No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20130930

Macedonia - Settembre 2013 (2)

La colazione è più che sufficiente, chiedo qualche indicazione per attraversare Skopje e magari passare vicino al monte Vodno, quello con l'enorme croce sopra, e magari riuscire a vedere il monastero di Sveti Pantelejmon. Guardando la cartina, mi sono fatto l'idea che sia meglio proseguire sulla strada sulla quale si trova il motel, e tirare dritto, entrare a Skopje non dall'autostrada, i luoghi dovrebbero essere più vicini, ma la signora insiste che è meglio riprendere l'autostrada. Saldo il conto e mi metto in macchina. E, naturalmente, faccio come penso io e non come ha detto la signora: al massimo, se mi vedo perso torno indietro, è mattina presto, ho tutto il tempo. Passo uno, due, tre villaggi, la strada prosegue dritta. Quando mi sto convincendo a tornare indietro, noto che inconfondibilmente sono entrato in città. E' lei, è Skopje. Mi inoltro guardingo nei viali, attraverso semafori, seguo indicazioni. Passo accanto ad alcuni parchi, e dopo un po' mi rendo conto che sto di nuovo in periferia. Marciapiedi larghi e mal tenuti, officine, auto in doppia fila costantemente. Alla mia destra, si staglia il Vodno, e la sua croce enorme. Le indicazioni non sono ancora chiarissime, non sono ancora esattamente sicuro di essere sulla direzione corretta, ma non ci sono lontano. Abbandono però l'idea di cercare il monastero. Ce ne sono così tanti, e non sono esattamente la mia priorità. E poi, sono rapito dalla strada, dal viaggio, dal movimento. Periferia industriale, indicazioni, autostrada. Ci sono. la imbocco, direzione Tetovo. Mi rendo conto che qui, le biciclette sono ammesse in autostrada. Pazzesco. Mi lascio cittadine, sobborghi, alla mia destra e alla mia sinistra, poi esco quando vedo le indicazioni per il Canyon Matka.
Diamo un'occhiata. Non male, anche se non c'ho voglia di vedere pure la diga e il lago annesso. Ma quel che mi piace di più sono i due villaggi che attraverso per arrivare alla fine della strada. In mezzo ad uno di questi noto una moschea, che mi riprometto di fotografare durante la risalita, e così faccio. Noto anche una specie di tempietto, non saprei come altro definirlo, per fugare ogni dubbio lo fotografo.
La relativa moschea, by the way, è questa. Dai, questa è venuta discretamente.
Prima di andare avanti, alcune foto della gola.
E pure questa, siccome non bisogna nascondere niente (non che qui in Italia siamo più rispettosi, anzi), ma effettivamente, il problema dell'immondizia esiste in Macedonia, e mini-discariche si vedono qua e là.
Mi rimetto sull'autostrada, viaggiando con tutta calma, guardandomi attorno e gustandomi i panorami davvero imponenti, e soprattutto, che variano in maniera graduale, ma costante. Dalla zona centrale, per intenderci quella di Skopje, si va verso una zona un poco più verde, quella di Tetovo. Alcune istantanee per rendervi l'idea, e anche per farvi notare che era una bellissima giornata (quasi tutta la settimana è stata splendida).

Sia Tetovo che Gostivar, le cittadine più grandi ed importanti che si trovano nel centinaio di chilometri scarsi che separano la capitale dal Parco Nazionale Mavrovo, sono industriali e di scarso interesse. Tiro dritto, e dopo Gostivar la strada diventa un poco più impegnativa, decisamente di montagna, finché non arrivo sulle sponde del lago Mavrovo, artificiale, come molti in Macedonia, ma molto, molto carino, e, in questa stagione, decisamente poco frequentato. Ecco le foto del mio primo "avvistamento" del lago.
Ora, il suddetto lago era un po' il punto d'arrivo della mia seconda tappa, visto che l'albergo che avevo prenotato sapevo che è uno di quelli che si affacciano sulle sue rive. E, per strada, avevo già trovato dei cartelloni enormi che indicavano l'hotel in questione a soli 6 chilometri. Bene, prima di trovarlo ho fatto una volta e mezzo il giro del lago (quasi una cinquantina di chilometri), accorgendomi poi che ci ero passato davanti già un paio di volte. E si che non è nemmeno piccolo... il problema, o meglio una parziale giustificazione, è che qualche buontempone si è divertito a cancellare la scritta Radika (il nome dell'hotel) sul cartello presente ad una delle entrate (l'altra è chiusa, e non ci sono cartelli). Ma, a proposito di cancellazioni e di cartelli (di indicazione), mentre viaggiavo ho cominciato a notare che praticamente tutte le scritte nell'alfabeto latino e lasciato quelle in cirillico. Tensioni nazionaliste.
Detto questo, mi fermo, perché l'albergo sarà una bella sorpresa, e dato la quantità di foto pubblicate in questo post, il tutto rischia di diventare chilometrico. E non siamo ancora a mezzogiorno della seconda giornata!

20130929

il derby di fassbinder

finalmente in serie A!
che vinca il migliore!


Macedonia - Settembre 2013 (1)

