No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
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20080217

Charlie Wilson's War


La guerra di Charlie Wilson - di Mike Nichols 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Siamo negli anni '80, negli USA. Charlie Wilson è un deputato del Texas al congresso, conosciuto solo perchè gli piacciono l'alcol e le belle donne. Ma Charlie sa il fatto suo. Incuriosito dall'invasione russa dell'Aghanistan, sollecitato dall'amica Joanne Herring, una conservatrice di ferro libertina ma devota cattolica, aiutato dall'agente CIA Gust Avrakotos, una spia poco diplomatica, riuscirà a mettere in piedi una strana alleanza segreta tra Egitto, Israele e Pakistan per fornire i mujaheddin afgani di armi all'avanguardia per contrastare (e poi respingere) l'Armata Russa.


Mike Nichols è una vecchia volpe, e un regista capace di cambiare genere con grande disinvoltura. Il film in questione è gradevole e ben girato, ha un gran bel ritmo e si avvale di un cast di tutto rispetto con prestazioni interessanti, ma non eccelse (questo lo dice chi vi scrive, visto che Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Gust Avrakotos è candidato all'Oscar come miglior attore non protagonista: a me pare abbia recitato meglio in altri film, così come Tom Hanks, Charlie Wilson, divertente ma poco credibile come donnaiolo incallito e alcolizzato sempre sulla linea di galleggiamento, e Julia Roberts, sempre splendida ma qui a filo di gas). La guerra di Charlie Wilson ha senz'altro anche un altro grande merito: ci apre uno spaccato interessante su come funzioni la politica americana, sia quella estera che quella interna. La parte dello scambio di voti da parte di un rappresentante di una parte di elettorato "che non chiede mai niente" come quello del protagonista, è probabilmente la più interessante. Qui arrivano i difetti: è la parte trattata con meno attenzione. Preoccupato un po' troppo di piacere a tutti, Nichols, che si ispira al libro del giornalista della CBS George Crile III, che fu davvero al fianco di Wilson fino in Afghanistan, non graffia fino in fondo, e rimane perennemente in bilico tra denuncia e facile patriottismo, fino ad un finale fin troppo retorico e conciliante, seppur amaro.

20170615

Mai lasciare

Neva Left - Snoop Dogg (2017)

Come sapete, non sono un esperto di hip hop, ma mi piace ascoltarlo ogni tanto, e mettermi alla prova. Snoop è un personaggio simpatico, divertente ma assolutamente non stupido, e devo dire che con questo suo quindicesimo disco (il ragazzo di Long Beach, California, ha ultimamente una prolificità invidiabile), uno dei pochi che ho ascoltato in maniera approfondita, mi ha stupito positivamente per la varietà di influenze, e per la maniera magistrale con cui padroneggia le rime e il cosiddetto flow. Solita infinita lista di featuring (Rick Rock, Big Tray Dee, K Camp, Stresmatic, October London, Too Short, Nef the Pharaoh, Devin the Dude, Wiz Khalifa, DJ Battlecat, BadBadNotGood, KRS-One, Redman, Method Man, B-Real, Charlie Wilson, Teena Marie, Big Bub, Kendrick Lamar) e un disco di fattura pregiata, che, sia dal punto lirico che musicale, ci ricorda che Snoop ha ancora da dire la sua. E infatti, "he never left".



As you know, I'm not an expert in hip hop, but I like to hear it every now and then, and try it out. Snoop is a funny person, funny but absolutely not stupid, and I must say that with this fifteenth album (the boy from Long Beach, California, has lately been extremely prolific), one of the few that I listened in depth, I was amazed positively for the variety of influences, and for the master way with which he holds the rhymes and the so-called flow. The usual endless list of featuring (Rick Rock, Big Tray Dee, Camp K, Stresmatic, October London, Too Short, Nef the Pharaoh, Devin the Dude, Wiz Khalifa, DJ Battlecat, BadBadNotGood, KRS-One, Redman, Method Man, B -Real, Charlie Wilson, Teena Marie, Big Bub, Kendrick Lamar) and a high-quality billboard that, from both lyrics and music, remembers Snoop still has to say. And in fact, "he never left".

20150421

Corsa

Ride - Motor Sister (2015)

Ritrovare Scott Not Ian in un progetto come Motor Sister può stupire solo chi non ha mai capito il personaggio, e probabilmente anche la musica rock in generale. Se ricordate, come me, con grande piacere gli Anthrax, ed in particolar modo le loro cover favorite (giusto per rinfrescarvi la memoria, andatevi a rispolverare Anthems, piuttosto recente, ma, come dico lì, hanno sempre avuto grande passione per rifare pezzi di altre band da loro preferite), arriverete molto semplicemente al background di Scott, e sicuramente degli amici con i quali condivide questo debutto, paradossalmente fresco, nonostante lui e gli amici siano tutti di mezz'età, come amo dire anche di me (suona male, ma non c'è possibilità di smentita, anzi, a 50 sei ben oltre la mezza età, rispetto all'età media).

