No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130412

i morti camminano ancora (ma sono stanchissimi)

The Walking Dead - di Frank Darabont - Stagione 3 (16 episodi; AMC) - 2012/2013

Sei mesi dopo la chiusura della seconda stagione. Come ricorderete, this ain't a democracy, anymore. Rick ed i suoi sono impegnati a "ripulire" il complesso carcerario incontrato nelle perlustrazioni, Lori è incinta e c'è bisogno di un posto relativamente sicuro. Il carcere sembra popolato solamente da walkers, e quasi (quasi) tutti carcerati. Ma ci saranno sorprese, naturalmente. Da tutta un'altra parte, Andrea viene salvata da Michonne, un personaggino che un qualsiasi essere pensante vorrebbe avere per amica: va in giro con una katana, e al guinzaglio (leggi: catene) ha due walkers senza mandibole. In uno slancio che sembra essere l'inizio di una love story, Michonne si prende cura amorevolmente di Andrea, e la fa sopravvivere al freddo inverno. Ma, là fuori, c'è anche altro. C'è Woodbury, una sorta di enclave umana. Chissà se quella è una democrazia.

Dopo l'intera visione della terza stagione di uno dei serial di maggior successo, almeno negli USA, composta questa volta da 16 episodi divisi in due blocchi da 8 (originalmente andati in onda i primi otto tra ottobre e dicembre 2012, i secondi tra febbraio e marzo 2013), possiamo tranquillamente dire che, nonostante il cambio di più showrunner, del team degli sceneggiatori, delle riduzioni di budget, delle litigate tra la rete e il creatore e tutto quello che volete voi, The Walking Dead non è cambiato di una virgola rispetto ai difetti che ha avuto nel passato: è una serie che rende ogni singolo episodio un lasso di tempo, solitamente di 43 minuti, decisamente estenuante, riempito di chiacchiere inutili mascherate da dialoghi epici, chiacchiere che spesso avvengono tra personaggi inutili, che, so che suona brutto, ma vengono lasciati sopravvivere troppo a lungo. E' giusto che voi mi chiediate quindi perché continuo a guardarla: non lo so.
Qualche nota positiva, alla fine di questa (ancora una volta) estenuante stagione, c'è, e va ricercata nell'evoluzione di alcuni personaggi, che non parevano inizialmente così importanti. In una situazione apocalittica, è chiaro che evoluzione non è forse il termine più adatto: a volte evolversi può voler dire diventate più spietati. E' quello (spoiler alert) che accade al personaggio di Carl (il sempre più convincente Chandler Riggs, attualmente quasi quattordicenne), il figlio adolescente del protagonista assoluto Rick Grimes (interpretato sempre in maniera accettabile dall'inglese Andrew Lincoln, che suppongo faticherà a scrollarsi di dosso questo personaggio in futuro, seppure sarà sempre quello che gli ha regalato la notorietà definitiva e universale), che soprattutto negli ultimi episodi di questa stagione diventa un po' la coscienza critica del padre, e lo sferza in maniera sorprendente. Ce ne sono altre (evoluzioni), magari meno clamorose, ma lascio a chi non ha ancora visto la stagione il piacere di scoprirsele da soli. Non che incoraggerei qualcuno a vedersi The Walking Dead da principio, se qualcuno fosse a "digiuno". Concludendo la parentesi evoluzioni/interpretazioni/personaggi, il mio preferito, se proprio ve lo devo dire, è quello di Daryl interpretato da Norman Reedus, soprattutto dopo averlo visto in questo commercial.
La cosa curiosa, è che a me pare che The Walking Dead sia ancora alla ricerca di una formula vincente, di un equilibrio che lo faccia funzionare meglio (vedi, per fare un esempio, l'inserimento di musica non originale, nell'ultima parte degli episodi, cosa che non accadeva in passato), ma al contrario, i dati di ascolto non confermano la mia impressione: l'ultimo episodio della stagione, Welcome to the Tombs, ha avuto oltre 12 milioni di spettatori negli USA, e la media della stagione si aggira sugli 11 milioni ad episodio. Pensate che la media della prima stagione fu di 5 milioni, mentre quella della seconda fu di sette. Quindi, my mistake.

20130411

The Dope Show

Californication - di Tom Kapinos - Stagione 6 (12 episodi - Showtime) - 2013

Immediatamente seguenti agli avvenimenti del finale della stagione 5, Californication riprende con Hank che si sveglia in ospedale, dopo essere stato "suicidato" da Carrie, ormai disperata per aver capito che l'uomo non riesce ad andare oltre all'amata Karen. Karen, guarda caso, è proprio al suo fianco, lo assiste durante l'uscita dall'ospedale, e tutto pare andare per il meglio tra i due, se non fosse che proprio in ospedale, Hank ha la brutta sorpresa di venire a conoscenza che Carrie è morta. Inizia a sentirsi colpevole, a venir "perseguitato" da visioni di Carrie in versione fantasma, e, ancor più della sua media, affoga queste strane sensazioni nell'alcol. Mentre Becca gli annuncia di aver rotto con Tyler, cosa che riempie Hank di gioia, comunica anche che intende lasciare la scuola per diventare una scrittrice, e di voler provare tutte le esperienze che non ha ancora provato per poterne poi scrivere, spaventandolo così a morte. Pure Karen è spaventata: nessuno vuole avere una versione femminile di Hank in famiglia!
Tramite Charlie, Hank incontra la rock star di origini inglesi Atticus Fetch, che ha palesato il desiderio di comporre un musical broadwayano basato su un romanzo di Hank: Atticus vuole scrivere le musiche, ma vuole che ad adattare lo script sia proprio Moody.
Ma Hank è praticamente fuori controllo: sta davvero bevendo troppo; Becca, Karen, Marcy e Charlie lo mettono davanti alla sua situazione, e lo costringono ad andare in riabilitazione.

Ripensandoci dopo sei stagioni, Californication è stato l'inizio della mia dipendenza da serie televisive, e come sicuramente tutti ricorderete è nata in Costa Rica. E' normale, quindi, che nonostante tutto continui a trattarlo con un certo rispetto, anche se spesso non se lo meriterebbe. Californication, alla sesta stagione ma già da un po', è diventato semplicemente una soap opera, piuttosto sdolcinata, ambientata nella Los Angeles hollywoodiana, dove tutto va veloce, dove esci di casa e ti imbatti in attori attrici rock star, dove il consumo di droghe ed alcol raggiunge vette himalaiane, dove tutti sono sceneggiatori e Everybody's a Fucking Critic, come intitola l'episodio otto.
Infatti, proprio come in una soap, e qui parte lo spoiler alert, la sesta stagione si chiude più o meno come si sono chiuse le altre, e come chiunque avrebbe potuto immaginare. Questo, nonostante Hank, in questa stagione, avesse trovato una compagna che lo completava assolutamente, probabilmente meglio di quanto possa fare Karen (e, non c'è neppure bisogno di dirlo, molto ma molto figa). Ma si sa, la serie, nonostante quello che poteva sembrare all'inizio di questo 2013, deve continuare, e andrà avanti sicuramente per una settima, e probabilmente anche per un'ottava.
Detto questo, ci sono naturalmente infiniti divertissement, come sempre. A partire dai titoli degli episodi (per citarne alcuni: The Unforgiven, Hell Bent for Leather, i già citati Everybody's a Fucking Critic e The Dope Show), i soliti riferimenti musicali e letterari, le solite onestissime prove del cast fisso, ma pure Tim Minchin ed il suo Atticus Fetch, Charlie ed il suo falso coming out, Johann Urb ed il suo Robbie Mac, Maggie Grace e la sua Ophelia Robbins (impagabile il suo cock-cage), la deliziosa Maggie Grace e la sua Faith, il graditissimo ritorno, seppur toccata e fuga, di Rob Lowe con il suo favoloso Eddie Nero, le apparizioni di Jorge Garcia nei panni dello spacciatore di fiducia di Atticus, ma come sempre, su tutti, la straordinaria presenza del reverendo Marilyn Manson nei panni di se stesso; con poche, tremende pennellate, Manson sdogana definitivamente (e finalmente, aggiungerei io, dato che sono un fan sia del reverendo che della pratica sessuale) il tea-bagging e regala perle di finezza come quella che indirizza ad Hank e Faith nell'ultimo episodio: "and if you guys aren't together, I'll pee in your butt" (a voi la traduzione, anche con google translate). Grazie a Californication, quantomeno per questo.

20130410

la donna senza testa

La mujer sin cabeza - di Lucrecia Martel (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Argentina, provincia di Salta, nel profondo Nord Ovest. Veronica è una donna di mezza età, di buona famiglia, benestante ed elegante. Di ritorno da una riunione di famiglia, una famiglia che sembra enorme, al volante della sua auto, da sola, investe qualcosa. La scena non è chiara, la telecamera indugia sulla reazione scioccata della protagonista. Si intravede qualcosa, ma Veronica non scende dall'auto. Torna a casa evidentemente traumatizzata, ci mette un po' a realizzare e a parlare in maniera razionale. Ha il timore di aver investito un bambino e non un cane, e quindi confessa la cosa al marito, medico e figura importante della zona, con conoscenze "appropriate", suggerendo tra le righe di "gestire la situazione. Da quel momento per lei comincia un calvario fatto di crolli nervosi, perdite di memoria e distacco emotivo.