Sgombriamo il campo dagli equivoci: non è un post di cucina. E lo so che sembra che prenda qualcuno per stupido, ma la reazione generale ad un viaggio in Macedonia è quantomeno sorpresa. Sono stato nella Repubblica di Macedonia, conosciuta anche come FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia), denominazione provvisoria acquisita nel 1993 al momento del suo ingresso nell'ONU, a causa della disputa con la Grecia a proposito del nome ed altro, come potete leggere nel link a Wikipedia.
Figuratevi, che perfino qualche macedone, domandandomi se ero lì per turismo o per lavoro, si stupiva che avessi deciso di fare un giro, per una settimana addirittura, nel loro paese. C'è da dire che tutto questo fa parte della scelta: cosa c'è di meglio di stupire gli altri con decisioni anticonformiste? L'amico Robi, che per primo coniò per me la definizione di eccessivamente (o forzatamente, non ricordo bene) anticonformista, ci aveva visto lungo.
C'è sicuramente anche questo, che ha influito nella decisione. C'è che è da un po' di tempo che ho voglia di Balcani, c'è che circa un anno fa (non ne avevo mai sentito parlare prima, colpevolmente) ho letto un bell'articolo che magnificava le acque limpidissime del lago di Ohrid (Ocrida in italiano), c'è che ho cominciato ad immaginarmi un viaggetto da quelle parti, studiando la mappa del Touring Club e la Lonely Planet
Sarebbe lunghissima da raccontare, limitatevi ad alcune sottolineature nei post dei giorni precedenti: dopo aver già fissato gli alberghi per le sette notti macedoni, e prenotato l'auto a noleggio all'aeroporto Alessandro Magno (e come si doveva chiamare, sennò? Ma, attenzione, c'è un altro aeroporto che è intitolato al grande manfruito, e naturalmente è in Grecia) di Skopje, sono andato a partire, pensate un po', dall'aeroporto Canova di Treviso, con la compagnia Wizz Air, con la quale avevo volato già altre volte in Polonia, e con la quale, vi confesso, continuo a trovarmi piuttosto bene.
Come spesso accade, c'è un prologo. Ho colto l'occasione per partire un giorno prima, e "rendere" la visita a Nick e Cristina, che erano venuti a trovarmi in agosto. Abitano a Cittadella, che non avevo mai visto e che mi ha sorpreso da tanto è carina. L'ho presa quindi con molta calma, perché lo so che vi sembrerò ripetitivo, ma il tempo passa e il mio fisico, lo so bene, non può più permettersi di fare cose che vent'anni fa avrebbe affrontato senza problemi. Quindi in macchina verso Cittadella nel primo pomeriggio, arrivo per l'ora dell'aperitivo, installazione in albergo, passeggiata, cena, a letto presto. La mattina dopo, con tutta la calma del mondo (che non riesco mai ad avere, perché mi dico, pensate un po', ma anche 'sta gente deve lavorare, prima lascio la camera meglio è), e perdendo tutto il tempo che posso, arrivo con un'ora d'anticipo al parcheggio che avevo prenotato, a 300 metri dall'aeroporto (non importa che ve lo dica: su internet, oggi, si trova davvero di tutto). Attesa all'aeroporto, per me la prima volta a Treviso, ingannata con un panino, chiacchiere di circostanza con il personale, siparietto per uscire e andare a fumare una sigaretta passando quindi due volte dai controlli, tutti molto gentili. La cosa comincia a farsi interessante all'imbarco. Naturalmente, tanti macedoni che tornano a casa. Lo sapete, che sono in tanti a lavorare in Italia. Famiglie intere, perfino. Bambini vestiti diciamo "all'occidentale" che parlano perfettamente italiano e che con la madre parlano forse albanese (suppongo, visto che il 25% dei macedoni è di origine albanese e parla albanese, e perché il 33% è musulmano, e le madri in questione avevano il capo coperto), pochi turisti, qualcuno che va per lavoro. Per la cronaca, con Wizz Air così come con Ryanair si può comprare la priorità all'imbarco, così come si può prenotare il posto; la prenotazione del posto dà diritto automaticamente alla priorità all'imbarco. Con Ryan però si sceglie esattamente il posto, mentre con Wizz si sceglie una delle prime due file, e così sia. Ma Wizz, a differenza di Ryan, che da molti viene considerata senza cuore, dà la priorità all'imbarco ai bambini sotto ai due anni e ai relativi accompagnatori. Tanto vi dovevo, per la cronaca (come dite? ovvio che ho prenotato il posto). Volo liscio, meno di un'ora e mezzo, bella giornata, cielo chiaro e sotto lo spettacolo dei Balcani e dell'Adriatico non italiano. Mentre l'aereo scende verso la pista di Skopje, vedo una stazione di servizio sull'autostrada, e la mia mente semi-autistica immagina che quella sarà la stazione di servizio dove farò il pieno all'auto a noleggio, per ritornarla col serbatoio pieno. Sbarco, controllo (sommario) passaporti, ufficio dell'AVIS noleggio, scartoffie, cambio un po' di moneta all'ufficio postale (consigliato dal pacioccone impiegato AVIS) mentre mi portano l'auto. L'aeroporto, che avevo letto aver vinto un premio nel 2012, è nuovo, ed effettivamente carino, poco frequentato, ben tenuto, fa una bella impressione. L'accento inglese dei macedoni è marcatissimo, mi sento un mother tongue nei loro confronti. Fari accesi anche di giorno, già sapevo; l'auto che mi consegnano è un upgrade rispetto a quello che ho prenotato e pagato. E' diesel, berlina tre volumi, non so quale cilindrata ma scoprirò con motore anche discretamente performante, ed è una Fiat modello Linea, un auto che non avevo mai visto e della quale ignoravo l'esistenza (ora che leggo la scheda Wikipedia, in effetti, è una Grande Punto a tre volumi). Vabbè: parto. Rotatorie, autostrada, ho scelto il bassissimo profilo, ho prenotato esattamente a Petrovec, in pratica il centro abitato (piccolo) più vicino all'aeroporto. Il tipo dell'AVIS mi ha spiegato, ma subito dopo una curva vedo il casello per il pedaggio e non mi accorgo che l'uscita per Petrovec è sulla destra, un'altra uscita. Anzi, me ne accorgo ma sono già oltre. E qui, faccio la manovra che odio di più veder fare agli altri. Mi fermo, quattro frecce tra una corsia e l'altra, aspetto che non arrivi nessuno, e ingrano la retromarcia, sperando che non mi veda nessuno, soprattutto la polizia. Missione compiuta, senza danni. Imbocco l'uscita. Ponte, entro nel villaggio, credo di non fargli torto definendolo così. Qualche auto, bambini che scorrazzano, due sole strade, barrocci. Si, siamo in Macedonia. Il Motel Livija (non ditelo al mio co-blogger) non dovrebbe essere difficile da trovare. E infatti. Il parcheggio c'è, la proprietaria mi riceve sorridente e mi invita a parcheggiare sul retro; la stanza è grande, mezza vuota, essenziale. Dà sul tetto, e la mattina dopo dall'abbaino vedrò questo spettacolo:
Non è niente di che, ma mi metterà di buon umore. Sono le 17 passate, lavo maglia e calzini, tendo alla meglio, lo spazio non manca. Domando per mangiare qualcosa a cena, non ci sono problemi, pizza, ma più tardi. Ok. E vediamo com'è 'sta pizza. Mi riposto, studio l'itinerario, lascio qualcosa al caso, guardo la tele, comincio a leggere uno dei tre libri che mi sono portato, e m'intriga subito, è adatto. Scendo verso le 19,30 ma sempre la proprietaria mi dice "più tardi, ti chiamo io". Comincio ad avere fame, scendo dopo oltre mezz'ora e, solo soletto nella sala che dà sulla strada, il marito della signora mi porta la pizza che non riesco a capire se è di quelle surgelate o no, scherzando sul fatto che sono italiano e che mangio la pizza in Macedonia. Come dargli torto. Chiedo una birra (pivo) locale. Ecco la Skopsko.
E' buona, si merita una foto. Caffé, sigaretta fuori. Ci siamo. E' cominciata. E' una nuova avventura. E sono solo con me stesso. Farò a modo mio, con i miei tempi. E quindi, mi ritiro nelle mie stanze. Domani, direzione Mavrovo.

20130927

A Dance with Dragons

I guerrieri del ghiaccio/I fuochi di Valyria/La danza dei draghi (Libro quinto delle cronache del Ghiaccio e del Fuoco) - George R.R.Martin (2011/2012)

La storia (spoiler alert: chi segue solamente la serie tv è vivamente consigliato di non leggere)
Oltre la Barriera, i bruti sono allo sbando, ognuno per sé, dopo la sconfitta subita dall'esercito di Stannis, arrivato a dare manforte ai Guardiani della notte. Mance è prigioniero appunto alla Barriera, che ospita una strana alleanza. Il nuovo lord comandante dei Guardiani è nientemeno che Jon Snow. Jon tu non sai niente ("you know nothin'") Snow si dimostra un condottiero abile e smaliziato, a dispetto della giovane età. Sempre oltre la Barriera, Brandon Stark e la sua combriccola è alla ricerca del corvo con tre occhi. Oltre a Jojen, Meera e Hodor, c'è Manifredde che li guida. Personaggio interessante, scopriremo.
Stannis ha inviato Davos a Porto Bianco, per convincere i Manderly a sostenerlo; ma non sembra mettersi bene per lui.
Theon Greyjoy è ancora sottomesso e vessato da Ramsay Snow/Bolton, ai limiti della sanità mentale (entrambi, direi). Theon/Reek viene incaricato da Ramsay di svolgere alcuni compiti quantomeno particolari. Non sarà una passeggiata neppure per lui.
Ma anche al sud, attraverso e al di là del Mare Stretto, accadono un'infinità di cose. Doran Martell ha inviato in segreto il figlio Quentyn verso Mereen, per chiedere in sposa Daenerys. L'alleanza tra Targaryen e Martell era scritta su una pergamena vergata di comune accordo: Viserys avrebbe dovuto sposare Arianne. L'idea del principe Doran è chiara.
Daenerys ha un sacco di problemi. I draghi sono sempre più incontrollabili, Drogon addirittura è fuggito e semina distruzione in giro. I suoi consiglieri la vorrebbero a Westeros, ma Dany comprende che la sua partenza significherebbe la restaurazione della schiavitù. Mereen e il regno di Dany è vittima della guerriglia dei figli dell'arpia, alleanza che riscuote l'appoggio perfino di vecchi alleati della regina.
Perfino Tyrion attraversa il Mare Stretto, insieme a Varys. A Pentos, l'eunuco lo mette nelle mani di Illyrio, che, senza faticare troppo, lo fa schierare con Daenerys, e lo invia verso Mereen. Tyrion viaggia con alcuni mercenari, Griff e Griff il giovane, padre e figlio, che però si rivelano l'ennesima sorpresa della saga. Non sarà l'unico personaggio che Tyrion incontrerà lungo la strada per Mereen.
Cersei passa un lungo, brutto quarto d'ora, mentre Arya è ancora a Braavos alle prese con la sua "formazione" presso gli Uomini senza volto. Sansa non pervenuta. Asha Greyjoy deve abbandonare i sogni di gloria, mentre Victarion Greyjoy, invece, sta viaggiando alla volta di... indovinate un po'.

Il commento
Se credevate che Martin non potesse superarsi, vi siete sbagliati. Dopo aver introdotto nuovi "mondi" e nuovi personaggi, in questo Libro quinto da una parte riannoda i fili della narrazione con i personaggi principali, dall'altra integra le storylines nate proprio da quei nuovi mondi e da quei nuovi personaggi. L'impresa poteva sembrare titanica: allargare a dismisura la geografia narrativa e al tempo stesso il parco personaggi, già di per sé più che imponente. Martin stupisce tutti riuscendo nell'impresa, e non solo. Le ultime pagine di questo libro provocano ansia, da tanta è la tensione e la curiosità. Se c'è qualche sceneggiatore televisivo che ha perso la capacità di creare cliffhanger, beh dovrebbe andare a lezione da Martin.
Immenso, ancora una volta, una saga che diventa ad ogni passo ancora più avvincente.


Riflessioni sparse
Più vado avanti, anche se adesso dovrò fermarmi ed aspettare (il Libro sesto, intitolato The Winds of Winter, si spera uscirà nel 2014, e vedremo quanto ci sarà da aspettare per la traduzione italiana - forse sarebbe la volta buona per decidersi a leggere in inglese), più le dinamiche del gioco del trono mi sembrano quelle della (nostra) politica, la quale porta con sé meno violenza fisica ma maggior violenza verbale (nel senso che le schermaglie dialettiche, finché sono dialettiche, nelle cronache sono gustose e, tutto sommato, educate).
Per puntualizzare ancora una volta, non esiste, al momento, la versione italiana del libro per intero: bisogna comprarsi tre libri da circa 400 pagine (i titoli li trovate in testa alla recensione). Mi fermo qui.

