No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130320

PJ20

Pearl Jam Twenty - di Cameron Crowe (2011)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Nel marzo del 1990, a Seattle, dopo tre giorni in coma da overdose di eroina, muore Andrew Wood, cantante della band semisconosciuta Mother Love Bone. La band si ferma, i componenti rimasti meditano di smettere con la musica. Due di loro, Jeff Ament, basso, e Stone Gossard, chitarra, insieme pochi anni prima nei Green River con Mark Arm e Steve Turner, tornano pian piano in attività. Reclutano un altro chitarrista, Mike McCready, cominciano a comporre nuovo materiale, e, con un demo di cinque pezzi, cominciano a cercare un batterista ed un cantante. Si appoggiano all'amico batterista Jack Irons, da poco uscito dai Red Hot Chili Peppers ed ancora depresso in seguito alla morte di Hillel Slovak (il chitarrista della band dei peperoncini), che declina l'invito, ma fa avere il demo ad un cantante che conosce, Eddie Vedder, di San Diego. Il ragazzo ascolta il demo prima di andare a surfare, compone tre testi mentre cavalca le onde, li incide. Quando la cassetta torna ai tre in quel di Seattle, Jeff, Stone e Mike rimangono impressionati. Dopo una settimana, Eddie si unisce alla band. Con l'aggiunta di lì a poco del batterista Dave Krusen, la band comincia ad esibirsi dal vivo. Dopo circa un anno, verso la fine del 1991, esce il loro primo disco: Ten. Il film celebra i vent'anni da quella data. I tre pezzi composti dai tre musicisti di Seattle, con i testi scritti dal ragazzo mentre surfava, risuonano ancora oggi nei palazzetti, negli stadi, nelle arene di tutto il mondo, durante i concerti dei Pearl Jam.

E' piuttosto difficile giudicare un documentario che racconta la storia di una band che ha segnato buona parte della giovinezza di chi scrive. Nonostante quello che molti giornalisti accreditati si affannano a puntualizzare, e cioè che il grunge, come genere musicale, non è esistito, è un'invenzione, non è descrivibile perché in verità le band nate in quel periodo in quella particolare zona degli USA suonavano generi tutti diversi tra di loro (e questo è vero, ma non descrive del tutto quello che esisteva in quel momento), quelli che come me erano dall'altra parte dell'oceano, ma che si sentivano legati a quelle band, che hanno visto muover loro i primi passi anche in Europa, e che sentivano una incredibile affinità con quella particolare scena musicale, ascoltando le stesse cose, suonando le stesse cose, vestendosi alla stessa maniera, ecco, alle persone di questo genere sembrerà di veder scorrere una parte delle loro vite, durante questo documentario di Cameron Crowe, ex giornalista musicale, regista di successo, autore tra gli altri di quel Singles che portò perfino sullo schermo la scena di Seattle e gli stessi protagonisti di questo documentario come attori (Stone, Eddie, Jeff, Chris Cornell).
Pearl Jam Twenty ha un sacco di difetti, si dilunga moltissimo sulla nascita della band, sulla figura di Andrew Wood, sulla lotta di Eddie contro la notorietà, per poi risolvere il cambio di così tanti batteristi in meno di un minuto, ma è un'opera genuina, piena di rispetto, di amore per la musica e per i fan, che spiega le cose che chi segue quella band sapeva già, ma che, se ce ne fosse ancora stato bisogno, consegna la band stessa alla storia.
Quindi, va bene così. Chi ama i Pearl Jam lo avrà già visto, ma se per caso se ne fosse dimenticato, lo recuperi senza indugi. Chi ama la musica rock, e però avesse vissuto dentro una navicella spaziale in orbita intorno alla Terra negli ultimi 25 anni, lo recuperi senza indugi. Chi non conosce i Pearl Jam, e credo siano attualmente due o tre persone, e non sono sicuro che leggano questo blog, dopo essersi cosparsi il capo di cenere, lo recuperino senza ulteriori indugi, e colmino la lacuna.

20130319

rantolo boogie

Death Rattle Boogie - The Datsuns (2012)


Se, come me, amate l'hard rock senza fronzoli, tirato al punto giusto, che si sposa con il più classico dei rock and roll, i neozelandesi The Datsuns fanno per voi. Anche se non sono molto conosciuti, questo è il loro quinto disco; per darvi alcune coordinate, è prodotto da Nicke Andersson, e il bassista/cantante nonché fondatore Rudolf de Borst è pure membro degli Imperial State Electric.
Il disco scorre via che è una bellezza, in un tripudio di distorsione, quattro quarti, assoli con wha-wha, ed un campionario non indifferente di pezzi ben scritti e coinvolgenti. Inizio travolgente con Gods Are Bored, e si prosegue con Gold Halo, Skull Full of Bone, la divagazione blues di Wander the Night, l'eccezionale Hole In Your Head (un po' la loro By the Grace of God), il classico rock and roll Goodbye Ghosts, e si conclude con la tiratissima Death of Me, ma ho tralasciato molti pezzi (sono quattordici in tutto) che sono assolutamente all'altezza degli altri citati. Un disco che di sicuro non ha avuto molta eco e promozione, ma che vi aiuterà senz'altro a muovere il piedino ed ondeggiare la testolina.

20130318

San Lorenzo

O della bellezza della passione sportiva. Video segnalatomi dall'amico Fabio su anteriore segnalazione dell'amico Omovero.
La squadra adesso ha acquisito ulteriore notorietà perché il nuovo papa è tesserato della società, ma fino a poco fa io ne ero ignaro, anche se avevo deciso di pubblicare il video. Mi ricordavo invece che Viggo Mortensen, in un'intervista a David Frost su Al Jazeera, aveva rivelato di essere tifoso del San Lorenzo (Mortensen ha vissuto parte della sua infanzia in Argentina), e la cosa mi aveva suscitato simpatia.

l'autostrada

The Highway - Holly Williams (2013)


Mi sono avvicinato al country, o meglio, all'americana, molto tardi, e i colpevoli sono senza dubbio la mia curiosità e anche un po' l'amico Monty (con il quale, come potrete notare, ci facciamo spesso i pompini a vicenda, ma mi dispiace deludervi, questa è solo una citazione da non prendere alla lettera). Da quando mi ci sono avvicinato, e questo è solo un altro panegirico per raccontarvi una cosa che vi ho già detto più volte, mi sono scoperto (come se fosse una novità) parecchio sensibile alle voci femminili (e naturalmente il Monty prova ogni volta a rigirare il coltello nella piaga, segnalandomene di altre). Ora, non ricordo neppure come mi sono accorto dell'esistenza di una delle figlie di Hank Williams Jr., ma mi ricordo che il primo disco che ascoltati fu il precedente a questo, Here With Me, ormai anche un po' datato (è del 2009), e che ho avuto molte difficoltà ad abbandonarne l'ascolto, tanto mi piaceva quella voce e quelle parole semplici, che, come ha detto qualcuno, lei fa in modo da renderle credibili. Ascoltato pure il primo The Ones We Never Knew, del 2004, possiamo pure notare che l'artista di Nashville, che ha da poco compiuto 32 anni, ha inoltre il dono di saper scrivere canzoni semplici, mai particolarmente innovative o sbalorditive, ma che risultano comunque coinvolgenti, calde, classicamente senza tempo, che denotano una bella sensibilità, e che riesce ogni volta ad interpretarle con la sua voce ottimamente modulata e che riesce, come detto, a trasmettere un senso di onesta semplicità. E la stessa magia accade ascoltando questo nuovo lavoro dal titolo The Highway, che esce per la sua nuova etichetta "personale" Georgiana Records, e che non riesco a smettere di ascoltare se non facendomi violenza. E mi interrogo violentemente, appunto, su come un fan dei Converge e dei Dillinger Escape Plan, quale mi ritengo, possa ininterrottamente sentirsi toccato emotivamente da pezzi quali Without You (con la partecipazione di Jakob Dylan), Giving Up, Waiting On June (nientemeno che con Gwyneth Paltrow), Gone Away From Me (con Jackson Browne), Happy, la splendida title-track (a mio modestissimo parere bellissimo il passaggio che dice "I miss the sound of rubber rolling out my window/And that crescendo the highway brings/Oh, these wheels are gonna keep me spinning all my days/Out here on the highway"; in pochi sarebbero stati in grado di abbinare "crescendo" all'autostrada), e la meravigliosa A Good Man, con uno di quei testi scontati che non riuscirei a ripetere ad alta voce senza piangere, e che dopo l'amore che ho provato per la sua Alone, è destinata ad entrare di diritto nelle mie canzoni preferite della vita. Non mancano un paio di allegre e dignitose drinkin' songs quali 'Til It Runs Dry (con Dierks Bentley) e l'iniziale Drinkin', e l'ottima e ritmata Railroads.
Niente di particolarmente esaltante per i più, ma a me questo disco manda in orbita. E non posso farci niente.