Terzo lungometraggio della regista argentina, devo dire una delle registe più ermetiche e disturbanti che conosco. Il debutto La ciénaga era un film estenuante, una sorta di pièce teatrale ambientata in una sonnolenta tenuta estiva, il suo secondo film La nina santa, del quale vi parlai qui, era un film davvero disturbante; questo terzo film, La mujer sin cabeza, che ho avuto modo di vedere molti mesi fa, è sicuramente un film sul senso di colpa, la negazione e la rimozione, come sottolinea correttamente Peter Bradshaw su The Guardian, e, non so se giustamente o meno, mi ha fatto ricordare moltissimo certe cose di Bunuel. Decisamente più curato l'aspetto estetico rispetto ai precedenti lavori, la Martel conserva però intatte le sue caratteristiche spiazzanti, insistenza dei primi piani, inquadrature che lasciano interdetto lo spettatore, che lo obbligano a "lavorare" di immaginazione, ad interpretare, a ragionare, ad immaginarsi delle spiegazioni e delle motivazioni. Difficilmente, anche in futuro, troverete una voce fuori campo in un film della regista argentina.
Intensa l'interpretazione di Maria Onetto nei panni di Veronica (l'abbiamo vista in Tratame Bien, nella parte dell'analista Elsa Lipis), c'è anche una delle "nostre" beniamine Inés Efron nei panni di Candita. Un film che consiglio esclusivamente a chi prende il cinema con un certo impegno, e non certo come svago.

20130409

Flammen & Citronen

L'ombra del nemico - di Ole Christian Madsen (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

In Danimarca, durante l'occupazione nazista, esisteva naturalmente una resistenza danese (Holger Danske). Il capo era Aksel Winther, che era inoltre in contatto con i leader delle forze alleate contro l'asse Roma-Berlino-Tokio. Winther aveva una sorta di asso nella manica, quando si trattava di eliminare collaborazionisti danesi: Bent Faurschou-Hviid, detto fiamma per via della capigliatura rossa, e Jorgen Haagen Schmith, detto limone, probabilmente perché in confronto all'altro pareva biondo. I due formavano una squadra micidiale: uno sparava, l'altro guidava. A partire dal 1944, la tensione si alzò, e se fino a quel momento i due avevano eseguito gli ordini uccidendo solo collaborazionisti danesi, a partire da quell'anno Winther cominciò ad ordinare loro assassini di tedeschi. E da quel momento, i tradimenti, i doppi e tripli giochi cominciarono a fioccare, finché Flammen e Citronen non compresero che potevano fidarsi solamente di loro stessi.

Primo lungometraggio di Ole Christian Madsen che ha avuto una certa eco al di fuori del suo paese d'origine, L'ombra del nemico è un teso e vibrante racconto di resistenza, basato su personaggi realmente esistiti. Ottimamente diretto, mischia azione, violenza, sentimentalismo e sesso quanto basta, e si avvale di una buona fotografia oltre che di un ottimo cast, prevalentemente formato da tedeschi e naturalmente danesi. Abbastanza avvincente, vede nei panni dei due protagonisti il grande Mads Mikkelsen (Citronen) e l'ottimo Thure Lindhardt (Flammen), visto in Angeli e demoni ed in Into the Wild, oltre alla moglie del regista Stine Stengade (Ketty Selmer), Peter Mygind (Winther), il bravo Christian Berkel (Hoffmann), destinato pare perennemente alla parte del nazista cattivo, Lars Mikkelsen (Frode Jacobsen), il fratello di Mads, ed il mitico Jesper Christensen nei panni del padre di Flammen. Buon film.
Uscito nel 2010 in Italia, direttamente in dvd.

20130408

l'uomo di ferro seconda parte

Iron Man 2 - di Jon Favreau (2010)
Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)
Giudizio vernacolare: ma perché ulla smettano!

Stark, appena sei mesi dopo il finale del film precedente, rivelando che c'è lui dentro l'armatura di Iron Man, da lui progettata, ha portato avanti la sua promessa ed ha pure fatto fare passi avanti per la pace globale. Ecco quindi che si tuffa a capofitto nel progetto mai realizzato dal padre, lo Stark Expo, una enorme mostra delle nuove invenzioni di cui potrà beneficiare il mondo intero. Tony è pressato dal governo USA per cedere la tecnologia dell'armatura all'esercito, e dal rivale Justin Hammer, che ormai da un po' di tempo sta cercando di copiarle la stessa tecnologia. Come se non bastasse, ecco comparire sulla scena il russo Ivan Vanko, che ha motivi personali di rivincita su Tony: organizza un attentato al Gran Premio di Montecarlo, con obiettivo proprio Tony, che guarda caso partecipa al GP su una vettura progettata dalla Stark Industries. Naturalmente, Hammer ingaggia Vanko contro Stark.
Tony però ha altri problemi: sta lentamente morendo, perché il palladio del reattore Arc lo sta avvelenando. Lascia a capo della Stark la sua assistente Pepper Potts, e rimpiazza lei come sua assistente personale la misteriosa Natalie Rushman.

Dopo una tenuta a fatica della seconda parte del primo film, il secondo Iron Man deraglia completamente già dall'inizio, nonostante quasi gli stessi protagonisti (e con "iniezioni" importanti di nomi pesanti), lo stesso regista, ed un budget che raggiunge i 200 milioni di dollari USA. Sceneggiatura scritta da chissà quante mani (ufficialmente solo una, quella di Justin Theroux), totalmente fuori controllo, il risultato è un film che se non fosse perché ci fa riascoltare Shoot to Thrill degli AC/DC sarebbe da cestinare totalmente.
Rimangono Robert Downey Jr. (Tony Stark) e Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Don Cheadle sostituisce Terrence Howard nei panni di Rhodey, Scarlett Johansson è Natalie (Natasha, la Vedova Nera), Sam Rockwell è Justin Hammer, Mickey Rourke è Vanko. Curiosità "personali": John Slattery (Mad Men) impersona Howard Stark (padre di Tony), Kate Mara (House of Cards) è la U.S. Marshall, Christiane Amanpour appare nei panni di se stessa. C'è anche Olivia Munn (Chess Roberts), e la solita comparsata di Stan Lee.

20130407

l'uomo di ferro

Iron Man - di Jon Favreau (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio personale: perché?

USA. Tony Stark è un geniale ingegnere progettista di armi, co-proprietario della Stark Industries. Uomo ricchissimo, anche se dalla grande intelligenza difetta in modestia ed ha una vita decisamente votata allo sfarzo. Si accompagna continuamente da donne bellissime, sempre differenti e spesso poco profonde. Uno stereotipo nello stereotipo. Personaggio comunque carismatico e brillante, durante una visita in Afghanistan, per una dimostrazione, a favore dell'US Army, del suo nuovo prodotto, un missile dalla tecnologia avanzata chiamato Jericho, rimane vittima di un attentato e viene rapito da un'unità terroristica. Tutti conoscono Tony Stark, e i terroristi vogliono costringerlo a progettare nuove armi per loro. Tony non sta molto bene, nell'attentato è rimasto ferito da alcune schegge di bomba; il suo compagno di prigionia, un altro scienziato che risponde al nome di Yinsen, lo aiuta e lo salva, impiantandogli nel centro del petto, a protezione del cuore, un elettromagnete alimentato da una batteria da auto. I terroristi cominciano ad avanzare le loro richieste: aiutato da Yinsen, Stark dovrà cominciare costruendo per loro un missile Jericho. A loro disposizione, un intero arsenale tutto firmato Stark Industries. Tony e Yinsen cominciano a lavorare, però, ad una sorta di armatura impenetrabile, non prima di aver realizzato un reattore Arc, potente generatore di energia elettrica inizialmente progettato dal padre di Tony, che gli servirà così ad essere quasi autosufficiente per quanto riguarda l'elettromagnete che lo tiene in vita. Passano poi all'armatura, terminata a tempo di record entro l'ultimatum dato loro dai terroristi. Tony riesce a fuggire, ma Yinsen ci lascia la pelle, non prima di aver supplicato Tony di non sprecare una seconda opportunità. Tornato in patria, Tony annuncia che la Stark Industries cesserà la produzione di armi. Mentre Tony lavora alacremente al miglioramento dell'armatura, la fedele segretaria, innamorata di lui in un religioso silenzio, Pepper Potts, scopre che il socio storico di Tony, Obadiah Stane, inizialmente socio di suo padre, sta tramando alle sue spalle, oltre ad essere particolarmente scontento del cambiamento di rotta della Stark Industries.

L'ennesimo tentativo di trasporre un comics character della Marvel al cinema, che tra l'altro si colloca in un contesto ancora più ampio, quello del crossover di The Avengers, da parte della Paramount, è ovviamente spettacolare, consta di un budget stimato di 140 milioni di dollari statunitensi, si avvale della regia dell'ancora mediamente giovane (mi pare un bell'eufemismo per descrivere un coetaneo) ma espertissimo Jon Favreau, inizialmente una promessa del cinema indipendente trasformatosi in una macchina da soldi mainstream in maniera direttamente proporzionale al suo aumento di peso, di una colonna sonora roboante che sciorina pezzi prevedibili ma mitici (naturalmente Iron Man dei Black Sabbath, ma pure l'immarcescibile Back in Black degli AC/DC), e dell'innegabile carisma del rinato Robert Downey Jr. nei panni di un Tony Stark che agisce come un cocainomane incallito, e che regala al film una bella vena ironica che lo alleggerisce. Dopo una partenza memorabile (la sequenza dell'attentato con il pezzo degli AC/DC sparato a mille nell'Humvee in corsa), il film cade via via nella spirale degli stereotipi da film di supereroi (amori nascosti e rivelati, folgorazioni sulle vie di Damasco, villains della porta accanto e scontri epici), déjà vu che neppure il rispetto che suscitano le ripetute apparizioni di Jeff Bridges nei panni di Obadiah Stane e, mi ripeto, il carisma di Downey Jr., riescono ad attutire. Gwyneth Paltrow nei panni della goffa Pepper Potts, Terrence Howard nella parte di Rhodey, e poi un miliardo di bravi caratteristi. Naturalmente, c'è la ghost scene dopo i titoli di coda.

