuo rispetto tra lui e Ben Wade.

Remake dell'omonimo film del 1957 con Glenn Ford, Quel treno per Yuma mi è parso l'ennesima dimostrazione di come Mangold, da grande promessa (Ragazze interrotte) si sia trasformato in uno di quelli che amo definire "manovale della macchina da presa al servizio di Hollywood" (Quando l'amore brucia l'anima). Assolutamente non un brutto film, la storia ha respiro epico soprattutto perché, pensate un po', esce dalla penna di Elmore Leonard (da suoi racconti sono stati tratti Get Shorty, Be Cool, Justified, Out of Sight, Jackie Brown e altri), è pure estremamente ben girato, e perfino recitato in maniera decente (ma non eccelsa). Quindi, dov'è il problema? Non è abbastanza, solo questo, perché insomma, se proprio si deve fare un film western ai giorni nostri, ci vorrebbe qualcosa in più. Di certo, però, meglio questo che Cowboys & Aliens.
Nel cast, oltre a Russell Crowe (Ben Wade) e Christian Bale (Dan Evans), troviamo Logan Lerman (William Evans), visto in Noi siamo infinito, Dallas Roberts (Grayson Butterfield), visto in The Good Wife e The Walking Dead, Ben Foster (Charlie Prince), visto in Six Feet Under e in The Messenger, nientemeno che Peter Fonda (Byron McElroy), Vinessa Shaw (Emma Nelson), che come sapete a me attizza, Alan Tudyk (Doc Potter), buffo vederlo qui dopo la sua parte in Suburgatory, Gretchen Mol (Alice Evans), Luke Wilson (Zeke). Tutti al minimo sindacale, come recitazioni.

20130615

The Place Beyond the Pines

Come un tuono - di Derek Cianfrance (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Handsome Luke, Luke il bello, è un eccezionale pilota di moto, soprattutto da cross. Lavora in un Luna Park, dentro il Globo della morte (una sfera di metallo di alcuni metri di diametro, dove dentro si incrociano a tutta velocità, e naturalmente in tutte le direzioni, tre motociclette): lui è il più bravo, l'attrazione principale, gli adolescenti impazziscono per lui, le mamme sgranano gli occhi. Ma è una vita un po' di merda, da emarginato. Un po' come un marinaio, in ogni luogo dove il Luna Park si ferma, Luke ha una donna. A Schenectady, c'è Romina, figlia di immigrati ispanici, che fa la cameriera. Luke, un anno dopo esser stato con lei, neppure si ricorda il suo nome. Lei gli fa una visita a sorpresa, sembra dovergli dire qualcosa, ma non lo fa. Dopo un altro lungo lasso di tempi, il Luna Park torna a Schenectady, e Luke si ricorda di Romina, la cerca, e scopre che la cosa che lei voleva dirgli era che aveva avuto un figlio da lui. Luke, destabilizzato completamente da questa notizia come un fulmine a ciel sereno, ci pensa un po', e poi decide, nonostante le riluttanze di Romina, e nonostante il fatto che lei, il figlio e la di lei madre abitino nella casa del fidanzato ufficiale di Romina, Kofi, che vuole entrare a far parte della vita di lei e di Jason, loro figlio. Lascia il Luna Park, e cercando un lavoro qualsiasi, si imbatte in Robin, un meccanico che ha un'officina in mezzo al nulla, appassionato di motori e di moto, un altro emarginato come lui. Robin gli dà un lavoro e un posto dove stare (non vi illudete, una squallida roulotte), ma è poco per mantenere una famiglia; e allora, i due insieme alzano la posta: si mettono a rapinare banche, sfruttando l'abilità da pilota spericolato di Luke. Quando Robin si ritira, Luke insiste, e continua da solo. La sua strada si incrocia allora con quella di Avery, un giovane padre di famiglia, figlio di un politico. Avery fa il poliziotto di pattuglia, e non è neppure un cuor di leone. Ma si ritrova in mezzo all'inseguimento di Luke, e, quasi per caso, diventa un eroe.

