No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20110531

Alezioni

Partiamo con la cosa secondo me più clamorosa. Le dichiarazioni di Berlusconi sul voto, soprattutto di Milano e Napoli. In pratica, ha detto che i milanesi devono pregare che non gli accada qualcosa di brutto, e che i napoletani se ne pentiranno.
Tenete presente, nel caso foste stati in coma vegetativo fino ad oggi, che Silvio Berlusconi, oltre che proprietario di mezzo Paese, è il Presidente del Consiglio dei Ministri italiano. E sta parlando dei nuovi sindaci di Milano e Napoli, due delle città più grandi, importanti, storiche e rappresentative dell'Italia, ognuna alla sua maniera.
Questa mancanza di senso istituzionale, oltre che la consueta, semplice, maleducazione, potrebbe, nelle menti più rilassate, innescare una riflessione ulteriore: questa persona non riflette, quando gli chiedono qualcosa lui spara la prima cosa che gli passa per la mente.
Ora, in un Paese normale, cosa si chiederebbe ad un politico? Facciamo un passo indietro: come è nata la politica, come sono nate le cosiddette classi dirigenti, persone che non hanno bisogno di faticare per guadagnarsi la vita? Queste cose sono nate poco dopo che l'essere umano, da cacciatore/raccoglitore, quasi sempre nomade, è diventato stanziale, ha appreso l'arte dell'agricoltura, l'ha affinata, si è trovato in luoghi dove ha avuto la fortuna di avere intorno a sé degli animali che si prestavano alla domesticazione, ha, in pratica, cominciato a produrre più di quello che gli serviva. Si sono create così le condizioni per prosperare: un certo numero di persone si sono trovate nella condizione di non dover più faticare per avere sostentamento, si sono create le classi sociali, di conseguenza qualcuno si è dedicato allo studio, alla riflessione, all'amministrazione della cosiddetta Cosa Pubblica.
Ad un politico, quindi, si chiede di riflettere. Di pensare a cosa è meglio fare per il futuro di una nazione. La dimostrazione più evidente di quanto Silvio Berlusconi non sia adatto a governare e a governarci, sta tutta in quelle piccole, ma significanti dichiarazioni.

Detto questo, quelli che mediamente la pensano come me sono ovviamente contenti. Si dice, è un segnale di cambiamento, il vento è girato, eccetera. Sicuramente. Però, riflettiamoci sopra, anche se c'abbiamo da lavorare.
Ho visto Bersani, segretario dell'evanescente PD, fare battute (Abbiamo pareggiato 4 a 0), dimenticandosi che, in due casi su quei quattro, e cioè a Milano e a Napoli, nel primo caso, quando Pisapia vinse le primarie, non essendo PD, Bersani è stato vicino al suicidio, mentre a Napoli, il nuovo sindaco De Magistris, uomo di Di Pietro, ha stracciato il candidato del PD al primo turno, e se a Napoli la richiesta di cambiamento c'è, è quella di mandare a casa lunghi anni di gestione PD, anche quelli di Bassolino, che pure mi pareva persona seria. Quindi, fossi in Bersani farei quello che, come dicevo prima, si richiede ad un politico, perché mi sa che ha mal interpretato il messaggio che arriva quantomeno dalle elezioni dei sindaci di due importantissime città.

Altri protagonisti, quindi, dimenticati i Grillini dei risultati interessanti dei primi turni, sono Vendola e Di Pietro.
Forse ve l'ho già detto. Vendola non lo capisco. E questa cosa è ancor più singificativa, se vi giuro che ieri, quando ho visto un piccolo stralcio del suo mini-comizio in piazza Duomo a Milano, ho pianto, mi sono commosso, era coinvolgente, energico, lui singhiozzava quasi, in preda a quei tic corporei che lo contraddistinguono. Poi, ho ripensato a cosa aveva detto: in pratica, niente, a parte retorica contrassegnata da riferimenti colti ("La Milano dei sepolcri imbiancati" e cose così). E ogni volta penso a uno così che parla davanti agli operai minacciati di cassa integrazione, e all'effetto che gli può fare.
Di Pietro: che dire di lui, se non che, un po' come Abatantuono quando fa la macchietta, è uno che piega l'italiano al suo pensiero, e non viceversa? Però, come ho già segnalato più volte, seppure non sempre mi piacciano i suoi toni, l'IDV è stata l'unica forza politica che, alla presentazione dell'ultima Finanziaria, ha presentato una Finanziaria alternativa e dettagliata.
Ecco: la politica. La cosa di cui ha bisogno il Paese, e con lui i cittadini.

Questo post vi potrà sembrare pessimista: in effetti, lo è. Come vi dissi dopo le ultime elezioni governative, è un po' come se mi fossi esiliato rimanendo nel mio Paese, che non amo proprio per la sua politica ed i suoi politicanti, oltre che per un bassissimo senso civico diffuso.
Però una cosa me la auguro: che i milanesi, e, perdonatemi, soprattutto i napoletani, possano conoscere un periodo splendido, e che abbiano le amministrazioni degne che si meritano, per vivere quelle due splendide città al meglio.
Usando un francesismo, in culo a chi gli vuole male.

lupi


Wars Of The Roses - Ulver (2011)

Ascoltando questo disco, mi prende ogni volta il rimorso di non aver ascoltato gli Ulver fin dagli inizi della loro carriera. I norvegesi, il prossimo anno compiranno 20 anni come band, ed hanno compiuto un cammino che dal black metal è arrivato, al momento, ad un art rock (Un'etichetta che è un po' come americana, naturalmente in tutt'altro campo, c'è dentro di tutto e di più) elettronico e sperimentale, raffinato e dalle sfumature cupe, passando attraverso la drum'n'bass ed il folk.
La bellezza di alcuni pezzi di questo Wars Of The Roses è a tratti soverchiante: l'iniziale February MMX sembra un pezzo degli Amplifier con meno chitarre, Providence è una sorta di suite che parte romanticamente [Ma con un duetto tra Siri Stanger, una cantante pop norvegese che, da solista, fa delle cose ridicole, all'attivo anche un duetto con Wyclef Jean - Losing My Mind - e Attila Csihar, un pazzo ungherese che qualcuno conoscerà per aver militato nei Tormentor, nei Mayhem, negli Aborym e collaborato con i Sunn O)))], poi diventa una fuga free jazz, poi ancora un pezzo ambient da colonna sonora di film horror. Pazzesco e geniale. Provatelo.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind


Se mi lasci ti cancello - di Michel Gondry (2004)


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: bellabbestia!

Joel si sveglia depresso e con la memoria sottosopra; decide di non andare a lavorare e, nonostante la brutta stagione, di andare sulla spiaggia, non sa bene nemmeno lui perchè. Durante il viaggio di ritorno, incontra Clementine, estroversa e disinibita, tutto il contrario di lui; eppure, gli sembra di conoscerla già, e anche piuttosto bene. Scoprirà poco a poco la verità, e sarà dura da affrontare.


Dalla penna formidabile di Charlie Kaufman, con la regia nervosa e spavalda di Michel Gondry e con un cast validissimo e in gran forma, questo è sicuramente uno dei film più sorprendenti del 2004.

La narrazione cronologicamente al contrario è qui strettamente funzionale alla storia, e non quindi per un vezzo. L'argomento è non tanto l'amore, ma il coraggio di affrontare le storie, l'equilibrio di accettare che possono finire, ma soprattutto la bellezza dei ricordi.

Chiunque può riconoscersi in questa storia, con le proprie paure e le proprie contraddizioni. Citazioni d'obbligo per il cast, soprattutto Kirsten Dunst segretaria presa in giro, Mark Ruffalo versione Frankie Hi NRG, e gli straordinari Kate Winslet e Jim Carrey.

PS per musicofili; nei "ricordi" di Joel si intravede il cd di Tom Waits "Rain Dogs"; la scena nella quale Joel e Clementine parlano di questo cd sul treno è stata tagliata.

20110530

ultima notte


Last Night On Earth - Noah And The Whale (2011)

Terzo disco per i cocchi dei registi cinematografici Noah Baumbach (Per la sezione gossip: è l'ex marito di Jennifer Jason Leigh) e Wes Anderson, ed ex band di Laura Marling.
A me ricordano i vecchi e gloriosi, non molto conosciuti, Hothouse Flowers (Ancora attivi, e mica lo sapevo!), ma il disco non mi ha fatto, e continua a non farmi una buona impressione. Sento scopiazzamenti palesi e finto indie-folk, sento ricerca ruffiana di melodie buone per compiacere un po' di pubblico in più, ma senza costrutto e soprattutto, in maniera molto scontata.
Ascoltate, ad esempio, il secondo singolo Tonight's The Kind Of Night. E' Baba O'Riley edulcorata e resa una merda. E potremmo andare a sezionare quasi tutto il disco in questa maniera, anche un po' noiosa.
Un disco molle e quasi irritante.

Bourne 1


The Bourne Identity - di Doug Liman (2002)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: occhié lulì?

