No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130312

Afleggjarinn

Rosa candida - di Audur Ava Olafsdòttir (2012)

Islanda. Lobbi ha ventidue anni. Vive con l'anziano padre, ed ha un gemello autistico che vive in un istituto, ma che i due vedono molto spesso. La madre di Lobbi, una donna più giovane del marito, amorevole, brava in cucina e amante del giardinaggio, è morta poco tempo prima in un incidente stradale, lasciando un vuoto apparentemente incolmabile. Lobbi ha passato del tempo imbarcato su un peschereccio, e adesso sta per lasciare l'Islanda per andare in Nord Europa: è stato assunto per curare un roseto famoso in tutto il mondo, di proprietà del monastero adiacente. Il padre accetta la sua partenza, ma non smette di preoccuparsi e di dolersi per la morte della moglie. Lobbi sembra fuggire dalle sue responsabilità: infatti, è padre di una bambina di sette mesi, Flòra Sòl, nata da una notte (un quinto di notte, come dice lui) passata assieme ad Anna, una ex di un amico, con la quale in realtà sente di non aver niente a che fare. I due hanno accettato di buon grado la situazione: Anna continua a studiare e si prende cura della bambina, Lobbi la vede ogni tanto, il padre di Lobbi pure. Cosa accadrà in questa nuova avventura, lontana dalla terra natìa, a Lobbi e alle persone a lui care?

La letteratura islandese sta pian piano riscuotendo un buon successo, e un poco di visibilità, anche da noi. Rosa candida, scritto dalla Olafsdòttir, insegnante di Storia dell'Arte e direttrice del Museo dell'Università d'Islanda, è il suo terzo lavoro, ed è un "piccolo" libro delicato e leggero, che non rivela verità assolute o mostra nuove filosofie di vita, ma in una certa misura tranquillizza, rilassa, riconcilia con le necessità basilari dell'esistenza, senza per questo essere un libro spirituale, e, a mio personale giudizio, riesce a dare un'idea del carattere islandese, pacifico, accomodante e molto libero di costumi, un popolo che ho riscritto la Costituzione online, non fa differenze tra preferenze etero o omosessuali, accetta di buon grado le famiglie ingrandite e non convenzionali.
Come vi ho detto, non aspettatevi un libro spirituale o rivoluzionario. La figura di Lobbi rivela i dubbi di ogni essere umano, soprattutto giovane e con tutta la vita davanti, alle prese con scelte che segneranno la sua esistenza e quindi indeciso e titubante. Il suo flusso di coscienza attraversa le duecento pagine del libro, e nel contempo il suo personaggio ci conduce in un viaggio in un'Europa che, agli occhi di un islandese, appare diversissima dalla loro grande isola con pochi abitanti e molte pecore.
Libro semplice, poco convenzionale, a tratti elementare, ma che fa della semplicità la sua forza. E non per questo, meno bello.

20130311

specchio nero 2

Black Mirror - di Charlie Brooker - Stagione 2 (3 episodi; Channel 4) - 2013



Episodio 1: Be Right Back
Martha e Ash sono una giovane coppia innamorata; lui è un drogato di tecnologia, news e social network e controlla compulsivamente il suo telefono cellulare, ma vanno d'accordo. Il giorno seguente al loro trasloco in una casa di campagna interamente da restaurare, dovendo restituire il furgone preso a noleggio, Martha rimane a casa per lavorare e Ash muore in un incidente stradale. Al funerale, mentre Martha è distrutta, Sarah, una sua amica, le suggerisce un nuovo servizio online che, raccogliendo ogni traccia di una qualsiasi persona in rete, è capace di ricrearne la personalità. In questo modo, col permesso del congiunto, anche un morto può rispondere alle email e chattare con chi lo richiede. Martha inizialmente rifiuta decisamente la cosa, ma Sarah la iscrive al servizio; un giorno in cui Martha si sente debole e presa alla gola dalla nostalgia, avvia una conversazione in chat con il falso Ash, e scopre che ci sono dei possibili upgrade del servizio...

Episodio 2: White Bear
Una giovane donna si sveglia in una casa che non riconosce. Ha i polsi fasciati, e sul pavimento davanti a lei ci sono sparse molte pillole. Non sa chi è, non sa dov'è. Gira per la casa, trova una foto di una bambina che le ricorda qualcosa, forse è sua figlia. Esce di casa, vede molte persone alle finestre, tutte la stanno riprendendo con i telefonini, ma nessuno le risponde. Arriva un auto, dalla quale scende un uomo con un passamontagna: indossa un simbolo che ha già visto sugli schermi vuoti dei televisori presenti nella casa dove si è risvegliata. L'uomo inizia a spararle contro con un fucile: lei fugge. Intorno a lei, decine e decine di persone, nessuna le parla, nessuna la aiuta, tutti la riprendono. Arriva ad una stazione di servizio, si rinchiude all'interno dove insieme a lei rimane intrappolata una coppia, che inizialmente sembra restia ad aiutarla. L'uomo col passamontagna, osservato e ripreso dalla folla all'esterno, cerca di sfondare il vetro per continuare a darle la caccia. La donna della coppia fugge con lei. E' una situazione assurda.

Episodio 3: The Waldo Moment
Jamie è un comico fallito, che vive "impersonando", tramite motion capture, un orsetto blu di nome Waldo, popolarissimo tra il pubblico televisivo britannico. Waldo è scurrile e aggressivo, e solitamente si confronta con figure pubbliche, sbeffeggiandole. Mentre Jamie è altamente insoddisfatto della sua vita, Waldo va alla grande; una sua performance mette in grande disagio un politico conservatore di lungo corso, Liam Monroe, che sta per candidarsi in un collegio blindato per i conservatori. Gli autori del programma decidono di insistere sbeffeggiando il politico al di fuori del programma, seguendolo durante la campagna elettorale, visto che il ritorno di ascolti è da capogiro. Nello stesso momento, Gwendolyn Harris, una giovane che spera di diventare politica di professione, viene selezionata per confrontarsi nello stesso collegio di Monroe, per i laburisti; è chiaro che non ha chance, ma per cominciare l'esposizione è quello che conta. Jamie, che era l'unico dello staff di Waldo ad opporsi alla campagna politica "laterale", ma che è costretto ad accettare la cosa per sopravvivere, dopo il primo giorno alloggia nello stesso albergo di Gwendolyn, e la sera la abborda, i due bevono insieme, si piacciono, vanno a letto, nasce qualcosa. Il giorno seguente Jamie svolge il suo lavoro sbeffeggiando alla grande Monroe, ma non vede l'ora di sentire o rivedere la ragazza. Nel frattempo, a Gwendolyn viene proibito di rivedere Jamie dal suo responsabile della campagna. Jamie si incattivisce, e Waldo diventa un fenomeno incontrollabile.

Nonostante la mia eccitazione quando ho saputo che ci sarebbe stato un seguito alla prima miniserie di Black Mirror, mi ero completamente dimenticato di controllare quando sarebbe andata in onda; appena l'ho saputo si erano conclusi i tre episodi, e così me li sono gustati uno dietro l'altro. Che dire, il genietto malefico Charlie Brooker stavolta ha sceneggiato tutti e tre gli episodi, uno più inquietante dell'altro. Grandi regie, grandi interpretazioni, grandi storie, emozioni forti e contrastanti, coinvolgimento massimo, è davvero un peccato che il ragazzo non si convinca a fare qualcosa di più lungo, ma evidentemente la creatività ha i suoi tempi, e questo è quello che ci deve bastare.
Splendida la coppia del primo episodio, la deliziosa Hayley Hatwell (Martha) vista in Captain America e Domhnall Gleeson (Ash) appena visto in Anna Karenina, nel secondo episodio grande Michael Smiley (Baxter), nel terzo episodio, che potrebbe richiamare anche l'ultima campagna elettorale italiana, ottimi Tobias Menzies (Monroe) e Jason Flemyng (Jack Napier).
Miniserie eccezionale, da non perdere.

20130310

irrompe l'alba 2

The Twilight Saga: Breaking Dawn Parte 2 - di Bill Condon (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare ripristinato per l'occasione: io ve lo di'o, è stata una fati'a (vedelli tutti)

Bella si risveglia dopo aver dato alla luce Renesmee ed essersi trasformata in vampira. Tutta la famiglia Cullen è lì ad attenderla, ma c'è un po' di strada da fare, per Bella, per abituarsi al nuovo "stato". Mentre quindi Bella sorprende tutti per la sua capacità di controllo, Renesmee cresce a vista d'occhio con nuovi straordinari doni, e subisce l'imprinting nientemeno che con Jacob (cosa che inizialmente sconvolgerà non poco Bella). Ma la nascita della (non più) piccola, mette in assetto di guerra il clan dei Volturi, che sono convinti del fatto che Renesmee rappresenti una minaccia intollerabile per tutti i vampiri. I Cullen, quindi, riuniscono tutti i vampiri che sono convinti del contrario, decisi a fronteggiare, in una battaglia che si preannuncia epica, i Volturi ed i loro adepti e alleati.

Esattamente da dove era finito, riprende la saga di Twilight, per l'ultimo capitolo. Si conferma tutto quello che di peggio si era detto in passato, per gli altri capitoli: pessimi effetti speciali, recitazioni ai limiti dell'inguardabile, produzione costosissima (ma gli ultimi due capitoli sono stati girati contemporaneamente), colonna sonora di tutto rispetto. La sceneggiatura però ha un colpo di genio, questo va detto, riuscendo a descrivere ugualmente la battaglia finale: non vi dico altro nel caso scellerato foste intenzionati a vedervi il film.
Se del capitolo precedente ricorderò sicuramente il manichino anoressico di Kristen Stewart, di questo ultimo film mi rimarranno in mente solamente i titoli di coda con The Forgotten dei Green Day, e la brevissima apparizione (è proprio il caso di dirlo), di Marisa Quinn nei panni di Huilen. Il film ha fatto man bassa di Razzie Awards (premi per i peggiori), raggiungendo un record: nominato in tutte le categorie. Una bella soddisfazione, non c'è che dire.