L'idea nasce proprio dall'occasione del cinquantesimo compleanno di Scott. Voleva in tutti i modi regalarsi l'occasione di suonare insieme ad un musicista che ammirava da sempre, così come la sua band, i Mother Superior (band che ha accompagnato pure Henry Rollins per diversi dischi). Il musicista è il cantante e chitarrista Jim Wilson, un tizio che ha lavorato con Daniel Lanois, e che ha sempre spaziato tra i generi. Niente di più facile: la moglie di Scott, Pearl Aday (figlia biologica del batterista di Janis Joplin, notare il nome, e di Leslie Aday, moglie di Meat Loaf, che è quindi divenuto il patrigno di Pearl), cantante che durante la sua carriera solista aveva lavorato con i Mother Superior, fa una telefonata a Jim, eccitato dall'idea di tornare in pista, ed è fatta. Scott coinvolge due amiconi che sa essere fan dei Mother Superior: il batterista John Tempesta (inizialmente tecnico di Charlie Benante degli Anthrax, poi con Exodus, White Zombie, Rob Zombie, Scum of the Earth, Testament, Helmet, The Cult, Black Label Society, Toni Iommi) ed il bassista Joey Vera [storico bassista degli Armored Saint, prima scelta dei Metallica (vista l'amicizia tra le due band) dopo la morte di Burton, proposta rifiutata per spirito di corpo (come forse vi ho già raccontato mille volte, anche il cantante John Bush rifiutò, agli inizi dei Metallica, quando ancora Hetfield non era convinto del suo doppio ruolo di chitarrista e cantante, la proposta di entrare a far parte dei Metallica in qualità di cantante, in quanto troppo legato agli Armored Saint), poi bassista dei Fates Warning, con un sacco di altre collaborazioni all'attivo], tiene la moglie in formazione per i backing vocals, e alla fine ne esce un disco, oltre al regalo di compleanno.
Come anticipato poc'anzi, il disco suona fresco, spontaneo, con sonorità dure, ritmiche ovviamente pompate, una (ancora ovviamente) perfetta sezione ritmica, begli assoli, canzoni sempre alla ricerca di grandi parti melodiche, la bella voce di Wilson in grande evidenza (in moltissimi passaggi vi sembrerà di sentire degli inediti degli Audioslave, garantito), e un ovvio tributo al grande hard rock dei '70, ma suonato con la potenza di una band di thrash metal. Tutto prevedibile, si, ma tutto decisamente bello da ascoltare.
Chissà se avrà un seguito: nel frattempo, godiamoci questo Ride.



Motor Sister (from the Mother Superior song Little Motor Sister) is a super group formed by Anthrax's rhythm guitarist Scott Ian, his wife Pearl Aday, ex Mother Superior guitarist Jim Wilson, Armored Saint's bassist Joey Vera and drummer John Tempesta (Exodus, White Zombie). They come from a "present" Scott wished for his fiftieth birthday: play with one of his favourite, Jim Wilson. His wife, that worked with Mother Superior in the past, gave a quick phone call to Jim, and voilà. Scott asked two huge Mother Superior's fan, Joey and John, to join them, and the line-up was completed.

The album is an homage to the great hard rock bands of the seventies, but sounds fresh. Who knows if there will be a continuous, in the meantime try this one, because it's worth it.

20080130

demenza senile


La famiglia Savage - di Tamara Jenkins 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Jon e Wendy Savage sono fratello e sorella. Lui 42, lei 39 anni. Lui vive a Buffalo, è professore di drammaturgia e scrive saggi su Bertold Brecht. Lei vive a New York, lavora part-time e cerca sovvenzioni per finanziare le sue commedie. Lui sta con un'insegnante polacca ma non la vuole sposare. Lei ha una relazione sessuale con un vicino ultra-cinquantenne sposato. Si vedono e si sentono pochissimo. Un bel giorno, la figlia della compagna di loro padre chiama Wendy e la avverte che Lenny (il padre) sta dando segni di squilibrio. Wendy chiama Jon molto preoccupata, ma è nel suo stile. Jon sta dormendo, ed ha altro a cui pensare. Nei giorni successivi saranno obbligati a raggiungere il padre a Sun City, in Arizona, e a cambiare drasticamente le loro vite.


