No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20130424

l'educazione di Charlie

The Education of Charlie Banks - di Fred Durst (2007)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Anni '70, New York. Charlie e Danny sono best buddy, ma Mick, un amico di Danny, è un bulletto proveniente da un ambiente decisamente diverso da quello dal quale provengono gli altri due. Nonostante tutto, Charlie è testimone di un pestaggio a cura di Mick, e dopo qualche giorno, messo alle strette, segnala Mick alla polizia.
Tre anni più tardi, Charlie e Danny sono, naturalmente, compagni di stanza al college. Stanno formando il loro carattere e mettendo le basi per il loro avvenire; oltre a ciò, ci sono le prime esperienze con l'altro sesso. Danny è più spigliato, Charlie ha qualche problema. Un bel giorno, però, arriva Mick, che è venuto a visitare l'amico Danny, e l'equilibrio si altera. Mentre Charlie non riesce a capire se Mick è venuto a sapere che fu lui a denunciarlo alla polizia, Mick rimane diversi giorni con loro e la loro cerchia, e sorprendentemente sembra subirne il fascino e cambiare atteggiamento, perfino modo di vestire. La tensione che attanaglia Charlie arriva al top quando Mick inizia a corteggiare spudoratamente, ricambiato, Mary, la ragazza che Charlie sogna e ama silenziosamente, senza riuscire, ormai da tempo, a dichiararsi.

Debutto alla regia di un lungometraggio per il cantante dei Limp Bizkit, questo film sceneggiato da Peter Elkoff al suo unico lavoro per il cinema (per il resto è uno sceneggiatore di serie televisive), è un discreto lavoro, certamente non perfetto e neppure memorabile, ma comunque vedibile e con qualche motivo di interesse. L'intreccio non è affatto male, la regia accettabile, le prove del cast decenti, con un sempre ottimo Jesse Eisenberg nei panni di Charlie Banks. Per i fan, il personaggio di Mary è interpretato da Eva Amurri (la figlia di Susan Sarandon e Franco Amurri).
Se vi ci imbattete per caso, potete dargli un'occhiata.

20130423

pensando al tempo che passa

Credo sia inevitabile, soprattutto dopo i trent'anni. Quindi, è una cosa che mi capita, non dico spesso, ma insomma. Qualche giorno fa ho condiviso questo pensiero con alcune persone, e adesso voglio farlo con voi.
Sono una persona che col tempo è diventata abbastanza precisa, e spesso intollerante verso certi comportamenti, che non voglio definire incivili, perché l'inciviltà è ben più grave - spero di non aver ancora perso il contatto con la realtà, ma quantomeno poco educati, o poco rispettosi degli altri.
Dunque, quasi ogni giorno vado in piscina; la piscina è "compresa" in una palestra abbastanza grande e frequentata. Negli spogliatoi, grandi e ben tenuti, ci sono decine e decine di armadietti, che chi vuole può pure chiudere a chiave. In questi armadietti c'è posto sia per i vestiti, sia per la borsa, sia per le scarpe. Eppure, molte persone lasciano le scarpe fuori, sotto le panche per sedersi, oppure sopra gli armadietti; qualcuno ci lascia pure le ciabatte per andare in doccia. Ma diversi personaggi, lasciano fuori anche le borse. Ora, finché uno la lascia sopra gli armadietti, chi se ne frega. Ma secondo me, uno che la lascia sopra le panche, è almeno maleducato.

Di solito ultimamente vado a nuotare appena apre la piscina, verso le 8,30. Un paio di mattine alla settimana, c'è pure un personaggio che a me pare buffo, ma magari ha scoperto il segreto della fusione a freddo. Solitamente si spoglia vicino a me, ognuno ha il suo "spot" preferito, soprattutto quando gli armadietti sono tutti liberi. Non ha un buon odore, ma ognuno ha il suo, magari puzzo anch'io e non me ne accorgo. Io mi svesto e vado in piscina più in fretta di quanto faccia lui, e quindi non lo noto, ma siccome nuoto meno di quanto lui stia in palestra, quando torno noto che lui, la borsa, la lascia sopra la panca, davanti all'armadietto che ha occupato. Io non dico niente, ma penso che lui, come altri, sia maleducato. Oltre a questo, mi è capitato di pensare: "Ma pensa un po', questo signore, che avrà pure una certa età, è piuttosto maleducato; tra l'altro, normalmente io quando arrivavo davo il buongiorno, e lui non ritornava mai il saluto - ultimamente è leggermente migliorato, magari era solo timido. E insomma cazzo, ha una certa età e dovrebbe essere più civile, di solito quando si è giovani si tende a fregarsene di più delle regole".
Poi, dopo qualche tempo che pensavo a questa cosa, mi sono ricordato che io ho 47 anni, e che questa persona potrebbe benissimo averne 45 e, con un fisico leggermente peggiore del mio e alcuni particolari che secondo me ti invecchiano un po' agli occhi degli altri, avermi dato l'impressione di essere più vecchio di me, oppure potrebbe averne 35 e stare di merda, e comunque essere più giovane di me.
Proseguendo con questo ragionamento che, mi rendo conto, deve risultarvi piuttosto contorto (a me per niente visto che sono un tipo mediamente contorto, almeno nei ragionamenti; quando invece voglio sintetizzare, a volte mi riesce), ho realizzato che questo meccanismo è una cosa mia, e non so se succede anche a voi. Mi sono accorto che lo uso anche per i capelli. Questa cosa non l'avevo mai detta, perché l'ho messa a fuoco dopo alcune battute "di ritorno": io sono senza capelli, ma faccio battute sui capelli degli altri come se io ce li avessi i capelli. E anche nel caso dell'età, la mia mente agisce in maniera strana: so che non sono più giovane, lo so benissimo, ma reagisco con sorpresa quando le persone più giovani mi si rivolgono con il "lei" (quando invece dovrebbe essere abbastanza normale, e visto che la maleducazione impera, dovrei pure essere lusingato e rispettare qualcuno più giovane che conserva le buone maniere), ma soprattutto, guardo le persone che non conosco come se fossi un sedicenne: dando del lei ed usando un certo timore reverenziale quando queste mi risultino, all'occhiata, più anziane di me, quando invece potrebbero essere mie coetanee o addirittura più giovani e non sembrarlo, sempre ai miei occhi.
La cosa si complica ancor di più quando guardo le donne. A volte, mi capita di vedere ragazze giovani, che ne so, tra i venti e i trenta (ma a volte, a mia parziale discolpa, sapete bene che ci sono sedicenni che dimostrano più di vent'anni), e magari guardarle anche con l'occhio maiale. Poi, all'improvviso, mi sovviene che potrebbero essere figlie di qualche collega, qualche conoscente, e che magari se avvenisse la situazione al contrario (se io avessi una figlia di quell'età e se qualche conoscente/collega la guardasse con l'occhio maiale), non sarebbe esattamente piacevole. E insomma, ogni volta devo ricordare a me stesso che mancano meno di tre anni ad averne cinquanta. E pensare che basterebbe fare una corsetta, e il fiato me lo ricorderebbe immediatamente.
Si è capito qualcosa?