Uno sconosciuto viene ripescato nel mar Ligure, vicino al confine francese, e viene recuperato da un peschereccio che fa base ad Oneglia. Il capitano gli estrae due pallottole dalla schiena, quando lo sconosciuto si risveglia non riesce a ricordare chi è e come è finito lì. Aiuta i pescatori fino al ritorno al porto, dopo di che, avendo ritrovato tra le sue cose (aveva una sorta di chip sotto pelle) un numero di conto di una banca svizzera, con niente in tasca, si reca in Svizzera.
Nella cassetta di sicurezza collegata a quel numero, lo sconosciuto ritrova un sacco (letteralmente) di soldi (in monete varie), una pistola e un numero considerevole di passaporti, di varie nazionalità, con la sua foto, ma con nomi via via diversi. Quello statunitense dice che lui si chiama Jason Bourne.
Si reca all'ambasciata USA, ma lì si rende conto che qualcuno lo sta inseguendo. Fugge, e man mano che si muove, si rende conto lui stesso di avere una preparazione fisica invidiabile, e capacità di combattimento estremamente valide. Mentre fugge, decide di seguire un'altra pista: un indirizzo di Parigi, dove ha una residenza questo Bourne. Non sa come arrivarci, ma mentre è sul retro dell'ambasciata vede Marie, una ragazza tedesca che aveva intravisto litigare con un addetto, sempre dell'ambasciata; la ragazza sta salendo sulla propria auto. Le offre dei soldi, molti, per dargli un passaggio fino a Parigi. La ragazza, che evidentemente non ha niente da perdere, accetta.

Il regista di Swingers, poi passato a ben altre produzioni, dirige un film muscolare e basato su una sorta di "azione continua", liberamente tratto dal romanzo omonimo (ma tradotto in Italia come Un nome senza volto) di Robert Ludlum. Il film ha un tasso di implausibilità piuttosto alto, e, appunto, basa tutto sull'azione e soprattutto, sulla messa in scena di sequenze altamente spettacolari e tecnicamente impressionanti. E' chiaro che ogni regista che gira un inseguimento in auto, fa riferimento a Il braccio violento della legge, ma naturalmente, le tecniche ed i mezzi in più, in mano ai registi contemporanei, spostano ogni volta un po' più su l'asticella, ed in effetti, la sequenza dell'inseguimento per le strade di Parigi lascia il segno.
Matt Damon è il protagonista, ed ogni volta che c'è lui mi ritrovo a pensare come sarebbe stato il film in questione con un altro attore, anche solo vagamente più espressivo, e fortunatamente accanto a lui c'è Franka Potente, attrice tedesca ormai famosa dappertutto, che risulta sempre sexy senza essere forzatamente nuda, o atteggiarsi più di tanto. Adatta, fin dalle sue prime uscite cinematografiche, anche ai film d'azione, è lei la stella di questo film, che darà il via ad una serie.

20110529

brucia la città


Burn Your Town - The Chapman Family (2011)

Ed eccoci per l'ennesima volta di fronte alla next big thing inglese, naturalmente esaltatissima dalla stampa, indovinate un po', inglese. A dire il vero, non tutta. E' un disco ottimamente prodotto, questo debutto dei ragazzi di Stockton-on-Tees, che del resto, nella storia, ha prodotto tutta roba buona (Esempio: il parmo. Naturalmente, sono ironico). La sezione ritmica ha un buon tiro (All Fall), la voce di Kingsley Chapman è volutamente a metà tra il crooner e tutti gli pseudo-imitatori di Ian Curtis, la chitarra fa il suo dovere.
Ma, l'impressione che ho avuto, è che più si ascolta il disco, e più quelle briciole di originalità che ti pareva di aver percepito qua e là nei primi ascolti, si disintegrano. Anxiety sembra un pezzo degli Strokes coverizzato dai White Lies. E tutta una serie di band inglesi, odierne o storiche, longeve o durate un attimo, si materializzano man mano che le tracce scorrono.
Io ritengo siano un grande bluff.

Cum mi-am petrecut sfârșitul lumii


The Way I Spent the End of the World - di Catalin Mitulescu (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: conosce' per capi'

Romania, periferia di Bucarest, fine anni '80. La famiglia Matei vive le difficoltà di tutti i rumeni, sperando in un futuro migliore, magari senza Ceauşescu. La figlia grande Eva, alla quale il figlio molto più piccolo Lalalilu vuole un bene dell'anima, di carattere forte e dall'intelligenza brillante, insieme al fidanzato Alexandru, rompe accidentalmente un busto del dittatore, e viene espulsa per essere poi riammessa alla scuola tecnica, cosa che in Romania in quei tempi rappresentava scendere un gradino nella scala sociale. Tutto ciò accade per la codardia di Alexandru; nel contempo, il padre dello stesso ragazzo diventa "referente" di quartiere del partito (una spia, in pratica), e questo allontana i due.
Alla scuola tecnica, Eva conosce e prende in simpatia Andrei, all'apparenza lo scemo del villaggio, in realtà una persona schiva ma sveglia, ed insieme a lui mettono a punto un piano per fuggire verso l'Italia, attraverso la Bulgaria e i Balcani. Nel frattempo, Lalalilu, dispiaciuto per l'espulsione di Eva dalla scuola e dal suo litigio con Alexandru, addossa tutta la colpa al partito, e progetta di uccidere direttamente Ceauşescu.


Buon debutto per il rumeno Mitulescu, con un film dall'atmosfera molto kusturiciana: dramma e melodramma, risate e tristezza, tempi duri affrontati con uno sberleffo da gente forgiata dalle difficoltà. Forse dovrà mettere a punto il modo di miscelare meglio i due estremi, ma alla fine, pur non essendo un film imperdibile, mi è parso un buon punto di partenza.

Nel disimpegnarsi discretamente con la macchina da presa, è aiutato da una buona fotografia, ma soprattutto da un cast ben amalgamato, con tutti che recitano naturalmente, e che il regista dirige ottimamente. Spettacolari i due protagonisti: Timotei Duma, Lalalilu, è un piccolo promettente, mentre Doroteea Petre (Eva), che qualcuno in Italia conoscerà per averla vista in Mar Nero di Federico Bondi, è una certezza. Bella, espressiva, intensa, non per niente per questo film vinse il premio speciale della giuria a Cannes nel 2006.

Film non uscito in Italia.

20110528

l'ascesa di Surtur



Surtur Rising - Amon Amarth (2011)






Ottavo disco per gli svedesi che hanno preso il nome da un luogo dell'immaginario universo creato da JRR Tolkien. Disco massiccio e monolitico, è caratterizzato da una parte dal cantato di Johan Hegg, un growling selvaggio ed a tratti macchiettistico, e dall'altra da una pulizia tecnica notevole. Musicalmente, pur essendo una band (Melodic) death metal, i riferimenti all'heavy metal classico (Iron Maiden su tutti) sono indubbi, palesi ed apprezzabili, e si alternano con rocciose parti speed. Non ultima, la componente epic ha la sua parte.



Testi ispirati alla mitologia norrena (come si capisce già dal titolo, essendo Surtur o Surtr un gigante del fuoco di Múspell), musicalmente non sono il massimo dell'originalità, ma si lasciano ascoltare con un certo piacere da chi è avvezzo al metal e lo apprezza nelle sue varie sfaccettature.



Oltre a dieci pezzi originali, il disco è disponibile in più versioni, tra cui una con un dvd live della band, un'altra con la cover di Balls To The Wall degli Accept e di War Machine dei Kiss, un'altra ancora con la cover di Aerials dei System Of A Down.

dawn of the dead (again)


L'alba dei morti viventi - di Zack Snyder (2004)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: ma mi pare d'avello giàvvisto


Un film del quale non sentivamo assolutamente la necessità, scontato (nello svolgimento, visto che si tratta di un remake), e che aggiunge poco o niente a quello di Romero.

Almeno Danny Boyle, con il suo "28 Giorni dopo", partendo dalla stessa identica idea, aveva creato qualcosa di molto più interessante a livello psicologico.

Qui niente di niente, zero. La storia la sapete, misterioso virus fa "rivivere" i morti e si trasmette attraverso i morsi dei non-morti, i sopravvissuti (e non-morsi) si coalizzano per sopravvivere.

Un minimo di interesse solo sui titoli, testa e coda; su quelli di testa c'è "The Man Comes Around" di Cash, quelli di coda sono inframezzati dall'epilogo con camera a mano.

Risparmiare si può.

20110527

commissione della salsa



Hot Sauce Committee Part Two - Beastie Boys (2011)






Uno potrebbe pensare che sono dei buontemponi. E invece, il nuovo Hot Sauce Committee si chiama Part Two perché la Part One doveva uscire quando, nel 2009, ad Adam Yauch fu diagnosticato un cancro alla parotide. Quindi, i BB sostengono che la parte 1 uscirà in futuro; nel frattempo, sono andati avanti sulla parte 2. Amenità a parte, i tre ragazzi di NY, dopo lo strumentale The Mix-Up, e la paura per il fatto di cui sopra, tornano con un disco che se da una parte suona moderno, dall'altra non rinnega le radici; da un lato, si utilizzano in maniera ottima i sampler e l'elettronica, dall'altra sembra, a tratti, di sentire Check Your Head, forse il mio disco preferito dei Beasties.



Se vi dovessi dare un giudizio sintetico, vi direi che questo disco pompa di brutto, magari risultando antico. Ma è proprio così: divertente, ironico, stiloso, conserva il marchio di fabbrica e guarda avanti. Impreziosito da un paio di duetti sfiziosi, il primo con Nas su Too Many Rappers [New Reactionaries Version] (La prima versione era uscita nel 2009 come singolo d'anticipo alla Part One), un bel rap piuttosto duro e con una bella atmosfera, il secondo con Santigold su Don't Play No Game That I Can't Win, vagamente ragga, sicuramente catchy, il resto del mucchio non è da meno: Here's A Little Something For Ya, l'iniziale Make Some Noise (Terzo singolo), OK (Che ricorda un po' Intergalactic), Say It, forse la mia preferita, Lee Majors Come Again (Che sa, appunto, di Check Your Head, estremamente punk-rock, ma anche estremamente Beastie Boys), fanno di questo ottavo disco dei Beastie Boys un ottimo lavoro.