20130406

The Other Boleyn Girl

L'altra donna del re - di Justin Chadwick (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Nel XVI secolo l'Inghilterra era sotto il regno di Enrico VIII. Sposato inizialmente a Caterina d'Aragona, non riuscì ad avere un erede maschio da lei per lunghi anni (Caterina ebbe sei gravidanze: un bambino ed una bambina nati morti, due bambini e una bambina morti entro due mesi dalla nascita, solo una femmina, Maria I d'Inghilterra, visse abbastanza a lungo); come ormai sappiamo un po' tutti, la cosa era piuttosto sconveniente per un sovrano, e quindi Enrico, oltre ad avere molte amanti, fece annullare il suo matrimonio con Caterina, ed ebbe altre cinque mogli. Molti sudditi nobili, quindi nella posizione di poter essere considerati dalla corona, essendo a conoscenza della situazione, erano impegnati nella proposizione delle loro figlie al re. Uno di questi era Thomas Boleyn, sposato con Elizabeth Howard, padre di George, Anne e Mary. Tramite la sua amicizia col Duca di Norfolk, riuscì ad ospitare il re per una battuta di caccia. Tutto pronto per far conoscere al re la figlia Mary, il re rimase colpito dall'altra figlia, Anne. Cominciò così una storia d'amore divenuta famosa (in Italia il nome della protagonista è stato da sempre italianizzato in Anna Bolena). A questo punto, le testimonianze storiche si fermano; il film segue invece l'omonimo romanzo di Philippa Gregory, il primo di una serie di sei romanzi storici sulla dinastia dei Tudor (in verità, l'autrice sul suo sito web dice che nella serie va considerato anche il suo The Wise Woman, e che i romanzi non andrebbero letti nell'ordine nel quale sono stati pubblicati, e che quindi The Other Boleyn Girl sarebbe il secondo da leggere dopo The Constant Princess, in italiano tradotto come Caterina, la prima moglie), che, per così dire, "spettacolarizza" la rivalità tra le due sorelle che si "contendono" il re.

Debutto per il grande schermo dell'inglese Justin Chadwick, già esperto regista di film televisivi, il film, che soddisfa sicuramente i pruriti degli appassionati degli historical drama, non soffre di derivazione televisiva, come il curriculum del regista avrebbe potuto far sospettare, mette in mostra una buona fotografia e recitazioni dignitose, ma fatica un po' a trasmettere pathos, nonostante la storia sia discretamente drammatica. Per questo, almeno secondo la mia opinione, possiamo "incolpare" le recitazioni di un cast probabilmente scelto più per solleticare curiosità pruriginose che per oculato casting; le prove, come detto prima, sono dignitose ma mai travolgenti.
L'elenco: Natalie Portman è Anne Boleyn, Scarlett Johansson è Mary Boleyn, Eric Bana è Enrico VIII, Jim Sturgess è George Boleyn, Mark Rylance è Thomas Boleyn, Kristin Scott Thomas è Elizabeth Howard Boleyn, David Morrissey (The Governor di The Walking Dead!) è il Duca di Norfolk (il magnaccia di corte), Benedict Cumberbatch (Sherlock!) è William Carey, Ana Torrent (vista in Tesis, il debutto di Amenabar, e Vacas, debutto di Medem) è Caterina d'Aragona, Eddie Redmayne è William Stafford, Juno Temple è Jane Parker. Dallo stesso libro è stato tratto anche un film tv (omonimo) con Natasha McElhone (Karen di Californication) nella parte di Mary Boleyn. Magari proviamo con quello, non si sa mai.

20130405

grave chiaro di luna

Serious Moonlight - di Cheryl Hines (2010)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Louise è una bella e impegnatissima avvocatessa, che ha poco tempo per il marito Ian e che tiranneggia chiunque. Intuibile che Ian si voglia liberare dal suo giogo. Ma alla vigilia di un weekend, Louise, certa di fare una piacevole sorpresa al marito, rientra nella loro casa di campagna senza avvertire, e trova un tappeto di rose ad attenderla. Ebbra di felicità, il suo umore cambia radicalmente quando scopre che Ian aveva dedicato l'omaggio a Sara, l'amante, e che stava scrivendo alla moglie un biglietto d'addio, visto che il progetto era partire per Parigi la mattina seguente, con Sara. Louise non ci vede più, tramortisce il marito e lo lega al water: lo lascerà andare quando si innamorerà di nuovo di lei.
La stessa Louise riesce a "sbarazzarsi" (senza farle del male) di Sara quando questa si presenta alla porta per portare Ian dai genitori, convincendola che il marito ha deciso di tornare con lei, ma non riesce invece a resistere al giovane Todd e alla sua sgangherata banda improvvisata. Quando Louise esce per andare a fare la spesa, lasciando Ian legato, quest'ultimo riesce comunque a chiamare Todd che sta falciando il loro prato; Ian spera che il ragazzo lo salvi, e invece...

Se qualcuno di voi guardasse la serie tv Suburgatory, stenterebbe a credere che la regista di questo film è l'attrice che interpreta proprio in quella serie Dallas Royce. E invece, Cheryl Hines, già in Curb Your Enthusiasm, e attrice soprattutto televisiva di lungo corso, debutta sulla lunga durata mettendo in scena uno script dell'amica Adrienne Shelly, attrice per Hal Hartley ed altri, sceneggiatrice, tragicamente scomparsa nel 2006. Il film è stato stroncato dalla critica statunitense, ed è arrivato da noi direttamente in dvd, e anche se confesso di averlo guardato esclusivamente per la curiosità di vedere cos'era riuscita a fare la Hines (che trovo geniale nella parte di cui sopra, ma questo non c'entra), non l'ho trovato così brutto.
Probabilmente destinato al teatro, il film si basa chiaramente sui duetti tra una Meg Ryan (Louise) piuttosto in forma, ed un Timothy Hutton (Ian) che si comporta degnamente, ed è una sorta di commedia nera, abbastanza divertente. Scorre bene, è piuttosto breve, e non annoia, a mio parere.
Nel cast anche Justin Long (Todd) e Kristen Bell (Sara).

20130404

pope and rope

L'elezione di un nuovo "capo" della Chiesa Romana è sempre una notizia. Ho seguito con una certa attenzione, un po' come seguo con attenzione la risposta di una donna quando le chiedo qualcosa di sentimentale. Ho avuto occasione di fare diverse chiacchierate con amici e amiche, alcuni cattolici praticanti, altri tiepidi, altri laici. Nonostante la nota positiva data dal fatto che questo papa non è europeo, molto presto è uscita la notizia che Horacio Verbitsky (tanto per capirci, visto che scrive per Pàgina 12: è una sorta di Manifesto argentino) aveva (già, prima dell'elezione) criticato aspramente Jorge Mario Bergoglio (ora papa Francesco) per il suo rapporto non proprio conflittuale con la spietata dittatura argentina dei generali.
Conscio di non avere la verità in tasca, di sbagliare certamente il mio giudizio, visto che posso solo leggere, ascoltare e valutare, e di attirarmi alcune antipatie anche tra gli amici, ecco alcune mie riflessioni (dopo aver letto anche i tre articoli in proposito, su Internazionale numero 992, quello di Verbitsky da Pàgina 12, contro, quello di Thomas Reese sul National Catholic Reporter, pro, e quello di George Monbiot sul The Guardian, contro) sul nuovo papa.


A me sembra stia snocciolando l'ABC del catechismo, e la cosa sembri rivoluzionaria semplicemente perché l'opinione pubblica si è abituata a vedere il Vaticano come una sorta di mafia, e lui predichi l'amore universale (ma sottolineando che l'omosessualità è opera del diavolo e le donne devono stare all'acquaio) e di aiutare i poveri (però di lasciarli poveri).
Quest'ultima parentesi è rafforzata dal fatto che come la maggior parte della chiesa sudamericana, si è opposto al movimento ecclesiastico che supportava la Teologia della liberazione. Se non ne avete mai sentito parlare vi invito a dare un'occhiata al link.


La differenza tra evitare di mettersi mocassini da 300 euro ed essere un "cura villero" (come chiamano in Argentina i preti che vivono nei quartieri degradati aiutando materialmente i poveri, l'esempio è quello dei due preti protagonisti di Elefante blanco), ai nostri occhi, può essere difficile da distinguere. E capisco anche che non appena uno arriva al soglio pontificio, ci sarà sempre qualcuno che tenta di screditarlo. Però ecco, mi aspettavo una rivoluzione, ma mi rendo conto che la chiesa non potrà mai dire "usate il preservativo" e "fate l'ammmore non importa se siete dello stesso sesso", ma anche "basta col fascismo, ci vuole uguaglianza perché siamo tuti uguali agli occhi di dio", primo perché è indietro di 2000 anni, secondo perché (la chiesa cattolica) ha un potere in mano, e tra gente che ha il potere non ci si pestano i piedi.

Detto questo, spero vivamente di sbagliarmi.

20130403

il limite del controllo

The Limits of Control - di Jim Jarmusch (2009 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)


In un aeroporto, un uomo solitario riceve istruzioni sulla sua missione da Creole. Le istruzioni sono vaghe, qualcosa a metà tra l'assoluta riservatezza, il criptico e la filosofia spicciola. L'uomo arriva a Madrid, e da lì inizia un viaggio quieto attraverso la Spagna. Incontra diversi personaggi, e gli incontri hanno tutti lo stesso schema, che definire strambo è poco. L'uomo ordine due caffé espresso in tazze separate, il contatto in questione arriva, gli chiede se parla spagnolo, lui risponde di no, il contatto comincia a parlare di interessi personali, poi gli passa una scatola di fiammiferi con una nota su un piccolissimo pezzo di carta all'interno, che l'uomo solitario mangia dopo averlo letto. C'è, invero, un incontro ricorrente, con una donna, anche lei senza nome, e quando l'uomo solitario la incontra lei è sempre nuda o con un impermeabile trasparente indosso. Lei lo invita a fare sesso, lui risponde che quando è in servizio non lo fa. Nonostante la stranezza dei suoi incontri e del suo viaggio, alla fine arriva all'obiettivo, e la sua missione diventa chiara.