20130422

diplomacy in action

La prima rielezione di un Presidente della Repubblica Italiana dal 1946 (si, ogni tanto fa bene rifletterci: abbiamo 67 anni di storia repubblicana), così come ogni evento politico, può generare le riflessioni più disparate, a seconda di come il commentatore la vuole interpretare. Di sicuro ci sono persone ben più accreditate di me per effettuare la riflessione di cui sto parlando, ma questa è la mia. 
Il fatto che non fosse mai successo, e che il Presidente Giorgio Napolitano (Berlusconi che esulta, ma che nemmeno troppi anni fa lo definì comunista - a rigor di logica a ragione, visto che è fin'ora l'unico Presidente italiano ad essere stato iscritto al PCI -, è un'immagine stupefacente; e pensare che c'è chi è convinto che fosse una spia degli americani negli ambienti sovietici) abbia 87 anni, a mio giudizio denota, se ce ne fosse ancora bisogno, una totale ingessatura della politica italiana, la sua completa incapacità di rinnovarsi e di guardare avanti: dopo Monti Presidente del Consiglio (manovra interamente voluta da Napolitano stesso) per rassicurare i mercati, si rielegge il Presidente della Repubblica uscente dopo due mesi di comportamenti a livello di asilo da parte di tutti, e dico tutti, gli eletti alla Camera e al Senato, soprattutto i segretari dei partiti e i loro leader (ancora una volta, tutti compresi, nessuno escluso), e si rielegge solo perché se il tira e molla avesse dovuto durare qualche altro giorno ci saremmo, ancora una volta, coperti di ridicolo, come se a livello di ridicolo avessimo ancora un'apertura di credito. Sappiatelo (in caso credeste ancora a Babbo Natale): non ce l'abbiamo, e sinceramente, non so come sia possibile che ogni straniero non ci rida dietro ogni volta che sente pronunciare il nome Italia.
Da martedì prossimo ricominceranno le consultazioni per ulteriori prove di formazione di uno straccio di governo. A beneficio di chi fosse stato sospeso criogenicamente negli ultimi 25 anni, oppure sia giovane, siccome uno dei nomi che stanno circolando è quello di Giuliano Amato, voglio ricordare che lo stesso Amato è stato Presidente del Consiglio dal 28 giugno 1992 al 22 aprile 1993, e ancora dal 25 aprile del 2000 all'11 giugno 2001; durante il suo primo mandato varò il prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti per risanare la disastrosa situazione economica. Così come Giorgio Napolitano, che aveva dichiarato che non sarebbe stato disponibile per un secondo mandato da Presidente della Repubblica, Amato aveva annunciato il suo ritiro dalla politica il 2 giugno 2008.
Stranamente, ma nemmeno troppo, in questi giorni su HBO è ripresa la serie Veep, per la sua seconda stagione. Quando stavo riflettendo su queste cose, ed ho visto una delle locandine della seconda stagione di questa serie, ho pensato che nessuna immagine sarebbe stata più appropriata, e quindi, accompagnerò questo post con la suddetta immagine, sperando di farvi almeno sorridere per un attimo.

20130421

giustificato

Justified - di Graham Yost - Stagioni 1, 2, 3 e 4 (13 episodi ciascuna; FX) - 2010/2013

