No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20111031

questo dev'essere il posto




This Must Be The Place – di Paolo Sorrentino (2011)




Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: o che botta ti cià lulì?

Dublino, Irlanda. Cheyenne, di origine ebrea, è un ex star della musica dark. Vive con l’amata moglie Jane nella lussuosa, enorme (troppo grande per due persone) villa immersa nel verde, non ha alcun bisogno di lavorare, l’unica specie di preoccupazione che ha è piazzare le sue azioni in borsa. Tutte le mattine si alza stancamente, senza nessuna cosa da fare, e si trucca con cerone e rossetto come quando era adolescente, come se dovesse andare in tour. Esce, e senza meta si trascina dietro o un carrellino per la spesa con le ruotine, oppure un trolley, come una coperta di Linus. Molto amico di Mary, una giovane dark, il cui fratello è scomparso improvvisamente senza lasciare traccia, e la di cui madre attende ogni giorno alla finestra il suo ritorno, sta tentando di far fidanzare la stessa Mary con un timidissimo ed impacciato cameriere del locale dove i due vanno sempre a bere caffè.
Cheyenne è lento, sempre stanco, annoiato, e si esprime con un filo di voce (anche se, ogni tanto, sbotta, facendo uscire i suoi sensi di colpa), usando spesso le stesse frasi. Somiglia ad un bambino.
D’improvviso, la notizia che il padre, col quale non parla da 30 anni, sta morendo nella sua casa di New York. Cheyenne, che ha pure paura di volare, parte per gli USA. Lì, trova il padre morto, e scopre che per tutta la vita ha dato la caccia al suo aguzzino ad Auschwitz: Aloise Muller. Muller è ancora vivo, seppur molto vecchio. Cheyenne, con in mano i quaderni di appunti e disegni di suo padre, invece di tornarsene al suo torpore irlandese, parte per un on the road statunitense alla ricerca della “preda” del padre.

Ed eccolo, finalmente, il “primo film americano”, interamente girato in inglese, di uno dei più bravi registi che l’Italia abbia partorito negli ultimi anni. E, fortunatamente, This Must Be The Place è un bel film. Sorrentino placa un poco il suo freddo occhio “simmetrico” (le inquadrature per Le conseguenze dell’amore e L’amico di famiglia), e si lascia andare a panorami ed inquadrature perfino bucoliche. Aiutato da una strepitosa fotografia (di Luca Bigazzi), entrambe le parti esterne (quella irlandese e quella statunitense) risultano una goduria infinita per l’occhio. Mi è perfino venuto in mente che il personaggio della madre di Mary, e l’allegata storia del figlio scomparso, sia stata messa lì solamente per inquadrare più e più volte le casette a schiera, tipicamente anglosassoni, con quella specie di astronave sullo sfondo (che non è altro se non lo stadio di Dublino).
Il film, dunque, è sublime sia a livello visivo, sia a livello recitativo, retto interamente dalle spalle, o meglio, dalla faccia di Sean Penn, sul quale ormai non possiamo aggiungere altro, se non rallegrarci che un regista italiano sia riuscito a ben dirigerlo, con un personaggio tra l’altro molto, molto sopra le righe. C’è qualche dubbio sulla storia, sulla sceneggiatura che sembra viaggiare non eccessivamente in maniera fluida, e su qualche metafora probabilmente esageratamente didascalica (il trolley di Cheyenne), ma i sentimenti di cui ci parla Sorrentino, che per la prima volta scrive una sceneggiatura a quattro mani (con Umberto Contarello), sono quelli grandi, sublimi, ma semplici, gli stessi, di cui parlava in fondo, Le conseguenze dell’amore; e anche se, per estrinsecarli, risulta un po’ contorto, ci riempie gli occhi, come detto prima, ci tocca il cuore in almeno 3, 4 occasioni, in maniera importante, e al tempo stesso, ci fa sorridere con un personaggio “dei suoi”; Cheyenne, infatti, potrebbe essere un po’ l’antitesi del Tony Pagoda “completo”, quello ben descritto e approfondito nel suo libro Hanno tutti ragione, anche se, alla fine, sono entrambi due “bravi guaglioni”.

20111030

cattivo come me



Bad As Me - Tom Waits (2011)

C'è qualcosa di nuovo nel diciassettesimo (!!) disco in studio di Thomas Alan Waits, sessantunenne di Pomona, California, prossimo ai 40 anni di attività discografica? Rispetto agli ultimi anni, direi di no, non molto. Quasi niente.
E' bello? Si, decisamente.
Qualcosa da aggiungere? Ascoltate subito Pay Me e Back In The Crowd. Poi domandatevi chi, con pezzi così prevedibili, con ballate così scontate, addirittura con quelle chitarre mariachi della seconda, saprebbe commuovervi, emozionarvi, toccarvi il cuore, come fa lui.
Avete risposto? Bene. Adesso mettete su il disco, e per qualche giorno non toglietelo più. Riprendete questa recensione tra qualche giorno.

Vi sentite meglio? Vero? Non c'è niente da fare. Tom Waits cura. Qualsiasi cosa voi abbiate, anche niente (lo spero per voi). La classe è probabilmente quel dono che fa si che, se da una parte, un musicista sia immediatamente riconoscibile da quello che fa, da come fa suonare i suoi dischi, dall'altra possa fare in modo che le sue cose si assomiglino, si, ma che non sembri ripetersi, fare, come si dice, la cover band di se stesso. Marc Ribot, Flea, Les Claypool tra i musicisti presenti, Keith Richards suona la chitarra sulla tiratissima apertura di Chicago, su Satisfied e Hell Broke Luce, oltre a cantare su Last Leaf.
Lunga vita a Tom Waits.

legale o non legale


Ultimo atto di una vicenda dalla quale dovremmo prendere esempio. Grandi. E come sempre, grazie a Pétur di IslandaOggi.

20111029

face off



Breaking Bad – di Vince Gilligan – Quarta Stagione (13 episodi; AMC) - 2011

Dopo il “fattaccio” con cui terminava la terza stagione, Gus tenta di rompere il sodalizio tra Walt e Jesse. Jesse, più manipolabile, ha spesso dei dubbi; ma Walt non molla. Skyler, ormai completamente rappacificata con Walt, inizia a pensare come reinvestire tutto il denaro.
Guardate bene la locandina che accompagna questa recensione, o presunta tale. Confrontatela con una qualsiasi delle espressioni di Bryan Cranston/Walter White nella prima serie. Quasi non si riconosce. Il succo vero è tutto qui, e se andata a riprendere le recensioni delle tre serie precedenti, forse vi sarà tutto più chiaro. La spirale continua, la discesa agli inferi è ormai inarrestabile. Quel che era bianco adesso non è grigio, ma proprio nero. Ed il finale di stagione, che potrebbe benissimo essere un finale di serie (ma non lo sarà: sono già state annunciati altri 16 episodi, che addirittura potrebbero essere divisi in due serie), lascia solo una domanda, terribile tra l’altro, nello spettatore: dove può arrivare, adesso, il protagonista?
Poco altro da aggiungere, ad una grande serie, che rasenta la perfezione per sceneggiatura, fotografia, tecnica di ripresa, e un grande, grandissimo cast nella sua interezza, e che avvince lo spettatore.
Attendiamo fiduciosi i prossimi fuochi d’artificio.

20111028

il tuo mondo di domani



Your World Of Tomorrow – Ironweed (2011)

Mai sentiti nominare, e naturalmente mai ascoltati, fino a pochi giorni fa, questi Ironweed, da Albany, New York, sono al secondo album (il primo, del 2008, si intitolava Indian Ladder). Lo sto ascoltando molto, un po’ perché come forse avrete capito, ogni tanto necessito della mia “dose” di metallo, un po’ perché è piuttosto piacevole, un po’ per riuscire ad estirpare ogni influenza dalle loro canzoni. E devo dire che sono molte, e, sempre all’interno dell’hard rock, tra le più disparate e distanti.
Motley Crue, Alice In Chains, Puddle Of Mudd, Warrior Soul, Corrosion Of Conformity, Soundgarden di Bad Motorfinger (il riff di Red Circles, ad esempio), naturalmente Black Sabbath e un certo qual gusto doom (secondo me non abbastanza per essere definito sludge, ma c’è chi la pensa diversamente) nelle pennate libere e nei riff in genere, che però, come detto prima, si alternano ad un rifferama prettamente alla Nikki Sixx di Shout At The Devil. Bella la voce di Jeff Andrews (anche chitarrista).
Ottimo disco.

20111027

extension du domaine de la lutte



Estensione del dominio della lotta – di Michel Houellebecq (2000)

La discesa verso la depressione di un francese trentenne, single, apatico ma assolutamente non stupido, che lavorando da analista programmatore in una grande società informatica, si auto-priva di una qualsiasi vita sociale, per riflettere sulla vuotezza estrema della vita in questa società moderna. Dotato di una non comune (auto)ironia, e di un distacco che gli permette di essere quanto mai tagliente ma essenziale, il protagonista ci mette di fronte a questioni fondamentali, troppo spesso ignorate per (la nostra stessa) pochezza.

Primo vero romanzo del sommo francese, uscito in patria nel 1994, tradotto in Italia nel 2000, mostra già senza alcun dubbio lo spessore a dir poco imponente dei contenuti degli scritti di Houellebecq, anche di quelli a venire. Sempre inquietante, perché vicinissimo alla realtà, se solo avessimo il coraggio di soffermarci a riflettere, per questa volta l’autore maschera queste verità con una spirale verso la follia; l’angoscia del lettore è data dall’estrema lucidità di colui (il protagonista) che viene considerato folle.
Impossibile rimanere impassibili di fronte a passaggi quali: “Durante i weekend, in genere, non vedo nessuno. Rimango a casa, faccio un po’ di pulizie; mi deprimo con misura.”
Oppure: “Mi rendo conto che fumo sempre di più; mi sa che sono intorno ai quattro pacchetti al giorno. Fumare sigarette è ormai l’unica manifestazione di autentica libertà nella mia esistenza. L’unico atto al quale aderisco interamente, con tutto il mio essere. Il mio solo progetto.”
O anche: “Su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: DIO HA VOLUTO INEGUAGLIANZE, NON INGIUSTIZIE, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio.”
Breve e scorrevole, caustico e nichilista, lucido e spietato, manifesto programmatico di quello che avrebbe poi prodotto in seguito Houellebecq.