Nell'ottica della serie tv
Si conferma un'ottima previsione, quella citata nella recensione del libro quarto, e che vedrebbe la quinta (2015) e la sesta (2016) stagione di Game of Thrones portare avanti libro quarto e libro quinto contemporaneamente, perché, in definitiva, i due libri sono quasi cronologicamente contemporanei (erano nati come un unicum, poi divisi dall'imponenza degli scritti). E, sono abbastanza certo, sarà una magnificenza per gli occhi, perché il budget mi pare ci sia, l'hype si autoalimenta, ormai, per cui è pressoché certo che si arriverà alla fine (ad occhio e croce, all'ottava stagione, almeno), visto che l'audience non mancherà di certo: scenari come Dorne, personaggi come il già citato Areo Hotah o i Greyjoy (Victarion, Euron Occhio di corvo e Aeron Capelli bagnati), senza citare tutti i personaggi al di là del Mare Stretto, fanno solo venire l'acquolina televisiva in bocca.
Non ci resta che attendere pazientemente.

20130926

tuca

Tookah - Emiliana Torrini (2013)

Sesto album per la trentaseienne islandese di padre italiano. Che a me piace, ma che mi genera un problema di giudizio: so che farete gli snob dicendo mentalmente "eh ma non devi fare così", ma come si fa a non pensare a Bjork? Quindi, ai primi ascolti ho segnato mentalmente i pezzi che mi sembravano più originali, che non somigliavano per nessun motivo a quelli dell'islandese più famosa e senza padre italiano. E devo dire che ne ho trovati alcuni, la partenza è molto interessante e cattura subito con il trittico Tookah, Caterpillar e Autumn Sun. Ci ho sentito vaghe influenze elettroniche, mentre le ho trovate quasi completamente folk, ben scritte, ben cantate, coinvolgenti, delicate. Home mi ha spiazzato. Da un momento all'altro mi aspettavo qualcosa che facesse cambiare il mio giudizio in peggio, e invece questa mi piazza una specie di bossa nova con delle tastierine giocattolo e questa voce che ti accarezza tutto. Con Elisabet effettivamente un fantasma aleggia sul disco, ed è proprio quello che pensate. Ma il pezzo è bello, per cui si va avanti. Animal Games però acuisce la sensazione precedente (senza tra l'altro lasciare troppo il segno rispetto agli altri pezzi del disco), che prosegue anche con Speed of Dark, che però nella base elettronica profuma di Oil On Canvas dei Japan e diverte. Blood Red, a detta dell'artista, è il pezzo più rappresentativo, avvicinandosi al concetto della copertina, perché composto da due parti (una alta e una bassa) che si parlano tra di loro. Forse è vero, ed è pure vero che l'album diventa quasi improvvisamente "drammatico": rispetto ai pezzi precedenti c'è più pathos, e la voce di Emiliana svolge un gran lavoro, coprendo (come suggeriva lei stessa con la descrizione del pezzo) una gamma di suoni molto ampia. Siamo già alla fine, ma prima di concludere c'è la lunga When Fever Breaks, che all'inizio non si capisce dove voglia andare, ma mano a mano che procede, tra noise e suoni sghembi acquista un suo perché.
Tirando le somme: un disco così così, da un'artista dotata, a mio modo di vedere ancora alla ricerca della sua personale realizzazione musicale. Quando "fa" la Bjork ha poco senso, perché quella lì ha già fatto tutto meglio. Forse, ma dico forse, la strada da seguire è quella della prima parte del disco, un timbro cantautoriale tendente al folk statunitense, ma "sporcato" dal suo background elettronico. La ascolterò sempre molto volentieri, ma pretendo da lei la tendenza alla grandezza. Forse perché di cognome fa come il mio ottico di fiducia.

20130924

siamo o non siamo?

Un punto di vista "esterno" sul nostro presunto razzismo (sapete che io la penso esattamente come questa scrittrice statunitense di origini etiopi, sugli svariati punti da lei toccati in questo articolo); da The Guardian, tradotto su Internazionale numero 1017.


Razzisti per tradizione
di Maaza Mengiste
Gli insulti contro Cécile Kyenge derivano anche dall'incapacità italiana di fare i conti con il passato coloniale

Il 4 settembre, di fronte alla sede del X municipio di Roma, dove era attesa la visita di Cécile Kyenge, prima donna nera alla guida di un ministero italiano, sono stati trovati tre manichini coperti di sangue finto. Accanto c’erano dei volantini su cui si leggeva: “L’immigrazione è il genocidio dei popoli. Kyenge dimettiti”. È l’ultimo di una serie sconvolgente di attacchi e minacce contro la ministra. Un ex ministro ha detto che somigliava a un orango e un vicesindaco l’ha paragonata a una prostituta. Infine, qualcuno le ha lanciato delle banane durante un discorso. La sua nomina a ministra dell’integrazione non ha solo scoperchiato i problemi dell’Italia con la tolleranza razziale, ma ha anche smentito il luogo comune degli “italiani brava gente”. È questo luogo comune che mi ha spinto a scegliere l’Italia come argomento del mio nuovo libro. Un’idea che contraddice le esperienze di mio nonno, e della sua generazione, che combattè contro l’invasione fascista dell’Etiopia e subì cinque anni di occupazione italiana. Il partito fascista e Benito Mussolini governarono a Roma dal 1922 al 1943, e durante quel periodo l’Italia ampliò il suo impero oltre la Libia, l’Eritrea e la Somalia. Nel 1935 invase l’Etiopia con una miscela devastante di guerra aerea e attacchi terrestri. Gli etiopici dovettero subire il gas mostarda, i campi di concentramento e i massacri, tattiche che l’Italia mise a punto in Libia, dove si svolse per trent’anni una lotta brutale che gli italiani definirono “campagna di pacificazione”. I resoconti della guerra in Etiopia erano censurati e si parlava invece della missione civilizzatrice portata avanti dall’Italia. Inoltre, si sottoponeva la lingua ad accurate manipolazioni per convincere gli italiani non solo che avevano diritto di prendersi la terra di un altro popolo, ma anche che si trattava di un gesto di benevolenza. La cosa che più colpisce è che la vicenda coloniale italiana è quasi assente dai libri di storia e dal dibattito nazionale. Solo nel 1996, sessant’anni dopo, il ministero della difesa ha ammesso l’uso del gas mostarda nella campagna d’Etiopia. La Germania ha avuto i processi di Norimberga, il Sudafrica la sua Commissione per la verità e la riconciliazione. Nell’Italia nel dopoguerra è mancato un dibattito simile che avviasse il paese sul difficile cammino verso la pacificazione.
Trasformazione
Questi momenti di presa di coscienza ci hanno dimostrato che affrontare gli eventi dolorosi del passato cementa la memoria collettiva e contribuisce a creare un vocabolario del pentimento. Riavvicina quanti ebbero il potere di ferire e quanti hanno il potere di perdonare. Il compito dell’Italia dal 1861, l’anno dell’unificazione, è stato quello di accomunare gruppi di persone molto diverse e spesso in conflitto fra loro. Si attribuisce a Massimo d’Azeglio la frase: “Abbiamo fatto l’Italia. Ora dobbiamo fare gli italiani”. L’identità collettiva dell’Italia, ammesso che esista, è stata costruita con cura. Un’identità che ha avuto tra le sue componenti la pelle bianca. E che oggi si sente messa in discussione dalla presenza della ministra Kyenge. Ma l’Italia, volente o nolente, sta subendo una trasformazione. Gli immigrati di prima o di seconda generazione, e altri italiani, stanno tentando di modificare le leggi discriminatorie, combattono per una maggiore consapevolezza del passato e delle potenzialità per il futuro. Ricordo una cena a Roma con amici e colleghi. Da un altro tavolo è stato fatto un commento ad alta voce sul colore della mia pelle, il cibo, e certe volgari allusioni sessuali. Gli amici che mi stavano accanto sono rimasti esterrefatti. Poco dopo un signore anziano mi ha fatto l’occhiolino, e quando ho protestato ha allargato le braccia e si è messo a ridere. Se non avessimo sentito tutti quel che aveva appena detto, sarebbe sembrato un tipo allegro che era stato frainteso e ingiustamente accusato. Un esemplare degli “italiani brava gente”. Invece gli insulti a Cécile Kyenge sono stati molto più virulenti, non c’era la decantata giovialità degli italiani. Un mito che resiste solo perché non ci sono sanzioni severe contro i politici e i gruppi responsabili di certe violenze verbali. Occorre fare i conti con il proprio passato, coinvolgendo tutti gli italiani. Ho chiesto a una mia amica italiana di origini somale cosa ne pensasse degli insulti a Kyenge. “Questo è il mio paese”, mi ha risposto. “Stiamo lavorando per migliorarlo. Oggi più che mai, l’Italia ha bisogno di persone come me”.

20130923

screaming trees

Giorni fa riflettevo sul fatto che già da un po' di tempo, alcuni commentatori che si ritengono schietti hanno cominciato a considerare cose come queste superflue, ridicole, quasi snob. Io non sono d'accordo, e quando l'ho saputo è stata una piacevole sorpresa. L'iniziative, per farvi comprendere meglio, è legata all'abbonamento ad Internazionale.