Raylan Givens, come lo descrivono molti dei riassunti di Justified e come pensano molti di quelli che lo incontrano, è un uomo di legge del diciannovesimo secolo, che però è uno U.S. Marshal dei giorni nostri. Nato e cresciuto in Kentucky, cosa che per chi conosce gli USA dovrebbe già spiegare molte cose, agli inizi di questa storia è in servizio a Miami, Florida. Ha dato una sorta di ultimatum ad un boss del traffico di droga: entro 24 ore dovrà lasciare la città, altrimenti lui lo farà fuori. Non propriamente un comportamento da manuale. Eppure, quando lo incontra allo scadere delle 24 ore, mentre lui sta cenando, il malavitoso tenta di sparargli, senza sapere che Raylan è un tiratore come non ce ne sono più (e ricordiamoci della cosa del diciannovesimo secolo). Morale della favola, il boss muore, Raylan viene messo sotto inchiesta per verificare se la sparatoria fosse giustificata, e il suo capo lo trasferisce. Givens, da Miami, viene destinato a Lexington, Kentucky. Esattamente l'unico luogo dove Raylan non avrebbe mai voluto tornare. Troppo vicino ad Harlan, il luogo dove è nato. Scopriremo che il selvaggio Kentucky, terra che mischia religione, armi, droga, fuorilegge come nel diciannovesimo secolo (e dagli), dotata un tempo di una bellezza, appunto, selvaggia, ma devastata dalle miniere, ridotta alla fame da questo tipo di sfruttamento. Scopriremo che Raylan è figlio di Arlo, un fuorilegge ormai vecchio ma ancora stronzo, che è rimasto orfano della madre in tenera età e che è stato cresciuto dalla zia, che poi ha finito per fare coppia con lo stesso Arlo, che ha lavorato in miniera insieme ad altri vecchi amici, questi tutti finiti a fare qualcosa di illegale. Scopriremo infine che Raylan era sposato con Winona, una donna bellissima, e che i due probabilmente ancora si amano, ma che la loro storia era destinata a non durare a causa del lavoro, e soprattutto per come svolge il suo lavoro, lo stesso Raylan. Lo U.S. Marshal Raylan Givens, dunque, torna vicino a casa, sotto il vecchio amico Art Mullen, e quasi immediatamente si ritrova a dover fare i conti con un altro vecchio amico, divenuto un boss del movimento della Supremazia Bianca, Boyd Crowder (una famiglia che ha sempre avuto una faida in corso con i Givens, tra l'altro), mentre fa conoscenza con i suoi nuovi colleghi di lavoro.

Ecco, tanto per darvi un'idea della densità di questa serie, quello che ho tentato di riassumere è contenuto nel primo episodio della prima stagione, durata circa 40 minuti. Potete solo provare ad immaginare cosa ci sia dentro quattro stagioni formate da 13 episodi ciascuna. Non ricordo neppure come mi sono avvicinato a Justified, probabilmente perché era un momento in cui c'era poco al cinema e pure alla televisione. E, vi giuro, come spesso capita non avrei creduto che potesse interessarmi così tanto. Invece, questa serie ispirata a due romanzi e ad un racconto breve dello scrittore e sceneggiatore Elmore Leonard (leggendo la sua scheda vi stupirete venendo a conoscenza di quante delle sue storie sono divenute film), che non ho mai letto ma che sono abbastanza sicuro, adesso, che mi piacerebbe, ti prende ben bene e non ti molla. Oltre al fatto che in qualche modo si capisce un pochino meglio la differenza tra i vari corpi che vegliano sulla legge negli Stati Uniti, illustrandoci le dinamiche spesso piene di attriti, nonché i compiti degli U.S. Marshals, e la descrizione, magari un po' esagerata e caricaturale, ma non essendoci mai stato non mi spingerei a credere sia una bugia, della Bible Belt, della sua gente e del valore della vita in quella zona, Justified ti trafigge e ti affascina per i suoi dialoghi, naturalmente creati da Leonard, ma ricostruiti ed adattati alla perfezione dagli sceneggiatori e messi in scena alla grande da registi capaci e da un cast a volte stupefacente, dialoghi di una finezza, e al tempo stesso grevi e violenti, dialoghi intrisi di cultura letteraria e biblica, dialoghi taglienti e dotati di cinismo ed ironia, dialoghi che risultano essere uno spettacolo nello spettacolo.
Così come affascinante risulta la figura del protagonista Raylan Givens, interpretato magistralmente dall'ottimo Timothy Olyphant, fin'ora relegato a parti non particolarmente rilevanti ma evidentemente degno di altre opportunità, così la sua nemesi, quel Boyd Crowder al quale dà corpo quel Walton Goggins che tanto avevamo odiato per il suo Shane in The Shield; belle anche tutte le altre interpretazioni, da segnalare la presenza di Margo Martindale nei panni di Mags Bennett durante la seconda stagione, e decisamente interessanti le prestazioni di Joelle Carter (Ava Crowder) e pure di Natalie Zea (Winona), decisamente sempre un bel vedere (e sempre con delle bellissime scarpe, tra le altre cose). Sorprendente anche come la serie riesca a caratterizzare benissimo anche i personaggi minori. Davvero ben fatta.
La colonna sonora, sempre misurata, naturalmente ingloba soprattutto country, nei dialoghi a volte ci sono spassosi riferimenti musicali, e, come già vi avevo anticipato tra le righe, ogni tanto fa capolino il clogging.

20130420

wedding

Dedicato a tutti quelli che pensano che sia una malattia. Continuate a leggere il Levitico, continuate a rimanere nell'antichità: noi ci avviamo nel futuro.
Auguri a Francesca e Maria Silvia, anche se non le conosco. Possiate continuare ad essere felici.

Back to Chicago

Shameless US - di Paul Abbott sviluppata da John Wells - Stagione 3 (12 episodi; Showtime) - 2013

In casa Gallagher si stanno creando nuove situazioni. Jimmy (The Artist/Thief Formerly Known As Steve) vive ormai stabilmente lì con Fiona e tutti i "ragazzi", nonostante Nando, il boss malavitoso brasiliano, insista perché rimanga sposato legalmente con Estefania (naturalmente, Nando insiste con le maniere forti) per far si che la ragazza ottenga la cittadinanza statunitense. Non è una passeggiata per Jimmy, e si capisce fin da subito. Non contento, Nando fa "francobollare" Jimmy da Beto, minuto per minuto.
Frank, intanto, magicamente si risveglia da una delle sue sbronze nientemeno che in Messico, e comincia a provare a passare la frontiera. Sfortunatamente, ma prevedibilmente, è senza uno straccio di documento, per cui viene respinto. Frank è però un uomo dalle mille risorse, troverà il modo. Nel frattempo, Lip, Ian e Mandy continuano a formare uno strano terzetto, anche se Ian si vede di nascosto con Lloyd, il padre di Jimmy, Carl, Debbie e Liam crescono, ognuno con i loro problemi, Sheila e Jody continuano tranquillamente a fare i genitori di Hymie dopo averlo "rubato", Veronica e Kev tirano avanti facendo soft porno on line.

