American Horror Story - di Ryan Murphy & Brad Falchuk - Stagioni 1 (Murder House, 12 episodi; FX) e 2 (Asylum, 13 episodi; FX) - 2011/2013
Murder House
La famiglia Harmon si trasferisce dalla fredda Boston all'assolata Los Angeles, e si sistemano, indebitandosi fino al midollo, in una casa d'epoca, quasi un piccolo castello. L'hanno pagata poco, però, rispetto a quello che poteva essere il valore di mercato. Il perché è presto detto: la casa, lo scopriranno presto, rientra nel tour dell'orrore (che esiste veramente), visto che fin da quando è stata costruita, la casa è stata teatro di morti violente ed episodi davvero poco chiari (inizialmente, come vuole la legge statunitense, gli Harmon sono stati messi al corrente solo dell'ultimo omicidio/suicidio della coppia gay precedentemente proprietaria). E c'è di più: i morti senza pace, passati alla loro condizione dentro quella casa, continuano, per così dire, a frequentarla. Non certo lo scenario più adatto a ricostruire un rapporto che ormai sembra sfasciato. Infatti, il motivo di questo "nuovo inizio" in un altro luogo, sono le vicende familiari degli Harmon. Benjamin detto Ben, psichiatra, è stato scoperto avere una relazione con una sua studentessa, Hayden, proprio mentre la moglie Vivien era incinta, e stava per avere un aborto spontaneo. I due cercano appunto di ricostruire il loro rapporto, lontano da Hayden, ma strappano dalle sua amicizie la figlia Violet, che si rinchiude in se stessa. A mettere la ciliegina sulla torta di un'atmosfera piuttosto opprimente, i vicini di casa: Constance Langdon, bella donna in là con gli anni, con molte storie alle spalle, e che conserva una certa spocchia. Una volta viveva nella casa acquistata dagli Harmon, adesso in quella a fianco. Con lei il figlio Tate, uno dei primi pazienti di Ben, la figlia Adelaide, con la sindrome di Down, e anche un altro figlio deforme, che viene tenuto nascosto e incatenato. Pian piano, ecco arrivare altri personaggi quantomeno inquietanti, come Larry Harvey, ex compagno di Constance ed anche lui coinvolto in un fatto terribile avvenuto dentro la casa, e Moira O'Hara, la governante che sembra essere un tutt'uno con la casa, e che possiede una rara particolarità...
Asylum
Teresa e Leo, due sposini novelli, stanno facendo un viaggio di nozze fuori dall'ordinario. Entrambi incuriositi, e diciamo perfino eccitati dai luoghi dell'orrore, stanno visitando quello che una volta era Briarcliff Manor, originariamente un istituto psichiatrico. Proprio lì, infatti, e così ci spostiamo nel 1964, viene rinchiuso il giovane benzinaio Kit Walker, sposato con una ragazza di colore e continuamente disturbato dai giovani bianchi razzisti locali, dopo essere stato accusato di essere il serial killer chiamato Bloody Face, visto che scuoiava le sue vittime e con una si era fatto una maschera che indossava quando commetteva infamità. L'istituto, gestito inizialmente dalla chiesa romana, viene diretto col pugno di ferro dalla suora Sister Jude, che prende ordini da monsignor Timothy Howard, ambizioso giovane vescovo, che però lascia mano libera alla suora. Braccio destro di Sister Jude è Sister Mary Eunice. Mentre Kit, sostenendo la sua innocenza, cerca di adeguarsi alla vita del manicomio, e stringe una tenera amicizia con Grace, ricoverata per aver sterminato la sua famiglia, anche se dai modi di fare non si direbbe, una altrettanto ambiziosa giornalista locale, Lana Winters, entra a Briarcliff ufficialmente per scrivere un articolo sul panificio gestito dalle suore col lavoro degli internati, ma si scontra presto con Sister Jude, che capisce al volo le intenzioni reali della giornalista, e cioè scrivere un pezzo che denunci le atrocità ivi commesse. Sister Jude va all'attacco, e facendo leva sull'omosessualità della Winters, che in effetti vive insieme all'insegnante Wendy Peyser, fa rinchiudere dentro lo stesso istituto la giornalista. Come se non bastasse, alle dipendenze di monsignor Howard c'è pure il sinistro dottor Arthur Arden, che compie strani esperimenti sugli internati.
La nuova creatura di Ryan Murphy (creatore di Nip/Tuck e Glee) e Brad Falchuk, fido collaboratore di Murphy da Nip/Tuck (insieme, nel 2008, avevano tentato di avviare una serie su un ginecologo transessuale, Pretty/Handsome, che dopo il pilot rifiutato da FX non ebbe seguito), con due stagioni già concluse, è una delle new sensation della televisione statunitense, e l'eco si è già fatto sentire forte e chiaro anche dalle nostre parti. Ispirata alle serie antologiche autoconclusive (anche se AHS si propone stagioni autoconclusive, anziché episodi), tipo The Twilight Zone (Ai confini della realtà da noi), si prefigge una sorta di viaggio nel mondo del male, e un omaggio a tutto il genere horror, cambiando storia, sfondo, epoca ad ogni stagione, ma conservando una buona parte del cast, che cambia semplicemente personaggio.
La prima stagione è leggermente più ironica, un po' più divertente, mentre la seconda è decisamente più cupa, anche se introduce forse troppi elementi sovrannaturali, alcuni dei quali poco interessanti o mal sviluppati; nonostante questo, l'elemento tensione è probabilmente migliore in Asylum rispetto a Murder House. Detto questo, la serie è di quelle da seguire, a prescindere dal fatto che l'horror sia o no il vostro genere preferito.
Le regie sono buone, a volte ottime, la messa in scena volutamente cupa, gli scenari spesso giustamente inquietanti. Il cast ha presenze che si sopportano (Dylan McDermott, che è Ben Harmon prima e Johnny Morgan dopo, Joseph Fiennes che è monsignor Timothy Howard in Asylum), altre buone (Evan Peters che è Tate Langdon prima, Kit Walker dopo, Zachary Quinto che è Chad Warwick prima, Oliver Thredson dopo, Taissa Farmiga - si, la sorella piccola di Vera - che interpreta Violet Harmon in Murder House, Lizzie Brocheré - si, l'attrice francese vista in The Hour - nei panni di Grace in Asylum, il grande James Cromwell che interpreta il dottor Arden in Asylum, Connie Britton - Tami Taylor in Friday Night Lights - che è Vivien Armon in Murder House, Denis O'Hare - il favoloso vampiro Russell Edgington in True Blood - nei panni di Larry Harvey), e alcune, forse non a caso tutte donne, irrinunciabili. Sto parlando di Lily Rabe, nella prima stagione marginale nei panni di Nora Montgomery, ma nella seconda indispensabile e davvero bravissima nella sua interpretazione di Sister Mary Eunice; praticamente sconosciuta prima di questa opportunità, l'avevamo intravista in una particina in Love & Secrets (in originale All Good Things). Ci conforta sapere che sarà presente nel cast della terza stagione: davvero una scoperta brillante.
Sto parlando pure di Sarah Paulson, anche lei marginale in Murder House (era la medium Billie Dean Howard), ma praticamente protagonista, nei panni di Lana (Banana) Winters in Asylum. Sconosciuta ai più anche lei, ma chi frequenta fassbinder sa che io ve l'avevo "sottolineata" in occasione delle recensioni di Studio 60 e di Game Change. Confermata anche lei tra gli applausi per la terza stagione. Ma naturalmente sto parlando anche e soprattutto dell'intramontabile, bellissima e sensuale ancora oggi a 63 anni, bravissima Jessica Lange, Constance Langdon in Murder House e Sister Jude in Asylum, sempre spaventosamente intensa e premiata con l'Emmy per la prima stagione. Parlando di donne e di cast, voglio spendere anche qualche riga per ricordarne qualche altra. La per me mitica Frances Conroy, non solo per Six Feet Under, anche lei presente in entrambe le stagioni, nella prima era Moira O'Hara anziana, nella seconda l'Angelo della Morte (Shachath), confermata per la terza. E poi alcune special guest. Nella prima stagione ci sono Kate Mara (HaydenMcClaine), che stiamo rivedendo al fianco di Kevin Spacey in House of Cards, del quale parleremo presto, Alessandra Torresani (Stephanie Boggs), già Zoe Graystone in Caprica, Mena Suvari (Elizabeth Short, The Black Dahlia), che non credo abbia più bisogno di presentazioni.
Nella seconda stagione ci sono Chloe Sevigny (Shelley), anche lei credo ormai la conosciate abbastanza, Clea DuVall (Wendy), vista in Carnivàle e ultimamente in Argo, e la sempre bravissima Franka Potente nei panni di una sedicente Anna Frank. Sempre nella seconda stagione, ma parlando al maschile, due ottimi camei per due caratteristi di lunga data, Mark Margolis nei panni di Sam Goodwin, e Ian McShane nei panni spietati e divertentissimi di Leigh Emerson.
Una serie, e due stagioni, tutte da godere, al netto di qualche difetto innegabile. Tutti pronti per l'autunno di quest'anno, quando partirà la terza stagione.
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
20130221
20130220
cacciata
Hunted - di Frank Spotnitz - Stagione 1 (8 episodi; BBC/Cinemax) - 2012Samantha Sam Hunter è un ottimo agente operativo dell'agenzia di spionaggio privata Byzantium. Ha una storia con il collega Aidan Marsh, ed ha scoperto da pochissimo di essere incinta. I due stanno lavorando in Marocco, quando Sam riesce a malapena, e con gravissime conseguenze, a scampare ad una trappola a lei tesa, da qualcuno che la vuole decisamente morta. Questo fatto, il suo lavoro, il suo addestramento e un fatto terribile accadutole quando era ancora una bambina, fanno di lei una persona altamente sospettosa, ma anche fortemente motivata e pericolosa.
Sam sparisce "dai radar" di chiunque, Byzantium compresa, per circa un anno. Si ritira nella sua casa di campagna, e recupera pian piano la forma fisica, sottoponendosi ad un allenamento intenso. Quando giudica sia arrivato il momento, torna a Londra, affitta un modesto appartamento, si ripresenta alla Byzantium, al suo capo Rupert Keel. Keel la rimette immediatamente in servizio, ma la sua scomparsa per un intero anno lo inducono a sorvegliarla attentamente; inoltre, già con il primo caso, è palese che c'è una talpa all'interno della squadra messa in piedi appositamente. Dal canto suo, Sam è si interessata a riavere il suo lavoro e a svolgerlo al meglio, ma al tempo stesso è decisa a trovare chi l'ha tradita, perché, ed i suoi mandanti.
Non è male questa Hunted, creata da Frank Spotnitz, già nel team di sceneggiatori di X-Files (e che voleva affidare il ruolo principale a Gillian Anderson), e co-prodotta da BBC e Cinemax (il canale che potremmo definire "di azione" di HBO). Forse fin troppo patinata, e si, come hanno sostenuto Andrew Anthony su The Observer e Jim Shelley sul Daily Mirror, con qualche clichés di troppo, ma con un ottimo ritmo (sarebbe stato difficile altrimenti sostenere episodi da un'ora) e una discreta dose di violenza. Discutibile qualche scelta di casting (Adam Rainer nei panni di Aidan è davvero troppo "modello"), ma una percentuale che supera sicuramente il 50% è invece azzeccato. Melissa George (In Treatment stagione 1, Mulholland Drive, Turistas, 30 giorni di buio, Triangle; sono decisamente influenzato quando vi parlo di lei, credo che, a dispetto del corpo da ex atleta - è stata una pattinatrice professionista -, abbia la bocca più bella e femminile mai vista) si rivela azzeccata, forse anche per via del passato da atleta, Stephen Dillane (Rupert Keel) è una sicurezza, convincente villain Patrick Malahide (qui Jack Turner; caratterista di lungo corso, anche lui come Dillane è in Game of Thrones - Lord Balon Greyjoy), sempre grintosissimo Adewale Akinnuoye-Agbaje (non lo riconoscerete negli eleganti panni di Deacon Crane, ma se vi dico Adebisi e Oz capirete).
L'intreccio riesce ad essere interessante. Vedremo, a questo punto, cosa riuscirà a fare Spotnitz: la BBC, a causa del calo di ascolti nella seconda parte della prima stagione, ha deciso di non partecipare alla produzione di una seconda stagione, mentre Cinemax continuerà, ed ha messo al lavoro Spotnitz. A meno che non si riesca a trovare un altro partner, ci sarà quindi una netta diminuzione del budget. La prima cosa a farne le spese è stata la location: nelle intenzioni del creatore c'era l'ambientazione di Berlino per la seconda stagione, e una diversa capitale europea se le stagioni fossero aumentate. Si rimarrà dunque a Londra. Vedremo.
20130219
fantasmi
Les Revenants - di Fabrice Gobert - Stagione 1 (8 episodi; Canal +) - 2012
Francia. In una piccola cittadina di montagna, immersa nel verde, vicino a bellissimi boschi, circondata da corsi d'acqua, vicina a una grande diga, una cittadina molto ordinata, dove tutto è sussurrato e tutti sono molto formali, una cittadina che ha vissuto i suoi drammi (molti anni prima la cittadina era proprio sotto la diga, che si ruppe provocando un disastro; solo pochi anni prima un autobus che portava in gita dei ragazzi della scuola locale cadde in una scarpata, facendo morire tutti i passeggeri; qualche suicidio, addirittura un accoltellatore seriale che mangiava i fegati delle vittime, tutte donne giovani), in questa cittadina, improvvisamente, i morti ritornano. Prima Camille, una ragazzina morta nell'incidente dell'autobus, che torna a casa, trova la sorella gemella Lena cresciuta ed i genitori, Jérome e Claire, separati (proprio a causa dell'incapacità di superare la perdita e di elaborare il lutto). Poi Simon, un giovane suicidatosi anni prima, che torna cercando Adèle, con la quale doveva sposarsi; nell'appartamento dove viveva Adèle adesso abita Julie, medico solitario, vittima di un trauma mai superato. Adèle adesso sta con Thomas, il capo della polizia locale, e vive con lui e la figlia Chloé. Poi Serge, l'accoltellatore cannibale, e un bambino, che sembra muto, e sceglie proprio Julie per cercare una "sistemazione". Lei lo chiamerà Victor, ma lui, in realtà, si chiama(va) Louis.
I vivi non sanno come reagire. Ognuno lo fa a modo proprio, visto soprattutto che i morti che tornano mettono proprio i vivi di fronte ai drammi non superati; c'è da aggiungere che la maggior parte dei morti viventi, non sa di essere morta, e non ricorda assolutamente niente: saranno i vivi a spiegar loro le loro morti.
Oltre ai drammi del passato, però, in città e nei dintorni cominciano ad accadere altre strane cose: appaiono cicatrici inspiegabili, sui corpi dei vivi e dei morti, la diga comincia ad abbassarsi di livello ed i tecnici non riescono a trovare una spiegazione, dalle fogne affiorano sporcizia ed animali, si verificano black out sempre più frequenti.
Les Revenants è una delle grandi sorprese del finale del 2012. Prendendo spunto dal film omonimo del 2004 di Robin Campillo, che non ho avuto modo di vedere ma del quale ho letto recensioni pessime, Canal + ha messo in piedi una serie televisiva che tutti quanti, e devo ammettere anche io, hanno paragonato a Twin Peaks, e che riesce a mettere angoscia, più che terrore, nello spettatore, mostrando zombies che non sono come quelli che il cinema ci ha abituato ad immaginare: quelli di Les Revenants non sono quelli di The Walking Dead, infatti, bensì persone smarrite, in tutto e per tutto simili ai vivi, forse un poco più pallide e costantemente affamate. Ma, episodi misteriosi a parte, il messaggio prepotente di Les Revenants è quello che i morti che tornano servono a mettere i vivi dinnanzi alle loro responsabilità, e davanti alle loro paure, ai loro drammi irrisolti, alle loro bugie.