E' un buon film, questo La famiglia Savage. La regista, che col suo precedente film L'altra faccia di Beverly Hills già si occupava di drammi familiari, ha un buon tocco: la sceneggiatura, scritta di suo pugno, è candidata all'Oscar (ma contro Lars e una ragazza tutta sua secondo me non c'è storia, e dobbiamo ancora vedere Juno), e mette nel calderone un sacco di piccoli particolari gustosi che danno un bel sapore al tutto; come regista ha un bel gusto per le inquadrature e dirige bene gli attori (anche se con questo cast bisognava essere davvero dei somari per sbagliare), non eccede in virtuosismi inutili. E c'è di più: questo film è davvero molto vicino alla vita reale (come dice Jon nella battuta forse più bella "non siamo in un dramma di Sam Shepard"), in tutte le sue sfaccettature, a partire dai moduli e dalle domande dei questionari di ammissione alle case di riposo, per finire alle goffaggini dei protagonisti in qualsiasi frangente (dialoghi, sesso, amore). E' in fin dei conti un po' il pregio e il limite di questo lavoro di basso profilo. Una specie di Le invasioni barbariche (notate anche voi la similitudine che parte dalla locandina disegnata?) in salsa statunitense con meno poesia (e forse meno retorica) ma con più aderenza con la realtà. Nonostante i due protagonisti "vivano" di teatro, paradossalmente il film è quanto di più lontano si possa immaginare dal teatro. Una realtà fatta di esseri umani che sbagliano e che muoiono, alla fine.


Dicevamo del cast. Se su Philip Seymour Hoffman (curiosamente candidato come non protagonista per un altro film che è in arrivo in Italia, Charlie Wilson's War) non abbiamo ormai altro da aggiungere se non che è un grande attore, questo film serve se non altro a Laura Linney, candidata come protagonista con questo La famiglia Savage, qui in una prova ottima e misurata ma probabilmente non la sua migliore, e a dare il giusto spazio ad un grande caratterista come Philip Bosco nei panni di Lenny Savage, ammirevole.


Attenzione, quindi, a questo film. Potreste immedesimarvi nei protagonisti non poco, soprattutto se vi piace la cinematografia non urlata. E non preoccupatevi se avete un parente molto anziano: prima o poi, morirà lo stesso. E' inevitabile. E dopo, la vita continuerà ugualmente.

20101127

60


Studio 60 On The Sunset Strip - di Aaron Sorkin - Stagione 1 (22 episodi; NBC) - 2006/2007

Per chi fosse rimasto colpito dalla dinamicità dei dialoghi di The Social Network, vedersi questa serie, purtroppo durata solo una stagione, può essere interessante. Aaron Sorkin ha scritto pure le prime quattro stagioni di The West Wing, e per il cinema Il Presidente - Una storia d'amore, La guerra di Charlie Wilson e Codice d'onore (basato su una sua commedia teatrale), più altre cose per il teatro.
La serie tratta di uno show televisivo statunitense, vagamente ispirato al Saturday Night Live, che va in onda da anni su un immaginario canale tv, la NBS; sketch graffianti e sarcastici, condite da un telegiornale ironico, ogni volta presentato da un ospite famoso, e con intermezzi musicali spesso affidati ad altrettanti ospiti musicali famosi. Nel momento in cui la presidenza della programmazione di intrattenimento viene affidata ad una giovane e rampante, ma molto umana, manager, Jordan McDeere (interpretata da Amanda Peet), lo show principe della rete, appunto Studio 60, subisce una sorta di trauma. Wes Mendell, il creatore dello show, viene licenziato da Jack Rudolph, il chairman della rete, a causa di una sua invettiva in diretta, dopo che gli è stato imposto di tagliare uno sketch. In emergenza, c'è da ridare una leadership allo show, e Jordan, insistendo con Jack, offre il posto a Matt Albie (interpretato da Matthew Perry, l'indimenticabile Chandler Bing di Friends) e Danny Tripp (Bradley Whitford, The West Wing), rispettivamente scrittore e produttore, connubio inscindibile, momentaneamente invischiati in vicende varie, che non permettono loro di realizzare un film. I due facevano parte dello staff di Studio 60 fino a pochi anni prima, ma erano stati fatti fuori. Dopo qualche tentennamento, dovuto soprattutto al passato proprio in quello show, accettano.