Jim Jarmusch ci ha regalato piccoli gioielli indimenticabili, a partire dai suoi primissimi e al tempo introvabili film (Permanent Vacation, Stranger Than Paradise), poi Daunbailò, Mystery Train, Taxisti di notte, Dead Man, Ghost Dog, Coffee and Cigarettes (alla fine li ho citati praticamente tutti). Da qualche tempo, qualcosa si è rotto, a parer mio, da Broken Flowers. Questo per ora ultimo The Limits of Control, è un film a proposito del quale anche la critica "ufficiale" comincia a rendersi conto che qualcosa nelle storie e nella regia di Jarmusch non funziona più. Si sorride appena, vedendo scorrere le stramberie che accadono all'uomo solitario, si avvolge tutto in una patina di mistero inservibile, e alla fine il senso del film rimane quello di riconoscere i membri del cast, e godersi i nudi di Paz de la Huerta, come se in Boardwalk Empire non si fosse già visto tutto.
Completano, appunto, il cast, Luis Tosar, Tilda Swinton, John Hurt, Gael Garcìa Bernal, Hiam Abbass (vorrei che fosse mia zia, ve lo dico, anche se poi comincerei ad avere pensieri incestuosi), Bill Murray. Protagonista Isaach De Bankolé, già in 24, Manderlay, Casino Royale, Lo scafandro e la farfalla, ivoriano, che potrebbe essere il nuovo Samuel L. Jackson.

20130402

escursioni

Excursiones - di Ezequiel Acuna (2009)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Argentina. Marcos lavora in una fabbrica di caramelle, ma il suo sogno è fare lo sceneggiatore. Riesce a farsi scritturare da un piccolo teatro, che acconsente a mettere in scena un suo monologo, da lui scritto ai tempi della scuola. E a quel punto, chiede al vecchio amico Martìn per riscriverlo. I due non si sono visti negli ultimi dieci anni, e Martìn è diventato uno sceneggiatore per la televisione. Inizialmente riluttante, Martìn accetta come se si sentisse in debito, e gli incontri diventano più importanti dello script. Marcos ha continuato a vedersi con gli amici che Martìn ha abbandonato, entrambi erano amici di Lucas, che è morto anni prima e del quale parlare è davvero difficile. L'amicizia riaffiora come riaffiorano i disaccordi, mentre la sorella di Marcos simpatizza col fratello di Martìn. I due vanno avanti, trovano un attore che si intromette troppo, e un regista che definire strano è poco. Ce la faranno?

Terzo film del giovane regista argentino, dopo Nadar solo e Como un aviòn estrellado, terzo film dove ancora una volta tenta di esaminare le difficili relazioni interpersonali tra giovani, spesso alla ricerca dei loro sogni, spesso bloccati dalla mancanza di opportunità, persone che si fingono dure ma dentro sono dolci e sentimentali. La sceneggiatura è scritta come sempre col fedele Alberto Rojas Apel, qui anche nella parte di Martìn, e alla quale ha partecipato anche Matìas Castelli, l'attore che interpreta Marcos. Buona la chimica ed i tempi dei due, interessante il bianco e nero, la pellicola ha, come le altre di questo regista, un andamento lento ma un respiro onesto e molto realista, credibile.
Nel cast anche Martìn Piroyansky (Maxi), che abbiamo visto in XXY, Santiago Pedrero (Santiago), già visto  nei precedenti film di Acuna, e Ignacio Rogers (Ignacio), visto anche lui in Como un aviòn estrellado (era il protagonista) e in una comparsata ne El hombre de tu vida.
Producono, stavolta, Pablo Trapero e la moglie Martina Gusman, dopo che i precedenti film avevano visto la presenza di Burman/Dubcovsky. Segno che in Argentina esiste una scena cinematografica che si aiuta reciprocamente.

20130401

applauso


Un applauso a David Miliband, politico inglese, fratello dell'attuale leader del Labour Party, che si è appena dimesso da membro del board del Sunderland dopo la notizia che lo stesso club aveva ingaggiato, in qualità di allenatore, Paolo Di Canio, perché dichiaratamente fascista. Furbetta la risposta dell'italiano ("non sono razzista"), che naturalmente non nega di essere fascista.
David, mi raccomando non ci ripensare. Hai reso orgogliosi tutti gli antifascisti.

cassettina 8 - the color pink, especially

Oasis Wonderwall
Pink Try
John Mayer Shadow Days
Calexico No te vayas
Bat For Lashes Laura
Kate Miller-Heidke Nightflight
Tremonti New Way Out
Green Day Sweet 16
Taylor Swift feat. Gary Lightbody of Snow Patrol The Last Time
Jewel Satisfied
fun. Some Nights
Boston Don't Look Back
Graveyard Slow Motion Countdown
Jamie Lidell Big Love
Pink feat. Nate Ruess of fun. Just Give Me A Reason
Madrugada Majesty

Le cassettine precedenti

20130331

I selvaggi e meravigliosi White del West Virginia

The Wild and Wonderful Whites of West Virginia - di Julien Nitzberg (2009 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Way down in West Virginia/There are some people who are one of a kind
They don't need nothin' from nobody/'Cause they're already doin' fine
Comincia così D Ray White, una canzone di Hank Williams III dal suo Straight to Hell, un pezzo che parla, oltre che appunto del soggetto che titola la canzone, della sua famiglia. D. Ray White ed il figlio Jesco, sono riconosciuti come "notable residents" nella scheda Wikipedia della Contea di Boone, West Virginia. E però c'è del marcio in Danimarca: i White non sono proprio cittadini modello (e già, se ne parla Hank III in una sua canzone, ci sarebbe quantomeno da insospettirsi). Sembra una battuta, ma come dice Perri Nemiroff su cinemablend.com, "non c'è un modo carino per dirlo: i White sono white trash" (e qui vi invito, nel caso non aveste mai sentito la definizione, a leggere la definizione linkata). Il regista Julien Nitzberg, già regista del docu-corto su Hasil Adkins (leggendario musicista e altro notable residents della Boone County), e produttore di Dancing Outlaw, documentario su Jesco White del 1991, insieme alla Dickhouse Productions di Johnny Knoxville (Jackass; indizio che potrebbe portare lo spettatore fuori strada prima di aver visto il documentario in questione), indaga, seppur superficialmente, sulla famiglia White, sul loro habitat, e sulle relazioni familiari e con "l'esterno". Regalandoci uno spaccato statunitense che può sorprendere solo gli ingenui, ma che, con andamento altalenante e con intenzioni che non si capiscono fino in fondo, ci fanno capire che non è davvero tutto oro quello che luccica, e che il progresso di una delle nazioni più industrializzate del mondo ha lasciato senza dubbio qualche strascico, per dirla senza affondare troppo.

D. Ray ed in seguito Jesco, sono stati riconosciuti come favolosi mountain dancers, e pure qua ci sarebbe da approfondire (la mountain dance o clogging è un tipo di danza popolare che affonda le radici in Europa e, influenzata da altre danze africane e sudamericane, arriva negli USA agli inizi del secolo scorso, diventando di largo uso nella zona dei monti Appalachi; diffusa tra i minatori, ancora oggi è la danza ufficiale degli stati del Kentucky e del North Carolina); ma, vuoi lo sfondo sociale, vuoi la predisposizione, ha fatto si che la famiglia sia sempre stata considerata outlaw. Cominciando con un tono leggero, scherzoso, proseguendo come un dramma, evolvendosi in una sorta di reality kitsch (lo so, è una sorta di ripetizione), insinuando i motivi sociali per una tale assenza di evoluzione in una famiglia in cui qualcuno aveva pure delle qualità, con l'apparizione di Hank III e le interviste sia ai membri della enorme famiglia, sia ai locali non imparentati che alle Forze dell'Ordine, The Wild and Wonderful Whites of West Virginia è un documentario dall'indubbio fascino che ti lascia al tempo stesso attonito e divertito, indeciso sul senso di colpa che umanamente viene da provare per aver guardato con condiscendenza i vari membri dei selvaggi e meravigliosi White. Plus, credetemi, ci sono delle facce in questa famiglia che vale la pena di vedere almeno una volta.
Non c'entra niente, ma la visione di questo documentario dà tutto un altro senso alla visione della serie Justified.