Molto europeo, anzi, molto francese, Les Revenants è una visione intrigante e, come detto, inquetante ed angosciante, ma che non dimentica l'ironia qua e là. Girato interamente in Alta Savoia, prevalentemente a Seynod e presso la diga di Tignes, è davvero un ottimo prodotto. Fotografia e regia all'altezza, cast quasi tutto indovinato; ottime le prove di Frédéric Pierrot (Jérome), Anne Consigny (Claire), Clotilde Hesme (Adèle), e soprattutto quella di Céline Sallette (Julie). A vincere, però, sono i giovani: le prove di Yara Pilartz (Camille) e di Swann Nambotin (Victor/Louis) sono davvero impressionanti. Molti attori li avete già visti, se non siete completamente a digiuno di cinema francese: pensate che addirittura ci sono entrambi i protagonisti dello splendido Angèle et Tony.
Ultima, ma non meno importante, la colonna sonora. E qui, nonostante negli ultimi anni siano un po' in flessione negativa, i Mogwai hanno fatto un grande lavoro, e la musica risulta una delle armi vincenti della serie.
Non si hanno notizie di una distribuzione sulle televisioni italiane. Ma si sa per certo che nel 2014 andrà in onda, in Francia, la seconda stagione: e questo è un bene, perché in effetti la parte che lascia un po' più a desiderare è proprio il finale/non finale della prima.
Se deciderete di vedere Les Revenants, rimarrete piacevolmente sorpresi.
Francia. In una piccola cittadina di montagna, immersa nel verde, vicino a bellissimi boschi, circondata da corsi d'acqua, vicina a una grande diga, una cittadina molto ordinata, dove tutto è sussurrato e tutti sono molto formali, una cittadina che ha vissuto i suoi drammi (molti anni prima la cittadina era proprio sotto la diga, che si ruppe provocando un disastro; solo pochi anni prima un autobus che portava in gita dei ragazzi della scuola locale cadde in una scarpata, facendo morire tutti i passeggeri; qualche suicidio, addirittura un accoltellatore seriale che mangiava i fegati delle vittime, tutte donne giovani), in questa cittadina, improvvisamente, i morti ritornano. Prima Camille, una ragazzina morta nell'incidente dell'autobus, che torna a casa, trova la sorella gemella Lena cresciuta ed i genitori, Jérome e Claire, separati (proprio a causa dell'incapacità di superare la perdita e di elaborare il lutto). Poi Simon, un giovane suicidatosi anni prima, che torna cercando Adèle, con la quale doveva sposarsi; nell'appartamento dove viveva Adèle adesso abita Julie, medico solitario, vittima di un trauma mai superato. Adèle adesso sta con Thomas, il capo della polizia locale, e vive con lui e la figlia Chloé. Poi Serge, l'accoltellatore cannibale, e un bambino, che sembra muto, e sceglie proprio Julie per cercare una "sistemazione". Lei lo chiamerà Victor, ma lui, in realtà, si chiama(va) Louis.
I vivi non sanno come reagire. Ognuno lo fa a modo proprio, visto soprattutto che i morti che tornano mettono proprio i vivi di fronte ai drammi non superati; c'è da aggiungere che la maggior parte dei morti viventi, non sa di essere morta, e non ricorda assolutamente niente: saranno i vivi a spiegar loro le loro morti.
Oltre ai drammi del passato, però, in città e nei dintorni cominciano ad accadere altre strane cose: appaiono cicatrici inspiegabili, sui corpi dei vivi e dei morti, la diga comincia ad abbassarsi di livello ed i tecnici non riescono a trovare una spiegazione, dalle fogne affiorano sporcizia ed animali, si verificano black out sempre più frequenti.
Les Revenants è una delle grandi sorprese del finale del 2012. Prendendo spunto dal film omonimo del 2004 di Robin Campillo, che non ho avuto modo di vedere ma del quale ho letto recensioni pessime, Canal + ha messo in piedi una serie televisiva che tutti quanti, e devo ammettere anche io, hanno paragonato a Twin Peaks, e che riesce a mettere angoscia, più che terrore, nello spettatore, mostrando zombies che non sono come quelli che il cinema ci ha abituato ad immaginare: quelli di Les Revenants non sono quelli di The Walking Dead, infatti, bensì persone smarrite, in tutto e per tutto simili ai vivi, forse un poco più pallide e costantemente affamate. Ma, episodi misteriosi a parte, il messaggio prepotente di Les Revenants è quello che i morti che tornano servono a mettere i vivi dinnanzi alle loro responsabilità, e davanti alle loro paure, ai loro drammi irrisolti, alle loro bugie.
Molto europeo, anzi, molto francese, Les Revenants è una visione intrigante e, come detto, inquetante ed angosciante, ma che non dimentica l'ironia qua e là. Girato interamente in Alta Savoia, prevalentemente a Seynod e presso la diga di Tignes, è davvero un ottimo prodotto. Fotografia e regia all'altezza, cast quasi tutto indovinato; ottime le prove di Frédéric Pierrot (Jérome), Anne Consigny (Claire), Clotilde Hesme (Adèle), e soprattutto quella di Céline Sallette (Julie). A vincere, però, sono i giovani: le prove di Yara Pilartz (Camille) e di Swann Nambotin (Victor/Louis) sono davvero impressionanti. Molti attori li avete già visti, se non siete completamente a digiuno di cinema francese: pensate che addirittura ci sono entrambi i protagonisti dello splendido Angèle et Tony.
Ultima, ma non meno importante, la colonna sonora. E qui, nonostante negli ultimi anni siano un po' in flessione negativa, i Mogwai hanno fatto un grande lavoro, e la musica risulta una delle armi vincenti della serie.
Non si hanno notizie di una distribuzione sulle televisioni italiane. Ma si sa per certo che nel 2014 andrà in onda, in Francia, la seconda stagione: e questo è un bene, perché in effetti la parte che lascia un po' più a desiderare è proprio il finale/non finale della prima.
Se deciderete di vedere Les Revenants, rimarrete piacevolmente sorpresi.
20130218
Surprise, Motherfucker!
Dexter - di James Manos, Jr. - Stagione 7 (12 episodi; Showtime) - 2012
Dite quel che volete, ma io continuo a provare un certo piacere davanti alla visione di Dexter, arrivato ormai alla settima stagione.
Vado con un accenno di trama, quindi Spoiler Alert!
Il cliffhanger col quale si concludeva, o meglio non si concludeva, la scorsa stagione, metteva Dexter e Debra in una situazione davvero difficile: Debra infatti sorprende Dex mentre uccide Travis Marshall. Sconvolta, decide però di aiutare Dex a coprire le proprie tracce (ma ne rimangono più di una), dando fuoco alla chiesa sconsacrata dove è accaduto il fatto. Deb, che non è proprio l'ultima arrivata, comincia a mettere insieme i pezzi del puzzle, e porta Dex ad ammettere la verità, completamente. Quasi in contemporanea, si apre un nuovo caso. Tutto comincia con una gomma a terra: il detective Mike Anderson, il collega "nuovo", viene ucciso dopo essersi fermato per aiutare un tizio, che si rivela essere un killer della mafia ucraina. Anderson aveva visto qualcosa che non doveva vedere. Mentre tutti sono sulle tracce del killer con più rabbia del solito, trattandosi di un collega, Dex, al solito, è il più veloce di tutti. Ma il killer in questione lascia un legame particolare con uno dei boss, boss che a sua volta si mette sulle tracce di Dexter.
In effetti, Dex sta facendosi molti nemici: non ultimo Louis Greene, che entra nel suo pc azzerandogli le carte di credito, primo passo di una vendetta personale, e LaGuerta ritrova uno dei suoi vetrini sulla scena del crimine di Travis Marshall.
Cosa potrebbe complicare ulteriormente le cose, tenendo conto che ci sono ancora in ballo i sentimenti più che fraterni di Deb verso Dex, anche dopo che lei scopre che lui è un serial killer? Naturalmente, un'altra donna...
Nonostante la premessa, rileggendo il riassunto già si capisce che, per la settima stagione, il team degli sceneggiatori ha messo probabilmente un po' troppa carne al fuoco. Ma secondo me è un po' troppo riduttivo sostenere che la serie ha perso forza ed appeal; provando a fare dei confronti, non credo che ci siano molte serie che arrivano alla settima stagione senza diventare delle cagate pazzesche. E, che ci crediate o no, anche se la cosa non è fondamentale, l'ultimo episodio della stagione conclusa poco prima della fine del 2012 è stato l'episodio più visto di tutte le sette stagioni.
Come abbiamo detto, molta, forse troppa carne al fuoco. Questo è vero, ma non mi è parso che la cosa abbia snaturato la serie. Finale discutibile: certo, come tutti. Difficile gestire una verità terribile come quella che Deb ha scoperto, difficile soprattutto per i sentimenti, non del tutto sani, che nutre per il fratellastro. La stagione ha dei difetti, non lo nego, ma secondo me non sono tra quelli indicati dai più. Chissà che ci sia spazio per rimediare già nella prossima stagione. Sto parlando della presa di coscienza di Dexter, riguardo alla sua sete di morte. Forse per la prima volta, nella sua lucida follia, Dexter capisce che il "codice" è una stronzata: a lui piace uccidere, certo, ha bisogno di un motivo, ma non è solo un vigilante. Uccidere gli riesce bene, e può usare questo skill anche solo per difendere se stesso e l'immagine di vita che si è fatto. Ecco, se c'è una cosa che davvero rimprovero agli sceneggiatori, è quella di non aver affondato le mani in questa introspezione, anziché riempire di eventi la stagione. Quindi si, buona stagione, ma con dei difetti.
Il cast se la cava sempre bene. Sempre bravissima, a mio parere, Jennifer Carpenter, la migliore. Ottimo Ray Stevenson (Isaak Sirko), uno delle special guest della stagione, già protagonista del reboot di Punisher (Zona di guerra), e visto in Thor; il suo rapporto con Dexter ci regala i momenti più alti di questa stagione. Meno incisiva, nonostante la parte rilevante, la bella Yvonne Strahovski nei panni di Hannah McKay: una sorta di nuova Lumen, ma se vi ricordate, Julia Stiles se la cavò meglio nella quinta stagione. Rivediamo volentieri Jason Gedrick (George Novikov), dopo Luck, e, curiosità, Santiago Cabrera (Sal Price) è proprio quello di La vida de los peces.
E' in arrivo (il 30 di giugno 2013 il primo episodio) l'ottava stagione, che doveva essere quella finale, ma alcune dichiarazioni dell'executive producer Scott Buck lasciano intendere che non è ancora detta l'ultima parola.
Dite quel che volete, ma io continuo a provare un certo piacere davanti alla visione di Dexter, arrivato ormai alla settima stagione.
Vado con un accenno di trama, quindi Spoiler Alert!
Il cliffhanger col quale si concludeva, o meglio non si concludeva, la scorsa stagione, metteva Dexter e Debra in una situazione davvero difficile: Debra infatti sorprende Dex mentre uccide Travis Marshall. Sconvolta, decide però di aiutare Dex a coprire le proprie tracce (ma ne rimangono più di una), dando fuoco alla chiesa sconsacrata dove è accaduto il fatto. Deb, che non è proprio l'ultima arrivata, comincia a mettere insieme i pezzi del puzzle, e porta Dex ad ammettere la verità, completamente. Quasi in contemporanea, si apre un nuovo caso. Tutto comincia con una gomma a terra: il detective Mike Anderson, il collega "nuovo", viene ucciso dopo essersi fermato per aiutare un tizio, che si rivela essere un killer della mafia ucraina. Anderson aveva visto qualcosa che non doveva vedere. Mentre tutti sono sulle tracce del killer con più rabbia del solito, trattandosi di un collega, Dex, al solito, è il più veloce di tutti. Ma il killer in questione lascia un legame particolare con uno dei boss, boss che a sua volta si mette sulle tracce di Dexter.
In effetti, Dex sta facendosi molti nemici: non ultimo Louis Greene, che entra nel suo pc azzerandogli le carte di credito, primo passo di una vendetta personale, e LaGuerta ritrova uno dei suoi vetrini sulla scena del crimine di Travis Marshall.
Cosa potrebbe complicare ulteriormente le cose, tenendo conto che ci sono ancora in ballo i sentimenti più che fraterni di Deb verso Dex, anche dopo che lei scopre che lui è un serial killer? Naturalmente, un'altra donna...
Nonostante la premessa, rileggendo il riassunto già si capisce che, per la settima stagione, il team degli sceneggiatori ha messo probabilmente un po' troppa carne al fuoco. Ma secondo me è un po' troppo riduttivo sostenere che la serie ha perso forza ed appeal; provando a fare dei confronti, non credo che ci siano molte serie che arrivano alla settima stagione senza diventare delle cagate pazzesche. E, che ci crediate o no, anche se la cosa non è fondamentale, l'ultimo episodio della stagione conclusa poco prima della fine del 2012 è stato l'episodio più visto di tutte le sette stagioni.
Come abbiamo detto, molta, forse troppa carne al fuoco. Questo è vero, ma non mi è parso che la cosa abbia snaturato la serie. Finale discutibile: certo, come tutti. Difficile gestire una verità terribile come quella che Deb ha scoperto, difficile soprattutto per i sentimenti, non del tutto sani, che nutre per il fratellastro. La stagione ha dei difetti, non lo nego, ma secondo me non sono tra quelli indicati dai più. Chissà che ci sia spazio per rimediare già nella prossima stagione. Sto parlando della presa di coscienza di Dexter, riguardo alla sua sete di morte. Forse per la prima volta, nella sua lucida follia, Dexter capisce che il "codice" è una stronzata: a lui piace uccidere, certo, ha bisogno di un motivo, ma non è solo un vigilante. Uccidere gli riesce bene, e può usare questo skill anche solo per difendere se stesso e l'immagine di vita che si è fatto. Ecco, se c'è una cosa che davvero rimprovero agli sceneggiatori, è quella di non aver affondato le mani in questa introspezione, anziché riempire di eventi la stagione. Quindi si, buona stagione, ma con dei difetti.
Il cast se la cava sempre bene. Sempre bravissima, a mio parere, Jennifer Carpenter, la migliore. Ottimo Ray Stevenson (Isaak Sirko), uno delle special guest della stagione, già protagonista del reboot di Punisher (Zona di guerra), e visto in Thor; il suo rapporto con Dexter ci regala i momenti più alti di questa stagione. Meno incisiva, nonostante la parte rilevante, la bella Yvonne Strahovski nei panni di Hannah McKay: una sorta di nuova Lumen, ma se vi ricordate, Julia Stiles se la cavò meglio nella quinta stagione. Rivediamo volentieri Jason Gedrick (George Novikov), dopo Luck, e, curiosità, Santiago Cabrera (Sal Price) è proprio quello di La vida de los peces.
E' in arrivo (il 30 di giugno 2013 il primo episodio) l'ottava stagione, che doveva essere quella finale, ma alcune dichiarazioni dell'executive producer Scott Buck lasciano intendere che non è ancora detta l'ultima parola.
20130217
la guerra invisibile
The Invisible War - di Kirby Dick (al momento inedito in Italia)Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Le Forze Armate statunitensi sono da molti ritenute uno dei migliori eserciti al mondo. E' recente la decisione di formalizzare la possibilità per le donne soldato di essere inviate al fronte, in caso di guerre. Ma c'è una specie di flagello che lascia ad alcuni ex militari dei traumi spesso più devastanti di quelli derivanti dal fronte: lo stupro, sia maschile che femminile. Il documentario voluto dalla regista e produttrice Amy Ziering e diretto dall'esperto documentarista Kirby Dick, solleva il velo su una vera e propria marea di casi di stupro perpetrati nei vari rami dell'esercito statunitense, con l'aiuto di molti racconti di vittime, ed alcune "incursioni" nelle vite e nei traumi di alcune di esse, e segue un gruppo di queste fino a vari incontri con membri del congresso che sono decisi a perorare le loro cause.