Gentile ALESSANDRO,

per festeggiare il tuo arrivo abbiamo deciso che pianteremo un albero in Niger. Un'acacia, per l'esattezza. La pianteremo a Dosso, a 150 chilometri dalla capitale Niamey, in una grande foresta che entro il 2015 sarà formata da otto milioni di alberi.
L'obiettivo del progetto, promosso da Tree-Nation con il sostegno del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente, è arrestare la desertificazione e aumentare la produttività del terreno.
Per vedere come sta crescendo l'albero, puoi andare su:
http://www.tree-nation.com/mytree/internazionale

20130922

fuckin' airport

Riallacciandomi al post di due giorni fa, mi piacciono gli aeroporti. Tutti. Ovviamente, c'è quello che mi piace di più e quello che mi dice poco, ma tutti quanti rappresentano un trampolino per la conoscenza di altri luoghi, e al tempo stesso sono crogioli di diversità, di persone differenti, ognuna con il suo fardello e la sua personalità, la sua storia, le sue tristezze o le sue felicità. Inoltre, l'aeroporto è, chissà per quanto, e non in tutti i casi, un'oasi di pacatezza, di rispetto, mediamente c'è poca gente che urla rispetto a fuori di lì, mediamente le persone sono meno propense a dare in escandescenze.
Ecco uno dei motivi per cui mi rendo sempre, se possibile, disponibile per accompagnare amici e conoscenti all'aeroporto (Pisa, Roma, Firenze, Milano, wherever), e rimanere a far loro compagnia, fino al check in, fino ai controlli di sicurezza, mi piace aggirarmi per gli aeroporti senza l'ansia di dover prendere un aereo (la mia ansia non è di volare, è di perdere l'aereo).
Ed ecco perché, se devo andare in un luogo e c'è un volo conveniente da un aeroporto dove non sono mai stato, beh non ci sono problemi.
Ma c'è un altro non-luogo che stuzzica la mia curiosità; più del treno, la metropolitana. Quella di Londra, tra le poche che ho visto, è una roba che mi faceva impazzire (anche se avrei un aneddoto gustoso su quella di Madrid). Quando ci sono stato, nel 1998, alloggiavo piuttosto lontano dal centro, una buona mezz'ora, appunto, di metro (underground, of course). Ecco, ogni giorno, ogni mattina, quella mezz'ora all'andata, ed ogni sera quella mezz'ora al ritorno, era una finestra sul mondo interrazziale, sul melting pot. Facce di ogni dove, ognuna impegnata a farsi discretamente i cazzi propri, a parlare nella propria lingua, a leggere i proprio giornali o i propri libri.
Meraviglioso.

20130920

When the World Is Running Down, You Make the Best of What's Still Around

Tra la fine di agosto e l'inizio di settembre, per una curiosa serie di coincidenze, nel giro di una settimana ho accompagnato all'aeroporto (attività che chi mi conosce sa essere tra le mie preferite, e che esercito in maniera assolutamente gratuita e con grande piacere) la famiglia di amici che vive, lavora e studia a Dubai, e la mia amica che lavora in Kenya; in mezzo, ho passato un piacevole ed estremamente rilassante fine settimana nelle campagne del basso Piemonte, ospitato dalla famiglia di amici che fino all'anno passato abitava in Polonia (e adesso non più). Durante il mese di agosto mi sono visto/sentito con altre due coppie di amici che vivono e lavorano nel Regno Unito. Quasi tutti questi amici hanno prole, la prole è naturalmente bilingue, se non trilingue.
La cosa mi spinge a diverse riflessioni, non ultima la mancanza di lavoro in Italia. Il punto non è questo, e non so neppure bene quale sia, esattamente, ma, lungi da me l'idea di lamentarmi del mio lavoro, sento che c'è qualcosa che non mi soddisfa. In questo campo (effettivamente anche in altri campi) non sono un cuor di leone, e la cosa che sto per dire probabilmente mi farà passare come poco modesto, ma tant'è.
La situazione del mio lavoro è fluida. Io sono piuttosto soddisfatto, ho molto da fare, ho anche delle responsabilità, il mio capo ha grande fiducia in me, la multinazionale per cui lavoro non è in crisi ma il sito dove lavoro non sta passando un buon momento. Siamo davanti ad una continua ristrutturazione, alla diminuzione di posti di lavoro, ci aspettano anni duri in cui dovremmo dimostrare di essere all'altezza di altri siti del gruppo, perlomeno a livello di costi. Naturalmente, dovremo fare tutto "da soli", perché certo i governi non aiuteranno di certo.
Vedere molti amici che lavorano da anni e per anni all'estero, che crescono i loro figli all'estero, mi riempie il cuore ma, al tempo stesso, se una volta mi faceva pensare (appunto) al fatto che mancasse il lavoro in Italia, adesso mi fa pensare che forse, sarebbe il momento di provare un'esperienza nuova. Lo farei volentieri, soprattutto per la società che ha dato lavoro a me, a mio padre, a mio nonno, a mia nonna e a una delle mie zie. Naturalmente, se avessi un'offerta vantaggiosa da un'altra società non esiterei, ma mi pare abbastanza chiaro che con quasi 25 anni di anzianità (solo per la società per cui lavoro adesso), preferirei rimanere "in famiglia". E, a proposito di famiglia, nessuno meglio di me sarebbe ben disposto a trasferirsi per 10/15 anni all'estero: nessuna fidanzata, nessuna moglie, nessun figlio. Oltre a una certa persistente insofferenza all'Italia in generale.
Non crediate: la questione è stata, per così dire, messa nel piatto alcune volte, quando si tirano le somme. Di solito c'è un risolino da parte del mio capo (che è una donna, nel caso non lo sapeste). Non ci sono le condizioni, e, sempre parlando di immodestia, so che non si priverebbe del mio lavoro facilmente (me lo ha già dimostrato una volta, e a quell'epoca rimasi sorpreso, soprattutto perché non ero ancora pienamente convinto di svolgere un buon lavoro).
Però ecco, non si sa mai, visti i tempi incerti.
Quello che dico, anche e soprattutto a me stesso, è che in fondo, non sto così male qua, e più o meno dovrò lavorare ancora altri (come detto prima) 15 anni. Se il fisico mi regge, si presentassero le condizioni, non stupitevi. Altrimenti, mi trovate qua.

20130918

imitazioni

Imitations - Mark Lanegan (2013)

Negli ultimi anni, ho avuto un rapporto conflittuale con Lanegan. L'ho seguito dai tempi degli Screaming Trees, visto dal vivo molte volte, e spesso mi dava fastidio la sua indolenza (e le sue dipendenze, ad essere onesti). Un artista dotato, con una voce speciale, ho sempre voluto qualcosa di più da lui.
Però, in generale, la sua scelta di carriera dopo lo scioglimento di quella storica band, mi è piaciuta, proprio perché, con quella voce, poteva essere giusta. Ha avuto alti e bassi, ci ha regalato dischi belli e dischi meno belli, collaborazioni interessanti sviluppate più o meno in maniera costruttiva, bella musica e musica meno bella.
Ma Mark Lanegan il (bel) tenebroso, il cavernicolo (riferendoci alla sua voce) di Ellensburg, Washington, ha, nonostante la sua apparente antipatia, anche un altra grande abilità: è un grande interprete. Ecco quindi che a 14 anni di distanza da I'll Take Care of You si e ci regala un altro disco interamente composto da cover, canzoni scritte da altri e per altri, che fanno parte della sua storia di amante della musica e, quindi, come per noi, della sua vita.
In particolare, si è concentrato, come ha detto lui stesso in alcune interviste di presentazione dell'album, su pezzi che ascoltavano i suoi in casa, quando lui era piccolo, tentando di ricreare quelle sensazioni che lo attraversavano mentre ascoltava quelle canzoni.
Ci sono alcune eccezioni. Il pezzo di apertura, Flatlands, di una giovane promessa del folk alternativo statunitense Chelsea Wolfe, Deepest Shade dei Twilight Singers dell'amico Greg Dulli, Brompton Oratory di Nick Cave (me-ra-vi-glio-sa), e I'm Not the Loving Kind di John Cale. Dopo avervi detto che c'è pure una sorprendente prova di Lanegan che canta in francese (su Elégie funèbre di Gérard Manset), non mi resta che darvi il buon ascolto, e dirvi che questo è un gran bel disco, un disco che emana calore e passione. Non c'è bisogno di aggiungere altro. Per altre informazioni sulle altre cover, andate qui. La copertina è un po' funebre.