20111026

un metodo pericoloso


A Dangerous Method - di David Cronenberg (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: la potta è sempre andata di moda, av'a ragione froidde

Agli inizi del 1900, la psicoanalisi, fondata dall'ebreo austriaco Sigmund Freud, è ancora una scienza medica considerata nebulosa, e addirittura eretica. Il giovane svizzero Carl Jung è affascinato dalla figura di Freud, e all'istituto psichiatrico di Zurigo, dove esercita, il Burgholzli, mette in pratica la dottrina del maestro. Una delle sue pazienti, un'ebrea russa chiamata Sabina Spielrein, sofferente di una grave forma di isteria, trae un enorme giovamento da questo tipo di cura. Sabina non solo guarisce, ma incoraggiata da Jung, che dapprima la assume come assistente, si appassiona alla medicina, e alla psicoanalisi, tanto da laurearsi nel 1911, sette anni dopo essere stata ricoverata al Burgholzli. Jung, subito dopo aver preso in cura Sabina, inizia una corrispondenza con Freud, nel 1906, che li porterà alla conoscenza di persona l'anno seguente, e ad una proficua collaborazione. Freud, confidando in Jung, gli affida per un periodo un paziente, in realtà anche lui medico, particolarmente furbo e attivo, Otto Gross; quest'ultimo, nel corso dei colloqui con Jung, sembra convincerlo ad assecondare le proprie pulsioni sessuali verso Sabina (la tagline italiana del film, "perché negarsi ciò che si desidera?"). Sabina già da tempo lasciava intendere un profondo interesse sentimentale verso Jung.
Quando Jung cede, e fa di Sabina la sua amante, il rapporto con Freud comincia ad incrinarsi.

Diciamolo apertamente: questo A Dangerous Method è un'occasione sprecata. Capita anche ai migliori, evidentemente. La storia (del cinema) insegna: nessuno è perfetto. Tutti quanti, ma proprio tutti, anche quelli che magari di Cronenberg hanno visto pochi film, si aspettavano grandi cose da questa storia, potenzialmente devastante, anche solo visivamente. Purtroppo, il risultato di questa sceneggiatura di Christopher Hampton (che adattò Le relazioni pericolose, prima per il teatro e poi per il cinema, e ultimamente anche Espiazione, solo per il cinema), che dal libro A Most Dangerous Method di John Kerr aveva già tratto una piéce teatrale, nel 2002, non è altro che una patinata ricostruzione storica, che non ha niente di più rispetto ad un Ivory qualsiasi, solo appena appena più malato.
Il cast, che ha subito alcune defezioni, è più positivo che negativo. La prova più debole è senza dubbio quella di Michael Fassbender, che veste i panni di Jung. Lo perdoniamo: è la prima volta che lo vedo a disagio con una parte, e magari non è tutto dipeso da lui. Keira Knightley aveva forse il compito più difficile, quello di interpretare Sabina Spielrein, e con una parte così risulta davvero difficile non recitare sopra le righe. Trovo che la sua prova sia tutto sommato da ritenere più che sufficiente. Ottimo, aiutato forse sia dal personaggio, sia dal minutaggio ridotto, Vincent Cassel nella parte di Otto Gross: quando Cronenberg si sveglierà dal torpore che lo ha avvolto per la realizzazione di questo film, dovrebbe ricordarsi di lui.
Al grande Viggo Mortensen toccava la parte di Freud, rifiutata da Christoph Waltz (pensate, a favore di Come l'acqua per gli elefanti), e, pare, anche da Kevin Bacon. Qualcosa mi dice che, nonostante la non riuscita del film, senza Viggo sarebbe potuto essere pure peggiore.
Davvero un peccato. L'unico sussulto non si ha, come potreste erroneamente credere, con le rare scene di sesso sadomaso tra Jung e Spielrein, bensì quando la Spielrein stessa confessa in che modo, da piccola, tratteneva la cacca. Con un Cronenberg in forma, questo era un assist da trasformare in rete, con ovazione finale. Non è stato così.

20111025

pygmy


Pigmeo - di Chuck Palahniuk (2009)

Pigmeo, così lo chiamano. In famiglia, a scuola. Pigmeo non è un pigmeo, in realtà, bensì un tredicenne che viene da un paese indefinito, a cavallo tra l'Africa e l'Asia, possiamo supporre, addestrato fin dall'età di quattro anni, ad essere una macchina di morte micidiale. Colpi proibiti, fabbricazione di esplosivi, eccezionale conoscenza di qualsiasi tipo di arma. Viene da un regime dittatoriale, presumibilmente filo-comunista, e, infiltrandosi, con altri coetanei egualmente addestrati, in un programma di scambio di studi con gli USA, entra nel Grande Paese delle opportunità legalmente, e viene affidato alla famiglia Cedar. L'obiettivo di Pigmeo, e dei suoi compagni/agenti, è portare a termine un tremendo attentato. Nome in codice: Operazione Caos.

Prima di tutto, Pigmeo è uno di quei libri per i quali necessiterebbe una conoscenza piuttosto elevata dell'inglese americano, in modo da leggerlo in originale. Posso solo provare ad immaginare la fatica che abbia fatto il buon Matteo Colombo per portare a termine la traduzione. Dovete sapere, infatti, che il libro in questione, nonostante non sia lunghissimo (238 pagine nell'edizione Mondadori Piccola Biblioteca Oscar), è scritto tutto come se fosse pensato dal protagonista, e cioè in un inglese stentato, privo di articoli, con i verbi all'infinito, cercando di semplificare la costruzione delle frasi, ma in effetti complicandole. La stessa fatica che ha fatto il traduttore, sarà richiesta a voi che leggerete, in pratica. Detto questo, abbiamo già chiarito un punto importante: un ennesimo esperimento di scrittura, da parte del mio scrittore pazzoide preferito. Un provocatore dichiarato, che si permette di aprire il libro con una citazione di Hitler ("Chi possiede la gioventù possiede il futuro").
Condivido chi afferma che Pigmeo, certo, non è il miglior Palahniuk. Ma di certo non è cosa da poco. Ironizzando nientemeno che su un attentato, il che non credo sia così facile per uno statunitense, Palahniuk, citato in copertina, che a proposito del libro dice "In realtà è una commedia. Romantica per giunta", non solo si prende gioco dell'opulenza e delle perversioni che compongono la spina dorsale dell'America odierna, ma al tempo stesso, fa l'identica cosa con i regimi di ispirazione opposta, con i flashback dove Pigmeo racconta stralci della sua "formazione".
Divertissement certo, ma di alto livello direi.

20111024

down by the river


Diario di fiume e altre storie - Gipi (2009)

Una raccolta, questa del 2009, di racconti anche brevi, perfino brevissimi, di Gipi, che non fa altro che confermare l'estrema maturità dello scrittore/illustratore (e adesso anche regista cinematografico) pisano, a suo agio con racconti di qualsiasi tipo.
Dall'incatalogabile racconto (d'avventura?!) che dà il titolo alla raccolta, che genera perfino una specie di spin-off (il conclusivo Una storia sulla merda), all'erotico/demenziale/poliziesco La ragazza di plastica, che ricorda non poco la sceneggiatura di Lars e una ragazza tutta sua, naturalmente virato in chiave gipiesca, dal malinconico I due funghi al surreale e brevissimo Il cacciatore di cuori, dal sempre attuale Dramma marocchino al buffissimo Il genio, Gipi affascina sempre, qualunque cosa racconti e disegni, sfoderando come sempre una quantità di tecniche, a livello "pittorico", e dando, sempre e comunque, un tono al tempo stesso burlesco e filosofico ai suoi racconti.
Sinceramente, non ci si stanca mai di leggere Gipi. Forse, chissà, un giorno nel futuro. Sicuramente, non adesso.

20111023

i Buckley


Buckley, l'ultima elegia - di e con Luca Malinverni e Mauro Vaccari
Teatro C, Livorno, venerdì 20 ottobre 2011

Si può fare teatro in molte maniere; a teatro si possono raccontare storie, fare cultura in molti modi. Luca e Mauro, con l'aiuto dei bravissimi Davide "Franz" Franchini e Giorgio Tenneriello alle chitarre e alle voci cantanti, coadiuvati all'aiuto regia da Letizia Perrotta, e da un ottimo lavoro del tecnico delle luci (del quale, perdonatemi, non ho chiesto il nome), raccontano, con uno spettacolo snello, vibrante, perfino buffo in alcuni passaggi, la storia di Tim e Jeff Buckley, padre e figlio, morti entrambi giovani, entrambi famosi, entrambi dedicando la propria vita alla musica, ma senza essersi mai davvero conosciuti. Jeff, infatti, conobbe il padre soprattutto attraverso le canzoni di Tim.
Con una scenografia povera, ma assolutamente ricercata ed efficace (dei panchetti, un giradischi, una scala, e delle pareti fatte di teli di nylon, pareti sulle quali gli attori scrivono con la vernice), Luca e Mauro, sciolti, diretti, correttamente sopra le righe in alcuni passaggi, quanto basta per trasmettere la passione che i Buckley mettevano nel loro lavoro, narrano l'intreccio delle loro vite distanti, separate, ma perennemente intrecciate; i loro debutti, la loro ascesa, i loro dubbi, il loro anticonformismo, la loro spontaneità.
La narrazione è intervallata dalle canzoni di Tim e Jeff, eseguite brillantemente dai già citati Davide e Giorgio, che formano una parte importantissima dello spettacolo.
Uno spettacolo che non fa rimpiangere il prezzo del biglietto, e che fa ben sperare, per quanto riguarda lo stato della scena culturale del nostro Paese.
Onore a Luca e Mauro, e al Teatro C di Livorno per aver ospitato questo spettacolo, per la prima volta fuori da Milano. Non indugiate, se capitassero dalle vostre parti.