20130330

zan zan zan zan le belle rane

Ciao Enzo,
sei per me l'occhio e il cervello artistico di milano.
la libertà senza confini.
tu, leggero con i leoni, incazzato degli ospedali, arrapato con le rane e deluso davanti alle fotografie.
mi mancherai.

ciao

Una delle prime cose che mi sono venute in mente alla notizia della morte di Enzo Jannacci è stata che di sicuro, anche se non ne abbiamo mai parlato, era uno dei pochi artisti che piacevano al mio co-blogger. La seconda è stata ripensare alla copia del 45 giri di Vengo anch'io. No tu no con quel pezzettino mancante che sembrava un morso. Era piccolo (il "morso"), non m'impediva di ascoltarlo. Avevo circa 5 anni e insieme a Stasera mi butto di Rocky Roberts era la colonna sonora delle mie giornate spensierate.
Ogni cosa che potrei dire saprebbe di frase fatta, e oggi ne leggerete e sentirete a centinaia. Quindi aggiungerò solo che di quel suo concerto di qualche anno fa, proprio qui al paesello, nel teatro, da adulto, in mezzo anche a signore impellicciate proprio come si fa a teatro, ho un ricordo indelebile soprattutto per lui, più che per le sue bellissime canzoni.

sesso droga e rock and roll

Sex & Drugs & Rock & Roll - di Mat Whitecross (2010 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)


Ian Robbins Dury nasce ad Harrow, sobborgo di Londra, nel maggio del 1942. A sette anni contrae la poliomelite, che lo lascerà zoppo, con un fisico goffo. Studia letteratura, arte e recitazione, ma la sua passione sembra essere la pittura. Sposa Elizabeth "Betty" Rathmell nel 1967, dalla quale avrà due figli, Jemima e Baxter. Il loro è un rapporto pieno di contrasti, divorzieranno nel 1985, ma rimarranno sempre molto legati. Nel 1971, Ian forma una band, i Kilburn & the High Roads, che esistono con risultati alterni fino al 1975. Ian si mette in proprio, acquisendo i membri di un'altra band sciolta da poco, e così vedono la luce i Blockheads, aggiungendo il grande Chaz Jankel (che porta l'influenza funk nel punk rock delle due band, particolarità che li distinguerà dagli altri e ne diventerà il marchio di fabbrica), già con Dury nei Kilburn. Ian Dury ed i suoi Blockheads diventano una delle band più importanti del movimento punk e new wave, scrivendo canzoni memorabili e di grande successo anche commerciale (tra le quali anche quella che dà il titolo a questo film, un rock anthem universalmente riconosciuto). Ian Dury si distinguerà per il suo accento cockney e per le liriche mai banali, piene di poesia, ironia, giochi di parole, critica sociale e politica.
Morirà di cancro il 27 marzo del 2000 (dopo che due anni prima Bob Geldof ne aveva erroneamente annunciato la morte durante un programma radiofonico), descritto da Suggs, il cantante dei Madness, "possibly the finest lyricist we've seen". Questo film ci racconta un po' della sua vita, indicativamente dal suo ingresso nel mondo della musica, e ci aiuta a conoscere meglio un personaggio importante, che purtroppo in Italia non fu mai apprezzato a dovere.

E' un ottimo film questo del regista che aveva firmato qualche anno fa, insieme a Michael Winterbottom, il crudo Road To Guantanamo. Un film che naturalmente non ha trovato la distribuzione italiana, e che invece sarebbe stato davvero interessante, come ho detto poco prima, per conoscere un po' meglio un artista che in Italia è stato conosciuto poco, e soprattutto sull'onda del pezzo che intitola il film stesso. Io per primo conoscevo poco la storia di Ian Dury, e questo Sex & Drugs & Rock & Roll, recitato alla grande da un cast di caratteristi in grande forma e diretto con grande ritmo, mi ha aiutato ed incuriosito, regalandomi una figura, seppur postuma, davvero degna di nota.
Spettacolare Andy Serkis (il Gollum della trilogia dell'anello) nei panni di Dury, che come di consueto si cala anima e corpo nella figura traballante e nervosa del protagonista, per farlo rivivere e dargli lustro. Sempre diligente Olivia Williams, qui nei panni di Betty Dury, ottima Naomie Harris nella parte di Denise Roudette. C'è anche Toby Jones nella parte di Hargreaves.

20130329

awards


Facendo finta di aver capito questo post e questa specie di catena di Sant'Antonio blogghistica, proseguo ringraziando Dantès del blog Montecristo, e vado avanti seguendo lo schema.

1) ringraziare chi ha assegnato il premio citandolo nel post

2) rispondere alle undici domande poste dal blog che mi ha premiato
3) scrivere undici cose su di me
4) premiare undici blog che hanno meno di 200 followers
5) formulare altre undici domande a cui dovranno rispondere gli altri blogger
6) informare i blog del premio.

Vado col punto 2

1) Cos'hai pensato la prima volta che hai visitato questo blog?
Azz, questo ne sa. E soprattutto con 5 righe riesce a dire quello che non riesco a dire io in 50. Mi piace.
2) Più o meno quanti libri leggi in un anno?
Mi sto impegnando ad alzare il numero, ma è dura. L'anno scorso 36.
3) Cosa pensi di quelli che votano scheda bianca perché la politica l'è una roba sporca?
Li capisco fino ad un certo punto, visto che io è da qualche giro che non voto proprio. Li ammiro da una parte perché fanno anche la fatica di andare al seggio, cosa che fino a qualche anno fa mi piaceva proprio. Da un po' di anni non mi sento rappresentato e soprattutto mi sono rotto i coglioni di essere italiano.
4) Qual è la cosa più imbarazzante che ti è capitata?
Essere costretto a cagare in auto. La mia.
5) Quella più stupida?
Cagare dal finestrino del treno in corsa, credo.
6) Hai mai contestato uno spettacolo dal vivo facendo bu e robe simili?
Si. Non ne vado fiero, ma all'epoca ero un metallaro duro e puro, e quando i RAF accompagnarono Jovanotti a Sanremo e poi qualche mese dopo aprirono per i Manowar, fomentai una contestazione sotto al palco. Altre volte ho contestato l'apertura dei cancelli in ritardo di altri concerti, quasi sempre per ritardi delle Forze dell'Ordine.
7) Quale canzone che reputi orrenda conosci a memoria?
Así de Fácil di Otto Serge.
8) Definisci dio in poche parole comprensibili
Entità Superiore non Identificata.
9) Una delle cose che non faresti mai?
Chiedere uno sconto.
10) Cosa vorresti aver fatto prima di morire?
Il giro del mondo.
11) Cos'hai pensato la penultima volta che hai visitato questo blog?
Azz stavolta ha scritto un post lunghissimo!

Punto 3
1)Faccio battute sui capelli degli altri come se ne avessi.
2)Vorrei avere gli addominali di Gesù.
3)Mi piacerebbe apprezzare di più i cibi, invece mi rendo conto di essere ignorante in materia.
4)Una volta pensavo che il mondo del lavoro fosse molto simile a quello della scuola. Adesso che son passati circa 30 anni mi sembra che sia molto peggio.
5)Non ho più voglia di uscire, e mi faccio un po' cagare per questo, ma trovo sia giusto farlo se mi va.
6)Non riesco più a vedere film e serie tv doppiate in italiano.
7)Non capisco più la serie A di calcio.
8)Ho paura di innamorarmi ma al tempo stesso ho paura di non innamorarmi più.
9)Sto ancora pensando di andarmene dall'Italia quando e se riuscirò ad andare in pensione.
10)Mi piacerebbe avere il pisello più grosso.
11)Ho paura a prendere il Viagra.

Punto 4 (premesso che non so come si capisce quanti followers abbiano, e seguo pochi blog quindi probabillmente molti di questi non sono attivi da un po', spero di solleticarli)

http://abottleofsmoke.blogspot.com/
http://lastexitstrategy.blogspot.com/
http://lagazzettadiguelfo.myblog.it/
http://romeo-nemesis.blogspot.com/
http://drunkside.blogspot.com/
http://terra-di-nessuno.blogspot.com/
http://suevele.blogspot.com/
http://iacopocupelli.wordpress.com/
http://piazzatatu.blogspot.com/
http://lesirenedititano.blogspot.com/
http://inlovewithjaniejones.blogspot.com/

Punto 5  

1)viaggio mai fatto ma molto desiderato
2)libro preferito
3)citta preferita (italiana o straniera)
4)film preferito
5)squadra del cuore (una, di qualsiasi sport)
6)serie tv preferita
7)nazione dove vorresti espatriare
8)pratica sessuale preferita
9)infradito o ciabatte a fascia?
10)pizza o mandolino?
11)disco da portare sull'isola deserta  

Ora posto e avverto (punto 6)

The Woman That Dreamed About a Man

Kvinden der dromte om en mand - di Per Fly (2010 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Copenhagen. Karen è una fotografa di moda di grande successo, sempre in giro per il mondo per i suoi servizi richiesti e ben pagati. Ha poco tempo per la sua famiglia, il marito Johan e la figlia, ma l'affetto non manca, per cui non ci sono problemi. Non ci sono problemi finché Karen, a Parigi per lavoro, incrocia un uomo misterioso verso il quale sente immediatamente un'attrazione incontrollabile. E tra i due accade qualcosa, che potrebbe essere la classica "botta e via", ma per Karen, Maciek, un professore polacco della Scuola di Economia di Varsavia, a Parigi per una conferenza, diventa un'ossessione, perché riconosce in lui l'uomo dei suoi sogni (letteralmente). E la cosa diventa folle quando, con la scusa di un lavoro a Varsavia, Karen si porta dietro marito e figlia per inseguire Maciek fin sotto casa, scoprendo così che anche lui ha una famiglia, e accetta di aspettarlo per ore in un appartamento posto esattamente davanti alla sua casa di famiglia, per condividere con lui la passione, finché Maciek si stanca di lei.

Per Fly è un regista davvero molto interessante, e ve ne ho parlato in più occasioni, a proposito della sua cosiddetta "trilogia delle classi sociali", composta da La panchina, L'eredità e Gli innocenti. Questo film segue la trilogia, ma è completamente staccato da quei lavori e da quel mood. Fly gioca a fare l'Antonioni (e si evince facilmente fin dalla locandina), e se per una parte del film ci riesce (e di certo lo supera, se pensiamo agli ultimi lavori del regista scomparso qualche anno fa), mantenendo una narrazione lenta ma incessante, alternando tensione e momenti di abitudine familiare difficili da sopportare per lo spettatore che "sa", non riesce a portare a casa il risultato, usando la più classica delle metafore sportive, nonostante bei movimenti di macchine, ottima fotografia e perlomeno due ottime prove recitative, quelle della protagonista Sonja Richter (Karen), già vista in Open Hearts di Susanne Bier, e del per me sconosciuto Marcin Dorocinski (Maciek), attore polacco che certamente possiede il physique du role per questo ruolo. Nel cast anche Michael Nyqvist (Johan), il Mikael Blomkvist della trilogia Millennium nella versione cinematografica svedese.
Un film non del tutto convincente che però conferma un regista da seguire con un occhio di riguardo.

