No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20090913

virtuosi


Emerson Lake & Palmer - Emerson Lake & Palmer (1970)


Mi verrebbe da dire, "che debutto!". Altro disco che mi ha cambiato la vita, a partire dalla copertina, che ho "capito" dopo decenni: probabilmente la guardavo da troppo vicino.

Parlarvi degli EL&P sarebbe lungo, limitiamoci a dei cenni: Keith Emerson, del quale abbiamo parlato più volte su Fassbinder, veniva dai Nice e da altre esperienze, sempre in bilico tra musica classica e rock, e suonava le tastiere in genere; Greg Lake, basso chitarra e voce, veniva dai King Crimson, e Carl Palmer, batteria, veniva dagli Atomic Rooster (hard rock) e ancora prima aveva suonato con i Crazy World (rock psichedelico).

Tre musicisti coi fiocchi. La leggenda dice che Jimi Hendrix volesse unirsi a loro, incantanto da tanta tecnica. Vabè.

Siamo di fronte al tentativo di unire ancora musica classica con il rock, ma con questo disco comincia anche l'inserimento di strumenti elettronici a tastiera, per cui la cosa si fa interessante. Ma, senza le buone canzoni, si va poco lontano. E infatti.

Partiamo dalla fine. La traccia 6, oppure la terza canzone del lato B del vinile, è un pezzo che si chiama Lucky Man, ed è a dir poco meraviglioso. Se lo ascoltate, non avete scampo. L'assolo di Moog di Emerson è la chiosa perfetta ad una canzone cantata da Lake in modo a dir poco celestiale. Ancora la leggenda vuole che, siccome pare Emerson fosse agli inizi della sperimentazione sul Moog, il solo sia stato registrato a sua insaputa. Va bene lo stesso, Keith.

Torniamo all'inizio: il primo pezzo è The Barbarian, diciamo una "cover" dell'Allegro Barbaro di Béla Bartók. Un intro a caso. Bello, pomposo, un po' come quasi tutta la musica degli EL&P. Ma ascoltate l'inizio della seguente Take A Pebble (12 minuti e 39 secondi, tra l'altro): da brividi. Inutile descrivervi la struttura del pezzo, se non la conoscete scopritela da soli, e godetene. A seguire Knife Edge, che pare essere stata ispirata alla Sinfonietta di Leóš Janáček (e vi lascio immaginare di chi fossero tali influenze), ma che alla fine diventa un gran pezzo prog-rock.

Si continua con la traccia 4, o la prima del lato B, con The Three Fates, suddivisa in tre movimenti dai titoli di Clotho, Lachesis e Atropos, che si apre con un bell'organo da chiesa e poi prosegue con le fughe pianistiche di Emerson sostenute da Palmer; per questo pezzo, Lake non pervenuto. Si riposa. Non vi dico quanto è bello anche questo pezzo.

Eccoci all'ultimo, visto che ci siamo già occupati della conclusiva Lucky Man. Tank è un altro pezzo per me indimenticabile, anche di questo ne abbiamo parlato in passato, perchè fu, una parte del pezzo, sigla di un programma RAI di decenni orsono. Contenendo un lungo solo di batteria, qui la parte del leone la fa Palmer, che non è che per il resto del disco dorme.

Disco secondo me immancabile. Superbo.

geografia umana

Atlas de geografía humana - di Azucena Rodríguez 2007

Giudizio sintetico: si può vedere

Ana, Rosa, Marisa e Fran: quattro amiche, oltre che colleghe, quattro storie diverse. Ana divorziata da tempo, con una figlia già grande, Rosa sposata con due figli, super-attiva ed efficiente, col marito che considera ormai come un fratello, Marisa balbuziente per insicurezza, sempre giovane ma stile zitella, Fran affermata, ricca, ama sempre il marito ma se che la tradisce, e decide di andare in analisi. Tutte alla ricerca dell'amore, vecchio o nuovo che sia, e di essere a posto con se stess. Ma, come dice il libro dal quale il film è tratto, a volte le cose cambiano; so che sembra impossibile, che è incredibile ma, a volte, succede.

Tentativo piuttosto riuscito di trasposizione del bel libro omonimo di Almudena Grandes, la quale partecipa alla stesura della sceneggiatura, il film funziona abbastanza, le storie interessano e si tifa per le quattro amiche, riconoscendone gli sbagli. Direzione sobria, fotografia discreta, musica orribile; il cast è ben assortito, le quattro protagoniste se la cavano bene, in particolar modo Cuca Escribano nei panni di Ana.

20090912

Il ritorno di Ulisse

Fassbinder è lieto di annunciarvi che....

(dal sito ufficiale)

In onda da sabato 19 settembre 2009 alle 21.05
Torna su Rai Tre l’appuntamento con Ulisse, il piacere della scoperta di Piero e Alberto Angela. Dal 19 settembre i viaggi di Ulisse ci conducono attraverso un itinerario originale, alla scoperta delle antiche civiltà del passato, delle esplorazioni, della scienza.
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Avete già capito.

d jr

j mascis ha dei capelli indierock.j mascis ha distorisioni indierock. j mascis ha occhiali indierock.
il batterista dei dinosaur jr è uguale a jumbolo!

I love you, Enrico


Berlinguer ti voglio bene - di Giuseppe Bertolucci 1977


Giudizio sintetico: da vedere


Cioni Mario è figlio di contadini, il padre defunto, la sorellina morta all'età di 4 anni, la mamma è sull'orlo di un crollo e lo odia. Vive in Toscana, in un casolare proprio ai margini dell'autostrada, presenza ingombrante, opprimente e segno tangibile del progresso che galoppa. La vita sua e degli amici nonché colleghi Bozzone, lo Gnorante e il Buio, si svolge tra la Casa del Popolo, il lavoro e i sottopassaggi o i cavalcavia dell'autostrada. Il problema principale dei quattro, è la fica. Dopo di che, il potere al popolo: per questo, amano Berlinguer.

Un giorno, giocando a carte (sul lavoro), il Cioni perde quattromila lire col Bozzone (siamo nel 1977). Il Cioni non ce li ha (o non glieli vuol dare), il Bozzone ha un obiettivo, e spara: se non ce li hai, dì a tua mamma che stasera vengo e la trombo, così saldi il debito. Il Cioni pensa che il Bozzone scherzi. E invece no.


Film di debutto del fratello minore di Bernardo Bertolucci, Giuseppe, che non ha mai avuto molta fortuna neppure in seguito, il film, che inizialmente pare si dovesse intitolare Cazzo, che vento!, fu all'epoca un flop colossale. Eccessivo, pieno di turpiloquio, sessualmente esplicito (ma solo a parole), vagamente felliniano e strettamente vernacolare (fiorentino ma più pratese e nemmeno troppo "di città", con diverse concessioni arcaiche e poetiche, vedi le poesie del Bozzone, un colossale Carlo Monni), è probabilmente una pietra miliare nella filmografia di un Benigni che, ad oggi, non esiste più, o meglio, si è molto "calmato". Montato con l'accetta (ci sono diversi "nonsense" dovuti a tagli di scene probabilmente inutili ma necessarie per la comprensione di altre), realizzato con budget bassissimo (per pagare le comparse della scena della tombola e del dibattito - "sospensione d'i ricreativo, principia ad avviare i' culturale" - fu veramente messo in palio un apparecchio televisivo, visto che non c'erano i soldi per pagare tutti, e Benigni dette uno spettacolo gratuito per i presenti), contiene scene e dialoghi indimenticabili ed assolutamente divertenti, addirittura filosofici e sicuramente avanti sui tempi che correvano.

Assolutamente da recuperare, per chi non lo ha visto.

Prezioso il sito amatoriale dedicato al film, grazie al quale ho reperito diverse delle informazioni che trovate in questa recensione:

20090911

sergio


S. - GiPi


GiPi, ricordiamolo, Gianni Pacinotti, ci racconta di suo padre Sergio. Ce lo racconta attraverso diversi piani temporali, sovrapponendoli, prendendo a pretesto un episodio divertente (quando è finito, non durante) accaduto a padre, figlio, zio e nipote preferito, il bombardamento di Pisa dell'agosto 1943 da parte delle forze alleate, dove morirono alcuni parenti della madre, e che la madre si porterà dentro per sempre, e altri aneddoti vissuti, compresa la morte e la cremazione del padre stesso.

Non sono ancora in grado di dare giudizi definitivi, visto che mi mancano ancora alcune sue opere da leggere, ma come era già accaduto con LMVDM, GiPi avvinghia decisamente il lettore con una narrativa snella, con testi spigliati e moderni, con riferimenti alla sua giovinezza punk e a Pisa, suo luogo natale, e con una tecnica di disegno sempre superba e personalissima.

L'esistenza dei vari piani temporali mi hanno ovviamente fatto pensare a un qualcosa del genere trasposto su pellicola: forse, che ne so, se Alejandro González Iñárritu conoscesse GiPi non si farebbe scrupoli ad utilizzare in pratica uno storyboard già fatto!