20130317

il cielo cade

Skyfall - di Sam Mendes (2012)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

James Bond è ad Istanbul, di rinforzo ad un agente dell'MI6 in possesso di un hard drive contenente i nomi di tutti gli agenti NATO che stanno lavorando sotto copertura nelle varie organizzazioni terroristiche internazionali. O meglio: l'agente Ronson era in possesso di questo hard drive, ma gli è stato appena sottratto da Patrice, che lavora per chi non si sa ancora. Bond si lancia all'inseguimento di quest'ultimo, in strada, sui tetti, su un treno in corsa. Lo spettacolare inseguimento termina male: Bond cade colpito per sbaglio dal "fuoco amico" dell'agente Eve, che spara su ordine di M. Bond cade in un fiume da un'altezza improponibile, e viene dato quindi per morto. L'azione non passa inosservata: Gareth Mallory, Presidente del Comitato per la sicurezza e l'intelligence, spiega a M che è arrivata l'ora di andare in pensione. M infuriata fa per rientrare nel suo ufficio quando si scopre che il suo computer è stato violato; prima ancora che possa rientrare nel suo ufficio, l'intero palazzo salta per aria, uccidendo otto persone.
Nel frattempo, Bond, ancora vivo, si sta curando in un luogo incantevole, tra donne, alcol ed antidolorifici. Quando viene a conoscenza dell'accaduto, decide di rientrare a Londra in segreto, e si fa trovare in casa di M. Lei lo mette a conoscenza che, rispettando le regole dell'Agenzia, in quanto Bond scapolo senza discendenti ed eredi, i suoi beni sono stati stoccati in un magazzino e la sua casa è stata venduta. Bond vuole rientrare in servizio, ma M gli comunica che dovrà superare dei test per verificare che sia ancora capace di sostenere l'incarico. Bond li passa a malapena, ma M lo mette ugualmente sulle tracce del mandante del furto dell'hard drive, che pare avere un conto in sospeso proprio con M. Dopo che Bond riceve dal giovane Q una pistola che "riconosce" solo Bond dal contatto dermico, e una radiospia particolarmente avanzata, si riparte da Shangai.

Stavolta provano pure a dare James Bond in mano ad un regista di quelli bravi, di certo non abituati a film d'azione: Sam Mendes. E quindi, c'erano grandi aspettative, per questo Bond che in qualche modo aveva "passato a' nuttata", elaborato lutto e disappunto, e che rientra in servizio ma muore, o quasi. E invece, Mendes o no, anche questo Skyfall ricalca le orme dei precedenti: prima parte dal ritmo forsennato, fatta di scene interminabili ma tese, classici inseguimenti inverosimili ma altamente spettacolari e tutto sommato molto divertenti, e poi uno "sgonfiamento" che si fa via via più triste, intervallato da qualche combattimento, appesantito da "spiegoni" e confronti con avversari sempre intelligentissimi e malati di mente, fighe varie. Il nemico principale stavolta è uno Javier Bardem (Silva) che sembra caricaturare (come se fosse possibile!) il suo personaggio in Non è un paese per vecchi con una pettinatura ancor più inguardabile.
Il finale è interminabile, reiterato, strascicato, quasi insopportabile, ed il film, avendo la stessa durata di Casino Royale, risulta decisamente più noioso (i voti sono tutti identici per la spettacolarità delle scene di inseguimento e per le ambientazioni). Anziché apprezzare la bellezza algida e "modellistica" di Bérénice Marlohe (Severine), mi è piaciuta moltissimo quella anche un po' ruvida di Naomie Harris (Eve), già vista in 28 giorni dopo (era Selena) ed in Sex & Drugs & Rock & Roll (era Denise Roudette, ne parleremo - del film).
Il tema musicale è (appunto) Skyfall di Adele, brano che ha vinto pure l'Oscar (ed il Golden Globe) per la migliore canzone, pezzo ben fatto ma estremamente prevedibile.

20130316

l'uccisione

The Killing - di Soren Sveistrup sviluppato da Veena Sud - Stagioni 1 e 2 (13 episodi ciascuna; AMC) - 2011/2012



Seattle, giorni nostri. A meno di un mese dalle elezioni per il nuovo sindaco, una giovane donna sta facendo jogging in uno dei parchi della città. Quella notte, in un parco appunto, è accaduto qualcosa di orribile ad una ragazza giovanissima. E' stata braccata. La donna, mentre corre, riceve una telefonata. Scopriamo che è una detective della polizia di Seattle, si chiama Sarah Linden; viene convocata urgentemente sulla scena di un crimine. Seguendo una scia di sangue, si ritrova in mezzo ad una festa d'addio. Sarah ha chiesto il trasferimento, se ne andrà in California, a Sonoma. Mentre sta portando via le sue cose alla stazione di polizia, incontra il suo sostituto, Stephen Holder, un giovane tutt'ossa che ha lavorato sotto copertura alla narcotici, ed è appena arrivato dalla polizia della Contea. Il loro capo, il tenente Oakes, assegna l'ultimo incarico a Linden, e le dice di portarsi dietro Holder. Sulla scena del presunto crimine, ancora nessun corpo: solo un maglione rosa e un bancomat, a nome Stanley Larsen. I due detective si recano a casa Larsen. Stan e Mitch hanno tre figli, sono reduci da un weekend in campeggio, senza segnale per i cellulari. I due figli piccoli erano con loro, ma la loro figlia più grande, Rosie, era rimasta a casa da sola, ed il venerdì aveva il ballo di Halloween. La ragazza è definitivamente scomparsa, e quindi il padre, oltre ai detective, si mette sulle sue tracce. Il cerchio si stringe. Linden e Holder vanno alla scuola della ragazza, per interrogare gli amici, interrompendo un dibattito dei due candidati a sindaco, Darren Richmond, lo sfidante, e Lesley Adams, sindaco in carica. Pensano di aver trovato una pista nell'ex di Rosie, Jasper Ames, ma Jasper, figlio di una famiglia molto ricca, è in una delle sue ville con una donna che non è Rosie. Si torna sulla scena del presunto crimine: gli scavi non portano a nulla. Linden sta per abbandonare il luogo, quando il suo intuito indica il laghetto lì vicino. Viene ritrovata un auto, che viene issata fuori dall'acqua da una gru. L'auto appartiene alla campagna per Richmond. Mentre nel bagagliaio viene ritrovato il corpo di Rosie Larsen, il padre giunge sul luogo del delitto, proprio quando Linden riconosce la ragazza. L'indagine che seguirà metterà in luce, tra mille difficoltà, molti, troppi segreti di tutte le persone legate in qualche modo a Rosie.

Arrivato in ritardo a The Killing, remake statunitense del danese Forbrydelsen (la protagonista della serie danese, Sofie Grabol, interpreta una piccola parte nella seconda stagione della versione statunitense), ho recuperato velocemente perché innanzitutto, dopo un iniziale rinuncia da parte di AMC di proseguire la serie, dopo l'interessamento di Netflix il canale di Mad Men ci ha ripensato, raggiungendo un accordo di co-produzione con Netflix, e quindi da maggio partirà la terza stagione; inoltre, dopo aver approcciato la serie, sono rimasto coinvolto decisamente dall'indagine, dal ritmo e dai personaggi, desiderando ardentemente arrivare fino in fondo, almeno per quanto si possa arrivare con queste due stagioni, che comunque rivelano la verità (la terza stagione vedrà i protagonisti alle prese con un nuovo caso).
L'impostazione è quella di un giorno ogni episodio; il ritmo è piuttosto lento, ma assolutamente mai noioso (anche se confesso che di solito alla mezz'ora di ogni episodio c'è un momento di flessione; gli episodi sono da 43 minuti circa). Gli interpreti convincenti: Mireille Enos (Sarah Linden), già interprete delle gemelle Marquart in Big Love (e scopro leggendo la sua bio che è stata "cresciuta" come mormone, ma che non è praticante), un curioso mix di radici europee ed americane e un volto che non si dimentica, è davvero magnetica e perfetta per un ruolo complesso, ossessivo ed ossessionato, forte e fragile al tempo stesso; il sorprendente Joel Kinnaman (Stephen Holder), nato e cresciuto a Stoccolma, è una spalla perfetta, un personaggio dalla fragilità incredibile, ma che durante le due stagioni vive una parabola inversa rispetto a quello di Linden. Il personaggio di Kinnaman è pure quello che dà luogo alle situazioni più divertenti, sdrammatizzanti, e che dice o provoca la battute migliori (curiosità: nella vita, attualmente Kinnaman è fidanzato con Olivia Munn, la Sloan di The Newsroom). Anche il resto del cast è perfettamente in parte; di grande spessore l'interpretazione di Michelle Forbes (Mitch Larsen, la madre di Rosie), splendida 48enne, un'attrice che si è costruita una carriera soprattutto in televisione, sempre lasciando il segno. Altra curiosità: oltre a lei, riconoscerete altri due attori che erano, come lei, nel cast di Battlestar Galactica, ed è grazie al suo personaggio in questa serie che, un po' ruffianamente, gli autori strizzano l'occhio a chi, come chi vi scrive, idealizza ancora oggi Seattle come la patria del grunge: fate attenzione ai particolari. Ancora curiosità: Rosie Larsen è interpretata da Katie Findlay (a livello attoriale, davvero promettente), attualmente sugli schermi perché nel cast di The Carrie Diaries, la serie CW che si prefigge di fare da prequel al mitico Sex & the City.
La serie, che strizza l'occhio al capostipite Twin Peaks, anche se non sarà ai livelli di Breaking Bad, si prende i suoi tempi perché approfondisce molto bene i profili psicologici dei protagonisti e di molti caratteri marginali. Agisce su più livelli: l'indagine, con tutto quello che si porta dietro (leggi, le vite dei detective, che vengono risucchiate dal lavoro, e quelle di chi agisce più o meno nell'ombra dietro di loro), la vita della famiglia Larsen, che stenta a proseguire dopo la tragedia, e la campagna elettorale: i colpi bassi, lo staff soprattutto di Richmond, l'indagine che coinvolge appartenenti ai due schieramenti. Nonostante quello che ne pensa la critica, una serie davvero ben costruita (mi sto forzando, ma finirò obbligatoriamente col vedere pure l'originale danese). Tra l'altro, la critica e pure il pubblico ha dimostrato di non amare particolarmente la seconda stagione, che al contrario, a me è piaciuta forse più della prima. Provare per credere, e appuntamento a maggio.