Rigoroso, ben girato, coraggioso, il documentario solleva un problema che negli USA appare decisamente diffuso, e che può tranquillamente essere riportato anche nella società civile. Le interviste alle vittime sono spesso intense, toccanti, creano senza dubbio grande empatia, quelle agli alti membri dell'esercito generano una sorta di effetto comico involontario, e dipingono discretamente l'estrema rigidità di una struttura mastodontica e sicuramente poco votata alla trasparenza, quelle agli avvocati, ai giornalisti e agli scrittori rivelano dati e fatti decisamente interessanti che fanno molto riflettere. In uno strano e quasi paradossale paragone, The Invisible War mi ha ricordato uno dei candidati all'Oscar della stessa categoria (miglior documentario) dell'anno passato, Hell and Back Again, ma mi sembra di poter dire che questo è migliore, anche per l'estrema delicatezza del tema affrontato, seppur sempre "interno" all'esercito USA.
E' certo che questo The Invisible War se la dovrà vedere con avversari forse più intriganti, ma è una testimonianza che sicuramente è nobilitata dalla "guerra" all'inciviltà e alla follia dello stupro, ovunque esso venga perpetrato. Meriterebbe, quindi, la visione.
20130216
come sopravvivere a un flagello
How to Survive a Plague - di David France (al momento inedito in Italia)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
How to Survive a Plague, titolo tra l'ironico e l'orrorifico, ma indovinatissimo, racconta di come, tra il 1987 ed il 1996, un gruppo di giovani gay che avevano contratto il virus dell'AIDS, divennero instancabili attivisti, fondando prima ACT UP, e poi più tardi il gruppo TAG, e che, organizzando proteste non violente e gruppi di pressione, partecipando a convegni, prestandosi a sperimentazioni, intervenendo a campagne elettorali, effettuando blitz nelle sedi di case farmaceutiche, stilando tabelle di marcia, studiando strategie, riuscirono, ovviamente aiutati da ricercatori particolarmente sensibilizzati su quella che stava diventando una pandemia su scala mondiale, a far si che l'AIDS divenisse una malattia con la quale si poteva alla fine convivere, e non risultasse più una sicura condanna a morte.
Nella cinquina dei candidati all'Oscar come miglior documentario, come potevate immaginare, How to Survive a Plague, nella struttura, mi ha ricordato, pensate un po', le due miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale prodotte da Steven Spielberg, Band of Brothers e The Pacific. E non perché, in effetti, come sottolinea verso la fine uno dei protagonisti, quegli anni dell'AIDS sono stati come una guerra, dalla quale solo alcuni sono tornati a casa, ma perché, appunto, alcuni di quelli che vediamo nei panni dei protagonisti, giovani nei filmati d'epoca, li rivediamo, fortunatamente aggiungerei, per così dire "anziani", ancora vivi e in buona salute nella "carrellata" finale del documentario. Purtroppo, non ci sono tutti: alcuni di loro sono "morti provandoci", e naturalmente, come tutti sappiamo, diversi milioni di altre persone sono morte a causa di questa epidemia micidiale. La guerra non è finita, ma è vero che questo documentario mostra una perseveranza, una costanza, una testardaggine, una rabbia necessaria, per ribaltare proprio quella guerra che, complice una amministrazione statunitense e una chiesa romana (e alcuni politici) che, trincerandosi dietro panegirici ed acrobazie discorsive (alcuni particolarmente odiosi non provavano neppure ad inventarsi balle), erano convinti che l'AIDS fosse una sorta di punizione divina che dovesse giustamente castigare i sodomiti. Molto importanti sono alcune prese di coscienza, a volte degli stessi attivisti/protagonisti, per imparare dai propri errori. Ma, ancora più importante, il messaggio che arriva allo spettatore è che la mobilitazione, se fatta con intelligenza e perseveranza, paga, qualunque sia il "nemico".
Vibrante e con alcuni momenti toccanti, ci racconta una storia a noi europei poco nota, facendoci conoscere degli eroi civili che meriterebbero di essere ricordati, sia quelli "caduti", che quelli, per così dire, ancora in piedi.
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
How to Survive a Plague, titolo tra l'ironico e l'orrorifico, ma indovinatissimo, racconta di come, tra il 1987 ed il 1996, un gruppo di giovani gay che avevano contratto il virus dell'AIDS, divennero instancabili attivisti, fondando prima ACT UP, e poi più tardi il gruppo TAG, e che, organizzando proteste non violente e gruppi di pressione, partecipando a convegni, prestandosi a sperimentazioni, intervenendo a campagne elettorali, effettuando blitz nelle sedi di case farmaceutiche, stilando tabelle di marcia, studiando strategie, riuscirono, ovviamente aiutati da ricercatori particolarmente sensibilizzati su quella che stava diventando una pandemia su scala mondiale, a far si che l'AIDS divenisse una malattia con la quale si poteva alla fine convivere, e non risultasse più una sicura condanna a morte.
Nella cinquina dei candidati all'Oscar come miglior documentario, come potevate immaginare, How to Survive a Plague, nella struttura, mi ha ricordato, pensate un po', le due miniserie sulla Seconda Guerra Mondiale prodotte da Steven Spielberg, Band of Brothers e The Pacific. E non perché, in effetti, come sottolinea verso la fine uno dei protagonisti, quegli anni dell'AIDS sono stati come una guerra, dalla quale solo alcuni sono tornati a casa, ma perché, appunto, alcuni di quelli che vediamo nei panni dei protagonisti, giovani nei filmati d'epoca, li rivediamo, fortunatamente aggiungerei, per così dire "anziani", ancora vivi e in buona salute nella "carrellata" finale del documentario. Purtroppo, non ci sono tutti: alcuni di loro sono "morti provandoci", e naturalmente, come tutti sappiamo, diversi milioni di altre persone sono morte a causa di questa epidemia micidiale. La guerra non è finita, ma è vero che questo documentario mostra una perseveranza, una costanza, una testardaggine, una rabbia necessaria, per ribaltare proprio quella guerra che, complice una amministrazione statunitense e una chiesa romana (e alcuni politici) che, trincerandosi dietro panegirici ed acrobazie discorsive (alcuni particolarmente odiosi non provavano neppure ad inventarsi balle), erano convinti che l'AIDS fosse una sorta di punizione divina che dovesse giustamente castigare i sodomiti. Molto importanti sono alcune prese di coscienza, a volte degli stessi attivisti/protagonisti, per imparare dai propri errori. Ma, ancora più importante, il messaggio che arriva allo spettatore è che la mobilitazione, se fatta con intelligenza e perseveranza, paga, qualunque sia il "nemico".
Vibrante e con alcuni momenti toccanti, ci racconta una storia a noi europei poco nota, facendoci conoscere degli eroi civili che meriterebbero di essere ricordati, sia quelli "caduti", che quelli, per così dire, ancora in piedi.
20130215
cinque telecamere rotte
5 Broken Cameras - di Emad Burnat e Guy Davidi (2013)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Emad Burnat è un giovane contadino palestinese di Bil'in, un villaggio vicino a Ramallah, in Cisgiordania (West Bank). Insieme alla moglie, Soraya, anche lei palestinese ma cresciuta in Brasile, vivono modestamente vicino alla famiglia di Emad e ai suoi più cari amici. Hanno tre figli, Mohammed, Yasin e Taky-Adin, e appena nasce il loro quarto pargolo, Gibreel, a Emad viene regalata una telecamera, con la quale, da autodidatta, si impegna a documentare la crescita di Gibreel. Mentre Emad diventa sempre più esperto nell'uso della telecamera, fino ad essere riconosciuto come il cameraman del villaggio, che documenta feste ed avvenimenti importanti, Bil'in viene "espropriato" da buona parte delle sue terre: sta prendendo corpo la costruzione del muro israeliano, che passa vicinissimo a Bil'in, e che quindi, a causa della sua costituzione (come recita la scheda Wikipedia, "una successione di muri, trincee e porte elettroniche", quindi un qualcosa che prende molto spazio anche in larghezza, ben più che in altezza) priva delle già povere terre i contadini palestinesi. Non ultimo, l'insediamento israeliano (secondo la comunità internazionale, fuorilegge) di Modi'in Illit (il più popoloso insediamento israeliano nella West Bank) completa, secondo i palestinesi, l'usurpazione delle terre che, sempre secondo i palestinesi, appartenevano a Bil'in.
Ecco quindi che il movimento spontaneo di protesta degli abitanti di Bil'in, al quale si aggregano sostenitori provenienti da tutto il mondo, perfino da Israele, nasce quasi contemporaneamente a Gibreel. Emad, nel corso di 6 anni di vita di Gibreel, e di ben cinque telecamere, documenterà i fatti che sono accaduti tra il 2004 ed il 2010, così come l'infanzia di Gibreel e dei suoi fratelli più grandi.
Devo dare ragione all'amico Massi, che già da un po' mi sollecitava a prestare più attenzione alla categoria documentari, specialmente quando si arriva vicini all'assegnazione degli Oscar dell'Academy. Anche se quasi sempre risultano inediti in Italia, e quindi non facili da reperire, necessari quindi di uno sforzo, visto che quasi mai sono in italiano o sottotitolati nella lingua di Dante, meritano decisamente lo sforzo. Questo 5 Broken Cameras, mirabile collaborazione tra un palestinese non violento (Burnat) ed un israeliano illuminato (Davidi), è una sorta di diario costruito ottimamente, che trasmette probabilmente la stessa impotenza che sente il popolo palestinese, e al tempo stesso non fa sconti all'esercito israeliano, decisamente disinteressato a mantenere la pace. Burnat nasce come cameraman dilettante, ma presto le sue riprese fanno il giro del mondo e diviene un freelance usato da varie agenzie di informazione internazionali. Avvicina Davidi (già esperto documentarista) nel 2009, e l'opera prende una forma ed una direzione diversa, dando maggior spazio alle reazioni della famiglia di Emad, plasmando il parallelo tra la protesta non violenta e la crescita di Gibreel, fino all'introduzione di Emad stesso come personaggio, e quindi utilizzando altri cineoperatori (tra i quali Davidi stesso).
5 Broken Cameras è un'opera asciutta e naturalmente realistica al massimo, dal tocco al tempo stesso rude e dolcissimo; la voce fuori campo di Emad filosofeggia mai a vanvera, e "costruisce" un personaggio, quello del figlio Gibreel, che tocca anima e cuore. Un (altro) bell'applauso.
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Emad Burnat è un giovane contadino palestinese di Bil'in, un villaggio vicino a Ramallah, in Cisgiordania (West Bank). Insieme alla moglie, Soraya, anche lei palestinese ma cresciuta in Brasile, vivono modestamente vicino alla famiglia di Emad e ai suoi più cari amici. Hanno tre figli, Mohammed, Yasin e Taky-Adin, e appena nasce il loro quarto pargolo, Gibreel, a Emad viene regalata una telecamera, con la quale, da autodidatta, si impegna a documentare la crescita di Gibreel. Mentre Emad diventa sempre più esperto nell'uso della telecamera, fino ad essere riconosciuto come il cameraman del villaggio, che documenta feste ed avvenimenti importanti, Bil'in viene "espropriato" da buona parte delle sue terre: sta prendendo corpo la costruzione del muro israeliano, che passa vicinissimo a Bil'in, e che quindi, a causa della sua costituzione (come recita la scheda Wikipedia, "una successione di muri, trincee e porte elettroniche", quindi un qualcosa che prende molto spazio anche in larghezza, ben più che in altezza) priva delle già povere terre i contadini palestinesi. Non ultimo, l'insediamento israeliano (secondo la comunità internazionale, fuorilegge) di Modi'in Illit (il più popoloso insediamento israeliano nella West Bank) completa, secondo i palestinesi, l'usurpazione delle terre che, sempre secondo i palestinesi, appartenevano a Bil'in.
Ecco quindi che il movimento spontaneo di protesta degli abitanti di Bil'in, al quale si aggregano sostenitori provenienti da tutto il mondo, perfino da Israele, nasce quasi contemporaneamente a Gibreel. Emad, nel corso di 6 anni di vita di Gibreel, e di ben cinque telecamere, documenterà i fatti che sono accaduti tra il 2004 ed il 2010, così come l'infanzia di Gibreel e dei suoi fratelli più grandi.
Devo dare ragione all'amico Massi, che già da un po' mi sollecitava a prestare più attenzione alla categoria documentari, specialmente quando si arriva vicini all'assegnazione degli Oscar dell'Academy. Anche se quasi sempre risultano inediti in Italia, e quindi non facili da reperire, necessari quindi di uno sforzo, visto che quasi mai sono in italiano o sottotitolati nella lingua di Dante, meritano decisamente lo sforzo. Questo 5 Broken Cameras, mirabile collaborazione tra un palestinese non violento (Burnat) ed un israeliano illuminato (Davidi), è una sorta di diario costruito ottimamente, che trasmette probabilmente la stessa impotenza che sente il popolo palestinese, e al tempo stesso non fa sconti all'esercito israeliano, decisamente disinteressato a mantenere la pace. Burnat nasce come cameraman dilettante, ma presto le sue riprese fanno il giro del mondo e diviene un freelance usato da varie agenzie di informazione internazionali. Avvicina Davidi (già esperto documentarista) nel 2009, e l'opera prende una forma ed una direzione diversa, dando maggior spazio alle reazioni della famiglia di Emad, plasmando il parallelo tra la protesta non violenta e la crescita di Gibreel, fino all'introduzione di Emad stesso come personaggio, e quindi utilizzando altri cineoperatori (tra i quali Davidi stesso).
5 Broken Cameras è un'opera asciutta e naturalmente realistica al massimo, dal tocco al tempo stesso rude e dolcissimo; la voce fuori campo di Emad filosofeggia mai a vanvera, e "costruisce" un personaggio, quello del figlio Gibreel, che tocca anima e cuore. Un (altro) bell'applauso.
20130214
Cercando l'uomo zucchero
Searching for Sugar Man - di Malik Bendjelloul (al momento inedito in Italia)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Sixto Díaz Rodríguez, conosciuto in arte come Rodríguez o Jesús Rodríguez, è un cantautore folk statunitense, fino a poco tempo fa quasi completamente sconosciuto in Patria nonostante la pubblicazione di due dischi agli inizi dei '70. Dopo l'uscita di questo documentario, Rodríguez, a 70 anni suonati, sta diventando celebre negli USA, ed ha addirittura in programma di far uscire il suo terzo album, rimasto inedito fin dal 1972. La storia di questo personaggio, raccontata da questo Searching for Sugar Man (Sugar Man è la prima canzone del suo primo album, Cold Fact), documentario candidato all'Oscar nella propria categoria, è straordinaria, incredibile, e particolarmente toccante; ci fa scoprire un artista schivo, totalmente disinteressato, fenomenale.
Rodríguez nasce e cresce a Detroit, da una famiglia di origini messicane con sangue (basta guardarlo in faccia) nativo americano, e vive da sempre una vita più che umile. Provenendo da una famiglia immigrata appartenente alla working-class, in molte delle sue canzoni adotta posizioni politiche e sociali nette, a favore delle classi sociali più basse. Musicalmente, e pure a livello vocale, molto simile a Bob Dylan, dopo l'insuccesso dei suoi primi due dischi, forse anche a causa della esagerata riservatezza del personaggio (non era raro vederlo esibire spalle al pubblico, non ha mai amato rilasciare interviste), nonostante un breve tour australiano, continua a suonare la sua chitarra e a comporre le sue canzoni, ma lavora in un'impresa di demolizioni, senza mai tirarsi indietro dinnanzi a lavori faticosi.
Nel frattempo, e a sua insaputa, le sue canzoni, in Australia, in Nuova Zelanda, ma soprattutto in Sud Africa, diventavano famosissime, e facevano da colonna sonora ai primi movimenti anti-apartheid bianchi, ma non solo, visto che addirittura, c'è chi sostiene che persino Stephen Biko (si, quello della canzone di Peter Gabriel) fosse un fan di Rodríguez. Rodríguez in Sud Africa diventa un mito, ai livelli di Jimi Hendrix ed Elvis. All'improvviso, non si sa come, sempre in Sud Africa si diffonde la notizia che Rodríguez si sarebbe suicidato. Un paio di persone, un gioielliere (poi diventato proprietario di un negozio di dischi) di nome Stephen Segerman, soprannominato Sugar (non chiedetevi, a questo punto, neppure perché), ed un giornalista che si chiama Craig Bartholomew-Strydom, non si danno pace, e cominciano ad "indagare" su Rodríguez. Finché, una notte...
