No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150309

Perù - Febbraio 2015 (3)

Venerdì 6 febbraio
La mattina andiamo a fare colazione nello Starbucks vicino all'appartamento, e poi non ci resta che aspettare Sandro. Facciamo un po' di spesa per il viaggio, in un supermarket anch'esso lì vicino. Saliamo in "casa" (fare 20 piani con un ascensore lento, tenendo conto che sarebbero due, ma uno è in manutenzione, diventa un'impresa ogni volta), impacchettiamo tutto, scendiamo in garage e carichiamo tutto in auto. Insomma, alla fine ce la facciamo: Dria ha un conto corrente peruviano, a nome di Sandro, ed un bancomat. Possiamo partire, e sono le 12. GPS e via, senza mangiare. La prima impresa sembra da poco, ma non lo è: uscire da Lima e imboccare la panamericana. Quando arriviamo ai limiti di Lima, sbaglio l'imbocco. Dobbiamo tornare indietro e fare molta attenzione. Alla fine, ce la faccio. Siamo sulla panamericana cantata pure da Manu Chao in Bienvenida a Tijuana, direzione sud, prossima tappa Paracas.
Siamo vicini al mare, vicini al Pacifico. Ma siamo pure in pieno deserto. Una cosa alla quale non ero preparato, ma solo perché non ci avevo riflettuto abbastanza, neppure con la carta stradale in mano. Sono poco meno di 300 chilometri scorrevoli (poco traffico), ma affascinanti, in mezzo ad un caldo decisamente importante, e scenari quasi lunari (ne verranno di più lunari). Nessuno dei due, mi rendo conto adesso, fa fotografie, ancora dobbiamo "acclimatarci" al viaggio. Mentre guido, mi telefona mio nipote, ci faccio due chiacchiere, chissà se si rende conto quanto siamo lontani. Lungo la strada, si intravedono diversi "posti di mare", ma somigliano più a zone "da ricchi", recintate e sorvegliate, con ingressi presidiati. Poi ci sono i tratti di costa selvaggi, con colline simili a dune enormi da una parte, la strada in mezzo, poi centinaia di metri di spiaggia, poi l'oceano. Spesso, capannoni lunghissimi. Aguzziamo la vista: dentro, centinaia, migliaia di polli. La cucina peruviana si basa molto sulla carne di pollo. Dentro quelle gabbie sembra realizzarsi lo scenario apocalittico/animale descritto dai detrattori di McDonald's, ma in realtà mica sono solo loro: file di animali stipati dentro gabbie dentro le quali a malapena riescono a muoversi. Ogni tanto, qualche corso d'acqua rende il tutto più verde. Poi, ad un certo punto termina l'autostrada (ogni tanto c'è pure qualche casello, dove si paga il pedaggio; in effetti, la strada è in ottimo stato), la carreggiata si riduce e si sale. Sovrappensiero, supero un camion in salita, con la doppia striscia continua di mezzeria. Rientro dal sorpasso e mi ferma un poliziotto. Fa il cordiale, io gli dico che ho torto senza mezze misure, lui, senza minacciarmi, facendo quasi il dispiaciuto, mi dice che sarebbero 2,500 dollari americani di multa, da pagare in una qualsiasi caserma di polizia. Oppure... depende de su cariño. Non ho dollari, solo soles o euro. Mi chiede 100 euro, ma mi dice di passarglieli senza darlo a vedere. E mi augura buon viaggio. Che mi serva da lezione: sempre, sempre attenersi al codice della strada, anche se i peruviani di certo non sembrano farlo. Attraversiamo uno dei luoghi più brutti dell'universo conosciuto, Chincha Alta, bypassiamo Pisco (luogo che dà il nome al liquore del quale i cileni reclamano la paternità), e siamo molto vicini alla nostra destinazione. Sappiamo che Paracas è ai margini di una riserva naturale, ed è piuttosto sorprendente vedere che poco prima di entrare a Paracas città (definizione un po' forte), c'è tutta una zona industriale che culmina con una raffineria petrolifera. Percorriamo il viale principale di Paracas, non notiamo niente che cattura la nostra attenzione, torniamo indietro fino ad un hotel che abbiamo notato proprio all'ingresso del centro abitato. Ci fermiamo, chiediamo il costo, ci guardiamo attorno e lo prendiamo per due notti.
Nella foto di Dria, l'hotel El Mirador di Paracas. Notare gli addobbi natalizi nel centro dell'aiuola.
Nella foto mia, la camera
Prenotiamo subito l'escursione alle isole Ballestas per il giorno dopo. Ci pare sia l'unica cosa davvero interessante, è inutile perdere tempo, visto che lo possiamo fare direttamente alla reception. Il pomeriggio ha ancora qualche ora da dare, ma decidiamo di tirare fino a sera, saltando definitivamente il pranzo. Facciamo un giro a piedi verso il centro e il molo d'imbarco verso le isole. Il sole picchia forte, e mi compro il secondo cappello in due giorni, stavolta opto per un cappello con la tesa e addirittura un pezzo di stoffa copri-collo, che già sono ustionato proprio lì. 

Paracas è sul mare, ed è un luogo piuttosto turistico. Il lungomare è un susseguirsi di ristoranti e negozi di souvenir.
Foto di Dria
Foto di Dria

Ma questa è una di quelle cose che danno un senso al tutto, e Dria ci mette un po' a trovare la giusta inquadratura, e la giusta luce. Il risultato non è male.
Rientriamo in hotel decisi a mangiare lì. La cucina del ristorante a bordo piscina (si, c'è pure la piscina) apre alle 19, e manca poco. Cominciamo col bere qualcosa, e poi si mangia. Si riflette su quello che ci aspetta, già da domani, seppure sia innegabile che il bello verrà nell'interno. Familiarizziamo con le distanze, e c'è qualche dubbio sulla prossima tappa. In realtà, se ci fosse il teletrasporto, la prossima tappa sarebbe direttamente Arequipa, ma sono 780 chilometri, impossibili da fare in un giorno, a meno di partire prima dell'alba. Abbiamo ancora un paio di giorni per pensarci bene. Intanto, domani ci aspettano le isole Ballestas, e il "candelabro". Il viaggio è definitivamente cominciato.

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