20130309

Den skaldede frisor

Love Is All You Need - di Susanne Bier (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Danimarca. Ida è una parrucchiera che ha appena terminato un ciclo di chemioterapie in maniera efficace; anche se con il cancro non si sa mai, è una notizia da festeggiare. Ma tornando a casa scopre che il marito Leif l'ha tradita per tutto questo tempo con una di lui collega che ha la metà dei suoi anni, Thilde, e sta per lasciarla per andare a vivere con la giovane. Cercando di rimettere in sesto la sua vita, parte da sola per l'Italia, dove sta per svolgersi, in uno scenario da sogno, il matrimonio della figlia Astrid. Astrid sta per sposare il giovane Patrick, figlio di un imprenditore inglese, Philip, che coltiva ed importa agrumi appunto dall'Italia, dove possiede terre e una antica villa vicino Sorrento, dove si svolgerà il matrimonio e dove alloggeranno tutti gli invitati. Philip è vedovo ormai da qualche anno, ma ancora non riesce a darsi pace. L'incontro tra Philip e Ida sarà traumaticamente divertente, e le frizioni proseguiranno per un po'. Ma nonostante i problemi tra Patrick ed Astrid, l'arrivo di Leif e Thilde, l'arrabbiatura di Kenneth, l'altro figlio di Ida e Leif, contro il padre, le continue avances della cognata di Philip, Benedikte, verso l'uomo, Philip e Ida si attraggono, in qualche modo.

Probabilmente il film più leggero della regista danese (Oscar per In un mondo migliore; c'è da dire che anche Pensione Oskar era abbastanza "spensierato"), sceneggiato a quattro mani col fido Anders Thomas Jensen, Love Is All You Need (in originale danese Den skaldede frisor, letteralmente "la parrucchiera calva", riferimento alla calvizie indotta dalla chemio della protagonista, alle prese con la parrucca per tutto il film) è un film giocoso, divertente, fatto di gag anche prevedibili ma godibili e mai volgari, tratta la famiglia in modo moderno, e mette nel calderone vari temi, anche ricorrenti nel cinema della Bier, trattandoli con grazia come a lei ben riesce. Non è un film che dovete vedere assolutamente, ma è molto meglio di tante bischerate che girano.
Nel cast, dove troviamo anche Ciro Petrone che ricorderete in Gomorra e ultimamente pure in Reality, giganteggiano Trine Dyrholm (Ida) e Pierce Brosnan (Philip), ma da non dimenticare un Kim Bodnia (Pusher) in versione comica e Paprika Steen (già con la Bier in Open Hearts) nei panni di Benedikte sopra le righe ed esilarante anche lei.

20130308

Wadjda

La bicicletta verde - di Haifaa Al-Mansour (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Wadjda è una bambina di 10 anni che vive con la madre in un sobborgo di Riyad (Arabia Saudita). Intelligente, vivace, intraprendente, riluttante alle regole che relegano la donna in secondo piano rispetto all'uomo, nella società civile saudita, a scuola sta sulle sue ma spesso viene punita dalla severa insegnante, la signorina Hussa, perché appunto è insofferente alle molteplici e spesso insensate regole; nella vita di tutti i giorni, vive un rapporto controverso con l'amico Abdullah. Al bambino probabilmente piace Wadjda, e i due giocano costantemente insieme, anche se in realtà la cosa non è ben vista. A Wadjda piace stare con Abdullah, ma il suo carattere la spinge ad entrarci perennemente in competizione, come se non ci fosse una differenza di sesso tra i due. Ecco che quindi, non appena Wadjda vede una bellissima bicicletta verde in esposizione presso un negozio vicino a casa, si invaghisce del mezzo di trasporto, che vede come uno strumento di emancipazione, ma anche una possibilità di battere Abdullah in una gara di pedalate. La madre, che sta soffrendo il distacco dall'amato marito, che sta pensando di prendersi un'altra moglie per avere un figlio maschio, è assolutamente contraria all'acquisto della bicicletta: il mezzo di trasporto è visto come un attentato alla virtù femminile, e risulterebbe sconveniente sia per lei, che per la bambina. Wadjda non si dà per vinta, escogita qualsiasi espediente per raccogliere i soldi necessari all'acquisto, ma proprio quando sta per desistere, ecco che viene annunciato che il primo premio per un concorso di recitazione femminile del Corano sarà una cifra che le permetterebbe di acquistare l'agognata bicicletta. Nonostante la recitazione del Corano non sia certo tra le sue materie preferite, Wadjda si mette sotto con grande impegno.

Semplice, diretto, fatto di un ritmo rilassato e di un incedere lento ma inesorabile, costruito da piccole scene che a volte possono sembrare apparentemente slegate dall'assunto principale, La bicicletta verde (titolo originale Wadjda) è un "piccolo" film che illustra la realtà di una società musulmana moderna nelle intenzioni, ma antiquato negli schemi di relazione, ed altamente sessista. Donne tra l'altro bellissime costrette a nascondere perfino i capelli, ed impossibilitate ad esprimere le loro personalità e le loro abilità. Il film della regista saudita, al suo debutto sulla lunga durata dopo alcuni cortometraggi di buon successo, si fa forte di un cast interamente saudita e di location semplici ma affascinanti, appunto nei sobborghi della capitale Riyad, e descrive come meglio non potrebbe tutte queste restrizioni senza risultare oltranzista. Il messaggio, però, arriva forte e chiaro, ed il film merita di essere visto, risultando piacevole e finanche divertente. Tanto di cappello a Haifaa Al-Mansour e alla piccola protagonista Waad Mohammed, spontanea e disinvolta. Auguriamo un radioso futuro ad entrambe, così come alla società saudita di crescere e migliorare dal punto di vista delle libertà femminili.

20130307

7 dìas en La Habana

7 days in Havana - di Benicio Del Toro, Pablo Trapero, Julio Medem, Elia Suleiman, Gaspar Noé, Juan Carlos Tabìo, Laurent Cantet (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Una settimana a Cuba, nella sua capitale, sette storie.
El Yuma (lunedì)
Un giovane attore statunitense in vacanza a Cuba viene portato in giro da un taxista; conosce una donna che non è propriamente una donna.
Jam Session (martedì)
Il famoso regista serbo Emir Kusturica è a Cuba per ricevere un premio; anche lui, tramite il suo autista, va alla scoperta della notte cubana, scoprendo nei suo accompagnatore un ottimo trombettista e un grande amico.
La tentaciòn de Cecilia (mercoledì)
Una brava e bellissima giovane cantante cubana è messa davanti ad una scelta dolorosa: abbandonare Cuba e il fidanzato e andare in Spagna con il giovane impresario spagnolo che le promette una carriera nella musica e di lasciare la sua compagna per lei.
Diary of a Beginner (giovedì)
Il regista palestinese Elia Suleiman è a Cuba per incontrare Fidel Castro. Mentre attende l'incontro, gira per le strade della capitale.
Ritual (venerdì)
Due genitori preoccupati scoprono la giovane figlia Yamilslaidi a letto con un'altra ragazza. Decidono di farla esorcizzare da uno stregone, in mezzo alla jungla.
Dulce amargo (sabato)
Mirta e la sua vita; il marito, le figlie, i suoi due lavori, tutto quello che bisogna fare per dar loro da mangiare, e sopravvivere a Cuba.
La fuente (domenica)
Martha, una specie di sacerdotessa, che vede in sogno la vergine Oshun, obbliga i vicini e i conoscenti a costruire in un solo giorno una fontana dentro casa sua, in onore alla vergine, e ad organizzare una festa sempre in suo onore.

I film corali sono sempre dei terni al lotto. I nomi dei registi mi avevano messo l'acquolina in bocca da un po' di tempo, ma non avevo letto né sentito responsi entusiastici, per cui ho atteso un bel po', complice la distribuzione praticamente inesistente, a vederlo. Il film non è così male come mi avevano fatto credere; certo, ci sono delle parti naturalmente più deboli, o quantomeno molto diverse tra di loro.
Non del tutto convincente l'episodio iniziale, per la regia di Benicio Del Toro, anche se è bello rivedere Vladimir Cruz (il tassista), uno dei due protagonisti del mitico Fragola e cioccolato. Non male l'episodio diretto dall'argentino Pablo Trapero, con Kusturica in una versione non si sa quanto romanzata di sé stesso, perennemente ubriaco. Quasi un classico Medem l'episodio da lui diretto, La tentaciòn de Cecilia, con Daniel Bruhl e la bellissima Melvis Santa Estevez nei panni di Cecilia. Così come un classico Suleiman quello di Diary of a Beginner, con l'erede di Buster Keaton a dominare, muto come sempre, la scena. Inquietante e anche un pochino inconcludente Ritual, del regista del disturbante Irréversible. I due segmenti finali, a mio giudizio, risultano quelli più riusciti e maggiormente divertenti e cubani fino all'osso. In Dulce amargo, di Juan Carlos Tabìo (Fragola e cioccolato), Mirta Ibarra (Mirta, vista in molti film sia cubani che spagnoli) e il grande Jorge Perugorrìa (l'altro protagonista di Fragola e cioccolato, e attivissimo anche in Spagna) padroneggiano la scena perfino con i piedi; in La fuente, l'ottimo Cantet (La classe) mette in scena l'episodio più scoppiettante e soddisfacente del lotto.