20130315

conforto quantistico

Quantum of Solace - di Marc Forster (2008)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Un Bond tradito e al tempo stesso addolorato, per la morte di Vesper, sfugge attraverso l'Italia con Mr.White nel bagagliaio della sua Aston Martin. Riesce ad arrivare sano e salvo a Siena, dove incontra M ed interrogano White su Quantum, organizzazione terroristica praticamente sconosciuta. Bond è particolarmente interessato, perché sembra che l'ex fidanzato di Vesper, Yusef Kabira, lavorasse (non è ancora chiaro se sia morto) per loro. Le talpe si annidano ovunque, e White riesce a fuggire. Sulle tracce del traditore, Bond arriva ad Haiti. Identificato il contatto della talpa che lavorava per White, Slate, scopre che questi è stato ingaggiato per uccidere Camille Montes. Risalendo la catena, Camille è l'amante di Dominic Greene, un famosissimo imprenditore che è particolarmente interessato allo sviluppo di tecnologie ecologiche. Bond scopre che Greene sta aiutando il generale Medrano a prendere il potere in Bolivia tramite un colpo di stato, in cambio dei diritti di sfruttamento di una regione desertica, in apparenza senza nessuna risorsa. La cosa non quadra. Greene cerca di concludere l'accordo con Medrano includendo nel pacchetto Camille. Bond, fino a quel punto osservatore, interviene e salva la ragazza. Continuando sulle tracce di Greene, Bond scopre che questi si è perfino accordato con la CIA, in modo che non intervenga nel colpo di stato, e che gli vengano riconosciuti i diritti di sfruttamento di quel luogo; Bond presume quindi che Greene abbia trovato petrolio in quella zona. Bond però ha il grilletto facile, e dopo aver scoperto tutto questo, rimane coinvolto in una sparatoria nella quale uccide una guardia del corpo e un membro dello staff del Primo Ministro britannico. M gli revoca passaporti e carte di credito. Ma Bond, assetato di vendetta, non si ferma davanti a niente.

Ennesimo, roboante capitolo della saga dell'agente segreto 007, il secondo capitolo della "gestione" Daniel Craig, dopo che nel precedente Casino Royale si era attualizzato il media franchise con la figura di Le Chiffre che "usava" la borsa per aiutare i cattivi, si tuffa nelle malefatte della CIA in Sud America e, contemporaneamente, nel mondo delle energie rinnovabili e della prossima risorsa che scatenerà le guerre (e qui mi fermo per non dirvi proprio tutto). Naturalmente, è tutto un pretesto, come potrete intuire da soli, ma visti i budget da capogiro, questo film si permette non solo di annoverare nel cast Mathieu Amalric (Greene), un attore straordinario che, come molti altri, non si capisce per quale motivo si lasci coinvolgere in stronzate come queste (ma anche qui, conoscete già da voi la risposta, nessuno è perfetto ed eticamente inattaccabile),  la ormai ex modella Olga Kurylenko (Camille), Gemma Arterton (Strawberry Fields), e di girare nel deserto di Atacama, alle cave di marmo di Carrara, a Siena durante il Palio, e praticamente in giro per il mondo (date un'occhiata qua). Tutto questo, se si lasciano da parte le sempre più incredibili scene d'azione e di inseguimento, per una trama talmente esile che se si guarda controluce, come si diceva un tempo, gli si vede le costole.
Mi chiedo spesso se basta una presenza talmente adorabile come quella della Kurylenko per guardare un film della durata di quasi due ore. La risposta è no.
Tema musicale, particolarmente bello, è stavolta Another Way To Die, duetto tra Jack White ed Alicia Keys. Curiosa e contorta la storia della "assegnazione" di questo tema.

20130314

allenamento in stato costante

Long Slow Distance - Sivert Hoyem (2011)


Eccoci ancora una volta a parlare di un'artista che meriterebbe senza ombra di dubbio una maggiore attenzione, ed è buffo pensare che se non fosse stato per un'amica non lo conoscerei neppure io, visto che di Sivert Hoyem come solista (dei Madrugada in passato qualcosa sulle riviste specializzate si è letto) non ne parla mai nessuno. Il cantante norvegese, ex leader dei Madrugada appunto, con questo Long Slow Distance arriva al quarto disco solista, accompagnato sempre da una band fidata, e dà libero sfogo a tutte le sue influenze ed i suoi amori. E' importante, perché Hoyem continua a camminare per la sua strada, cercando di differenziarsi, ovviamente, dal suo passato con la band. A parte che un disco che nella prima strofa del suo primo pezzo contiene la parola permafrost (Under Administration: "I can't remember your face anymore/That too is lost/Your cold ashes scattered on the wind/And swept across the permafrost") andrebbe fatto ascoltare a tutti, ecco quindi che si parte con un pezzo fortemente emozionale (quello citato prima), tutto fatto di contrappunti di chitarra elettrica e voce importante (così come è quella di Sivert), con una base ritmica quasi inesistente fino alla metà, spruzzato di tastiere che prendono il volo insieme all'ingresso della sezione ritmica, pezzo che riesce ad essere intrigante ed inquietante al tempo stesso (e il crescendo finale è davvero travolgente), e si continua con la title-track che pare un pezzo black metal leggermente ovattato (appaiono anche chitarre acustiche e tastiere) e cantato da Nick Cave o da Mark Lanegan (due artisti che Hoyem ama), ma condito da un testo che parla di un amore difficile e contrastato. Ecco poi Give It A Wirl, un pezzo molto Madrugada e molto bello, condito da percussioni latine ed assoli che ricordano contemporaneamente Neil Young e gli Iron Maiden, e una Warm Inside che è una classica ballad acustica, resa irresistibile dalla sua voce. Animal Child è un pezzo piuttosto atipico, che sicuramente si ispira al krautrock, e che Hoyem trasforma in una cavalcata dark rock, e poi ancora in un tutt'altro, con un finale soprendente e rilassato; si torna su ritmi forsennati con Trouble, quasi un rock and roll, stop and go compresi, solo leggermente modernizzato. Con Red on Maroon si torna a chitarre metal con inserti decisamente industrial noise, e con Blown Away si fa un altro tuffo nel passato (leggi Madrugada), con un'altra ballad impreziosita da un Hoyem in grande spolvero. Quando canta così, difficile resistergli. Emotions è elettronica (ma senza dimenticare le chitarre ben grattugiate, quando ci vogliono) e ben costruita,  e poi c'è Father's Day che è un altro pezzo splendido, pianoforte e voce. Conclude un'altra semi-ballad, Innovations, che seppur non essendo nulla di speciale, conferma la sapienza del songwriting del norvegese, e, ancora una volta, la capacità di trasmettere emozioni a non finire con quella voce che non dovrebbe davvero essere conosciuta così poco.

20130313

007 reboot

Casino Royale - di Martin Campbell (2006)
Giudizio sintetico: si potrebbe perdere ma* (2/5)

L'agente speciale dei Servizi Segreti britannici viene "promosso" a doppio zero, licenza di uccidere (paradossalmente) facendo fuori due traditori; la sua indole ribelle e testarda, lo porta poco dopo a scatenare un incidente diplomatico in seguito ad una sua azione in Madagascar. Lavata di capo e sospensione, ma immediato volo verso le Bahamas dove tra una figa e l'altra, Bond devia su Miami e sventa un attentato aereo pericolosissimo. Ecco quindi che viene individuato il vero cervello dietro tutte queste operazioni: il cattivo, ricchissimo, brillante matematico e invincibile giocatore di poker, Le Chiffre, in origine banchiere, che organizza attentati per guadagnare in borsa, e far guadagnare i suoi clienti (chiaramente, poco di buono ma con grandi poteri in mano). Dopo la spettacolare azione di Bond, il giochino "al ribasso" di Le Chiffre lascia quest'ultimo con una grossa perdita; per rifarsi, e per scampare all'ira dei suoi "clienti", organizza una partita a poker di altissimo livello, con poste adeguate, al Casino Royale in Montenegro. Bond viene incaricato dall'MI6 di parteciparvi, sotto mentite spoglie, finanziato dal Ministero del Tesoro.

Reboot della storia di James Bond, l'agente segreto più famoso del mondo, con Daniel Craig che lo interpreta per la prima volta, come sesto "incaricato". Naturale che per sopravvivere, la saga di Bond dovesse rinnovarsi; discutibile o no, la scelta di Craig è indiscutibile dal punto di vista del carisma, anche se probabilmente l'idea che avevano produttori e sceneggiatori è rispettata fino ad un certo punto: brutale e freddo si, ma di certo non molto ironico. Ma qui si entra nel campo della soggettività, e sono sicuro che molti avranno apprezzato l'interpretazione di Craig, che invece a me lascia sempre un po' interdetto: non ho ancora capito, sinceramente, se sia un ottimo attore, oppure solo buono. Probabile invece, che scelga copioni pensando più al botteghino che al cinema d'essai, questo si.
Dopo una prima parte pirotecnica, il film si attorciglia nella parte della partita a poker, tenuta a galla da un *Mads Mikkelsen sprecato in un film del genere (ma anche qui, molti hanno amato il film solo per la sua presenza), e si sputtana definitivamente con una parte finale piena delle solite stronzate bondiane (aggettivo inventato che può adattarsi, l'ho realizzato solo dopo averlo scritto, sia a James Bond che a Sandro Bondi: non è certo una nota positiva). Splendida Caterina Murino (Solange), anche se molti preferiscono Eva Green (Vesper Lynd): ammetto che quest'ultima è un'attrice migliore. Giancarlo Giannini recita al minimo sindacale nella parte di René Mathis, e c'è pure Claudio Santamaria (Carlos) nella parte a Miami. Sempre superiore Jesper Christensen (Mr.White). Naturalmente c'è Judi Dench (M), che secondo me fa questi film per pagarsi i vizi, o per pagare la scuola ai nipoti.
Non sono un fan dei film della serie, e confesso che, conclusi gli inseguimenti, mi annoio sempre; anche questo Casino Royale non fa eccezioni.
Tema musicale dei titoli di testa interpretato nientemeno che da Chris Cornell, con You Know My Name.