Dante e Virgilio



Inferno di Dante Alighieri, compagnia Down Theatre, Lo Scantinato, Firenze, sabato 30 aprile 2011






Pur non essendo un esperto di teatro, come vi dico sempre, ho trovato questo allestimento della compagnia fiorentina Down Theatre davvero interessante.



La scheda di accompagnamento ci dice che lo spettacolo fu messo in scena per la prima volta nel giugno del 2001 al Teatro Studio di Scandicci, dove vedemmo già due anni fa il loro allestimento di Notre-Dame de Paris, dopo di che ha avuto altre riedizioni e cambiamenti.



Stiamo parlando della Divina Commedia, più precisamente di alcuni Canti dell'Inferno (I, III, V, VII, IX, X, XIII, XIX, XXI, XXIV, XXVI, XXXII, XXXIII, XXXIV), messi in scena con un espediente a basso budget, ma di notevole impatto scenico ed emozionale.



A parte Dante e Virgilio, il resto del cast si trova letteralmente in mezzo agli spettatori, ed interpreta alternativamente qualche protagonista dei dialoghi tra Dante, Virgilio e i dannati, e l'ambientazione, o la moltitudine dei dannati. Eccoci quindi, in quanto pubblico, a stretto contatto con dannati dalla non poco vaga somiglianza con gli zombies, data da trucco e costumi, che, di volta in volta diventano Ulisse, le tre fiere, Caronte, il Conte Ugolino, Niccolò III, Farinata degli Uberti e Cavalcante dei Cavalcanti, Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, oppure la selva dei suicidi, con i dannati ridotti ad alberi, i simoniaci a testa in giù, e via discorrendo.



Luci correttamente basse, e spente completamente nei passaggi tra un canto e l'altro, prova corale lodevole, lo spettacolo è scorrevole e fortunatamente abbastanza raccolto, quindi non noioso, trova i suoi punti di massimo coinvolgimento nelle "apparizioni" di Ulisse (Canto XXVI) e del Conte Ugolino della Gherardesca (Canto XXXIII), non tanto però per le prove degli attori, che come detto, mi sono sembrate tutte degne di nota, quanto per la potenza del testo, giustamente immortale e sublime.



Bravi!

20110526

ed diablo

stanotte ho sognato il diavolo.
per la prima volta in vita mia. ho sognato il diavolo.
mi cercava e io cercavo di non farmi prendere, la cosa strana era che se l'avessi potuto vedere in faccia lui sarebbe morto. ma se lui mi avesse preso io sarei morto.
ho visto da vicino il suo bastone, con la testa d'ariete nera, cattiva.
ho visto la sua mantella nera, o forse era la sua ombra.
ho sentito la sua presenza.
mi sono spaventato veramente.

i vivi e i morti


The Living And The Dead - Jolie Holland (2008)

Prima che esca il suo nuovo disco (Ha già pubblicato un brano sul suo myspace), che si intitolerà Pint Of Blood e sarà il quinto, vi voglio parlare di questa ragazza (Classe 1975) nativa di Houston Texas, che annovera tra i suoi fans Tom Waits e Sage Francis, suona e canta country-rock tendente al roots ma ha perfino collaborato con Greg Graffin nel suo disco solista Cold As The Clay. Fondatrice delle The Be Good Tanyas (Band saccheggiata dai serial statunitensi, è lì che le ho conosciute, The L World, Weeds, Breaking Bad), le lascia appunto per dedicarsi ad una carriera solista che la vede alla ricerca di uno spicchio di originalità in un campo piuttosto battuto, grazie a collaborazioni importanti (Su questo disco M. Ward e Marc Ribot), un discreto songwriting e, soprattutto, una voce davvero bella, che col tempo impara a far vibrare e, quasi, volare, sempre di più. Disco non eccezionale ma pieno di belle canzoni, con piccole concessioni al mainstream.
Nuovo disco fissato per il 28 giugno 2011.

free


Liberi - di Gianluca Maria Tavarelli (2003)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: si stava mellio vando si stava peggio

Ancora un film che parla, o che comunque prende spunto, da un "dramma del lavoro"; preparatevi, perchè sarà un po' come con i film sull'Olocausto in passato e fino ai giorni nostri: prolifereranno.

La riflessione che ne scaturisce è proprio questa : il dramma dei nostri tempi è la disoccupazione, il cambiamento drastico del "mercato del lavoro". Come nel film, i genitori diventano come bambini, e i figli si ritrovano a dover fare loro da genitori. E tutto questo perchè, in questo caso, causa stabilimento che chiude, in intero paese si ritrova catapultato tra i "lavoratori socialmente utili".

Depressione, suicidio, disgregazione familiare, fanno da contrasto e sfondo alla voglia di vita del giovane protagonista, che, inerte spettatore all'inizio, si ritrova pedina fondamentale alla fine. Film acerbo per alcuni aspetti, leggero nell'affrontare le problematiche suddette, ma che aiuta ad inquadrare il problema.

20110525

la fine


The End - Gallhammer (2011)

Per chi non fosse pratico, le Gallhammer, ex trio giapponese, visto che la chitarrista originale, dal simpatico nome di Mika Penetrator, ha lasciato la band l'anno scorso, sono due ragazze terribili, Vivian Slaughter (basso e voce) e Risa Reaper (batteria e backing vocals), che hanno deciso di rimanere e di proseguire con il loro lavoro.
Questo The End è dunque il terzo disco, e come in passato mischia doom metal orientato verso il drone, non disdegnando alcuni pezzi tutti suonati con la batteria in blast beat, black metal, noise e crust punk.
Le tematiche sono depressive, alle ragazze piace, come si suol dire, sguazzare nel torbido, l'uso della voce (alternata tra growling gutturale, screaming acutissimo, e, in qualche pezzo, una vocina da bambinetta davvero fastidiosa) e la tendenza ad un doom ossessivo ne sono chiaro sintomo. Certo, la produzione è piuttosto povera, così come i suoni grezzi, ma è probabilmente una scelta. Tenete presente che, a parte il sax del pezzo conclusivo, 108=7,T-NA, e le voci, gli unici strumenti presenti sono appunto, la batteria ed un basso talmente distorto da sembrare una chitarra "ribassata".
Non è proprio il massimo, ma può interessare chi si interessa di generi estremi.

the machinist


L'uomo senza sonno - di Brad Anderson (2004)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: un emporta drogazzi...basta un dormì

Trevor lavora in un'officina meccanica tra torni e fresatrici, ha pochi amici, la barista dell'aeroporto e una prostituta, che frequenta regolarmente; ma ha un grosso problema: non dorme da un anno circa. E' sempre più magro, inappetente, distratto. Soprattutto a causa della distrazione, causa un incidente sul lavoro nel quale un collega perde un braccio; lui è convinto che sia stato un altro collega, Ivan, a distrarlo. Durante l'interrogatorio sull'incidente, i superiori negano che qualcuno che si chiama Ivan lavori per la società. Trevor inizia a sospettare qualcosa di strano.

Annunciato con grandi (e supponenti) paragoni, questo thriller psicologico dal sapore vagamente kafkiano, con un cast di tutto rispetto anche nei ruoli minori, non convince fino in fondo; invece di inquietare, nonostante la durata minima (90 minuti), dopo un po' annoia. Ci si aspetterebbero risvolti psicologici più profondi, ma anche il ventilato colpo di scena finale, tutto sommato, risulta un po' telefonato e, in ogni modo, una specie di déjà vu (come quelli del protagonista).

C'è però un motivo per vedere "L'uomo senza sonno", e si chiama Christian Bale. Dimagrito almeno 30/35 chili (se non di più), uno scheletro ambulante, ricorda a tratti nel viso Giovanni Lindo Ferretti, e ci regala un'interpretazione non solo fisica. Meriterebbe altre sceneggiature.

20110524

cuor di cuore


Cor Cordium - OvO (2011)

E quindi alla fine ho trovato il tempo, o la voglia, o tutti e due, di ascoltare gli OvO, duo italianissimo di pazzi, almeno da quello che si evince dalle foto promozionali. E devo dire che, nonostante corrispondano perfettamente all'idea che mi ero fatto, nonostante avessi letto interviste, articoli e recensioni piuttosto di fretta, sono comunque una sorpresa positiva. Tra l'altro, il fatto che si siano accasati con la Supernatural Cat mi pare un'evoluzione naturale, pensando alle altre band che fanno parte di quella "scuderia".
Noise duro, che sconfina nel doom e death metal, ma differenziandosene grazie ad un approccio, paradossalmente, ancor più horror, l'ascolto di questo nuovo lavoro della coppia formata da Stefania Pedretti (che potrebbe doppiare tranquillamente Linda Blair ne L'Esorcista, e soprattutto farne tutte le voci), voce principale e chitarra, e da Bruno Dorella, voce secondaria, chiamiamola così, e batteria, lascia angosciati e quasi impauriti, senz'altro un po' scossi, ma al tempo stesso ammirati, per quello che riescono a fare con poco. Non che il disco soffra di qualche difetto, anzi: la parte musicale è scarna, ma nello stesso tempo fragorosa, graffiante; ma sono pur sempre chitarra, voce e batteria!
Nonostante sia, come detto, il loro primo lavoro che ascolto, anche se hanno già una discografia ben nutrita, posso solo accodarmi al bene che ne hanno detto altri.
Inquietanti e rumorosi.

