No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150308

Fanciullezza

Boyhood - di Richard Linklater (2014)
Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Un qualsiasi luogo di provincia in Texas, USA. Mason Evans, Jr. ha sei anni, e vive con la sorella più grande Samantha, e la madre Olivia. Il padre, Mason, Sr., è in Alaska, e non solo per lavorare: il rapporto con la madre è ormai deteriorato. Mason è un bambino normale, curioso, divertente, sensibile. Si sta creando la propria cerchia di amici, vive un'infanzia felice, nonostante la situazione familiare, grazie alla madre, sempre presente. Olivia, infatti, ha spesso infuocate discussioni con l'attuale fidanzato: non ha tempo per uscire e divertirsi, avere due bambini comporta delle responsabilità, crescerli è una cosa che non dà respiro. Come darle torto. E quindi, un bel giorno Olivia prende una decisione: lascia il fidanzato, prende armi e bagagli (e bambini), e si trasferisce a Houston, dove abita anche la di lei madre, che potrà darle una mano con i bambini, in modo che lei possa terminare i suoi studi, prendere una laurea, e farsi una carriera, per dare una vita migliore ai figli.
Inizia così Boyhood, il film che ci racconta la vita di un bambino qualunque, appunto Mason Evans, Jr., dai sei anni d'età fino ai suoi 18. Un "viaggio" straordinario in una vita tutto sommato ordinaria. Scopriremo che l'ordinarietà ha un impatto straordinario, almeno sul grande schermo.

Ora, dico: ma vi siete mai fermati a riflettere che meraviglia di film ci ha regalato l'amico Linklater? Provateci. Ribadendo il concetto che esprimevo nel mio commento al suo film precedente, Before Midnight, ("se c'è la tecnica ed il cuore, si può benissimo fare cinema anche solo con la vita di tutti i giorni"), Linklater estremizza, con Boyhood, quello che ha fatto con la saga dei Before (Sunrise, Sunset, Midnight), e, seppur con uno script appena accennato, "utilizza" per 12 anni un completo debuttante, il direi meraviglioso Ellar Coltrane nei panni di Mason Evans Jr., e, non meno importante, la sua stessa figlia Lorelei Linklater (Samantha Evans, non inferiore a Coltrane, solo un poco meno di minutaggio sullo schermo), "inserendo" la crescita dei due ragazzi in una famiglia fittizia, formata dagli amici Ethan Hawke (Mason Evans Sr., lo amiamo tutti Ethan, seppure paia sempre mettere in scena lo stesso personaggio, forse addirittura se stesso) e Patricia Arquette (Olivia Evans, una prova fluida e spontanea, sicuramente non sopra le righe, ed è forse per questo che mi ha stupito il suo Oscar come miglior attrice non protagonista), e facendo percorrere a questa famiglia, e di conseguenza a Mason/Ellar, dodici normalissimi anni di vita media statunitense, traslochi, cambi di residenza e sradicamenti, divorzi e matrimoni della madre, fidanzamenti e matrimoni del padre, fratelli acquisiti, patrigni indegni, matrigne simpatiche, nonni acquisiti, amici del cuore, prime fidanzate, droghe leggere, musica, lavoretti, scuola, compleanni, diplomi, cuori spezzati, bowling, fucili (occhio: questo film è l'equivalente di quello che i Foo Fighters hanno cercato di fare con il loro ultimo disco, "spiegare" gli USA a chi non viene da lì, quindi cercate di porvi alla visione tenendo conto di questo), macchine, innamoramenti a prima vista. Come dite? Si, esattamente: in due parole, la vita. Ed è una vita normalissima, difficile un po', ma come tante, e forse per questo, semplicemente meravigliosa, almeno, messa sullo schermo da Linklater. Vedere il viso di questo ragazzo farsi uomo, così come vedere quello di Samantha/Lorelei trasformarsi da bambina dispettosa che scimmiotta Britney Spears a ragazza/donna, è, scusate se mi ripeto, semplicemente meraviglioso. Vedere gli sforzi della madre che studia, termina l'università col solo aiuto della madre, per farsi una carriera e dare ai figli una vita migliore, vedere il padre che tenta di spiegare il senso e la bellezza di Hate It Here dei Wilco (sono abbastanza sicuro che questa cosa spingerà il Mazza a vedere il film, se ancora non lo avessa fatto) o che regala, sempre al figlio, una compilation ideata da lui sui Beatles (a proposito della musica, vi consiglio di leggervi questo articolo, che la "spiega" meglio di quanto possa fare io), sono momenti di cinema intensi non solo perché capisci che il regista ci ha messo l'anima, che gli attori ci hanno messo tutta la loro bravura, ma anche perché ognuno di noi può specchiarcisi dentro, rivedere le proprie esperienze con i propri genitori, oppure le proprie esperienze da genitori verso i proprio figli.
Se vi sembra poco, non siete degni di leggere queste pagine. Filate a vedervi Boyhood.

2 commenti:

Dantès ha detto...

finalmente l'hai visto! sono contento che ti sia piaciuto

jumbolo ha detto...

i "day off" in Perù e le televisioni con ingresso USB servono a questo...preparati che ieri sera ho scritto di Calvary