Lo Shameless statunitense prosegue, e scusate se farò un paio (o tre) di paragoni con la versione originale, quella inglese, della quale tra parentesi sta andando in onda l'undicesima, e pare ultima, stagione. Dicevo, prosegue, ed essendo un dramedy, devo dire che ripensandoci adesso, chiusa la stagione e archiviata, quindi, per questo 2013, mi è parso che il drama abbia prevalso decisamente sulla comedy. Anche la versione inglese, in maniera altalenante, aveva momenti drammatici, ma l'atmosfera rimaneve comunque ridanciana. Certo, Frank Gallagher (un sempre straordinario e impagabile William H. Macy), al pari del figlio prediletto (almeno, in questa stagione, dopo lo scontro di Frank con Debbie, esasperata pure lei quasi come Fiona) Carl, e perché no, pure tutta la storyline di Jimmy/Steve alle prese con la sua famiglia "sulla carta", senza dimenticare la coppia esplosiva Veronica/Kev, assicurano un discreto minutaggio ridanciano alla serie, che, e qui mi ripeto, spesso però viene usato come "cuscinetto" tra le altre storylines decisamente più "serie"; se vi state chiedendo dove sia la ripetizione, sta nel fatto che la versione della quale stiamo parlando, a differenza di quella inglese, porta avanti tutte le storylines insieme.
E qui arriviamo al dunque. Se nella versione inglese Fiona, la parte sana della disastrata e disastrosa famiglia Gallagher, scompariva insieme al suo Steve al termine della seconda stagione, qua Fiona rimane ed è decisamente il fulcro vivo della serie, mentre la figura di Frank, stavolta proprio come nella serie inglese, è il personaggio sempre (o quasi) presente, che però funge da satellite, da guastatore, autore di innumerevoli toccata e fuga. Senza anticipare troppe cose a quelli che devono vederla ancora, sappiate che Fiona, la quasi altrettanto impagabile Emmy Rossum (tra parentesi, leggete le prime due righe della sua bio: chissà che l'esperienza personale non l'abbia aiutata a calarsi completamente in questo ruolo), che davvero dà anima e corpo a questo personaggio col quale, soprattutto nel corso di questa ultima stagione, è diventato impossibile non empatizzare fortemente, se non lo era già, diventa definitivamente il centro assoluto di questo Shameless.
Certo, anche gli ultimi risvolti della storia di Frank mettono una certa curiosità su dove andrà a parare la quarta stagione, che probabilmente partirà a gennaio 2014.
Abbandonata un po' la fotografia sociale del white trash urbano (anche se la parentesi "attivista" di Frank dice molte più cose di un trattato sui diritti delle minoranze), non più una serie roboante ed estrema (seppure non manchino i particolari eclatanti), Shameless US sembra avviarsi sulla strada dell'introspezione necessaria ma negata per mancanza di momenti di relax. Perché sulla tavola bisogna metterci pur qualcosa, e perché l'amore di una madre, evidentemente, può essere uguagliato, e a volte addirittura superato, da quello di una sorella maggiore. Mai come oggi, Fiona for President!

20130419

i diari di Carrie

The Carrie Diaries - di Candace Bushnell sviluppato da Amy B. Harris - Stagione 1 (13 episodi; The CW) - 2013

Siamo nel 1984, nel Connecticut, in quelli che gli statunitensi chiamano suburbs. Non lontani da New York, giusto un'ora e qualcosa di treno. Però qui è tutta un'altra musica, anche se, letteralmente, la musica di quegli anni arriva, in lontananza, o nelle camerette di qualche adolescente. La famiglia Bradshaw sta affrontando una gravissima perdita: quella della madre. Il padre Tom, avvocato in uno studio newyorkese, si affanna come può a gestire la situazione: ha due figlie adolescenti, Carrie di 16 anni e Dorrit di 14, e di certo non era abituato a gestire nessun tipo di dinamica con loro. Sarà un lavoro duro.
Dorrit è la ribelle della famiglia, vestita come i punk ed amante di Sex Pistols e Joy Division; sembra in qualche modo godere ad infastidire la sorella maggiore, che secondo lei sta cercando di sostituirsi alla figura materna. Carrie è una ragazzina responsabile, educata, fin troppo con i piedi per terra. Ha due amiche del cuore, Jill Chen detta Mouse, di origini asiatiche, intelligente e studiosa, destinata ad Harvard, e Maggie, figlia di un poliziotto e proveniente da una famiglia non perfetta. Carrie vuole molto bene anche a Walt, il fidanzato di Maggie. Carrie ha due altre grandi passioni: la moda e la scrittura. Vorrebbe fare la giornalista, o la scrittrice, ed è molto interessata ai trend dello stile. E' ancora vergine, così come Mouse e a differenza di Maggie (che però non ha perso la verginità con Walt), e siccome è una che pensa molto, la cosa a volte la mette in difficoltà. E quando nella loro scuola appare Sebastian Kydd, un ragazzo più grande, molto bello, di famiglia molto ricca e, come spesso capita, piuttosto ribelle, tra lui e Carrie nasce subito qualcosa.