Film decisamente strano questo di Cianfrance, regista che avevo conosciuto con Blue Valentine, altro oggetto strano che però avevo amato molto. Ve ne voglio parlare in maniera diffusa, e vi avverto subito che userò in toto la mia democristianità. Perché riconosco che The Place Beyond the Pines (l'unico luogo che serve da rifugio per i protagonisti) è un film ambizioso, perché Derek Cianfrance dimostra di essere un regista "da Sundance" ma capace di volare alto, e perché sono sicuro che in futuro ci regalerà almeno un capolavoro. Però bisogna essere critici, soprattutto con chi ci sta a cuore. E allora.
Il film è quasi due film, se non tre. La prima parte dedicata a Luke e alla sua paternità improvvisa, e l'impossibilità di essere "normale", la seconda su un eroe per caso (Avery, un Bradley Cooper che lavora per sottrazione e riesce, quantomeno in questa parte, a risultare convincente) che si ritrova dentro un ingranaggio più grande di lui, la terza che potremo ulteriormente dividere in due: la dimostrazione che mediocri come Avery possono diventare potenti semplicemente calpestando le regole, e il fardello del passato, che ci insegue fino alla resa dei conti. Vi rendete conto da soli che, se da una parte sembra di parlare di Lars Von Trier, dall'altra siamo davanti ad un film al quale va riconosciuto un grande lavoro di scrittura, un film importante, di sicuro non facile. Tra l'altro, la storia si avvale di un cast ampio, e le prove, non solo quelle dei protagonisti principali, sono di tutto rispetto.
Non è finita: c'è anche una colonna sonora, curata niente popo' di meno che da Mike Patton, che risulta decisamente interessante, sicuramente fuori dalla norma, anche questa.
Eppure, ci sono diverse cose che non funzionano alla perfezione. Perché, naturalmente, di cose ce ne sono dentro troppe, troppe emozioni, spesso telefonate, che perdono di spontaneità. La disperazione, che tiene insieme tutte le parti del film, sembra svuotata di profondità, non riesce a toccare davvero fino in fondo il cuore dello spettatore.
E' un film che di sicuro dividerà i giudizi di quelli che lo vedranno, o che lo hanno già visto. Quindi, se ancora non lo avete fatto, siete avvertiti. A me è piaciuto così così (e nonostante ciò aspetto in gloria il prossimo film di Cianfrance), ma voi potreste amarlo. Oppure odiarlo.
Eva Mendes (Romina) è bella e anche brava. Ben Mendelsohn (Robin) è straordinario. Rose Byrne (la moglie di Avery) fa la sua parte senza strafare. Ray Liotta (il collega anziano di Avery) sembra destinato a fare sempre la stessa parte, ma la fa sempre da dio. Emory Cohen (AJ, il figlio di Avery, era in Afterschool) è una sorpresa positiva; mentre di Dane DeHaan (Jason adolescente, 26 anni e già una filmografia interessante, la prima volta l'abbiamo visto in In Treatment stagione 3 e già era stato impressionante) non dubitavo.
Se di Bradley Cooper ho già detto, di Ryan Gosling (Handsome Luke) posso dirvi che recita un po' alla Drive, e ancora una volta fa centro: se ricorderete qualcosa di questo film, anche negli anni a venire, ricorderete lui, con quella faccia un po' così, e con la t-shirt di Ride the Lightning dei Metallica (quante citazioni per questo album in questi ultimi mesi, dopo quella della irresistibile battuta ne Il lato positivo) con le maniche tagliate.