20111022

Polonia ottobre 2011


Varsavia è diventata la mia fuga dalla routine quotidiana. Negli ultimi cinque anni, questa è la quarta volta che ci vado. E' cominciato tutto per caso, e l'amico Massi ci ha preso moglie. Questa volta, con circa un anno di ritardo, sono andato pure per vedere la loro erede, Eliza, bellissima bambina con una voce interessante.
Sono arrivato sabato sera, e mercoledì mattina sono ripartito. Abbiamo avuto 3 giorni splendidi, freddi ma soleggiati, e abbiamo passeggiato per chilometri. Non ci credete? Lunedì Massi ha conteggiato circa 13 chilometri di "passeggiata", col passeggino ed Eliza sopra, che dormiva. Ci hanno continuamente equivocato per una coppia gay con bambina, e qualcuno ce l'ha pure detto, con gentilezza, tra l'altro. Forse non ve l'avevo detto le volte scorse, ma Varsavia è una città con moltissimo verde, e dei parchi enormi. Per la quarta volta, non sono riuscito ad andare al museo dell'Uprising (della sollevazione, insomma), una buona scusa per avere qualcosa da fare la prossima volta, ma in compenso per l'ennesima volta il tassista non trovava la (nuova) casa dei miei amici. E ti credo: il palazzone si chiama col nome di una via che però è dietro l'angolo!
Ma ricapitolando: il traffico è aumentato. La concomitanza dei lavori per la nuova linea della metropolitana, e quelli per terminare lo stadio nazionale, che dovrà essere pronto per gli Europei del prossimo anno (organizzati insieme all'Ucraina), ha fatto si che venisse chiuso uno dei (pochi, per una città così grande) ponti sopra la Vistola. Questo sta creando ingorghi, file interminabili, e dentro i quali rimangono intrappolati taxi e autobus. Si salvano i tram (moderni, quelli vecchi sopravvivono ma stanno per essere tutti sostituiti), e ovviamente il treno, che può essere usato come metropolitana di superficie. Naturalmente, anche le stazioni cittadine secondarie (quella principale è nuova, e somiglia un po' a quella di Berlino), stanno subendo un restyling, con qualche disagio per i viaggiatori.
Lo stadio, soprattutto di notte, fa una bella impressione. Ma tutto intorno, la zona è ancora un cantiere aperto (la foto è una "proiezione" fatta al computer). Verso sud-est, più o meno, rispetto allo stadio, sempre dalla parte opposta del centro di Varsavia, ho scoperto, grazie ai miei amici, un nuovo quartiere fighetto, Saska, molto carino, pieno di bar e localini: poche decine di minuti, seduti all'aperto, sotto il sole che è sempre il sole, anche se ci sono poco più di zero gradi, a mangiare e bere, nonostante un servizio a dir poco scadente, me l'hanno fatto apprezzare molto.
Non mi sono fatto mancare un concerto, anche stavolta. Anna Calvi, al Palladium, in centro, bel posto, decisamente superiore ad un club italiano naturalmente, bel concerto (ve ne parlerò), atmosfera rilassata.
Mi sono fatto portare al Decathlon di Targòwek, dove ho potuto verificare che i prezzi sono identici a quelli italiani. Naturalmente, questo vuol dire che per il polacco medio, Decathlon è ancora un po' caro.
I palazzoni di eredità comunista hanno sempre il loro fascino. Svegliarsi la mattina e vederne uno, riverniciato come tutti giallo e arancio, è un bell'impatto. Nella parte del centro, "di là" dalla Vistola, rispetto al quartiere dove vivono gli amici, Praga Pòlnoc, si notano i soldi, nuovi grattacieli, nuovo lusso, auto più nuove e più grandi. L'aeroporto cresce, e adesso è definitivamente moderno.
Alcune cose, naturalmente, lasciano ancora a desiderare. Come testimoniano gli amici, l'istruzione, la sanità. E qui potremmo aprire un discorso lungo, importante, sul luogo da scegliere per crescere un bambino. Sto pensando ad altre tre coppie, due in Regno Unito, una in Belgio, e ai figli dei miei amici che stanno crescendo in Italia. Sarà antropologicamente interessante e curioso, vedere come cresceranno, quali saranno le differenze.
Com'è, come non è, sono bastati quattro giorni scarsi per rilassarmi a dovere. E non sono riuscito ad intristirmi neppure mercoledì mattina, vedendo che pioveva, e dopo che il taxista mi ha chiesto 20 zloty in più rispetto a quello che mi ha portato dall'aeroporto a casa dei miei amici, per un percorso che era di circa la metà. E per l'ennesima volta, prendendo un volo low-cost, ho pensato ancora una volta (ormai un luogo comune, una frase fatta), che il mondo è diventato proprio piccolo.
Grazie a chi mi ha ospitato (Massi ha fatto bei progressi col polacco). Alla prossima.

20111021

avemaria



Ave Mary. E la Chiesa inventò la donna – di Michela Murgia (2011)

Mi è venuto in mente più volte Kevin Smith e il suo Dio femminile, interpretato da una saltellante Alanis Morissette, in Dogma, durante la lettura di questo nuovo libro dell’autrice di Accabadora.
Michela Murgia è personaggio simpatico e intelligente, almeno ai miei occhi, e non parla (o scrive) mai a caso. Ex animatrice di Azione Cattolica, si autodefinisce una “credente organica, non marginale”, e in queste poche pagine, assemblate come una serie di riflessioni personali, riflette sulla figura della Madonna, di Eva, e di conseguenza, sulla figura della donna voluta dalla Chiesa, soprattutto quella recente.
Nonostante qualche critica, che mette in dubbio la necessità di un libro così esile e personale, ho letto con interesse Ave Mary, seppure in alcuni passaggi necessiti di una certa attenzione. L’autrice possiede l’ironia necessaria, ed ho trovato interessanti e condivisibili i suoi ragionamenti, sul volere neppure troppo celato, da parte della Chiesa, di avere una donna sottomessa, seppure in maniera light rispetto a convinzioni di altre religioni a caso, e sul conseguente adeguamento della società occidentale. Condivisibili, e sempre dolorosi, anche gli allacci con le motivazioni delle violenze diffuse sulle donne, soprattutto quelle all’interno della famiglia.
Credo che sia sempre il caso di porre attenzione a segnali che portano a tali conseguenze. Magari sarò anche un sempliciotto, ma la penso così.

20111020

liberazione

Pensatela come vi pare, siate dietrologi o no, e, sia chiaro, sono il primo a pensare che la guerra sia il male sempre, e non gioisco della morte di nessuno, trovo sinceramente difficile resistere all'allegria che trasmettono le immagini dei libici che festeggiano.
Poi, si può discutere di tutto, del petrolio, degli interessi, di quello che volete: ma vedere questa gente che festeggia incessantemente, è rigenerante.

tutto quello che vuoi


Todo lo que tu quieras - di Achero Manas (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: cosa un si fa per i fillioli

Madrid. Leo, avvocato di uno studio prestigioso, benestante, ancora giovane e piacente, forma una bellissima coppia con la moglie Alicia, ed insieme hanno una figlia che sembra una bambola: Dafne. Ma Alicia soffre di una forma di epilessia che, improvvisamente, mentre si trova su una panchina in un parco con Dafne, la porta alla morte. Leo, chiamato d'un tratto ad assolvere due ruoli, di fronte all'insistenza della figlia, che non vuole arrendersi all'evidenza di aver perso per sempre la madre, nonostante sia vagamente omofobo, decide che farà, come dice il titolo, tutto quello che vuole (la figlia). E quindi, decide di cominciare a travestirsi da donna, per assomigliare ad Alicia.

Manas è un regista piuttosto tenuto in considerazione in Spagna. In effetti, mi ricordo vagamente di aver visto il suo film di debutto, El Bola, del 2000, film con assoluto protagonista un ragazzino schiavizzato dal padre, e di averlo apprezzato. Perso il suo secondo lungometraggio, Noviembre, mi sono trovato davanti questo terzo film perché il protagonista, Juan Diego Botto, è un attore che apprezzo molto. Il film in questione è coraggioso, seppur non privo di difetti, ma va apprezzato almeno per l'intenzione.
Diversi i temi sul piatto, dal travestitismo all'omofobia, dall'esagerata attenzione riservata ai figli alla perdita, Todo lo que tu quieras è un film che viaggia a scatti, piacevole e spiazzante a tratti, telefonato, retorico e prevedibile in altri, con alcune soluzioni ingiustificabili che lo allontanano dall'eccellenza, ma rimane un lavoro senza dubbio fuori dagli schemi.
Anche le prove del cast lasciano qualche dubbio. Botto, nei panni di Leo, rilascia una prova tutto sommato apprezzabile, ma l'ho visto più in parte altre volte. La bambina, Lucia Fernandez, è abbastanza odiosa; anche José Luis Gomez (Alex) e Najwa Nimri (Marta), le "spalle" con più minutaggio, sono da giudicare senza infamia e senza lode.
Premiato per le intenzioni, e per la spavalderia, meno per la riuscita.

20111019

inferno



L’enfer – di Danis Tanovic (2006)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: boia, che merda ti c’ha avuto luilì dé

Parigi. Tre sorelle vivono ognuna la propria vita, senza frequentarsi tra di loro. Sophie, la maggiore, sta assistendo non inerme allo sgretolamento del suo matrimonio, e alle bugie sempre meno convincenti del marito. Céline è sola, timida, riservata, desidera continuamente che qualche uomo la avvicini; è l’unica che spesso, prende il treno e va a trovare l’anziana madre, muta, che sta appassendo in una casa di riposo fuori città. Anne, la più giovane, ancora studentessa, sta soffrendo a causa del suo amante, un attempato professore della sua università, che ha deciso di interrompere la loro storia clandestina. Una tragedia consumatasi quando ancora loro erano piccole, quando ancora la madre Marie parlava, grava sulle loro vite, sui loro caratteri, e forse sui loro destini. Le loro vite continuano, dentro questo loro inferno privato, finché un giovane uomo, Sébastien, comincia a seguire Céline.