Se uno non sa di cosa parla Searching for Sugar Man, i primi minuti potrebbero fargli pensare ad un semplice documentario celebrativo di un musicista dimenticato troppo in fretta. Invece, questo documentario dal ritmo sostenuto, dal lieto fine e perfino commovente, voluto e pensato dal giovane regista svedese Malik Bendjelloul, che come dice in un intervista a The Independent, ha "scoperto" questa storia girando zaino in spalla l'Africa ed il Sud America (in cerca, appunto, di storie), ha non solo un cuore pulsante, ma addirittura un plot twist non indifferente, quasi impensabile in un documentario, seppur di ottima fattura.
Favorito dagli splendidi panorami sudafricani, intervallato, quando serviva, da sobrie animazioni e da filmati d'epoca (uno soprattutto, a cura di una delle figlie di Rodríguez, e non vi dico altro per non rovinarvi la sorpresa), costellato da interviste brevissime e funzionali (a volte addirittura non-interviste), Searching for Sugar Man è costruito in maniera brillante, e racconta una storia che non sarà epocale, ma è piuttosto sintomatica, ed è quantomeno curiosa ed intrigante. Last but not least, le canzoni di Rodríguez sono splendide, veramente.
Una bella, bella sorpresa.
20130213
La alegrìa ya viene
No - di Pablo Larraín (2013)Giudizio sintetico: da vedere (4/5)
Nel 1988, il Cile era ancora sotto il "tacco" prepotente dell'ormai anzianotto generale Augusto Pinochet, che era salito al potere nel 1973 (esattamente l'11 settembre), grazie ad una crisi economico-sociale probabilmente creata ad arte, e soprattutto grazie all'aiuto degli USA, più precisamente da Kissinger (e dietro di lui naturalmente qualcuno anche più in alto), ed era ancora lì a dispetto delle atrocità commesse. Forse a causa della geografia di quel paese, lontano dall'occidente, forse per l'indolenza della politica internazionale, forse per la diffusa paura del comunismo, solo dopo quindici anni di dittatura, le pressioni internazionali costrinsero Pinochet e la sua giunta militare a mettersi in gioco con un referendum, il Plebiscito nacional, che in pratica chiedeva ai cileni se volevano Pinochet al potere altri otto anni, fino al marzo del 1997, oppure no.
Furono messi a disposizione, sulla televisione nazionale, 15 minuti, ogni sera per un mese prima delle votazioni, per ogni schieramento. Naturalmente, tutto il resto della giornata, la programmazione sosteneva il regime di Pinochet, e il fronte, formato da diciassette tra partiti politici e movimenti, che sosteneva il no ad altri otto anni del generale, non contava assolutamente di poter vincere: il successo sarebbe stato rappresentato dal riuscire a creare una coscienza politica nel popolo cileno, di fargli intravedere la possibilità di un Cile al di fuori della dittatura militare.
Il fronte del No, per realizzare gli spot televisivi, si rivolse a René Saavedra, un giovane creativo da poco tornato dal suo esilio in Messico. René, pubblicitario al passo, e forse in anticipo, sui tempi, vincendo la diffidenza dei politici di professione, che, comprensibilmente, avrebbero voluto impostare la campagna contro Pinochet sottolineando prima di tutto le cose orribili che aveva fatto il generale, sostenne invece la necessità di "montare" una campagna tutta rivolta all'ottimismo, come in uno spot della Coca Cola (o di una qualsiasi altra bibita "giovane", come ci mostra il film), per far capire che lo schieramento del No non era composto da comunisti che mangiavano i bambini o che volevano abolire la proprietà privata. Curiosamente, René era il creativo di punta dell'agenzia diretta da Lucho Guzmán, un imprenditore di successo vicinissimo ai vertici militari, che, senza mai ammetterlo, prese le redini della parte creativa per la campagna del Si.
Non fu certo una passeggiata, per René, per la sua famiglia, e per tutti quelli che lavorarono alla campagna del No. Ma, il 5 ottobre del 1988, giorno del referendum...
E io che, nel 1994 viaggiando in Cile, mi chiedevo perché i cileni non parlassero volentieri del loro passato. A parte questo, con questo film concludiamo anche le recensioni sui cinque candidati nella categoria "miglior film in lingua non inglese". E devo dire che non potevamo concludere meglio: il quarto film del cileno Larraín, che vi ho "raccontato" nella sua progressione (Fuga, Tony Manero, Post Mortem), è un film che secondo me non dovreste perdervi, per diverse ragioni.
Il film è basato sul monologo inedito El plebiscito, di Antonio Skármeta (Il postino di Neruda, dal quale fu tratto Il postino con Troisi; l'ultimo lavoro, del 2011, Los dìas del Arcoìris, tratta ancora del gruppo che sostenne il No al Plebiscito), sceneggiato ed ovviamente "arricchito" da Pedro Peirano, giornalista e sceneggiatore (già per La nana), che ha approfondito la storia della campagna del No insieme a Lorena Penjean, ed è messo in scena dal giovane regista cileno con un formato 3:4 (per intenderci, sullo schermo vedrete le immagini quadrate, anziché rettangolari), ma soprattutto con una fotografia che ricalca perfettamente quelli dei filmini in super8 di un tempo: dopo un iniziale spaesamento, lo spettatore si ritrova così catapultato dentro gli anni '80 (a dire il vero, a noi darà l'impressione dei '70, ma c'è da tenere di conto il ritardo "causato" dalla dittatura). Non finisce qui; il cast è formato da attori che al pubblico italiano sono sconosciuti, ma che si rivelano essere tutti assolutamente all'altezza. Ci sono naturalmente due eccezioni, nelle due parti principali. Rané Saavedra è interpretato da un bravissimo Gael García Bernal, spavaldo pubblicitario ma con l'approssimarsi delle votazioni impaurito dalla prepotenza del regime (non perdetevi la scena finale, con l'incredulità, mista alla consapevolezza di aver compiuto un'impresa storica, dipinta sul volto di questo messicano che ancora una volta si dimostra un grande attore); l'amico/antagonista Lucho Guzmán è impersonato da un altrettanto bravissimo Alfredo Castro, un attore che abbiamo conosciuto proprio attraverso i film di Larraín, e che ultimamente abbiamo visto anche in E' colpa del figlio, e che come sempre riesce a risultare straordinariamente repellente.
Devo però aggiungere una cosa, perché qualcuno potrebbe pensare di trovarsi dinnanzi ad uno di quei film cupi, dove il terrore e la violenza rendono il tutto indigeribile. Larraín, affinando quel suo strano senso dell'umorismo, riesce a girare un film che parla della fine di un periodo terribile per il suo Paese, adottando un alternanza di momenti tesi ad altri decisamente comici, spiazzando spessissimo lo spettatore e ribaltando continuamente l'atmosfera.
Un film che affronterà a testa alta quello del marpione intellettuale Haneke (Amour), e che come quasi ogni anno accade, forma parte della categoria che racchiude le migliori espressioni del cinema internazionale. L'uscita italiana pare programmata per aprile.
20130212
eccoci
Vi ricordate questo episodio? Ecco: ora voglio dichiarazioni di Barbara Berlusconi, Allegri, Boateng, El Shaarawy, Balotelli stesso, che stigmatizzano il linguaggio dello zio, fratello del Presidentissimo.
E badate bene, non ce l'ho, in questo frangente, né con il Milan, né con Silvio: ce l'ho, come sapte molto bene, con i razzisti.
E badate bene, non ce l'ho, in questo frangente, né con il Milan, né con Silvio: ce l'ho, come sapte molto bene, con i razzisti.
strega ribelle
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Africa sub-sahariana, forse in Congo, non si sa quale dei due. Komona, 14 anni, incinta, racconta la sua storia a suo figlio, che ancora deve nascere, e al quale confessa candidamente di non sapere se riuscirà ad amarlo. Se vi chiedete perché, anche voi dovreste conoscere la storia di Komona.
Due anni prima, viveva nella più assoluta povertà, ma felice, in un villaggio fatto di stracci e capanne in riva al grande fiume, quando arrivarono i ribelli. Uccisero quasi tutti, ma non lei. A lei, il Comandante fece qualcosa di peggiore: le fece uccidere con un mitra i suoi stessi genitori, minacciando, se non l'avesse fatto, di ucciderli col suo machete. E lei li uccise, piangendo. Ma i fantasmi dei suoi genitori la seguono ovunque, e lei capisce che li deve seppellire. Ma non può, perché i ribelli l'hanno presa con loro, e l'hanno fatta diventare una bambina-soldato. Komona sopporta continue umiliazioni, finché accade un fatto che i compagni d'armi giudicano straordinario (mentre per lei dipende solo dalle sue "visioni"): per tutti, da quel momento, diventa una strega di guerra. Nessuno si permetterà più di umiliarla, e Magicien, l'unico che fino a quel momento le aveva mostrato interesse, simpatia e comprensione, le starà sempre più vicino. Finché, un giorno, i due, ormai innamorati, si allontaneranno dai ribelli; Magicien la vuole sposare, e nonostante Komona si metta a ridere, Magicien le dimostrerà di fare sul serio. Ma il Comandante ed i suoi uomini riescono a riprenderli.
Una sorpresa totale, per me, questo quarto lungometraggio del canadese Kim Nguyen, del quale non avevo mai sentito parlare. Un film, questo, che è il classico pugno nello stomaco, e che ci ricorda che, tra gli altri, esiste sempre questo problema, quello dei bambini-soldato, che esisterà sempre finché i governi dei paesi "ricchi" agiranno considerando l'Africa poco più che un serbatoio di risorse naturali e manodopera a prezzi stracciati.
Estremamente realista, nonostante il prepotente "inserto" onirico/sovrannaturale dei fantasmi, recitato splendidamente soprattutto dai due protagonisti, l'albino Serge Kanyinda (Magicien) e la straordinaria Rachel Mwanza (Komona), oggi quasi sedicenne, abbandonata dai genitori da bambina, vissuta per lungo tempo per le strade di Kinshasa, al momento del suo "ingaggio", ovviamente, non sapeva leggere e scrivere; Rachel ha vinto il premio come miglior attrice protagonista al Festival di Berlino del 2012.
Regia estremamente dinamica, sceneggiato dallo stesso regista, in un'ora e mezzo scarsa inanella momenti di comicità, sprazzi di tenerezza inaspettata, inseriti in una storia dalla drammaticità davvero molto intensa, estrema. Rebelle, se avrete modo di vederlo, vi lascerà il segno.
Africa sub-sahariana, forse in Congo, non si sa quale dei due. Komona, 14 anni, incinta, racconta la sua storia a suo figlio, che ancora deve nascere, e al quale confessa candidamente di non sapere se riuscirà ad amarlo. Se vi chiedete perché, anche voi dovreste conoscere la storia di Komona.
Due anni prima, viveva nella più assoluta povertà, ma felice, in un villaggio fatto di stracci e capanne in riva al grande fiume, quando arrivarono i ribelli. Uccisero quasi tutti, ma non lei. A lei, il Comandante fece qualcosa di peggiore: le fece uccidere con un mitra i suoi stessi genitori, minacciando, se non l'avesse fatto, di ucciderli col suo machete. E lei li uccise, piangendo. Ma i fantasmi dei suoi genitori la seguono ovunque, e lei capisce che li deve seppellire. Ma non può, perché i ribelli l'hanno presa con loro, e l'hanno fatta diventare una bambina-soldato. Komona sopporta continue umiliazioni, finché accade un fatto che i compagni d'armi giudicano straordinario (mentre per lei dipende solo dalle sue "visioni"): per tutti, da quel momento, diventa una strega di guerra. Nessuno si permetterà più di umiliarla, e Magicien, l'unico che fino a quel momento le aveva mostrato interesse, simpatia e comprensione, le starà sempre più vicino. Finché, un giorno, i due, ormai innamorati, si allontaneranno dai ribelli; Magicien la vuole sposare, e nonostante Komona si metta a ridere, Magicien le dimostrerà di fare sul serio. Ma il Comandante ed i suoi uomini riescono a riprenderli.
Una sorpresa totale, per me, questo quarto lungometraggio del canadese Kim Nguyen, del quale non avevo mai sentito parlare. Un film, questo, che è il classico pugno nello stomaco, e che ci ricorda che, tra gli altri, esiste sempre questo problema, quello dei bambini-soldato, che esisterà sempre finché i governi dei paesi "ricchi" agiranno considerando l'Africa poco più che un serbatoio di risorse naturali e manodopera a prezzi stracciati.
Estremamente realista, nonostante il prepotente "inserto" onirico/sovrannaturale dei fantasmi, recitato splendidamente soprattutto dai due protagonisti, l'albino Serge Kanyinda (Magicien) e la straordinaria Rachel Mwanza (Komona), oggi quasi sedicenne, abbandonata dai genitori da bambina, vissuta per lungo tempo per le strade di Kinshasa, al momento del suo "ingaggio", ovviamente, non sapeva leggere e scrivere; Rachel ha vinto il premio come miglior attrice protagonista al Festival di Berlino del 2012.
Regia estremamente dinamica, sceneggiato dallo stesso regista, in un'ora e mezzo scarsa inanella momenti di comicità, sprazzi di tenerezza inaspettata, inseriti in una storia dalla drammaticità davvero molto intensa, estrema. Rebelle, se avrete modo di vederlo, vi lascerà il segno.
20130211
Una tresca reale
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Nel 1766, Carolina Matilde di Hannover, figlia del Principe del Galles, nata a Londra quindici anni prima, si sposò per procura con Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia, suo cugino. Conobbe il consorte circa un mese più tardi, ed ebbe modo di constatare quanto si vociferava: il re soffriva di problemi di salute mentale (pare schizofrenia e depressione), e, nonostante non fosse affatto stupido, non era certo la persona ideale per passarci una vita a fianco. Carolina aveva ben presenti i suoi doveri regali, e ben presto, seppure a malincuore, rimase incinta del primo figlio, Federico, che nacque dopo poco più di un annno di matrimonio. Cristiano, dopo pochi mesi dall'evento, partì senza di lei per un viaggio europeo che durò circa otto mesi; nel corso di questo viaggio, tramite il conte Schack Carl Rantzau ed Enevold Brandt, ex cortigiani di Danimarca bramosi di tornare ad esserlo, Johann Friedrich Struensee diventò il suo medico personale, ed il re se lo "riportò indietro", introducendolo a corte. Convinto illuminista, ottimo medico, Struensee influenzò moltissimo gli anni a seguire, divenendo dapprima consigliere del re, che lui solo riusciva a calmare e a far ragionare, in seguito reggente-ombra nonché amante della regina, alla quale, in un primo momento, non piaceva. Non finì bene per nessuno, ma in punto di morte Carolina volle spiegare come andarono le cose ai due figli (visto che, dopo Federico, ebbe anche Luisa Augusta, anche se il padre rimane a dir poco incerto).