La serie è più che godibile. Perennemente in bilico tra visione critica dello star-system e del mondo della televisione, critica sociale e romanticherie, senza dimenticare problematiche di razzismo e droga, non è certamente una serie di puro e semplice divertimento: chiede attenzione, soprattutto, naturalmente, ai dialoghi, scoppiettanti e a raffica, fatti di ironia tagliente a 360 gradi, e specchio adrenalinico di una lavorazione di quel tipo. Un po' ripetitiva e a volte pesantuccia la storia tira-e-molla tra Matt e Harriet (Sarah Paulson), una delle stelle dello show ed ex fidanzata di Matt, ma necessaria proprio per come è stato costruito il personaggio di Harriet, per niente secondario, che incarna una cristiana devota (più o meno), che però si trova a lavorare in tv e nel cinema, per cui sottoposta a continue difficili scelte, tra le quali le schermaglie con Matt.
Potrebbe piacervi.

20130807

gezù

Yeezus - Kanye West (2013)

Il furbone dell'hip hop patinato, ma avanti anni luce, torna a distanza di tre anni da My Beautiful Dark Twisted Fantasy (anche se mica è stato a riposare: nel 2011 è uscito Watch the Throne con Jay-Z, e nel 2012 Cruel Summer, un disco "corale" della sua label), e c'è da dire che si tuffa a capofitto nell'elettronica a tratti durissima, non dimenticando mai il cuore dell'hip hop, il campionamento, sbizzarrendosi come sempre. Il risultato è un ennesimo disco trascinante, epico, sboccato, provocatorio, coinvolgente ai massimi livelli. Come sempre, mago nella promozione perfino senza farne (copertina "vuota", la custodia del cd è il box chiaro, con solo un adesivo rosso), o facendola in grande stile (videoproiezione mondiale della musica del disco e apparizioni televisive dal vivo), parte in quarta con l'apertura di On Sight, elettronica ruvidissima in combutta con i Daft Punk e con una linea di testo che usa la malattia del Parkinson in maniera offensiva, in modo da suscitare immediatamente polemiche a non finire. E però, ci sei subito dentro, in maniera totale, immediata, ti prende, ti ingloba, ti scuote, ti sballotta, ti ipnotizza con questi suoni che ricordano i primi videogiochi, che d'improvviso si intrecciano con dei cori "ecclesiastici" [campionamento di Sermon (He'll Give Us What We Really Need) di Keith Carter Sr. e cantata dallo Holy Name of Mary Choral Family]: che dire. Genio? Probabile. La collaborazione con i Daft Punk continua anche per i due pezzi seguenti, Black Skinhead (anche BLKKK SKKKN HEAD), che è pure il primo singolo, che prosegue sulla falsariga di questa elettronica dark e molto tesa, ospite Lupe Fiasco, per la cronaca, e I Am a God, dove siamo decisamente nell'industrial. La situazione rimane di grande impatto, minimale ma estremamente vibrante con New Slaves (favoloso il cambio di marcia dove entra la voce di Frank Ocean, e che sfocia nel campionamento finale, Gyongyhajù Iàny degli ungheresi Omega). Gli applausi, se non sono già partiti, vanno in automatico per Hold My Liquor, dove si rinnova la partnership con Justin Vernon (Bon Iver),  già presente in questo disco, su I Am a God, e dove Kanye dimostra di poter far diventare techno pure lui. Semplicemente fantastica.
I'm In It, ancora con Vernon, e con Assassin alla parte rough hip hop, è ancora interessante, ma probabilmente soffre dell'altissimo livello del resto del disco, e quindi rimane meno impressa (forse), ma non c'è quasi tempo, siamo ancora di fronte ad uno dei top del disco. Sto parlando di Blood On The Leaves, dove il ritmo, già calato, diventa da ballad, e dove si campiona nientemeno che Nina Simone (Strange Fruit) e si continua a giocare con l'Auto-Tune: ne esce un ibrido affascinante, addirittura con gli ottoni a dare enfasi.
Guilt Trip non rientra tra le mie preferite, ma il gradimento si alza nuovamente con il dittico conclusivo: prima c'è Send It Up, un rap ossessivo dove troviamo nuovamente lo zampino dei Daft Punk, King L fa da contraltare a West, e che si conclude in Jamaican-style con un campionamento di Beenie Man (Memories), e dopo chiusura in grande stile con Bound 2, un intreccio di tre campionamenti diversi [Aeroplane (Reprise) degli Wee, Bound dei Ponderosa Twins Plus One e Sweet Nothin's di Brenda Lee], un rap ottimamente bilanciato di West, e la splendida voce di Charlie Wilson.
Grande. Non ho altro da aggiungere.