Walker down the aisle


Brothers & Sisters - di Jon Robin Baitz - Stagione 5 (22 episodi; ABC) - 2011

Ecco, adesso è ufficiale: B&S è terminato. Lo show è stato cancellato una settimana dopo la messa in onda dell'ultimo episodio della quinta stagione. Avevo in mente di usare la seguente frase per concludere questa recensione, ma invece la userò quasi in apertura: la famiglia Walker mi mancherà, anche se molti di voi non capiranno.
Come detto più volte, la serie somigliava molto ad una classica telenovela colombiana. Anche quest'ultima stagione riserva i classici colpi di scena di, appunto, una telenovela: matrimoni, gravidanze inaspettate, paternità rivelate, nuovi familiari acquisiti, figli adottati, cause intentate, vinte e perse, amori che cominciano, finiscono, vanno e vengono, personaggi che partono, che tornano, che muoiono.
Ma, anche questo già detto più volte, il tutto è condito in salsa statunitense progressista, sognando repubblicani illuminati con i quali discutere, trovare un punto di incontro, e concordare. Effettivamente, anche questo sa di telenovela. Detto questo, e, lo so, mi ripeto ancora una volta (Sono sicuro che se andate a riprendere le recensioni delle stagioni precedenti, mi scoprirete ripetere gli stessi identici concetti), si vede che c'è la mano di uno scrittore in gamba (Jon Robin Baitz, molto attivo in teatro, creatore e sceneggiatore di 92 episodi su 109), e di un gruppo di altri sceneggiatori che favoriscono i tempi e i modi di Baitz. E i tempi, appunti, sono perfetti. Battute brillanti, che pur in una situazione alla fine, abbastanza idilliaca, riflettono le problematiche dei nostri tempi, ed ironizzano con un certo gusto un po' su tutto, senza dimenticare di piazzare sempre, almeno una volta ad episodio, qualcosa che commuoverà lo spettatore più sensibile (Come il sottoscritto, che ha pianto regolarmente almeno, appunto, 109 volte, se non di più).
Molto gay-oriented (Baitz è gay dichiarato), fa bene al cuore vedere cose che, forse, tra cent'anni saranno possibili anche in Italia, come adozioni alle coppie gay, unioni civili o matrimoni tra persone dello stesso sesso. E, anche se non sembrerebbe possibile, ci fa capire qualcosa di più sul patriottismo statunitense.
In questa che è "diventata", dopo l'annuncio della cancellazione, l'ultima stagione, la guest star è stata senz'altro Beau Bridges (Brody), senza dimenticare l'entrata nel cast fisso di Richard Chamberlain (Il dottor Kildare!) nei panni di Jonathan Byrold. Sempre spettacolare Sally Field (Nora).
Non so proprio come fare.

20110523

canzoni per i corvi


Songs For The Ravens - Sea Of Bees (2011)

Sea Of Bees è una one-man-band formata da Julie Ann Baenziger, californiana, cantante (anche in cori da chiesa), e all'occorrenza chitarrista, bassista, pianista e percussionista.
Voce esile che, sarà che son fissato, richiama Liz Fraser, canzoni dolci, sussurrate, romantiche, anche ben scritte.
Il disco è il debutto, dopo un EP (Bee Eee Pee) registrato in un pomeriggio. Songs For The Ravens è un disco carino, probabilmente inutile, a tratti noioso, senza troppi sussulti, senza infamia e senza lode.

l'albero della vita


The Tree Of Life - di Terrence Malick (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: mattonata dell'anno

Stati Uniti d'America, anni '50. Gli O'Brien sono una famiglia apparentemente felice: una coppia bellissima, con tre bambini maschi dagli undici anni in giù. In realtà, marito e moglie sono quanto di più distante ci possa essere: lui è duro, severo, quasi militare con i figli, insegna loro a fare a pugni per non soccombere, li vuole educare a non mollare mai, a fare qualsiasi cosa, a combattere duramente per avere il sogno americano. Lei è dolcissima, eterea, delicata, compassionevole, accomodante. Ha una fede inattaccabile in Dio, ogni cosa che fa è al servizio di quell'idea, così come quella di vivere nella Grazia per guadagnarsi la vita eterna; di conseguenza, i figli, che le vogliono un bene infinito e che presso di lei trovano un rifugio sicuro dalla durezza del padre, apprendono da lei ad essere altruisti, buoni, e si tormentano quando formulano pensieri cattivi.
Poi, un giorno, una notizia sconvolgente travolge l'idillio apparente. Qui, la narrazione si interrompe, e, rimanendo sugli O'Brien, torna indietro, a quando Jack, il figlio maggiore, inizia a prendere coscienza della natura prepotente del padre, che si manifesta anche con la madre, e, in alternativa, ci fa vedere, o meglio, intravedere, Jack adulto, sposato, con un lavoro e una posizione di prestigio, ma che conserva l'inquietudine del passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza.
E poi, forse prendendo lo spunto di partenza dalla fede della signora O'Brien, o forse solo portando a termine un progetto che Malick ha sempre avuto in testa, c'è ancora un altro livello narrativo.

Certo, a ripensarci, questo nuovo film di Malick (Il quinto in 38 anni, tanto per chiarire di che tipo stiamo parlando), il timido, l'invisibile, il riservato, l'inafferrabile, è senza dubbio ambizioso, da una parte, e questo pare essere piaciuto a molta critica, e, nelle parti in cui si fa cinema, e non documentaristica, fatto non bene, molto ma molto di più. Questo bisogna dirlo, per cui chi è appassionato di cinema a questi livelli, tecnica, ambizioni alte, prima o poi dovrà vederlo: è condannato, diciamo.
Quello che davvero non comprendo è come un regista di questo calibro si sia messo in testa di mescolare LA domanda (O meglio, LE domande: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, chi governa il tutto. In breve, il senso della vita) e pensare che avrebbe funzionato, alternandola con una storia tutto sommato usuale. Quello che si deve spiegare bene, perché qui non si tratta di rivelare l'assassino o di fare spoiler, anche perché chi si interessa di cinema lo sa ormai da un paio d'anni, è che Malick alterna alla storia degli O'Brien, quella del mondo, con un Bignami visivo (Big Bang, le prime forme di vita, l'evoluzione), e quella, sbrigativa, della fede, partendo dalle preghiere della signora O'Brien, e dopo aggiungendo le inquietudini del figlio Jack, concludendo con quello che, se vi sforzate un pochino, potrete benissimo immaginare.
Senza svelare nulla, naturalmente. Perché, alla fine, il problema vero è questo: non c'è risposta, a quella domanda. E, tra l'altro, mischiare l'evoluzione con la fede, potrebbe pure far innervosire qualche cattolico duro e puro, sempre che non siano troppo impegnati a criticare Habemus Papam senza averlo visto; a parte questo, le due cose non sono granché compatibili, come ogni persona sana di mente sa benissimo.
E dunque siamo qui a parlare di un progetto che non sta insieme, in realtà, mentre praticamente il 95% dei critici gli dà il massimo dei voti, e quelli che vogliono fare gli spiritualoni parlano di must. Ed è un vero peccato, in realtà, perché che Malick sappia di cinema, per chi ancora non fosse convinto, si evince anche dalla visione di questo The Tree Of Life, naturalmente nella parte "reale", nella storia degli O'Brien, con attori perfetti (Bravi davvero tutti, Brad Pitt, Jessica Chastain, bellezza medievale, Sean Penn col suo ciuffo ribelle, superbo Hunter McCracken che interpreta Jack da bambino) e la telecamera che fa volare gli occhi dello spettatore sopra, sotto, dentro le scene (ma anche quando si concede parentesi naturalistiche, fin quando si limita a divagazioni che rimangono nei tempi della storia, va più che bene), dove l'occhio del regista accarezza la scena, la rivolta come un calzino, e dove la mano del Malick sceneggiatore tratteggia un personaggio, Jack, magnifico, lo disseziona, e, pensate un po', nonostante il tema portante sia il rapporto di amore/odio con il padre, la parte riuscita ancor meglio è quella delle prime pulsioni sessuali del bambino, raccontate e descritte con un tocco superlativo. Per non parlare della fotografia, pressoché perfetta.
E' l'altra parte, quella da National Geographic, oltre a quella conclusiva, dove il regista sbraga definitivamente, che lascia interdetti, con l'amaro in bocca, ed un forte disappunto.

20110522

l'ultimo dei gentiluomini di campagna


Last Of The Country Gentlemen - Josh T. Pearson (2011)

Questo disco rappresenta un paio di cose. La prima è la meraviglia che possono costruire un uomo con una chitarra e la sua voce, e un amico che, ogni tanto, giusto per dire che il disco è vagamente "arrangiato", butta lì due sviolinate (nel senso proprio di violino; l'amico in questione è Warren Ellis, e probabilmente si sono conosciuti in una chat di barbuti, poi ci sono pure Mike Siddell, Will Calderbank e SixToes).
La seconda è che quando si ha qualcosa da mettere in musica con il cuore in mano, chi, anche per caso, arriva alla musica di questo qualcuno che ha il cuore in mano, lo comprende e gli piace. E dico questo dopo averlo pensato al primo ascolto, in assoluta concentrazione, e, dopo, avendo letto qualche commento alle numerose recensioni di questo stesso disco, che parlavano della necessità di comprendere l'inglese e i testi di Pearson. Riassumendo il secondo punto: non sono madre lingua inglese, ma anche non capendo niente di quello che canta, sono convinto che il dolore, la sofferenza, l'onestà, la passione che Pearson ha messo in questo disco che sembra arrivare da un'altra epoca, fatto da sette tracce delle quali ben quattro superano i dieci minuti pur non essendo di rock progressivo, si capisce benissimo, trasuda da ogni nota, da ogni parola sussurrata. Tra l'altro, aggiungo che si capisce pure che è un tipo fuori dal comune, e che ha avuto esperienze intense, senza conoscere nulla di quello che ha fatto nella vita. Naturalmente, qualcosa ha fatto, ma vi basta digitare il suo nome su google e troverete quello che vi interessa.
Dico tutto ciò anche pensando al fatto che musicalmente non c'è assolutamente nulla di nuovo o di trascendentale nel country di Pearson, ma che, come detto poc'anzi, quando un musicista ha qualcosa da dire con il cuore in mano, quello che fa si rivela bellissimo anche senza innovazione, semplicemente facendo the same old shit.
E questo Last Of The Country Gentlemen è un disco tremendamente bello. Pezzo preferito Sweetheart, I Ain't Your Christ. E ho detto proprio tutto.