Tratto principalmente da due libri, Il medico di corte di Per Olov Enquist e Prinsesse af blodet di Bodil Steensen-Leth, sceneggiato da Rasmus Heisterberg insieme allo stesso regista Nikolaj Arcel (i due insieme hanno adattato anche Uomini che odiano le donne per la versione cinematografica svedese), il film danese e recitato appunto in danese (anche se contiene alcuni dialoghi in inglese, tedesco e francese), è nella cinquina per gli Oscar, naturalmente categoria miglior film in lingua non inglese, ed è un affresco molto ben fatto sulla corte danese dell'epoca, rispettando tutte le buone regole dei film in costume, ma avendo sicuramente una marcia in più, in quanto il particolare triangolo che racconta e mette in scena, risulta ben strutturato e decisamente "progressista", soprattutto se visto nell'ottica attuale, ed inquadrato nel contesto storico europeo. Il film è reso coinvolgente anche dalle interpretazioni dei tre protagonisti; se non potevano esserci dubbi su quella di Struensee, impersonato da un Mads Mikkelsen misurato (vi svelo una mia personale sensazione durante la visione; conoscendo la mia teoria su Mikkelsen tumefatto, dopo circa due ore di pellicola mi stavo dicendo "bel film, però Mads è sempre intatto, vai a vedere che manca questo per farlo diventare un gran film". Detto fatto, nella scena seguente - spoiler alert - viene incarcerato e torturato, e dopo altre due scene appare tumefatto. Ancora tra parentesi, evidentemente vista la durata complessiva - circa due ore e un quarto - il regista ci ha risparmiato la vera fine di Struensee - super spoiler alert! - che dopo essere stato decapitato - ma pare che prima ancora gli sia stata tagliata la mano destra - fu squartato ed esposto ulteriormente al pubblico ludibrio), gli altri due attori sono stati per me una vera sorpresa in positivo. Il ventottenne danese Mikkel Boe Folsgaard è un ottimo Cristiano VII (Orso d'argento alla Berlinale), e la ventiquattrenne svedese Alicia Vikander è una combattuta Carolina (la rivedremo presto in Anna Karenina di Joe Wright). Bravi anche gli attori di contorno, tra i quali spicca la già conosciuta Trine Dyrholm (appena vista in Love Is All You Need della Bier) nei panni di Giuliana Maria.
Ricostruzioni accurate, produzione sontuosa, A Royal Affair (il titolo internazionale) non è, a mio parere, il migliore della cinquina candidata all'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, ma potrebbe dare del filo da torcere agli altri quattro.
Nel 1766, Carolina Matilde di Hannover, figlia del Principe del Galles, nata a Londra quindici anni prima, si sposò per procura con Cristiano VII, re di Danimarca e Norvegia, suo cugino. Conobbe il consorte circa un mese più tardi, ed ebbe modo di constatare quanto si vociferava: il re soffriva di problemi di salute mentale (pare schizofrenia e depressione), e, nonostante non fosse affatto stupido, non era certo la persona ideale per passarci una vita a fianco. Carolina aveva ben presenti i suoi doveri regali, e ben presto, seppure a malincuore, rimase incinta del primo figlio, Federico, che nacque dopo poco più di un annno di matrimonio. Cristiano, dopo pochi mesi dall'evento, partì senza di lei per un viaggio europeo che durò circa otto mesi; nel corso di questo viaggio, tramite il conte Schack Carl Rantzau ed Enevold Brandt, ex cortigiani di Danimarca bramosi di tornare ad esserlo, Johann Friedrich Struensee diventò il suo medico personale, ed il re se lo "riportò indietro", introducendolo a corte. Convinto illuminista, ottimo medico, Struensee influenzò moltissimo gli anni a seguire, divenendo dapprima consigliere del re, che lui solo riusciva a calmare e a far ragionare, in seguito reggente-ombra nonché amante della regina, alla quale, in un primo momento, non piaceva. Non finì bene per nessuno, ma in punto di morte Carolina volle spiegare come andarono le cose ai due figli (visto che, dopo Federico, ebbe anche Luisa Augusta, anche se il padre rimane a dir poco incerto).
Tratto principalmente da due libri, Il medico di corte di Per Olov Enquist e Prinsesse af blodet di Bodil Steensen-Leth, sceneggiato da Rasmus Heisterberg insieme allo stesso regista Nikolaj Arcel (i due insieme hanno adattato anche Uomini che odiano le donne per la versione cinematografica svedese), il film danese e recitato appunto in danese (anche se contiene alcuni dialoghi in inglese, tedesco e francese), è nella cinquina per gli Oscar, naturalmente categoria miglior film in lingua non inglese, ed è un affresco molto ben fatto sulla corte danese dell'epoca, rispettando tutte le buone regole dei film in costume, ma avendo sicuramente una marcia in più, in quanto il particolare triangolo che racconta e mette in scena, risulta ben strutturato e decisamente "progressista", soprattutto se visto nell'ottica attuale, ed inquadrato nel contesto storico europeo. Il film è reso coinvolgente anche dalle interpretazioni dei tre protagonisti; se non potevano esserci dubbi su quella di Struensee, impersonato da un Mads Mikkelsen misurato (vi svelo una mia personale sensazione durante la visione; conoscendo la mia teoria su Mikkelsen tumefatto, dopo circa due ore di pellicola mi stavo dicendo "bel film, però Mads è sempre intatto, vai a vedere che manca questo per farlo diventare un gran film". Detto fatto, nella scena seguente - spoiler alert - viene incarcerato e torturato, e dopo altre due scene appare tumefatto. Ancora tra parentesi, evidentemente vista la durata complessiva - circa due ore e un quarto - il regista ci ha risparmiato la vera fine di Struensee - super spoiler alert! - che dopo essere stato decapitato - ma pare che prima ancora gli sia stata tagliata la mano destra - fu squartato ed esposto ulteriormente al pubblico ludibrio), gli altri due attori sono stati per me una vera sorpresa in positivo. Il ventottenne danese Mikkel Boe Folsgaard è un ottimo Cristiano VII (Orso d'argento alla Berlinale), e la ventiquattrenne svedese Alicia Vikander è una combattuta Carolina (la rivedremo presto in Anna Karenina di Joe Wright). Bravi anche gli attori di contorno, tra i quali spicca la già conosciuta Trine Dyrholm (appena vista in Love Is All You Need della Bier) nei panni di Giuliana Maria.
Ricostruzioni accurate, produzione sontuosa, A Royal Affair (il titolo internazionale) non è, a mio parere, il migliore della cinquina candidata all'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, ma potrebbe dare del filo da torcere agli altri quattro.
20130210
The Surrogate
The Sessions - Gli appuntamenti - di Ben Lewin (2013)Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Mark O'Brien, nato a Boston nel 1949 e morto a Berkeley nel 1999, fu un poeta, giornalista, e attivista per i diritti dei diversamente abili. Poliomelitico all'età di sei anni, costretto nel polmone d'acciaio, riusciva a resistere alcune ore al di fuori; riuscì a frequentare, con l'aiuto di una barella elettrica, le lezioni all'Università di Berkeley, e a laurearsi in letteratura anglosassone. Scrisse molte poesie, alcuni saggi, fondò una piccola casa editrice che permetteva a persone handicappate di pubblicare poesie. Era profondamente cattolico. Verso i 38 anni d'età, cominciò ad interrogarsi sulla sua sessualità, e nonostante il tema, si confrontò con il prete della sua comunità, che si dimostrò particolarmente aperto verso l'assunto. Mark prese così la decisione di prendere degli appuntamenti con una terapista sessuale, Cheryl, con la quale perse la verginità, e verso la quale sviluppò un sentimento intenso. Non fu, però, contrariamente a quanto si potrebbe sommariamente pensare, l'unico amore della vita, non lunga, non agiata, ma ugualmente intensa, di Mark O'Brien.
Le nomination agli Oscar sono come le scommesse, o come il poker: a volte conviene vedere il piatto, a volte no. The Sessions, originariamente intitolato The Surrogate, ha fruttato la nomination ad Helen Hunt (actress in a supporting role), che qui interpreta la terapista sessuale Cheryl Cohen-Greene, e che probabilmente è stato sottovalutato, al contrario, per dirne solo uno, di The Impossible. La storia di Mark O'Brien aveva già ispirato il cortometraggio Breathing Lessons: The Life and Work of Mark O'Brien, vincitore di un Oscar nel 1997, e bisogna riconoscere che la figura di O'Brien, eccezionale, e che io non conoscevo affatto fino a prima di vedere The Sessions, è interpretata in maniera eccezionale dal grande, ma non ancora universalmente riconosciuto (anche se già nominato per Winter's Bone), John Hawkes, che abbiamo avuto già modo di apprezzare molte volte in altre pellicole, e che qui avrebbe meritato, come detto, di più.
Già che, al contrario di come faccio di solito, ho cominciato parlandovi del cast, non posso esimermi dal citare un, ancora una volta, bravissimo William H. Macy nei panni di padre Brendan, anche se sembra un Frank Gallagher (Shameless) ripulito. Ci sono anche un paio di caratteristi, uno più famoso, l'altra meno, che curiosamente fanno parte del cast di Sons of Anarchy: Adam Arkin (qui Josh, il marito di Cheryl) e Robin Weigert (qui Susan, in SOA l'avvocatessa/MILF dell'MC Ally Lowen).
Il film è ben fatto, al tempo stesso toccante e divertente, grazie allo spirito pieno di vita ed autoironico di O'Brien; visto che come detto, il personaggio principale è descritto magnificamente ed interpretato in maniera altrettanto sublime da Hawkes, l'approccio e lo struggimento dell'iniziazione sessuale dell'uomo è trattata in maniera secondo me perfetta, e viene messa sullo stesso identico piano dei sentimenti, pieni, densi e profondi, che O'Brien ha provato nei confronti di Amanda, Cheryl e Susan. La sua voce fuori campo, durante il suo funerale, alla fine del film, e perdonatemi se faccio spoiler ma tanto mica vi svelo chi è l'assassino, è una cosa che mi commuove ma mi riempie al tempo stesso di gioia, anche solo mentre vi scrivo questo mio giudizio.
The Sessions è un bellissimo film, che racconta una bellissima storia di amore per l'amore e per la vita, e perché no, per il sesso. La nomination alla Hunt, paradossalmente, è generosa, seppure lei sia piuttosto brava, ma Hawkes se la sarebbe meritata di più; oltre agli attori citati, ho trovato brava e misurata Moon Bloodgood nei panni di Vera, più di quanto non sia stata Annika Marks nella parte di Amanda.
20130209
l'impossibile
The Impossible - di Juan Antonio Bayona (2013)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Alla vigilia del Natale del 2004, la famiglia Bennett, Henry e Maria, con i figli Lucas, Thomas e Simon, inglesi residenti in Giappone, arrivano in un esclusivo hotel tailandese a Khao Lak, per trascorrere lì le feste. Per un disguido, gli viene assegnato un appartamento a piano terra immerso nel verde, anziché uno ai piani alti del complesso. Henry e Maria stanno riflettendo sulla possibilità che Maria, medico non praticante, riprenda a lavorare, visto che hanno qualche problema finanziario, e che i tre figli non sono più piccolissimi. La mattina del 26, dopo essersi scambiati i regali, stanno rilassandosi ai bordi della piscina, quando un enorme onda d'acqua travolge tutto e tutti. Maria, pur ferita abbastanza gravemente, riesce a ritrovare Lucas. I due portano in salvo un bambino svedese, Daniel, e si mettono al riparo su un albero. Più tardi, soccorsi da alcuni locali, riescono ad arrivare ad un ospedale, dove Maria viene operata e messa in terapia intensiva in attesa di una ulteriore operazione, e Lucas, illeso, comincia a darsi da fare, spinto dalla madre, per provare a ricongiungere famiglie separate dall'evento. Henry, che è riuscito a ritrovare Thomas e Simon, si mette alla ricerca della moglie e del figlio maggiore, spinto dalla forza della disperazione.
Pompato dal terrore che la tragedia dello tsunami del 2004 fa riaffiorare in ognuno di noi, e spinto da una nomination all'Oscar per Naomi Watts (Maria), The Impossible, diretto da Bayona, già regista di The Orphanage, sopravvalutatissimo horror del 2008, ispirato ad una storia realmente accaduta ad una famiglia spagnola rimasta coinvolta nel disastro naturale del 2004, è un altro film sopravvalutato, che ha pure gravi pecche, tutte occidentali. Non pago di aver portato sfortuna (gli studios spagnoli Ciudad de la Luz sono stati chiusi per insolvenza, e The Impossible probabilmente rimarrà nella storia come l'ultima pellicola girata lì), di aver portato la pur brava Watts (in altri frangenti) ad una nomination immeritata (se bastassero occhi neri e lividi vari, o recitare sdraiati per l'80% di un film Naomi potrebbe anche sperare di vincere), e di aver sprecato milioni di litri d'acqua (in tempi come questi) per la realizzazione della scena dello tsunami (reiterata anche verso la fine del film, forse a causa di sensi di colpa ecologisti del regista), che comunque rimane inferiore a quella di Hereafter, il film di Bayona, come nota Laurence Phelan su The Independent, che ha avuto la stessa mia impressione (e che definisce il film disaster porn), fa sembrare lo tsunami come una tragedia che ha colpito solo i ricchi turisti bianchi, e nonostante quello che preannunciavano i lanci pubblicitari, è incapace di far risaltare la generosità di un popolo molto più povero di quelli che normalmente vanno lì in vacanza (forse solo per un attimo, quando vediamo trasportare la Watts all'ospedale su una porta). E questa, secondo me, è una colpa gravissima, che denota come il regista abbia puntato esclusivamente sulla spettacolarizzazione dell'evento, oltre che puntando alla commozione attraverso scorciatoie sentimentali piuttosto scontate. Un film che non lascia niente, se non una punta di incazzatura. Cameo per Geraldine Chaplin, evidentemente portafortuna del regista.
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Alla vigilia del Natale del 2004, la famiglia Bennett, Henry e Maria, con i figli Lucas, Thomas e Simon, inglesi residenti in Giappone, arrivano in un esclusivo hotel tailandese a Khao Lak, per trascorrere lì le feste. Per un disguido, gli viene assegnato un appartamento a piano terra immerso nel verde, anziché uno ai piani alti del complesso. Henry e Maria stanno riflettendo sulla possibilità che Maria, medico non praticante, riprenda a lavorare, visto che hanno qualche problema finanziario, e che i tre figli non sono più piccolissimi. La mattina del 26, dopo essersi scambiati i regali, stanno rilassandosi ai bordi della piscina, quando un enorme onda d'acqua travolge tutto e tutti. Maria, pur ferita abbastanza gravemente, riesce a ritrovare Lucas. I due portano in salvo un bambino svedese, Daniel, e si mettono al riparo su un albero. Più tardi, soccorsi da alcuni locali, riescono ad arrivare ad un ospedale, dove Maria viene operata e messa in terapia intensiva in attesa di una ulteriore operazione, e Lucas, illeso, comincia a darsi da fare, spinto dalla madre, per provare a ricongiungere famiglie separate dall'evento. Henry, che è riuscito a ritrovare Thomas e Simon, si mette alla ricerca della moglie e del figlio maggiore, spinto dalla forza della disperazione.
Pompato dal terrore che la tragedia dello tsunami del 2004 fa riaffiorare in ognuno di noi, e spinto da una nomination all'Oscar per Naomi Watts (Maria), The Impossible, diretto da Bayona, già regista di The Orphanage, sopravvalutatissimo horror del 2008, ispirato ad una storia realmente accaduta ad una famiglia spagnola rimasta coinvolta nel disastro naturale del 2004, è un altro film sopravvalutato, che ha pure gravi pecche, tutte occidentali. Non pago di aver portato sfortuna (gli studios spagnoli Ciudad de la Luz sono stati chiusi per insolvenza, e The Impossible probabilmente rimarrà nella storia come l'ultima pellicola girata lì), di aver portato la pur brava Watts (in altri frangenti) ad una nomination immeritata (se bastassero occhi neri e lividi vari, o recitare sdraiati per l'80% di un film Naomi potrebbe anche sperare di vincere), e di aver sprecato milioni di litri d'acqua (in tempi come questi) per la realizzazione della scena dello tsunami (reiterata anche verso la fine del film, forse a causa di sensi di colpa ecologisti del regista), che comunque rimane inferiore a quella di Hereafter, il film di Bayona, come nota Laurence Phelan su The Independent, che ha avuto la stessa mia impressione (e che definisce il film disaster porn), fa sembrare lo tsunami come una tragedia che ha colpito solo i ricchi turisti bianchi, e nonostante quello che preannunciavano i lanci pubblicitari, è incapace di far risaltare la generosità di un popolo molto più povero di quelli che normalmente vanno lì in vacanza (forse solo per un attimo, quando vediamo trasportare la Watts all'ospedale su una porta). E questa, secondo me, è una colpa gravissima, che denota come il regista abbia puntato esclusivamente sulla spettacolarizzazione dell'evento, oltre che puntando alla commozione attraverso scorciatoie sentimentali piuttosto scontate. Un film che non lascia niente, se non una punta di incazzatura. Cameo per Geraldine Chaplin, evidentemente portafortuna del regista.