20130328

notte spaventosa

Fright Night - Il vampiro della porta accanto - di Craig Gillespie (2011)
Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Las Vegas. Charley Brewster, che vive con la madre Jane, agente immobiliare, è un liceale che di recente ha subito una trasformazione sociale. Da nerd (anzi, dork) si è trasformato in uno dei ragazzi più popolari della scuola, conquistando la bellissima e desideratissima Amy, ed entrando quindi nel circolo sociale più ambito e cool. Non potrebbe andare meglio, anche se in questo processo, ha abbandonato i suoi vecchi e sfigati amici, in particolare Ed. La tensione tra Charley e Ed si fa altissima quando quest'ultimo, insospettito dalla sparizione di un loro comune amico, comincia a sospettare che Jerry, il misterioso ma affascinante nuovo vicino dei Brewster, sia un vampiro. Charley litiga pesantemente con Ed, ma presto dovrà ricredersi, insieme a tutti i suoi cari.

E' stato per me un momento abbastanza triste quando ho realizzato che il regista di questo inutile remake di Ammazzavampiri del 1985 (in originale hanno lo stesso titolo, Fright Night) è lo stesso di quel delizioso capolavoro che fu Lars e una ragazza tutta sua. Lo dico tra l'altro senza aver mai visto né l'originale, né il suo sequel del 1988. Non trovo nessun ragionevole motivo per spingere qualcuno a vedere questo film, che risulta assolutamente nella media come direzione, recitazione, effetti speciali, ironia e fotografia, per cui passo direttamente ad aggiungere qualche riga di curiosità e gossip.
Protagonisti due giovani attori che avranno sicuramente una scintillante carriera, e che già abbiamo avuto modo di apprezzare in diversi film, Anton Yelchin (Charley) e la bella Imogen Poots (Amy). Co-protagonisti Colin Farrell (Jerry) e Toni Collette (Jane), nel cast presenti anche Christopher Mintz-Plasse (Suxbad, Kick-Ass) nei panni di Ed, Sandra Vergara (si, sorella di Sofia, anche se in realtà sarebbe la cugina, biologicamente) e Lisa Loeb (che "conoscevo" come cantante).
E' veramente tutto qui.

20130327

Looking for Eric

Tremenda (in senso positivo) serie di documentari su 5 calciatori simbolo, a cura di Eric Cantona ed Al Jazeera, regia di Gilles Rof. Da vedere. Andate su questo link e cliccate sopra i ritratti. 25 minuti cadauno, in inglese.
http://www.aljazeera.com/programmes/footballrebels/

ragazze

Girls - di Lena Dunham - Stagioni 1 e 2 (10 episodi ciascuna; HBO) - 2012/2013

Sex & the City ai tempi della crisi? Chissà. E' nella stessa New York, ma ai nostri tempi, che vivono (e sognano) quattro amiche. Hannah Horvath viene dal Michigan, ed è un'aspirante scrittrice. E' convinta di essere molto intelligente, e molto alternative (quindi molto snob), ma la realtà è che è senza un soldo. Non è quel che si dice una top model, ma sembra non avere nessun problema con il suo corpo, anche se decisamente fatica a controllare la sua dipendenza dal cibo, con una certa preferenza per il junk-food. Marnie Michaels è la sua amica del cuore, fin dai tempi del college, l'Oberlin. Marnie è una maniaca del controllo, lavora come segretaria in una galleria d'arte, è bellissima ma profondamente insicura. Il suo fidanzato storico è Charlie, un ragazzo dolce che è molto innamorato di lei, ma Marnie si sente soffocata dalle sue attenzioni. Spesso, non si capisce il motivo per cui Marnie ed Hannah siano amiche. Vivono insieme nella zona di Greenpoint, Brooklyn.
Loro amica comune è la selvaggia Jessa Johansson. Inglese, conosciuta dalle due allo stesso college, ha dovuto lasciarlo dopo qualche mese per una grave dipendenza dall'eroina. Ha girato il mondo con la madre, ma è da poco tornata a New York, e si è stabilita a casa di sua cugina, Shoshanna Shapiro. Jessa e Shoshanna sono agli antipodi, ma entrambe frequentano Hannah e Marnie. Jessa è sicura di sé, almeno apparentemente, impulsiva fino all'eccesso, imprevedibile e folle, beve, fuma, si droga, fa sesso con chiunque, conservando quell'altezzosità inglese che fa di lei una persona che le altre ragazze guardano quasi con invidia, sicuramente con ammirazione. Shoshanna è praticamente schizofrenica, indicativamente la più giovane delle quattro, attentissima alle mode, parla a raffica con tic verbali tipici dei giovanissimi, ed è l'unica vergine del gruppo, cosa che le crea qualche insicurezza in più, rispetto al già lungo elenco che è in suo possesso. E' una grande fan di Sex & the City.
Attorno alle ragazze, tutte tra i 20 e i 30 anni, ruotano un altro paio di ragazzi. Adam Sackler è il ragazzo di Hannah. Personaggio fuori da ogni schema, attore e falegname, vive in un appartamento che somiglia più ad un magazzino di un robivecchi, esce poco, gli piace il sesso rude, non sembra interessato ad avere una relazione seria con Hannah. Ray Ploshansky è un grande amico di Charlie, è il più "anziano" del gruppo (ha più di trent'anni), dirige un bar nella zona di Greenpoint, e col tempo diventerà sempre più legato alla cerchia.

Devo dire che dopo aver visto le prime due stagioni di Girls (la seconda è terminata poche settimane fa), trovandomi "costretto" a riassumerne i caratteri principali, mi sembra che sia più interessante a raccontarlo che a vederlo. Ma, attenzione, non è propriamente una critica, questa, ed il perché, è presto detto, è che nonostante la profonda sensazione negativa che ti lascia quasi ogni episodio, nonostante le aspre critiche che gli si possano fare, e nonostante che sia una serie che riesce a dividere in maniera importante il giudizio del pubblico, Girls sembra essere una serie che cerca di acchiappare davvero il senso, i valori dell'attuale gioventù statunitense. E, questo va detto, il quadro non è propriamente dei più incoraggianti.
Riprendendo anche la cosa che ho detto prima, e cioè quella a proposito della sensazione negativa, le quattro protagoniste di questa serie, nonostante siano persone che ormai dovrebbero essere responsabili, sono quattro donne che non sanno assolutamente cosa vogliono dalla loro vita. Vivono ogni loro giornata commettendo sbagli enormi, colossali a volte, e quando li vediamo a confronto con i loro genitori capiamo pure che di sicuro non sono loro che potrebbero guidarli da qualche parte o verso qualcosa. Sia sul versante lavorativo che su quello sentimentale, Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna, non hanno la più pallida idea di cosa vogliono, come dovrebbero comportarsi, cosa fare in concreto. Agiscono spinte dall'impulso del momento, e forse l'unica che riflette un minimo è Shoshanna, quella con il minutaggio minore sullo schermo rispetto alle altre, e che di sicuro al primo impatto appare la meno normale, schizzata com'è. Ecco quindi uno dei motivi per cui guardare Girls non è una passeggiata. Cioè, è una serie che quasi sempre ti irrita, tanto sono stupidi i comportamenti delle protagoniste: non ci si crede alle cose che riescono a fare, alle cazzate che riescono a mettere in piedi, e mica una volta sola!
Creata da Lena Dunham, sceneggiatrice attrice e regista, conosciuta per il suo film Tiny Furniture, Girls è decisamente personale, anche se spesso risente pesantemente proprio della personalità della sua creatrice, che dirige molti degli episodi e che interpreta uno dei caratteri protagonisti, Hannah. La Dunham scrive praticamente sempre cose molto autobiografiche, e quindi il tutto assume spesso un profilo che può interessare fino ad un certo punto. Come detto, per contro, la serie è innegabilmente originale (anche se il riferimento che ho fatto in apertura rimane valido) e spesso disturbante, e chi ha un cervello sa che non si può vivere di soli zuccheri e lieto fine. Altre critiche che spesso vengono mosse alla serie riguardano sempre la Dunham, che si spoglia praticamente ad ogni episodio (e che addirittura si "regala" un intero episodio a letto con Patrick Wilson - 2x05 One Man's Trash -): è vero, e spesso l'ho trovato forzato, ed è pure vero che preferirei vedere svestita Allison Williams (Marnie), che invece le poche volte che lo fa si copre insistentemente i seni, ma questo è soggettivo, e alla fine potrebbe rientrare tutto in quella "operazione" di disturbo che, chissà quanto volontariamente, Girls sembra prefiggersi, probabilmente nel tentativo di uscire dagli stereotipi. Interessanti le prove attoriali, quelle che mi hanno colpito maggiormente sono state quelle di Adam Driver (Adam Sackler) e di Zosia Mamet (Shoshanna). Curiosità: nella seconda stagione ci sono un paio di apparizioni di John Cameron Mitchell. Prodotto e spesso co-sceneggiato da Judd Apatow.
Insomma, è amore e odio, e nonostante mi sia ritrovato spesso con un'espressione attonita al termine degli episodi, sono abbastanza sicuro che continuerò a vedere Girls: la terza stagione, che consterà stavolta di 12 episodi, partirà probabilmente nel 2014.