Nonostante troviate queste informazioni su qualsiasi sito, vi voglio fare un breve riassunto. Il grande Krzysztof Kieslowski, prima di morire, aveva sceneggiato, assieme al fido Krzysztof Piesiewicz, una trilogia ispirata a temi danteschi: paradiso, purgatorio ed inferno, appunto. L’intenzione, pare, nonostante si sia poi creato un equivoco perdurante ancora oggi (e cioè che i film avessero dovuto essere diretti dal grande polacco), era di affidare le regie a giovani registi europei. Così è stato per Heaven, diretto Tom Twyker, uscito nel 2002, e così fu nel 2006 con questo film, uscito in Italia non tradotto dal francese probabilmente per non fare confusione con L’inferno di Chabrol, film del 1994 (anche lì nel cast c’era Emmanuelle Béart).
Il risultato è un film diligente a livello formale, anche piuttosto ricercato (la fotografia con tonalità diverse per ogni sorella, i movimenti di macchina circolari), con qualche scena da ricordare (la scoperta del marito fedifrago da parte di Sophie nell’albergo, l’incidente), con buone interpretazioni da parte di un cast importante, a livello francese [oltre alla già citata Béart, splendida come sempre, nei panni di Sophie, ci sono Karin Viard (Céline), Marie Gillain (Anne), Carole Bouquet invecchiata (Marie, la madre), Guillaume Canet (Sébastien), in una piccola parte Jean Rochefort, e altri, oltre a Miki Manojlovic nella parte del padre], ma che pare mancare di vibrazioni, con simbolismi a volte didascalici, eccessivamente freddo, forse a causa della complessità della sceneggiatura, ma più probabilmente a causa della mano di Tanovic, inadatto a questo tipo di film (ce ne darà una conferma con il mal riuscito Triage, qualche anno più tardi).

20111018

metalli



Metals – Feist (2011)

Finalmente, direi. Ecco, usando una frase fatta, per me Leslie Feist potrebbe cantare pure l’elenco del telefono, mi piacerebbe (tanto) ugualmente. Però lei mica si accontenta di una sequela di nomi e cognomi, macché. Le piace proprio scrivere belle canzoni!
E che tipo di canzoni scrive? Beh, nel caso di Feist, le etichette servono a poco. Indie pop, folk, addirittura baroque pop si sbilancia qualcuno. La verità è che, in una certa qual maniera, si può dire che Feist semplifichi il jazz (e la bossa nova, in minima parte), rendendolo, attraverso la forma-canzone, fruibile al punto che si possa definire pop, o qualcosa del genere.
Ma, credetemi, parlare, o scrivere, serve davvero a poco. Dopo che avrete messo su il disco, e avrete ascoltato i primi due pezzi, The Bad In Each Other (già un piccolo capolavoro) e Graveyard (l’anthem indie dell’anno: un pezzo realmente grandioso), sarete al tappeto. A me, che sono pure bisognoso d’affetto, mi è venuto voglia di abbracciarla. E magari piangerci insieme, così, mentre mi sussurra “and good man, and good woman, can’t find the beauty in each other”.
Spiccata, come accennato poc’anzi, la tendenza anthemica, al ritornello corale e da cantare: esempio fulgido ne è Undiscovered First, corposa e coinvolgente. E qui, come in How Come You Never Go There, o come in Comfort Me, dimostra di saper rockare quanto basta, anche se dentro c’è davvero di tutto, non certo solo rock. D’altra parte, Feist rimane maestra pure a scrivere (e cantare) gemme folk (alcune, appunto, fortemente intrise di jazz) quali Cicadas And Gulls, Get It Wrong, Get It Right, The Circle Married The Line (ma che voce ha?!?!), Bittersweet Melodies, Anti-Pioneer (a proposito di jazz), di quelle canzoni che, veramente, ti viene la pelle d’oca dalla semplicità e dalla bellezza. E che dire di un pezzo come A Commotion? I fiati, gli stop, le sospensioni. Fantastica.
Da assaporare lentamente. E grazie di esistere, Leslie.

20111017

Crimson Bolt


Super - di James Gunn (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: di fori

Stati Uniti. Frank è uno sfigato, con le idee piuttosto confuse a proposito della vita e della religione. Lavora come cuoco in una tavola calda, e nella sua vita ha avuto solo due momenti felici: il primo, quando ha sposato Sarah, il secondo quando segnalò ad un poliziotto dove si era nascosto un ladro in fuga. Ha conosciuto Sarah nella tavola calda dove lavora; lei era lì come cameriera, e stava cercando di uscire dalla tossicodipendenza. Intenerita dall'ingenuità e dalla dolcezza di Frank, si sposò con lui. Adesso però, la storia sta finendo, e Sarah è sotto la pericolosa influenza di Jacques, un boss di quartiere attivo nel traffico di droga. Frank ne è ben cosciente, ma essendo debole e piuttosto vigliacco, non riesce a farci niente. Fino al giorno in cui Sarah sparisce. Frank, depresso e senza forze, si butta a capofitto nella lettura di fumetti di supereroi. Verificato che Sarah ha ripreso a drogarsi, e che sta insieme a Jacques, decide di trasformarsi in un nuovo supereroe, e di combattere il crimine: tutto. Compreso chi sgraffia le automobili.

Il giovane e pazzoide Gunn, eclettico ma tendente allo splatter (sceneggiature dei due film di Scooby-Doo, lavori per la Troma, sceneggiatura de L'alba dei morti viventi per Zack Snyder, il cult horror Slither), con un budget ridotto, dà vita ad un film che, per chi non lo conosce, spiazza e destabilizza. Se all'inizio si ha quasi la sensazione di essere davanti ad un nuovo Kick-Ass [ma Gunn ha cominciato a lavorare a questo Crimson Bolt (fulmine rosso cremisi, ma pure bullone rosso cremisi, però potrei sbagliarmi) nel 2003], man mano che si va avanti nella visione, divertente ma al tempo stesso triste e allucinante, ci si rende conto che c'è molto di più in Super. Non è qualcosa di preciso, diretto, ma c'è. Ed è qualcosa che ha a che vedere con la paranoia, la malattia mentale, l'effetto devastante che può avere la morale cattolica su menti deboli come quelle in questione (Frank e Crimson Bolt), e anche le conseguenze della superficialità, del gioco pericoloso (Libby/Boltie). E lascia interdetti fino alla fine.
Straordinari i due protagonisti, Rainn Wilson (Frank) e la sempre più brava (anche a scegliersi i ruoli) Ellen Page (Libby), autori di duetti spassosi, ottimo il cast di contorno (Liv Tyler, Kevin Bacon, Michael Rooker, Gregg Henry).
Curioso e non stupido.

20111016

gente divertente



Funny People – di Judd Apatow (2009)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: fa ridé

George Simmons è un comico famosissimo, ancora giovane, è ricco sfondato, single, vive nel lusso e può avere qualsiasi donna. Ira Wright ha solo qualche anno in meno ma vive assieme a due amici/colleghi, Mark, che fa l’attore di sit-com, e Leo, che come Ira vorrebbe fare il comico. Sono tutti squattrinati, e Ira, nonostante sul palco sia abbastanza brillante, nella vita è un imbranato: non riesce neppure a farsi avanti con la nuova vicina Daisy, sebbene gli piaccia molto.
Un giorno infausto, a George viene diagnosticato un cancro incurabile, e gli viene detto che ha solo pochi mesi da vivere. Non sapendo bene come reagire, la sera stessa si reca nel locale che lo ha visto debuttare. Dopo una performance deludente, durante la quale il pubblico non capisce che George ha un problema serio, sale sul palco Ira, e George ne rimane colpito. Lo invita, insieme a Leo, a diventare i suoi scrittori. Ira accetta al volo, ma nasconde a Leo che George avrebbe voluto anche lui.
Tra George e Ira nasce quasi un’amicizia: c’è da dire che George, amici veri non ne ha. Le cose vanno bene, George senza troppa convinzione si sottopone ad una cura sperimentale, e, convinto dalla bontà d’animo di Ira, decide di chiedere scusa alle persone che ha trattato male. Ivi inclusa, la sua ex ragazza, Laura, adesso felicemente sposata con Clarke, un ricco uomo d’affari di origine australiana, e madre di due bambine splendide, Ingrid e Mable.

Apatow è bravo e divertente, questo va detto. Molto conosciuto negli USA, è arrivato alla regia solo di recente, debuttando nel 2005 con 40 anni vergine. Questo Funny People, a detta di molti, che probabilmente ne sanno più di me, è in gran parte autobiografico; quel che è vero è che Leslie Mann, che nel film interpreta Laura, è sua moglie (di Apatow), e Ingrid e Mable, le figlie di Laura e Clarke, sono rispettivamente Iris e Maude Apatow, le loro figlie. Se vogliamo chiudere il cerchio, Adam Sandler (George) era il suo compagno di stanza, e Seth Rogen (Ira) è uno dei vari attori comici scoperti dallo stesso Apatow.
Veniamo al film. La prima parte è davvero divertente. Le dinamiche sono prevedibilissime, ma le battute sono un fuoco di fila di risate. Nella seconda parte, il film si infila in un vicolo cieco, e siccome per di più, l’originale durava quasi tre ore, oltre a una certa confusione è stato sforbiciato un bel po’; nonostante ciò, dura comunque oltre le due ore. Il risultato è, sempre nella seconda parte, ancor più prevedibile, buonista, e noioso. Peccato.
Adam Sandler è bravissimo, e mi accodo ai molti che sostengono che questa sia la sua migliore prova di sempre. Spassoso anche Eric Bana nella caricatura di un australiano (lui stesso è australiano; naturalmente per godervi la cosa, dovete vedere il film in originale).

20111015

il bello di piangere



Lo bueno de llorar – di Matías Bize (2006)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ‘iacchera ‘iacchera…


Barcellona. Vera e Alejandro non sono giovanissimi, ma neppure anziani. Una bella coppia, stanno insieme da anni. Ma, dopo qualche minuto, si capisce che tra di loro sta finendo. Aleggia la rottura, e la rottura durerà una notte intera, incontrando amici e conoscenti, parenti, andando in discoteca per una festa di compleanno, prendendo i mezzi pubblici, passeggiando, entrando in un supermercato aperto 24 ore, trovandosi immischiati in discussioni assurde, impaurendosi per un nulla. Attraversando la città, dall’alto, verso il mare. E lì, finalmente, trovare la pace, e la forza di lasciarsi.