20130208
Nuova Amsterdam
New Amsterdam - di Allan Loeb e Christian Taylor - Stagione 1 (8 episodi; Fox) - 2008
New York. Il detective della sezione omicidi della NYPD John Amsterdam è un uomo tra i trenta e i quaranta anni, molto abile a risolvere intricati casi che gli si presentano praticamente ogni giorno. Ha una passione per il restauro dei mobili, e una strana amicizia con un barista più vecchio di lui, che risponde al nome di Omar. Di recente gli è stato assegnato un nuovo partner: è Eva Marquez, una giovane grintosa e intelligente, che cerca di stabilire un legame lavorativo con John. Eva non riesce ad afferrare il senso dell'umorismo di John: fa battute come se vivesse a New York da quando fu fondata.
In realtà, quello di John Amsterdam non è umorismo: è verità, raccontata con la leggerezza di chi sa che nessuno può credergli. John sembra un trentacinquenne, ma in realtà ha 400 anni: è nato in Olanda nel 1607, con il nome di Johann van der Zee, ed è arrivato nel continente americano all'età di 14 anni, con la famiglia. Quindi, è uno dei fondatori della odierna New York. Ma come ha fatto ad arrivare fino ad oggi? Nel 1642, prende una pugnalata nel cuore nell'intento di salvare da morte certa una ragazza appartenente alla tribù dei Lenape; viene riportato in vita dalla sciamana della tribù, come ringraziamento per il suo gesto, ma dovrà pagare un pegno. Non invecchierà e non morirà fino a che non avrà trovato la sua anima gemella. Naturalmente, nel corso di 400 anni di vita, e con lo scudo dell'immortalità, John ha incarnato un sacco di persone e vissuto moltissime vite.
Mi piacciono i sentieri che riservano un minimo di fattore sorpresa. Sono arrivato a questa serie, cancellata dopo la prima stagione da Fox (e probabilmente tagliata, pare dovesse avere 13 episodi), cercando cose che avessero coinvolto Eric Overmyer (The Wire, Treme), che qui figura nel team degli sceneggiatori. Mi sono trovato davanti una serie non imperdibile, un po' per la messa in scena, non brillantissima, un po' per lo spunto, visto più volte, ma con un cast di facce note che hanno contribuito a rendermela molto piacevole, al punto che, come si dice a volte, me la sono "bevuta" in un attimo.
John Amsterdam, nelle sue molteplici vite, è interpretato da un Nikolaj Coster-Waldau piacione e molto simpatico; nota di merito, visto che l'attore danese è a noi meglio noto come il bello e spietato Jaime Lannister di Game of Thrones. Eva Marquez è interpretata dalla intrigante Zuleikha Robinson (inglese di nascita, padre inglese e madre indo-birmana, e a me 'ste cose, insieme alle scarpe col tacco, fanno impazzire), che abbiamo visto ultimamente nei panni di Roya Hammad in Homeland (e, curiosamente, qui in New Amsterdam si trova a dare la caccia ad un immigrato che si chiama Nazir), e che svolge il suo lavoro di "spalla" egregiamente. Ci sono anche Stephen Henderson, un caratterista visto spesso, nei panni di Omar, e Susan Misner (Sergente Callie Burnett), che stiamo vedendo in Person of Interest.
Non è il massimo, ma a me è piaciuta.
New York. Il detective della sezione omicidi della NYPD John Amsterdam è un uomo tra i trenta e i quaranta anni, molto abile a risolvere intricati casi che gli si presentano praticamente ogni giorno. Ha una passione per il restauro dei mobili, e una strana amicizia con un barista più vecchio di lui, che risponde al nome di Omar. Di recente gli è stato assegnato un nuovo partner: è Eva Marquez, una giovane grintosa e intelligente, che cerca di stabilire un legame lavorativo con John. Eva non riesce ad afferrare il senso dell'umorismo di John: fa battute come se vivesse a New York da quando fu fondata.
In realtà, quello di John Amsterdam non è umorismo: è verità, raccontata con la leggerezza di chi sa che nessuno può credergli. John sembra un trentacinquenne, ma in realtà ha 400 anni: è nato in Olanda nel 1607, con il nome di Johann van der Zee, ed è arrivato nel continente americano all'età di 14 anni, con la famiglia. Quindi, è uno dei fondatori della odierna New York. Ma come ha fatto ad arrivare fino ad oggi? Nel 1642, prende una pugnalata nel cuore nell'intento di salvare da morte certa una ragazza appartenente alla tribù dei Lenape; viene riportato in vita dalla sciamana della tribù, come ringraziamento per il suo gesto, ma dovrà pagare un pegno. Non invecchierà e non morirà fino a che non avrà trovato la sua anima gemella. Naturalmente, nel corso di 400 anni di vita, e con lo scudo dell'immortalità, John ha incarnato un sacco di persone e vissuto moltissime vite.
Mi piacciono i sentieri che riservano un minimo di fattore sorpresa. Sono arrivato a questa serie, cancellata dopo la prima stagione da Fox (e probabilmente tagliata, pare dovesse avere 13 episodi), cercando cose che avessero coinvolto Eric Overmyer (The Wire, Treme), che qui figura nel team degli sceneggiatori. Mi sono trovato davanti una serie non imperdibile, un po' per la messa in scena, non brillantissima, un po' per lo spunto, visto più volte, ma con un cast di facce note che hanno contribuito a rendermela molto piacevole, al punto che, come si dice a volte, me la sono "bevuta" in un attimo.
John Amsterdam, nelle sue molteplici vite, è interpretato da un Nikolaj Coster-Waldau piacione e molto simpatico; nota di merito, visto che l'attore danese è a noi meglio noto come il bello e spietato Jaime Lannister di Game of Thrones. Eva Marquez è interpretata dalla intrigante Zuleikha Robinson (inglese di nascita, padre inglese e madre indo-birmana, e a me 'ste cose, insieme alle scarpe col tacco, fanno impazzire), che abbiamo visto ultimamente nei panni di Roya Hammad in Homeland (e, curiosamente, qui in New Amsterdam si trova a dare la caccia ad un immigrato che si chiama Nazir), e che svolge il suo lavoro di "spalla" egregiamente. Ci sono anche Stephen Henderson, un caratterista visto spesso, nei panni di Omar, e Susan Misner (Sergente Callie Burnett), che stiamo vedendo in Person of Interest.
Non è il massimo, ma a me è piaciuta.
20130207
Silver Linings Playbook
Il lato positivo - di David O' Russell (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Philadelphia. Pat Solatano, pressappoco quarantenne, esce, grazie alla madre e ad un patteggiamento, dall'istituto psichiatrico dove è stato ricoverato per otto mesi. Ha scoperto la moglie, l'amata Nikki, sotto la doccia con un collega (sia Pat che Nikki sono insegnanti), mentre facevano sesso e mentre lo stereo suonava My Cherie Amour di Stevie Wonder, la canzone del matrimonio tra Pat e Nikki. Complice un disturbo bipolare non diagnosticato in passato, Pat è esploso, in quel momento, ed ha picchiato l'amante della moglie fino a lasciarlo in fin di vita. L'uomo, presa coscienza del suo problema, sta intensamente cercando di lavorarci sopra, ed è deciso a riconquistare Nikki, che però ha disposto un ordine di restrizione nei suoi confronti. Inizialmente si rifiuta di prendere i farmaci consigliatigli, ma si presenta diligentemente agli appuntamenti con il terapista, il dottor Patel, che lo incoraggia a definire una strategia per la guarigione. A casa, il padre Pat senior ha perso il lavoro, e tira avanti con le scommesse, praticamente una malattia, insieme al tifo per la locale squadra di football, i Philadelphia Eagles. Pat senior non è scaramantico: molto di più. Tra alti e bassi, Pat Jr. si rimette in forma fisicamente, e mentre fa jogging si imbatte nel vecchio e caro amico Ronnie, che prontamente lo invita a cena. Alla cena, oltre a Pat, Ronnie e la moglie Veronica, è stata invitata anche la di lei sorella Tiffany. Tiffany è più giovane di Pat Jr., ma è già vedova. Nel quartiere, tutti la conoscono come ninfomane, e un po' matta. Tra Pat e Tiffany nasce immediatamente una stranissima specie di amicizia: i due condividono nevrosi, dipendenza da medicine, si dicono le cose in faccia senza lesinare sulle offese e sul sarcasmo fin dal primo istante. Difficile capire cosa ci sia sotto: Tiffany potrebbe sembrare interessata sentimentalmente a Pat, ma in realtà fino a pochi mesi prima scopava con chiunque, mentre Pat pare interessato alla sua amicizia solo in quanto tramite per poter anche solo comunicare con Nikki, visto che sia Tiffany che Veronica sono vecchie amiche della sua (ex?) moglie.
Lo so, potrebbe sembrare opportunista, vedere tanti voti alti e giudizi positivi ultimamente, ma devo dire che quest'anno in particolare, le nomination dell'Academy mi paiono particolarmente indovinate. Il lato positivo (una traduzione praticamente azzeccata) è un film che personalmente mi è piaciuto molto, seppure, analizzandone la trama potrebbe sembrare prevedibile fino alla nausea (ed è per questo che abbino un semplice "si può vedere" ad un 3,5 su 5). I motivi per non farsi mancare questo film, tratto dal libro (quasi omonimo nella versione originale, The Silver Linings Playbook) L'orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, stanno in vari punti di forza. La regia spregiudicata, oserei definirla "fisica" di O' Russell, cineasta difficile da inquadrare (già in nomination con il precedente The Fighter, film probabilmente sopravvalutato, autore di oggetti di difficile definizione quali Le strane coincidenze della vita e pure Three Kings) che ha scritto anche la sceneggiatura adattando il libro di cui sopra (quindi un applauso doppio), un ritmo sostenuto che non fa pesare la durata di due ore abbondanti, un cast particolarmente indovinato ed una bella storia d'amore e di rinascita/rivincita che, in quanto a messaggio di speranza, non può lasciare indifferenti.
Se non avevo alcun dubbio sulla protagonista femminile, quella Jennifer Lawrence (Tiffany Maxwell) che a me piace da morire fin dalla rivelazione in Winter's Bone, e che a 22 anni sembra già una professionista navigata (mi costringerà a vedere la saga di Hunger Games, alla fine), bravissima, devo ammettere che prima di vedere il film ero molto scettico sulla prova di Bradley Cooper (Pat Solatano Junior), che per me era rimasto all'amico/spasimante di Sydney in Alias, visto che non sono particolarmente amante delle commedie all'americana quali Una notte da leoni. Invece, devo riconoscere che il regista o chi per lui, ha prefettamente indovinato, perché Cooper è l'attore adatto ad impersonare Pat Junior, anche se difficilmente lo vedo in pole position per la statuetta. Entrambi sono candidati nelle rispettive categorie infatti, come pure i due co-protagonisti, un Robert DeNiro (Pat Senior, Patrizio in realtà, sempre Solatano) in ottima forma e particolarmente misurato anche in una parte eccessiva (non come minutaggio, ma come personaggio), e l'altrettanto ottima Jacki Weaver (Dolores Solatano), che avevamo già apprezzato in Animal Kingdom. Ottimo anche il contorno: Chris Tucker è Danny, Anupam Kher è il dottor Patel, John Ortiz (ve lo ricordate Turo Escalante di Luck?) è Ronnie, Shea Whigham (Eli Thompson in Boardwalk Empire, ultimamente anche in Le belve di Stone) è Jake Solatano, Julia Stiles (che vedo sempre volentieri) è Veronica.
Insomma, Il lato positivo è un film che fa ridere, fa piangere, non è stupido e lascia un buon sapore in bocca. Ogni tanto ci vuole.
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Philadelphia. Pat Solatano, pressappoco quarantenne, esce, grazie alla madre e ad un patteggiamento, dall'istituto psichiatrico dove è stato ricoverato per otto mesi. Ha scoperto la moglie, l'amata Nikki, sotto la doccia con un collega (sia Pat che Nikki sono insegnanti), mentre facevano sesso e mentre lo stereo suonava My Cherie Amour di Stevie Wonder, la canzone del matrimonio tra Pat e Nikki. Complice un disturbo bipolare non diagnosticato in passato, Pat è esploso, in quel momento, ed ha picchiato l'amante della moglie fino a lasciarlo in fin di vita. L'uomo, presa coscienza del suo problema, sta intensamente cercando di lavorarci sopra, ed è deciso a riconquistare Nikki, che però ha disposto un ordine di restrizione nei suoi confronti. Inizialmente si rifiuta di prendere i farmaci consigliatigli, ma si presenta diligentemente agli appuntamenti con il terapista, il dottor Patel, che lo incoraggia a definire una strategia per la guarigione. A casa, il padre Pat senior ha perso il lavoro, e tira avanti con le scommesse, praticamente una malattia, insieme al tifo per la locale squadra di football, i Philadelphia Eagles. Pat senior non è scaramantico: molto di più. Tra alti e bassi, Pat Jr. si rimette in forma fisicamente, e mentre fa jogging si imbatte nel vecchio e caro amico Ronnie, che prontamente lo invita a cena. Alla cena, oltre a Pat, Ronnie e la moglie Veronica, è stata invitata anche la di lei sorella Tiffany. Tiffany è più giovane di Pat Jr., ma è già vedova. Nel quartiere, tutti la conoscono come ninfomane, e un po' matta. Tra Pat e Tiffany nasce immediatamente una stranissima specie di amicizia: i due condividono nevrosi, dipendenza da medicine, si dicono le cose in faccia senza lesinare sulle offese e sul sarcasmo fin dal primo istante. Difficile capire cosa ci sia sotto: Tiffany potrebbe sembrare interessata sentimentalmente a Pat, ma in realtà fino a pochi mesi prima scopava con chiunque, mentre Pat pare interessato alla sua amicizia solo in quanto tramite per poter anche solo comunicare con Nikki, visto che sia Tiffany che Veronica sono vecchie amiche della sua (ex?) moglie.
Lo so, potrebbe sembrare opportunista, vedere tanti voti alti e giudizi positivi ultimamente, ma devo dire che quest'anno in particolare, le nomination dell'Academy mi paiono particolarmente indovinate. Il lato positivo (una traduzione praticamente azzeccata) è un film che personalmente mi è piaciuto molto, seppure, analizzandone la trama potrebbe sembrare prevedibile fino alla nausea (ed è per questo che abbino un semplice "si può vedere" ad un 3,5 su 5). I motivi per non farsi mancare questo film, tratto dal libro (quasi omonimo nella versione originale, The Silver Linings Playbook) L'orlo argenteo delle nuvole di Matthew Quick, stanno in vari punti di forza. La regia spregiudicata, oserei definirla "fisica" di O' Russell, cineasta difficile da inquadrare (già in nomination con il precedente The Fighter, film probabilmente sopravvalutato, autore di oggetti di difficile definizione quali Le strane coincidenze della vita e pure Three Kings) che ha scritto anche la sceneggiatura adattando il libro di cui sopra (quindi un applauso doppio), un ritmo sostenuto che non fa pesare la durata di due ore abbondanti, un cast particolarmente indovinato ed una bella storia d'amore e di rinascita/rivincita che, in quanto a messaggio di speranza, non può lasciare indifferenti.