Commovente, delicato e divertente, GiPi omaggia suo padre e sua madre, e ci ricorda cos'è la guerra. Magistrale.

nati nei bordelli


Born Into Brothels - di Zana Briski e Ross Kauffman 2005


Giudizio sintetico: da vedere


Zana Briski, fotografa inglese e attivista per i diritti delle donne, si reca nella zona rossa di Calcutta, Sonagachi, per realizzare un servizio sulle prostitute di lì. Conosce i figli delle stesse, e regala loro delle macchine fotografiche, dà loro delle "lezioni" di fotografia. Sviluppa le foto, le sceglie insieme a loro, rimane colpita dai loro lavori. Si affeziona, fa conoscere il loro lavoro in giro per il mondo. Uno di loro viene invitato una settimana ad Amsterdam per una mostra di World Press Photo, una loro mostra a Calcutta riscuote un buon successo. Li porta a fare delle gite, si impegna contro le difficoltà per far avere il passaporto al ragazzino-fotografo che deve andare ad Amsterdam, cerca di far ottenere loro la possibilità di studiare. Insieme a Ross Kauffman realizza un film su questa storia.


Avete presente The Millionaire? Ecco, qui siamo quasi messi peggio, nel senso che non c'è finzione in assoluto. Questo è un documentario, e sinceramente c'interessa poco sapere se c'era l'intenzione prima che la Briski si recassa a Sonagachi, o che ci sia una polemica tutt'ora in corso sui proventi di questa operazione e altre ad essa correlate (è un classico: è accaduto di tutto anche con The Millionaire). Le facce di queste bambine e questi bambini sono vere (e bellissime, tutte). Le loro vite sono vere (e miserabili). Il film è toccante, delicato e commovente, seppur con una sottile retorica (possiamo anche chiamarla senso di colpevolezza colonialista), ed ha vinto, tra gli altri, l'Oscar come miglior documentario nel 2005. Dovete vederlo.

20090910

fun e rali

si vabbè facciamo i funerali di stato ad un americano...
ci manca solo il presidente del consiglio che va a troie e le abbiamo viste tutte...

Federico tu non stai bene - Malfunk

Uno dei miei pezzi preferiti. Grazie a Filo che me lo ha fatto ricordare.

sabato con le streghe


Sabbath Bloody Sabbath - Black Sabbath (1973)




Anche qui, è difficile stabilire quale disco dei Sabbath mi capitò di ascoltare per primo, ma certamente, a dispetto di cosa uno potrebbe pensare, questo è quello che ha maggiormente stuzzicato il mio immaginario creativo. Il disco in questione è il quinto, in ordine cronologico di uscita, dopo masterpiece quali Black Sabbath (1970), Paranoid (1970), Master Of Reality (1971) e Black Sabbath, Vol 4 (1972). Ciononostante, contiene una sequela di pezzi assolutamente indimenticabili per rifferama e songwriting. I quattro inglesi sono in forma, almeno a quanto si sente, e la struttura dei pezzi diventa fondamentale sia per l'heavy metal, sia per quella forma a venire che si chiamerà prog-metal, ma anche per un "semplice", per fare un esempio, And Justice For All dei Metallica: ascoltate attentamente i cambi di tempo all'interno di un pezzo come Killing Yourself To Live.


La grandiosità dell'inventiva di Tony Iommi è assecondata dal basso dinamico di "Geezer" Butler, la batteria secca di Ward detta i tempi e abbellisce, la voce di Ozzy, giovane e non ancora la caricatura di stesso, è evocativa e calza perfettamente adatta all'approccio pseudo-esoterico che i Sabbath volevano avere.


Le radici blues si sentono in profondità, ma è innegabile il lavoro di innovazione che la band ha già fatto in neppure 4 anni. Pezzi come l'iniziale title track, la seguente A National Acrobat, Sabbra Cadabra, hanno dei riff che rimarrano scolpiti nell'immaginario collettivo di migliaia di rocchettari. Fluff e Spiral Architect sono pezzi più introspettivi (il primo quasi "classico"), Who Are You e Looking For Today guardano addirittura al prog-rock, con buoni risultati, ma senz'altro risultano pezzi meno "in tema".

Un disco pienamente coinvolgente, il trionfo del riff heavy metal; visto l'inizio del declino della formazione originale, iniziata col seguente e altalenante Sabotage, un bel canto del cigno.

sacha part one


Ali G Indahouse - di Mark Mylod 2003


Giudizio sintetico: si può vedere


Londra, Ali G è uno pseudo-rapper di periferia, DJ infortunato, capo di una gang (di sfigati) e tiene un corso assurdo di "sopravvivenza" ai bambini di una scuola. Il corso viene tagliato a causa di mancanza di fondi, e lui si incatena davanti alla fermata dell'autobus. Ma la fermata è visibile proprio dalle finestre dell'ufficio del vicepresidente del consiglio, il quale ha in mente un piano diabolico. Ali G entra in politica per straperdere, e finisce per diventare il braccio destro del Primo Ministro inglese.


Sacha Baron Cohen è un grande, e se c'è una cosa che mi dispiace è che non sia italiano, oppure anche di non conoscere talmente bene l'inglese per godermelo in lingua originale ed afferrare tutti i doppi e tripli sensi delle sue battute. Anyway, il film in questione è spassoso, divertente, esilarante, non porta rispetto a nessuno, ma non fermatevi alle apparenze, e provate anche a rifletterci sopra. Sacha non è affatto uno stupido volgarotto come alcuni pseudo-comici di nostra conoscenza. Apparizione di Borat, cameo di Naomi Campbell, particina di Rhona Mitra, che non guasta mai anche da soprammobile.

Nel frattempo, divertitevi.

20090909

999

666
è solo uno specchio di differenza

international POPular group


Are(A)zione - Area (1975)


Ancora per la serie "dischi che mi hanno cambiato la vita", questo è un disco che qualunque appassionato di musica senza paraocchi dovrebbe osannare. Ascoltato per la prima volta, forse, l'anno dopo la sua uscita, per cui alla tenera età di 10 anni, ha lasciato dentro di me un seme: quello, appunto, che crescendo mi ha spinto a sentirmi in colpa ogni volta che non tenevo conto di un genere musicale a me sconosciuto, o tendevo a rinchiudermi in un "recinto" tranquillo.

Che cosa erano, e sono stati, gli Area, nome completo Area International POPular Group, sarebbe arduo da spiegare con poche righe, ad ogni modo, certo che molti di voi sappiano chi sono stati, diciamo che furono una band fondamentalmente progressive rock, formata da musicisti straordinari (Giulio Capiozzo batteria, Ares Tavolazzi basso, Patrizio Fariselli tastiere, Paolo Tofani chitarra), e capitanati da un cantante che aveva (purtroppo) una voce fuori da ogni concezione musicale: Demetrio Stratos (ci sono dei passaggi che mettono davvero i brividi). Ma progressive rock, in questo caso, è un'etichetta che sta stretta agli Area: dentro la loro musica, e le loro influenze che, loro stessi andavano a ricercare all'estero tra un disco e un altro, c'era la musica di tutto il mondo, oltre a rock e free jazz. Non ultima, la componente politica: gli Area erano fieramente comunisti, ma anche giovani e ironici, e non si vergognavano a riarrangiare L'Internazionale in chiave prog-pop, come ad esempio accade su questo disco.

Registrato durante alcuni live fra Milano, Napoli, Rimini e Reggio Emilia, il disco si apre con una versione strepitosa di Luglio, agosto, settembre (nero), così come eccezionali sono le versioni dei pezzi seguenti, tratti dai dischi precedenti, La mela di Odessa (1920) e Cometa rossa.

Segue il pezzo che dà il titolo al disco, una lunga suite dove i musicisti mettono in mostra le loro capacità tecniche, probabilmente anche di improvvisazione, e si chiude con la già citata versione "canzonetta" dell'inno dei lavoratori.

Non riesco ad aggiungere altro, se non che riascoltare Demetrio che introduce i pezzi mi commuove ancora oggi, e che ascoltare un disco come questo cambia il modo di intendere la musica.

Grbavica, Sarajevo


Il segreto di Esma - Grbavica - di Jasmila Žbanić 2006


Giudizio sintetico: da vedere


Grbavica, Sarajevo, Bosnia-Erzegovina. Sono passati circa 10 anni, ufficialmente, dalla fine della guerra, e non solo la città, bensì tutta la nazione, ne porta ancora ben visibili i segni. Anche le persone, e forse sono le ferite più difficili da sanare. Esma, donna forte e ancora giovane, sebbene invecchiata dalle vicissitudini, ha cresciuto da sola Sara, bambina iperattiva e piena di voglia di vivere. Sara ha dodici anni, e a scuola si avvicina il giorno della gita. I soldi sono pochi, e Esma fa i salti mortali per non privare la figlia di questa gioia. Trova lavoro di notte in un disco-pub, e fa dei lavoretti di sartoria, ma la data del pagamento per la gita si avvicina e i soldi non ci sono. Esma sembra temere questa data, e Sara non capisce il perchè: i figli dei caduti in guerra hanno diritto ad uno sconto, basta presentare il certificato. Esma, al contrario, sa benissimo perchè. La tensione sale; Sara non sopporta il fatto che la madre veda sempre più spesso un uomo che lavora con lei, Pelda, non sopporta l'amica della madre che le tiene compagnia la sera quando la madre lavora, Sabina, Esma non riesce più a tenersi dentro certe cose.