20130416

iu to pia

Utopia - di Dennis Kelly - Stagione 1 (6 episodi; Channel 4) - 2013

Regno Unito, in un futuro (forse) molto ma molto prossimo. Mentre al Ministero della Salute si sta decidendo come spendere i soldi dei contribuenti, e Michael Dugdale, un funzionario anziano del Ministero non sa come uscire dalla spiacevole situazione nella quale si è cacciato, rendendosi ricattabile, una strana coppia entra in un negozio di comic books molto fornito in cerca di qualcosa non molto chiaro. Nel frattempo, in rete cinque persone entrano in fibrillazione quando vengono a conoscenza che esiste il seguito di The Utopia Experiments, una graphic novel che è ormai un oggetto di culto. E' Bejan che dà la notizia, e propone agli altri quattro fedelissimi un incontro. I quattro accettano. Tre di loro si presentano, e cominciano a fraternizzare. Sono Ian, un quasi trentenne annoiato dalla vita e dal suo lavoro di merda che vive ancora con la madre, Becky, una giovane quasi laureata, orfana di entrambi i genitori, convinta che la graphic novel in questione c'entri qualcosa con la misteriosa malattia degenerativa contratta dal padre, e Wilson Wilson, un nerd di origini arabe, teorico della cospirazione, che crede ciecamente a tutto quello che la graphic novel racconta, e che ha passato anni a cancellare ogni minima traccia di sé in rete. Gli altri due sono fermati da cause di forza maggiore: Bejan, l'originale possessore dell'unico esemplare di Utopia II, viene "visitato" dalla strana coppia del negozio di comics, e "suicidato" dal terrazzo del suo attico, e Grant, il quinto "membro", un ragazzino di 11 anni che vive in un quartiere popolare con una madre sempre ubriaca, assiste alla scena. La strana coppia, Arby e Lee, che chiaramente operano su direttive che vengono da una potente organizzazione interessata a non far diffondere l'esistenza del manoscritto, si accorgono della presenza del ragazzino, e cominciano a dargli la caccia. Ma che cosa hanno di straordinario i due Utopia? Sembrano essere dei fumetti fanta-apocalittici, ma in realtà, stanno solo annunciando i disastri che verranno, sotto forma di epidemie indotte dall'uomo...

Maledetti inglesi. Dopo il genio di Charlie Brooker, una segnalazione del sempre puntuale ed informatissimo sito serialmente.com mi ha messo sulle tracce di Dennis Kelly e del suo recentissimo Utopia, andato in onda tra gennaio e febbraio 2013 su Channel 4, e che devo dire non ha niente da invidiare, e al tempo stesso ricorda un po', il Black Mirror di Brooker, con la differenza che Utopia è una serie con trama orizzontale (e non fatta da episodi autoconclusivi come BM), che ha già guadagnato il rinnovo per una seconda stagione. Scenari urbani con un vago sentore apocalittico, molto molto british, colonna sonora elettronica ed intrigante, molte facce nuove nel cast, affiancate a qualche viso già visto e addirittura a Stephen Rea (La moglie del soldato) nei panni di Conran Letts.
Una sceneggiatura contorta ma affascinante, fantapolitica ma non troppo, un ritmo che fa sentire braccato anche lo spettatore, personaggi spietati e dal particolarissimo respiro che oserei definire dall'epicità western ma ben piantati nelle dinamiche moderne, ci regalano una serie, tra l'altro fotografata in maniera impeccabile, davvero avvincente, che consiglio a tutti tranne che a quelli un po' deboli di stomaco, perché c'è violenza in grande abbondanza.
Indimenticabili ed imperdibili i personaggi di Arby (Paul Ready) e di Jessica Hyde (Fiona O'Shaughnessy), grande lavoro anche quello drammaticissimo di Paul Higgins (Michael Dugdale), già in chicche quali Red Road, In The Loop e The Thick of It, ottimo il giovanissimo Oliver Woollford nella parte di Grant Leetham.