So che un 47enne che guarda una serie che negli States va su The CW, per chi ha elementi sufficienti, potrebbe sembrare quantomeno strano. In fondo, CW è una rete che soprattutto manda in onda programmi per adolescenti; eppure, conosco molti della mia età che andavano pazzi per Smallville. Ma andiamo avanti. The Carrie Diaries nasce dalla penna di Candace Bushnell, in pratica Miss Sex & the City (anche qui, una serie che poteva sembrare destinata esclusivamente ad un pubblico femminile, e che invece è diventata un culto anche per i maschietti). Infatti, non so se ve ne siete resi conto, ma la protagonista di questa serie si chiama Carrie Bradshaw: proprio lei. E quindi, così come il libro omonimo, queste vicende sono una sorta di prequel di Sex & the City, e ci fanno conoscere l'adolescenza e le origini di quella che poi sarebbe divenuta la protagonista delle avventure nella Manhattan da bere.
Ora, sinceramente non avrei mai pensato di guardarmi una serie del genere. Eppure, vuoi perché non ne ho mai abbastanza (di serie tv), vuoi perché su serialmente.com, come ormai avrete capito il mio sito di serie tv di riferimento, ne hanno subito parlato bene (sorprendendosi un po'), ci ho provato. Il risultato è stato discreto, devo dire. Buonista fino allo sfinimento (anche se ci sono le droghe, il sesso, la musica che poi sarebbe divenuta di culto), educato, edulcorato, patinato, ingessato, spesso prevedibile, The Carrie Diaries è comunque una visione caruccia, fondata su buoni sentimenti, che prova a descrivere com'era crescere nei suburbs negli anni '80, senza affondare troppo (per tutto il resto che The Americans), e pure come poteva essere per un uomo provare a crescere due adolescenti. E' vero che svacca un po' verso gli ultimi episodi (soprattutto nell'ultimo), complice probabilmente il mancato rinnovo (almeno per il momento) per una seconda stagione, è vero che ha molti difetti e sicuramente non ha niente di filosofico, ma a me ha fatto tenerezza e non ho fatto grande fatica a seguirlo. Risulta sorprendente perché, forse, ci si aspetta qualcosa di molto superficiale: alla fine non è così, per niente.
Il cast, molto giovane, non è eccezionale ma se la cavano tutti abbastanza bene. Come vi ho già detto, il personaggio di Maggie è interpretato da Katie Findlay, già Rosie Larsen in The Killing; Carrie è interpretata dalla diciannovenne AnnaSophia Robb, il personaggio più interessante, forse, è quello di Larissa, messo in scena dall'inglese di origini ghanesi ed iraniane Freema Agyeman.

20130418

signori fuorilegge e signore losche

Outlaw Gentlemen & Shady Ladies - Volbeat (2013)

Con ancora nelle orecchie il precedente Beyond Hell / Above Heaven, visto che li ho scoperti da pochissimo grazie al supporto disinteressato dell'amico Monty, mi sono avvicinato al nuovissimo disco della band danese, il loro quinto. Dopo un iniziale spaesamento dovuto alla ricerca delle influenze country e rockabilly indicate dai soliti presunti scribacchini specializzati, mi sono calato nel caleidoscopio musicale dei Volbeat,  autori di un sound che innanzitutto deve tantissimo ai migliori Metallica, ma non tralascia mai e poi mai la ricerca delle armonie avvolgenti e dei ritornelli catchy. Dopo l'intro strumentale e vagamente flamenco di Let's Shake Some Dust, la temperatura si fa subito rovente con Pearl Heart; si parte così, tra chitarre sferraglianti e che sprizzerebbero metallo se avessero i pori, quella voce un po' da crooner heavy metal piacione, e, come detto, belle melodie. Già da subito, nell'assolo di chitarra, si sentono influenze rock and roll, ed il tutto compone un insieme brillante, robusto, naturalmente destinato agli amanti del metal classico con vedute ampie, e, oserei dire, spesso gioioso ma senza essere punk rock. Non del tutto lineari, nel senso buono, i Volbeat riservano sorprese: quando sembrano essersi assestati su una sorta di arena rock leggermente più pesante, ecco le influenze metallichiane con Dead But Rising (ascoltate quella ritmica che conduce al chorus, come sempre molto bello, che potrebbe essere addirittura dei Diamond Head), con Doc Holliday (dopo l'intro di banjo) e con Our Loved Ones posta in chiusura, oppure Room 24, con la partecipazione dell'indimenticabile King Diamond ed il suo falsetto, o ancora The Hangman's Body Count, in pratica una cover di 2 Minutes to Midnight degli Iron Maiden, o My Body, stavolta davvero una cover, ma, pensate degli Young the Giants, Black Bart, una cavalcata speed metal con armonici da steel guitar, il divertissement di Lonesome Rider, in duetto con Sarah Blackwood dei Walk off the Earth.
A mio giudizio piccoli capolavori Cape of Our Hero, Lola Montez e The Sinner is You, talmente belle da far venire la pelle d'oca. E, devo dirlo, la voce di Michael Poulsen spacca.
Una mia nuova passione, scoperta in ritardo: i Volbeat.

20130417

Los amantes pasajeros

Gli amanti passeggeri - di Pedro Almodóvar (2013)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio tecnico: Dorcel Airlines meets Flight

Il volo della compagnia Peninsula diretto da Madrid a Città del Messico ha un problema, causato da due operatori di terra distratti (marito e moglie, mentre il marito toglie i "tacchi" che fermano le ruote, la moglie gli rivela di essere incinta, e lui lascia uno dei fermi accanto ad una ruota, che viene così risucchiata dal carrello); a causa di ciò, i piloti sono costretti a richiedere un atterraggio di emergenza su una pista di un aeroporto disponibile, che tarda a liberarsi. Nel frattempo, l'equipaggio droga tutta la classe economica per far dormire i passeggeri, e cerca di far passare il tempo a quelli della business, mentre l'aereo gira in tondo su Toledo. In business ci sono dei personaggi niente male, ma l'equipaggio non è da meno.