Film essenziale, che mi pento di non aver visto prima, questo primo lungometraggio della giovane regista bosniaca, della quale sta per uscire il nuovo film Na putu. Ritmo lento ma incessante, tensione che sale lentamente fino ad arrivare a due scene nel finale, assolutamente devastanti. Non vorrei parlare della fine, ma vi assicuro che, se non vi colpirà quella che cronologicamente viene leggermente prima, della "rivelazione", quella finale vi rimarrà dentro per lungo tempo. Il resto del film è ordinaria amministrazione del dolore, elaborazione di un lutto quasi impossibile da digerire senza aiuti; queste persone sono state dilaniate esattamente come la loro terra, violentata e violentate sia metaforicamente che letteralmente, e la Zbanic rende esattamente l'idea di cosa voglia dire continuare a vivere dopo una tragedia enorme come quella che è stata la guerra in Bosnia. O rimani in guerra, dandoti a commerci e ad affari quantomento strani, o non ci pensi (ma riesce probabilmente solo ai più stupidi), oppure cerchi di sotterrare il dolore, ma non ce la fai. Eppure, la vita continua, e non è solo uno squallido luogo comune: continua davvero.

Convincente sotto tutti gli aspetti, perfino poetico a volte, quando mostra timidamente una Sarajevo ancora ferita sullo sfondo, le prove delle due attrici principali sono magnifiche. Auguriamo una lunga e luminosa carriera alla giovanissima Luna Mijovic, che era al debutto ed è stupefacente nei panni di Sara, e un applauso fragoroso a Mirjana Karanovic, meravigliosa Esma, fedelissima di Kusturica (pensate, con lui ha fatto Papa...è in viaggio d'affari, Underground e La vita è un miracolo), ma l'abbiamo vista in altri film balcanici sempre di grande caratura, quali lo spassoso Jagoda: Fragole al supermarket di Dusan Milic, e nell'interessantissimo La polveriera di Goran Paskaljevic.

20090908

leaders, not followers


Follow The Leader - Korn (1998)


Disco della consacrazione a livello planetario per i Korn, poco da dire, nonostante le solite vittime della sindrome "si stava meglio quando si stava peggio" si diano un gran da fare, da sempre, a sostenere la superiorità dei primi due dischi, Korn e Life Is Peachy. Con questo, non voglio dire che i precedenti non siano importantissimi: nel debutto ci sono pezzi ancora oggi superiori ai loro interi ultimi dischi, ma è acerbo e si sente, nel secondo si aggiusta la mira, e si evolvono verso un suono davvero moderno.

Disco dalla copertina stupenda, disegnata da Greg Capullo, collaboratore di Todd McFarlane (che curerà il videoclip di Freak On A Leash), che si apre con 12 tracce silenziose da 5 secondi l'una, totale un minuto, un minuto di silenzio in onore di un giovane fan (Justin, al quale è anche dedicato il pezzo omonimo) malato terminale di cancro, e quindi parte con la traccia numero 13, It's On. La particolarità dell'album, a giudizio di chi vi scrive, è il suono, finalmente potente e profondo (dovuto probabilmente anche al cambio di produzione), unito alla sperimentazione galoppante, conclamata, del metal con l'hip hop, l'elettronica e la dance. Oltre ai suoni, ai limiti del visionario, di basso e chitarre, gli ospiti infatti sono Ice Cube (Children Of The Korn), Fred Durst (All In The Family), Tre Hardson (Cameltosis), il comico Cheech Marin che partecipa alla hidden track Earache My Eye, contenuta dentro l'ultima traccia My Gift To You, dove questo pezzo non è altro che una cover di un pezzo contenuto in un film dove recitava il comico (in questo pezzo, inoltre, i 5 Korn si scambiano gli strumenti).

Molti i pezzi belli, duri e vibranti, venati da quell'angoscia caratteristica della musica del quintetto di Bakersfield: It's On, Freak On A Leash (uno dei pezzi più belli mai scritti dai Korn), Got The Life (batteria in levare come in un pezzo dance), Reclaim My Place, Justin (una ritmica paurosa), Seed.

Lasciamo perdere il lento declino attuale: è grazie anche ai Korn che il metal è arrivato fino ai giorni nostri rinvigorito e ancora in grado di far sbattere le teste.


Qui trovate una buona versione del video di Freak On A Leash, probabilmente uno dei videoclip più belli di sempre. Eccezionale.

o ano em que meus pais saíram de férias


L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza - di Cao Hamburger 2008


Giudizio sintetico: da vedere


Brasile 1970, non manca molto ai Mondiali di calcio in Messico. Daniel e Bia, i due giovani genitori del dodicenne Mauro, partono col figlio da Belo Horizonte alla volta di San Paolo col loro maggiolone: lasceranno Mauro dal nonno paterno Mótel, nel quartiere di Bom Retiro, e loro si nasconderanno, visto il loro attivismo politico, dalla dittatura al potere, dicendo a Mauro che vanno in vacanza e che sperano di tornare per l'inizio delle partite. Lasciano Mauro davanti al portone del palazzo dove abita il nonno, mentre un'ambulanza sta partendo da lì: Mauro e i suoi non lo sanno, ma l'ambulanza trasporta il nonno, ed il nonno è morto. Mauro aspetta ore e ore davanti al portone, finchè il vicino Shlomo (il palazzo, così come il quartiere, è abitato in gran parte da ebrei) si rende conto della situazione, e riceve il bambino in casa sua. La situazione viene affrontata anche in Sinagoga, e Shlomo viene invitato a tenere con sé il bambino, ma la convivenza, all'inizio, non è così semplice: è comprensibile che Mauro sia notevolmente scosso e destabilizzato. Poco a poco, non solo gli abitanti del palazzo, ma tutto il quartiere, "adotta" Mauro, che passerà un'estate costantemente in bilico tra gioia (i Mondiali vincenti del Brasile, ma non solo) e dolore (comprensibilmente).


Praticamente un debutto, questo di Hamburger per il cinema, regista esperto di televisione e di bambini. Tra l'altro, Hamburger ha diretto anche un episodio della serie tv Cidade dos Homens; in questo L'anno... scrive anche la sceneggiatura, insieme ad altre 4 persone accreditate, tra cui l'onnipresente Bráulio Mantovani (Cidade dos Homens, Cidade de Deus, Tropa de Elite).

Film al tempo stesso delicato, forte e commovente, che riesce a raccontare uno spaccato della dittatura brasiliana (durata in pratica 25 anni) ad "altezza bambino", sfida per niente facile. Non solo: aggiungeteci i Mondiali del 1970. Detta così, si rischierebbe di fare un minestrone indigeribile. E invece, al contrario, con molta semplicità, lavorando sugli episodi, sulla quotidianità, riuscendo a tracciare decentemente perfino la psicologia di tutta una serie, piuttosto numerosa, di personaggi che ruotano intorno a Mauro, Hamburger vince la sfida. Racconta, spiega, commuove, diverte. Muove la macchina da presa con grande saggezza, lo aiuta una fotografia corretta per dipingere il periodo, dirige gli attori perfettamente. Spiccano, tra questi, la piccola Daniela Piepszyk (Hanna), non bellissima ma molto particolare, l'anziano Germano Haiut nei panni di Shlomo, attore teatrale brasiliano, e l'ecuadoriana Liliana Castro (Irene), bellezza atipica per il Sud America.

20090907

somatizzazione


Per dire, pensavo di stare un po' meglio...stamattina mi sveglio stanchissimo....sarà il lunedì....verso la fine della mattinata mi dico "ma non è mica normale stare così".

Morale della favola: febbre a 38 e passa.

ministri stanchi


Ministri, Festa PD, Le Morelline, Rosignano Solvay, 2 settembre 2009

Chiedo venia alle ben due band di supporto, che hanno "fatto strada" ai Ministri sul palco della zona industriale del mio paesello, ma non do giudizi su di loro, visto che ero impegnato a parlare con mio nipote su "come si suona la batteria". Da notare che se n'è andato verso la fine del secondo gruppo di supporto, dimostrando di essere ancora più snob di me, che snobbo le band di supporto.

Detto questo, sorpresone di fine estate i Ministri a Rosignano. Lo vengo a sapere all'ultimo momento, ma non manco. Pubblico scarso, ed è un peccato perchè non è mai bello suonare davanti a poca gente, anche se appassionata e rispettosa. I ragazzi però credo ci abbiano fatto il callo. Si parte, come sempre, con Diritto al tetto, e continuo a ripetere che non è una scelta azzeccata: è il mio pezzo preferito e lo riserverei ad un momento più "caldo" del concerto. E' il compleanno di Federico, il chitarrista, e ci rendono partecipi. Nonostante Michele, il batterista, mi pare non particolarmente preso, anche se è preciso e puntuale come sempre, gli altri due si danno il solito gran da fare. Soprattutto Davide, che addirittura verso la fine, su Il bel canto, scende dal palco in mezzo agli spettatori per cantare. C'è spazio per una cover di Guns Of Brixton dei Clash, e il finale è affidato ad una lunga versione di Abituarsi alla fine.