20130306

terzo

!Tré! - Green Day (2012)


Nonostante quello che ne possano dire i critici più feroci e i detrattori più accaniti, i tre ex ragazzi (hanno più di 40 anni ormai) californiani sono divenuti, oltre che miliardari, dei grandi interpreti della tradizione rock nel senso più ampio del termine. Inutile cercare di legarli a doppio nodo al punk o al punk-rock: è bene giudicare, secondo me, se i Green Day fanno buona musica oppure no.
E, nonostante questa loro ultima tripla fatica, tre dischi usciti a brevissima distanza tra di loro negli ultimi mesi del 2012, abbia dato risultati altalenanti, questo ultimo è decisamente il migliore.
Non mi vergogno affatto a dire che spesso, i pezzi dei Green Day, mi mettono di buon umore e mi fanno stare bene: non mi interessa niente se a qualcuno possono sembrare semplici o addirittura semplicistici. Un pezzo come Sex, Drugs & Violence mi diverte, a dispetto del testo, dove Billie Joe riflette, anche amaramente, sulle sue dipendenze. Indicativamente, preferisco la seconda parte del disco, dove a mio giudizio sono stati "relegati" i pezzi più complessi. Ma c'è da dire che fin dall'opener Brutal Love, i Green Day dimostrano di non spaventarsi davanti e niente e a nessuno: il pezzo infatti non è altro che una cover di Bring It On Home to Me di Sam Cooke, con un testo differente.
Intendiamoci: so che è una frase fatta, ma i Green Day oggi più che mai, non hanno inventato niente di niente. Sono dei bravissimi generatori di mash-up tendenzialmente rock, ma non solo. Lo fanno con grande disinvoltura, con quelle loro amabilissime facce da culo. E siccome non si tratta di tracciare il genoma umano, ma solo di rock and roll, a me piace. Molto bello l'inizio di 8th Avenue Serenade dal punto di vista del drumming, che può ricordare la sensazione di "fuori tempo" di Black Dog dei Led Zep, forse superflua la classica ballad Drama Queen, ma immediatamente dopo si comincia a fare sul serio e a sciorinare i pezzi migliori: X-Kid (che riesce a farmi godere con un assolo di quelli da scuola di chitarra primo anno, alla Nirvana per intenderci), la già citata Sex, Drugs & Violence (impazzisco per il passaggio "What little wanna be an imbecil / But Jesus made me that way"), la sincopata A Little Boy Named Train (orecchio ad ogni finale di strofa, sottolineato da uno stop and go di Tré Cool), la splendida (e molto Green Day) Amanda, la whoiana Walk Away, il piccolo capolavoro Dirty Rotten Bastards, che racchiude drinking songs irlandesi, i Garage Days dei Metallica (specialmente quando rifanno i Misfits) e l'arena rock, la classicissima 99 Revolutions. Chiude il marchettone The Forgotten, inserito nientemeno che sui titoli di coda del capitolo conclusivo della saga di Twilight, che però è una buona ballata rock, dimostrazione che ci sanno fare anche in questo campo.
E' vero che se avessero fatto un disco solo, scremando il superfluo, da questa trilogia (cosa che potete anche fare da soli a casa, ma non fidatevi dell'amico Monty, ve la do io una scaletta riassuntiva: tutto !Tré! più Carpe Diem, Sweet 16, Oh Love da !Uno! e Lazy Bones, Stray Heart, Baby Eyes da !Dos! e fate pure prima - al limite togliete Drama Queen e mettete dentro Nuclear Family), probabilmente avrebbero riscosso maggior successo critico; ma del resto, anche loro avranno il mutuo da pagare, senza contare le spese (fisse?) di rehab.

20130305

castello di carte

House of Cards - di Beau Willimon - Stagione 1 (13 episodi; Netflix) - 2013

Francis "Frank" Underwood è un importante membro del congresso statunitense, appartenente al Partito Democratico. Il partito ha appena vinto le elezioni, e si accinge a governare quattro anni; Frank ha contribuito non poco all'elezione del nuovo Presidente Garrett Walker, e si aspetta, da un momento all'altro e come da accordi, di essere convocato per essere nominato nuovo Segretario di Stato. Mentre ci spiega (direttamente in camera, rivolto all'obiettivo) i ruoli di tutti i più alti esponenti dello Stato, e pure dei suoi collaboratori, ecco che viene ricevuto dal Capo dello Staff della Casa Bianca Linda Vasquez, persona che lui ha contribuito ad insediare in quella posizione. La Vasquez, con la faccia contrita e con frasi di circostanza, gli comunica che Frank non verrà nominato Segretario di Stato.
Frank, con l'aiuto dell'amica/amante/moglie/complice Claire, amministratrice delegata della Clean Water Initiative, una organizzazione non-profit che si occupa appunto di acqua, che ovviamente non è esclusa dall'area di influenza di Frank, e che all'occorrenza gli serve per scambi di favori politici, e con la collaborazione costante del fido Doug Stamper, suo personale Capo dello Staff, comincia una guerra senza quartiere per vendicarsi del Presidente che non ha rispettato i patti. Due pedine importanti vengono immediatamente "reclutate". La giovane e ambiziosa reporter del The Washington Herald Zoe Barnes, che Frank sceglie per far filtrare informazioni riservate, e il membro del congresso Peter Russo, esponente anch'esso dei Democratici, che ha una relazione con la sua segretaria Christina Gallagher, e una pericolosa dipendenza da alcol, droghe varie e prostitute; fermato dalla polizia mentre guidava in stato di ebbrezza, in compagnia di una professionista del sesso, viene opportunamente "salvato" da Stamper, tramite conoscenze varie di Underwood. Anche Russo sarà una pedina fondamentale nella elaborata, spietata, rischiosissima vendetta personale di Frank, che davvero scopriremo capace di qualsiasi cosa.

House of Cards, basata sull'omonimo romanzo del politico conservatore inglese, nonché scrittore, Michael Dobbs, e già portata sul piccolo schermo dalla BBC con ben tre miniserie, segna, a parte la valenza intrinseca della serie, un momento di cambiamento importante nella storia recente della televisione. Infatti, è il primo prodotto originale di Netflix, in origine servizio di distribuzione via posta di dvd e videogiochi, in seguito servizio di streaming online su richiesta, usufruibile tramite abbonamento, che ha cominciato ad acquistare prodotti originali proprio con le prime due stagioni di House of Cards versione USA. Non finisce qui: i tredici episodi della prima stagione, per gli abbonati, sono stati resi disponibili tutti insieme, lo scorso 1 febbraio; l'abbonato quindi ha potuto visionarli quando più gli pareva. Decisamente una concezione nuova.
Detto questo, passiamo alla serie. Beau Willimon (Le idi di marzo) ha sviluppato l'adattamento, il budget è elevato e si vede, nella lista dei produttori si notano Kevin Spacey, anche protagonista nei panni di Frank Underwood, e David Fincher, regista dei primi due episodi (tra gli altri registi James Foley, Joel Schumacher,  Allen Coulter). Gli episodi, tutti attorno alla durata di 50 minuti, sviluppano lentamente ma inesorabilmente la ragnatela fitta ed intricata tesa dal protagonista, talmente tesa che spesso vi troverete a rendervi conto che stava usando anche quel personaggio e voi non ve ne eravate resi conto. L'atmosfera è patinata ma cupa, e il protagonista, nonostante sia cattivo, spietato, indegno, obbliga lo spettatore ad una colpevole empatia; il fatto che sia interpretato da un Kevin Spacey in stato di grazia influisce moltissimo, naturalmente. Da notare che, così come nelle miniserie BBC, Underwood "rompe la quarta parete" e parla direttamente all'obiettivo, filosofeggiando sulla politica e sottolineando i passaggi decisivi. Difficile resistergli, appunto se si tratta di Spacey.
Completano il cast Robin Wright nella parte di Claire Underwood, bravissima sia nella versione algida e "di facciata", sia in quella dubbiosa, perfetta partner in crime di Spacey, Kate Mara (la sorella di Rooney Mara, la Lisbeth della versione USA di The Girl With the Dragon Tattoo) nei panni di Zoe Barnes, vista nella prima stagione di American Horror Story (era Hayden) e in varie particine al cinema, depositaria di una bellezza infantile e che riesce a dipingere un personaggio dalla dubbia moralità conservando appunto una faccia pulita, Corey Stoll (era Hemingway in Midnight in Paris), intenso e appassionato nella parte di Peter Russo, e Michael Kelly nei panni di Doug Stamper (l'avete visto in decine di film, quando tra 30 anni gli daranno un Oscar come non protagonista di qualcosa ricordatevi chi ve l'ha detto la prima volta).
Una delle migliori novità del 2013.

20130304

terra promessa

Promised Land - di Gus Van Sant (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Mentre Steve Butler, un giovane impiegato di una grande compagnia energetica, la Global Crosspower Solutions, viene preso in considerazione dalla sua gerarchia per una importante promozione, per merito dei suoi eccellenti risultati, si trova ad affrontare, assieme alla sua partner lavorativa, la più anziana Sue Thomason, una inizialmente apparentemente facilissima sfida, in una piccola cittadina della Pennsylvania rurale: visto il giacimento di gas sottostante, i due dovranno convincere i proprietari terrieri a vendere i diritti di sfruttamento del sottosuolo. La cittadina versa in uno stato di povertà importante, e i residenti si fanno convincere in maniera facile e veloce; i rendimenti accordati per lo sfruttamento sono ridicoli se confrontati a quanto potrà fruttare il giacimento: è questo che ha portato Steve all'attenzione dei suoi superiori. Riesce ad acquistare molti diritti dei luoghi dove vengono scoperti giacimenti, e ad accordare "affitti" risibili. Il segreto, così dice lui, sta nel fatto che pure lui è nato e cresciuto in un luogo simile ai posti dove si trova a trattare. Il tutto pare andare per il meglio, finché, ad un'assemblea cittadina, Frank Yates, che pare un semplice insegnante di scienze alla scuola locale (ma in realtà è un ingegnere di grande successo in pensione, che insegna per divertimento e passione), riesce ad insinuare seri dubbi nei locali. La decisione da parte della comunità, in merito ai diritti di sfruttamento, viene quindi sottoposta a votazione, da effettuarsi di lì a qualche settimana, e l'arrivo in città di Dustin Noble, un giovane avvocato attivo in una piccola associazione ambientalista, che inizia una campagna contro la Global Crosspower Solutions, che usa le stesse armi di Steve per entrare nei cuori dei locali, mette in pericolo la buona riuscita dell'operazione di Butler e Thomason.