20130917

le mie prigioni 2

Da Le Monde, tradotto da Internazionale, numero 1017

Un paese che affonda
di Philippe Ridet
Il voto sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi e il recupero della Costa Concordia hanno dei tratti in comune

Chi arriverà prima? Gli operai, i sommozzatori, gli ingegneri che devono tirare su il relitto della Costa Concordia, incagliata da due anni all’entrata del porto dell’isola del Giglio? Oppure i 321 senatori della repubblica chiamati a pronunciarsi sulla decadenza di Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva il 1 agosto per frode fiscale a quattro anni di reclusione, con pena ridotta a un anno per effetto dell’indulto? Nel primo caso si tratta di far riemergere completamente una nave di 45mila tonnellate, una procedura indispensabile per trainarla, nell’estate del 2014, nel porto in cui sarà demolita. Nel secondo caso si tratta di porre fine alla carriera politica di un uomo il cui lungo regno sarà ricordato per l’immobilismo, il conflitto di interessi, la litania dei suoi processi (una trentina dal 1992) e il contrasto permanente tra i suoi sostenitori e i suoi avversari, una lotta dallaquale l’Italia esce sfinita. Le operazioni di recupero della Costa Concordia dovrebbero cominciare a metà settembre, tempo permettendo. Il 9 settembre si è riunita per la prima volta la giunta per le elezioni del senato, che a ottobre dovrebbe pronunciarsi sulla sorte di Berlusconi. Due sfide per l’Italia, una tecnologica e l’altra democratica. Dal loro successo dipende in gran parte l’immagine del paese che prima Mario Monti ha tentato e oggi Enrico Letta tenta di ripristinare. Sono tutte e due procedure inedite. Da un lato, non è mai successo che si provasse a recuperare una nave così grande: 289 metri di lunghezza per 35 di larghezza. Dall’altro, bisogna applicare la “legge Severino”, votata alla fine del 2012 e mai applicata fino a oggi, in base alla quale chi deve scontare una condanna superiore ai due anni di carcere non può fare il parlamentare. In entrambi i casi i rischi sono enormi. Se la nave – non si conoscono di preciso le condizioni della parte di scafo sommersa – si dovesse spezzare, l’arcipelago toscano correrebbe un gravissimo pericolo di inquinamento. Sul fronte politico, se i senatori dovessero votare contro la decadenza di Berlusconi da senatore, l’Italia sarebbe ancora una volta indicata come una “anomalia” dove i politici possono evitare il rigore delle leggi che hanno votato. Se invece dovessero mettere fine alla carriera politica di Berlusconi, si esporrebbero alla sua minaccia di far cadere il governo con il rischio di far piombare il paese in una nuova fase d’instabilità.
Quando, il 13 gennaio del 2011, la Costa Concordia ha urtato uno scoglio vicino al porto del Giglio, Silvio Berlusconi aveva lasciato il potere da due mesi. La personalità del comandante Francesco Schettino – spaccone, seduttore e imbrillantinato –, che ha abbandonato la nave prima che le operazioni di salvataggio fossero concluse, ha ricordato agli italiani i problemi del presidente del consiglio. Un crudele gioco di specchi in cui il Cavaliere era stato sostituito, da un punto di vista simbolico, da questo capitano di operetta.
Facciamo un sogno
Le persone che lavorano intorno allo scafo devono riparare un mastodonte immobile, ma anche l’errore di un uomo che ha causato la morte di 32 persone. Sono tanti gli italiani che si sono sentiti offesi dalla vigliaccheria e dall’incompetenza di Schettino. Lo stato italiano si è costituito parte civile nel processo in corso al tribunale di Grosseto, perché pretende da Schettino i danni per aver leso l’immagine dell’Italia. Questa stessa fragile “immagine” è in gioco al senato. Aggrappandosi al suo mandato dopo aver esaurito tutti i ricorsi possibili, tenendo sotto scacco permanente il suo paese, rivitalizzando un conflitto tra i “giudici di sinistra illegittimi” e i “milioni di elettori” che hanno votato per il suo partito, Silvio Berlusconi continua a danneggiare l’Italia. Attraverso il voto a scrutinio segreto i suoi colleghi senatori avranno la possibilità di “colpirlo” duramente, addirittura di “affondarlo”, si spera una volta per tutte. Pronti alla gara? Il Partito democratico per ora ostenta una posizione inflessibile. “La legge è uguale per tutti”, giurano. Lo stesso vale per il Movimento 5 stelle e, in misura minore, per il partito centrista di Mario Monti. Sulla carta c’è una maggioranza favorevole alla decadenza di Silvio Berlusconi. Intanto sull’isola del Giglio i tecnici scommettono sul successo del recupero. Facciamo un sogno: entro un anno la Costa Concordia farà il suo ultimo pericoloso viaggio e Silvio Berlusconi sarà costretto ad andare in pensione. L’Italia se lo merita.
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Questo signore, anche se francese, ci vuole bene, in fondo.

20130916

la signora elettrica

The Electric Lady - Janelle Monáe (2013)
La copertina

Devo dire onestamente che quando ho saputo dell'uscita del nuovo disco di Janelle [quelli bravi dicono che sia il secondo, in quanto il primo Metropolis: Suite I (The Chase) è considerato un EP], ero abbastanza eccitato (in senso musicale). Come espresso proprio in sede di recensione del disco precedente, che fu una discreta rivelazione, mi sento un po' orfano delle due superstar della musica nera (parlo di Lauryn Hill ed Erykah Badu), e quindi ci voleva. Ma mi trovo, purtroppo, d'accordo con chi sostiene che questo The Electric Lady sia un disco ben fatto, godibile, dotato anche di buone canzoni, professionalmente e musicalmente ineccepibile, ma non spacca. Manca qualcosa per il capolavoro, perché la ballerina Janelle possa considerarsi ai livelli delle due ladies citate prima.

La copertina della Target-exclusive edition

E' un disco bello, ma freddo, quasi congelato, plastificato in quella perfezione neo soul che non permette, ovviamente, di "scaldarsi" durante l'ascolto, di calarsi completamente in quella dimensione catartica che, solitamente, fa si che la compenetrazione dell'ascoltatore con il disco sia perfetta, e che si riesca ad apprezzare appieno.
La Monáe si destreggia lungo tutte le coordinate della musica black, sciorina tutta una serie di featuring a volte importantissimi (Miguel, Solange Knowles, ma soprattutto Esperanza Spalding, la stessa Erykah Badu, e niente popo' di meno che Prince), esegue i compiti diligentemente, adattandosi di volta in volta all'ospite, oppure spaziando in lungo e in largo nel pentagramma e, come detto, nei generi, ma non indovina mai la zampata vincente. Tanti pezzi carini, leggeri, ma facilmente dimenticabili. Probabilmente il pezzo migliore è Electric Lady con Solange (la sorella di Beyoncé, non il sensitivo televisivo livornese).
Ennesimo concept album, il disco in questione rappresenta la quarta e la quinta suite della sua opera concettuale Metropolis (le suites saranno sette in totale). Per approfondimenti, vi rimando alla recensione del disco precedente. Vari interlude sono frapposti tra i pezzi, con altri personaggi di questa immaginaria saga.

20130915

acciaio chirurgico

Surgical Steel - Carcass (2013)

Ok, risolviamo subito la pratica, altrimenti qui si rasenta il ridicolo: che esistessero ancora i Carcass, e che addirittura avessero fatto uscire un nuovo disco, me lo ha segnalato il solito Monty. Ultimamente mi sfuggono un sacco di cose, e, non solo sulla musica, ho capito che accade perché leggo meno giornali, quindi tranquilli, dovrò rimediare e mi sono già messo al lavoro. Andiamo avanti.
Ho sempre avuto questa idea, che fossero scandinavi, e invece sono di Liverpool (in realtà, sono quelli che hanno influenzato tutta la scena scandinava). E questo nonostante li abbia molto ascoltati in gioventù (quanto mi sento fuori luogo, usando queste espressioni, eppure...), soprattutto il loro terzo Necroticism - Descanting the Insalubrious del 1991, un disco che all'epoca fece abbastanza scalpore, introducendo la definizione progressive nel death metal. Bene, questo nuovissimo Surgical Steel, la cui copertina plagia letteralmente quella del loro EP Tools of the Trade del 1992, arriva ben 6 anni dopo la decisione di riformare quella band che è stata pioniera nel campo del metal estremo, passando dal grindcore al death, dal (appunto) progressive al melodico (sempre death metal), e a 17 anni dal precedente Swansong, con due dei membri fondatori, Jeff Walker (basso e voce) e Bill Steer (chitarra e voce), visto che l'altro fondatore Ken Owen (batteria e voce), dopo un'emorragia cerebrale nel 1999 ed un periodo di coma, non sembra essere troppo in forma (per la batteria, ma compare nei crediti come special guest alla voce). Sul disco non appare Michael Amott (svedese, chitarrista che entrò nella band all'epoca di Necroticism), anche se ha fatto parte dei Carcass dal momento della reunion, ma che l'anno scorso ha lasciato per occuparsi dei suoi Arch Enemy e Spiritual Beggars.
Vabbé, detto che alla batteria c'è Daniel Wilding, c'è da dire che Surgical Steel non è per nulla uno di quei dischi tronfi ed inutili di quelle band del passato che si riformano per fare un po' di cassa. Per un appassionato di metal (e qui vorrei ricordarvi per l'ennesima volta che chi il metallo ce l'ha avuto nel sangue, può ascoltare tutto, espandere i suoi orizzonti, volare lontano dal nido, ma quando c'è da fare headbanging e da alzare il volume per ascoltare delle sane chitarre distorte nel modo giusto, torna bambino), è una goduria. Avendo, come detto, attraversato un po' tutti i sottogeneri del metal estremo, i redivivi Carcass mettono in piedi un disco pirotecnico, che parte da una base death metal con il growling/screaming d'ordinanza, ma non dimentica mai, neppure un secondo la melodia, i grandi riff, gli assoli e le cavalcate in stile New Wave of British Heavy Metal, e come se non bastasse ingloba tranquillamente le derivazioni post crust punk del thrash in stile Metallica quelli veri, dei primordi. Ascoltare Surgical Steel è un po' come guardare un film pieno di citazioni, o come vedere un filmato sulla tua squadra del cuore e riconoscere i calciatori delle varie stagioni. Il pezzo conclusivo Mount of Execution potrebbe essere una perfetta summa di quello che vi ho detto, ma già dalla doppietta iniziale, composta dall'intro in perfetto stile classic heavy metal 1985, più la forsennata Thrasher's Abbatoir, capite che siamo sul terreno di una band che, tanto per rimanere sulla metafora calcistica, gioca a tutto campo. Il pezzo seguente, che è uno dei miei preferiti, fosse solo per il nome (Cadaver Pouch Conveyor System), è un altro fulgido esempio di come si può continuare a suonare metal estremo nel 2013, inglobando qualsiasi tipo di influenza. L'altro pezzo che a mio giudizio è davvero micidiale, nonostante, come detto, tutto il livello del disco sia davvero alto, è Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard
Resta inteso che questi qua sono dei signori musicisti, tra l'altro, quindi fate un po' voi.
Siccome il disco esce in questi giorni, io vi caldeggio soprattutto la Mail Order Edition, sempre che riusciate ad accaparrarvi una delle 666 copie (ehehehe!), che consta di un cofanetto contenente il cd più un kit di pronto soccorso. Non so davvero cosa stiate aspettando.