20130326

Hearat Shulayim

Footnote - di Joseph Cedar (2011 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Gerusalemme, Israele. Eliezer Shkolnik ed il figlio Uriel Shkolnik sono entrambi eminenti professori nello studio del Talmud all'Università Ebraica. Sono da sempre rivali, si detestano cordialmente. Il figlio ha sviluppato quasi una sorta di dipendenza dai riconoscimenti e dalle onoreficenze, il padre è un purista che nasconde la sua invidia nel rifiuto delle istituzioni che le assegnano. Entrambi eccentrici e pieni di sé, proseguono la loro vita immersi nei loro studi (a dire la verità molto più il padre rispetto al figlio), finché il premio più importante del loro campo, l'Israel Prize, viene assegnato al padre. Ma la cosa che sconvolge le loro vite è che il figlio scopre molto presto che in realtà, per un errore d'omonimia, il premio in realtà è destinato a lui.

Nella cinquina dei candidati al miglior film in lingua non inglese del 2012, Footnote è un altro di quei film che non ha avuto una distribuzione italiana denotando ancora una volta la cecità dei nostri distributori e pure la superficialità della stragrande maggioranza del pubblico ciniematografico. Perché Cedar, già candidato all'Oscar col precedente Beaufort (che mi impegno a recuperare), che gli fruttò un Orso d'Argento per la miglior regia a Berlino nel 2007, mette in scena una commedia grottesca dal profondo significato metaforico, denunciando l'ottusità di una società che evidentemente ben conosce (nato a New York, si è trasferito a Gerusalemme all'età di 5 anni), senza usare le armi (e potrei fermarmi qui) consuete quando si affronta il "problema" ebraico di una società arcaica e profondamente patriarcale.
Per quanto bravo Lior Ashkenazi nella parte del figlio Uriel, per quanto interessanti le figure femminili, naturalmente marginali, di Dikla (Alma Zack) e Noa (la splendida Yuval Scharf), ho trovato straordinaria la prestazione di Shlomo Bar-Aba nei panni di Eliezer Shkolnik.
Altro film da distribuire, altro regista da seguire.

20130325

Superclassico

Superclàsico - di Ole Christian Madsen (2011 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Copenaghen. Christian è il proprietario di un'enoteca sull'orlo della bancarotta. La moglie Anna lo ha lasciato da quasi due anni, e vive in Argentina, nella capitale Buenos Aires, dove, per via del suo lavoro, procuratore calcistico, ha conosciuto e si è innamorata del famoso goleador Juan Diaz. Mentre Anna è felice, solare, attiva e piena di soldi, Christian, oltre, appunto, ad essere senza soldi, sull'orlo della bancarotta e del suicidio, è depresso, apatico, triste, e riflette questa sua tristezza sul figlio Oscar, più concentrato sui suoi studi di filosofia che sul divorzio dei genitori e sul fatto che sua madre sia dall'altra parte del mondo. Quando arrivano per posta i documenti da firmare, Christian, in uno scatto d'orgoglio, prende il figlio e parte per Buenos Aires, dove proverà in tutti i modi a riconquistare Anna, trovandosi in situazioni ridicole e perfino grottesche, dimenticandosi del figlio che soprendentemente incontrerà la sua strada da solo, scongelando il cuore grazie al calore argentino, e capirà che non tutto gira intorno al perduto amore.

Ole Christian Madsen è un altro regista danese da tenere d'occhio. Fattosi le ossa in televisione (quella danese; televisone alla quale è tornato ultimamente, lasciando il segno, visto che è regista di un paio di episodi di Banshee, tra cui quello forse migliore, Wicks), dopo un paio di lungometraggi si mette in luce con L'ombra del nemico (ne parleremo tra un po', titolo originale Flammen & Citronen, con Mads Mikkelsen), e con questo Superclàsico entra nella shortlist di nove film candidati all'Oscar 2012 nella categoria Best Foreign Language per poi essere escluso nel passaggio a cinque nominati. E però dimostra di saper maneggiare toni e generi diversissimi tra di loro, se è vero che questa strana commedia sentimentale è stata paragonata alle migliori cose di Woody Allen, e devo dire (avendo visto il film senza sottotitoli, capendo quindi solo le parti in inglese e in spagnolo, ed andando quindi per intuizione con quelle in danese) che è proprio vero. Il film è scoppiettante, agrodolce, con un'infinità di sfumature, una regia dinamica e sempre sul pezzo, condito da recitazioni tutte intense e perfino spettacolari in alcuni casi.
Bravi quindi Anders W. Berthelsen (Christian), Paprika Steen (Anna), Jamie Morton (Oscar) e Sebastiàn Estevanez (Juan Diaz), eccezionale Adriana Mascialino nella parte di Fernanda, la tuttofare di casa Diaz, deliziosa Dafne Schilling nei panni di Veronica, il love affair argentino di Oscar.
Film davvero interessante, che avrebbe meritato una distribuzione italiana.

20130324

La scintilla della vita

La chispa de la vida - di Alex de la Iglesia (2011 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Madrid, Spagna. Roberto è un pubblicitario senza lavoro. Eppure, qualche anno prima era stato l'inventore dello slogan vincente della Coca Cola per la Spagna (Coca Cola: la chispa de la vida, per la traduzione letterale vedi il titolo del post), un lavoro di grande successo che rimase impresso nelle menti degli spagnoli. La moglie Luisa lo sostiene, preservandolo dalla depressione, lo incoraggia, non gli fa mancare il suo amore. Roberto ogni mattina si sveglia di buon ora e si mette alla ricerca di nuove opportunità di lavoro. Un giorno chiede un appuntamento ad un suo vecchio e caro amico, ora a capo di una importante compagnia, che però gli concede pochissimo tempo, considerandolo poco e lasciandolo in uno stato che precede la disperazione. Per ricordarsi dei bei tempi andati, anziché lasciarsi andare, Roberto, non avendo di meglio da fare, si mette alla guida della sua auto ed arriva a Cartagena, dove, precisamente all'Hotel Paraìso, ha passato, insieme all'amata Luisa, la luna di miele. Con sua sorpresa, al posto dell'Hotel si sta aprendo un museo, visto che proprio lì vicino è stato riportato alla luce un antico teatro romano. Vagando tra gli scavi e le impalcature, sorpreso da un custode in una zona in cui sono ammessi solo gli addetti ai lavori, Roberto cade, si aggrappa ad una statua sostenuta da una gru, il sostegno cade, e lui si ritrova sdraiato su una intelaiatura di barre di ferro. Fortunatamente, non ha ferite né danni apparenti. C'è solo un problema: una barra di ferro verticale gli si è conficcata nella testa. Per il momento non gli ha danneggiato organi che compromettano la sua salute e le sue terminazioni nervose, ma non può muoversi, altrimenti rischia di rimanere danneggiato permanentemente. Vista la presenza di numerosi giornalisti per l'inaugurazione del museo, l'incidente, e soprattutto la situazione di stallo in cui viene a trovarsi Roberto, la gerenza del museo, i dottori che assistono Roberto, e la municipalità, acquista immediatamente una risonanza enorme, e diventa un caso nazionale, metafora della crisi galoppante e della situazione del Paese tutto. Accorrono Luisa ed i due figli, e Roberto è tentato di usare la situazione per assicurare in qualche modo un futuro migliore per i suoi, che però si oppongono decisamente.

Il folle Alex de la Iglesia (Azione mutante, El dìa de la bestia, Perdita Durango, La comunidad, Crimen perfecto, Oxford Murders, Ballata dell'odio e dell'amore) continua nella sua filmografia "svalvolata" affrontando però continuamente l'attualità e le grandi problematiche sociali (a modo suo). Autocitandosi e facendo della commedia grottesca la sua fede, anche questo La chispa de la vida lascia il segno, pur non spiccando per realizzazione accurata e visivamente memorabile come il precedente Balada triste de trompeta (il titolo italiano è, ancora una volta, una merda). Cast non particolarmente in forma, nel quale però spicca Salma Hayek nei panni di Luisa, la moglie del protagonista.

20130323

Banshee, Pennsylvania

Banshee - di Jonathan Tropper e David Schickler - Stagione 1 (10 episodi; Cinemax) - 2013

Un uomo, del quale non sapremo mai il vero nome, esce da una prigione, non lontano da New York City. Si è fatto 15 anni dentro. La prima cosa che fa è bersi una birra. La seconda è scoparsi la barista nel retro del bar. La terza è rubare un'auto, per andare in città a trovare il vecchio amico Job, un personaggino di tutto rispetto, che oltre ad essere un genio informatico è chiaramente gay ed ha una smisurata passione per trucco e parrucche. La ragione per cui gli serve Job è che sta cercando una persona: la sua complice in quel colpo che ha fruttato a lui i 15 anni al fresco (e che, scopriremo tramite i frequenti flashback nel corso dei 10 episodi, non sono stati esattamente una passeggiata). C'è qualcuno che lo sta seguendo: ma, come scopriremo molto presto, quest'uomo non è uno di quelli che si impaurisce facilmente, o che si ferma davanti agli ostacoli. Provare per credere: quando finalmente ritrova la sua complice (in una cittadina della Pennsylvania che risponde al nome di Banshee, luogo ameno che ha una nutrita comunità Amish e perfino una riserva indiana), Ana, che, lo scopriamo insieme a lui, ha cambiato nome, si chiama adesso Carrie Hopewell, è sposata col procuratore distrettuale del luogo dove vive ed ha due figli (la maggiore dei quali un po' troppo grandicella per non suscitare dei sospetti), che lo supplica di sparire dalla sua vita, lui che fa? Assume l'identità di Lucas Hood, la persona che sta per essere nominato sceriffo della città.