Dopo Sábado e En la cama (e prima di La vida de los peces), Bize continua il suo personale percorso nell’osservazione delle dinamiche di coppia. E prosegue pure sperimentando un linguaggio visto, ma personale, dal punto di vista tecnico/formale: digitale, camera a mano, sempre addosso ai protagonisti, largo uso del piano-sequenza. Oltre ai due attori, che interpretano la coppia protagonista, il terzo protagonista è pure la città di Barcellona: intima, grande, accogliente, calda. Una lezione per il Woody Allen di Vicki Cristina Barcelona.
Come fa notare correttamente Tonio L. Alarcón, il riferimento chiaro è a Before Sunset – Prima del tramonto di Linklater, il sequel di Before Sunrise – Prima dell’alba, ma i dialoghi sono sicuramente meno interessanti, anche se c’è da notare che in realtà, nella vita non è che si facciano tutte queste riflessioni sui massimi sistemi: abbiamo tutti un serio problema di comunicazione, soprattutto quando stiamo parlando alla persona amata.
I due protagonisti sono abbastanza bravi, mi è piaciuta di più Vicenta N’Dongo (Vera) di Alex Brendemuhl (Alejandro, quest’ultimo troppo sofferente), c’è sicuramente qualche sbavatura in Lo bueno de llorar, girato in 11 giorni e montato in meno di una settimana, e non è certo un film usuale. Ma rimane un’opera interessante, anche se di transizione, secondo me.

20111014

spiaggia, ma anche telecamera



Kinetta – di Giorgos Lanthimos (2005)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: mattonata cramorosa


Kinetta Beach, Grecia. Località di mare, fuori stagione. In giro, poca gente. Un funzionario statale, ossessionato dalle auto BMW, e un fotografo, proprietario di un negozio di sviluppo e stampa, condividono un’ossessione a dir poco strana, una roba che sconfina nella perversione. Amano mettere in scena, ricostruire, fatti violenti, stupri, colluttazioni, durante le quali sono state uccise delle donne. Per inscenare queste ricostruzioni, ingaggiano immigrate, procurando loro permessi di soggiorno (tramite il funzionario statale), in cambio della loro “partecipazione”.
Una di loro, che lavora in un hotel al room service, diventa lei stessa ossessionata da questa passione insana, al punto da arrivare a provare simulazioni di morte durante le pause di lavoro.

Il film precedente al clamoroso Kynodontas, candidato all’Oscar 2011 come miglior film in lingua non inglese, è ancora più difficile da vedere. Camera a mano, immagini mosse, sfuocate, dialoghi inesistenti, personaggi completamente fuori di cervello, storia assurda, morbosa se volete, ma elaborata con freddezza, come un entomologo che osserva insetti mentre lavorano.
I recensori che ne hanno scritto ben prima di me, hanno fatto i nomi di Todd Solondz (Happiness, Palindromes), Michael Haneke (Funny Games, La pianista, Il tempo dei lupi, Niente da nascondere), e David Cronenberg (Crash, ma perfino i primissimi mediometraggi hanno qualcosa che potrebbe essere accostato a Kinetta ed al suo mood): è tutto vero.
Quindi, nonostante questo potrebbe essere uno dei film più noiosi, assurdi, inguardabili che vi sia capitato di vedere, confermo ciò che dissi in occasione di Kynodontas: Lanthimos è un maestro.

20111013

le gamin au vélo



Il ragazzo con la bicicletta – di Jean-Pierre e Luc Dardenne (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: che vita dé

Belgio. Cyril ha 11 anni e vive da qualche tempo in un orfanotrofio. Il padre lo ha lasciato lì, della madre non v’è traccia. Cyril non si rassegna, non riesce a credere che il padre non lo voglia più, e la cosa lo rende simile ad un cavallo imbizzarrito. Anche quando “cavalca” la sua amata bicicletta, lo fa come se fosse sempre l’ultima volta che lo può fare. Ma la bicicletta sparisce, e lui è disperato. Un giorno, casualmente, si imbatte in Samantha, una giovane parrucchiera, che è incuriosita da quel ragazzino carico di rabbia. Quando le viene proposto di accudirlo nei fine settimana, lei accetta.
Cyril riesce a rintracciare il padre, che gli fa capire che non ne vuole sapere di lui; quasi contemporaneamente, sempre Cyril entra nel “mirino” di Wes, un orfano che viveva nello stesso istituto di Cyril, e che adesso delinque e spaccia.

Solito stile asciutto (e chi ha visto i loro film sa che “asciutto” è un eufemismo; in pratica, c'è molta sceneggiatura, e un'attenzione alla forma piuttosto ridotta, anche se ce n'è per le recitazioni) per i Dardenne, per una storia che in molti hanno notato essere, a loro modo, molto più “sentimentale” del solito. A partire, come per paradosso, dalla fine.
I film dei Dardenne non sono semplici da vedere, sono volutamente scarni, sofferenti come i loro personaggi, lenti e con dialoghi spesso poco avvincenti; scoppi di ira, rabbia, fanno da contrappunto a momenti quasi noiosi, anche in questo Il ragazzo con la bicicletta. Anche se non è il loro film migliore, quello che lascia più il segno, sono convinto che c’è ancora bisogno di storie come questa, affrontata come lo fanno i fratelli belgi. Esistono persone meschine (il padre, interpretato alla sua maniera da Jérémie Renier, uno dei feticci dei Dardenne – l’altro è Olivier Gourmet, presente come sempre -), e persone che soffrono di questa meschinità (Cyril, un nervosissimo ed efficace Thomas Doret, debuttante straordinario); queste ultime sono persone che camminano sul filo del rasoio. E’ possibile riscattarle. Il riscatto è rappresentato dall’amore e dalla testardaggine, nata quasi per caso, della parrucchiera Samantha, una persona qualunque che scopre di poter cambiare il mondo (di Cyril, ma è già qualcosa). Curioso, dopo averla vista patinatissima in Hereafter, vedere Cécile De France alle prese con questo ruolo, che pur nella sua ruvidità anche estetica, dimostra che la pasta dell’attrice c’è tutta.
Pubblicità/progresso – campagna sociale. Ce n’è bisogno? Si.

20111012

cimitero

E a proposito di voci femminili, è tornata Leslie Feist. Questo pezzo è uno dei miei preferiti del nuovo Metals. A breve un commento più approfondito.








biofilia



Biophilia – Bjork (2011)

In linea col suo personaggio, Bjork rimane un passo avanti a tutti. Il suo nuovo lavoro musicale e corredato da tutta una serie di applicazioni per pc, che sinceramente ho difficoltà a spiegarvi. Forse potrete capirne di più leggendo questo articolo: in pratica, è insieme un’innovazione e un tentativo di riavvicinare gli acquirenti alla musica, offrendo loro un pacchetto “informatico” allo stesso prezzo di un cd.
In linea col suo modo di pensare (ho conservato una copia cartacea del Reykjavík Grapevine, giornale di attualità islandese, ad uso e consumo dei turisti, scritto in inglese, dove Bjork intrecciava una specie di sfida a colpi di lettere e di opinioni con l’amministratore delegato di Magma Energy - proprio mentre io ero in viaggio in Islanda -, compagnia canadese operante nel settore delle energie rinnovabili, che nel 2010 acquisì il 98,5% delle azioni della compagnia islandese HS Orka, e che adesso, fondendosi con la Plutonic Power Corp. è divenuta Alterra Power Corp.; Bjork in quel periodo lanciò anche una campagna di sottoscrizioni per sollecitare il governo islandese a rigettare il contratto di acquisizione), ha incentrato il suo nuovo lavoro, sia a livello di titolo che di contenuti (guardate pure i “sottotitoli” di ogni brano), alla natura: la biofilia, secondo la definizione di Edward O. Wilson, è “l’innata tendenza a concentrare l’attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che la ricorda, e in alcuni casi ad affiliarvisi emotivamente” .
Detto tutto questo, parliamo della musica. Biophilia è esattamente ciò che potete aspettarvi da Bjork, avendo ascoltato e conosciuto il suo percorso: un disco che, al tempo stesso può essere devastantemente palloso e profondamente affascinante. Pensate solo che per uno dei brani, Bjork si è fatta costruire uno strumento apposta [per Thunderbolt (Lightning Arpeggios) è stato creato il Tesla Coil, naturalmente il nome viene da Nikola Tesla].
Ogni brano è un trip, un momento che necessita estrema attenzione, ripetuti ascolti, un ponte tra musica da chiesa ed elettronica estrema, un disco dove trovate passato, presente e futuro, l’annullamento di qualsiasi regola precostituita. Su tutto questo sfondo post-tutto, ovviamente si staglia la voce dell’elfo islandese, straordinaria, disturbante, destabilizzante e magica, come si dice spesso, fonte di innumerevoli tentativi di imitazione.
Ogni pezzo è meritevole di segnalazione. Mi permetto solo di mettere in risalto una delle bonus tracks, Nattùra, una roboante cavalcata su un tappeto di percussioni tribali degne degli Stomp, un pezzo che toglie il fiato.
Disco che, come capita con i lavori di un certo spessore, necessita di tempo e ascolti, ma che ripaga ampiamente.