Per maggiori dettagli, vi rimando alla recensione del concerto di Firenze di inizio aprile. Nonostante appaiano visibilmente stanchi e provati dall'infinita serie di date che stanno portando avanti ininterrottamente ormai da mesi, i Ministri suonano un'ora e mezzo, e spaziano nel loro repertorio tanto da lasciare fuori scaletta addirittura La faccia di Briatore. Davide sembrava proprio non averne più, e non riesco a capire come è riuscito a non terminare il concerto afono. Certo che sugli ultimi due pezzi faceva quasi tenerezza. Chissà come è andata solo due giorni prima, aprendo per White Lies e Coldplay allo stadio di Udine.

Apprezzabili i molti riarrangiamenti dei pezzi. Alcuni sono ottimi, altri meno, ma questa è una cosa che va comunque premiata. Presenza scenica, come già detto più volte, più che soddisfacente, soprattutto se confrontata con la pochezza della stragrande maggioranza delle band italiane.


Mi auguro sinceramente, senza voler fare ironia, che i Ministri riescano a prendersi un periodo di riposo, per tornare tonificati e determinati ad appropriarsi definitivamente della palma di miglior live band italiana: secondo me non hanno da faticare molto.



foto tratta da http://charlotte83.wordpress.com/

Garden State


La mia vita a Garden State - di Zach Braff 2005


Giudizio sintetico: si può vedere


Andrew è una persona completamente atarassica (come lui stesso si definirà verso la fine del film): vive a Los Angeles, è aspirante attore, fa particine di merda ma soprattutto lavora come camieriere in un ristorante vietnamita dove viene schiavizzato, come gli altri, dal padrone. Viene richiamato nella natale Garden State, nel verde e umido New Jersey, dalla morte della madre. Sono quasi 10 anni che Andrew manca da casa, e il funerale diventa l'occasione per rivedere i vecchi amici, la famiglia, ma soprattutto, suo padre. Quei quattro giorni a Garden State gli cambieranno la vita.


Secondo film da regista e sceneggiatore per Braff, dopo l'invisibile Lionel on a Sunday del 1997, famosissimo anche da noi per essere il protagonista sfigato della fortunata serie tv Scrubs (della quale ha diretto anche alcuni episodi). Film apprezzabile, buona realizzazione e fotografia, buoni gli intenti, anche se "estrinsecati" con dialoghi densi di luoghi comuni, e francamente piuttosto pesanti. Si affronta la piaga, soprattutto statunitense, dell'abuso di farmaci (la ragione dell'atarassia del protagonista), e delle "cose" non dette. Buono lo sviluppo e soprattutto la spiegazione dei particolari del passato, svolto senza fare uso di voce fuori campo né di flashback, ruffiano l'uso della colonna sonora nelle scene considerate "madri", molto MTV, sdolcinato il finale. Come detto, apprezziamo le intenzioni, probabilmente c'è da lavorare un po' sopra al resto. Natalie Portman da morsi, gli altri nella norma, compreso Braff, che secondo me ha sempre la stessa faccia da tonto (probabilmente per questa parte era adatta).

20090906

mi chiedo

è possibile mettersi a piangere rivedendo JUNO?

le domande di alessio

Mercoledì scorso i Ministri suonavano qui in paese, e c'era anche mia sorella con mio nipote. Leggerete la recensione tra poche ore.
Mentre guardavamo i due gruppi di supporto suonare, mio nipote, che guardava esclusivamente i batteristi, mi domanda: "Ale, ma la batteria si suona con gli occhi aperti o con gli occhi chiusi?".
La mia risposta è stata: "La puoi suonare come ti pare. Se sai suonare bene puoi suonare tranquillamente ad occhi chiusi, puoi fare le smorfie mentre suoni, puoi tenere gli occhi sempre aperti, oppure, puoi stare come ti senti in quel momento: a volte ad occhi aperti, a volte ad occhi chiusi".
Pausa di alcuni secondi.
Poi, mi tira il braccio perchè lo guardi, e mi si rivolge con un occhio chiuso e uno aperto.
Mio nipote a volte ha un umorismo che mi ricorda il mio co-blogger, più che il mio.

pasta esotica


Spaghetti avocado e gamberetti


E siccome fassbinder è un blog italiano che guarda al mondo, eccovi una ricetta elaborata nel tempo e perfezionata con qualche viaggio, e i suggerimenti (parziali) di cuochi sconosciuti.


Io vi consiglio gli spaghetti nr.5, ma voi potete fare un po' come cazzo vi pare, e provarci anche le penne rigate, o le farfalle. Secondo me, non è necessario che gli spaghetti siano Barilla: a me piacciono molto anche gli integrali-biologici della Coop.


I gamberetti devono essere sgusciati, e l'avocado maturo al punto giusto, tagliato a pezzettoni abbastanza grossi, diciamo grossi come due dadi messi insieme. Fate scottare in una padella con vino bianco i gamberetti e i pezzettoni di avocado, mentre cuocete la pasta. Quando la pasta è al dente, scolatela dentro la padella dove state scottando avocado e gamberi, e mescolate appena appena.


Servite con abbondanza di pepe nero in "groppa". Pur restando un piatto mediterraneo, per via della pasta, potrete immaginare di trovarvi sulle rive dell'oceano, Atlantico o Pacifico che sia, gustando questo primo completissimo, fatto quindi di pesce e di frutta, seppur di un frutto molto particolare si stia parlando. Potete impreziosire (e appesantire decisamente) il piatto con l'aggiunta mirata di panna da cucina.


Lo chef Jumbolo rimane a vostra disposizione per suggerimenti da dare o da ricevere.

paese


Probabilmente avrete notato che, nonostante la costante presenza di post giornalieri, la mia è una presenza vagamente impersonale. Avete ragione.

Ho vissuto una specie di crisi personale, dovuta a continui problemi fisici, non gravi, per carità, ma i maschi della mia famiglia sono notoriamente "ficosi", leggi lamentosi in modo atroce, poco disposti alla sofferenza e capaci di far diventare un dolore leggero in un calvario.

Un nuovo blocco alla schiena, nel mese di luglio, ha di nuovo messo in discussione la problematica: adesso si parla di sciatica, fermo restando la predisposizione al mal di schiena dovuto alle riduzioni dello spazio intersomatico tra un paio di paia di vertebre.

Nella prossima settimana ho una TAC, TAC che l'ortopedico che ho visto mi ha preannunciato inutile, dicendomi che non ho ernie, e se ne avessi, sarebbero talmente piccole che nessuno mi opererebbe. Il problema, pare, sia il "rimettere in moto" in maniera corretta la schiena e i suoi muscoli, evidentemente malmessi da inattività e soprattutto dal lavoro sedentario che mi costringe a sedere dalle 9 alle 11 ore giornaliere; tenete conto che la mia passione per la scrittura mi porta a stare a sedere pure quando sono a casa, davanti ai due computer.

Quindi: massaggi, e ancora piscina, ma con un deciso cambio nello stile. Sto puntando ad arrivare ai 30 minuti (2,3 o anche 4 volte la settimana) esclusivamente a dorso. Ancora non ci siamo, perchè non so se lo sapete, ma lo stile dorso è particolarmente faticoso. Ma ci arriverò.

Al ritorno dal Sud America sicuramente mi iscriverò pure a un paio di sedute la settimana di ginnastica posturale. E questo è quanto.


Fisico a parte, ho sempre meno voglia di uscire, se non per uno scopo preciso: andare a lavoro, in piscina, dal fisioterapeuta, per vedere qualche persona che mi interessa davvero vedere, per andare allo stadio. Mi impegnerò in futuro ad uscire meno. Tempo fa mi sono ritrovato a fare alcuni acquisti che erano sintomatici: due nuove Moka (da uno e da quattro, per i giorni particolarmente sonnolenti) e un ventilatore (per alleggerire il surriscaldamento indotto da pc).

Ma che la vita sia fatta di paradossi, e noi stessi siamo dei paradossi viventi, lo dice il fatto che ultimamente ho sofferto spesso anche di attacchi di shopping compulsivo: ho saccheggiato un paio di negozi Decathlon (e meno male che saccheggiare Decathlon vuol dire al massimo spendere 100-130 euro), mi sono comprato un telefonino nuovo. Le foto di Alessio che avete visto qualche post fa sono fatte proprio con questo nuovo telefono.


Ho cercato di capire il perchè di questa crisi, abbastanza profonda e soprendente, per uno che si considera un viaggiatore e non un turista, per uno che fortunatamente il mutuo l'ha finito di pagare anni fa, e che toccando tutto quello che è dovuto, al momento non soffre di problematiche lavorative o economiche. A parte il malessere fisico, mi sono dato solo un'altra spiegazione: questo paese sta andando a rotoli, e io sto somatizzando il fastidio che mi genera questa situazione in questo modo. Ognuno ha il suo. C'è chi si incazza continuamente, c'è chi sale sulle gru. C'è chi emigra, e quest'ultima soluzione è una di quelle alle quali sto pensando sempre di più, seppur non a brevissima scadenza.

L'appunto che qualche mese fa mi fu fatto, a ragione, di insistere troppo su questo blog, su Berlusconi, lo tengo sempre presente, e sono arrivato al punto di non aver più voglia di interessarmene, tanto è vero che l'affaire Boffo l'ho realizzato con qualche giorno di ritardo.

Ma la verità è che non mi va di vivere in un paese dove accadono cose come queste, e Noemi si fa intervistare da un giornale inglese come un personaggio che conta (notizia ovviamente poi ripresa da tutti i quotidiani italiani).