20160124

Temerario

Marvel's Daredevil - di Drew Goddard - Stagione 1 (13 episodi; Netflix) - 2015

Hell's Kitchen, Manhattan, New York. Nell'Universo Marvel, dopo l'incidente (raccontato nel film The Avengers), un'invasione aliena che lasciato vuoti molti locali, Matt Murdock, e Foggy Nelson, due giovani avvocati nati e cresciuti in quel quartiere, aprono un loro studio legale, con pochissimi soldi e tanta voglia di portare avanti una carriera etica. Il loro quartiere è ormai nelle mani di mafia russa, cinese e giapponese, ed altre organizzazioni criminali, e Matt è particolarmente sensibile alla cosa. Di origini irlandesi, divenuto cieco all'età di nove anni a causa di un atto eroico, è cresciuto senza madre, e qualche tempo dopo la cecità ha perso anche il padre, un boxeur che lo ha cresciuto finché ha potuto amorevolmente. Grazie ad un personaggio misterioso, è riuscito a sviluppare gli altri sensi in maniera incredibile, e la sua cecità non è quasi più un problema, tanto che, mascherato, di notte si trasforma in un vigilante che difende i deboli dai criminali senza uccidere nessuno. Al tempo stesso, nessuna persona conosce il suo segreto, neppure l'amico Foggy. Il primo cliente dello studio è Karen Page, la segretaria di un'impresa di costruzioni, la Union Allied, che è stata incastrata per l'omicidio di un suo collega, dopo aver scoperto una gigantesca truffa ai danni delle pensioni della stessa società. Matt, nella sua veste di vigilante, salva Karen da un tentativo di omicidio, mentre insieme a Foggy, riescono a scagionarla dall'accusa di omicidio. Karen, senza un soldo, si sdebita cominciando a lavorare per lo studio come segretaria. Al tempo stesso, Karen cerca di esporre la truffa tramite un giornalista d'inchiesta, Ben Urich, mentre James Wesley, l'uomo di fiducia del burattinaio criminale Wilson Fisk, insabbia il coinvolgimento dello stesso Fisk nello scandalo Union Allied, e incarica i due fratelli Ranskahov, i capi della mafia russa, di fare fuori Matt nella sua incarnazione da vigilante, da tutti ormai definito "l'uomo in nero" a causa del suo costume. Avendo capito come agisce Matt, rapiscono un ragazzino per attirare lo stesso Matt in una trappola.



Marvel's Daredevil, o più semplicemente Daredevil, è la prima serie ispirata all'Universo Cinematografico Marvel, condivide la continuità con i film del franchising Marvel, e dovrebbe portare, insieme ad altre serie che seguiranno, ad una miniserie crossover sui Defenders.
Ispirata al fumetto creato da Stan Lee e Bill Everett, la serie innanzitutto mostra ancora una volta, che Netflix è decisa a diventare una potenza televisiva a tutto campo. Drew Goddard, il creatore della serie (team di J.J. Abrams, Lost e Alias, più regista del successo horror Quella casa nel bosco), ha provato fortemente ad imprimere al mood della serie un bel tocco drammatico/introspettivo, così come il comic originale, riuscendoci qua e là.
Ripensandoci, tutti i flashback del Murdock bambino appaiono un po' troppo didascalici, così come la figura di Wilson Fisk, interpretata da un Vincent D'Onofrio fisicamente mastodontico, ma a mio avviso leggermente sopra le righe. La serie avvince quindi fino ad un certo punto, ma probabilmente il mio giudizio è più negativo della media, dato il mio scetticismo di base quando si tratta di trasposizioni dai comics, che sullo schermo, grande o piccolo, perdono moltissimo del loro fascino.
Nel cast, un buon Charlie Cox è Matt Murdock, la sempre deliziosa Deborah Ann Woll è Karen Page, Elden Henson è Foggy, Toby Leonard Moore è un (ottimo) viscido James Wesley, una sempre bella da vedere Rosario Dawson è Claire Temple. Di D'Onofrio abbiamo già detto, una piacevole sorpresa è Ayelet Zurer nei panni di Vanessa Marianna, la donna di Fisk: una delle più famose attrici israeliane, già in Munich ed Angeli e Demoni, è stata una delle protagoniste di BeTipul (l'originale In Treatment, che ha subito innumerevoli remake, perfino in Italia), e l'assoluta, incontrastata mattatrice di Bnei Aruba; in sede di recensione, ne avevo sottolineato la grandezza. 
Il "rilascio" della seconda stagione è già programmato per il 18 marzo 2016.