An Unfinished Life


Il vento del perdono - di Lasse Hallström 2005


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)
Giudizio vernacolare: ma chi l'ha sciorto?


Jean è una vedova che, evidentemente, dopo la morte dell'amatissimo marito, sceglie continuamente fidanzati sbagliati e maneschi. La figlioletta Griff la convince a lasciare il sud per qualsiasi altro luogo. La scelta di Jean, senza un soldo, cade forzatamente sul Wyoming, dove gli rimane l'unico parente: il suocero Einar, che però non l'ha mai perdonata per l'incidente nel quale è morto il figlio Griffin. A malincuore, e probabilmente solo perchè la nipotina, che non aveva mai visto, gli ricorda tremendamente il figlio, le accoglie (eufemismo).

Einar vive nel suo ranch, con la sua rabbia e il suo amico di sempre, Mitch, reso invalido dall'attacco di un orso bruno, attacco che Einar avrebbe potuto evitare, se non fosse che...

Mitch e Griff innescheranno una serie di reazioni a catena, che porteranno pace, perdono e felicità.


C'è poco da fare: l'unico film di Hallström che ti spiazza è l'ormai lontanissimo Buon compleanno Mr. Grape, con un DiCaprio ancora sconosciuto e con un Depp non ancora divo. Tutto il resto è melò, di maniera, ben fatto, ma con dosi di melassa sempre massicciamente presenti: Qualcosa di cui sparlare, Le regole della casa del sidro, Chocolat. Questo Il vento del perdono non fa eccezione, anche se confesso che mi ha commosso in più punti, ma ormai tutti sapete che non faccio testo su questo punto.

Tratto dall'omonimo (An Unfinished Life) libro di Mark Spragg, autore anche della sceneggiatura insieme alla moglie, il film si avvale di una fotografia limpida che rende giustizia ad un Wyoming che in realtà è il British Columbia canadese, e di una coppia di attori navigatissimi, Robert Redford (Einar) e Morgan Freeman (Mitch), meglio Redford di Freeman qui, insieme a una Jennifer Lopez (Jean) superflua (è molto più intenso l'orso, ma lei rimane più figa) e una brava e promettente Becca Gardner (Griff).

20110521

dare


Give Till It's Gone - Ben Harper (2011)

Eccoci ancora una volta a parlare di un disco di Ben Harper. Un artista che, chi mi conosce lo sa, ho molto amato fino a qualche anno fa, e che proprio per questo, mi ha molto deluso in seguito, rilasciando prove tutto sommato mediocri, che, alla luce di quanto valeva prima, assumevano contorni disastrosi.
Purtroppo, anche questa volta siamo davanti ad un lavoro mediocre, nonostante le collaborazioni prestigiose con Jackson Browne (Pray That Our Love Sees The Dawn, che se non ci fossero tutte quelle cesellature inutili potrebbe sembrare un pezzo del "vecchio" Ben Harper) e Ringo Starr (Spilling Faith e Get There From Here).
Il mezzosangue (sia letto con un'accezione del tutto positiva) californiano, che per l'ennesima volta cambia monicker, visto che stavolta usa solo il suo nome, nonostante si avvalga ugualmente della collaborazione dei Relentless7 (e davvero, non si capisce il motivo), ricordiamoli, perché tra l'altro son bravissimi, Mozersky (chitarra solista) Ingalls (basso) e Richardson (batteria), che coadiuvano pure la stesura dei brani, dicevo, Harper esamina soprattutto la fine della sua storia d'amore (e di figli) con l'attrice Laura Dern (che lo ha portato perfino a "recitare" in Inland Empire di Lynch, forse anche in onore del suo luogo di nascita, appunto, la regione dell'Inland Empire), e c'è in effetti un filo sottile e amaro che sottende i brani, ma, evidentemente, non abbastanza struggente da far rivivere agli ascoltatori quelle tremende e vibrati emozioni che riusciva a dare anche da solo, con i pezzi dei primi dischi. So che è perfino noioso ripeterlo ancora una volta, ma è così. Chissà, magari con i soldi si soffre meno.
Dal punto di vista strettamente musicale, Harper e i suoi si distaccano leggerissimamente dal southern blues/rock che mi portò, in occasione della recensione del Live From Montreal, a scrivere la simpatica battuta secondo la quale si era deciso a riformare i Black Crowes senza che loro si fossero sciolti, e tra l'altro, se ne distaccano verso una direzione un po' più leggera, per cui forse vagamente peggiore. Ne perde l'approccio rude e piuttosto selvaggio, seppur altamente tecnico, dei Relentless7, anche se è innegabile che ci siano buone canzoni (Waiting On A Sign, forse la migliore, Clearly Severely, anche se già sentita).
Il succo è, però, che è tutto piuttosto scontato e, appunto, già sentito, senza grosse scosse emozionali; e su questa strada, può succedere anche di scrivere un pezzo orribile come Rock N' Roll Is Free, scelto tra l'altro come primo singolo internazionale. Pensate un po'.

svolta sbagliata


Wrong Turn - di Rob Schmidt (2004)


Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Giudizio vernacolare: da sbadilli


West Virginia, USA; in un bosco, tre individui affetti da mutazioni genetiche, vivono da predoni: con filo spinato teso "sabotano" le auto di passaggio (forse ispirati dal cordapanico di lorenziana [Corrado Guzzanti] memoria) e ne uccidono i passeggeri, li fanno a pezzi e li mangiano.

Sei giovani rimangono bloccati in questo bosco.

Classico percorso ad eliminazione, leggera suspence e finale aperto (per eventuale sequel).

Filmetto di mezz'estate, francamente inutile.

20110520

fiori


La riproduzione dei fiori - Marco Parente (2011)

Sempre un po' fuori dall'ordinario, ma non così ermetico come me lo ricordavo, questo nuovo disco di Marco Parente è decisamente interessante. Piuttosto rock, ma con divagazioni che vanno fino al jazz, cita apertamente Dylan (C'era una stessa volta), Rolling Stones (L'omino patologico) e Radiohead (La grande vacanza), come pure Baudelaire (La riproduzione dei fiori), e affascina con testi legati tra di loro, fatti di parole chiave (Il bene e il male, il Diavolo, eccetera) e di ossimori.
Già dall'apertura, con Il diavolaccio, titolo del suo spettacolo del 2009, appare abbastanza chiaro anche a me che non l'ho visto, che c'è molto di quel lavoro, oltre a diverse canzoni. Il tutto, appunto, verte sull'esistenza dell'uomo, in bilico costante tra vita e morte, amore e odio, bene e male, col Diavolo (Anche Diavolaccio, e che s'incontra pure al mercato - Il Diavolo al mercato -) tentatore e compratore d'anime a fare da puparo.
Non per tutti, anche perché necessita di ascolti ripetuti ed attenti. Ma non lascia delusi.

Finding Neverland


Neverland un sogno per la vita – di Marc Forster (2005)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: m'ha fatto singhiozzà

James Matthew Barrie (1860-1937), scozzese trapiantato a Londra, scrittore e commediografo, famoso per il suo racconto "Peter Pan in Kensington Gardens" del 1906, era senz’altro un tipo originale e interessante, anche se fu più volte sospettato di pedofilia, visto il suo amore per i bambini.

Il film di Forster si basa sulla commedia teatrale di Alan Knee "The Man Who Was Peter Pan", e racconta un periodo fondamentale della vita di Barrie, un suo fiasco con una commedia, il suo progressivo allontanamento dalla moglie, l’incontro con la vedova Sylvia Llewelyn Davies e i suoi quattro figli maschi, che lo ispireranno, soprattutto Peter, nella scrittura del suo capolavoro, la morte di Sylvia.

Edulcorando la figura di Barrie e tralasciando la realtà storica (oltre ai sospetti di pedofilia su Barrie, sappiamo che Sylvia quando lo incontrò non era ancora vedova), Forster riesce però a fare un film profondamente toccante, che sposa alla perfezione il messaggio insito in Peter Pan, una favola per piccini validissima anche per gli adulti.

Il processo che spesso ci porta a rivalutare un film facendo decantare il suo messaggio qualche tempo dopo la sua visione, in questo caso funziona all’inverso, e ci porta ad ammettere che la figura dello scrittore/commediografo/sognatore è assolutamente irresponsabile come adulto, ma durante la visione del film è impossibile non rimanerne affascinati, e lasciarsi andare insieme a lui e alla sua geniale fantasia, alla sua voglia di rimanere bambini.

La regia è superba nel crossover tra realtà (finzione cinematografica) e sogno (immaginazione del "padre" di Peter Pan), o nel confronto figurato tra la vita "normale" e quella dell’eterno bambino (Barrie e la moglie che aprono contemporaneamente le porte delle loro camere e ognuna ci rivela uno sfondo completamente diverso); osando, e rischiando di attirarmi addosso feroci critiche, si può dire che Forster è riuscito là dove Burton, maestro del sogno, ha in parte fallito con Big Fish, probabilmente aiutato dal soggetto non originale.