Più che vergogna è fastidio. Un fastidio paragonabile ad un mal di schiena continuo. O a quello che i tizi di lingua inglese definiscono "a pain in the ass". Tra l'altro, secondo me ascoltare De Andrè non giova. Forse è meglio che cambio musica.

candelette


Badmotorfinger - Soundgarden (1991)


Probabilmente non è un disco di quelli che mi hanno cambiato la vita, e non è neppure il disco al quale sono più legato dei Soundgarden (ricordate la teoria dell'imprinting musicale? Ve la spiego nuovamente in un altro post), ma mi riesce davvero difficile indicare qualcosa di più maestoso nell'epopea del rock primi anni '90.


Un disco che contiene molte chiavi di lettura, stratificato. Mi ricordo una discussione infinita con un altro appassionato, nonchè musicista, sul fatto che a lui non piaceva perchè, sostenevo io, convinto ancora oggi di avere ragione, non l'aveva ascoltato in maniera attenta ai vari "livelli" (stavamo tornando in auto, la mia, dal concerto dei Pearl Jam del City Square a Milano, 1992, e io ad un certo punto volevo lasciarlo sulla Cisa, tanto mi aveva fatto incazzare dicendomi che Badmotorfinger non era un bel disco). Voglio dire, ci sono dei passaggi vocali in questo disco, nei quali Cornell, il fratello rocchettaro, ricorda Ronnie James Dio. Ma non è che devi aspettarti un pezzo adatto a Ronnie James: al contrario. Non so se ho reso l'idea.


La band di Seattle, o meglio, una delle, in questo terzo disco "allunga il passo" rispetto all'alternative rock di partenza e, soprattutto, dal noise rock vagamente ispirato ai Sonic Youth, ma ben più complesso, per riversare tutte le esperienze precedenti in una struttura di hard rock, o addirittura heavy metal, elaborandola in chiave quasi jazzistica (più concettualmente che praticamente), grazie alla perizia tecnica dei suoi componenti. Nonostante ciò che i detrattori possono dire, difficile immaginare canzoni con tempi dispari e complesse come quelle dei Soundgarden, suonate da un batterista che non sia Matt Cameron.


Detto questo, esaminando il disco pezzo per pezzo, si nota questo: il trittico iniziale composto da Rusty Cage, Outshined e Slaves & Bulldozers, è divenuto leggendario tra gli appassionati. Tre pezzi monumentali, a partire dal più dinamico (Rusty), arrivando al più mastodontico (Slaves), passando dal più "commerciale" (Outshined: un pezzo commerciale in 7/4), delineano dopo un quarto d'ora circa, la grandiosità di questo full lenght. A questo punto, una band "normale" si concederebbe, e anche il pubblico gli concederebbe, anche un mezzo passo falso. E invece i Soundgarden inseriscono un pezzo come Jesus Christ Pose, che hanno addirittura il coraggio di far uscire come singolo (ne esiste anche un video, che all'epoca fu censurato da MTV). Un pezzo di una pesantezza estrema, e di una complessità quasi inverosimile (per dire, la cover fatta da una band tecnica come i Dillinger Escape Plan, sul loro EP Plagiarism, è identica), indigeribile per una grande fetta degli appassionati di musica, indimenticabile per chi, dopo questo pezzo, li eleva a livello di cult band, a meno che non l'avesse fatto prima.


Quattro pezzi, e il disco potrebbe chiudersi qui. Arriva Face Pollution, e si passa ad una specie di pezzo punk suonato da dei jazzisti. Con i fiati. Una roba inverosimile.
Somewhere parte come una ballad, e si sviluppa asimmetricamente, vagamente indiana, vagamente araba, ma bella comunque, e non poco. Searching With My Good Eyes Closed comincia come uno scherzo, e prosegue con un incedere basso/chitarra che mette paura.

Room A Thousand Years Wide, a parte che meriterebbe un premio per il miglior titolo di sempre, ha un attacco folgorante e una parte vocale che lascia a bocca aperta. Mind Riot, pezzo suggestivo quasi inaspettato per un album così prepotente, ha una gamma di suoni di chitarra che fa perdere la testa. Alcuni di questi suoni influenzeranno molte band negli anni a venire. Pezzo superbo, che parte quasi in punta di piedi. Drawing Flies è un'altra specie di pezzo punk con fiati, dove la chitarra gioca a suonare un altro pezzo. Holy Water è decisamente un bluesaccio, dove Cornell si diverte a polverizzare record di acuti. Ritornello classicamente Soundgarden, anzi, Chris si porterà dietro questo modo di scrivere canzoni anche nella sua carriera solista, fino agli Audioslave, ma senza questa fascinazione blues.

Chiude New Damage, che qualche anno dopo ascolteremo su una compilation suonata con Brian May (una versione molto bella, su Alternative NRG, per Greenpeace), un pezzo quasi stoner, un po' Black Sabbath, molto Soundgarden, dove come al solito Cornell svolazza altissimo e Tahyil spadroneggia.
I Soundgarden, grazie anche all'innesto di Ben Sheperd, al massimo della forma e appunto, essendo una band dove tutti e quattro i componenti scrivono i pezzi, giocano a mescolare, come detto, noise, alternative, metal e indie, spiazzando continuamente l'ascoltatore e tirando fuori dal cilindro un disco ancor più massiccio del precedente. In pratica, un monolite.

La gamma di suoni che produce Kim Tahyil è impressionante. La potenza e la maestria della sezione ritmica è insuperabile. La voce di Cornell (il fratello rocchettaro, ricordiamolo), è....la voce di Cornell, poco da dire.


Interessantissima la versione denominata Badmotorfinger/SOMMS (Satan Oscillate My Metallic Sonatas: fateci caso, se attaccate le 5 parole ne esce una frase palindroma), con un cd aggiuntivo, l'EP appunto intitolato SOMMS, che contiene una fantastica (musicalmente praticamente identica all'originale) cover di Into The Void dei Sabbath, con il testo cambiato (una lettera attribuita al capo indiano Sealth, risalente al 1852, di una tribù della zona di Seattle, che spiega come bisogna prendersi cura dell'ambiente), se non ricordo male l'unico vero inedito (i tre pezzi che seguono erano già stati pubblicati come B sides di singoli), oltre a Girl U Want dei Devo, Stray Cat Blues degli Stones (una parola sola: bellissima), She's A Politician (degli stessi Soundgarden), e una versione dal vivo di Slaves & Bulldozers.

Succulento e imperdibile.

Lake Tahoe


Sul lago Tahoe - di Fernando Eimbcke 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


Progreso, nello Yucatán, Messico. Bassa stagione, caldo, sole a picco e vento fastidioso ugualmente. Juan, 16 anni, sbatte la macchina di famiglia dritto contro un palo, fortunatamente senza conseguenze per lui, ma l'auto non riparte. Comincia una lunga, interminabile, difficile, lentissima, ma divertente, ricerca di una possibile risoluzione al problema.

Tutte le officine sembrano chiuse; Juan, dopo una iniziale incomprensione, riesce a farsi dare una mano (è una parola grossa) dall'anziano Don Heber, sempre stanco, che vive solo col cane Sica, poi fa amicizia con Lucia, ragazza-madre commessa di un emporio di pezzi di ricambio, mentre aspetta David, un aspirante meccanico appassionato di arti marziali e filosofia orientale.

Pian piano, scopriremo anche che Juan ha una casa e una famiglia, e perchè stava "fuggendo" con l'auto.


Secondo lungometraggio per il messicano Eimbcke, che con questo film davvero minimale ha entusiasmato la critica, esce a fine agosto anche in Italia, in sale che riaprono stancamente. Ed è proprio il ritmo giusto, lo stesso di questo film, probabilmente lo stesso di gran parte del popolo messicano.

Lo stile è rigoroso e semplice: camera fissa per lunga parte del film, protagonisti che entrano ed escono dall'inquadratura, dissolvenze in nero un po' più lunghe del solito, a sottolineare un lasso di tempo che trascorre tra una scena e quella seguente.

Fotografia apprezzabile e ricerca di una certa simmetria nelle inquadrature, il film è sorretto dalla continua apparizione di personaggi strani, che però distolgono inizialmente dalla curiosità per la storia vera e propria, storia che si rivela nella seconda parte e porta ad un finale delicato e ottimista, nonostante quello che è accaduto.

Vagamente autobiografico, scritto insieme a Paula Markovitch che lo ha coadiuvato anche nel suo debutto Temporada de patos, si avvale di attori non professionisti a parte il protagonista Juan, interpretato da Diego Cataño, già utilizzato al suo debutto da Eimbcke e visto anche negli ultimi due film di Rodrigo Plá La zona e Desierto adentro, dai quali riceve prove spontanee e apprezzabili, il film è più che accettabile concettualmente, ma esasperante nella sua lentezza, nonostante duri 90 minuti scarsi, e mette a dura prova lo spettatore con dialoghi involontariamente divertenti, e riferimenti a cinema di un certo spessore, ma eterogeneo: il cane di Don Heber si chiama Sica, in onore di Vittorio De Sica, e David porta Juan al cinema a vedere un film di Bruce Lee.

Un film in definitiva discreto, sono più cauto rispetto alle critiche che ho letto.