C'era da aspettarselo: anche Almodòvar è in parabola discendente. Dopo averci fatto ridere sguaiatamente, commuovere ed emozionare, perfino riflettere sull'educazione cattolica, vinto Oscar, deliziato fino a Los abrazos rotos, è franato ingloriosamente col seguente La piel que habito, e adesso che, con questo ultimo Los amantes pasajeros, cercava, forse, di tornare agli antichi fasti, quelli precedenti al film, forse, della maturità, Todo sobre mi madre, cade rovinosamente riuscendo a risultare una caricatura di se stesso quando era caricaturale volutamente, un po' come quelle band ormai bollite che, con una frase che è diventata un (bellissimo) luogo comune, si ritrovano a fare le cover band di se stesse.
Ancora una volta, ma stavolta lo voglio dire apertamente, non posso essere più d'accordo col giudizio sapiente, laconico e semi-telegrafico dell'ormai amico Dantès.
Scusate la ripetizione, ma ancora una volta all'uscita mi è venuto forte il sospetto che il doppiaggio italiano abbia peggiorato la situazione, già alquanto compromessa. E, come ho detto durante al mini-dibattito scaturito nell'atrio del cinema con la gestrice ed i suoi collaboratori, dopo che la stessa signora cercava di spiegarmi che il film non le era piaciuto perché troppo volgare, uno dei problemi è che Pedro, l'amato Pedro,  al contrario non riesce ad essere abbastanza volgare, ma solo un po' sboccato (seppure i balletti gay siano notevoli, c'è da dirlo, e Carlos Areces/Fajas, lo straordinario pagliaccio triste Javier di Balada triste de trompeta, sia quasi irresistibile): non dimentichiamoci che sempre Pedro è uno che è riuscito a mostrare una che si caga addosso (non metaforicamente) in uno dei suoi primissimi film.
Ad ogni modo, se tu dovessi "risorgere", Pedro, noi ti aspettiamo. Al cinema.

20130416

iu to pia

Utopia - di Dennis Kelly - Stagione 1 (6 episodi; Channel 4) - 2013

Regno Unito, in un futuro (forse) molto ma molto prossimo. Mentre al Ministero della Salute si sta decidendo come spendere i soldi dei contribuenti, e Michael Dugdale, un funzionario anziano del Ministero non sa come uscire dalla spiacevole situazione nella quale si è cacciato, rendendosi ricattabile, una strana coppia entra in un negozio di comic books molto fornito in cerca di qualcosa non molto chiaro. Nel frattempo, in rete cinque persone entrano in fibrillazione quando vengono a conoscenza che esiste il seguito di The Utopia Experiments, una graphic novel che è ormai un oggetto di culto. E' Bejan che dà la notizia, e propone agli altri quattro fedelissimi un incontro. I quattro accettano. Tre di loro si presentano, e cominciano a fraternizzare. Sono Ian, un quasi trentenne annoiato dalla vita e dal suo lavoro di merda che vive ancora con la madre, Becky, una giovane quasi laureata, orfana di entrambi i genitori, convinta che la graphic novel in questione c'entri qualcosa con la misteriosa malattia degenerativa contratta dal padre, e Wilson Wilson, un nerd di origini arabe, teorico della cospirazione, che crede ciecamente a tutto quello che la graphic novel racconta, e che ha passato anni a cancellare ogni minima traccia di sé in rete. Gli altri due sono fermati da cause di forza maggiore: Bejan, l'originale possessore dell'unico esemplare di Utopia II, viene "visitato" dalla strana coppia del negozio di comics, e "suicidato" dal terrazzo del suo attico, e Grant, il quinto "membro", un ragazzino di 11 anni che vive in un quartiere popolare con una madre sempre ubriaca, assiste alla scena. La strana coppia, Arby e Lee, che chiaramente operano su direttive che vengono da una potente organizzazione interessata a non far diffondere l'esistenza del manoscritto, si accorgono della presenza del ragazzino, e cominciano a dargli la caccia. Ma che cosa hanno di straordinario i due Utopia? Sembrano essere dei fumetti fanta-apocalittici, ma in realtà, stanno solo annunciando i disastri che verranno, sotto forma di epidemie indotte dall'uomo...

Maledetti inglesi. Dopo il genio di Charlie Brooker, una segnalazione del sempre puntuale ed informatissimo sito serialmente.com mi ha messo sulle tracce di Dennis Kelly e del suo recentissimo Utopia, andato in onda tra gennaio e febbraio 2013 su Channel 4, e che devo dire non ha niente da invidiare, e al tempo stesso ricorda un po', il Black Mirror di Brooker, con la differenza che Utopia è una serie con trama orizzontale (e non fatta da episodi autoconclusivi come BM), che ha già guadagnato il rinnovo per una seconda stagione. Scenari urbani con un vago sentore apocalittico, molto molto british, colonna sonora elettronica ed intrigante, molte facce nuove nel cast, affiancate a qualche viso già visto e addirittura a Stephen Rea (La moglie del soldato) nei panni di Conran Letts.
Una sceneggiatura contorta ma affascinante, fantapolitica ma non troppo, un ritmo che fa sentire braccato anche lo spettatore, personaggi spietati e dal particolarissimo respiro che oserei definire dall'epicità western ma ben piantati nelle dinamiche moderne, ci regalano una serie, tra l'altro fotografata in maniera impeccabile, davvero avvincente, che consiglio a tutti tranne che a quelli un po' deboli di stomaco, perché c'è violenza in grande abbondanza.
Indimenticabili ed imperdibili i personaggi di Arby (Paul Ready) e di Jessica Hyde (Fiona O'Shaughnessy), grande lavoro anche quello drammaticissimo di Paul Higgins (Michael Dugdale), già in chicche quali Red Road, In The Loop e The Thick of It, ottimo il giovanissimo Oliver Woollford nella parte di Grant Leetham.