Buon film, non particolarmente emozionante (ma insomma, il colpo di scena a sorpresa, per un ingenuo come me, non l'avevo visto arrivare, e probabilmente proprio lì sta il punto di forza della storia), questo nuovo lavoro diretto da Gus Van Sant, originariamente destinato ad essere diretto, oltre che interpretato nella parte principale, da Matt Damon (Steve Butler), che, insieme al co-protagonista John Krasinski (Dustin Noble), ne ha scritto la sceneggiatura. Quest'ultimo aveva comprato, personalmente, i diritti di sfruttamento per il cinema del soggetto, un'idea dello scrittore Dave Eggers (ricordiamo che Krasinski, nonostante la facciona e gli orecchi enormi, ha tutto per essere invidiato: ha un debole per i grandi scrittori americani contemporanei - ha diretto e scritto Brief Interviews with Hideous Men, dall'omomina raccolta di racconti di David Foster Wallace, aveva la parte del protagonista in Away We Go, poi rinominato American Life per l'Italia, sceneggiato dallo stesso Dave Eggers e dalla moglie Vendela Vida -, ma soprattutto è sposato con Emily Blunt), e aveva scritto una prima stesura della sceneggiatura, poi rimaneggiata in coppia con Damon.
Van Sant si limita a fare il suo lavoro, dunque, senza stupirci particolarmente, e lascia parlare attori e storia. Il film negli USA ha (ri?)sollevato la polemica sulla tecnica del fracking, giustamente, ed insinua dubbi etici nello spettatore attento. Ottimi come sempre Hal Holbrook (Frank Yates) e Frances McDormand (Sue Thomason), piccola parte per Titus Welliver (Rob; lo avevamo odiato nella parte di Jimmy O'Phelan nella terza stagione di Sons of Anarchy, lo abbiamo visto in tutti i film di Ben Affleck), breve ma significativa presenza di Rosemarie DeWitt (Alice; vi ricordate la sorella di Tara in United States of Tara? Ma era anche in Rachel sta per sposarsi e in Mad Men), c'è anche Scoot McNairy (Jeff Dennon; era il protagonista di Monsters, lo abbiamo visto in Argo). Senza infamia e senza lode le prove attoriali dei due sceneggiatori; rimane il dubbio che, con un attore meno monofacciale, lo struggimento interno del protagonista Steve Butler potesse risultare di maggiore intensità.

20130303

The Fight for Rapanui

Non voglio più annoiarvi col fatto che guardo solo Al Jazeera International; però, il fatto è che oltre alle news 24 ore su 24, la rete ha in programmazione rubriche interessanti, e documentari a volte autoprodotti, su argomenti sconosciuti a gran parte dell'opinione pubblica.
Solitamente li guardo di sfuggita, ma a volte mi concentro. E' stato il caso di questo The Fight for Rapanui, dell'inviato Nick Lazaredes. La cosa che mi ha stupito di più non è stata tanto la repressione cilena e la formazione del movimento indipendentista, che già covava sotto la cenere, parlando con i locali, quando nel 1994 passai una settimana sull'isola, facendo molte amicizie e lasciandoci una parte di cuore. Quello che mi ha scioccato, ma probabilmente non è il termine giusto, è stato rivedere una persona con la quale avevo condiviso una sbornia colossale: Kihi il rosso (Kihi Tuki Hitorangi), che appare nel documentario per la prima volta al minuto 17, e che 19 anni fa era già "famoso" (è il ragazzo che corre nella scena iniziale del film Rapa Nui, prodotto da Kevin Costner, diretto da Kevin Reynolds ed interpretato da Esai Morales e Sandrine Holt, oltre a molte comparse locali - Kihi su imdb.com è accreditato nel cast del film come Emilio Tuki Hito). Ricordo lui che suonava la chitarra e che ci cantava pezzi tradizionali in lingua Rapanui (proveniente dal ceppo polinesiano: è lì che ho scoperto che Moana significa "mare blu"), ricordo altre cose che mi sono rimaste nel cuore come il saluto all'aeroporto (la tradizione polinesiana vuole che ti vengano messe collane di fiori all'arrivo e collane di conchiglie alla partenza; di solito le collane di fiori vengono messe ai turisti che comprano i pacchetti "folkloristici", perché spontaneamente la gente del posto lo fa solo per i parenti. Ma a me e all'amico che viaggiava con me, le nostre conoscenze locali, misero spontaneamente le collane di conchiglie, che ancora conservo, nell'occasione della nostra partenza, e vi assicuro che fu un momento indimenticabile) da parte di quella che era stata la nostra guida e dell'autista, che non aveva aperto bocca per sei giorni e che in quell'occasione mi disse che eravamo buoni amici. E' probabile che non abbia riconosciuto qualche altro locale che appare nel documentario. Ma siccome il mio cuore è rimasto là, gli auguro ugualmente di riuscire a vincere questa battaglia, e di continuare a vivere felici e liberi sulla terra che i loro avi hanno lasciato loro. Iorana, mis amigos.

capricorno

Caprica - di Remi Aubuchon e Ronald D. Moore - Stagione 1 (19 episodi; SyFy) - 2010

Caprica. 58 anni prima dell'attacco nucleare ad opera dei cyloni ai danni dell'umanità, le Dodici Colonie vivono una pace molestata dal terrorismo religioso: mentre su quasi tutte le colonie, ma sicuramente su Caprica, il Politeismo è la norma, su Gemenon è forte il Monoteismo, e sta facendo proseliti, proseliti non sempre pacifici. Infatti, un attentato, un'esplosione sulla metropolitana di superficie, uccide, tra le altre persone, due giovani ragazze: Zoe Graystone e Tamara Adama. Zoe è la figlia di Daniel e Amanda; lei chirurgo plastico, lui amministratore delegato dell'industria che porta il suo nome, inventore dell'Holoband, proprietario dei Caprica Buccaneers, la squadra di Pyramid (lo sport più seguito nelle colonie) locale, miliardario dalla mente brillante con una visione grandiosa del futuro. I due genitori, però, hanno evidentemente sbagliato qualcosa nei confronti della figlia, che sempre di più se ne vorrebbe allontanare, ed era diventata assidua frequentatrice del V-Space, il mondo virtuale a cui si ha accesso tramite l'Holoband, riuscendo a creare un suo avatar (la ragazza è probabilmente più intelligente del padre in quanto ad informatica applicata alla cibernetica), e si era avvicinata alla religione Monoteista.
Tamara, che muore assieme alla madre Shannon nell'attentato, è figlia di Joseph Adama (e sorella di William), tauroniano emigrato su Caprica, avvocato di diritti civili ma con connessioni con la malavita.
Tra Joseph e Daniel nasce uno strano rapporto di amicizia e odio al tempo stesso. Daniel scopre l'avatar creato dalla figlia, e comincia a lavorare sulla possibilità di sovrapporre questo avatar ad una struttura robotica, generando il primo cylone. Porta Joseph nel V-Space, generando l'avatar di Tamara (che rimane così "immortale" nel V-Space, in quanto non generato da una persona che indossa l'Holoband), e dando il via ad un'ossessione, quella di riavere indietro moglie e figlia, che porterà Joseph sull'orlo della follia.

Prequel del reboot di Battlestar Galactica, Caprica parte con buone premesse e un'ambientazione interessante, vagamente anni '50 innestata in una società ultra-avanzata e quasi annoiata, tanto da usare droghe, anche cibernetiche (il V-Space diventa un luogo per sfogare qualsiasi basso istinto e rimanere impuniti), e generare delinquenza e corruzione, ma si perde lungo la strada, tanto che è stata cancellata dopo appena una stagione, che tra l'altro negli USA è arrivata alla fine con una certa difficoltà.
Nonostante, così come in Battlestar Galactica, le tematiche con interesse attuale fossero molte (razzismo, conflitti religiosi, diritti per gli omosessuali, addirittura matrimoni multipli), la serie non riesce a gestirle al meglio, e si concentra quasi esclusivamente sull'ossessione dello scienziato Graystone per arrivare rapidamente alla generazione dei primi cyloni, e chiudere il cerchio con la serie-madre.
Cast interessante ma un po' ingessato, almeno così mi è parso. Eric Stoltz è Daniel Graystone, Paula Malcomson è Amanda Graystone, Alessandra Torresani è Zoe Graystone. Esai Morales è Joseph Adama, interessante la faccia di Sasha Roiz che interpreta Samuel Adama, il fratello gangster, omosessuale e sposato, di Joseph.