20090905

sollevamento pesi


converse-all star


inside


Dentro me - La Crus


Come naturalmente saprete già, ogni disco ha una storia a sè, per ognuno di noi. Questo disco l'ho sviscerato diversi anni dopo la sua uscita, che risale al 1997. E mi ha fatto amare profondamente i La Crus. L'ho ascoltato a fondo, durante una vacanza nel 2001, durante la mia occupazione primaria, in estate: l'abbronzatura. Certo, su una spiaggia greca viene meglio.

Pensate inoltre che alternavo principalmente questo disco con Lateralus dei Tool. Eppure, fin dall'iniziale Per mano, jazzata e carezzevole riflessione sull'amore e sulla vita, con un testo come sempre splendido ("ho avuto dalla mia la felicità e stanche carezze che mi han tagliato in due metà"), questo disco di questa band che ha scritto pagine importantissime e sottovalutate di musica italiana, nella scia di grandi del passato quali Piero Ciampi e Paolo Conte (ma non solo), ti prende, manco a farlo apposta, per mano, e ti conduce lungo un cammino agrodolce, fatto di suoni internazionali ma di emozioni mediterranee.

Già al secondo pezzo, Come ogni volta, che appare in una versione leggermente diversa in chiusura, si potrebbe chiudere il discorso ed etichettare Dentro me con il bollino capolavoro.

La title track, inserita come traccia numero 3, è superlativa, straziante, sofferta. Tutte le volte che mi sono innamorato ed ho sofferto, questa è la canzone che il mio cuore ferito cantava con rabbia. Correre appartiene al reparto più sperimentale dei milanesi, ma continuando a scorrere la track list capisco che non farei altro che osannare ogni pezzo.

Rileverò quindi solamente che Dragon è una cover di Paolo Conte, che perfino lo strumentale Da un'altra parte ha il suo perchè, e che, tra le pieghe di questo bel disco, si nascondono amichevoli partecipazioni di Cristina Donà, Vinicio Capossela, Manuel Agnelli, Cristiano Godano.

questa è l'Inghilterra?


This Is England - di Shane Meadows 2006


Giudizio sintetico: si può vedere


Nottingham, Inghilterra, 1983. La guerra delle Falkland, durate neppure due mesi nel 1982, è alle spalle, ma c'è chi non è tornato: è il caso del padre di Shaun, undici anni senza molti amici, reso evidentemente introverso dalla tragedia, che cerca di elaborare il lutto insieme alla madre. Un giorno a scuola, un ragazzo un po' più grande lo deride a proposito del padre, e Shaun si scatena facendo a botte. Mentre torna a casa passa in un sottopassaggio dove stazionano degli skin, e Woody, il più carismatico del gruppo, lo prende in simpatia perchè particolarmente giovane, e capendo il suo momento di sconforto ed arrabbiatura. Questo "affratellamento" giova a Shaun, che, tra l'altro, oltre a sentirsi considerato, riesce ad avvicinarsi a Smell, una ragazzina un po' più grande di lui, che gli piace, e si accorge che anche a lei lui piace. Ecco però che arriva un elemento fortemente destabilizzante: esce dal carcere Combo, un trentenne prepotente, amico del gruppo, che però vuole politicizzarlo. Alcuni lo seguno, altri no: Shaun lo segue, Woody no, e Shaun diventa il prediletto di Combo, finché...


Shane Meadows è uno sceneggiatore e regista inglese che non riesce ad avere "diffusione": l'unico film che ha avuto una certa notorietà da noi fu Ventiquattrosette nel 1997, ed anche questo This Is England non ha certo avuto una buona distribuzione (anzi, al contrario, mi pare che la versione italiana proprio non esista, o si trovi con grande difficoltà). Eppure, il "ragazzo" (è del 1972) ha qualcosa da dire. Questo "quadretto" dell'Inghilterra sub-proletaria (e parecchio "disoccupata") dell'epoca thatcheriana risulta particolarmente riuscito; inoltre, riesce a mettere nel "piatto" diversi temi, e, anche se non li sviluppa proprio a fondo, riesce a cavarsela piuttosto bene ed a rendere l'idea in maniera esauriente e perfino con un pizzico di poesia (il finale, molto bello). Ottima colonna sonora, discreta la fotografia, più che sufficiente la regia e la direzione degli attori. Bella prova di Stephen Graham (Snatch, Gangs Of New York, Il maledetto United), belli i volti di Vicky McClure (Lol) e Joseph Gilgun (Woody), toccante Thomas Turgoose (Shaun), alla madre del quale è dedicato il film: è morta di cancro poco prima dell'uscita del film.

20090904

gheddafi vs svizzera

ecco qui.
ci manca solo che quel deficiente di silvio appoggi l'idea...
che ridere...
l'unica cosa positiva sarebbe che i padani sarebbe trattati da terroni dai ticinesi!

di continuo

Ti vedo di continuo
nei visi di un continente diverso
troppo spesso dimenticato

Ti vedo per strada
nel volto di un'attrice
nei gesti di un personaggio di un documentario

Ti vedo spesso
ti vedo troppo e la cosa mi preoccupa
ti vedo riflessa sul vetro
dunque apro la finestra
e ti faccio scomparire
per essere sicuro
alzo anche le tapparelle
per farti volare via

Ti sogno
quando mi addormento
mi abbandono completamente
alla visione di te da vicino
poi mi sveglio
di soprassalto
e realizzo
che non mi sei mai appartenuta
che sei un'onda
un odore un lampo
un sorriso in una giornata storta
sei un prodotto della mia immaginazione fervida
costantemente in movimento
perennemente in equilibrio
tra lucidità e follia

Eppure
ti vedo
oppure ho solo
bisogno di te

le dîner de cons


La cena dei cretini - di Francis Veber 1998


Giudizio sintetico: si può vedere


Trama semplicissima: ogni mercoledì sera, un gruppo di amici francesi, molto ricchi, molto snob e molto supponenti, organizzano la cosiddetta "cena dei cretini". Ognuno deve invitare un personaggio, ritenuto appunto "cretino" (credo che l'originale con abbia un'accezione più ampia), una persona piuttosto limitata, con interessi strani e abbastanza inutili, con una vita considerata miserabile o quantomeno vuota, una persona da prendere in giro, una persona di cui ridere; mettere insieme una bella tavolata di persone così, e prenderle per il culo tutta la sera, ed eventualmente vantarsi con gli amici di essere riusciti a trovare il più cretino. Non solo: si arriva perfino a fare scouting. Infatti, per il mercoledì che è in arrivo, l'editore Pierre Brochant non è riuscito a trovare nessun cretino degno di nota, e ne parla sconsolato al club di lusso da lui frequentato con l'amico Jean, che invece "è a posto". Jean, mentre si reca a Biarritz con il TGV a trovare l'anziano padre, casualmente conosce in treno François Pignon (nome e cognome che ricorrono nelle opere di Veber), potenzialmente un cretino coi fiocchi. Lo segnala prontamente a Pierre, che lo invita addirittura a prendere un aperitivo da lui prima di andare a cena: la scusa è, visto che Pignon nel tempo libero (e ne ha tanto, visto che la moglie lo ha lasciato per un collega) costruisce modellini di ponti o monumenti in genere, con i fiammiferi, pubblicare un libro sui suoi modellini. Mentre Pierre, eccitato dal "cretino" in arrivo, non vede l'ora di conoscerlo e di portarlo alla cena, certo di sbaragliare la concorrenza, si procura un "colpo della strega" alla schiena giocando a golf. Non è che la prima di una serie interminabile di sventure che occorreranno a Pierre, e che certamente l'arrivo di Pignon non contribuirà ad arrestare. Anzi...


Spassoso film francese di un maestro del genere (ricordo il divertente L'apparenza inganna, ma anche che Veber ha messo le mani addirittura alla sceneggiatura de La cage aux folles, leggi Il vizietto, per cui vi ho già detto tutto), che traspone una sua opera teatrale (grande successo anche quella), replicata poi un po' dappertutto; non si ha la sensazione di un'opera mututa dal teatro, e questa è già una bella cosa. Gli attori sono in parte, e Jacques Villeret (Pignon) è un cretino perfetto. Ci si diverte già nella prima parte, addirittura prima dei simpatici titoli di testa, ma da quando Pignon arriva a casa Brochant, è tutto un susseguirsi di risate, fino alla fine, un secondo prima dei titoli di coda, con il "colpo di scena" finale, che produce ilarità a non finire.

Grande ritmo, film divertentissimo e mai stupido.

20090903

tradimento


You Fail Me - Converge


Per darvi un'idea, questo è il mio album preferito da portare nel lettore mp3 al mare. Per spiegarvi ancora meglio: al mare, mentre mi abbronzo, preferibilmente dormo. E in spiaggia, i rumori, un po' come dappertutto oggigiorno, abbondano. Bambini che strillano, fiorentini che parlano col loro tono normale (urlando), fischi, pallonate, radio, annunci ai microfoni. Per estraniarmi, è necessario musica particolarmente rumorosa, che non riesca a farsi "superare" anche se gli auricolari isolano poco.

Questo, per dire della "rumorosità" dei Converge. Questo disco del 2004 poi, è particolarmente riuscito, non vorrei sbilanciarmi, ma forse il loro migliore, selvaggio e abbastanza maturo.