Gli attori principali (Depp e la Winslet), che lavorano entrambi per sottrazione, ci regalano due prove asciutte ma decisamente importanti, lasciando in questo modo spazio alla storia e facendoci comprendere a fondo la grandiosità della metafora peterpaniana.

Tra gli interpreti di complemento, ma non secondari, deliziosi non solo Freddy Highmore (che Depp ha segnalato a Burton per l’imminente remake di Charlie and the Chocolate Factory) che interpreta Peter, ma anche gli altri tre fratelli, e importantissima un’algida Radha Mitchell nei panni della moglie senza speranza, più di un Dustin Hoffman nei panni dell’impresario teatrale di Barrie.

Un film non geniale nella trama, ma ottimo nella messa in scena, che risulta, come già detto, davvero intenso e toccante. Non dimenticatevi i fazzolettini e lasciatevi andare.

20110519

impotenza blues


Helplessness Blues - Fleet Foxes (2011)

Si, bravi, bravissimi questi seattleiani amanti di Van Morrison, di Dylan e soprattutto di Crosby, Stills, Nash & Young. Armonie vocali preziose, chitarre acustiche delicate e quasi oniriche, crescendo praticamente acapella, canzoni vellutate, curate fin nei minimi particolari, tocchi di fiati qua e là, qualche arco, perfino fughe sassofonistiche free-jazz (in The Shrine/An Argument, probabilmente il pezzo migliore del disco).
Però, alla fine: che palle!

Un long dimanche de fiançailles


Una lunga domenica di passioni – di Jean-Pierre Jeunet (2005)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: 'nzomma


Francia, Bretagna, 1920. Mathilde, zoppa per via di una poliomielite da piccola, orfana di entrambe i genitori e cresciuta dagli amorevoli zii, non si arrende all’idea che l’amato fidanzato Maniche sia morto, fuori dalla trincea (dal nome buffissimo di Bingo Colombier), condannato dalla legge marziale per atti di automutilazione, durante la Prima Guerra Mondiale.
Batte quindi, guidata dalla propria forza di volontà, da alcune bambinesche scommesse con se stessa, ma soprattutto dalla forza dell’amore, tutte le piste che possano portarla a scoprire se ancora c’è speranza di rivederlo.
Sulla sua strada incontrerà persone diverse, e scoprirà molte cose taciute.

Un film sicuramente prolisso e ridondante, ma anche commovente senza essere sdolcinato, dal respiro epico e vecchio stile, nonostante il tocco del regista sia sempre stato quasi irriverente. Certo, la mano di Jeunet si vede, ed è forse la cosa più bella del film, oltre alla faccia della Tautou, che, a piccole dosi, fa sempre piacere rivedere.
Campi lunghi d’autore con bei movimenti di macchina, belle e mai pacchiane le ricostruzioni d’epoca con l’aiuto del computer, attenzione ai particolari anche nelle scene in esterni e, soprattutto, in quelle di guerra. E poi, questo suo humor particolare che rende tutto meno pesante e quasi surreale, e questa sua passione per i freaks di qualsiasi tipo, fisici e mentali (questa volta a partire dalla protagonista, passando per i cinque "condannati", fidanzato compreso, all’investigatore col cognome buffo e alla figlioletta con la stessa menomazione di Mathilde, e via proseguendo), disseminati in tutti i suoi film. Belli anche i flashback dell’infanzia, meravigliose le scene sul faro.

Cast importantissimo a livello francese (ci sono quasi tutti), tra gli "esteri" si nota Jodie Foster, brava come al solito, tra l’altro pare, nella versione originale, ottima anche in francese. Musica di Badalamenti, una garanzia.
Senz’altro un film che soddisfa dal punto di vista visivo, un po’ meno dal punto di vista della sceneggiatura.

20110518

La Possibilité d'une île


La possibilità di un'isola - di Michel Houellebecq (2005)

Daniel è un comico francese, di grande successo. Caustico e spietato verso le religioni (soprattutto verso l'islam), talmente razzista da essere preso per uno strenuo difensore della diversità, ama soprattutto il sesso, e forse perché se ne sbatte del denaro, continua ad accumularne. Non è affatto convinto di essere dotato di intelligenza, ma sembra invece che gli altri ne siano convinti. Sentimentalmente ha un passato quasi tragico, ma col passare degli anni arriva addirittura a chiedersi se le due storie con due donne completamente diverse, non possano essere considerate d'amore. Nel suo cinismo arriva a riflettere sulla condizione umana quasi in maniera nichilista, e paradossalmente, questo suo non credere a niente, misto a una curiosità disincantata, lo farà avvicinare ad una specie di setta, gli elohimiti, che crede all'avvento di una civiltà extraterrestre e incoraggia i suoi seguaci a non avere figli; nello stesso tempo, ha al suo servizio uno scienziato un po' visionario, ma molto efficiente, che sta sorprendentemente mettendo a punto la clonazione umana.

Da qualche parte ho letto che questo libro è considerato il capolavoro dello scrittore francese dal cognome complicatissimo. Quello che so io, è che ogni libro che leggo di questo autore mi lascia sempre senza fiato. Una prosa senza troppi fronzoli, diretta, capace al tempo stesso di intriganti dissertazioni filosofiche e di descrizioni accurate e quasi eccitanti di fellatio. Una visione cristallina della condizione umana, un continuo esercizio di critica verso tutte le nostre tremende fobie, ed i nostri madornali errori, la capacità di essere, al tempo stesso, fustigatore ed oracolo, epico e terra-terra, fantascientifico e dannatamente reale.

Il libro è ben concepito: la narrazione del Daniel che vi ho descritto nel riassunto della trama, chiamato Daniel1, è intervallata, o meglio, commentata, da due suoi cloni. A questo punto, vi ho già detto troppo: non temete, questa cosa si capisce fin dalla prima pagina, quindi non è che vi abbia anticipato chissà che gran cosa. La bellezza avvolgente e corrosiva, decadente e amara, di questo libro, vi coinvolgerà strada facendo, e non vi lascerà andare fino alla fine.
Bellissimo.

tradimento


Gabrielle – di Patrice Chéreau (2005)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: palloso, ma ganzo

Inizi del ‘900, Jean è ricco e rispettato, è sposato con Gabrielle da dieci anni, vivono in una casa sontuosa con uno stuolo di servitrici. Frequentano una cerchia ben definita di amici e conoscenti, e tutti i giovedi le loro cene sono invidiate e movimentate. Un pomeriggio, di rientro, Jean trova una lettera. E’ di Gabrielle, se n’è andata con un altro uomo. E’ innamorata di lui.
Jean non capisce, è completamente destabilizzato. Improvvisamente, suonano alla porta. E’ Gabrielle. E’ tornata. Comincia una lotta di nervi tra i due. Finirà in modo sorprendente.

Chereau è un ottimo regista, nonchè sceneggiatore. Uno sperimentatore, un coraggioso. Mai aspettarsi qualcosa di classico da lui. Anche il colossal ‘’La regina Margot’’ aveva qualcosa di particolare, anche se forse, tra tutti, è il più vicino all’idea di film "medio". Ha avuto anche un buon successo con ‘’Intimacy’’ (sua la regia), e chi lo ha visto ne ‘’Il tempo dei lupi’’, di Michael Haneke, non se lo dimenticherà facilmente neppure come attore.
Questo ‘’Gabrielle’’ assomiglia moltissimo ad una messa in scena teatrale, ed è tratto dal racconto breve ‘’Il ritorno’’ di Joseph Conrad. Alterna bianco e nero (i pensieri di Jean) al colore, cupo, visto che siamo sempre in interni, sempre nella enorme casa dei due coniugi insoddisfatti, stoppa le azioni salienti sottolineandole con scritte sovraimpresse, a metà fra il film muto e la farsa. L’incedere è lento, teso, le facce sono segnate dall’ipocrisia (prima) e dal nervosismo e dalla disperazione (dopo), i dialoghi taglienti e forbiti. Certo, la noia e lo sbadiglio sono dietro l’angolo; il film è davvero pesante.
Bravissimi i due protagonisti, Pascal Greggory e Isabelle Huppert, quest’ultima completamente a suo agio in questo tipo di parti, e molto vicina al regista in più occasioni.
Solo per appassionati.

20110517

passi o dinamite


Dynamite Steps - Twilight Singers (2011)

Difficile trovare un artista più prolifico di Greg Dulli. Riassumendo per quelli distratti: Afghan Whigs (bei tempi), Gutter Twins con Mark Lanegan, Twilight Singers (qui al sesto album), collaborazioni con gli Afterhours perfino.
Innanzitutto, difficile dire che questo è un brutto disco. Non lo è, infatti. So che i più perspicaci tra di voi si aspettano che la prossima frase cominci con un ma. Aspettate.
Dulli ha una gran voce, e chi lo conosce lo sa. Sa scrivere belle canzoni, sa dosare gli elementi, sa dove piazzare un coro, gli arrangiamenti sono tutti corretti. Mediamente, non c'è nessuna brutta canzone su questo disco.
Da nostalgico, la prima cosa che mi chiedo sempre quando ascolto qualcosa di suo, è "dov'è finito il soul?". Quella venatura spesso appena percettibile, che però caratterizzava gli Afghan Whigs, una band epocale, probabilmente iper-sottovalutata. E' giusto cambiare, percorrere altre strade, andare avanti. Dulli l'ha fatto, eccome.
Ma, eccolo, che cosa rimane dopo ripetuti ascolti di questo album? Non molto, in realtà, seppure, come vi ho detto, non sia per niente brutto. Una manciata di buone canzoni, un'ospitata addirittura di Ani DiFranco (Blackbird And The Fox), un Lanegan qua e là, come pure Joseph Arthur, Petra Haden, Carina Round, Nick McCabe (Ex Verve), un'atmosfera mediamente malinconica.
Un disco onesto, da un artista che probabilmente non sente più il bisogno di sperimentare, ma che suona, canta e scrive musica soprattutto per se stesso. Niente di più, niente di meno.

alexander the great


Alexander – di Oliver Stone (2005)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: storia di un manfruito famoso; parecchio famoso e parecchio manfruito

L’infanzia, l’educazione, l’ascesa a Re, le conquiste, gli amori e la morte di Alessandro III detto anche il grande, nonché Magno; nato a Pella, Macedonia, nel 356 A.C., morto a Babilonia, Persia, nel 323 A.C., figlio di Filippo II di Macedonia e di Olimpiade, figlia di Neottolemo I re dell’Epiro, della dinastia degli Argeadi.