20130302

What a Shame

Jamie Lidell - Jamie Lidell (2013)




Non so se sia un bene, soprattutto per lui, ma ogni volta che penso a Jamie Lidell, nato Jamie Lidderdale ad Hungtingdon nel Cambridgeshire, Regno Unito (ma trasferitosi a Nashville già da tempo), penso a The Vampire Diaries: un suo poster fa bella mostra nella cameretta (grande quanto un monolocale medio milanese) della protagonista Elena Gilbert. Di sicuro ci guadagna lei in credibilità e gusti musicali; c'è da dire però che, seppure Jamie non sia un brutto ragazzo, a livello estetico preferisco lei. Detto ciò, fa sempre uno stranissimo effetto ascoltare un disco di Lidell, tipo macchina del tempo. Come vi dissi in occasione dell'uscita del precedente Compass (Michael Jackson e a volte pure Barry White), per questo omonimo in uscita direi molto meno Barry White, molto più Jacko, ovviamente revisited e addirittura revamped da suoni elettronici all'avanguardia e da suoni vintage usati giocandoci (Why_Ya_Why). Seconda parte del disco, infatti, molto molto più sperimentale della prima (oltre al pezzo citato poco fa aggiungerei decisamente You Know My Name, e si, tutte le seguenti), dove invece si "annidano" tutte le killer-tracks. Si parte infatti con I'm Selfish, un pezzo dal tiro ottimo che per quanto si sforzi Justin Timberlake non riuscirebbe mai a scrivere (sempre che se le scriva, le canzoni), e alla seconda traccia siamo già all'apice del disco. Secondo il mio modesto parere, Big Love spacca senza troppe discussioni (e il finale sembra la cover di Don't Stop 'Til You Get Enough). Segue What a Shame, il pezzo che ha anticipato l'album uscendo su youtube (ebbene si, adesso si fa così), anche lei tirata a dovere, e pure le seguenti Do Yourself a Faver e You Naked non sono affatto da buttare, anzi.
Difficile da spiegare, ma la rivisitazione dei suoni e del groove degli anni '80 a livello di elettronica che fa Lidell mi pare decisamente una delle più eleganti e meno tamarre del panorama musicale. Per questo mi piace, e i suoi dischi mi fanno divertire e muovere al tempo stesso. Jamiroquai, arrenditi.

20130301

speciAle elezioni



E' fantastico come noi italiani (se fossi stato vis-à-vis avrei detto "voi italiani", come faccio spesso con amici e colleghi, ma qui per scritto non vorrei essere frainteso), oltre ad essere santi, poeti e navigatori ("Un popolo di poeti di artisti di eroi / di santi di pensatori di scienziati / di navigatori di tramsigratori"), siamo tutti allenatori e politologi. E, come ognuno è convinto di aver votato sempre il partito o la coalizione dei "buoni", ognuno si sente pure autorizzato a considerarsi superiore a quelli che non hanno fatto come lui o lei.
Naturalmente, ognuno riflette ed analizza il post-voto a modo suo. E ovviamente, anch'io ho fatto lo stesso. Ma lo tenevo dentro di me, cercando pure di capire cosa succederà adesso, finché un amico/collega non mi ha detto che aspettava il mio commento, qui sul blog. E sapete tutti quanti che quando mi si dice una cosa del genere, mi sento subito in obbligo.
Innanzitutto, non sono andato a votare. Non è la prima volta. Mi sembra che l'ultima volta sia stata quella in cui il candidato premier del centro-sinistra era Veltroni; ancora oggi gli amici presenti a quel tavolo in quel ristorante, la sera precedente alle elezioni, se lo ricordano. Deciso a votare Ferrando o a non andare, mi feci convincere dai commensali a dare l'ormai famosissimo "voto utile", per fronteggiare Silvio l'onnipotente, l'unto dal Signore, l'immortale. Ancora oggi me ne pento, ma la vita è fatta anche di sbagli.
Qualcuno si chiederà perché. Beh, intanto il mio partito si è piazzato bene: 24,83%. Un buon risultato, un segnale di rottura (di coglioni, per la precisione) del popolo di santi eccetera. Poi, non ne avevo voglia. Inoltre, ho deciso da un po' che questo è il mio tipo di protesta. Pacifica, quieta, indolente. L'incazzatura del pensiero debole. Non so se vi sentite soddisfatti dalla mia risposta. Spero di si.
Detto questo, per capire il voto secondo me bisogna parlare apertamente con le persone che accettano di dirti il loro voto, e possibilmente ascoltarle; io ho avuto la fortuna di captare alcune cose interessanti, che mi aiutano nella mia personale interpretazione del voto.
Devo dire che, pur rimanendo intenzionato ad andarmene dall'Italia se riuscirò ad avere la pensione, il voto non mi ha lasciato del tutto insoddisfatto.
Una persona a me cara, di famiglia, che considero pragmatica, dopo aver votato Silvio agli albori, perché tendenzialmente di centro-destra, ed essere passato al PD perché, a suo dire, Silvio aveva "detto troppe cazzate", stavolta ha votato Grillo. Un altro amico/collega, in passato attivista anche del PD, ha votato Grillo. Un paio di amici tenutari di blog "amici", da sempre vicini a posizioni di centro-sinistra, mi par di capire che han votato PD, e sono entrambi delusi, ognuno a modo loro. Un collega, da sempre di destra (e non di centro-destra) ha votato Silvio; alla mia domanda "perché" mi ha risposto semplicemente e candidamente di averlo votato perché era un "voto utile", l'unico se uno è di destra. Ascoltando anche, via Radio24, molte voci di esponenti o votanti Grillo, tutte le testimonianze mi appaiono degne di considerazione e ragionevoli; non sono solo quelli che hanno votato Grillo che hanno votato qualcosa turandosi il naso, o quantomeno non condividendo tutto quanto.
La mia interpretazione in prima battuta, sommando il quasi 25% dei non votanti al quasi 25% (25,55% alla Camera, 23,79% al Senato) del Movimento 5 Stelle, è che la metà dei votanti italiani si è, come diceva il grande Funari, imitato dall'altrettanto grande Corrado Guzzanti, "rotta veramente i cojoni". E questo è un ottimo segnale.
Molti, tendenzialmente di centro-sinistra, focalizzano l'attenzione sulla "remontada" di Silvio (29,18% alla Camera, 30,72% al Senato); anch'io non comprendo come, dopo tanti anni di stronzate, si possa ancora dare il voto ad una persona del genere, ma sarà il mio inguaribile ottimismo, mi pare più importante la conclusione sopra citata (coglioni rotti, 50%). E vi dirò, capisco poco e male chi, sempre dell'area del centro-sinistra, recrimina che "se ci fosse stato Renzi", la vittoria (PD e coalizione di centro-sinistra: 29,54% alla Camera, 31,63% al Senato) sarebbe stata più ampia (e di conseguenza ci sarebbe stata "governabilità"): le primarie ci sono state, e ha vinto Bersani. Period.
Questa è la democrazia, signore e signori. Prendiamone atto. E checché ne dica un sacco di gente, alcune delle cose che strilla Grillo, e che ha imposto ai suoi candidati, son quelle che vogliamo tutti, tipo ridursi lo stipendio. Da osservatore che ormai si sente esterno, anche se ci son dentro fino al collo all'Italia (ma il mio essere è comandato dal paradosso, potrei farvi un sacco di esempi ma magari vi annoiereste), mi divertirebbe da morire se non si riuscisse a formare un qualsiasi governo e si tornasse al voto a breve. Con i mercati e lo spread (che tanto, come dice Silvio, non contano un cazzo) impazziti: ma nessuno si ricorda che in Belgio sono stati un anno e mezzo senza un governo?
Perché una cosa è vera sopra tutte le altre: la politica deve tornare ad essere un servizio al cittadino.

il volo dei Concorde

Flight of the Conchords - di James Bobin, Jemaine Clement & Bret McKenzie - Serie completa (stagione 1 di 12 episodi, stagione 2 di 10 episodi; HBO) - 2007/2009

Bret e Jemaine sono due ragazzi neozelandesi, ex pastori, amanti della musica. Sono a New York per sfondare nel mercato musicale statunitense, non hanno un soldo, e la loro band, composta da loro stessi, si chiama Flight of the Conchords. Li aiutano nella titanica impresa Murray Hewitt, un addetto culturale del Consolato della Nuova Zelanda a New York, che fa loro da manager (ed è totalmente inefficace, ma molto molto pignolo), e Dave Mohumbhai, ovviamente figlio di immigrati indiani, giovane che lavora in un banco dei pegni e dispensa loro consigli sulle ragazze e sulla cultura statunitense. I loro concerti sono sempre privi di pubblico, e la loro attività principale è quella di evitare Mel, la loro unica fan, sposata, bruttina e infoiata.

Bret, Jemaine ed i loro Flight of the Conchords esistono veramente; li definirei un po' gli Elio e le storie tese neozelandesi, senza temere di fare torto né agli uni, né agli altri. Musicalmente geniali, spaziano lungo tutti i generi, e sono dei comici nati. Altissimamente autoironici (i protagonisti della serie sono ovviamente versioni ironiche e fittizie di se stessi), la serie vive di situazioni reiterate sempre divertenti e di trovate geniali, anche a livello di regia, e gli episodi sono intervallati da loro pezzi, funzionali alle storie, che spesso si rivelano i momenti più divertenti. Vincitori di un Grammy come band, la serie si basa su un programma radiofonico commissionato loro dalla BBC, inizialmente improvvisato, che aveva in pratica la stessa trama.
Molto divertenti i duetti demenziali tra i due protagonisti, ci sta ampiamente dentro Rhys Darby (Murray), già visto in I Love Radio Rock, e davvero una forza comica dirompente. Bravi anche Kristen Schaal (Mel) e Arj Barker (Dave), apparizioni buffe (e molto autoironiche anche queste) per Lucy Lawless, Patton Oswalt, Kristen Wiig, John Turturro, Kate Pierson dei B-52's, Daryl Hall, Randy Jones dei Village People e Art Garfunkel.
Sorprendente cosa si possa fare con un basso budget e delle idee divertenti.