20130312

Afleggjarinn

Rosa candida - di Audur Ava Olafsdòttir (2012)

Islanda. Lobbi ha ventidue anni. Vive con l'anziano padre, ed ha un gemello autistico che vive in un istituto, ma che i due vedono molto spesso. La madre di Lobbi, una donna più giovane del marito, amorevole, brava in cucina e amante del giardinaggio, è morta poco tempo prima in un incidente stradale, lasciando un vuoto apparentemente incolmabile. Lobbi ha passato del tempo imbarcato su un peschereccio, e adesso sta per lasciare l'Islanda per andare in Nord Europa: è stato assunto per curare un roseto famoso in tutto il mondo, di proprietà del monastero adiacente. Il padre accetta la sua partenza, ma non smette di preoccuparsi e di dolersi per la morte della moglie. Lobbi sembra fuggire dalle sue responsabilità: infatti, è padre di una bambina di sette mesi, Flòra Sòl, nata da una notte (un quinto di notte, come dice lui) passata assieme ad Anna, una ex di un amico, con la quale in realtà sente di non aver niente a che fare. I due hanno accettato di buon grado la situazione: Anna continua a studiare e si prende cura della bambina, Lobbi la vede ogni tanto, il padre di Lobbi pure. Cosa accadrà in questa nuova avventura, lontana dalla terra natìa, a Lobbi e alle persone a lui care?

La letteratura islandese sta pian piano riscuotendo un buon successo, e un poco di visibilità, anche da noi. Rosa candida, scritto dalla Olafsdòttir, insegnante di Storia dell'Arte e direttrice del Museo dell'Università d'Islanda, è il suo terzo lavoro, ed è un "piccolo" libro delicato e leggero, che non rivela verità assolute o mostra nuove filosofie di vita, ma in una certa misura tranquillizza, rilassa, riconcilia con le necessità basilari dell'esistenza, senza per questo essere un libro spirituale, e, a mio personale giudizio, riesce a dare un'idea del carattere islandese, pacifico, accomodante e molto libero di costumi, un popolo che ho riscritto la Costituzione online, non fa differenze tra preferenze etero o omosessuali, accetta di buon grado le famiglie ingrandite e non convenzionali.
Come vi ho detto, non aspettatevi un libro spirituale o rivoluzionario. La figura di Lobbi rivela i dubbi di ogni essere umano, soprattutto giovane e con tutta la vita davanti, alle prese con scelte che segneranno la sua esistenza e quindi indeciso e titubante. Il suo flusso di coscienza attraversa le duecento pagine del libro, e nel contempo il suo personaggio ci conduce in un viaggio in un'Europa che, agli occhi di un islandese, appare diversissima dalla loro grande isola con pochi abitanti e molte pecore.
Libro semplice, poco convenzionale, a tratti elementare, ma che fa della semplicità la sua forza. E non per questo, meno bello.

20130311

specchio nero 2

Black Mirror - di Charlie Brooker - Stagione 2 (3 episodi; Channel 4) - 2013



Episodio 1: Be Right Back
Martha e Ash sono una giovane coppia innamorata; lui è un drogato di tecnologia, news e social network e controlla compulsivamente il suo telefono cellulare, ma vanno d'accordo. Il giorno seguente al loro trasloco in una casa di campagna interamente da restaurare, dovendo restituire il furgone preso a noleggio, Martha rimane a casa per lavorare e Ash muore in un incidente stradale. Al funerale, mentre Martha è distrutta, Sarah, una sua amica, le suggerisce un nuovo servizio online che, raccogliendo ogni traccia di una qualsiasi persona in rete, è capace di ricrearne la personalità. In questo modo, col permesso del congiunto, anche un morto può rispondere alle email e chattare con chi lo richiede. Martha inizialmente rifiuta decisamente la cosa, ma Sarah la iscrive al servizio; un giorno in cui Martha si sente debole e presa alla gola dalla nostalgia, avvia una conversazione in chat con il falso Ash, e scopre che ci sono dei possibili upgrade del servizio...

Episodio 2: White Bear
Una giovane donna si sveglia in una casa che non riconosce. Ha i polsi fasciati, e sul pavimento davanti a lei ci sono sparse molte pillole. Non sa chi è, non sa dov'è. Gira per la casa, trova una foto di una bambina che le ricorda qualcosa, forse è sua figlia. Esce di casa, vede molte persone alle finestre, tutte la stanno riprendendo con i telefonini, ma nessuno le risponde. Arriva un auto, dalla quale scende un uomo con un passamontagna: indossa un simbolo che ha già visto sugli schermi vuoti dei televisori presenti nella casa dove si è risvegliata. L'uomo inizia a spararle contro con un fucile: lei fugge. Intorno a lei, decine e decine di persone, nessuna le parla, nessuna la aiuta, tutti la riprendono. Arriva ad una stazione di servizio, si rinchiude all'interno dove insieme a lei rimane intrappolata una coppia, che inizialmente sembra restia ad aiutarla. L'uomo col passamontagna, osservato e ripreso dalla folla all'esterno, cerca di sfondare il vetro per continuare a darle la caccia. La donna della coppia fugge con lei. E' una situazione assurda.

Episodio 3: The Waldo Moment
Jamie è un comico fallito, che vive "impersonando", tramite motion capture, un orsetto blu di nome Waldo, popolarissimo tra il pubblico televisivo britannico. Waldo è scurrile e aggressivo, e solitamente si confronta con figure pubbliche, sbeffeggiandole. Mentre Jamie è altamente insoddisfatto della sua vita, Waldo va alla grande; una sua performance mette in grande disagio un politico conservatore di lungo corso, Liam Monroe, che sta per candidarsi in un collegio blindato per i conservatori. Gli autori del programma decidono di insistere sbeffeggiando il politico al di fuori del programma, seguendolo durante la campagna elettorale, visto che il ritorno di ascolti è da capogiro. Nello stesso momento, Gwendolyn Harris, una giovane che spera di diventare politica di professione, viene selezionata per confrontarsi nello stesso collegio di Monroe, per i laburisti; è chiaro che non ha chance, ma per cominciare l'esposizione è quello che conta. Jamie, che era l'unico dello staff di Waldo ad opporsi alla campagna politica "laterale", ma che è costretto ad accettare la cosa per sopravvivere, dopo il primo giorno alloggia nello stesso albergo di Gwendolyn, e la sera la abborda, i due bevono insieme, si piacciono, vanno a letto, nasce qualcosa. Il giorno seguente Jamie svolge il suo lavoro sbeffeggiando alla grande Monroe, ma non vede l'ora di sentire o rivedere la ragazza. Nel frattempo, a Gwendolyn viene proibito di rivedere Jamie dal suo responsabile della campagna. Jamie si incattivisce, e Waldo diventa un fenomeno incontrollabile.

Nonostante la mia eccitazione quando ho saputo che ci sarebbe stato un seguito alla prima miniserie di Black Mirror, mi ero completamente dimenticato di controllare quando sarebbe andata in onda; appena l'ho saputo si erano conclusi i tre episodi, e così me li sono gustati uno dietro l'altro. Che dire, il genietto malefico Charlie Brooker stavolta ha sceneggiato tutti e tre gli episodi, uno più inquietante dell'altro. Grandi regie, grandi interpretazioni, grandi storie, emozioni forti e contrastanti, coinvolgimento massimo, è davvero un peccato che il ragazzo non si convinca a fare qualcosa di più lungo, ma evidentemente la creatività ha i suoi tempi, e questo è quello che ci deve bastare.
Splendida la coppia del primo episodio, la deliziosa Hayley Hatwell (Martha) vista in Captain America e Domhnall Gleeson (Ash) appena visto in Anna Karenina, nel secondo episodio grande Michael Smiley (Baxter), nel terzo episodio, che potrebbe richiamare anche l'ultima campagna elettorale italiana, ottimi Tobias Menzies (Monroe) e Jason Flemyng (Jack Napier).
Miniserie eccezionale, da non perdere.

20130310

irrompe l'alba 2

The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 2 - di Bill Condon (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare ripristinato per l'occasione: io ve lo di'o, è stata una fati'a (vedelli tutti)

Bella si risveglia dopo aver dato alla luce Renesmee ed essersi trasformata in vampira. Tutta la famiglia Cullen è lì ad attenderla, ma c'è un po' di strada da fare, per Bella, per abituarsi al nuovo "stato". Mentre quindi Bella sorprende tutti per la sua capacità di controllo, Renesmee cresce a vista d'occhio con nuovi straordinari doni, e subisce l'imprinting nientemeno che con Jacob (cosa che inizialmente sconvolgerà non poco Bella). Ma la nascita della (non più) piccola, mette in assetto di guerra il clan dei Volturi, che sono convinti del fatto che Renesmee rappresenti una minaccia intollerabile per tutti i vampiri. I Cullen, quindi, riuniscono tutti i vampiri che sono convinti del contrario, decisi a fronteggiare, in una battaglia che si preannuncia epica, i Volturi ed i loro adepti e alleati.