20130327

ragazze

Girls - di Lena Dunham - Stagioni 1 e 2 (10 episodi ciascuna; HBO) - 2012/2013

Sex & the City ai tempi della crisi? Chissà. E' nella stessa New York, ma ai nostri tempi, che vivono (e sognano) quattro amiche. Hannah Horvath viene dal Michigan, ed è un'aspirante scrittrice. E' convinta di essere molto intelligente, e molto alternative (quindi molto snob), ma la realtà è che è senza un soldo. Non è quel che si dice una top model, ma sembra non avere nessun problema con il suo corpo, anche se decisamente fatica a controllare la sua dipendenza dal cibo, con una certa preferenza per il junk-food. Marnie Michaels è la sua amica del cuore, fin dai tempi del college, l'Oberlin. Marnie è una maniaca del controllo, lavora come segretaria in una galleria d'arte, è bellissima ma profondamente insicura. Il suo fidanzato storico è Charlie, un ragazzo dolce che è molto innamorato di lei, ma Marnie si sente soffocata dalle sue attenzioni. Spesso, non si capisce il motivo per cui Marnie ed Hannah siano amiche. Vivono insieme nella zona di Greenpoint, Brooklyn.
Loro amica comune è la selvaggia Jessa Johansson. Inglese, conosciuta dalle due allo stesso college, ha dovuto lasciarlo dopo qualche mese per una grave dipendenza dall'eroina. Ha girato il mondo con la madre, ma è da poco tornata a New York, e si è stabilita a casa di sua cugina, Shoshanna Shapiro. Jessa e Shoshanna sono agli antipodi, ma entrambe frequentano Hannah e Marnie. Jessa è sicura di sé, almeno apparentemente, impulsiva fino all'eccesso, imprevedibile e folle, beve, fuma, si droga, fa sesso con chiunque, conservando quell'altezzosità inglese che fa di lei una persona che le altre ragazze guardano quasi con invidia, sicuramente con ammirazione. Shoshanna è praticamente schizofrenica, indicativamente la più giovane delle quattro, attentissima alle mode, parla a raffica con tic verbali tipici dei giovanissimi, ed è l'unica vergine del gruppo, cosa che le crea qualche insicurezza in più, rispetto al già lungo elenco che è in suo possesso. E' una grande fan di Sex & the City.
Attorno alle ragazze, tutte tra i 20 e i 30 anni, ruotano un altro paio di ragazzi. Adam Sackler è il ragazzo di Hannah. Personaggio fuori da ogni schema, attore e falegname, vive in un appartamento che somiglia più ad un magazzino di un robivecchi, esce poco, gli piace il sesso rude, non sembra interessato ad avere una relazione seria con Hannah. Ray Ploshansky è un grande amico di Charlie, è il più "anziano" del gruppo (ha più di trent'anni), dirige un bar nella zona di Greenpoint, e col tempo diventerà sempre più legato alla cerchia.

Devo dire che dopo aver visto le prime due stagioni di Girls (la seconda è terminata poche settimane fa), trovandomi "costretto" a riassumerne i caratteri principali, mi sembra che sia più interessante a raccontarlo che a vederlo. Ma, attenzione, non è propriamente una critica, questa, ed il perché, è presto detto, è che nonostante la profonda sensazione negativa che ti lascia quasi ogni episodio, nonostante le aspre critiche che gli si possano fare, e nonostante che sia una serie che riesce a dividere in maniera importante il giudizio del pubblico, Girls sembra essere una serie che cerca di acchiappare davvero il senso, i valori dell'attuale gioventù statunitense. E, questo va detto, il quadro non è propriamente dei più incoraggianti.
Riprendendo anche la cosa che ho detto prima, e cioè quella a proposito della sensazione negativa, le quattro protagoniste di questa serie, nonostante siano persone che ormai dovrebbero essere responsabili, sono quattro donne che non sanno assolutamente cosa vogliono dalla loro vita. Vivono ogni loro giornata commettendo sbagli enormi, colossali a volte, e quando li vediamo a confronto con i loro genitori capiamo pure che di sicuro non sono loro che potrebbero guidarli da qualche parte o verso qualcosa. Sia sul versante lavorativo che su quello sentimentale, Hannah, Marnie, Jessa e Shoshanna, non hanno la più pallida idea di cosa vogliono, come dovrebbero comportarsi, cosa fare in concreto. Agiscono spinte dall'impulso del momento, e forse l'unica che riflette un minimo è Shoshanna, quella con il minutaggio minore sullo schermo rispetto alle altre, e che di sicuro al primo impatto appare la meno normale, schizzata com'è. Ecco quindi uno dei motivi per cui guardare Girls non è una passeggiata. Cioè, è una serie che quasi sempre ti irrita, tanto sono stupidi i comportamenti delle protagoniste: non ci si crede alle cose che riescono a fare, alle cazzate che riescono a mettere in piedi, e mica una volta sola!
Creata da Lena Dunham, sceneggiatrice attrice e regista, conosciuta per il suo film Tiny Furniture, Girls è decisamente personale, anche se spesso risente pesantemente proprio della personalità della sua creatrice, che dirige molti degli episodi e che interpreta uno dei caratteri protagonisti, Hannah. La Dunham scrive praticamente sempre cose molto autobiografiche, e quindi il tutto assume spesso un profilo che può interessare fino ad un certo punto. Come detto, per contro, la serie è innegabilmente originale (anche se il riferimento che ho fatto in apertura rimane valido) e spesso disturbante, e chi ha un cervello sa che non si può vivere di soli zuccheri e lieto fine. Altre critiche che spesso vengono mosse alla serie riguardano sempre la Dunham, che si spoglia praticamente ad ogni episodio (e che addirittura si "regala" un intero episodio a letto con Patrick Wilson - 2x05 One Man's Trash -): è vero, e spesso l'ho trovato forzato, ed è pure vero che preferirei vedere svestita Allison Williams (Marnie), che invece le poche volte che lo fa si copre insistentemente i seni, ma questo è soggettivo, e alla fine potrebbe rientrare tutto in quella "operazione" di disturbo che, chissà quanto volontariamente, Girls sembra prefiggersi, probabilmente nel tentativo di uscire dagli stereotipi. Interessanti le prove attoriali, quelle che mi hanno colpito maggiormente sono state quelle di Adam Driver (Adam Sackler) e di Zosia Mamet (Shoshanna). Curiosità: nella seconda stagione ci sono un paio di apparizioni di John Cameron Mitchell. Prodotto e spesso co-sceneggiato da Judd Apatow.
Insomma, è amore e odio, e nonostante mi sia ritrovato spesso con un'espressione attonita al termine degli episodi, sono abbastanza sicuro che continuerò a vedere Girls: la terza stagione, che consterà stavolta di 12 episodi, partirà probabilmente nel 2014.