C'era una certa attesa verso questa nuova serie di Cinemax, il canale sussidiario di HBO che si occupa di azione e perfino di soft porno. Se vi chiedeste il perché, è presto detto: Alan Ball, scrittore della sceneggiatura di American Beauty e creatore di Six Feet Under e di True Blood, è uno dei produttori, ed ha definitivamente abbandonato True Blood. Beh, devo dire che di sicuro Banshee non è certo quello che mi aspettavo; ma posso dirvi che questa serie possiede un certo fascino, e che è stata una di quelle che ultimamente ho seguito con maggior interesse, aspettando i nuovi episodi con una certa apprensione.
Violenta, violentissima, splatter e decisamente disturbante in più momenti (confesso che mi sono coperto gli occhi spesso, in quasi tutti gli episodi, e che addirittura mi sono sognato una delle scene più devastanti dell'episodio 6 dal titolo Wicks), con abbondanti e semi-esplicite scene di sesso, scazzottate che possono durare fino a venti minuti, sparatorie, mutilazioni e chi ne ha più ne metta, Banshee tira fuori l'animale che è in noi, e chi lo ha paragonato a Walker Texas Ranger dovrebbe riflettere sul significato della parola ridicolo. Certo, esagera anche chi lo ha accostato a Twin Peaks: diciamo che potremmo al massimo paragonarlo ad una versione outlaw di Justified, o ad un Sons of Anarchy senza motociclette (anche se l'episodio 5, The Kindred, si basa proprio su una banda di motociclisti), senza quella sottotrama shakespeariana così spiccatamente esibita, anche se l'elemento familiare non manca di certo.
Nonostante i miei dubbi iniziali, il cast è una di quelle cose che si rivelano vincenti. Il protagonista è Antony Starr, attore neozelandese per me sconosciuto fino a Banshee, che molti troveranno poco espressivo, ma che al contrario io trovo perfetto per la parte; Ana/Carrie è interpretata dalla bellezza strana di Ivana Milicevic, nata a Sarajevo da famiglia croata e sorella del chitarrista Tomo, dei 30 Seconds to Mars, qui alla prima parte importante (ma l'avevamo vista in Casino Royale nella parte della fidanzata di Le Chiffre), che se la cava egregiamente nella parte della falsa soccer mom specializzata nel tiro al bersaglio e nella lotta "vale tutto". Importantissimi nell'economia della serie il fantastico attore danese Ulrich Thomsen (Kai Proctor, un boss malavitoso locale, nato però nella comunità Amish), che i più attenti si ricorderanno in Festen, Le mele di Adamo, Non desiderare la donna d'altri, In un mondo migliore, e che ultimamente è entrato anche nel cast di Fringe, l'ottimo caratterista Frank Faison (Sugar), visto anche in The Wire, lo scatenato Hoon Lee (Job), autore tra l'altro delle migliori battute della serie, Matt Servitto (Lotus), visto in The Sopranos, e lo straordinario Ben Cross (l'Harold Abrahams di Momenti di gloria) nel ruolo di Mr. Rabbitt, il boss ucraino antagonista principe della serie. Per gli amanti della patatina ci sono Trieste Kelly Dunn (Siobhan Kelly), l'ex modella Lili Simmons (la morbosa Rebecca Bowman), e verso la fine della serie anche la bellissima (secondo me) Odette Annable in versione indiana americana, nei panni di Nola Longshadow.
Regie adrenaliniche e molto curate, grande fotografia, ritmo non forsennato ma le sceneggiature ed il montaggio non lasciano annoiare lo spettatore. Magari non sarà per tutti, ma io mi sono appassionato quasi immediatamente a questa serie e sono curioso di vedere come se la caveranno gli sceneggiatori per la seconda stagione.

20130322

i Marziani

Los Marziano - di Ana Katz (2011 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Argentina. Juan Marziano ha un fratello, Luis, ed una sorella, Delfina. Juan e Luis hanno litigato molti anni prima, e da allora comunicano tramite terzi. Juan è senza un soldo, vive lontano dalla capitale, a Tucuman, con la sua nuova compagna, ha un debito con Luis, che è benestante, e che vive in un country di gran lusso. Le preoccupazioni dei due non potrebbero essere più diverse. Juan non sa bene come tirare avanti, non vede mai la figlia Luciana, che vive anche lei nei pressi di Buenos Aires con la madre, ed ha dei gravi problemi di vista, che non riesce ad ammettere causa uno sproporzionato orgoglio. E' in visita nella capitale per fare alcune visite, e si è portato dietro alcune centinaia di cassette, sulle quali ha registrato le sue trasmissioni radiofoniche, per mettere su un supporto più moderno. Luis invece è determinato a risolvere un mistero gravissimo: qualcuno sta attentando alla salute e alla tranquillità dei ricchi abitanti del suo country, scavando e poi nascondendo profonde buche nel comune campo di golf; anche Luis ci è caduto dentro, e la cosa lo ha indispettito non poco, come se il suo carattere fosse accomodante. Luciana sta per compiere gli anni, ed insieme alla madre hanno accettato l'invito della moglie di Luis, Nena, di celebrare la festa a casa loro. Grazie all'intercessione di Nena, all'insistenza di Luciana, e alla mediazione di Delfina, l'eterno tramite tra Juan e Luis, che nel frattempo dà un letto a Juan, e lo accompagna nelle sue visite e lo aiuta nel suo progetto delle cassette, i due fratelli si incontreranno, e forse...

E' una delle tante piacevoli sorprese che vengono da quello che ormai considero un po' la mia seconda Patria (o forse la prima, tra qualche anno), questo film che sembra una commedia, che fa anche molto ridere, ma non è affatto stupido, e anzi, risulta molto più introspettivo ed intelligente di tanti film pseudo-intellettuali. Sostenuto da un cast a dir poco strepitoso, da un ritmo lento ma incalzante, da una regia accorta, da un'ottima fotografia e da una sceneggiatura (scritta dalla stessa regista insieme a Daniel Katz, credo suo fratello) perfettamente congegnata, Los Marziano, che potrebbe sembrare un film di fantascienza dal titolo, ma non lo è, è uno di quei film che dispiace essere certi che non arriverà mai in Italia. Però, occhio, perché di questa regista potreste sentir parlare in futuro. Ana Katz è al suo terzo lungometraggio (è stata assistente alla regia anche con Trapero), dopo El juego de la silla e Una novia errante, è anche attrice (oltre ad aver recitato nei suoi due precedenti film era anche in Whisky e in Lengua materna), ed è sposata (con prole) con David Hendler, l'attore uruguaiano ormai argentino d'adozione, che è stato per lungo tempo il feticcio del regista argentino Daniel Burman.
Il cast comprende Guillermo Francella (Juan) e Mercedes Moràn (Nena), la strana coppia de El hombre de tu vida, Rita Cortese (Delfina, anche lei in quella serie, ed in molti altri film, Viudas e Dos hermanos per esempio), Arturo Puig (Luis), e naturalmente David Hendler in una piccola parte (Francisco).
Interessante e ben fatto.

20130321

The Client List

La lista dei clienti - di Eric Laneuville (2010)
Giudizio sintetico: da evitare (1/5)

Texas, profondo Texas. La famiglia Horton, formata da Rex, ex buon giocatore di football, convertitosi a costruttore per un grave incidente al ginocchio che gli ha impedito di continuare la sua carriera, Samantha, ex reginetta di bellezza con diploma da massaggiatrice ma casalinga, e tre figli, è in gravi difficoltà economiche. Rex ha perso il lavoro, ed è talmente depresso da non riuscire a trovarne un altro. Gli Horton stanno per perdere anche la loro casa, e Samantha comincia a cercarsi un lavoro da massaggiatrice. Lo avrebbe trovato immediatamente, in una cittadina ad un'ora d'auto da casa, ma durante il colloquio scopre che in realtà, il salone di massaggi è una copertura per un bordello di lusso. Dopo aver rifiutato, però, scopre di non potersi permettere neppure di pagare la benzina per l'auto, e vede che suo marito è totalmente annichilito da questa situazione. A malincuore, Samantha accetta il lavoro, comincia a portare un sacco di soldi a casa, e nel giro di pochissimo tempo, diventa la "massaggiatrice" più richiesta del salone.

Pessimo film per la televisione, canale Lifetime (target femminile), arrivato anche in Italia sempre in televisione, ispirato ad un vero scandalo verificatosi nel 2004 ad Odessa, Texas, e che ha generato addirittura una ancora più pessima serie televisiva (omonima); pensate che proprio in questi giorni comincia la seconda stagione. Rispetto alla serie, recensita qui, il cast è meno patinato, anche se le "colonne" rimangono le stesse: Jennifer Love Hewitt è Samantha, la protagonista, Cybill Shepherd è la madre.
Troviamo inoltre Teddy Sears (lo abbiamo visto nella prima stagione di American Horror Story) nei panni del marito becco Rex, Kacey Rohl (Emma), vista in The Killing, e Kandyse McClure (Laura), la bella Anastasia Dualla di Battlestar Galactica. Incredibilmente, la Hewitt è stata perfino nominata ad un Golden Globe per questa performance. Per fortuna, il premio in quella categoria è poi andato a Claire Danes per Temple Grandin. Ecco, qui si può capire la differenza che passa tra un prodotto HBO (quello) e uno Lifetime (questo).
Leggermente più credibile della serie, forse solo perché la storia è "confinata" in meno di 100 minuti, e quindi deve accadere tutto senza troppe dilatazioni, The Client List è poco più che una telenovela di dubbio gusto concentrata in un film, tra l'altro con una brutta fotografia (non che quella della serie sia migliore). Non auguro a nessuno di imbattercisi, neppure per sbaglio.