20111011

l'aquila


The Eagle - di Kevin Macdonald (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: occom'eran guappi i romani? m'arriordano l'ameriani

140 D.C. Il giovane centurione Marco Aquila è il figlio del comandante della Nona Legione Flavio, Nona scomparsa circa vent'anni prima nel nord della Britannia. Marco, destinato ad una fulgida carriera nell'esercito romano, viene destinato a comandare un forte. Sceglie un posto lontanissimo da Roma, ma vicino a dove scomparve il padre, che, con la perdita dell'aquila, simbolo della Legione e, quindi, di Roma stessa, ha disonorato l'intera famiglia. Nonostante i suoi nuovi sottoposti lo giudichino troppo giovane, Marco si distingue per coraggio e valore, rimanendo gravemente ferito ad una gamba nel tentativo di salvare la vita ad una pattuglia di uomini che lui stesso aveva mandato in avanscoperta, non arrivando le provviste ed essendo preoccupato per la salute ed il morale, sempre dei suoi uomini.
Passa la convalescenza a casa dello zio Aquila, e qui riceve la visita di Lutorio, il suo vice, che gli porta i saluti e la riconoscenza di tutti gli uomini, ma pure la notizia che è stato congedato con onore. Marco salva la vita ad uno schiavo britannico, fomentando la folla che assiste ad un combattimento organizzato per il divertimento dei romani, e lo zio glielo assegna come schiavo personale. Il suo nome è Esca.
Quando Marco è capace di reggersi in piedi, non avendo più niente da fare, comincia a pensare che fare del suo futuro. Una conversazione a cena, che getta fango sul nome di suo padre e della sua famiglia, gli dà la spinta decisiva per lanciarsi in un'impresa che ormai covava da sempre: andare oltre il Vallo di Adriano, al nord, sulle tracce del padre, per ritrovare l'aquila. Esca, che di certo non ama i romani, ma che ha giurato fedeltà a Marco, dovendogli la vita, sara certo una guida utile, per un viaggio rischioso.

Macdonald, scozzese fattosi le ossa con i documentari, ci ha già dimostrato di essere un buonissimo regista, e di non fossilizzarsi sui generi. Di lui ricordiamo con piacere La morte sospesa (Touching The Void), L'ultimo re di Scozia, e pure, anche se inferiore, il rifacimento "condensato" di State of Play al cinema. Stavolta, riprendendo un tema già affrontato dal collega Neil Marshall in Centurion, quello della Nona Legione, si affida (liberamente) al libro The Eagle of the Ninth di Rosemary Sutcliff, tra l'altro il primo di una serie, già trasposto sullo schermo dalla BBC nel 1977.
Ne esce un film storico passabile, un po' meno muscolare di Centurion, anche se l'azione e i combattimenti non mancano di certo, e un po' più introspettivo, soprattutto grazie al dualismo padrone/schiavo interpretato da Marco ed Esca. Non vi aspettate però qualcosa di troppo profondo: mettere in risalto il sottotesto politico/coloniale, come ha fatto qualche recensore, mi pare una forzatura. Bisogna impegnarsi parecchio per leggervi una critica al passato colonialista inglese, o addirittura all'esportazione della democrazia da parte degli USA.
Il film è in ogni modo decente, e scorre piacevolmente. Channing Tatum (Marco) è pure troppo mascellone, ma se la cava discretamente, seppur con un'interpretazione più fisica che espressiva. Meglio Jamie Bell (Esca), il mai dimenticato Billy Elliot. Gettone di presenza per Donald Sutherland, soldi che si potevano risparmiare, è un piacere, e fa anche un po' ridere, rivedere Denis O'Hare, l'ormai mitico Russel Edgington di True Blood, qui nei panni di Lutorio.
Detto che c'è anche Mark Strong, qui Guern, sempre ottimo, scorrendo i nomi del cast, e affidandomi al mio sesto senso (leggi: ma dove cazzo l'ho già visto questo?), ho scoperto un paio di cose curiose. La prima non aggiungerebbe niente alla vostra curiosità, ma la seconda si: il principe del popolo delle Foche, Foche che tra parentesi somigliano curiosamente agli indigeni che One Eye incontra alla fine di Valhalla Rising, è interpretato nientepopodimenoché da Tahar Rahim. Direte voi "e chi cazzo è?". E invece state sbagliando. Il profeta vi dice nulla?
Molto belle le location: Scozia ed Ungheria.

20111010

rise of the planet of the apes


L'alba del pianeta delle scimmie - di Rupert Wyatt (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: se la scopre sirvio vella medicina lì si sta freschi

San Francisco. Will Rodman è un giovane ricercatore che sta lavorando ad un siero che dovrebbe, potenziando i ricettori neuronali, curare l'Alzheimer. Si sperimentano i vari passaggi sugli scimpanzé, ma quando lo staff sembra aver trovato quello giusto, e la scimmia/cavia dimostra di avere decisamente un'intelligenza superiore, la stessa scatena tutta la sua rabbia improvvisamente, ed irrompe nella sala riunioni dove il prodotto veniva presentato a potenziali acquirenti, causando panico dapprima, imbarazzo poi. La scoperta di Will viene così frustrata, i fondi per quella ricerca tagliati. Ma a casa, Will ha il padre Charles, che soffre di Alzheimer da tempo; persona intelligente ed attiva, Will soffre a vederlo così, e prosegue la sua sperimentazione somministrando al padre il ritrovato.
Nel frattempo, si è scoperto che la scimmia/cavia che aveva dato in escandescenze, e poi abbattuta, era incinta. Il piccolo scimpanzé viene quindi "adottato" da Will e da suo padre, e la sua permanenza in casa Rodman diventa fissa. Con il tempo, ci si accorge che Cesare, così viene chiamata la scimmia, ha un'intelligenza che supera quella della madre, e che aumenta col passare dei mesi, degli anni. Mentre Will si innamora di Caroline, una veterinaria che aveva curato Cesare in seguito ad un piccolo incidente, Charles ha delle ricadute (e Will si rende conto che la cura ha bisogno di ulteriori modifiche) e Cesare comincia a soffrire la vita in cattività...

So che sarà un ripasso ridondante, ma è doveroso, per chi avesse vissuto su un pianeta fuori da questo sistema solare, ricordare che Il pianeta delle scimmie fu un romanzo del francese Pierre Boulle del 1963, a cui fu ispirato il film omonimo del 1968, che ebbe quattro sequel ('70, '71, '72 e '73), un remake (di Tim Burton nel 2001), una serie tv del 1972 ed una serie animata nel 1975. Tema che affascina e che dà spazio a miriadi di riflessioni, spettacolarizzare il tutto rischia di soffocare la parte "intelligente" di tutto ciò. Wyatt, del quale devo ancora colpevolmente vedere l'osannato debutto sulla lunga distanza The Escapist, cerca di dirigere questo prequel-reboot (quelli davvero bravi lo definiscono così) alternando i registri ed allontanando la noia, una storia che, come detto, potenzialmente è interessantissima. Ci riesce solo nelle parti di azione, e molto, molto meno in quelle casalinghe o di laboratorio. Il risultato è di conseguenza un film altalenante, non completamente da buttare ma con alcune parti non all'altezza.
Interessanti gli effetti speciali, che naturalmente hanno raggiunto livelli eccelsi, che danno la possibilità al film di risultare credibile quasi al 100%, un grande plauso va dato ad Andy Serkis, il Gollum della Trilogia dell'Anello, che dà vita, naturalmente aiutato dalla tecnologia, ad un Cesare assoluto protagonista del film, unico personaggio degno dell'empatia dello spettatore.
Decisamente in ombra e sottotono il cast "umano": James Franco è Will, e lo abbiamo visto molto meglio in altri casi, Freida Pinto (Caroline) è sempre bellissima, ma deve cominciare a riflettere bene sui suoi prossimi film, perché sta inanellando film bruttini e prove incolori (e forse anche in The Millionaire siamo rimasti abbagliati solo da cotanta beltà), e John Lithgow (Charles) sta davvero stretto in un ruolo con così poco minutaggio.

20111009

crime committed by a person with a position of trust



Inside Job – di Charles Ferguson (2011)



Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: sarebbe ma da mettili tutti a testa ‘n giù

La crisi economica, che ancora stiamo vivendo, conclamatasi nel settembre 2008, con la bancarotta di Lehman Brothers, una delle più grandi finanziarie statunitensi (e del mondo), fondata nel 1850, ha delle cause ben precise, e anche degli sprovveduti come me lo hanno ormai capito. Quello che Ferguson si propone con questo documentario, è di dimostrare, o per lo meno di mostrare, che probabilmente ci sono sia dei colpevoli, sia dei complici, ad altissimi livelli della finanza statunitense, e perfino nel governo. Lo fa ricostruendo, in cinque capitoli (I Come siamo arrivati qui, II La Bolla, III La Crisi, IV Responsabilità, V Dove siamo ora), il “cammino” di questa mostruosa crisi economica, intervistando esponenti di spicco della politica e dell’economia, e facendo i nomi di chi non si è voluto far intervistare, nonostante gli fosse stato richiesto. Il risultato è, come potete facilmente intuire, agghiacciante, perfino se fino ad oggi, ci avevate capito qualcosa.

Personaggino non indifferente e senza dubbio curioso, questo Charles Ferguson. Miliardario per aver fondato, sviluppato, e poi venduto per 133 milioni di dollari (nel 1996) la sua impresa informatica a Microsoft, ben introdotto nel mondo della politica (dottorato di ricerca alla Casa Bianca, tra le altre cose), dopo aver venduto la sua creatura si dedica alla ricerca e alla scrittura, ma c’è anche il cinema tra le sue passioni. No End In Sight, il suo primo documentario (sull’occupazione americana dell’Irak), fu pluripremiato nel 2007, e questo Inside Job ha vinto l’Oscar come miglior documentario ad inizio 2011.
Non è buffo come Michael Moore, non si fa vedere, addirittura lascia la narrazione nientemeno che a Matt Damon (nella versione originale), ma picchia duro: ha una teoria [e, seppure The American Spectator abbia fortemente criticato il film come “intellettualmente incoerente e non accurato”, e per aver intervistato un sacco di cattive persone (e figuriamoci come sono quelle che non si sono volute far intervistare!), è difficile sostenere che la teoria non sia quella giusta] e la persegue, sciorinandola e rendendola sempre più solida con le interviste, sia a economisti che avevano messo in guardia l’amministrazione statunitense dal rischio altissimo (Ferguson pare sia grande amico di Nouriel Roubini, che appare nel film), sia a politici e ad amministratori delegati che erano alla testa di quelle finanziarie che hanno provocato questo sconquasso.
Alternato da qualche suggestiva ripresa aerea delle aree ad alto tasso di banche d’affari, il documentario vale sicuramente la pena di essere visto, seppure non risulti di facilissima fruibilità. Bisogna prestare attenzione, ed essere inoltre pronti a terminare la visione con una notevole incazzatura. Poca musica, ma indovinata.
A questo punto, attendiamo il prossimo docu-film di Ferguson, che pare sarà incentrato su Wikileaks e Julian Assange (andrà probabilmente su HBO).