Se non avevo alcun dubbio sulla protagonista femminile, quella Jennifer Lawrence (Tiffany Maxwell) che a me piace da morire fin dalla rivelazione in Winter's Bone, e che a 22 anni sembra già una professionista navigata (mi costringerà a vedere la saga di Hunger Games, alla fine), bravissima, devo ammettere che prima di vedere il film ero molto scettico sulla prova di Bradley Cooper (Pat Solatano Junior), che per me era rimasto all'amico/spasimante di Sydney in Alias, visto che non sono particolarmente amante delle commedie all'americana quali Una notte da leoni. Invece, devo riconoscere che il regista o chi per lui, ha prefettamente indovinato, perché Cooper è l'attore adatto ad impersonare Pat Junior, anche se difficilmente lo vedo in pole position per la statuetta. Entrambi sono candidati nelle rispettive categorie infatti, come pure i due co-protagonisti, un Robert DeNiro (Pat Senior, Patrizio in realtà, sempre Solatano) in ottima forma e particolarmente misurato anche in una parte eccessiva (non come minutaggio, ma come personaggio), e l'altrettanto ottima Jacki Weaver (Dolores Solatano), che avevamo già apprezzato in Animal Kingdom. Ottimo anche il contorno: Chris Tucker è Danny, Anupam Kher è il dottor Patel, John Ortiz (ve lo ricordate Turo Escalante di Luck?) è Ronnie, Shea Whigham (Eli Thompson in Boardwalk Empire, ultimamente anche in Le belve di Stone) è Jake Solatano, Julia Stiles (che vedo sempre volentieri) è Veronica.
Insomma, Il lato positivo è un film che fa ridere, fa piangere, non è stupido e lascia un buon sapore in bocca. Ogni tanto ci vuole.
20130206
Life of Pi
Vita di Pi - di Ang Lee (2012)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Montreal. Un giovane scrittore in cerca di una grande storia, viene indirizzato dal signor Pi Patel; una specie di parente gli assicura che Pi ha una storia bellissima da raccontargli. Pi un immigrato, viene dall'India, dove viveva a Pondicherry, nell'India francese. La prima storia che Pi ha da raccontare, è quella del suo nome (Piscine Molitor, la più bella piscina di Parigi), e di come è riuscito a farsi chiamare da tutti solamente Pi. Ma le stranezze della sua vita non finiscono lì. Dopo essere stato cresciuto in uno zoo, da genitori non particolarmente religiosi che lo lasciano libero di professare o non professare qualsiasi religione (e per questo Pi si avvicina sia all'Islam, sia al Cristianesimo, sia all'Induismo), e dopo aver trovato l'amore, Pi è costretto ad abbandonare questo amore e pure l'India, a causa delle crescenti difficoltà economiche. Il padre, insieme a tutta la famiglia, è deciso a trasferirsi, insieme a tutti gli animali dello zoo, in Canada. La famiglia e gli animali, si imbarcano quindi su una nave giapponese. Nel bel mezzo del viaggio, proprio quando la nave si trova all'altezza della Fossa delle Marianne, una tempesta fa naufragare la nave. Pi è l'unico che riesce a salvarsi, ma si ritrova su una scialuppa di salvataggio insieme ad una zebra, un orango, una iena e...
E' un buon film questo Vita di Pi, che è ispirato all'omonimo libro dello scrittore canadese Yann Martel, film che ha avuto una gestazione difficile, complessa e lunga, ed è "passato di mano", da M. Night Shyamalan ad Alfonso Cuaron, da Jean-Pierre Jeunet fino ad Ang Lee, cambiando molti sceneggiatori, essendo messo "in pausa" dalla Fox per la richiesta di budget da parte del regista definitivo (budget che al momento, per quanto se ne sa, non ha ancora recuperato); tanto per non rimanere tranquilli fino alla fine, Lee ha voluto rigirare tutte le scene (fortunatamente, poche) dove appariva "lo scrittore", che erano state girate da Tobey Maguire, per farle girare nuovamente da un attore meno conosciuto (Rafe Spall, figlio del grande Timothy).
E' un buon film, perché la storia è una storia di tolleranza, di coraggio e d'amore, perché la messa in scena è spettacolare al massimo, ma ha naturalmente dei difetti, primo fra tutti l'eccessiva durata (oltre due ore), che rende pesante la visione, e gli effetti visivi usati per gli animali, che rendono goffe alcune parti dove questi ultimi sono protagonisti (l'orango, il salto della zebra, per dirne alcune che mi hanno colpito negativamente). Cast dignitoso.
Adatto ai bambini, ma pure i grandi, alla conclusione della storia del signor Pi, si commuoveranno.
20130205
i miserabili
Les Misérables - di Tom Hooper (2013)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Francia 1815. Jean Valjean, prigioniero 24601, sta scontando una pena, ai lavori forzati, di 19 anni (inzialmente 5, aumentati per tentativi vari di evasione) per aver rubato del pane, che serviva a sfamare la sorella e i nipoti. Il commissario Javert vigila su di lui, così come sugli altri carcerati. Viene rilasciato poco prima del termine della pena, per un'amnistia, ma il biglietto giallo che lo accompagna, individuandolo come ex carcerato, fa si che sia destinato per sempre ad essere un emarginato. Accolto dal vescovo di Digne, Valjean, diffidando di tutti, fugge e ruba dell'argenteria; acciuffato dai gendarmi, viene rilasciato dopo che il vescovo stesso sconfessa il fatto che abbia rubato, sostenendo che lui stesso aveva donato l'argenteria all'ex galeotto. Colpito enormemente dall'altruismo dell'uomo di chiesa, Valjean cambia vita, e si reinventa completamente. Dopo otto anni lo ritroviamo quindi, sindaco di una piccola cittadina, dove ha messo su una piccola attività con molti dipendenti; amato da tutti, è divenuto un uomo buono e misericordioso. Mentre viene scosso dall'arrivo di Javert, riassegnato come ispettore di polizia locale, che non lo riconosce, Valjean, adesso Madeleine, si appassiona al caso di Fantine, una sua ex dipendente, licenziata, a sua insaputa, perché ragazza-madre, e costretta a prostituirsi. La salva dalla prigione, e le promette, con lei sul letto di morte, di prendersi cura della sua bambina, Cosette, che Fantine è stata costretta a lasciare ai Thénardier. Jean viene a sapere che un uomo, scambiato per lui, sta per essere condannato all'ergastolo; nonostante la cosa sarebbe a lui favorevole, viaggia fino al luogo del processo per scagionare l'uomo, dopo di che si reca dai Thénardier per riscattare la piccola Cosette, e con lei si nasconde assumendo ancora un'altra identità. Ma Javert, scoperta la copertura, continua a dargli la caccia, da ligio uomo di legge.
Confesso di aver peccato, non avendo mai letto il romanzo di Victor Hugo, e nonostante non disdegni per niente i musical, non avendo mai visto nessun allestimento del famosissimo adattamento di Claude-Michel Schonberg e Alain Boublil. Nonostante gli innumerevoli film e sceneggiati tv tratti dall'opera di Hugo, pare che questo sia il primo adattamento cinematografico del musical. Sarà la vecchiaia, sarà che come detto, non disdegno affatto il genere, il film diretto con mano spettacolare da Hooper, giovane (è del 1972) regista già Oscar per Il discorso del re (ma a me era piaciuto di più Il maledetto United), acchiappa, diverte, appassiona e commuove con le armi più semplici, ma sempre efficaci, e nonostante gli oltre 150 minuti, risulta un bello spettacolo.
Sontuosa messa in scena e direzione, come detto, ad effetto, il film annovera nel cast alcuni "esperti" che avevano già fatto parte di alcuni allestimenti teatrali (Samantha Barks nei panni di Eponine, Colm Wilkinson nella parte del vescovo; ce ne sono anche altri in parti minori, ma questi due, avendo delle parti musicali rilevanti, anche se non "lunghe" come quelle dei protagonisti, si fanno notare per la qualità del canto), e mette alla prova alcuni attori ed attrici piuttosto conosciuti: Hugh Jackman è Valjean, Russell Crowe è Javert, Anne Hathaway è Fantine, Amanda Seyfried è Cosette da grande, Eddie Redmayne è Marius.
Per me, meglio Crowe di Jackman, anche se quest'ultimo è candidato all'Oscar per questa parte, e meglio pure la Seyfried della Hathaway (ma magari perché non la amo particolarmente), anche lei candidata. Divertenti i siparietti inscenati da Sacha Baron Cohen ed Helena Bonham Carter (inizio a pensare che lei viva davvero vestita così) nei panni dei coniugi Thénardier, devastante l'accento british del piccolo Daniel Huttlestone (anche nel canto) nei panni di Gavroche, bravo Aaron Tveit (Gossip Girl, particina in Howl) nella parte di Enjolras.
Il film esce in Italia in originale con i sottotitoli. E la fanno sembrare una cosa speciale. Cioè, volevano doppiare il cantato?
20130204
J'ai obtenu cette
Sons of Anarchy - di Kurt Sutter - Stagione 5 (13 episodi; FX) - 2012
Sfortunatamente per i Sons, la ragazza rimasta uccisa nella furia di Tig dopo le (false) rivelazioni sull'attentato a Clay era nientemeno che la figlia di Damon Pope, un potentissimo gangster di Oakland, che, mentre la guerra tra i Niners ed i Sons impazza, immediatamente si vendica nella maniera più cattiva e cruenta possibile. A livello di gerarchia, Jax è adesso presidente, ed elegge Bobby come suo Vice, mentre tutti pensavano ad Opie. Tra Jax e Opie c'è tensione, visto quello che è successo alla fine della scorsa stagione.
Tensione ancora alta pure tra Tara e Gemma, mentre Gemma sta vivendo una fase depressiva della sua vita, dopo la rottura con Clay; ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, durante una serata completamente distruttiva, Gemma conosce Nero Padilla, praticamente un magnaccia dal cuore d'oro, che non solo diventerà un punto di riferimento per lei, ma anche per Jax. Jax che, nel frattempo, si pone come obiettivo di uscire dal traffico di droga ed armi, e come prima mossa cerca di fare un patto con Damon Pope. A Charming, nello stesso momento, cominciano delle sospette aggressioni casalinghe da parte di un gruppo di energumeni incappucciati. Tutti sono propensi a credere che siano i Niners.
Probabilmente, nella frenesia del momento, sono stato un po' avventato compilando la Top Ten delle serie tv del 2013, perché mi rendo conto, ripensando a SOA, che non merita di essere lasciata fuori (e, forse, dopo la seconda stagione, American Horror Story non è da Top Ten); ma, come si dice, sbaglia chi fa, per cui mi limiterò a parlarne, e a rifletterci maggiormente la prossima volta. Ora, c'è da dire che, almeno secondo me, dopo una stagione come la quarta, scoppiettante ed esaltante, forse la migliore di sempre, era difficile riuscire a bissare. In effetti, qualche flessione, a guardar bene, c'è, ne potremmo trovare diverse: mi limiterò a dire che Sutter è un geniaccio, ma tende, come dire, a trascinare gli eventi un po' troppo. Se pensate che il personaggio da lui interpretato, Otto, è ancora vivo a dispetto di tutte le vicissitudini, e, altro esempio, Tara è ancora lì che deve dare una risposta al fantomatico ospedale in Oregon, dopo un'intera stagione di riabilitazione, botte date e subite, beh, è evidente che un po' il brodo è stato allungato.
Quel che "preoccupa", ma al tempo stesso immette nuova linfa alla serie, è che, come notano i più attenti, Jax si è ormai praticamente trasformato in Clay, quel Clay che odia al punto di, proprio come Sutter, prolungargli quasi volutamente l'agonia. Ribaltamento di fronte, invece, e contrariamente a quel che si poteva pensare, sul versante Old Lady: non vi anticipo niente, se ancora dovete vedervi la stagione, ma pensate a come si concludono la quarta e la quinta (senza dimenticare tutto quel che accade durante).
Gradita sorpresa, l'ingresso nel cast di Jimmy Smits nei panni di Nero Padilla.
Sons of Anarchy è un po' stanco, ma rimane una serie da vedere, non fosse altro che per capire dove ci vuol portare Sutter, insieme a Jax Teller.
Sfortunatamente per i Sons, la ragazza rimasta uccisa nella furia di Tig dopo le (false) rivelazioni sull'attentato a Clay era nientemeno che la figlia di Damon Pope, un potentissimo gangster di Oakland, che, mentre la guerra tra i Niners ed i Sons impazza, immediatamente si vendica nella maniera più cattiva e cruenta possibile. A livello di gerarchia, Jax è adesso presidente, ed elegge Bobby come suo Vice, mentre tutti pensavano ad Opie. Tra Jax e Opie c'è tensione, visto quello che è successo alla fine della scorsa stagione.
Tensione ancora alta pure tra Tara e Gemma, mentre Gemma sta vivendo una fase depressiva della sua vita, dopo la rottura con Clay; ma contrariamente a quello che si potrebbe pensare, durante una serata completamente distruttiva, Gemma conosce Nero Padilla, praticamente un magnaccia dal cuore d'oro, che non solo diventerà un punto di riferimento per lei, ma anche per Jax. Jax che, nel frattempo, si pone come obiettivo di uscire dal traffico di droga ed armi, e come prima mossa cerca di fare un patto con Damon Pope. A Charming, nello stesso momento, cominciano delle sospette aggressioni casalinghe da parte di un gruppo di energumeni incappucciati. Tutti sono propensi a credere che siano i Niners.
Probabilmente, nella frenesia del momento, sono stato un po' avventato compilando la Top Ten delle serie tv del 2013, perché mi rendo conto, ripensando a SOA, che non merita di essere lasciata fuori (e, forse, dopo la seconda stagione, American Horror Story non è da Top Ten); ma, come si dice, sbaglia chi fa, per cui mi limiterò a parlarne, e a rifletterci maggiormente la prossima volta. Ora, c'è da dire che, almeno secondo me, dopo una stagione come la quarta, scoppiettante ed esaltante, forse la migliore di sempre, era difficile riuscire a bissare. In effetti, qualche flessione, a guardar bene, c'è, ne potremmo trovare diverse: mi limiterò a dire che Sutter è un geniaccio, ma tende, come dire, a trascinare gli eventi un po' troppo. Se pensate che il personaggio da lui interpretato, Otto, è ancora vivo a dispetto di tutte le vicissitudini, e, altro esempio, Tara è ancora lì che deve dare una risposta al fantomatico ospedale in Oregon, dopo un'intera stagione di riabilitazione, botte date e subite, beh, è evidente che un po' il brodo è stato allungato.
Quel che "preoccupa", ma al tempo stesso immette nuova linfa alla serie, è che, come notano i più attenti, Jax si è ormai praticamente trasformato in Clay, quel Clay che odia al punto di, proprio come Sutter, prolungargli quasi volutamente l'agonia. Ribaltamento di fronte, invece, e contrariamente a quel che si poteva pensare, sul versante Old Lady: non vi anticipo niente, se ancora dovete vedervi la stagione, ma pensate a come si concludono la quarta e la quinta (senza dimenticare tutto quel che accade durante).
Gradita sorpresa, l'ingresso nel cast di Jimmy Smits nei panni di Nero Padilla.
Sons of Anarchy è un po' stanco, ma rimane una serie da vedere, non fosse altro che per capire dove ci vuol portare Sutter, insieme a Jax Teller.