Esattamente da dove era finito, riprende la saga di Twilight, per l'ultimo capitolo. Si conferma tutto quello che di peggio si era detto in passato, per gli altri capitoli: pessimi effetti speciali, recitazioni ai limiti dell'inguardabile, produzione costosissima (ma gli ultimi due capitoli sono stati girati contemporaneamente), colonna sonora di tutto rispetto. La sceneggiatura però ha un colpo di genio, questo va detto, riuscendo a descrivere ugualmente la battaglia finale: non vi dico altro nel caso scellerato foste intenzionati a vedervi il film.
Se del capitolo precedente ricorderò sicuramente il manichino anoressico di Kristen Stewart, di questo ultimo film mi rimarranno in mente solamente i titoli di coda con The Forgotten dei Green Day, e la brevissima apparizione (è proprio il caso di dirlo), di Marisa Quinn nei panni di Huilen. Il film ha fatto man bassa di Razzie Awards (premi per i peggiori), raggiungendo un record: nominato in tutte le categorie. Una bella soddisfazione, non c'è che dire.

20130309

Den skaldede frisor

Love Is All You Need - di Susanne Bier (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Danimarca. Ida è una parrucchiera che ha appena terminato un ciclo di chemioterapie in maniera efficace; anche se con il cancro non si sa mai, è una notizia da festeggiare. Ma tornando a casa scopre che il marito Leif l'ha tradita per tutto questo tempo con una di lui collega che ha la metà dei suoi anni, Thilde, e sta per lasciarla per andare a vivere con la giovane. Cercando di rimettere in sesto la sua vita, parte da sola per l'Italia, dove sta per svolgersi, in uno scenario da sogno, il matrimonio della figlia Astrid. Astrid sta per sposare il giovane Patrick, figlio di un imprenditore inglese, Philip, che coltiva ed importa agrumi appunto dall'Italia, dove possiede terre e una antica villa vicino Sorrento, dove si svolgerà il matrimonio e dove alloggeranno tutti gli invitati. Philip è vedovo ormai da qualche anno, ma ancora non riesce a darsi pace. L'incontro tra Philip e Ida sarà traumaticamente divertente, e le frizioni proseguiranno per un po'. Ma nonostante i problemi tra Patrick ed Astrid, l'arrivo di Leif e Thilde, l'arrabbiatura di Kenneth, l'altro figlio di Ida e Leif, contro il padre, le continue avances della cognata di Philip, Benedikte, verso l'uomo, Philip e Ida si attraggono, in qualche modo.

Probabilmente il film più leggero della regista danese (Oscar per In un mondo migliore; c'è da dire che anche Pensione Oskar era abbastanza "spensierato"), sceneggiato a quattro mani col fido Anders Thomas Jensen, Love Is All You Need (in originale danese Den skaldede frisor, letteralmente "la parrucchiera calva", riferimento alla calvizie indotta dalla chemio della protagonista, alle prese con la parrucca per tutto il film) è un film giocoso, divertente, fatto di gag anche prevedibili ma godibili e mai volgari, tratta la famiglia in modo moderno, e mette nel calderone vari temi, anche ricorrenti nel cinema della Bier, trattandoli con grazia come a lei ben riesce. Non è un film che dovete vedere assolutamente, ma è molto meglio di tante bischerate che girano.
Nel cast, dove troviamo anche Ciro Petrone che ricorderete in Gomorra e ultimamente pure in Reality, giganteggiano Trine Dyrholm (Ida) e Pierce Brosnan (Philip), ma da non dimenticare un Kim Bodnia (Pusher) in versione comica e Paprika Steen (già con la Bier in Open Hearts) nei panni di Benedikte sopra le righe ed esilarante anche lei.

20130308

Wadjda

La bicicletta verde - di Haifaa Al-Mansour (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Wadjda è una bambina di 10 anni che vive con la madre in un sobborgo di Riyad (Arabia Saudita). Intelligente, vivace, intraprendente, riluttante alle regole che relegano la donna in secondo piano rispetto all'uomo, nella società civile saudita, a scuola sta sulle sue ma spesso viene punita dalla severa insegnante, la signorina Hussa, perché appunto è insofferente alle molteplici e spesso insensate regole; nella vita di tutti i giorni, vive un rapporto controverso con l'amico Abdullah. Al bambino probabilmente piace Wadjda, e i due giocano costantemente insieme, anche se in realtà la cosa non è ben vista. A Wadjda piace stare con Abdullah, ma il suo carattere la spinge ad entrarci perennemente in competizione, come se non ci fosse una differenza di sesso tra i due. Ecco che quindi, non appena Wadjda vede una bellissima bicicletta verde in esposizione presso un negozio vicino a casa, si invaghisce del mezzo di trasporto, che vede come uno strumento di emancipazione, ma anche una possibilità di battere Abdullah in una gara di pedalate. La madre, che sta soffrendo il distacco dall'amato marito, che sta pensando di prendersi un'altra moglie per avere un figlio maschio, è assolutamente contraria all'acquisto della bicicletta: il mezzo di trasporto è visto come un attentato alla virtù femminile, e risulterebbe sconveniente sia per lei, che per la bambina. Wadjda non si dà per vinta, escogita qualsiasi espediente per raccogliere i soldi necessari all'acquisto, ma proprio quando sta per desistere, ecco che viene annunciato che il primo premio per un concorso di recitazione femminile del Corano sarà una cifra che le permetterebbe di acquistare l'agognata bicicletta. Nonostante la recitazione del Corano non sia certo tra le sue materie preferite, Wadjda si mette sotto con grande impegno.

Semplice, diretto, fatto di un ritmo rilassato e di un incedere lento ma inesorabile, costruito da piccole scene che a volte possono sembrare apparentemente slegate dall'assunto principale, La bicicletta verde (titolo originale Wadjda) è un "piccolo" film che illustra la realtà di una società musulmana moderna nelle intenzioni, ma antiquato negli schemi di relazione, ed altamente sessista. Donne tra l'altro bellissime costrette a nascondere perfino i capelli, ed impossibilitate ad esprimere le loro personalità e le loro abilità. Il film della regista saudita, al suo debutto sulla lunga durata dopo alcuni cortometraggi di buon successo, si fa forte di un cast interamente saudita e di location semplici ma affascinanti, appunto nei sobborghi della capitale Riyad, e descrive come meglio non potrebbe tutte queste restrizioni senza risultare oltranzista. Il messaggio, però, arriva forte e chiaro, ed il film merita di essere visto, risultando piacevole e finanche divertente. Tanto di cappello a Haifaa Al-Mansour e alla piccola protagonista Waad Mohammed, spontanea e disinvolta. Auguriamo un radioso futuro ad entrambe, così come alla società saudita di crescere e migliorare dal punto di vista delle libertà femminili.

20130307

7 dìas en La Habana

7 days in Havana - di Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabìo, Laurent Cantet (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Una settimana a Cuba, nella sua capitale, sette storie.
El Yuma (lunedì)
Un giovane attore statunitense in vacanza a Cuba viene portato in giro da un taxista; conosce una donna che non è propriamente una donna.
Jam Session (martedì)
Il famoso regista serbo Emir Kusturica è a Cuba per ricevere un premio; anche lui, tramite il suo autista, va alla scoperta della notte cubana, scoprendo nei suo accompagnatore un ottimo trombettista e un grande amico.
La tentaciòn de Cecilia (mercoledì)
Una brava e bellissima giovane cantante cubana è messa davanti ad una scelta dolorosa: abbandonare Cuba e il fidanzato e andare in Spagna con il giovane impresario spagnolo che le promette una carriera nella musica e di lasciare la sua compagna per lei.
Diary of a Beginner (giovedì)
Il regista palestinese Elia Suleiman è a Cuba per incontrare Fidel Castro. Mentre attende l'incontro, gira per le strade della capitale.
Ritual (venerdì)
Due genitori preoccupati scoprono la giovane figlia Yamilslaidi a letto con un'altra ragazza. Decidono di farla esorcizzare da uno stregone, in mezzo alla jungla.
Dulce amargo (sabato)
Mirta e la sua vita; il marito, le figlie, i suoi due lavori, tutto quello che bisogna fare per dar loro da mangiare, e sopravvivere a Cuba.
La fuente (domenica)
Martha, una specie di sacerdotessa, che vede in sogno la vergine Oshun, obbliga i vicini e i conoscenti a costruire in un solo giorno una fontana dentro casa sua, in onore alla vergine, e ad organizzare una festa sempre in suo onore.

I film corali sono sempre dei terni al lotto. I nomi dei registi mi avevano messo l'acquolina in bocca da un po' di tempo, ma non avevo letto né sentito responsi entusiastici, per cui ho atteso un bel po', complice la distribuzione praticamente inesistente, a vederlo. Il film non è così male come mi avevano fatto credere; certo, ci sono delle parti naturalmente più deboli, o quantomeno molto diverse tra di loro.
Non del tutto convincente l'episodio iniziale, per la regia di Benicio Del Toro, anche se è bello rivedere Vladimir Cruz (il tassista), uno dei due protagonisti del mitico Fragola e cioccolato. Non male l'episodio diretto dall'argentino Pablo Trapero, con Kusturica in una versione non si sa quanto romanzata di sé stesso, perennemente ubriaco. Quasi un classico Medem l'episodio da lui diretto, La tentaciòn de Cecilia, con Daniel Bruhl e la bellissima Melvis Santa Estevez nei panni di Cecilia. Così come un classico Suleiman quello di Diary of a Beginner, con l'erede di Buster Keaton a dominare, muto come sempre, la scena. Inquietante e anche un pochino inconcludente Ritual, del regista del disturbante Irréversible. I due segmenti finali, a mio giudizio, risultano quelli più riusciti e maggiormente divertenti e cubani fino all'osso. In Dulce amargo, di Juan Carlos Tabìo (Fragola e cioccolato), Mirta Ibarra (Mirta, vista in molti film sia cubani che spagnoli) e il grande Jorge Perugorrìa (l'altro protagonista di Fragola e cioccolato, e attivissimo anche in Spagna) padroneggiano la scena perfino con i piedi; in La fuente, l'ottimo Cantet (La classe) mette in scena l'episodio più scoppiettante e soddisfacente del lotto.