20130228

crime novel

Romanzo criminale - di Stefano Sollima - 2 stagioni (1 di 12 episodi, 2 di 10 episodi; Sky Cinema) - 2008/2010



Roma, 1977. Ancora lontana dall'influenza di Mafia e Camorra, gli ambienti malavitosi della capitale sono rappresentati dalle cosiddette battterie: solitamente quattro persone, che si muovono compiendo furti e rivolgendosi a ricettatori vari. Il mercato della droga è agli albori, qualche boss di quartiere ne tira le fila, così come cominciano a prendere piede le scommesse clandestine. In Italia cominciano i primi rapimenti a scopo di estorsione e riscatto; sullo sfondo, oltre al periodo detto degli anni di piombo, dopo varie proteste e scontri di piazza, che contrapponevano movimenti di estrema destra e di estrema sinistra, in quel particolare momento esisteva, a Roma, il divieto di manifestazioni pubbliche. Il Partito Radicale si oppose organizzando proprio una ennesima manifestazione di protesta, durante la quale, il 12 maggio, trova la morte Giorgiana Masi. E' proprio in quel frangente che "conosciamo" il commissario Scialoja. Questi sarà l'antagonista della banda che nasce dall'unione di due batterie, quella del Libanese e quella del Freddo, conosciutisi in circostanze che potevano scatenare uno scontro, e che invece generano l'unione suddetta. Il Freddo e i suoi compari entrano quindi nel primo grande progetto criminale del Libanese: un rapimento, per fare ulteriore cassa dopo l'ultimo colpo, e cominciare a "ragionare in grande", per conquistare la Roma malavitosa.

Dall'omonimo romanzo, di enorme successo, del giudice Giancarlo De Cataldo, dal quale era già stato tratto un film per il cinema, sempre con il solito titolo, che, per così dire, "romanza" le vicende della famosissima Banda della Magliana, alle quali si ispira anche un altro film per il cinema, questa serie, forse per la prima volta dopo molti anni (mi riferisco al periodo d'oro in cui la Rai produceva sceneggiati quali La freccia nera, Il segno del comando, A come Andromeda, Gamma, prodotti di cui andare fieri), dimostra che volendo, e avendo i mezzi a disposizione, anche in Italia si può produrre ottima fiction televisiva.
Le dinamiche complesse tra i vari componenti, la creazione, gli amori (non solo per le donne, naturalmente), i rapporti con le altre entità malavitose, e naturalmente, come si è sempre sostenuto, quelle con i Servizi Segreti, l'impotenza delle Forze dell'Ordine, il tutto incastonato nella realtà storica, ed inframezzato dalla vita quotidiana dei protagonisti, sono dipinti in maniera splendida ed efficace, supportati da un cast soprendentemente all'altezza, contando che molti degli attori erano poco conosciuti, e, cosa molto importante secondo me, non scimmiottando prodotti provenienti da altri Paesi, conservando quindi un'impronta italiana. Tutto questo fa di Romanzo criminale - La serie, un lavoro ammirevole, che, speriamo, farà scuola nel nostro Paese.
Non vorrei dilungarmi più di tanto sugli attori, perché la lista sarebbe troppo lunga e magari noiosa. Lasciatemi dire però che sicuramente Francesco Montanari, nei panni del Libanese, assoluto protagonista della prima stagione, è stato decisamente il mio preferito, seppure avessi già avuto modo di apprezzare, in altre occasioni, sia Vinicio Marchioni (il Freddo), sia Andrea Sartoretti (Bufalo). Sorprendente Fausto Paravidino (Ranocchia), che non mi aveva mai convinto al cinema, ho trovato inoltre indovinata la scelta di Daniela Virgilio per la parte di Patrizia. Cameo per Ninetto Davoli (Gerardo il Barbaro).
Visione godibile, che genera assuefazione.

20130227

The Story of All of Us

Mankind - La storia di tutti noi - History Channel - 2012



Oggi voglio commentare un documentario, o meglio un mega doc, come viene chiamato dalla stessa casa di produzione (Nutopia), che, segnalatomi da un paio di amici, mi ha appassionato come fosse una serie. Andato in onda sulla piattaforma Sky, su History Channel Italia, mi è piaciuto probabilmente perché l'ho guardato nell'ottica educativa, immaginandomi una mente sgombra e priva di nozioni, come quella di mio nipote, per dire.
Il documentario si propone di raccontare la storia dell'umanità dal Big Bang al giorno d'oggi. Le critiche hanno sottolineato le varie mancanze, l'enfasi eccessiva, la spettacolarizzazione, le sottolineature di alcuni fatti e la minimizzazione di altri. Sicuramente, Mankind non è esente da difetti, ma bisogna secondo me tenere di conto alcune cose.
La prima, quello che normalmente propone la televisione generica in Italia. La seconda, che Mankind è una produzione statunitense o comunque anglosassone, e che per di più segue un mega doc dal grande successo negli USA, organizzato più o meno sulla stessa falsariga, dal titolo America: The Story of Us, inedito in Italia, che tratta gli ultimi 400 anni di storia americana. A mio parere, fatte queste doverose premesse, chiunque si può godere il "viaggio" di Mankind appieno e senza sottilizzare troppo, colmando le eventuali lacune per conto proprio.
Organizzato in 12 episodi, presentati a gruppi di due "atti" (nella versione italiana: Il Big Bang dell'umanità, L'ascesa dell'impero, Sull'orlo dell'apocalisse, Il nuovo mondo, Il dominio delle macchine, Eternità e oblio), Mankind appunto spettacolarizza il progresso della nostra razza (umana, by the way), e ne fa un'avventura che, come dice una delle tagline, non finirà mai. Ricostruzioni con attori, uso di computer graphic, tentativo di visione globale, sarà la mia ignoranza, sarà il fascino, mi sono divertito a sentir raccontare cose già conosciute, e ne ho scoperte molte altre a me sconosciute. E questo naturalmente può voler dire due cose: o che sono davvero ignorante, oppure che la nostra scuola omette cose davvero interessanti.
Lo consiglio a tutti i genitori, da far vedere ai figli piccoli e curiosi.

20130226

The Company You Keep

La regola del silenzio - The Company You Keep - di Robert Redford (2012)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Ben Shepard è un giovane, capace e ambizioso reporter di provincia (stato di New York), in cerca del grande scoop. Jim Grant è un anziano avvocato di Albany, New York, rimasto vedovo da circa un anno, che sta crescendo la figlia Isabel, undici anni (la moglie era molto più giovane di Jim), da solo.
Quando viene arrestata Sharon Solarz, ex militante del gruppo radicale di sinistra Weather Undergound, Ben si tuffa sulla storia. Tramite una fonte all'FBI, e una simpatia che il giovane ispira nell'anziana militante, arriva a Jim, ma inizialmente non riesce a comprendere la connessione.
L'accusa per la donna è di aver partecipato ad una rapina commessa dal gruppo, e quindi, dato che durante la rapina rimase uccisa una guardia giurata, di omicidio. Quando l'inchiesta comincia a scavare più a fondo, Jim, anche lui membro del gruppo, e che vive con una nuova indentità da ormai 30 anni, capisce che manca poco perché arrivino a lui, quindi prende Isabel e fugge. Ben, che nel frattempo ha scoperto altre cose su altri componenti del gruppo, anche loro ancora vivi e con nuove identità, sparsi per gli USA, rimane soprattutto su Jim; ma più lo insegue, più capisce che c'è qualcosa che non quadra. L'uomo non si comporta come se fosse colpevole.

Il nuovo film da attore e regista del grande Bob Redford, che all'ultimo Festival di Venezia ha riscosso un discreto successo, è uscito sotto Natale da noi, ma non ancora negli USA. Nonostante il tema, che parrebbe delicato, personalmente non mi è parso ne particolarmente indigesto per il pubblico statunitense, e al tempo stesso non mi è parso neppure un gran film. A dispetto del cast ben fornito e di tutto rispetto, parrebbe voler affrontare il tema del pentimento, ma in realtà è solo una sorta di poliziesco (con una trama a mio parere troppo complicata) con un fondo di militanza di sinistra. Non si percepisce tutta la tensione che racconta la trama, perché in realtà si capisce immediatamente che il personaggio interpretato da Redford (che appare stanco, e soprattutto per quello che è: un vecchio, e francamente vederlo con una figlia di undici anni fa ridere) è innocente e che sta solo cercando di essere scagionato, e Shia LaBeouf (Ben Shepard) sarà pure carino (a me non pare), ma da qui ad essere un attore convincente, soprattutto in una parte più cerebrale ed emozionale che d'azione come questa, ce ne corre.
Appaiono quindi sprecati attori come Julie Christie (Mimi Lurie), Brendan Gleeson (Henry Osborne), Richard Jenkins (Jed Lewis), Stanley Tucci (Ray Fuller), Chris Cooper (Daniel Sloan), Anna Kendrick (Diana), Terrence Howard (Cornelius) e la mitica Susan Sarandon (Sharon Solarz). L'unico che riesce, per un attimo, a risollevare il film dal torpore diffuso, è un Nick Nolte sempre "all'attacco" (Donal); mi ha fatto molto piacere invece rivedere Brit Marling (Another Earth), nei panni di Rebecca Osborne.