20130415

Kos (Greece) - April 2013


Warning: this post, for the first time in the history of this blog, will be published in English for the benefit of some people I met during this short stay, and maybe that will read it.

I'm getting old, and you know this. I needed to disconnect from work, I found a flight at a ridiculous price, and I went for three days to the island of Kos, Greece, an island that I didn't know. Since there were only three nights, I allowed myself the luxury of a five star hotel with adjoining spa. In the end, I was never out of the hotel: I got the sun, I had massages, I took advantage of the sauna and hammam. So, after three days, I still not known Kos. Still, I was able to know some wonderful people, and I had some good discussions on Europe, and on other things less current but not less important.
Greece, like Italy anyway, is in crisis: along the way to the airport dozens of shops, department stores, factory outlets, all incomplete, with no workers at work, for obvious lack of liquidity. Yet, everyone I've known, they try to remain optimistic.
A big thank you and see you soon with all the staff of Aqua Blu Hotel in Kos, my friend Jorgos (see you in Corfu), and the two "Vikings" Sissel and Trond, an unforgettable couple.
Sometimes, you need just a little. Or rather, sometimes you just have to look around to find extraordinary people.

Kos (Grecia) - aprile 2013

Attenzione: questo post, per la prima volta nella storia di questo blog, sarà pubblicato anche in inglese, a beneficio di alcune persone che ho conosciuto durante questo breve soggiorno, e che forse lo leggeranno.

Sto invecchiando, e questo lo sapete. Avevo bisogno di staccare dal lavoro, ho trovato un volo ad un prezzo ridicolo, e sono andato per tre giorni all'isola di Kos, in Grecia, un'isola che non conoscevo. Visto che erano solo tre notti, mi sono concesso il lusso di un hotel a cinque stelle con annessa SPA. Alla fine, non sono mai uscito dall'hotel: ho preso il sole, mi sono fatto fare massaggi, ho approfittato della sauna e dell'hammam. Quindi, dopo tre giorni, Kos non l'ho conosciuta. Eppure, sono riuscito a conoscere alcune persone splendide, e ad avere delle belle discussioni sull'Europa, e su altre cose meno attuali ma non meno importanti.
La Grecia, come l'Italia del resto, è in crisi: lungo la strada per l'aeroporto decine di negozi, grandi magazzini, outlet, tutti incompleti, con i lavori fermi, per evidente mancanza di liquidità. Eppure, tutti quelli che ho conosciuto, cercano di rimanere ottimisti.
Un grazie di cuore e un arrivederci a presto a tutto lo staff dell'hotel Aqua Blu di Kos, all'amico Jorgos (ci vediamo a Corfù), e ai due "vichinghi" Sissel e Trond, coppia indimenticabile.
A volte basta davvero poco. O meglio, a volte basta guardarsi intorno, per trovare persone straordinarie.

20130414

Severance

Severance - Tagli al personale - di Christopher Smith (2007)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

La Palisade Defence è una società che produce armi, sempre più necessariamente sofisticate e micidiali per la lotta senza quartiere al terrorismo su scala mondiale. Un gruppo di lavoro della filiale inglese, guidato dal capo ufficio Richard, sta viaggiando su un autobus attraverso le montagne dell'Ungheria, per un weekend di lavoro in un lodge di lusso. Le cose cominciano a prendere una strana piega quando si scopre che la strada è bloccata a pochi chilometri dall'albergo da un albero caduto in mezzo alla strada. L'autista si rifiuta di imboccare la strada alternativa, sterrata, e se ne va col bus lasciando tutti i componenti del gruppo di lavoro a piedi. Cominciano le frizioni tra i protagonisti, visto che il gruppo è decisamente eterogeneo, ma tutti si avviano a piedi fino al lodge. Arrivati a destinazione, la costruzione si rivela vecchia e decisamente fatiscente. Richard convince tutti ad entrare, con una certa difficoltà, ma del resto l'ora è tarda e tutti sono stanchi. All'interno, le sorprese non sono finite, anzi, in un certo senso stanno per cominciare. Si scopre un archivio di documenti della Palisade scritti in russo, Harris, quello che ha scoperto i documenti, rivela che aveva già sentito parlare di questo alloggio che sarebbe stato, molti anni prima, un manicomio criminale, i cui abitanti sarebbero stati uccisi dal gas nervino fornito dalla società per cui loro lavorano, Jill, un'altra impiegata, racconta un'altra versione, nella quale il luogo sarebbe stato un centro di rieducazione per criminali di guerra russi, sterminati anch'essi dal gas nervino della Palisade. In entrambe le versioni, qualche sopravvissuto avrebbe dichiarato di volersi vendicare della società per cui loro lavorano. Mentre Steve cerca di sdrammatizzare inventandosi un'altra storia, stavolta con risvolti piccanti, viene trovato un dente umano nella carne con la quale il gruppo sta cenando. Neppure la notte risulta tranquilla, e quindi l'indomani, a malincuore, Richard decide che è meglio richiamare l'autista e andarsene. Non sarà facile.

Secondo lungometraggio per l'interessante regista inglese, questo Severance ha, a differenza dei seguenti Triangle e Black Death, uno spiccato humour macabro, molto british, un bel ritmo e una buona dose di splatter che piacerà ai cultori del genere. Cast poco conosciuto e abbastanza diligente, il film è vedibile e può piacere, proprio per questo binomio apparentemente contraddittorio tra horror e comicità. Non da buttare.