Come ebbi a dire tempo fa, il suono dei ragazzi di Salem, e soprattutto il "canto" (ma sarebbe più opportuno usare termini come "lamento", "rantolo", tenendo conto che "grido" è limitante e gli altri due proposti prima vanno intesi in senso positivo) di Jacob Bannon, mi ha sempre dato l'idea di essere un po' il grido di disperazione di un'umanità ferita, disperata, condannata. Pezzi come Hanging Moon, posta in chiusura, come un martello su un ematoma, o un coltello sporco che scava dentro una ferita già infetta, danno il senso di questo dramma.

C'è un'atmosfera che sembra "andare in pressing" fin dalla conclusione dell'intro iniziale denominato First Light, che combacia nell'incessante attacco di batteria della seguente Last Light (come dire, la speranza dura esattamente come l'intro, un minuto e zero uno secondi).

La chitarra allucinata e visionaria di Kurt Ballou, supportata dal drumming inesauribile, preciso, infallibile di Ben Koller, reso ancor più roboante dal basso di Nate Newton, creano un sound che deve molto all'hardcore punk più estremo (Black Cloud, Drop Out, Hope Street, Heartless, un quartetto di pezzi che stroncherebbero chiunque), ma che affonda le proprie radici anche nel metal di derivazione slayeriana (ascoltare Eagles Become Vultures, o il finale di Death King, oltre che la title track, You Fail Me), e quindi, a sua volta, tutte le influenze cronologicamente a loro antecedenti.

Un ascolto impegnativo, che può rivelarsi un'esperienza davvero intensa.

amore e altre storie


Amor, curiosidad, prozak y dudas - di Miguel Santesmases 2001


Giudizio sintetico: si può perdere


Tre sorelle, nella Madrid anni '90: Cristina detta Cris, bella, sensuale, che passa da un amore all'altro, vive da sola o con un'amica nel caos totale, lavora la notte al bar di un locale, usa qualsiasi tipo di droga a parte l'eroina e dorme di giorno ("le mattine sono mie, e mie soltanto"); Rosa, che compie 30 anni e se ne ricorda mentre è in coda per andare a lavorare, una donna-manager affermatissima, arrivata dove poche altre donne sono riuscite ad arrivare, con la vita sociale azzerata, lesbica repressa e dipendente invisibile da prozac; Ana, casalinga modello, madre amorevole e moglie servizievole, ha sposato una specie di estraneo ed inizia a rendersene conto passati i 30 anni, dando segni di cedimento inesorabile. Lentamente, vivono le loro vite non occupandosi per niente di quelle delle sorelle, che pure amano, perchè sono troppo impegnate a buttare via le loro.


Trasposizione dell'omonimo romanzo di debutto della scrittrice spagnola Lucía Etxebarría (molto bello), al quale cerca di essere più possibile fedele, avvalendosi della collaborazione della stessa scrittrice nella stesura della sceneggiatura, risulta un po' troppo sbilanciato verso la relazione di Cris con Willy, e molto meno attento alla psicologia delle tre sorelle, e al loro cambiamento "in divenire", annullando così la potenza del racconto, e risolvendosi nella scena dell'ospedale, scena che non ha il giusto pathos. Sappiamo della difficoltà di trasporre la parola scritta sullo schermo, ma è davvero un peccato che un romanzo del genere sia andato sprecato.

Tra le interpretazioni, colpisce soprattutto quella della bella Pilar Punzano, che con gli anni si è persa in televisione.

20090902

settembre

che poi scrivere è tanto libberatorio.
ho letto trilogia di new york di paul auster. a me auster piace un bel pò. vi consiglio per iniziare leviatano. vale la pena.
ho poi comprato un paio di armadi pax grigi per la cameretta all'ikea. li ho montati e ho spostato la libreria in camerona. cambiare disposizione dei mobili rende tutto nuovo.
comprati all'ikea ho:
2 tavoli studio
1 tavolo pranzo
2 librerie di legno piccole
1 libreria di legno grandissima in camerona
1 libreria rossa in sala
1 armadio a vetro rosso in sala
1 letto matrimoniale
2 armadi a cassetti
2 armadi guardaroba
più altri piccoli oggetti quali ceste, raccoglitori etc.
un pò troppo, ma infondo all'ikea c'è l'aria condizionata che d'estate ci si sta di un bene a passeggiare nel negozio vuoto...

more


Voglio di più - Angeli


1999, gli Angeli, creazione dell'ex chitarrista dei mitici Negazione, Roberto "Tax" Farano, che in questo caso canta pure (con una erre moscia quasi incredibile), e dell'ex batterista degli Indigesti, Massimino, altra hardcore punk band italiana seminale, fanno uscire il secondo disco passando decisamente ai testi in italiano, a differenza del debutto (omonimo, del 1997) nel quale cantavano in inglese (un solo pezzo in italiano, E' un angelo). Al basso c'è Marco Conti, subentrato a Luca Marzello.

E' un disco a dir poco coinvolgente, straordinariamente dinamico e incredibilmente orecchiabile, seppur durissimo, veloce, urlato.

L'inziale title track mette in chiaro le cose: chitarre che debordano da ogni parte, batteria che pesta forte, testo disperato, assolo gustoso e qualche armonico a rifinire. La seguente Niente per me lascia intuire, rallentando di poco, ma conservando una discreta orecchiabilità insieme alla corretta carica punk, che paradossalmente la band avrebbe avuto delle potenzialità commerciali grandissime. Vivo parte sottovoce, addirittura con la bacchetta sul bordo del rullante ad accompagnare il cantato dell'introduzione, dopo di che cresce di intensità, entrano le distorsioni, fino ad arrivare al ritornello liberatorio. Non contate su di me e Facce conosciute sono due buonissimi pezzi mid tempo, ancora con ottimi ritornelli e bei riff, Capirai si presenta con un bellissimo incedere quasi marziale e molto, molto Negazione, con una frase iniziale che conquista immediatamente: "I vantaggi di essere umano non mi piacciono più". Fra i pezzi migliori. Certo, anche Il mondo nuovo, velocissima e decisa, non è da meno. Classico "stacco" rallentato dopo il ritornello, e via di nuovo a "cavalcare" il classico tempo punk.

Con le mie scuse è senza dubbio il mio pezzo preferito di questo disco. Tempo rallentato, testo vagamente sentimentale, dalle molteplici possibilità di interpretazione, ritornello ruffiano all'inverosimile. Al contrario del primo disco, segue l'unico pezzo in inglese, Breakfast In Hell, forse il meno valido del disco, poco più di un intermezzo. Rock'n'Roll è passabile, ma niente di che, ma si chiude con Cazzi miei, un altro dei picchi di questo disco molto molto interessante, ma purtroppo dimenticato.

Da scovare e riscoprire con gusto.

o' horten


Il mondo di Horten - di Bent Hamer 2009


Giudizio sintetico: si può perdere


Odd Horten è un sessantasettenne norvegese della capitale, che vive solo (non sappiamo se single, vedovo, divorziato o cos'altro) in un piccolo appartamento, vicino alla ferrovia, e da quasi quarant'anni guida il treno superveloce Oslo-Bergen. Taciturno, posato, abitudinario, fuma la pipa e va a trovare la madre, che vive in una residenza per anziani ma che non parla e guarda dalla finestra. Sua madre, da giovane, voleva fare il salto dal trampolino con gli sci, ma a quei tempi, alle donne non era permesso.


Odd è alla vigilia della pensione. Deve fare il suo ultimo viaggio verso Bergen, ed ha deciso che per tornare, prenderà l'aereo. La sera prima, i colleghi lo festeggiano e gli consegnano l'ambita (non da lui, che non ama premi e cerimonie) locomotiva d'argento, per quasi 40 anni di attività, ma qualcosa va storto e la mattina non riesce ad arrivare in tempo. Da quel momento, sarà un susseguirsi di accadimenti strani.


Ho "inseguito" un po' questo film, prima della "chiusura" della scorsa stagione, e quando ho visto un cinema che riapriva con l'ultima fatica del norvegese Hamer sono andato fiducioso. Forse troppo.

Dopo Kitchen Stories, molto molto bello, rimasi deluso da Factotum, magari perchè mi aspettavo troppo da Matt Dillon in un film su Bukowski; questo Il mondo di Horten mi ha in parte deluso: non l'ho trovato geniale come mi sarei aspettato da Hamer.

Troppo lunga l'introduzione, il passaggio del protagonista alla pensione "conclamata", troppo onirica, confusa e confusionaria la parte seguente, che è tutto un pretesto per dirci quello che il regista, per mezzo del finale a dire la verità non troppo chiaro, a proposito di vivere i proprio sogni e, magari, quelli degli altri, per realizzare qualcosa rimasto incompiuto.

Si apprezza l'idea, come pure una parte della realizzazione, le prove del cast, qualche situazione talmente illogica e grottesca da risultare ovviamente simpatica, ma nel complesso il film scorre malissimo e risulta pesante a dispetto dell'ora e mezzo scarsa di durata.

Peccato.

20090901

allontanare le tigri


Send Away The Tiger - Manic Street Preachers


Per qualche strana ragione, non mi ero accorto di questo disco dei Preachers uscito nel 2007. E pensare che, ragione per cui l'amico Filo mi ha segnalato il video-clip del singolo Your Love Alone Is Not Enough, c'è addirittura un duetto con Nina Persson, un'artista che amo particolarmente, a dispetto del fatto che lei si ostini ad ignorarmi.