20130225

Анна Каренина

Anna Karenina - di Joe Wright (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Nella seconda metà del 1800, in Russia è ancora forte l'influenza francese tra le classi elevate, e la società stessa è enormemente livellata, appunto in classi sociali. A San Pietroburgo, Anna Karenina, donna bellissima, è sposata ad Aleksei Aleksandrovic Karenin, un politico molto influente e molto religioso. Hanno un figlio, Serhoza, ma il loro legame è molto formale e per niente passionale, seppure Karenin non possa essere definito un cattivo marito. E' in corso una crisi familiare, Stepan Arkadic Oblonskij detto Stiva, fratello di Anna, ha tradito la moglie Darja Aleksandrovna detta Dolly, e Anna accorre a Mosca, dove i due vivono, per convincere Dolly a non lasciare Stiva. Sul treno per Mosca Anna conosce la contessa Vronskij; le due familiarizzano, all'arrivo la contessa le presenta il figlio ufficiale Aleksej. Tra i due scocca una scintilla, anche se un terribile evento raffredda la situazione: un operaio muore sotto lo stesso treno dove viaggiavano le due.
Stiva, quasi contemporaneamente, riceve la visita dell'amico Konstantin Dmitric Levin, grande proprietario terriero dal cuore nobile, che gli chiede consiglio per proporre matrimonio alla sorella di Dolly, Katerina Aleksandrovna Scerbackaja detta Kitty, della quale è perdutamente innamorato. Stiva lo incoraggia, ma quando Levin si propone, Kitty rifiuta e lui si rende conto che la stessa giovane sta aspettando la proposta dell'affascinante Vronskij; a quel punto, Levin depone ogni speranza, lascia Mosca e se ne torna in campagna cercando di dimenticare il dispiacere, meditando, e addirittura aiutando i suoi contadini col lavoro nei campi. Ma Vronskij delude e ferisce Kitty, essendo ormai preso completamente da Anna Karenina. Anna comprende di essere anche lei presa da Vronskij, ma inizialmente rimane impaurita dai suoi sentimenti, e risolto l'assunto familiare, torna a San Pietroburgo dal marito e dal figlio. Non è che l'inizio.

Come spesso capita, non mi sentivo per niente attratto da un'ennesima rivisitazione dell'epico romanzo (che non ho letto, ma adesso sento di doverlo fare, prima o poi) di Lev Tolstoj, probabilmente perché la versione teatrale di Nekrosius che avevo visto alcuni anni fa mi aveva devastato, e pure perché l'ultima prestazione di Keira Knightley non mi aveva affatto convinto. Poi, incuriosito dal breve ma accattivante commento di Dantès, mi ci sono tuffato, e devo dire che ci ho sguazzato alla grande per un paio d'ore senza mai staccare, e dico questo perché gli anni passano e quando si cede alla tentazione (del divano, di vedersi i film a casa), può pure accadere che si progetta di vedersi un film da due ore in due parti, visto che il sonno è sempre in agguato. Sceneggiato dall'espertissimo Tom Stoppard, musicato egregiamente dal pisano Dario Marianelli (è sempre bene mettere i puntini sulle i), già in odore di Oscar e, con questa colonna sonora, ancora nominato, Joe Wright (Espiazione, Il solista, Orgoglio e pregiudizio; rischio di divagare troppo, lo so, ma due di questi mi rendo conto solo adesso di averli visti in aereo, e qui potremmo aprire un dibattito, o solo un frequent flyer io oppure Joe Wright si presta alle altezze celesti), con una intuizione che oserei definire geniale, se non fosse per il precedente eccellente di Dogville di Von Trier, mette in scena la sua versione di Anna Karenina come se fosse in teatro, ambientando le scene in interni (quindi la stragrande maggioranza) in un teatro e facendo addirittura muovere i fondali a vista. Il film è quindi molto movimentato, ma pure fastoso come gli si richiede, e riesce comunque a non far perdere di vista le due storie principali. Wright lavora bene e fa lavorare bene i suoi attori, si affida a due sue vecchie conoscenze, la Knightley nei panni di Anna Karenina che convince nuovamente, e Matthew Macfayden (i due erano entrambi nel suo Orgoglio e pregiudizio) nella parte di Stiva (e ditemi se non è la versione leggermente più giovane di Tom Hanks), e compie scelte sorprendenti per il resto del cast, che però funzionano tutte alla perfezione. Potrebbe volerci un secolo, però, qualcuno va citato. Jude Law è un ottimo Karenin, Aaron Taylor-Johnson è bravo nella parte di Vronskij e fa dimenticare il suo fiasco ne Le belve, poi ci sono Kelly Macdonald (Dolly), Olivia Williams (la contessa Vronskij), Alicia Vikander (Kitty), appena vista in A Royal Affair e pure stavolta molto brava anche se con un minutaggio di molto inferiore, Tannishtha Chatterjee (Masha) vista già in Brick Lane, Holliday Grainger (una baronessa a caso), la Lucrezia Borgia di The Borgias, Emily Watson (Lidija Ivanovna), Bill Skarsgard (Makhotin), fratello di Alexander e figlio di Stellan (che ha altri due figli attori e uno che lavora ugualmente nel cinema), Shirley Henderson (una delle mogli indispettite dalla presenza di Anna a teatro), ma il mio personale premio all'outsider va a Domhnall Gleeson (si, è il figlio di Brendan, anche lui quattro figli tutti nel cinema), che, aiutato anche dalla parte (è Levin, un personaggio talmente puro che mi commuovo solo a ripensarci), fa un grande lavoro.
"Si può vedere" perché comprendo che non tutti abbiano voglia di sorbirsi una storia quantomeno già sentita, ma 3,5 su 5 perché è una bella idea.

20130224

what a night

Quest'anno non semplici previsioni ma le mie preferenze nelle categorie che mi interessano maggiormente.
Best Picture: Beasts of the Southern Wild
Actor in a Leading Role: Daniel Day-Lewis (Lincoln)
Actress in a Leading Role: Emmanuelle Riva (Amour)
Actor in a Supporting Role: Tommy Lee Jones (Lincoln)
Actress in a Supporting Role: Jacki Weaver (Silver Linings Playbook)
Directing: Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Costume Design: Jacqueline Durran (Anna Karenina)
Cinematography: Janusz Kaminski (Lincoln)
Documentary Feature: Malik Bendjelloul and Simon Chinn (Searching for Sugar Man)*
Film Editing: Dylan Tichenor and William Goldenberg (Zero Dark Thirty)
Foreign Language Film: No (Chile)
Music: Dario Marianelli** (Anna Karenina)
Writing - Adapting Screenplay: Lucy Alibar and Benh Zeitlin (Beasts of the Southern Wild)
Writing - Original Screenplay: Wes Anderson and Roman Coppola (Moonrise Kingdom)



*non sono riuscito a vedere uno dei 4 candidati, The Gatekeepers
**come vedete, non ho pregiudizi (Marianelli è pisano!)

spingere via il cielo

Push the Sky Away - Nick Cave & the Bad Seeds (2013)




Le classiche tastiere eteree e addirittura un flauto, che entra verso la metà del brano e poi domina la parte finale, un retrogusto Grinderman, caratterizzano il singolo, uscito verso la fine del 2012, che apre anche l'ennesimo disco di mister Cave ed i suoi pards, dal titolo "giovane" (vista la stilizzazione da sms) We No Who U R; un pezzo delicato, che fa capire quanto tempo sia passato non solo dai Birthday Party, ma anche solo da The Mercy Seat, ma che descrive molto bene quanto ancora possa dare il cinquantacinquenne di Warracknabeal. Francamente, chi se lo aspettava, quando confessò che dopo aver girato il mondo, cambiato continenti, avendo avuto storie (e pure figli) con donne interessanti, adesso scriveva musica dalle 9 alle 5 recandosi ogni giorno in ufficio. Eppure, credo sia innegabile che seppur con meno rabbia, meno cattiveria, le canzoni di Nick Cave siano sempre molto belle, e riescano tutt'oggi a trasmettere grandi emozioni. Sono sempre asimmetriche, come Wide Lovely Eyes, che sembra una lunga introduzione a qualcosa che non arriva, o mitigano l'enfasi apocalittica in un calderone free-jazz come Water's Edge, che ci mette tre minuti a darti un ritornello epocale (un po' come, diciamolo usando un eufemismo, ritardi a darti piacere), e poi chiude, in barba a chi vorrebbe crogiolarcisi dentro. Sembrano un pezzo dei migliori Marlene Kuntz nell'apertura, come l'intensa Jubilee Street ("On Jubilee Street there was a girl named Bee/She had a history, but no past"), che ti culla in un tripudio d'archi e immediatamente dopo cambia tempo come in un pezzo da dilettanti (e non c'è niente da fare, se uno c'ha classe può fare pure questo e nessuno può dirgli un cazzo), ed infine ti porta ad un crescendo finale da urlo (un classico pezzodellamadonna), sono ballate degne di stare in No More Shall We Part come Mermaids ["I believe in God, I believe in mermaids too, I believe in 72 virgins on a chain (why not, why not)"], oppure sono classici pezzi caveiani come We Real Cool ("Sirius is 8.6 light years away/Arcturas is 37/The past is the past and it's here to stay/Wikipedia's heaven"), dal basso pulsante e incessante e dall'apertura del chorus irresistibile.
Ma forse il meglio viene sul finire. Cave scrive un pezzo che parla di un altro pezzo, Finishing Jubilee Street ("I'd just finished writing Jubilee Street/I laid down on my bed and fell into a deep sleep/And when I awoke, I believed I'd taken a bride called Mary Stanford"), punteggiato da una chitarra che sembra un rubinetto che perde, ma che ancora una volta sfocia in un ritornello micidiale, quasi soul, e poi si supera, scrivendo la Babe, I'm on Fire di questo disco, che già dal titolo è tutto un programma: Higgs Boson Blues ("Can't rememebr anything at all/Flame trees line the streets/Can't rememeber anything at all/But I'm driving my car down to Geneva"). Credo che Robert Johnson sarebbe fiero di Nick Cave, anche se nel pezzo viene citato al pari di Hannah Montana ("I see Robert Johnson/With a ten dollar guitar strapped to his back/Looking for a tune"; "Hannah Montana does the African Savannah"), e anche se il musicista che fece il patto col Diavolo vince due a uno ("He got the real killer groove/Robert Johnson and the Devil man//Don't know who's gonna rip off who") il pezzo è vibrante, intenso e al tempo stesso divertentissimo.
Chiude un altra canzone straordinariamente bella, che dà il titolo all'album, Push the Sky Away appunto, con un organo da chiesa che crea un tappeto sonoro micidiale e mette i brividi, mentre Cave ci celebra sopra una messa pagana, e vince: "And some people/Say it's just Rock'n'roll/Oh, but it gets you/Right down to your soul". Amen fratello, amen.