20130914

le mie prigioni 1

Il fondo del catalano La Vanguardia ha un che di malinconico. Tradotto da Internazionale numero 1017.


La decadenza di Berlusconi

Silvio Berlusconi, quattro volte presidente del consiglio e da vent’anni figura centrale della politica italiana, è coinvolto in una serie di processi per i quali si calcola che i suoi avvocati gli siano costati circa 300 milioni di euro. La cifra basta a darci un’idea della sua frenetica vita giudiziaria. Poi ci sono le sentenze. Per citare solo l’ultima, ricordiamo la condanna dell’ottobre 2012 a quattro anni per frode fiscale, confermata dalla cassazione ad agosto. Fino a oggi Berlusconi ha navigato senza naufragare in queste acque tempestose. Il sostegno incondizionato del suo impero televisivo, il suo talento di manipolatore e il potere accumulato negli anni sono stati gli strumenti del suo successo. Ma oggi sembra che intorno a lui il cerchio si stia chiudendo. Il suo ultimo tentativo per ottenere l’impunità è il ricorso presentato qualche giorno fa alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Così spera di non decadere dalla carica di senatore e che non gli sia vietato di partecipare alle prossime elezioni. Berlusconi si riiuta di accettare una fine così disonorevole della sua carriera politica. Ma non gli sarà facile sfuggire al destino che si è costruito con tanto impegno. La cosa più inquietante di questo pasticcio è che sembra determinato a restare al suo posto a qualsiasi costo. Anche a quello di far cadere il governo Letta, di cui fanno parte vari ministri del Popolo della libertà. Se c’è una cosa di cui l’Italia oggi non ha bisogno, con tassi d’interesse sui titoli di stato già al livello spagnolo, è affrontare una crisi di governo che turbi la sua fragile stabilità. Quindi Berlusconi sbaglia a minacciare di far cadere il governo Letta se non accetta di compiacerlo dopo la sua lunga e peculiare carriera politica. A quasi 77 anni, ormai dovrebbe aver imparato che gli interessi privati non possono essere anteposti a quelli del paese. Eppure continua ostinatamente a farlo.

20130913

The Reasons of the Heart

Le ragioni del cuore - Raf (2012)

La mia passione per Raffaele Riefoli in arte Raf, qualcuno che mi ha conosciuto con chiodo, brufoli, capelli lunghi, anfibi e t-shirt degli Slayer potrebbe definirla inspiegabile, ve l'ho già raccontata ed espressa più volte: le due volte che l'ho visto dal vivo, la volta che l'ho incontrato a vedere Jewel, ma soprattutto il fatto che in ogni suo album, ci sia almeno una canzone che sembra essere scritta da o per me. Naturalmente, il rischio, con una raccolta, è di trovarne parecchie, e quindi di passare il tempo a piangere, mentre lo si ascolta. 
Uscito nell'ottobre del 2012, Le ragioni del cuore è, appunto, una raccolta di brani scritti da Raf, qualcuno interpretato da altri artisti, suonati nuovamente e soprattutto riarrangiati in chiave elettropop, una passione di Raf che risale ai tempi di Self Control, un genere che, qualcuno si sorprenderà ma non dovrebbe, il Riefoli padroneggia con grande maestria. Ed ecco che, come per magia, brani vecchi e nuovi, anche poco conosciuti, rinascono a nuova vita, rigenerati, gagliardi ed affascinanti. Non ci credete? Beh, potreste ricredervi, ascoltando le nuove versioni di Salta più in alto, qui con Entics, che diventa un elettrorap melodico e con un gran tiro (che odora di Fabri Fibra, ma del resto Entics fa parte della sua "scuderia"), oppure quella di Dimentica, ballata raffinatamente elettronica dall'enorme apertura melodica. Molto belle pure Iperbole (la mia preferita, almeno in questo disco), In tutti i miei giorni, Non è mai un errore. Dinamiche, fresche nonostante gli anni Sei la più bella del mondo e Controsenso; i due inediti, curiosamente, sono posti uno di seguito all'altro in apertura. La title-track è un pezzo ritmato e ben costruito, e correndo il rischio di ripetermi, dimostra come Raf sia uno che sa davvero come usare l'elettronica, in maniera misurata e per migliorare la musica. In questa notte è la classica ballata in cui il pugliese di nascita e fiorentino d'adozione parla, come sa fare lui, d'amore, con quel suo tono adulto e al tempo stesso appassionato e quasi dolente.
Lunga vita a Raf.

20130912

prato color indaco

Indigo Meadow - The Black Angels (2013)

Sono passati tre anni tre dal precedente Phosphene Dream, e pochissimo è cambiato a casa Black Angels. E' uscito Another Nice Pair, una raccolta dei primi due EP The Black Angels e Black Angel Exit, ma i texani non si spostano di una virgola dal loro psychedelic-garage-rock revivalista. Anzi, se possibile, abbandonano, lasciandole in un angolino, le digressioni psichedeliche, e spingono il lato pop della loro musica (più Yardbirds che Doors o Jefferson Airplane) tremendamente innocua, e sovente retro in maniera indisponente (a proposito di indisponente: la voce salmodiante di Alex Maas andrebbe inserita di diritto in una top five). Inoltre, ogni volta che li ascolto, non riesco a togliermi dalla testa l'idea che ci facciano, anziché esserci davvero, solo per atteggiarsi, e non perché sono veramente convinti di quel che fanno.
Immerse in un mare di fuzz, rimangono canzoncine carine, che i ragazzi di Austin, Texas, provano in tutti i modi a rendere un pochino evocative, drammatiche; a volte ci riescono (Always Maybe, alcuni passaggi di Broken Soldier), più spesso no. Il classico disco che non sentirò mai più la voglia di riascoltare. Occhio ad ascoltarlo troppo, potrebbero diagnosticarvi una brutta overdose da Farfisa.

20130911

editoriAle flash

Cosa ci ha portato questo governo delle larghe intese? In pratica, nulla, se non il cambio del nome della tassa più odiata dagli italiani. Se la politica italiana, questa politica fatta da una classe dirigente completamente incapace e, vorrei dirlo a voce alta, incapace anche nei ranghi "giovanili" (i rappresentanti del M5S, che si fregia di aver portato "gente nuova" che dava voce alla protesta reale, hanno dimostrato di essere ingestibili e spessissimo, in disaccordo tra loro stessi, per cui anche loro inadatti), dicevo, se la politica italiana non fosse abbastanza ingessata, adesso siamo alla paralisi, allo stallo, sempre per via del signor Silvio Berlusconi e dei suoi problemi con la giustizia e con il fisco.
Di questi tempi, anche il Vaticano sembra essere più al passo con i tempi, rispetto alla politica italiana.

ipnosi

In Trance - di Danny Boyle (2013)
Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Londra. Simon Newton è un banditore d'aste, e lavora per una grande casa d'aste. Durante la vendita del Volo di streghe di Goya, rimane coinvolto nel furto dello stesso quadro da parte di una banda di malfattori capitanata dal francese Franck (si, è scritto così). Nonostante le procedure, che invitano i dipendenti della casa d'aste a non fare gli eroi in caso di furto ("un'opera d'arte non vale una vita umana"), Simon tenta di fermare Franck e rimedia uno sganassone che lo manda quasi in coma. Quando esce dall'ospedale, tempo dopo, torna a casa e la trova devastata.
Scopriamo quindi che Franck ed i suoi scagnozzi conoscono Simon. Anzi, Simon era loro complice. E si è fregato il quadro. Il problema è che non si ricorda dove lo ha messo.
A quel punto, visto che la tortura non funziona, Franck e i suoi decidono di mandare Simon, ben controllato, da una ipnoterapeuta. Simon sceglie Elizabeth Lamb, una bellissima dottoressa, che sembra poterlo aiutare a ricordare.