20111008

Rivoluzione: l'attraversamento delle Ande




Revolución: El cruce de los Andes – di Leandro Ipiña (2011)




Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: velli si che erano omini, mi’a vesti manfruiti di ora

Il Generale José Francisco de San Martín, nato a Yapeyú nel 1778 e morto in Francia nel 1850, è stato un comandante militare, eccellente stratega, fautore dell’indipendenza e dell’autodeterminazione dei popoli del Sud America, considerato dagli argentini il Padre della Patria, e che ha considerevolmente contribuito all’indipendenza non solo dell’Argentina, ma pure a quella del Cile e del Perù. Probabilmente, la più grande campagna compiuta da un esercito al suo comando, fu quella dell’attraversamento delle Ande, con l’esercito battezzato in maniera omonima (Ejército de los Andes), cominciata il 6 gennaio 1817 a Mendoza, e culminata con la vittoria di Chacabuco (nell'attuale Cile) sull’Esercito Realista il 12 febbraio dello stesso anno, data in cui nasce ufficialmente la Patria Nueva de Chile, un periodo della storia cilena, appunto.
Il film in questione, che inizia ambientato nell’anno 1880, immagina che un giornalista dell’epoca si rechi da Manuel Corvalán, uno degli ultimi sopravvissuti di quell’impresa e di quell’esercito, in quanto all’epoca era poco più che un bambino, per farsi raccontare qualcosa di più sulla figura di San Martín. Corvalán, scelto come amanuense personale del Generale in quanto tra i pochi che sapesse leggere e scrivere, vecchio, povero e infermo, rivive così, davanti ad un giornalista dapprima leggermente scocciato ed annoiato dalle divagazioni dell’anziano, l’epopea di quella campagna così importante.

Film uscito recentemente in patria, sponsorizzato finanche dalla presidenza argentina, e presentato alla Casa Rosada proprio dalla Presidenta (così viene chiamata "amichevolmente" Cristina Fernández de Kirchner) l’anno passato, in occasione del Bicentenario, Revolución è una pellicola storica interessante (soprattutto per chi ha avuto modo di ricorrere quei luoghi, e giocoforza ha sentito fare più volte il nome del Generale) quanto classica, intendendo per “classica” una forma piuttosto vista in questo tipo di film. Buona la fotografia, la messa in scena e le scene di battaglia, che ho trovato piuttosto coerenti, lodevole l’interpretazione del protagonista da parte dell’ottimo Rodrigo de la Serna (che in Italia abbiamo avuto modo di apprezzare con I diari della motocicletta, dove era Alberto Granado, e nel meno conosciuto Cronaca di una fuga – Buenos Aires 1977), ma abusata la forma, l’espediente del narratore, e manca di una revisione critica moderna, un’interpretazione meno aderente al testo storico dato per acquisito. Vi sembrerà di rivedere molti film del genere, solo con altri protagonisti. Ma, come detto, per chi anche non essendo sudamericano, sentisse una particolare simpatia per quel continente, e si interessasse un minimo alla sua storia meno recente, il film risulterà fonte di conoscenza utile.

20111007

alla fine dell'erba



Weeds – di Jenji Kohan – Settima stagione (13 episodi; Showtime) – 2011

Difficile parlare di questa settima stagione di Weeds senza fare spoiler. Ci proverò.
La Kohan (ho scoperto che era una donna solo di recente, sorry) prima di questa stagione aveva dichiarato che sarebbe stata l’ultima; lo ha confermato, ribadendo che il contratto è scaduto, sia a lei che allo staff, ma che naturalmente se le venisse proposto di proseguire, si inventerebbe(ro) qualcosa. In effetti, il finale può essere usato a piacimento.
Sono passati tre anni da dove eravamo rimasti con la fine della sesta stagione, e l’arresto di Nancy. La donna non si arrende, e le prova tutte pur di uscire dal carcere, dove nel frattempo si è fatta una fidanzata, Zoya, una russa piromane. Ce la fa ad uscire, e viene messa in un centro di re-inserimento a New York. Il resto della famiglia, Doug compreso, torna immediatamente da Copenhagen.



La stagione è scoppiettante, assurda, piena di colpi di scena, come sempre. Ed è divertente, com’è giusto che sia, questo è bene dirlo per chi temeva un calo.
Mary-Louise Parker è sempre più bella (ma non invecchia mai?) e Doug Wilson, interpretato dal fantastico Kevin Nealon, è sempre il personaggio più divertente, nonostante alcune new entry interessanti (Zoya e Demetri, ma non solo). Guest star di questa stagione Martin Short (l’avvocato di Nancy, Steward Havens), Michelle Trachtenberg (Emma Karlin, una “concorrente”) e Aidan Quinn nei panni dell’amministratore delegato della compagnia che assume Doug. Torna anche Jennifer Jason Leigh (Jill, la sorella di Nancy of course).
Weeds probabilmente terminerà qui. Ci ha divertito, ma è l’ora di cambiare. Aspettiamo la nuova creazione di Jenji Kohan ed il suo team.

20111006

el informe de Brodie




Il manoscritto di Brodie – di Jorge Luis Borges (1970)

Un’amica argentina mi ha detto che anche Menem in quanto a gaffes era forte. Una volta disse “amo i romanzi di Borges”. Ho così scoperto che Borges, del quale non ho (avevo) mai letto niente, ha scritto solo saggi, poesie e racconti brevi. Ecco quindi che, dopo qualche giorno, sono andato a pescare questa raccolta di undici racconti, per leggerla.
Ho scoperto anche che, senza dubbio, Borges non è certo un autore facile da leggere. La sua prosa un po’ arcaica, contorta e ricercata, che suppongo andrebbe letta in originale (tanto più che nell’introduzione, Borges stesso sostiene che il Lunfardo sarebbe un’invenzione di “scrittori di commedie e compositori di tango”), non è così scorrevole, seppure i racconti siano diretti, senza troppi fronzoli, a detta dell’autore stesso, che informa il lettore del fatto che, in vecchiaia, crede decisamente di aver raggiunto una sorta di equilibrio narrativo. Certo è che Borges è fortemente argentino (il racconto La signora anziana mi è sembrato quasi la versione femminile di Revolución: el cruce de los Andes, un film argentino che parla di un giornalista che si reca in visita ad un anziano signore, che da giovanissimo era stato a fianco di uno del cosiddetto Padre della Patria, qui invece la stampa celebra la figlia di un colonnello che aveva partecipato alla battaglia di Cerro Alto; essendo il film del 2011, niente vieta che sia stato ispirato da Borges), ed oltre questo, bonaerense (molti degli altri racconti vertono sulla pericolosità della Buenos Aires di un tempo lontanissimo).
Nonostante, come detto, non siano il massimo della scorrevolezza, i racconti parlano in maniera mirabile di un’Argentina che fu, e sovente stupiscono per la filosofia quantomeno particolare che esisteva un tempo (leggere, per capire, l’iniziale L’intrusa, spettacolare e spietato). Grande rilievo hanno le armi: molti racconti si basano su una sorta di etica del combattimento. Eccezionale il conclusivo racconto, che dà il titolo al libro, Il manoscritto di Brodie, appunto.
Senza dubbio un libro interessante, che ci trasporta in un altro secolo.

20111005

strana clemenza



Strange Mercy – St. Vincent (2011)

Ve lo dico subito, senza perdere tempo: probabilmente il disco più fresco e sorprendente dell’anno 2011. Oh. Questa signorina, all’anagrafe Annie Erin Clark, nata a Tulsa, Oklahoma, e cresciuta a Dallas, Texas, è multistrumentista, ha fatto parte dei Polyphonic Spree, e della band di Sufjan Stevens. Questo è il suo terzo disco, e mi appresto a recuperare i suoi due precedenti, da quanto mi ha lasciato senza fiato questo Strange Mercy. Bjork più Joan As Police Woman più Tori Amos. Potrei cavarmela così, e sono sicuro che ascoltandola, mi dareste ragione (e naturalmente, trovereste altre influenze/somiglianze/similitudini).
Voce meravigliosa, per estensione, padronanza, timbro, sicurezza; ma non solo. Un songwriting incredibilmente maturo, pezzi che ti prendono per mano e ti trasportano in un mondo magico. Ti accarezzano fino a farti sanguinare. Questa ragazza ha un potenziale devastante.
Mi è difficile segnalarvi qualche pezzo che preferisco agli altri. Probabilmente Champagne Year, l’inizio mi fa accapponare la pelle; l’apertura e la chiusura, Chloe In The Afternoon e Year Of The Tiger, Dilettante, dove sembra Joan As Police Woman remixata, ma, credetemi, questo disco è pieno di perle straordinarie. Elettronica di qualsiasi tipo, rock, musica da camera. Una quantità spropositata di sfumature.
Disco da non mancare, per nulla al mondo. Mi raccomando.