E devo dire che preferisco ascoltare questo, rispetto all'ultimo Journal for Plague Lovers, che non è male, ma non ha una serie di pezzi belli, semplici e facilmente assimilabili, come questo.

Tra l'altro, a mio modesto giudizio, se la gioca con quello che probabilmente rimane il loro disco più bello e, probabilmente, anche quello con maggior successo commerciale, This Is My Truth Tell Me Yours, del 1998.

I Preachers conservano la loro caratteristica principale, che li rende forse unici: parlare di temi politico-sociali conservando una certa "leggerezza" musicale, associando testi che parlano del (presunto) assassino di John Kennedy (I'm Just A Patsy), di violazioni dei diritti umani (Rendition), di neo-colonialismo (Send Away The Tiger, Imperial Bodybags), e di altre amenità, come purtroppo ben sappiamo, poco interessanti oggi.

E' vero che il loro stile può risultare a volte pomposo, e spiccatamente pop, nonostante le chitarre rimangano ben distorte; se però vi piacciono così come sono, questo è senz'altro un buon disco, con un trittico iniziale che ti stende, e una media tra tutti i 10 pezzi (11, nell'edizione "normale", c'è una ghost track non casuale, una buona versione di Working Class Hero, oppure 14 nell'edizione giapponese, 2 pezzi in più, la cover citata poc'anzi e la versione acustica di Send Away The Tiger) molto alta.

the boat that rocked


I Love Radio Rock - di Richard Curtis 2009


Giudizio sintetico: si può vedere


1966, Regno Unito. La BBC Radio trasmette pochissima musica pop e rock, che, al contrario, sta conoscendo un successo inarrestabile. Le uniche radio che la trasmettono sono emittenti private che "lanciano" il loro segnale da battelli ancorati in acque britanniche, perchè non è legale trasmettere da terra. Tra queste, c'è Radio Rock, che trasmette dal Mare del Nord. Capitanata da Quentin, raccoglie un manipolo di DJs che trasmettono 24 ore al giorno, suddividendosi i generi e le fasce orarie, e molti milioni di inglesi non ascoltano altro. Quando Sir Alistair Dormandy, un ministro del governo, decide di farli chiudere, provandoci in ogni modo, è il 1966.


Premesso che il giorno seguente alla visione ho chiesto i soldi del biglietto indietro all'amico Filo, leggendo il curriculum di Curtis non si poteva certo chiedere di più (è il suo secondo film dopo Love Actually - L'amore davvero, divertente, colorato, ma leggero leggero, quasi impalpabile; inoltre, sceneggiatore per 4 matrimoni e un funerale, molti episodi tv di Mr. Bean, Notting Hill, i due Bridget Jones, Mr. Bean's Holiday e tantissima televisione), anche se gli siamo grati per aver dimostrato di essere così devoto alla musica di qualità.

Ispirato alla storia (vera) di Radio Caroline, il film, anche questo coloratissimo, è sorretto da una parte da una colonna sonora monumentale, sulla quale però c'è da far notare che ci sono degli svarioni temporali, con i quali Curtis "piega" l'utilizzo di grandissimi pezzi usciti dal 1967 in poi, alla "messa in onda" nel 1966; dall'altra, da una sceneggiatura quasi ridicola. L'espediente narrativo per "salire" sulla nave (da notare il titolo italiano, che è stranamente in inglese, ma non è quello originale - The Boat That Rocked - , che comunque avrebbe stimolato il pubblico a capire, o a cercare di, il simpatico doppio senso), è quello del figliastro di Quentin, Carl, che viene mandato lì in punizione dalla madre, perchè va male a scuola ed è sorpreso a fumare. Niente di più ridicolo.

I personaggi sono tutti simpatici e divertenti, e i principali sono chiaramente ispirati a rockstar esistite, o comunque a stereotipi del mondo rock, anche se a livello di battute si poteva fare di meglio, e non sono certo approfonditi psicologicamente, ma la storia vera e propria (la "battaglia" del ministro contro le radio "pirata") scorre con difficoltà, e a volte quasi dimenticata, in mezzo a tutta una serie di gag slegate tra di loro, che, unite a una eccessiva lunghezza (più di due ore), fanno si che, tra una Dancing In The Street e una A Whiter Shade Of Pale, tra una The Wind Cries Mary e una Father and Son, ci sia ampiamente il tempo di annoiarsi.

Pro e contro, così come, a livello di regia, il punto più alto è il "duello" tra Il Conte e Gavin Cavanagh, una scena acrobatica girata in maniera davvero suggestiva, il punto più basso è il finale (anche a livello di sceneggiatura, a dire il vero), dove, se i film fossero girati in sequenza cronologica, si potrebbe supporre, per la pochezza dell'allestimento, che fosse terminato il budget.

Ad essere sinceri, nel mio personale giudizio prevalgono i contro, ma noto in giro che il film, tutto sommato, è piaciuto. Merito senz'altro del cast davvero ricchissimo, e di performance di certo non intense, ma comunque piacevoli: Bill Nighy, Kenneth Branagh, Philip Seymour Hoffman, Rhys Ifans, Jack Davenport, cameo per Emma Thompson e per la bellissima January Jones (la Betty Draper, moglie di Don, di Mad Men; era in Love Actually, l'abbiamo vista in Le tre sepolture di e con Tommy Lee Jones); con questo ben di Dio, era difficile fare peggio, anche impegnandosi.

20090831

filo


Le fil - Camille


Mi sono messo a riascoltare per caso il secondo disco della francese Camille, del 2005, e cercando notizie per parlarvene, ho finalmente capito il senso di un detto popolare non conosciutissimo: "gli ha tenuto bordone".

Infatti, la principale particolarità di questo bell'album soffuso e molto africano, è una nota che dura per tutto il disco, e che unisce le tracce. E' un Si, e in gergo, soprattutto classico, si definisce (appunto) bordone. Il "filo" del titolo.

Come già detto, l'album suona molto "africano": i pochissimi che conoscono le Zap Mama si stupiranno del fatto che Marie Daulne (la leader) non abbia accusato di plagio Camille. E questo nonostante Camille abbia tra le sue influenze soprattutto la bossa nova, e abbia collaborato, tra il suo debutto da solista (nel 2002 col precedente Le sac de filles) e questo disco, con i Nouvelle Vague al loro primo disco del 2004, esattamente nei pezzi Too Drunk to Fuck, In a Manner of Speaking, The Guns of Brixton e Making Plans for Nigel.

Molta voce, ovviamente, pochi strumenti, ritmo e ripetizioni, belle melodie, cantato in francese (e quindi affascinante quasi per forza) ad eccezione di Baby Carni Bird, dove ci ricorda qualcosa di Erykah Badu.

Se siete alla ricerca di atmosfere sofisticate, ecco qua il disco che fa per voi.

11 settembre 2001


Fahrenheit 9/11 - di Michael Moore 2004


Giudizio sintetico: da vedere


Innanzitutto, diamo atto a Moore di essere riuscito a "sdoganare" il documentario al cinema, aiutato da diversi fattori; era un po' che non si vedeva in giro un'eccitazione e un'attesa del genere per un "film" dai contenuti simili.

Insospettito da tanta attesa, impaurito dalla possibilità che Moore potesse essere diventato trendy, e che magari si fosse anche montato la testa, mi avvicino a questo "Fahrenheit 9/11"; e ne rimango folgorato.

Si parte dai sospetti sui presunti brogli elettorali che avrebbero permesso a George W. Bush di diventare presidente USA, si continua con un esame di quello che ha fatto e di quello che non ha fatto a livello decisionale e di "impiego del tempo" (spassoso), la sua parte nella tragedia dell'11 settembre, i suoi legami con la famiglia Bin Laden, le guerre nelle quali ha trascinato il suo paese.

Il taglio è sarcastico nella prima parte, com'è nel suo stile; ma provate ad immaginare di essere davanti ad un'inchiesta giornalistica alla televisione; tutto va in una direzione, ma è ben documentato, ed è l'obiettivo del "servizio" del resto.

Quello che soprende (ma, in effetti, non dovrebbe), è che questo lavoro è fortissimamente americano (o pro-americano); si comprendono (anche se sono ingiustificate) le accuse di aver fatto un film anti-arabo, mosse da alcune fonti arabe, appunto; ma si capisce soprattutto quanto Moore tenga alla "salute" del suo paese (non risparmia neppure i democratici, vedi la seduta presieduta da Gore, nella quale non si trova nemmeno un senatore disposto a firmare un'interpellanza di protesta sull'operato dei giudici sul conteggio dei voti in Florida, dopo le ultime elezioni).

Infatti, per l'ultima parte, la più toccante, con la madre e la famiglia del militare concittadino di Moore (Flint, Michigan) morto in Iraq, abbandona il sarcasmo. Anzi, forse preme un po' troppo sul pedale della retorica e del dramma umano (anche se del tutto reale).

Detto fuori dai denti, non ce ne può fregare di meno; la retorica, in questo caso, è giustificata dal fine: un mondo senza guerre.

Documento che, forse, sposta i confini del cinema moderno.