Oliver Stone si cimenta nel colossal di ispirazione storica, e a mio parere vince la sfida. E’ probabile che il rispetto incondizionato che provo per il regista offuschi il giudizio, ma il film, pur con i suoi difetti, coinvolge e appassiona, e a differenza di Troy, per fare un esempio recente, mette voglia di riprendere il libro di storia, non tanto per contare gli errori, quanto per rinfrescare la conoscenza di una figura senz’altro affascinante del condottiero macedone. Premesso che l’espediente narrativo è un vecchio Tolomeo (generale di Alessandro, alla sua morte gli viene assegnato l’Egitto nella "spartizione" del regno), un Anthony Hopkins teatrale, che detta la vita del Grande al suo scriba, il film cerca di descrivere in tre ore la vita e il pensiero di una delle personalità più importanti della storia con un approccio piuttosto classico; forse leggermente indulgente, riesce a darci conto del mai sopito rapporto di amore/odio verso entrambe i genitori, causa di molte decisioni importanti della sua pur breve vita, della sua sete di conoscenza in tutti i campi, della sua statura di guerriero ma anche di politico, del suo sogno di creare un mondo unito, dei suoi sbagli anche grossolani, dei suoi ravvedimenti e, non ultima, della sua sessualità libera come, del resto, era quella di quei tempi. Quest’ultimo tema, già fonte di discordia anche in Italia (abbiamo già letto qualche commento della destra, e ci prepariamo allo strale di Buttiglione), mi è parso importante e affrontato in maniera furba dal regista, costretto certamente a dei tagli; non ci sono scene di sesso omosessuale (e così si evita la censura), ma l’amore fra uomini è visibile, dichiarato e diffuso. Tutto questo obbligherà anche qualche adulto, presumo, a rispondere a qualche domandina scomoda, magari da parte dei figli.
Del resto, l’integrità storica è anche questa (si noti come Alessandro, fin da bambino, complice il maestro Aristotele – Cristopher Plummer – insiste sull’adulazione di Achille e sull’importanza del suo amore per Patroclo; sembra quasi una mossa di Stone nei confronti di Troy – ancora quel film! -, reo di aver cancellato quello che tutti sanno fin dai banchi di scuola), e si può perdonare, ad esempio, la sovrapposizione delle conseguenze delle battaglie di Isso e Gaugamela (Dario III di Persia – Raz Degan; pochissimo sullo schermo, ci ricorda Perry Farrel dei Jane’s Addiction - che fugge lasciando la famiglia nelle mani di Alessandro), ammirando le riprese mozzafiato dello scontro (quello di Gaugamela), un misto di riprese ravvicinate e dall’alto, per godere dei movimenti degli eserciti.
Nonostante in certi momenti si abbia come l’impressione che qualche attore sia fuori posto (su tutti Angelina Jolie, una Olimpiade fin troppo patinata; ma, si sa, gli eroi son tutti giovani e belli), non si può negare che anche alcune scene forti, di solo dialogo, sono all’altezza; memorabile lo scontro tra Alessandro (Colin Farrell, per chi ancora non lo sapesse) e la madre, dopo l’assassinio del padre (Val Kilmer guercio).
Tra l’altro, il flashback che porta a tale scena è in effetti il difetto più grande del film; sembra quasi che sia una pezza messa lì a coprire una falla di sceneggiatura.
Dopo aver ricordato almeno Rosario Dawson, nella parte di Rossane, la prima moglie di Alessandro (bella e brava, ma sempre, purtroppo, in ruoli marginali), non possiamo, per la par condicio, non ricordare Gary Stretch nella parte di Clito, davvero affascinante, e un Jared Leto (Efestione, l’amore della vita di Alessandro) davvero bellissimo con capelli lunghi e selvaggi, ancorché parruccati.

In definitiva, non sarà Ben Hur, ma il film regge, e si ha la sensazione che sia un’opera coraggiosa (se pensiamo da dove viene) e con dei messaggi positivi, in un momento come questo.

20110516

Animal Farm


La fattoria degli animali - di George Orwell (1945)

Ebbene si, nella mia sconfinata ignoranza, o, per non essere così auto-offensivo, nel mio percorso da autodidatta della letteratura, sto pian piano recuperando quelli che mi sembrano classici e che non ho mai letto. Questo affascinante libretto (poco più di cento pagine) del famosissimo scrittore e giornalista britannico, laburista, socialista convinto, marxista ma convinto anti-stalinista, è, insieme a 1984, il suo capolavoro. Ed è un capolavoro che salta agli occhi fin dalle prime righe: una satira ferocissima, ambientata ovviamente in una fattoria, su ogni tipo di totalitarismo, ed in particolare sullo stalinismo. Nella fattoria, infatti, gli animali, ispirati dal verro chiamato Vecchio Maggiore, che li illumina sui principi dell'Animalismo, poco dopo la morte dello stesso, si rivoltano contro il padrone, il fattore Jones, e danno il via ad una sorta di autogestione della fattoria stessa. I teorici ed organizzatori sono i maiali, considerati i più intelligenti, ma tra di loro le due personalità contrastanti di Napoleon e Palla di Neve, complicheranno non di poco la messa in atto della Rivoluzione.
Ogni semplice passaggio del libro richiama avvenimenti della Rivoluzione russa, ogni personaggio, sia animale che umano, ogni gruppo, richiama personaggi, o gruppi, reali, e ogni allegoria può essere adattata a qualsiasi regime instaurato con Rivoluzioni.
Stile semplice e diretto, con pochi fronzoli, ma geniale. Poco altro da aggiungere.
Completa di solito le edizioni italiane, l'articolo, sempre di Orwell, La libertà di stampa, che spiega, tra le altre cose, le difficoltà di pubblicazione che incontrò il libro, che fu terminato del 1943.

morti che camminano


The Walking Dead - di Frank Darabont - Stagione 1 (6 episodi; AMC) - 2010/2011


Mi ricordo le cose che ho pensato quando ho saputo, e mi sono interessato, dell'uscita di questa nuova serie, inizialmente mini, poi diventata "grande", tant'è che è già in cantiere la seconda di 13 episodi. La locandina è grandiosa, anche se ricorda i classici film post-apocalittici, che spesso si rivelano della cagate pazzesche. Poi mi sono rinfrescato la memoria a proposito del creatore: Frank Darabont. Ottimo regista e sceneggiatore americano (Ma nato in Francia da genitori ungheresi in fuga dal loro paese) di grandi produzioni politicamente corrette statunitensi, con specializzazioni in film carcerari, di avventura, horror e sovrannaturale. Un tuttofare abituato a grandi budget, comunque di ottima qualità. Ma non mi convinceva, per una serie tv, non so perché, non è quello che ci vuole. Poi, alla fine, i giudizi di un paio di amici mi hanno convinto.

C'è inoltre da dire che la serie prende spunto dall'omonima e fortunata serie di comic books, scritta da Robert Kirkman (Un pazzoide che ha chiamato suo figlio Peter Parker, in onore a Spiderman, e che ha partecipato come produttore esecutivo e sceneggiatore di uno degli episodi televisivi), arrivata negli USA alla tredicesima serie, mentre la quattordicesima sta per uscire.



Rispetto al comic book, la trama non è poi così distante, anche se ci sono variazioni piuttosto importanti a livello di personaggi. Parliamo brevemente della storia: il protagonista è il vice sceriffo di una imprecisata piccola comunità della Georgia (USA), Rick Grimes, che viene ferito gravemente in uno scontro a fuoco, e viene ricoverato in ospedale rimanendo in coma per un periodo di tempo che, così a occhio e croce, potremmo individuare nell'ordine di mesi. Quando si sveglia, in ospedale non c'è nessuno, le macchine sono tutte spente. Dentro e fuori dall'ospedale, decine e decine di cadaveri "impacchettati", nessuna forma di vita. Poco a poco, Rick capisce cosa è accaduto, grazie anche all'aiuto di un padre con relativo figlio che hanno occupato la casa dei vicini di Rick. Tutto quello che si conosceva è terminato: adesso il mondo intero, pare, sia dominato dagli zombies (nella versione originale li si chiama soprattutto walkers), che vagano in cerca di carne, umana o no, da mangiare, caracollando ed emettendo grugniti e strilli. Se ti mordono, sei destinato a morire di febbre altissima, dopo di che risorgerai diventando uno di loro. L'unica maniera per farli morire definitivamente è sparargli nel cervello, o decapitarli. Sono attirati dalla luce o dal rumore. Dopo il Bignami zombistico, Rick è pronto per la sua nuova missione: ritrovare sua moglie Lori ed il figlioletto Carl, visto che è piuttosto chiaro che hanno lasciato la loro abitazione in fretta e furia, ma vivi. Rick prende tutte le armi del distretto di polizia, del quale ha le chiavi, qualche arma la lascia ai suoi nuovi amici, che invece faranno un'altra strada, e si dirige verso Atlanta, dove presume di trovare i suoi cari, ed un centro di accoglienza che, si vocifera, sia stato allestito dal governo. Sarà una strada piena di sorprese...