20130306

terzo

!Tré! - Green Day (2012)


Nonostante quello che ne possano dire i critici più feroci e i detrattori più accaniti, i tre ex ragazzi (hanno più di 40 anni ormai) californiani sono divenuti, oltre che miliardari, dei grandi interpreti della tradizione rock nel senso più ampio del termine. Inutile cercare di legarli a doppio nodo al punk o al punk-rock: è bene giudicare, secondo me, se i Green Day fanno buona musica oppure no.
E, nonostante questa loro ultima tripla fatica, tre dischi usciti a brevissima distanza tra di loro negli ultimi mesi del 2012, abbia dato risultati altalenanti, questo ultimo è decisamente il migliore.
Non mi vergogno affatto a dire che spesso, i pezzi dei Green Day, mi mettono di buon umore e mi fanno stare bene: non mi interessa niente se a qualcuno possono sembrare semplici o addirittura semplicistici. Un pezzo come Sex, Drugs & Violence mi diverte, a dispetto del testo, dove Billie Joe riflette, anche amaramente, sulle sue dipendenze. Indicativamente, preferisco la seconda parte del disco, dove a mio giudizio sono stati "relegati" i pezzi più complessi. Ma c'è da dire che fin dall'opener Brutal Love, i Green Day dimostrano di non spaventarsi davanti e niente e a nessuno: il pezzo infatti non è altro che una cover di Bring It On Home to Me di Sam Cooke, con un testo differente.
Intendiamoci: so che è una frase fatta, ma i Green Day oggi più che mai, non hanno inventato niente di niente. Sono dei bravissimi generatori di mash-up tendenzialmente rock, ma non solo. Lo fanno con grande disinvoltura, con quelle loro amabilissime facce da culo. E siccome non si tratta di tracciare il genoma umano, ma solo di rock and roll, a me piace. Molto bello l'inizio di 8th Avenue Serenade dal punto di vista del drumming, che può ricordare la sensazione di "fuori tempo" di Black Dog dei Led Zep, forse superflua la classica ballad Drama Queen, ma immediatamente dopo si comincia a fare sul serio e a sciorinare i pezzi migliori: X-Kid (che riesce a farmi godere con un assolo di quelli da scuola di chitarra primo anno, alla Nirvana per intenderci), la già citata Sex, Drugs & Violence (impazzisco per il passaggio "What little wanna be an imbecil / But Jesus made me that way"), la sincopata A Little Boy Named Train (orecchio ad ogni finale di strofa, sottolineato da uno stop and go di Tré Cool), la splendida (e molto Green Day) Amanda, la whoiana Walk Away, il piccolo capolavoro Dirty Rotten Bastards, che racchiude drinking songs irlandesi, i Garage Days dei Metallica (specialmente quando rifanno i Misfits) e l'arena rock, la classicissima 99 Revolutions. Chiude il marchettone The Forgotten, inserito nientemeno che sui titoli di coda del capitolo conclusivo della saga di Twilight, che però è una buona ballata rock, dimostrazione che ci sanno fare anche in questo campo.
E' vero che se avessero fatto un disco solo, scremando il superfluo, da questa trilogia (cosa che potete anche fare da soli a casa, ma non fidatevi dell'amico Monty, ve la do io una scaletta riassuntiva: tutto !Tré! più Carpe Diem, Sweet 16, Oh Love da !Uno! e Lazy Bones, Stray Heart, Baby Eyes da !Dos! e fate pure prima - al limite togliete Drama Queen e mettete dentro Nuclear Family), probabilmente avrebbero riscosso maggior successo critico; ma del resto, anche loro avranno il mutuo da pagare, senza contare le spese (fisse?) di rehab.

20130305

castello di carte

House of Cards - di Beau Willimon - Stagione 1 (13 episodi; Netflix) - 2013

Francis "Frank" Underwood è un importante membro del congresso statunitense, appartenente al Partito Democratico. Il partito ha appena vinto le elezioni, e si accinge a governare quattro anni; Frank ha contribuito non poco all'elezione del nuovo Presidente Garrett Walker, e si aspetta, da un momento all'altro e come da accordi, di essere convocato per essere nominato nuovo Segretario di Stato. Mentre ci spiega (direttamente in camera, rivolto all'obiettivo) i ruoli di tutti i più alti esponenti dello Stato, e pure dei suoi collaboratori, ecco che viene ricevuto dal Capo dello Staff della Casa Bianca Linda Vasquez, persona che lui ha contribuito ad insediare in quella posizione. La Vasquez, con la faccia contrita e con frasi di circostanza, gli comunica che Frank non verrà nominato Segretario di Stato.
Frank, con l'aiuto dell'amica/amante/moglie/complice Claire, amministratrice delegata della Clean Water Initiative, una organizzazione non-profit che si occupa appunto di acqua, che ovviamente non è esclusa dall'area di influenza di Frank, e che all'occorrenza gli serve per scambi di favori politici, e con la collaborazione costante del fido Doug Stamper, suo personale Capo dello Staff, comincia una guerra senza quartiere per vendicarsi del Presidente che non ha rispettato i patti. Due pedine importanti vengono immediatamente "reclutate". La giovane e ambiziosa reporter del The Washington Herald Zoe Barnes, che Frank sceglie per far filtrare informazioni riservate, e il membro del congresso Peter Russo, esponente anch'esso dei Democratici, che ha una relazione con la sua segretaria Christina Gallagher, e una pericolosa dipendenza da alcol, droghe varie e prostitute; fermato dalla polizia mentre guidava in stato di ebbrezza, in compagnia di una professionista del sesso, viene opportunamente "salvato" da Stamper, tramite conoscenze varie di Underwood. Anche Russo sarà una pedina fondamentale nella elaborata, spietata, rischiosissima vendetta personale di Frank, che davvero scopriremo capace di qualsiasi cosa.

House of Cards, basata sull'omonimo romanzo del politico conservatore inglese, nonché scrittore, Michael Dobbs, e già portata sul piccolo schermo dalla BBC con ben tre miniserie, segna, a parte la valenza intrinseca della serie, un momento di cambiamento importante nella storia recente della televisione. Infatti, è il primo prodotto originale di Netflix, in origine servizio di distribuzione via posta di dvd e videogiochi, in seguito servizio di streaming online su richiesta, usufruibile tramite abbonamento, che ha cominciato ad acquistare prodotti originali proprio con le prime due stagioni di House of Cards versione USA. Non finisce qui: i tredici episodi della prima stagione, per gli abbonati, sono stati resi disponibili tutti insieme, lo scorso 1 febbraio; l'abbonato quindi ha potuto visionarli quando più gli pareva. Decisamente una concezione nuova.
Detto questo, passiamo alla serie. Beau Willimon (Le idi di marzo) ha sviluppato l'adattamento, il budget è elevato e si vede, nella lista dei produttori si notano Kevin Spacey, anche protagonista nei panni di Frank Underwood, e David Fincher, regista dei primi due episodi (tra gli altri registi James Foley, Joel Schumacher,  Allen Coulter). Gli episodi, tutti attorno alla durata di 50 minuti, sviluppano lentamente ma inesorabilmente la ragnatela fitta ed intricata tesa dal protagonista, talmente tesa che spesso vi troverete a rendervi conto che stava usando anche quel personaggio e voi non ve ne eravate resi conto. L'atmosfera è patinata ma cupa, e il protagonista, nonostante sia cattivo, spietato, indegno, obbliga lo spettatore ad una colpevole empatia; il fatto che sia interpretato da un Kevin Spacey in stato di grazia influisce moltissimo, naturalmente. Da notare che, così come nelle miniserie BBC, Underwood "rompe la quarta parete" e parla direttamente all'obiettivo, filosofeggiando sulla politica e sottolineando i passaggi decisivi. Difficile resistergli, appunto se si tratta di Spacey.
Completano il cast Robin Wright nella parte di Claire Underwood, bravissima sia nella versione algida e "di facciata", sia in quella dubbiosa, perfetta partner in crime di Spacey, Kate Mara (la sorella di Rooney Mara, la Lisbeth della versione USA di The Girl With the Dragon Tattoo) nei panni di Zoe Barnes, vista nella prima stagione di American Horror Story (era Hayden) e in varie particine al cinema, depositaria di una bellezza infantile e che riesce a dipingere un personaggio dalla dubbia moralità conservando appunto una faccia pulita, Corey Stoll (era Hemingway in Midnight in Paris), intenso e appassionato nella parte di Peter Russo, e Michael Kelly nei panni di Doug Stamper (l'avete visto in decine di film, quando tra 30 anni gli daranno un Oscar come non protagonista di qualcosa ricordatevi chi ve l'ha detto la prima volta).
Una delle migliori novità del 2013.

20130304

terra promessa

Promised Land - di Gus Van Sant (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Mentre Steve Butler, un giovane impiegato di una grande compagnia energetica, la Global Crosspower Solutions, viene preso in considerazione dalla sua gerarchia per una importante promozione, per merito dei suoi eccellenti risultati, si trova ad affrontare, assieme alla sua partner lavorativa, la più anziana Sue Thomason, una inizialmente apparentemente facilissima sfida, in una piccola cittadina della Pennsylvania rurale: visto il giacimento di gas sottostante, i due dovranno convincere i proprietari terrieri a vendere i diritti di sfruttamento del sottosuolo. La cittadina versa in uno stato di povertà importante, e i residenti si fanno convincere in maniera facile e veloce; i rendimenti accordati per lo sfruttamento sono ridicoli se confrontati a quanto potrà fruttare il giacimento: è questo che ha portato Steve all'attenzione dei suoi superiori. Riesce ad acquistare molti diritti dei luoghi dove vengono scoperti giacimenti, e ad accordare "affitti" risibili. Il segreto, così dice lui, sta nel fatto che pure lui è nato e cresciuto in un luogo simile ai posti dove si trova a trattare. Il tutto pare andare per il meglio, finché, ad un'assemblea cittadina, Frank Yates, che pare un semplice insegnante di scienze alla scuola locale (ma in realtà è un ingegnere di grande successo in pensione, che insegna per divertimento e passione), riesce ad insinuare seri dubbi nei locali. La decisione da parte della comunità, in merito ai diritti di sfruttamento, viene quindi sottoposta a votazione, da effettuarsi di lì a qualche settimana, e l'arrivo in città di Dustin Noble, un giovane avvocato attivo in una piccola associazione ambientalista, che inizia una campagna contro la Global Crosspower Solutions, che usa le stesse armi di Steve per entrare nei cuori dei locali, mette in pericolo la buona riuscita dell'operazione di Butler e Thomason.