20130203
dio del sole
Kon-Tiki - di Joachim Ronning e Espen Sandberg (al momento inedito in Italia)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Thor Heyerdal nasce a Larvik, Norvegia, il 6 ottobre 1914. Il rischio, la sfida, la scoperta, lo affascineranno fin da piccolo. Biologo specializzato in antropologia delle isole del Pacifico, già a 23 (1937) anni trascorse un intero anno di studi e ricerche insieme alla altrettanto giovane (prima) moglie Liv sull'isola di Fatu Hiva nelle isole Marchesi. Grazie a un norvegese lì residente da moltissimi anni, conosce le statue presenti sull'isola, molto simili a quelle pre-colombiane presenti in Colombia, mentre un vecchio indigeno gli parlerà della leggenda di Kon Tiki. Elabora quindi la teoria secondo la quale le isole della Polinesia siano state raggiunte e colonizzate da popoli provenienti dal Sud America, ma nessuno lo considera. Nel 1947 è a New York; cerca fondi per finanziare la sua (prima) impresa, che dimostrerà la fondatezza delle sue teorie. Non trova fondi, ma un nuovo amico, che lo accompagnerà nell'impresa. Decide, anche dietro la spinta del suo nuovo amico, di partire per il Perù, e cercare lì i finanziamenti. Assieme ad Erik Hesselberg, Bengt Danielsson, Knut Haugland, Torstein Raaby ed il suo nuovo amico, Herman Watzinger, dopo essere riuscito a trovare aiuto (non molto, alla fine: il governo peruviano concesse una zona del porto di Callao per la costruzione dell'imbarcazione, mentre l'esercito degli USA concesse all'equipaggio dei viveri, dietro l'impegno da parte dell'equipaggio stesso di redarre un rapporto sulla dieta praticata), costruirono una zattera usando legno e funi. Il 28 aprile 1947, il Kon-Tiki con a bordo il suo equipaggio, fu trainato per alcune miglia al largo da un rimorchiatore della Marina peruviana; tramite la Corrente di Humboldt, Heyerdal contava di raggiungere la Polinesia in un centinaio di giorni.
Probabilmente, il norvegese Kon-Tiki sarà il film più debole della cinquina candidata all'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, ma tra quelli inediti in Italia è stato il primo che mi è venuto voglia di guardare. E siccome so che morite dalla voglia di sapere il perché, vi dirò che Thor Heyerdal è sempre stato uno dei miei miti personali, fin dai tempi in cui, alle scuole elementari, non conobbi le sue imprese, e in special modo quella del Kon-Tiki. E poco importa se le sue teorie sono ormai completamente smentite (anche dai suoi stessi studi, come quelli compiuti sull'Isola di Pasqua, un luogo dove Heyerdal è ancora ricordato con affetto), poco importa se il film racconta una storia conosciuta con attori sconosciuti, con una regia più che accettabile e poco più che documentaristica: la storia di Thor Heyerdal doveva essere raccontata ancora una volta, a beneficio di chi non ne ha mai sentito parlare.
Una fotografia spettacolare, begli effetti speciali ed un paio di buone prove attoriali (Pal Sverre Valheim Hagen nei panni di Heyerdal e Agnes Kittelsen nella parte di Liv Heyerdal), oltre come detto ad una grande storia di un grande personaggio, fanno di Kon-Tiki un film che non fa parte della categoria grande cinema, ma che vale ugualmente la pena di vedere.
Due curiosità: i due registi, qualcuno lo avrà visto (io no), sono autori di Bandidas, del 2006, con Salma Hayek e Penelope Cruz; le ceneri di Heyerdal sono seppellite nel giardino della casa di famiglia a Colla Micheri, Andora, Savona, luogo dove lo stesso Heyerdal è morto nel 2002.
20130202
the best offer
La migliore offerta - di Giuseppe Tornatore (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Virgil Oldman è un uomo solo. Più che benestante, è probabilmente il più famoso e ricercato battitore d'aste al mondo; abituato a vivere in ambienti lussuosi, non è uno spendaccione ed è un grande amante dell'arte che vende conto terzi. Ama l'arte al punto che, assieme al vecchio amico Billy, organizza regolarmente degli acquisti di dipinti messi all'asta tramite lui, spesso anche mentendo sul loro reale valore. Sono sempre ritratti di donna, che Virgil conserva in una stanza segreta nella sua casa, elegante, enorme e vuota; in quella stanza, Virgil si reca quasi ogni giorno, a contemplare la bellezza. A parte Billy, Virgil ha una specie di amicizia con Robert, un giovane che gestisce un laboratorio dove ripara di tutto; Robert ricorda a Virgil la sua giovinezza, e il motivo scatenante della sua passione per l'arte.
Scontroso con chi non conosce e con chi non reputa alla sua altezza, Virgil per sbaglio riceve una telefonata da una giovane donna, Claire Ibetson, che pensa di parlare con il suo segretario, e sostiene di aver urgente bisogno di parlare direttamente con Virgil. I suoi genitori sono entrambi deceduti, e a lei è rimasta l'antica villa di famiglia dove i genitori hanno accumulato ogni genere di opere collezionabili. Il padre le ha fatto promettere che, nel caso volesse disfarsi di tutto, avrebbe dovuto incaricare solo Virgil Oldman della stima e della eventuale messa all'asta. Inizialmente infastidito, Virgil accetta l'incarico non proprio con gioia, ma il comportamento della giovane scatena una sorta di morbosa curiosità nell'uomo. Claire si nega, non si presenta agli appuntamenti, comunica con telefonate ad ore strane, e in qualche modo riesce a far si che la stima da parte di Virgil inizi senza che lui abbia potuto parlare con lei di persona. Pian piano, Claire rivela all'uomo di soffrire di agorafobia, e comincia a comunicare con lui attraverso una parete della villa, dietro la quale c'è un piccolo appartamento dove Claire passa il suo tempo a meno che la villa non sia interamente sgombra da presenze umane. Virgil comincia a nutrire un sentimento attrattivo verso la giovane senza volto, ed inizia a confidare le sue incertezze a Robert, che gli consiglia di ingannare la giovane per poterla finalmente vedere.
Comincio a pensare di avere un problema con certi registi, tra l'altro non con registi che si somigliano. Tornatore è uno di questi registi, e quasi sempre i suoi film, seppure abbastanza validi, non mi piacciono. E' il caso di questo nuovo La migliore offerta, nel quale recita da protagonista il grande Geoffrey Rush nei panni di Virgil Oldman, rilasciando una prova come al solito validissima, impersonando un uomo solo che affoga nella sua solitudine fino a diventarne accecato.
Girato in inglese in location mitteleuropee (oltre a Roma, Parma e Milano ci sono Bolzano, Merano, Praga, Vienna e Trieste), il film racconta una storia fondamentalmente triste senza però riuscire a commuovere o a coinvolgere più di tanto. Personalmente, inoltre, ho trovato che alle location non sia stata adeguatamente resa giustizia dalla fotografia, che scade particolarmente di tono negli interni della villa. A parte Rush, le altre interpretazioni non mi sono sembrate esaltanti, ivi compresa quelle di Donald Sutherland (Billy) e di Jim Sturgess (Robert). Decisamente incolore quella della ex modella olandese Sylvia Hoeks (Claire), mentre mi appello all'ingiudicabilità per eccesso di figaggine riguardo a quella di Liya Kebede, qui nei panni di Sarah (la fidanzata di Robert), già intravista in Lord of War e protagonista di Desert Flower.
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Virgil Oldman è un uomo solo. Più che benestante, è probabilmente il più famoso e ricercato battitore d'aste al mondo; abituato a vivere in ambienti lussuosi, non è uno spendaccione ed è un grande amante dell'arte che vende conto terzi. Ama l'arte al punto che, assieme al vecchio amico Billy, organizza regolarmente degli acquisti di dipinti messi all'asta tramite lui, spesso anche mentendo sul loro reale valore. Sono sempre ritratti di donna, che Virgil conserva in una stanza segreta nella sua casa, elegante, enorme e vuota; in quella stanza, Virgil si reca quasi ogni giorno, a contemplare la bellezza. A parte Billy, Virgil ha una specie di amicizia con Robert, un giovane che gestisce un laboratorio dove ripara di tutto; Robert ricorda a Virgil la sua giovinezza, e il motivo scatenante della sua passione per l'arte.
Scontroso con chi non conosce e con chi non reputa alla sua altezza, Virgil per sbaglio riceve una telefonata da una giovane donna, Claire Ibetson, che pensa di parlare con il suo segretario, e sostiene di aver urgente bisogno di parlare direttamente con Virgil. I suoi genitori sono entrambi deceduti, e a lei è rimasta l'antica villa di famiglia dove i genitori hanno accumulato ogni genere di opere collezionabili. Il padre le ha fatto promettere che, nel caso volesse disfarsi di tutto, avrebbe dovuto incaricare solo Virgil Oldman della stima e della eventuale messa all'asta. Inizialmente infastidito, Virgil accetta l'incarico non proprio con gioia, ma il comportamento della giovane scatena una sorta di morbosa curiosità nell'uomo. Claire si nega, non si presenta agli appuntamenti, comunica con telefonate ad ore strane, e in qualche modo riesce a far si che la stima da parte di Virgil inizi senza che lui abbia potuto parlare con lei di persona. Pian piano, Claire rivela all'uomo di soffrire di agorafobia, e comincia a comunicare con lui attraverso una parete della villa, dietro la quale c'è un piccolo appartamento dove Claire passa il suo tempo a meno che la villa non sia interamente sgombra da presenze umane. Virgil comincia a nutrire un sentimento attrattivo verso la giovane senza volto, ed inizia a confidare le sue incertezze a Robert, che gli consiglia di ingannare la giovane per poterla finalmente vedere.
Comincio a pensare di avere un problema con certi registi, tra l'altro non con registi che si somigliano. Tornatore è uno di questi registi, e quasi sempre i suoi film, seppure abbastanza validi, non mi piacciono. E' il caso di questo nuovo La migliore offerta, nel quale recita da protagonista il grande Geoffrey Rush nei panni di Virgil Oldman, rilasciando una prova come al solito validissima, impersonando un uomo solo che affoga nella sua solitudine fino a diventarne accecato.
Girato in inglese in location mitteleuropee (oltre a Roma, Parma e Milano ci sono Bolzano, Merano, Praga, Vienna e Trieste), il film racconta una storia fondamentalmente triste senza però riuscire a commuovere o a coinvolgere più di tanto. Personalmente, inoltre, ho trovato che alle location non sia stata adeguatamente resa giustizia dalla fotografia, che scade particolarmente di tono negli interni della villa. A parte Rush, le altre interpretazioni non mi sono sembrate esaltanti, ivi compresa quelle di Donald Sutherland (Billy) e di Jim Sturgess (Robert). Decisamente incolore quella della ex modella olandese Sylvia Hoeks (Claire), mentre mi appello all'ingiudicabilità per eccesso di figaggine riguardo a quella di Liya Kebede, qui nei panni di Sarah (la fidanzata di Robert), già intravista in Lord of War e protagonista di Desert Flower.
20130201
Beasts of the Southern Wild
Re della terra selvaggia - di Benh Zeitlin (2013)Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Hushpuppy è una bambina di cinque anni che vive nel bayou della Lousiana del sud, in una comunità chiamata Bathtub (vasca da bagno, ma pare che nella versione italiana diventerà la Grande Vasca), isolata dal resto del mondo da una diga. Hushpuppy vive con il padre Wink, in una baracca (in realtà sono due, ognuno ha la sua), circondata da tanti animali, dalla natura selvaggia, e dall'acqua del bayou. La bambina va a scuola, ogni bambino della comunità va a scuola nell'apposita capanna galleggiante, e le lezioni sono tenute da Miss Bathsheba. A scuola, i bambini apprendono come sopravvivere all'imminente cambio climatico, che metterà sott'acqua la maggior parte delle terre emerse, farà sciogliere i ghiacci dell'Artico, e libererà gli aurochs (non so se nella versione italiana rimarranno aurochs o diventeranno, così come dovrebbe essere, gli uri). Wink, per insegnare ad Hushpuppy come cavarsela, ha un motivo in più: non si sa dov'è sua madre, e lui è gravemente malato. Un terribile uragano si sta avvicinando; in molti cominciano ad andarsene da Bathtub. Ma Wink non vuole sentire ragioni, quindi Hushpuppy rimarrà. Gli altri sono pochi, ma ci sono; e come Wink, non hanno nessuna intenzione di andarsene. Wink prepara la sua "barca" (quando la vederete capirete le virgolette), dice ad Hushpuppy di ripararsi bene, e cerca di dormire; quando realizza che la figlia ha tanta paura, esce fuori e comincia a sparare all'uragano.
Sono arrivato a questo film per caso; o meglio, come faccio sempre negli ultimi anni, ho consultato la lista dei candidati agli Oscar nelle categorie che ritengo più importanti, ed ho cominciato a cercarli. Non sapevo di cosa trattasse, e solo dopo averlo visto, qualche settimana fa (ancora non era stata fissata la data di uscita italiana, adesso si sa che uscirà il 7 febbraio), ho realizzato che sui giornali si cominciava a parlarne.
Non sapevo di cosa trattasse, appunto, e fino a metà film ero convinto che fosse una sorta di mockumentary sull'uragano Katrina, suggestionato come sono da Treme. Ma, surreale o pseudo-reale, dopo i primi otto minuti di Beasts of the Southern Wild, che come potete notare in Italia diventerà Re della terra selvaggia, avevo già abbandonato ogni resistenza, e deciso che questo sarà sicuramente uno dei film più belli che la nostra penisola potrà vedere nel corso di questo 2013. Perché certe cose le senti, sia che tu ti trovi nel buio di una sala, o sdraiato sul divano di casa tua, certi miracoli ti accorgi quando stanno accadendo. Il paragone immediato che mi è venuto da fare è stato quello con Luna Papa, probabilmente il film più bello che mi sia capitato di vedere da quando vado al cinema, almeno a mio giudizio. Re della terra selvaggia è il film di debutto del giovane cineasta statunitense Benh Zeitlin, newyorkese trasferitosi a New Orleans dopo Katrina, e che alla città e al fattaccio ha dedicato il suo terzo cortometraggio Glory at Sea (curiosità: si dice che Obama e Michelle siano diventati fan di Zeitlin dopo aver visto Beasts of the Southern Wild, ma leggendo i trivia di imdb.com parrebbe che il Presidente conoscesse già Zeitlin, visto che la colonna sonora del corto su New Orleans, composta dallo stesso Zeitlin insieme a Dan Romer, sia stata usata per la campagna elettorale), ed è semplicemente, la trasposizione cinematografica di Juicy and Delicious, una commedia di un solo atto di Lucy Alibar (qui co-sceneggiatrice e, quindi, candidata all'Oscar). Ed è un film semplicemente meraviglioso, onirico ma non senza basi nella realtà, girato con ruvidità e maestrìa, affascinante e totalmente coinvolgente, probabilmente anche grazie ad un'interpretazione che definirei miracolosa da parte della protagonista, una bambina incredibile con un nome pazzesco, Quvenzhané (qualcuno dovrebbe proporre una legge per cui gli statunitensi non possano inventarsi i nomi propri) Wallis, che all'età dei provini aveva cinque anni, che ha folgorato il regista tra 4000 candidate, che gli ha fatto modificare leggermente lo script, e che è stata scelta, oltre che per il suo innato talento, per la capacità di emettere strilli terrificanti e, udite udite, di ruttare a comando (in your face, voi che educate i figli a non dire nemmeno le parolacce). Quvenzhané è la più giovane candidata all'Oscar di sempre (più giovane di quanto non lo fosse Anna Paquin all'epoca di Lezioni di piano), e per quanto l'ho amata in questo film, le auguro una vita splendida e una carriera fantasmagorica.
Lo so, sto divagando. Ma sto divagando per una ragione molto semplice: è inutile che aggiunga altro a quello che sapete già. Dovete vedere questo film, da soli o in compagnia, al cinema o in casa, e, dopo aver visto il trailer italiano, vi scongiuro, in lingua originale, dato che la voce fuori campo (come sapete voi appassionati di cinema, un rischio che un debuttante non dovrebbe correre, ma lui l'ha fatto, e a vinto la sfida a mani basse, I swear) di Hushpuppy è una parte fondamentale della storia (e il doppiaggio la rende troppo bambinesca, anziché una piccola filosofa con l'accento biascicato del sud statunitense); dovete vederlo perché, come a volte, ma non così spesso, capita, Beasts of the Southern Wild è poesia. Sogno, paura, emozione, tutto diventa poesia, e la storia della piccola Hushpuppy diventa un capolavoro. Se vincesse quattro Oscar (quelli per cui è candidato: regia, film, attrice protagonista, sceneggiatura non originale), cosa improbabile, non potrei essere più d'accordo con l'Academy. Beasts of the Southern Wild è un film eccezionale, che non dimenticherò mai. Era un po' di tempo che aspettavo un film che mi aprisse il cuore, e finalmente è arrivato.
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