20130223

nave da battaglia stellare

Battlestar Galactica - di Glen A. Larson, sviluppata da Ronald D. Moore - Serie completa (miniserie iniziale in 2 episodi, stagione 1 di 13 episodi, stagioni 2, 3 e 4 di 20 episodi, 2 film tv - Razor e The Plan; Sci-Fi) - 2004/2009




In un futuro (forse) abbastanza lontano, l'umanità vive su quelle che vengono chiamate le Dodici Colonie. Gli umani sono riusciti a creare degli automi sofisticatissimi, detti Cyloni, che dapprima si sono ribellati ai loro stessi creatori. Da molti anni è in atto una tregua. Ma i Cyloni si sono evoluti, e sono riusciti a creare dei modelli del tutto simili agli umani, irriconoscibile la differenza. Decidono di rompere la tregua solo dopo aver trovato un aggancio utilissimo: il cylone numero 6, un'esemplare di donna bellissima, divenuto amante del dottor Gaius Baltar, eminente scienziato collaboratore della Difesa, ma con un debole per le donne, i cyloni disattivano il sistema globale di difesa delle Colonie e lanciano un attacco nucleare su larga scala, con l'intenzione di cancellare l'umanità. Nello spazio, il Galactica, una nave stellare da combattimento, con quaranta anni di servizio all'attivo, sta per essere "mandata in pensione" e trasformata in un museo. Il comandante William Adama (Adamo nella versione italiana, non si comprende il perché) presiederà la cerimonia davanti a molte autorità, dopo di che andrà anche lui in pensione. Poco prima della cerimonia, arriva la notizia dell'attacco all'umanità. Il Galactica è l'unica nave da combattimento rimasta. La pensione, sia per la nave che per il comandante Adama, dovrà attendere. Si radunano i sopravvissuti e le navi da trasporto rimaste, si elegge il nuovo Presidente delle Dodici Colonie, individuato nel sottosegretario all'istruzione Laura Roslin, la prima in linea di successione governativa sopravvissuta, e si organizza un piano di sopravvivenza. L'umanità conta circa 50mila sopravvissuti. Bisogna trovare un pianeta per ricominciare.

Reboot dell'omonima serie televisiva del 1978 (in Italia si chiamò solo Galactica), Battlestar Galactica è stata una serie di fantascienza dal grande successo e con un grande seguito. E devo dire che nonostante non consideri la fantascienza uno dei miei generi preferiti, ho guardato la serie con discreto interesse. Siamo davanti ad un prodotto ambizioso, ma più dal punto di vista delle idee che da quello del budget. Gli effetti speciali non sono il punto fondamentale, la messa in scena è quasi documentaristica e con grande uso della camera a mano, si dà largo spazio alla psicologia dei personaggi, se ne introducono di nuovi via via, e tutti risultano importanti, si trattano argomenti di stringente attualità e di interesse generale in una maniera discreta ma forte. Religione, politica, etica civile e militare, diritti civili, senza tralasciare lo spirito originale della serie del 1978, instillare il dubbio che l'umanità abbia origini extraterrestri e che le vicende narrate siano da ambientarsi nel passato, anziché nel futuro.
Cast con poche stelle, e con qualche ripescaggio dalla serie del 1978 (tra l'altro, rispetto all'originale sono cambiate alcune parti importanti e "date" a donne, anziché a uomini), ma che se la cava bene. Domina la scena Edward James Olmos (Miami Vice, La forza della volontà, Dexter stagione 6) nei panni del comandante William Adama, e gli tiene testa Mary McDonnell (Alzata con pugno di Balla coi lupi) che interpreta Laura Roslin. Di rilievo l'interpretazione di Katee Sachoff (Starbuck, nella versione italiana Scorpion), da sottolineare la bellezza di Tricia Helfer (Numero Sei), modella canadese che se la cava egregiamente con la recitazione.

20130222

nel bel mezzo

The Thick of It - di Armando Iannucci - Serie completa (Stagioni 1 e 2 da 3 episodi ciascuna; 3 speciali; stagione 3 di 8 episodi, stagione  di 7 episodi; BBC) - 2005/2012

Inghilterra. Malcolm Tucker è il direttore delle comunicazioni del Primo Ministro inglese. E' una persona aggressiva, spietata, sboccata, maleducata, assetata di potere e politicamente intelligente se essere così definiti vuol dire essere capaci di manipolare chiunque e di riuscire a fare qualsiasi cosa per rimanere al potere. Responsabile di assicurarsi che tutti i ministri del Gabinetto seguano la linea del partito e del Primo Ministro, numero uno degli spin doctors, vedere Tucker con uno qualsiasi dei ministri è come vedere un bullo scolastico con dei bambini più piccoli: figurarsi con i portaborse o con le segretarie. Quando passa lui, tutti si nascondono; ogni singolo componente del partito, anche il più insignificante, lo teme come si teme uno squalo in mare aperto. Ogni membro dell'opposizione, lo odia.
Ma Malcolm Tucker, stranamente, non è il protagonista delle storie che racconta The Thick of It. Lo sono invece, il ministro per gli Affari Sociali e la Cittadinanza. Nel corso delle stagioni e degli episodi, vediamo succedersi due ministri, e addirittura vediamo il partito di Tucker (presumibilmente il Labour) perdere il governo del paese; a questo punto, la serie continua a seguire lo stesso dipartimento, comandato da un ministro dell'altro partito, mentre sullo sfondo vediamo Tucker tramare per tornare al potere, decidendo lui stesso, in pratica, chi far salire alla carica più alta, in questo caso capo dell'opposizione, per sperare di vincere le seguenti elezioni.

"Not only have you got a fucking bent husband and a fucking daughter that gets taken to school in a fucking sedan chair, you're also fucking mental. Jesus Christ, see you, you're a fucking omnishambles, that's what you are. You're like that coffee machine, you know: from bean to cup, you fuck up".
Ecco, questo uno dei tanti, tantissimi improperi lanciati da Malcolm Tucker ad uno dei suoi ministri; c'è del genio e della poesia nelle offese, nel linguaggio sporchissimo usato non solo da Tucker (ma c'è tutto questo anche solo nel suo personaggio), ma da quasi tutti i personaggi della serie, tant'è che, come potete leggere qui, in questo dialogo è stato coniato un neologismo (omnishambles) che si è guadagnato la nomina di parola dell'anno dall'Oxford English Dictionary.
Come vi ho detto già nella recensione di Veep, Iannucci è la versione inglese e satirica di Aaron Sorkin, se parliamo di politica. Uno sceneggiatore/regista che ama alla follia i dialoghi, ma si diverte non poco a mettere a nudo l'incapacità dei politici e della politica, a rimarcarne non solo l'umanità e la fallibilità, ma pure l'avidità e la sete di potere ingiustificata, visto che non sono capaci di concludere nulla di buono. The Thick of It, di cui il meraviglioso In The Loop è una sorta di spin-off, è un fuoco d'artificio continuo, un ricettacolo di offese e di linguaggio sboccato inserito in un contesto di satira super-caustica e spietata.
Spettacolare, con una messa in scena che ricorda da vicino il documentario-verità, con camera a mano, niente musica, montaggio serrato e personaggi in continuo movimento e che parlano continuamente, ci mostra  un Peter Capaldi (Malcolm Tucker) pauroso, padrone della scena anche solo se intravisto che cammina in un corridoio attiguo all'inquadratura principale. Ci sono anche Roger Allam (Peter Mannion), Chris Addison (Ollie Reeder) e Rebecca Front (Nicola Murray), ma l'intero cast è spettacolare e credo, nonostante sia stato un lavoro duro (c'era spazio per l'improvvisazione, a detta del creatore), si siano tutti divertiti molto.

20130221

seguire i corsi d'acqua - a swedish connection

Poco fa ho visto, anzi ri-visto, per un attimo, questo video di Lykke Li, di un pezzo che col suo remix è diventato di dominio pubblico (ma voi non dimenticatevi dove ne avete letto per le prime volte). E a quel punto ho messo a fuoco una cosa che non avevo focalizzato quando lo vidi la prima volta: il protagonista, insieme alla stessa svedesina, è Fares Fares, del quale vi ho parlato nella recensione di Zero Dark Thirty; i film dove recita sono spesso quelli del fratello Josef, e nel cast spesso c'è il padre Jan: Farsan, Zozo (qui Fares c'è solo con la voce, e doppia il pulcino protagonista), il micidiale Kopps e l'ormai mitico Jalla! Jalla!
Il regista è Tarik Saleh, che ha diretto anche il seguente clip di Lykke, e che è uno svedese di origini egiziane (i Fares sono svedesi di origini libanesi).



Già che ci siamo, il video seguente è Sadness Is a Blessing, nientemeno che con Stellan Skarsgard.