Tralasciando di commentare la parabola artistico-professionale di Danny Boyle, i cui massimi sono, a mio giudizio, Piccoli omicidi tra amici, Trainspotting e The Millionaire, e limitandoci esclusivamente a questa nuova uscita, con la quale, tra l'altro, ho dato il via alla stagione 2013/2014 (e sarà per questo che son più cattivo), potremmo tranquillamente liquidare In Trance (in originale Trance, parzialmente basato su un omonimo film tv inglese) descrivendovelo come un film esteticamente accattivante, ma completamente vuoto. Un po' la brutta copia di Inception, In Trance, che si fa bello anche di un cast, appunto, di belle e bellocci (che però, come si dice, recitano al minimo sindacale, gigioneggiando per quasi due ore), è un film perfino paradossale: dal ritmo serrato, Boyle del resto ormai lo conosciamo bene, riesce ad annoiare da tanto è inconcludente. Quando si sussulta per il peana alla figa rasata (l'unica nota positiva del film, chi mi conosce sa che sono un cultore del tema, e, al contrario di Hank Moody, un estimatore della patata glabra), o ci si trova a solidarizzare contro la violenza delle donne (tema reiterato nel finale), ci si trova, esattamente mezzo secondo dopo, a domandarsi che cazzo c'entravano quei temi con un film che inizialmente pareva una qualsiasi caciara di Guy Ritchie. Non che il resto del film avesse un tema, un filo conduttore: In Trance è un film-matrioska mal riuscito, dove Boyle fa agitare sullo schermo Vincent Cassel (Franck), James McAvoy (Simon) e la perennementefiga Rosario Dawson (Elizabeth), mentre lui mette in mostra tutta una serie di riprese della serie "guardate come sono ganzo", che però non servono a niente. Il tempo di arrivare all'auto, e avrete già dimenticato un film sui ricordi. Più che paradossale, sembra un "colmo".

20130910

l'autostrada bassa

The Low Highway - Steve Earle and The Dukes (and Duchesses) - 2013

Ci ho pensato molto, poi mi sono detto che prima o poi doveva accadere. O meglio, dovevo farlo. Parlare di una delle due icone (l'altra è Hank Williams III) dell'amico Monty, rischiando di dire castronerie, che lui magari non mi farebbe neppure notare, tant'è educato. Mi sono deciso perché questo disco di Steve Earle mi piace, e perché il tipo mi è rimasto simpatico appena l'ho visto interpretare una versione di se stesso in The Wire. Si, perché succede che io Steve Earle, 58 anni, debutto discografico circa 27 anni fa, 13 dischi in studio, 6 live, 7 greatest hits, 7 matrimoni di cui due con la stessa persona, autore di un'opera teatrale, un romanzo ed una raccolta di racconti, attivista politico contro la pena di morte, contro la guerra in Iraq, contro la guerra in Vietnam, sostenitore dei reduci dalla stessa guerra, autore di un pezzo in cui simpatizzava per John Walker Lindh, sostenitore di Kerry contro Bush nelle elezioni del 2004, attore come detto in tv per The Wire, in Treme (parte favolosa), al cinema in Fratelli in erba (di Tim Blake Nelson, che ha diretto per lui il video che trovate "allegato" alla rece) e, come musicista, nel documentario Slacker Uprising di Michael Moore, fino a che non l'ho sentito nominare (appunto) da Monty, manco sapevo chi fosse. E' per questo che ho una conoscenza limitatissima della sua musica e delle sue opere precedenti; non un buon background per una recensione completa, insomma.
Eppure, ho la presunzione di comprendere che questo straordinario personaggio, che oltre alle "referenze" citate poc'anzi ha vissuto il tunnel della droga ed ha avuto anche qualche problemino con la giustizia, sia un grande musicista e, mi spiace "rubare" un concetto alla recensione naturalmente completa e centrata, oltre che contestualizzata in misura enormemente maggiore della mia, di Monty, abbia il dono di saper scrivere grandi canzoni, quale che sia il genere.
Naturalmente, Steve Earle nei suoi (circa) 40 anni di musica, ha attraversato un po' tutti i generi che ruotano attorno o vicino all'americana, ed ecco quindi che è perfettamente in grado di sfornare un disco come questo The Low Highway, che abbraccia con enorme disinvoltura, appunto, generi, sfumature musicali differenti, seppure imparentate tra di loro.
Come detto prima, quando uno sa scrivere le canzoni si sente. Ecco perché fin dall'apertura del pezzo che dà anche il titolo all'album, che ovviamente parla del viaggio, si capisce che siamo di fronte ad un signor musicista, che potrà sicuramente aver fatto di meglio, ma è ancora, tutt'ora una garanzia. Violini western che si intersecano con chitarre pedal steel ed acustiche, e quella voce, stanca, strascicata, una voce che ha visto cose, che ne ha da raccontare, e che spesso ricorda più Tom Waits che Bruce Springsteen. Già dal pezzo che segue, Calico County, una rock song in piena regola con tutti gli strumenti al posto giusto e la distorsione "corretta", l'assolo e così via, non farete fatica a capire di cosa vi parlo: quest'uomo si può permettere quasi di tutto, musicalmente parlando. Burnin' It Down rallenta di nuovo l'andatura ma inserisce la sezione ritmica, mentre con That All You Got?, pezzo che vede particolarmente in luce Eleanor Whitmore al violino e alla voce (il pezzo era presente in Treme), siamo dalle parti del cajun. La simpatica (ma dalla faccia triste) Lucia Miccarelli, violinista e cantante, attrice in Treme, è co-autrice dei due pezzi seguenti, Love's Gonna Blow My Way, altro pezzo dal sapore cajun, e After Mardi Gras, ottima semi-ballata romantica con violino pizzicato prima, e relativo assolo poi. Con Pocket Full of Rain, dove Earle parla velatamente ma non troppo delle sue dipendenze ("Yeah I can still remember when/It used to kill the pain/But I woke up every mornin'/With a pocketful of rain"), veniamo guidati dal pianoforte e da un bel basso in una cavalcata con ritornello rock. Poi c'è quel capolavoro che è Invisible, una ballata sugli emarginati, con la voce di Earle che nella strofa stenta a trovare le note, talmente sono basse, il divertissement bluegrass di Warren Hellman's Banjo, Down the Road Pt.II con Earle al mandolino per un country da camionisti, 21st Century Blues, un altro buon pezzo sostenuto e pieno di chitarre, ci ricorda che c'è sempre un contestatore che canta ("Ain't the future that Kennedy promised me/In the 21st century"), ed il finalone acustico, minimale, di Remember Me, che chiude come meglio non si poteva fare.
Insomma, per tornare a chi per primo ha sponsorizzato la "causa" di Steve Earle, è vero probabilmente che prima parlava chiaro e adesso usa molte più metafore; ma ad averne.

20130909

scimmie artiche

AM - Arctic Monkeys (2013)

So che uso sempre, se non spesso, questo incipit, ma chi segue più o meno assiduamente questo blog sa che gli Arctic Monkeys, gli ex ragazzini di Sheffield, li ho seguiti con benevolenza fin dai loro inizi. Questo per diversi motivi: il primo è che il loro disco di debutto del 2006, Whatever People Say I Am, That's What I Am Not (titolo che a distanza di anni rimane geniale, soprattutto, appunto, per un debutto), fu una sferzata di energia, il secondo è che la prima volta che li vidi dal vivo fu un concerto memorabile (quella t-shirt è ancora bellissima, ed è divenuta sentimentalmente cara), la terza è che quando uscirono erano giovanissimi, quindi per me lo saranno sempre, ed è giusto sostenere i giovani.