20130614

proprio come una donna

Just Like a Woman - di Rachid Bouchareb (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Chicago periferica. Marilyn, thirty-something (ma il film ce la vorrebbe spacciare per almost thirthy) statunitense purosangue alta e bionda, tira avanti come può: fa la segretaria/receptionist/magazziniera, ma ha un sogno nel cassetto. La sera prende lezioni di danza del ventre, le piace, ci mette tutta se stessa, ed è pure bravina. A casa però c'è il marito Harvey: ha perso il lavoro, e pare non fare granché per trovarne un altro. Vicino a lei abita Mona, un poco più giovane, di origini egiziane, mora, pelle olivastra, capelli come la pece. E' sposata con Mourad, altro immigrato di seconda generazione, pacato (pure troppo): i due possiedono un piccolo emporio nel quartiere. La loro tranquillità, però, è negata dalla madre di lui, che esige un nipote per perpetrare la stirpe, e mette in croce la nuora perché non resta incinta. Mourad lascia che la madre tiranneggi la moglie, senza intervenire troppo, per il quieto vivere; o almeno, così lui crede, ma ogni tanto, con Mona, gli scappa detto che vorrebbe la madre morta.
Marilyn, la più brava del suo corso, viene continuamente incoraggiata dall'insegnante, Peter, per iscriversi ad un contest di danza del ventre che si svolge a Santa Fe, nel New Mexico: chi vince, sarà assunto in pianta stabile da una compagnia di danza che gira il mondo. Marilyn non ne è convinta, ma soprattutto, causa la situazione, si perita a dirlo ad Harvey. Un brutto giorno, arriva a lavoro, e scopre di essere stata licenziata su due piedi, causa la crisi. Torna a casa incazzata nera, e sorprende Harvey a letto con un'altra donna. Senza neppure farsene accorgere, prende le sue cose, sale sulla sua auto, e parte per Santa Fe.
Quasi nel frattempo, in casa di Mona si consuma una tragedia. Nervosa come sempre perché la suocera le urla di portarle le medicine, che sono diverse, le cade tutto in terra. Senza pensarci troppo, senza rendersi conto che quelle medicine così diverse sono in effetti, tutte uguali esteticamente, le raccoglie alla bell'e meglio, e le porta alla suocera. La mattina seguente, la madre di Mourad è morta a causa del cocktail di medicine. Mentre lui sale sull'ambulanza con il corpo ormai esanime della madre, Mona si rende conto di quello che è accaduto, prende poche delle sue cose, e fugge alla stazione dell'autobus.
Alla prima fermata, casualmente, vede Marilyn che si era fermata per una pausa. La chiama, e Marilyn, vedendola disperata, senza neppure chiederle perché si sta allontanando da casa, la prende con sé nel suo viaggio della speranza e della disperazione.

Forse è vero che il nuovo film di Bouchareb soffre di approssimazione, di schematismo, e pare, in certi momenti, quasi tirato via da quanto è breve. Forse. A me è piaciuto un sacco, e magari sono io il problema, ma mi pare che in quella sua brevità, in quell'ora e mezzo scarsa ci stia dentro tutto. Ma proprio tutto eh, e senza far troppo chiasso.
Just Like a Woman, che ha avuto una première televisiva su Arte, potremmo definirlo come il primo film americano del regista franco-algerino; pare che lo stesso regista abbia dichiarato che questo sarà il primo pezzo di una trilogia sulla relazione tra il mondo nord americano e quello arabo. Nella sua semplicità, nel suo andare dritto al punto, tagliando il superfluo, mi p sembrato estremamente onesto. Sappiamo che Bouchareb è capace di fare film quasi kolossal (Uomini senza legge), anche per la durata, così come lo è di essere stringato (London River), senza però perdere di potenza; magari è solo la "lontananza da casa" che lo rende spicciolo. Come che sia, e con tutti i difetti sia di approssimazione, sia di (qualche) recitazione, mi sento di raccomandarvi Just Like a Woman come un film leggero ma non troppo divertente, e che però ha qualcosa da dire. In quella sbrigativa "punizione" alla bianca (Marilyn, interpretata da Sienna Miller, forse non perfettamente in parte, ma dopo aver visto il trailer in lingua originale, propendo verso la teoria che il doppiaggio l'abbia penalizzata) che balla la musica "strana", nelle espressioni malinconiche di una sempre più splendida Golshifteh Farahani (Mona; l'abbiamo ammirata in Pollo alle prugne, ma ancor di più in About Elly. Nonostante abbia le sopracciglia come Elio - e le storie tese -, la trovo irresistibile. Quando ha i capelli stirati che je farei), c'è un mondo che deve ancora imparare anche semplicemente a dialogare. E se non si dialoga, non c'è progresso.
Sempre impeccabile Roschdy Zem (Mourad), faccia indimenticabile e attore quasi onnipresente nei film di Bouchareb. Tra l'altro, il regista dimostra di riuscire sempre a tirare fuori il meglio dei luoghi dove gira (vedere i campi lunghi), e di saper perfettamente dove piazzare la telecamera. Ma questo lo sapevamo già. Comincio a pensare, solo adesso, dopo aver letto critiche spietate a questo film, che troppi ammiccamenti (di certo non da parte sua, probabilmente da parte della distribuzione internazionale, vedi le varie locandine) a Thelma e Louise abbiano decisamente fuorviato chi vi ha cercato troppe assonanze. L'essenza di Just Like a Woman sta da tutt'altra parte, e non è neppure troppo difficile da cogliere.