E' buono questo The Walking Dead? Si, abbastanza. E' soprattutto un gran bello spettacolo, degno di un cinema, con una bella fotografia, scenari impressionati, e un bel gusto dell'inquadratura (Come quella della locandina, per dire). Non mi ha entusiasmato, però. Manca, a mio giudizio, di quel qualcosa in più che, solo per rimanere in casa AMC, hanno Mad Men e Breaking Bad, un'introspezione e una profondità non comuni del resto, il valore aggiunto di un prodotto visivamente di altissima qualità. E dire che le possibilità ci sarebbero, decisamente. L'episodio finale della prima stagione, ad esempio, offre decisamente il fianco per ampie riflessioni sul senso della vita, ma sembra quasi che gli sceneggiatori si divertano a rimanerci lontani, girandoci intorno: non voglio pensare non ne siano capaci. Chissà che magari si decida di scendere in profondità a partire dalla seconda serie. Per il momento, siamo dalle parti di un Lost (Perfino le foto promozionali del cast completo ricordano quelle del cast di Lost) in chiave horror, con gli zombies al posto del mare che circonda l'isola dei naufraghi.



Parte da protagonista per Andrew Lincoln (Rick Grimes), che se la cava bene, mi ha fatto solo uno strano effetto rivederlo dopo averlo visto nella parte del marito abbandonato sull'altare ne Il truffacuori, ma era anche in We Want Sex. Tutto il cast è formato da buoni caratteristi, tra cui la bella Laurie Holden (Andrea), vista anche in The Shield, e Jeffrey DeMunn (Dale), entrambi già con Darabont. Una curiosità: Michael Rooker, qui l'insopportabile (ma necessario) razzista Merle Dixon, fu il protagonista, anni fa, di Henry, pioggia di sangue, film di John McNaughton del 1986, contro il quale si scaglia Nanni Moretti in Caro diario.

20110515

sucide solution

Una notizia particolare, che si lega a due film di cui abbiamo parlato.
In Svizzera, nel Cantone Zurigo, si è svolto un referendum, voluto dal Partito Evangelico, che intendeva abolire la norma che permette alla clinica Dignitas, di praticare assistenza passiva a chi decideva di sucidarsi, non per motivi egoistici, anche a non residenti. Si sono dichiarati a favore dell'abolizione solamente il 20% dei votanti. Quindi, anche per i non residenti, svizzeri e stranieri, sarà ancora possibile morire alla Dignitas.

Perché vi ho parlato di due film? Perché la filosofia della clinica Dignitas è molto vicina a quella sostenuta (e praticata per anni) da Jack Krevorkian, interpretato da Al Pacino in You Don't Know Jack; e la clinica stessa è proprio quella che ha ispirato Kill Me Please, che inizialmente doveva proprio intitolarsi Dignitas, di Olias Barco.

digitale


Sono alcune settimane che nel condominio dove abito, è stata installata una parabola comune, e, tramite contratto con l'installatore (Un vecchio conoscente, appassionato anche lui di musica, tra l'altro, che mentre sistemava le ultime cose ha sbirciato tra i miei vinili e mi ha detto "ne hai fatta di strada dai Kiss eh?"), un decoder per il digitale terrestre in ogni appartamento.
Da quel momento, la mia "vita televisiva" è cambiata. Se prima accendevo la tele solo per guardare film o telefilm, adesso la accendo anche per guardare le notizie. E, in pratica, utilizzo un solo canale: Al Jazeera International (Linkato, il sito), in inglese. Una sorta di CNN con uno sguardo più ampio sul mondo, soprattutto arabo. Notizie 24 ore su 24, e documentari spettacolari a livello di contenuti.
I conduttori, alcuni molto famosi (Riz Khan, David Frost, si proprio quello di Frost/Nixon!), non si fanno mettere i piedi in testa da nessuno, fanno le domande loro, e conducono la linea dei programmi di approfondimento dove vogliono loro.
A parte questo documentario su Norman Finkelstein, già segnalato, in questi giorni stanno andando una serie di documentari sulla musica araba, che secondo quello che si dice nell'intervista al regista, è parte della rivoluzione (The Arab awakening la chiama Al Jazeera), a cura, pensate un po', di Fermin Muguruza, che evidentemente, ha "saltato lo steccato", e da musicista è diventato regista (Appariva nel monumentale documentario La pelota vasca di Julio Medem, qualcuno lo conoscerà per la sua militanza nei Negu Gorriak, e per le sue collaborazioni con Manu Chao e Banda Bassotti, tra le altre cose).
Un po' come Rai e Mediaset, vero?

panda


Tomboy - Panda Bear (2011)

Panda Bear, per chi, come me, non lo sapesse, è lo pseudonimo di Noah Benjamin Lennox, anche componente degli insopportabili Animal Collective. Questo Tomboy è il suo quarto disco sotto il monicker Panda Bear, e, nonostante le etichette che potete trovare a proposito di Lennox, New Weird America, Psych Folk o Neofolk, come pure Experimental, Psychedelic pop, Electronic e Ambient, sembra di sentire gli Housemartins remixati, con qualche influenza tipo Paul Simon in trip world music.
Nonostante le dichiarazioni di intento di Lennox, che dice di essere stanco di usare i sampler, e di voler imparare dalle lezioni di Nirvana e White Stripes, concentrandosi sulla chitarra e sul ritmo, il disco è pesantemente (non è forse il termine più adatto) sorretto da campionatori e synth, ma li sposa con una vena quasi sinfonica, molto ispirata a cori africani fatti però da voci spesso in falsetto, una sorta di gospel rivisitato dai MGMT. Nonostante le premesse, ascoltato ad alto volume e in cuffia, può risultare stranamente rumoroso, nell'accezione positiva del termine.
Il risultato non è scorrevolissimo, e a volte annoia decisamente. Ma non sia mai che non lo proviate, per vedere come vi sta addosso.
Non stupitevi trovando tra i titoli un pezzo chiamato Benfica: Lennox, pur essendo nativo di Baltimora, risiede da qualche anno a Lisbona, ed è sposato con la stilista portoghese Fernanda Pereira.

codice sorgente


Source Code - di Duncan Jones (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: un vi fate troppe domande sinnò vi viene 'r mar di testa

Colter Stevens è un pilota di elicotteri decorato dell'esercito statunitense. Il suo ultimo ricordo risale ad un'azione in Afghanistan, dove serviva. Improvvisamente, si ritrova su di un treno a Chicago, e davanti a lui c'è Christina, che lo chiama Sean e non la smette di parlare. Cerca di capire che cosa gli sta succedendo, e nel bagno scopre che il suo riflesso nello specchio descrive un altro corpo. Dal portafoglio scopre di essere Sean Fentress. Prima di raccapezzarcisi, il treno esplode. Adesso è dentro una specie di capsula, e tramite un video ed un interfono sta comunicando con lui la soldatessa Colleen Goodwin. Grazie al Source Code, e alla compatibilità del suo corpo con quello di Fentress, che è morto nell'esplosione del treno, la sua missione è di rivivere per un periodo limitato, gli ultimi otto minuti di vita di questo Sean. Perché? L'attentatore è in procinto di piazzare e far esplodere un altra bomba, stavolta nel centro di Chicago: se Stevens riuscirà ad individuarlo tramite gli ultimi otto minuti di Fentress, l'attentatore potrà essere fermato. Ma ci sono anche delle cose che non combaciano...

Purtroppo, il secondo lavoro da regista del figlio di David Bowie, non è all'altezza del suo debutto, l'intrigante Moon. Ci sono alcuni aspetti che lo richiamano o lo ricordano (Il protagonista è, in definitiva, solo come lo era, più palesemente, quello di Moon; i bellissimi modellini e i plastici, che si notano soprattutto nella panoramica iniziale, che richiamano quelli delle scene in esterno "lunare", appunto, di Moon), ma, così come accade per alcune band anglofone, se il primo film "suonava" decisamente inglese, questo Source Code "suona" proprio americano (Da intendersi statunitense, hollywoodiano).
Intendiamoci: gli spunti sono buoni, interessanti, seppur sfruttati più volte, ma lo schema, un po' da Ricomincio da capo, dà un po' di verve, anche se, appunto, è visto più e più volte. Ma il tenore, appunto, è un po' troppo muscolare e frenetico, e la parte di introspezione e di riflessione, che pure non mancherà agli spettatori pensanti, e che se la costruiranno da soli, è messa da parte, e viene lasciata solo la parte zuccherosa, per così dire.
Regia prevedibile, il cast è decente ma non eccelle particolarmente. Gyllenhaal (Colter Stevens/Sean Fentress) lo abbiamo visto meglio in altri casi (ma probabilmente dipende dalla bontà del film, a questo punto), Vera Farmiga (Colleen Goodwin) fa la sua parte con dignità, Michelle Monaghan (Christina) ha un viso carino, ma dovrà dimostrare qualcosa di più che sorridere per una stessa scena girata più volte.
Speriamo in qualcosa di meglio, per la prossima fatica di Duncan Jones.