20130616

3:10 to Yuma

Quel treno per Yuma - di James Mangold (2007)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Arizona, dopo la guerra civile americana. Dan Evans è un veterano di quella guerra, e in quella guerra ha perso una gamba. Con i pochi soldi di risarcimento, ha comprato una fattoria, e sta disperatamente cercando di dare un futuro migliore alla bella moglie Alice, e ai due figli, il maggiore, William, che sta covando una sorta di disprezzo per quello che giudica l'atteggiamento da perdente del padre, e il più piccolo, Mark, afflitto da una malattia piuttosto grave. Da una parte, la siccità sta distruggendo tutto quello per cui la famiglia aveva lavorato, dall'altra un personaggio locale influente, Tucker, sta reclamando dei soldi che Evans gli deve, e si rifà su di lui dandogli fuoco al granaio (Tucker punta a riavere la terra, visto che la ferrovia in costruzione passerà da lì, quindi lui potrebbe rivenderla e guadagnarci molto di più).
Potrebbe quindi essere un colpo di fortuna, il fatto che il famigerato bandito Ben Wade, che con la sua banda ha preso di mira i corrieri della Southern Pacific Railroad, proprio la compagnia che sta costruendo la ferrovia di cui sopra, stia agendo nelle vicinanze. Dan ed i figli assistono da lontano ad un assalto della banda di Wade ad un corriere, vengono da lui localizzati, gli prestano forzosamente i cavalli, con la promessa che li ritroveranno più avanti; gli stessi Evans, soccorrono successivamente Byron McElroy, un vecchio ma abile cacciatore di taglie che ormai ha un conto in sospeso con Wade. Giunti in città, Dan è fondamentale nella cattura di Wade, quindi gli viene offerta una cifra ragguardevole (200 dollari), da Grayson Butterfield, proprio il rappresentante della Southern Pacific, per scortare, assieme ad un gruppo di volontari (c'è anche Tucker), Wade fino alla vicina cittadina di Contention, dove il fuorilegge verrà messo sul treno diretto a Yuma, sede di un carcere sicuro. Dan accetta, e sorprendentemente, il viaggio farà crescere il mutuo rispetto tra lui e Ben Wade.

Remake dell'omonimo film del 1957 con Glenn Ford, Quel treno per Yuma mi è parso l'ennesima dimostrazione di come Mangold, da grande promessa (Ragazze interrotte) si sia trasformato in uno di quelli che amo definire "manovale della macchina da presa al servizio di Hollywood" (Quando l'amore brucia l'anima). Assolutamente non un brutto film, la storia ha respiro epico soprattutto perché, pensate un po', esce dalla penna di Elmore Leonard (da suoi racconti sono stati tratti Get Shorty, Be Cool, Justified, Out of Sight, Jackie Brown e altri), è pure estremamente ben girato, e perfino recitato in maniera decente (ma non eccelsa). Quindi, dov'è il problema? Non è abbastanza, solo questo, perché insomma, se proprio si deve fare un film western ai giorni nostri, ci vorrebbe qualcosa in più. Di certo, però, meglio questo che Cowboys & Aliens.
Nel cast, oltre a Russell Crowe (Ben Wade) e Christian Bale (Dan Evans), troviamo Logan Lerman (William Evans), visto in Noi siamo infinito, Dallas Roberts (Grayson Butterfield), visto in The Good Wife e The Walking Dead, Ben Foster (Charlie Prince), visto in Six Feet Under e in The Messenger, nientemeno che Peter Fonda (Byron McElroy), Vinessa Shaw (Emma Nelson), che come sapete a me attizza, Alan Tudyk (Doc Potter), buffo vederlo qui dopo la sua parte in Suburgatory, Gretchen Mol (Alice Evans), Luke Wilson (Zeke). Tutti al minimo sindacale, come recitazioni.

20260101

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