20130613

separati alla nascita

Stellan Skarsgard, attore
Jerry Cantrell, musicista
Siamo proprio sicuri che Jerry non sia l'ennesimo figlio di Stellan? Peccato che ci siano "solo" 15 anni di differenza, perché guardate che gli somiglia molto più lui di Alexander (True Blood) o di Gustaf (Vikings).

20130612

Valar Morghulis

Game of Thrones - di David Benioff e D.B. Weiss - Stagione 3 (10 episodi; HBO) - 2013



A Nord della Barriera, i White Walkers lasciano vivi pochissimi Nightwatchers. Jon Snow è ancora prigioniero di Ygritte e dei wildlings; viene condotto al cospetto del loro comandante, Mance Rayder. Apparentemente, Jon diserta i guardiani, e si unisce all'armata di Mance.
A King's Landing, Tyrion, il vero eroe di Blackwater, è stato incarcerato, mentre recupera dalla bruttissima ferita rimediata in battaglia. Lord Tywin, divenuto Hand of the King di suo nipote, sta gestendo a modo suo l'intero dopo-guerra. Sansa, servita da Shae, viene avvicinata da Littlefinger, che si offre di portarla con sé verso Nord, appena possibile. Lady Margaery si dimostra abilissima a gestire re Joffrey e, contemporaneamente, il popolo; Cersei, nei suoi confronti, è in visibile affanno.
A Dragonstone, dopo una lunga peripezia, Ser Davos, suscettibile dopo la perdita dell'amato figlio, viene incarcerato dallo stesso suo signore Stannis, per aver cercato di attaccare Melisandre, che nonostante la sconfitta, tiene ancora in pugno il pretendente al Trono.
Ad Harrenhal, Robb Stark anziché combattere le truppe dei Lannister, trova un massacro, compiuto sui prigionieri da Gregor Clegane. Nelle sue stesse truppe, monta il malcontento per il gesto compiuto da sua madre Catelyn, che ha lasciato fuggire Jaime Lannister. Roose Bolton sembra cavalcare questo stesso malcontento.
Sempre nel Nord, Bran Stark e la sua piccola truppa, Hodor, Osha e Rickon, prosegue il cammino verso la Barriera. Nei suoi sogni sempre più frequenti e "reali", il corvo a tre occhi diviene una presenza fissa, insieme ad un ragazzo che gli spiega che lui stesso, Bran, è il corvo, e per questo non può ucciderlo. Poco dopo, questo ragazzo si palesa in carne ed ossa.
Nel frattempo, Theon Greyjoy viene fatto prigioniero e torturato da un gruppo non meglio identificato. Arya viaggia ancora insieme a Gendry e ad Hot Pie; i tre vengono avvicinati da Thoros di Myr e dai suoi uomini, i Brotherhood without Banners. Mentre li conducono in una locanda per mangiare, si imbattono in Sandor Clegane (il Mastino), che rivela a tutti l'identità di Arya. La strana coppia Brienne di Tarth e Ser Jaime Lannister continua invece la discesa verso King's Landing, ma dopo un duello tra di loro, vengono catturati da Locke, che risponde a Lord Roose Bolton.
Al di là del Mare Stretto, Daenerys, mentre vede crescere a vista d'occhio i suoi draghi, si dimostra scaltra nel mettere insieme un esercito enorme, e decide di porre fine alla schiavitù ovunque si rechi.