20111004

guida




Drive – di Nicolas Winding Refn (2011)




Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: deli’ato lulì dé

Driver, così lo chiameremo visto che nessuno, in tutto il film, lo chiamerà per nome (e così è accreditato, nei titoli), è un giovane taciturno, senza passato, arrivato a Los Angeles forse per sfuggire a qualcosa, a qualcuno, o solo alla noia. Lavora nell’officina di Shannon, sempre per Shannon, che gli fa da agente, fa lo stuntmen-driver nei film di Hollywood, e la notte guida per rapinatori vari, per arrotondare: dà a tutti 5 minuti, quelli in cui lui guida l’auto e li porta in salvo. Tutto quello che succede prima e dopo, non è affar suo. Vive solo, non ha amici apparentemente. Un giorno, nell’ascensore, incontra Irene, sua vicina di casa, col figlio Benicio. Non si parlano, ma lui è colpito da lei. Poco dopo, davanti allo stesso minimarket, l’auto di Irene rimane in panne, e Driver dà loro un passaggio. Da quel momento, Driver entra in punta di piedi nella vita dei due, che però stanno aspettando che il padre di Benicio, l’uomo di Irine, Standard, esca di prigione.
Mentre Shannon convince Bernie, ex produttore cinematografico (che non ha fatto soldi col cinema perché produceva film giudicati “troppo europei”) e adesso legato alla mafia, ad investire una grossa cifra per mettere su una scuderia; della macchina se ne occuperà Shannon, ma il pilota sarà naturalmente Driver. Bernie coinvolge l’amico e alleato Nino.
Driver nel frattempo, familiarizza con Standard dopo il suo rilascio, soprattutto perché, dopo qualche giorno, Driver ritrova l'uomo sanguinante dopo un pestaggio. Si fa dire che cosa succede, ed ecco che salta fuori che Standard deve dei soldi a Cook (uno sgherro di Nino), e che per ripianare il debito esige che lui faccia una rapina ad un banco dei pegni. Driver entra in gioco: lui guiderà l’auto per scappare dal banco dei pegni, ma in cambio Cook lascerà in pace Standard, Irene e Benicio.

Davanti ad un film del genere, prima di tutto va aperta una parentesi sulla distribuzione italiana, nonché alla sua reclamizzazione. Drive è stato “venduto” come un Fast & Furious qualunque; il trailer insisteva su gangster, violenza, macchine veloci e pupe sexy. Perfino, scendo nel particolare per spiegarmi meglio, la sala del multicinema dove sono andato a vederlo era la stessa, la più grande, dove recentemente ho portato mio nipote a vedere Fast & Furious 5. Infatti, allo spettacolo pomeridiano del venerdì, giorno di uscita del film, oltre a me c’era un gruppetto di incivili capitanati da un padre di famiglia, con figli e nipoti, che si attendeva esattamente un film come Fast & Furious, armati della vasca di popcorn d’ordinanza, e naturalmente irrequieti davanti al ritmo del film di Refn.
Conoscendo ormai piuttosto bene lo stile del regista danese, una via di mezzo tra Tarantino e Von Trier, sapevo bene che non dovevo aspettarmi cose del genere. E infatti.
Come ha detto giustamente Dassisti all'interno de La rosa purpurea, trasmissione di cinema su Radio24 (e che inneggia tranquillamente al capolavoro di stagione), Refn lavora per sottrazione dove altri registi infarcirebbero inutilmente il film. Ispirandosi anche ai western di Leone, Refn (che rimpiazza Neil Marshall alla regia, per questo progetto, pensate un po’) spiazza tutti andando a Hollywood e mettendo in scena un Driver loquace poco più di One Eye (protagonista del suo Valhalla Rising), innestandolo in uno scenario che ricorda quello della trilogia Pusher traslocata appunto a Los Angeles. Ryan Gosling (ma il ruolo doveva essere di Hugh Jackman, e ringrazio che sia andata così), ormai uno degli attori del momento, richiestissimo e visto moltissimo ultimamente, su evidenti ordini del regista, diventa il suo tramite, recitando di sopracciglia, parlando il minimo, trasmettendo al tempo stesso angoscia e sicurezza, tracciando un personaggio memorabile nella sua impalpabile disperazione, nella sua gravissima incomunicabilità.
Prende attori caratteristi, ma bravissimi, rilanciati o lanciati dalla tv (Bryan Cranston – Breaking Bad -, Christina Hendricks – Mad Men -, Ron Pearlman – Sons Of Anarchy -, Albert Brooks – Weeds -), e un paio di questi (i primi due) li rende, almeno all’inizio, quasi irriconoscibili. Assembla una coppia discutibile, Carey Mulligan (Irene), davvero troppo monoespressiva (ripensate ai film in cui l’avete vista ultimamente, Wall Street: il denaro non dorme mai, Non lasciarmi, An Education, e vi renderete conto che sembra perennemente afflitta da un male incurabile), e Oscar Isaac (Standard; visto in Agora e ottimo nel pessimo Sucker Punch), e qui poteva andare meglio.
Sceglie una colonna sonora (di Cliff Martinez, ma la parte del leone la fanno un paio di pezzi, Nightcall di Kavinsky & Lovefoxxx, e A Real Hero di College feat. Electric Youth) smaccatamente anni ’80, spudoratamente moroderiani (per non ripetere carpenteriani, come fatto per Contagion); anni ’80 come il guardaroba del Driver, del resto; due pezzi che sono già storia, insieme alle sequenze del film.
Il film non è perfetto, nonostante abbia vinto il premio per la miglior regia a Cannes. Ma è, come sempre nella filmografia di Refn, una poesia nera, una danza macabra, un balletto mortale; soprattutto, è una collezione di scene madri. Questo si: dal punto di vista prettamente registico, Refn ora come ora dà letteralmente la merda a (quasi) tutti. La scena dell’ascensore (quella violenta), l’avesse girata Tarantino grideremmo alla sua (di Tarantino) resurrezione. Ed è degna del miglior Sergio Leone, credetemi.
Seppur scorrevole, ancorché lento, il film, tratto dal libro omonimo di James Sallis, soffre di un’atmosfera ovattata, già sperimentata nella trilogia Pusher. E’ un marchio di fabbrica, una sensazione spiazzante anche per i fans. Gli possiamo imputare un’eccessiva freddezza, che impedisce allo spettatore una totale empatia per il protagonista, e una sottile prevedibilità.
Driver non è un film per tutti. Anzi, direi che è un film per pochi. E non è neppure di quei film che ti fanno gridare al capolavoro quando si accendono le luci della sala. Ma è un film che cresce nei momenti, e nei giorni seguenti alla visione.

20111003

Mildred



Mildred Pierce – di Todd Haynes (2011)
Miniserie in 5 episodi – HBO

Glendale, area di Los Angeles, California USA. Anni ’30: la Grande Depressione mostra i suoi segni, non così devastanti in quest’area, a dire il vero, ma morde ugualmente. Mildred Pierce, educata e testarda donna di casa, specialista in torte e dolciumi, che vende per arrotondare, è stanca del marito Bert, che sicuramente la tradisce e di sicuro non ha grande voglia di lavorare. Durante un litigio, lo sbatte fuori di casa e lo invita a trasferirsi dall’amante. Mildred rimane sola con le due figlie, Veda, la più grande, talmente piena di sé da sentirsi stretta in un ambiente che non giudica adatto alla sua persona, e Ray, ancora troppo piccola per avere difetti.
Da una parte c’è la necessità di guadagnare per far continuare la stessa vita alle figlie, dall’altra c’è una certa incapacità di fondo (Mildred, come le viene detto quando si presenta all’ufficio di collocamento, non ha mai fatto niente al di fuori dei lavori di casa), non ultima una punta di orgoglio che la porta a rifiutare un lavoro da domestica, Mildred si rende conto di essere alle strette, ed accetta senza riflettere troppo un lavoro da cameriera in una tavola calda. Quel lavoro cambierà il suo destino, ma la sua vita non sarà certo facile.

Riassumo brevemente: Mildred Pierce è un romanzo di James M. Cain del 1941, che aveva già avuto una trasposizione cinematografica nel 1945 (regia di Michael Curtiz, protagonista Joan Crawford che vinse l’Oscar); se vogliamo essere pignoli, è stato pure il titolo di un pezzo dei Sonic Youth (1990, Goo). HBO ha permesso a Haynes di farne un film, per la televisione, di 5 ore e mezzo abbondanti. Com’è questa miniserie? Bella, senza dubbio. Non perfetta, senza timore di smentita.
Haynes stupisce, viste le cose alle quali ci aveva abituato (Velvet Goldmine, Lontano dal Paradiso, Io non sono qui), in quanto mette in scena un dramma psicologico senza stranezze, particolarità o virtuosismi. Sembra quasi che si adatti a fare da una parte del grande cinema classico, dall’altra a fare grande televisione, sfruttando a pieno la possibilità di una lunga durata, soffermandosi su particolari che possono, secondo lui, interessare. Mildred Pierce è sopraffino, quanto a formalismi e tecnica. I movimenti di macchina sono stupendi, le ricostruzioni d’epoca e i particolari (costumi, auto, interni, case, panorami, ma anche le divise delle cameriere, le scarpe, i vestiti, le cravatte) perfetti. La fotografia pare adeguata, tendente al verde. Le recitazioni adatte, misurate quelle dei non protagonisti (e che nomi, tra i non protagonisti: Guy Pearce, Melissa Leo, Hope Davis), superbe quelle di Kate Winslet (Mildred Pierce), che ci ha vinto un Emmy (i più “cattivi” dicono che questa miniserie sembra fatta apposta perché lei ci riuscisse), e di Evan Rachel Wood (Veda Pierce da grande), che con questo ruolo sembra quasi approfondire, e rendere umano (ma ugualmente cattivo) il personaggio della regina vampira Sophie-Anne Leclerq di True Blood (fondendolo idealmente con quello che le diede la notorietà, la Tracy di Thirteen). Le schermaglie tra le due sembrano incontri di scherma.
E’ ridondante? Beh, questo si. Probabilmente la prima parte (diciamo i primi tre episodi) si dilunga un po’ troppo, rispetto a quanto rimane da dire nella seconda, e proprio negli ultimi due episodi ci sono delle cose che si rischia di non capire perfettamente. Ma, in definitiva, dipende tutto dal punto di vista. Quello che vede il bicchiere mezzo pieno, valuterà che per essere televisione, cinque puntate da ben più di un’ora di Mildred Pierce sono rigeneranti, e un esempio da seguire. Quello che vede il bicchiere mezzo vuoto, oppure anche solamente una persona equilibrata che segue le buone cose che vengono dalla televisione negli ultimi anni (purtroppo sempre da televisioni o comunque da produzioni estere), potrà senza problemi dire che ci sono delle sbavature, e delle cose che non convincono fino in fondo.
Di certo, Mildred Pierce merita la sufficienza. Non fosse altro che per quello che, alla fine, ci comunica senza scavare troppo: i soldi non fanno la felicità.