Buon film, non particolarmente emozionante (ma insomma, il colpo di scena a sorpresa, per un ingenuo come me, non l'avevo visto arrivare, e probabilmente proprio lì sta il punto di forza della storia), questo nuovo lavoro diretto da Gus Van Sant, originariamente destinato ad essere diretto, oltre che interpretato nella parte principale, da Matt Damon (Steve Butler), che, insieme al co-protagonista John Krasinski (Dustin Noble), ne ha scritto la sceneggiatura. Quest'ultimo aveva comprato, personalmente, i diritti di sfruttamento per il cinema del soggetto, un'idea dello scrittore Dave Eggers (ricordiamo che Krasinski, nonostante la facciona e gli orecchi enormi, ha tutto per essere invidiato: ha un debole per i grandi scrittori americani contemporanei - ha diretto e scritto Brief Interviews with Hideous Men, dall'omomina raccolta di racconti di David Foster Wallace, aveva la parte del protagonista in Away We Go, poi rinominato American Life per l'Italia, sceneggiato dallo stesso Dave Eggers e dalla moglie Vendela Vida -, ma soprattutto è sposato con Emily Blunt), e aveva scritto una prima stesura della sceneggiatura, poi rimaneggiata in coppia con Damon.
Van Sant si limita a fare il suo lavoro, dunque, senza stupirci particolarmente, e lascia parlare attori e storia. Il film negli USA ha (ri?)sollevato la polemica sulla tecnica del fracking, giustamente, ed insinua dubbi etici nello spettatore attento. Ottimi come sempre Hal Holbrook (Frank Yates) e Frances McDormand (Sue Thomason), piccola parte per Titus Welliver (Rob; lo avevamo odiato nella parte di Jimmy O'Phelan nella terza stagione di Sons of Anarchy, lo abbiamo visto in tutti i film di Ben Affleck), breve ma significativa presenza di Rosemarie DeWitt (Alice; vi ricordate la sorella di Tara in United States of Tara? Ma era anche in Rachel sta per sposarsi e in Mad Men), c'è anche Scoot McNairy (Jeff Dennon; era il protagonista di Monsters, lo abbiamo visto in Argo). Senza infamia e senza lode le prove attoriali dei due sceneggiatori; rimane il dubbio che, con un attore meno monofacciale, lo struggimento interno del protagonista Steve Butler potesse risultare di maggiore intensità.

20130303

The Fight for Rapanui

Non voglio più annoiarvi col fatto che guardo solo Al Jazeera International; però, il fatto è che oltre alle news 24 ore su 24, la rete ha in programmazione rubriche interessanti, e documentari a volte autoprodotti, su argomenti sconosciuti a gran parte dell'opinione pubblica.
Solitamente li guardo di sfuggita, ma a volte mi concentro. E' stato il caso di questo The Fight for Rapanui, dell'inviato Nick Lazaredes. La cosa che mi ha stupito di più non è stata tanto la repressione cilena e la formazione del movimento indipendentista, che già covava sotto la cenere, parlando con i locali, quando nel 1994 passai una settimana sull'isola, facendo molte amicizie e lasciandoci una parte di cuore. Quello che mi ha scioccato, ma probabilmente non è il termine giusto, è stato rivedere una persona con la quale avevo condiviso una sbornia colossale: Kihi il rosso (Kihi Tuki Hitorangi), che appare nel documentario per la prima volta al minuto 17, e che 19 anni fa era già "famoso" (è il ragazzo che corre nella scena iniziale del film Rapa Nui, prodotto da Kevin Costner, diretto da Kevin Reynolds ed interpretato da Esai Morales e Sandrine Holt, oltre a molte comparse locali - Kihi su imdb.com è accreditato nel cast del film come Emilio Tuki Hito). Ricordo lui che suonava la chitarra e che ci cantava pezzi tradizionali in lingua Rapanui (proveniente dal ceppo polinesiano: è lì che ho scoperto che Moana significa "mare blu"), ricordo altre cose che mi sono rimaste nel cuore come il saluto all'aeroporto (la tradizione polinesiana vuole che ti vengano messe collane di fiori all'arrivo e collane di conchiglie alla partenza; di solito le collane di fiori vengono messe ai turisti che comprano i pacchetti "folkloristici", perché spontaneamente la gente del posto lo fa solo per i parenti. Ma a me e all'amico che viaggiava con me, le nostre conoscenze locali, misero spontaneamente le collane di conchiglie, che ancora conservo, nell'occasione della nostra partenza, e vi assicuro che fu un momento indimenticabile) da parte di quella che era stata la nostra guida e dell'autista, che non aveva aperto bocca per sei giorni e che in quell'occasione mi disse che eravamo buoni amici. E' probabile che non abbia riconosciuto qualche altro locale che appare nel documentario. Ma siccome il mio cuore è rimasto là, gli auguro ugualmente di riuscire a vincere questa battaglia, e di continuare a vivere felici e liberi sulla terra che i loro avi hanno lasciato loro. Iorana, mis amigos.

capricorno

Caprica - di Remi Aubuchon e Ronald D. Moore - Stagione 1 (19 episodi; SyFy) - 2010

Caprica. 58 anni prima dell'attacco nucleare ad opera dei cyloni ai danni dell'umanità, le Dodici Colonie vivono una pace molestata dal terrorismo religioso: mentre su quasi tutte le colonie, ma sicuramente su Caprica, il Politeismo è la norma, su Gemenon è forte il Monoteismo, e sta facendo proseliti, proseliti non sempre pacifici. Infatti, un attentato, un'esplosione sulla metropolitana di superficie, uccide, tra le altre persone, due giovani ragazze: Zoe Graystone e Tamara Adama. Zoe è la figlia di Daniel e Amanda; lei chirurgo plastico, lui amministratore delegato dell'industria che porta il suo nome, inventore dell'Holoband, proprietario dei Caprica Buccaneers, la squadra di Pyramid (lo sport più seguito nelle colonie) locale, miliardario dalla mente brillante con una visione grandiosa del futuro. I due genitori, però, hanno evidentemente sbagliato qualcosa nei confronti della figlia, che sempre di più se ne vorrebbe allontanare, ed era diventata assidua frequentatrice del V-Space, il mondo virtuale a cui si ha accesso tramite l'Holoband, riuscendo a creare un suo avatar (la ragazza è probabilmente più intelligente del padre in quanto ad informatica applicata alla cibernetica), e si era avvicinata alla religione Monoteista.
Tamara, che muore assieme alla madre Shannon nell'attentato, è figlia di Joseph Adama (e sorella di William), tauroniano emigrato su Caprica, avvocato di diritti civili ma con connessioni con la malavita.
Tra Joseph e Daniel nasce uno strano rapporto di amicizia e odio al tempo stesso. Daniel scopre l'avatar creato dalla figlia, e comincia a lavorare sulla possibilità di sovrapporre questo avatar ad una struttura robotica, generando il primo cylone. Porta Joseph nel V-Space, generando l'avatar di Tamara (che rimane così "immortale" nel V-Space, in quanto non generato da una persona che indossa l'Holoband), e dando il via ad un'ossessione, quella di riavere indietro moglie e figlia, che porterà Joseph sull'orlo della follia.

Prequel del reboot di Battlestar Galactica, Caprica parte con buone premesse e un'ambientazione interessante, vagamente anni '50 innestata in una società ultra-avanzata e quasi annoiata, tanto da usare droghe, anche cibernetiche (il V-Space diventa un luogo per sfogare qualsiasi basso istinto e rimanere impuniti), e generare delinquenza e corruzione, ma si perde lungo la strada, tanto che è stata cancellata dopo appena una stagione, che tra l'altro negli USA è arrivata alla fine con una certa difficoltà.
Nonostante, così come in Battlestar Galactica, le tematiche con interesse attuale fossero molte (razzismo, conflitti religiosi, diritti per gli omosessuali, addirittura matrimoni multipli), la serie non riesce a gestirle al meglio, e si concentra quasi esclusivamente sull'ossessione dello scienziato Graystone per arrivare rapidamente alla generazione dei primi cyloni, e chiudere il cerchio con la serie-madre.
Cast interessante ma un po' ingessato, almeno così mi è parso. Eric Stoltz è Daniel Graystone, Paula Malcomson è Amanda Graystone, Alessandra Torresani è Zoe Graystone. Esai Morales è Joseph Adama, interessante la faccia di Sasha Roiz che interpreta Samuel Adama, il fratello gangster, omosessuale e sposato, di Joseph.