Game of Thrones, o Il Trono di Spade nella versione italiana (e mi perdonerete se nel riassunto ho sovrapposto i vari nomi, usandoli nella forma che ritengo più bella e suggestiva), è ormai divenuto un fenomeno popolare. La versione italiana su Sky Cinema va in onda dopo poco rispetto alla messa in onda statunitense, e i fan diventano un esercito. Un motivo ci sarà, e chi segue fassbinder è testimone che chi vi scrive lo sosteneva fin dall'inizio, con grande enfasi, enfasi che ho continuato ad usare nel prosieguo. Grandi polemiche, in rete, naturali quando un fenomeno diventa di dominio pubblico; lettori dei libri dai quali la saga è tratta che criticano la trasposizione televisiva, altri che spoilerano gli avvenimenti salienti degli episodi seguenti, non lettori che si lamentano della lentezza del dipanarsi degli eventi. Miscredenti, una parola sola. Nient'altro.
Game of Thrones è intreccio e complessità. Con la lentezza di certi episodi, uno si aspetterebbe di annoiarsi a morte. Come in certi serial statunitensi, senza fare nomi. E invece uno si ritrova a guardare i titoli di coda sorpreso, pensando che mancasse ancora mezz'ora alla fine dell'episodio. 
Game of Thrones è "pensavate che in The Wire ci fossero troppi personaggi (qualcuno lo sostiene e ci scherza in Cougar Town)? Qui avrete qualche ulteriore problema!".
Game of Thrones è dracarys! (e crowd surfing medievale)
Game of Thrones è la greyscale, la scalata alla Barriera, l'orso (e la bella fanciulla), valar morghulis (tutti gli uomini devono morire) e valar dohaeris (tutti gli uomini devono servire).
Game of Thrones è date un Emmy subito a Nikolaj Coster-Waldau (Jaime Lannister, personaggio che durante questa stagione finalmente si racconta, e quindi impariamo a vederlo con i suoi occhi, anziché con quelli degli altri come avevamo fatto fino ad ora - discorso lungo, ma grazie all'amico Massi posso brevemente dirvi che i libri sono scritti come se i vari personaggi parlassero in prima persona, e Jaime solo durante questo libro/stagione comincia ad essere uno dei personaggi che parla in prima persona, mentre fino ad ora avevamo sempre "visto" The Kingslayer attraverso gli occhi degli altri), e l'esplosione, sempre in questa stagione, di Daenerys Targaryen (una sempre più convincente Emilia Clarke; se penso, soprattutto dopo questa stagione, che in realtà l'attrice che recitava nella sua parte nel pilot originale era un'altra, mi vengono i brividi), che si rivela come una donna destinata, in qualche modo, a regnare (ormai soprannominata Dany la comunista per il suo disegno di eliminare la schiavitù in ogni dove).
Game of Thrones è fatto di location meravigliose, effetti grandiosi, grande fotografia, recitazioni da manuale e regie che volano decisamente alte; alcune scene sono già leggenda. Sarà veramente dura attendere dieci, lunghi mesi, per la prossima stagione, la quarta. 
Epico come pochi, ha una potenza inaudita. Chi non lo capisce, peggio per lui.

Chi è arrivato fin qui, sicuramente ha già visto la stagione. Chi c'è arrivato per caso, non clicchi. Io, vi giuro, mi commuovo ogni volta che la rivedo.

20130611

il diavolo ha messo dinosauri qui

The Devil Put Dinosaurs Here - Alice in Chains (2013)

So che passerò, per l'ennesima volta, per snob, e stavolta purtroppo anche un po' per dinosauro (auto-definizione di chi preferibilmente rimane ancorato a grandi band del passato, spesso nelle formazioni originali, o comunque di maggior successo di critica), ma questo secondo lavoro della band di Seattle nella nuova formazione con William DuVall alla voce, suona, per l'ennesima volta dopo il precedente Black Gives Way To Blue, come una fotocopia sbiadita dei dischi più belli che gli Alice in Chains pubblicarono quando Layne Staley era ancora vivo.
Sonorità fotocopia, voce fotocopia, struttura delle canzoni identica, andamento identico. Se proprio si vuole cercare qualcosa di diverso, lo si può trovare nel suono complessivo, leggerissimamente modernizzato (ma neppure troppo), giusto quel tocco per stare al passo con i tempi.
E' facile da dire, capisco, ma se gli AIC con Staley non fossero mai esistiti, probabilmente ci stupiremmo dinnanzi a questi.
Così come il precedente, ancora una volta, l'impressione è di non trovarsi assolutamente di fronte ad un brutto disco. Allora, qualcuno può domandarsi, dove sta il problema? E' presto detto: non c'è, lungo tutto la durata di The Devil Put Dinosaurs Here (a proposito di dinosauri), un solo pezzo, che sia uno, che ti rimane in testa. Sono tutte nenie che dimentichi perfino dopo 5 o 10 ascolti (provare per credere). E no, non sono adatte ai giorni di pioggia.