Ora, però, sempre quelli che conoscono fassbinder, sa che non gli ho mai fatto sconti: a parte aver scritto pochissimo a proposito del secondo Favourite Worst Nightmare, ho trattato male anche i seguenti Humbug e Suck It and See, vedendo tra l'altro non di buon occhio la loro "amicizia" con Josh Homme
Con questo AM, invece, secondo me il vento comincia a girare, anche se potrei essere semplicemente io che comincio a "capirli di nuovo". Si, perché gli ex ragazzini sono cambiati, hanno rallentato i loro ritmi, hanno cominciato a mescolare musica, e ogni tanto si divertono a pestare sui distorsori. E, sempre secondo me, con questo disco Alex Turner, il leader degli ex ragazzini nonché cantante, chitarrista e songwriter incontrastato, se si eccettuano alcune parole prese in prestito dal performance (punk) poet inglese John Cooper Clarke per la conclusiva I Wanna Be Yours, torna a scrivere gran belle canzoni. E, tra l'altro, anche quest'ultima canzone ne è un fulgido esempio.
Il disco parte molto forte, spinge sull'acceleratore, più della potenza che della velocità ad essere onesti, per tornare a navigare in acque più tranquille, ma non meno valide verso la parte centrale. Do I Wanna Know? e R U Mine (i primi due singoli) sono due mid-tempos sincopati e spezzati potentissimi, sorretti da riff da far invidia a Toni Iommi (soprattutto il secondo), maestosi, quasi epici, che però diventano soffici, nel contesto, con il cantato e i backing vocals. Sono, tra l'altro, molto simili, al punto che dormicchiando, potreste non accorgervi che la traccia è cambiata. In tempi come questi, basterebbero due canzoni, queste due. Come detto, si alza un po' il piede, ma ascoltate l'assolo di Arabella. Gli Arctic Monkeys stanno cercando di creare un genere, che se volete in pezzi come I Want It All può somigliare in maniera sospetta ai Queens of the Stone Age, ma dal lato meno duro conserva quella freschezza sbarazzina e inglese che è insita in loro. E' un esperimento interessante, che vale la pena di seguire, anche se, ad essere pignoli, ha necessitato di anni per risultare quantomeno sufficiente in maniera abbondante. La parte centrale è un po' più debole, anche se i pezzi sono sempre carini (No.1 Party Anthem, Mad Sounds), ma pian piano, nonostante non ci sia più la potenza di fuoco della prima parte del disco, i pezzi crescono: Fireside, l'ennesimo singolo Why'd You Only Call Me When You're High, ed il trittico conclusivo Snap Out of It (una delle mie favorite), Knee Socks (con Homme alle backing vocals come su One For the Road) e la già citata I Wanna Be Yours.
So che suonerà strano, ma per me questo è ancora un disco di passaggio. I ragazzi stanno lavorando per divenire davvero grandi. Io tifo per loro.

20130908

l'abbazia di Downton

Downton Abbey - di Julian Fellowes - Stagioni 1 (7 episodi), 2 e 3 (8 episodi più episodio speciale natalizio) - ITV - 2010/2012



Aprile 1912, Regno Unito. La famiglia Grantham, aristocratici di nobili origini, vive nella grandiosa magione di Downton Abbey da generazioni, circondata da un drappello di servitori, con la loro gerarchia, e affondata nella convinzione di dover perpetrare le tradizioni, alle quali sono ligi. Il capofamiglia, Robert il conte di Grantham, persona generosa ma naturalmente di vedute quantomeno antiche, e la moglie Cora, di origini statunitensi ma di famiglia molto ricca (in realtà, il matrimonio, inizialmente non d'amore, ha salvato la casa e la tenuta, già sommersa dai debiti per una gestione non oculata) hanno tre figlie (quindi, nessun erede) ormai maggiorenni: Mary, fidanzata non felicemente con il cugino Patrick, dal carattere forte e, a prima vista, piuttosto tradizionalista, Edith, bruttina e perennemente in contrasto con Mary, insicura e insoddisfatta, e Sybil, la più giovane, la più bella ma anche la più riflessiva, e che non disdegna le idee innovative e nuovi modi di vedere la vita. Non avendo figli maschi, Robert e Cora vedono nel fidanzamento, e nelle successive nozze di Mary e Patrick, l'unica maniera di mantenere sotto controllo il possedimento.
Tra la servitù, c'è un po' di subbuglio per l'arrivo del nuovo valletto personale del conte, John Bates, ex attendente del conte stesso nella guerra sudafricana, ingaggiato personalmente da Robert per via delle difficoltà di Bates: infatti, Mr. Bates è zoppo, costretto a camminare sorretto da un bastone. Mr. Carson, il capo della servitù, non è soddisfatto della scelta e ha seri dubbi sulla possibilità di Bates di svolgere correttamente il lavoro; mentre Bates diviene immediatamente oggetto di boicottaggio da parte di Thomas, maggiordomo che aspirava al posto, segretamente omosessuale (l'omosessualità era reato fino al 1960 nel Regno Unito), e personaggio particolarmente incline alle trame, e della sua iniziale alleata, Miss O'Brien, cameriera personale di Lady Cora, altro personaggio capace di cattiverie particolarmente ricercate, viene preso in simpatia, per usare un eufemismo, da Anna, capo cameriera e cameriera personale di Lady Mary, mentre il resto del personale rimane a guardare, ma la maggioranza apprezza la misuratezza e la gentilezza di Bates, riconoscendo a Thomas e alla O'Brien un non so che di diabolico.
La notizia del naufragio del Titanic getta la famiglia nello sconforto: a bordo si trovavano sia Patrick (fidanzato "forzatamente" con Mary, ma amato neppure troppo segretamente da Edith), sia il di lui padre James Crawley, cugino di Robert; la morte di Patrick lascia senza eredi "conosciuti" Downton Abbey e la tenuta, per una clausola inserita dal padre di Cora, e quindi, l'erede di Robert diventa così un lontano cugino, Matthew Reginald Crawley, che, orrore, lavora come avvocato a Manchester.

Julian Fellowes, già sceneggiatore di Gosford Park nientemeno che per Robert Altman (ma quel film mi aveva fatto davvero addormentare, nonostante vinse l'Oscar per la sceneggiatura), e di The Young Victoria (direi che con questo l'abbiamo inquadrato piuttosto definitivamente), è uno scrittore, attore e sceneggiatore inglese, che si è guadagnato diversi titoli nobiliari (guardate la sua scheda biografica, ha un nome lungo quanto un lenzuolo), nonché membro conservatore della House of Lords. Con questa serie, entra nella leggenda della sceneggiatura, a mio giudizio e a giudizio di molti altri appassionati di schermi, piccoli e grandi.
Downton Abbey, che in molti avvicinano a Upstairs, Downstairs (in Italia Su e giù per le scale, serie che pare abbia ispirato Gosford Park, tanto per chiudere il cerchio), è un epopea in chiaroscuro di una famiglia nobile, mentre attraversa un periodo di cambiamenti a dir poco epocali. Ma non solo: è la fotografia, piuttosto accurata, di una società divisa rigidamente (upstairs and downstairs, per indicare quelli che abitano sopra, i nobili, i ricchi, i tenutari anche se pieni di debiti, e quelli che abitano di sotto, la servitù), spesso inchiodata da tradizioni alle quali risultano, paradossalmente ma fino ad un certo punto, ancorati maggiormente quelli che occupano le posizioni inferiori. Naturalmente, per finire, Downton Abbey è una serie che spesso ricorda l'andamento delle telenovelas, un romanzo d'appendice, dove intrighi, amore, tragedia la fanno da padrone in modo prepotente.
Detto questo, prima di arrivare alla conclusione, pensate un attimo a Game of Thrones, e poi domandatevi se non sia un po' la stessa cosa. Ecco. Quindi, vale la pena guardare Downton Abbey? Come va di moda rispondere oggi, assolutamente si. Perché, innanzitutto, è scritto divinamente. Perché la messa in scena è sfarzosa e magniloquente, le recitazioni sono tutte e dico tutte incredibilmente perfette, i dialoghi sono magnifici, assicurano commozione e divertimento al tempo stesso, e la "dipendenza" è assicurata: io mi sono visto queste prime tre stagioni, speciali natalizi compresi, in pochi giorni, e non vedo l'ora che riprenda la quarta stagione, visto soprattutto come si è concluso lo special natalizio a chiosa della terza, il 22 settembre.
Progresso, tradizione, cambiamenti, morti, amori, dolori lancinanti, intrighi, sotterfugi, la capacità di piegare gli altri al tuo volere senza prepotenza (specialità del personaggio principe della serie, Lady Violet Crawley, contessa vedova di Grantham, interpretata da un'immensa Maggie Smith, depositaria delle battute migliori dell'intero cast, anche se devo dire che pure il repertorio di Mr. Carson non è affatto male). Tutto ciò è Downton Abbey.
Nel cast anche Elizabeth McGovern (Lady Cora), apparizioni per Iain Glen (Sir Richard Carlisle, ma adesso tutti lo conoscono come il Jorah Mormont di Game of Thrones), Shirley MacLaine (Martha Levinson, la madre di Cora), Charlie Cox (il Duca di Crowborough, già in Boardwalk Empire), Joanne Froggatt (Anna, vista nel Life on Mars inglese), Rose Leslie (Gwen Dawson, presente solo nella prima stagione come  housemaid; adesso è Ygritte, non vi dico in quale serie tv). Tra i volti per me "nuovi", Jessica Brown Findlay (Lady Sybil) è quella che mi ha colpito maggiormente.
Paul Giamatti sarà il fratello di Lady Cora nello speciale natalizio che seguirà la quarta stagione.
Prima stagione impeccabile; seconda stagione con un notevole calo nella seconda parte, terza stagione quasi a livello della prima. Uno dei tanti pregi di questa serie è di riuscire a racchiudere una miriade di accadimenti in un solo episodio di 47 minuti, e di essere riuscita a sviluppare una serie infinita di personaggi, caratterizzati minuziosamente. In Italia, la prima stagione è stata trasmessa doppiata prima da Rete 4, ma era una versione internazionale con episodi tagliati e ridotti a 4 per stagione; la versione integrale, sempre doppiata, è stata poi trasmessa da DIVA Universal. La seconda stagione, andata su Rete 4, era semplicemente doppiata, ma rispettava il formato originale; la terza stagione in Italia è ancora inedita (ma sapete come fare...).
Ve l'ho già detto più volte: non abbiate paura di telenovelizzarvi. Downton Abbey è un prodotto di altissima qualità.