20130302

What a Shame

Jamie Lidell - Jamie Lidell (2013)




Non so se sia un bene, soprattutto per lui, ma ogni volta che penso a Jamie Lidell, nato Jamie Lidderdale ad Hungtingdon nel Cambridgeshire, Regno Unito (ma trasferitosi a Nashville già da tempo), penso a The Vampire Diaries: un suo poster fa bella mostra nella cameretta (grande quanto un monolocale medio milanese) della protagonista Elena Gilbert. Di sicuro ci guadagna lei in credibilità e gusti musicali; c'è da dire però che, seppure Jamie non sia un brutto ragazzo, a livello estetico preferisco lei. Detto ciò, fa sempre uno stranissimo effetto ascoltare un disco di Lidell, tipo macchina del tempo. Come vi dissi in occasione dell'uscita del precedente Compass (Michael Jackson e a volte pure Barry White), per questo omonimo in uscita direi molto meno Barry White, molto più Jacko, ovviamente revisited e addirittura revamped da suoni elettronici all'avanguardia e da suoni vintage usati giocandoci (Why_Ya_Why). Seconda parte del disco, infatti, molto molto più sperimentale della prima (oltre al pezzo citato poco fa aggiungerei decisamente You Know My Name, e si, tutte le seguenti), dove invece si "annidano" tutte le killer-tracks. Si parte infatti con I'm Selfish, un pezzo dal tiro ottimo che per quanto si sforzi Justin Timberlake non riuscirebbe mai a scrivere (sempre che se le scriva, le canzoni), e alla seconda traccia siamo già all'apice del disco. Secondo il mio modesto parere, Big Love spacca senza troppe discussioni (e il finale sembra la cover di Don't Stop 'Til You Get Enough). Segue What a Shame, il pezzo che ha anticipato l'album uscendo su youtube (ebbene si, adesso si fa così), anche lei tirata a dovere, e pure le seguenti Do Yourself a Faver e You Naked non sono affatto da buttare, anzi.
Difficile da spiegare, ma la rivisitazione dei suoni e del groove degli anni '80 a livello di elettronica che fa Lidell mi pare decisamente una delle più eleganti e meno tamarre del panorama musicale. Per questo mi piace, e i suoi dischi mi fanno divertire e muovere al tempo stesso. Jamiroquai, arrenditi.

20130301

speciAle elezioni



E' fantastico come noi italiani (se fossi stato vis-à-vis avrei detto "voi italiani", come faccio spesso con amici e colleghi, ma qui per scritto non vorrei essere frainteso), oltre ad essere santi, poeti e navigatori ("Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di tramsigratori"), siamo tutti allenatori e politologi. E, come ognuno è convinto di aver votato sempre il partito o la coalizione dei "buoni", ognuno si sente pure autorizzato a considerarsi superiore a quelli che non hanno fatto come lui o lei.
Naturalmente, ognuno riflette ed analizza il post-voto a modo suo. E ovviamente, anch'io ho fatto lo stesso. Ma lo tenevo dentro di me, cercando pure di capire cosa succederà adesso, finché un amico/collega non mi ha detto che aspettava il mio commento, qui sul blog. E sapete tutti quanti che quando mi si dice una cosa del genere, mi sento subito in obbligo.
Innanzitutto, non sono andato a votare. Non è la prima volta. Mi sembra che l'ultima volta sia stata quella in cui il candidato premier del centro-sinistra era Veltroni; ancora oggi gli amici presenti a quel tavolo in quel ristorante, la sera precedente alle elezioni, se lo ricordano. Deciso a votare Ferrando o a non andare, mi feci convincere dai commensali a dare l'ormai famosissimo "voto utile", per fronteggiare Silvio l'onnipotente, l'unto dal Signore, l'immortale. Ancora oggi me ne pento, ma la vita è fatta anche di sbagli.
Qualcuno si chiederà perché. Beh, intanto il mio partito si è piazzato bene: 24,83%. Un buon risultato, un segnale di rottura (di coglioni, per la precisione) del popolo di santi eccetera. Poi, non ne avevo voglia. Inoltre, ho deciso da un po' che questo è il mio tipo di protesta. Pacifica, quieta, indolente. L'incazzatura del pensiero debole. Non so se vi sentite soddisfatti dalla mia risposta. Spero di si.
Detto questo, per capire il voto secondo me bisogna parlare apertamente con le persone che accettano di dirti il loro voto, e possibilmente ascoltarle; io ho avuto la fortuna di captare alcune cose interessanti, che mi aiutano nella mia personale interpretazione del voto.
Devo dire che, pur rimanendo intenzionato ad andarmene dall'Italia se riuscirò ad avere la pensione, il voto non mi ha lasciato del tutto insoddisfatto.
Una persona a me cara, di famiglia, che considero pragmatica, dopo aver votato Silvio agli albori, perché tendenzialmente di centro-destra, ed essere passato al PD perché, a suo dire, Silvio aveva "detto troppe cazzate", stavolta ha votato Grillo. Un altro amico/collega, in passato attivista anche del PD, ha votato Grillo. Un paio di amici tenutari di blog "amici", da sempre vicini a posizioni di centro-sinistra, mi par di capire che han votato PD, e sono entrambi delusi, ognuno a modo loro. Un collega, da sempre di destra (e non di centro-destra) ha votato Silvio; alla mia domanda "perché" mi ha risposto semplicemente e candidamente di averlo votato perché era un "voto utile", l'unico se uno è di destra. Ascoltando anche, via Radio24, molte voci di esponenti o votanti Grillo, tutte le testimonianze mi appaiono degne di considerazione e ragionevoli; non sono solo quelli che hanno votato Grillo che hanno votato qualcosa turandosi il naso, o quantomeno non condividendo tutto quanto.
La mia interpretazione in prima battuta, sommando il quasi 25% dei non votanti al quasi 25% (25,55% alla Camera, 23,79% al Senato) del Movimento 5 Stelle, è che la metà dei votanti italiani si è, come diceva il grande Funari, imitato dall'altrettanto grande Corrado Guzzanti, "rotta veramente i cojoni". E questo è un ottimo segnale.
Molti, tendenzialmente di centro-sinistra, focalizzano l'attenzione sulla "remontada" di Silvio (29,18% alla Camera, 30,72% al Senato); anch'io non comprendo come, dopo tanti anni di stronzate, si possa ancora dare il voto ad una persona del genere, ma sarà il mio inguaribile ottimismo, mi pare più importante la conclusione sopra citata (coglioni rotti, 50%). E vi dirò, capisco poco e male chi, sempre dell'area del centro-sinistra, recrimina che "se ci fosse stato Renzi", la vittoria (PD e coalizione di centro-sinistra: 29,54% alla Camera, 31,63% al Senato) sarebbe stata più ampia (e di conseguenza ci sarebbe stata "governabilità"): le primarie ci sono state, e ha vinto Bersani. Period.
Questa è la democrazia, signore e signori. Prendiamone atto. E checché ne dica un sacco di gente, alcune delle cose che strilla Grillo, e che ha imposto ai suoi candidati, son quelle che vogliamo tutti, tipo ridursi lo stipendio. Da osservatore che ormai si sente esterno, anche se ci son dentro fino al collo all'Italia (ma il mio essere è comandato dal paradosso, potrei farvi un sacco di esempi ma magari vi annoiereste), mi divertirebbe da morire se non si riuscisse a formare un qualsiasi governo e si tornasse al voto a breve. Con i mercati e lo spread (che tanto, come dice Silvio, non contano un cazzo) impazziti: ma nessuno si ricorda che in Belgio sono stati un anno e mezzo senza un governo?
Perché una cosa è vera sopra tutte le altre: la politica deve tornare ad essere un servizio al cittadino.

il volo dei Concorde

Flight of the Conchords - di James Bobin, Jemaine Clement & Bret McKenzie - Serie completa (stagione 1 di 12 episodi, stagione 2 di 10 episodi; HBO) - 2007/2009

Bret e Jemaine sono due ragazzi neozelandesi, ex pastori, amanti della musica. Sono a New York per sfondare nel mercato musicale statunitense, non hanno un soldo, e la loro band, composta da loro stessi, si chiama Flight of the Conchords. Li aiutano nella titanica impresa Murray Hewitt, un addetto culturale del Consolato della Nuova Zelanda a New York, che fa loro da manager (ed è totalmente inefficace, ma molto molto pignolo), e Dave Mohumbhai, ovviamente figlio di immigrati indiani, giovane che lavora in un banco dei pegni e dispensa loro consigli sulle ragazze e sulla cultura statunitense. I loro concerti sono sempre privi di pubblico, e la loro attività principale è quella di evitare Mel, la loro unica fan, sposata, bruttina e infoiata.

Bret, Jemaine ed i loro Flight of the Conchords esistono veramente; li definirei un po' gli Elio e le storie tese neozelandesi, senza temere di fare torto né agli uni, né agli altri. Musicalmente geniali, spaziano lungo tutti i generi, e sono dei comici nati. Altissimamente autoironici (i protagonisti della serie sono ovviamente versioni ironiche e fittizie di se stessi), la serie vive di situazioni reiterate sempre divertenti e di trovate geniali, anche a livello di regia, e gli episodi sono intervallati da loro pezzi, funzionali alle storie, che spesso si rivelano i momenti più divertenti. Vincitori di un Grammy come band, la serie si basa su un programma radiofonico commissionato loro dalla BBC, inizialmente improvvisato, che aveva in pratica la stessa trama.
Molto divertenti i duetti demenziali tra i due protagonisti, ci sta ampiamente dentro Rhys Darby (Murray), già visto in I Love Radio Rock, e davvero una forza comica dirompente. Bravi anche Kristen Schaal (Mel) e Arj Barker (Dave), apparizioni buffe (e molto autoironiche anche queste) per Lucy Lawless, Patton Oswalt, Kristen Wiig, John Turturro, Kate Pierson dei B-52's, Daryl Hall, Randy Jones dei Village People e Art Garfunkel.
Sorprendente cosa si possa fare con un basso budget e delle idee divertenti.