20130413

turisti

Turistas - di John Stockwell (2007)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Mentre sono in viaggio in Brasile, alcuni gruppetti di turisti di lingua inglese ma provenienti dai quattro capi del mondo, Stati Uniti, Regno Unito, Australia, vengono compattati e bloccati dall'incidente dell'autobus sul quale viaggiavano. Cercando di sfruttare il contrattempo, scendono ad una vicina spiaggia, decisamente bella, e scoprono che c'è un bar che abbonda di alcolici a buon prezzo, e da abbondanza di "fauna" locale decisamente di facili costumi. Senza pensarci troppo, il gruppo formato da otto persone, maschi e femmine, si buttano nella mischia e si fanno contagiare dall'allegria tipica dei brasiliani.
La mattina seguente, un brutto risveglio li attende: si rendono conto che due di loro sono scomparsi, e di essere stati drogati e derubati di tutto. Alex, Pru, Bea, Finn, Amy e Liam, si mettono alla ricerca dei due scomparsi e di un modo per tornare alla civiltà. Durante il loro percorso, incontrano un ragazzo del luogo, Kiko, conosciuto la sera prima, che si offre di guidarli fino ad un luogo dove potranno contattare qualcuno che li possa aiutare. Ma...

Premesso che il film in questione ha suscitato un vespaio di polemiche e una sorta di incidente diplomatico (se avete visto il film, immaginatevi come abbia potuto reagire il governo brasiliano; se non lo avete visto, sappiate che parla di leggende metropolitane, tipo "mi son svegliato in un fosso e mi mancava un rene", quindi reazioni di protesta del tutto giustificate), il film diretto da uno dei comprimari di Tom Cruise in Top Gun ha il pregio di essere decisamente esagerato, e quindi di riuscire a scioccare con una storia quasi assurda, ma davvero inquietante. Protagonisti troppo belli per essere veri, ma non guasta visto che sono spesso svestiti: Josh Duhamel è Alex, Melissa George è Pru, Olivia Wilde è Bea. Per le recitazioni ripassare un'altra volta.

20130412

i morti camminano ancora (ma sono stanchissimi)

The Walking Dead - di Frank Darabont - Stagione 3 (16 episodi; AMC) - 2012/2013

Sei mesi dopo la chiusura della seconda stagione. Come ricorderete, this ain't a democracy, anymore. Rick ed i suoi sono impegnati a "ripulire" il complesso carcerario incontrato nelle perlustrazioni, Lori è incinta e c'è bisogno di un posto relativamente sicuro. Il carcere sembra popolato solamente da walkers, e quasi (quasi) tutti carcerati. Ma ci saranno sorprese, naturalmente. Da tutta un'altra parte, Andrea viene salvata da Michonne, un personaggino che un qualsiasi essere pensante vorrebbe avere per amica: va in giro con una katana, e al guinzaglio (leggi: catene) ha due walkers senza mandibole. In uno slancio che sembra essere l'inizio di una love story, Michonne si prende cura amorevolmente di Andrea, e la fa sopravvivere al freddo inverno. Ma, là fuori, c'è anche altro. C'è Woodbury, una sorta di enclave umana. Chissà se quella è una democrazia.

Dopo l'intera visione della terza stagione di uno dei serial di maggior successo, almeno negli USA, composta questa volta da 16 episodi divisi in due blocchi da 8 (originalmente andati in onda i primi otto tra ottobre e dicembre 2012, i secondi tra febbraio e marzo 2013), possiamo tranquillamente dire che, nonostante il cambio di più showrunner, del team degli sceneggiatori, delle riduzioni di budget, delle litigate tra la rete e il creatore e tutto quello che volete voi, The Walking Dead non è cambiato di una virgola rispetto ai difetti che ha avuto nel passato: è una serie che rende ogni singolo episodio un lasso di tempo, solitamente di 43 minuti, decisamente estenuante, riempito di chiacchiere inutili mascherate da dialoghi epici, chiacchiere che spesso avvengono tra personaggi inutili, che, so che suona brutto, ma vengono lasciati sopravvivere troppo a lungo. E' giusto che voi mi chiediate quindi perché continuo a guardarla: non lo so.
Qualche nota positiva, alla fine di questa (ancora una volta) estenuante stagione, c'è, e va ricercata nell'evoluzione di alcuni personaggi, che non parevano inizialmente così importanti. In una situazione apocalittica, è chiaro che evoluzione non è forse il termine più adatto: a volte evolversi può voler dire diventate più spietati. E' quello (spoiler alert) che accade al personaggio di Carl (il sempre più convincente Chandler Riggs, attualmente quasi quattordicenne), il figlio adolescente del protagonista assoluto Rick Grimes (interpretato sempre in maniera accettabile dall'inglese Andrew Lincoln, che suppongo faticherà a scrollarsi di dosso questo personaggio in futuro, seppure sarà sempre quello che gli ha regalato la notorietà definitiva e universale), che soprattutto negli ultimi episodi di questa stagione diventa un po' la coscienza critica del padre, e lo sferza in maniera sorprendente. Ce ne sono altre (evoluzioni), magari meno clamorose, ma lascio a chi non ha ancora visto la stagione il piacere di scoprirsele da soli. Non che incoraggerei qualcuno a vedersi The Walking Dead da principio, se qualcuno fosse a "digiuno". Concludendo la parentesi evoluzioni/interpretazioni/personaggi, il mio preferito, se proprio ve lo devo dire, è quello di Daryl interpretato da Norman Reedus, soprattutto dopo averlo visto in questo commercial.
La cosa curiosa, è che a me pare che The Walking Dead sia ancora alla ricerca di una formula vincente, di un equilibrio che lo faccia funzionare meglio (vedi, per fare un esempio, l'inserimento di musica non originale, nell'ultima parte degli episodi, cosa che non accadeva in passato), ma al contrario, i dati di ascolto non confermano la mia impressione: l'ultimo episodio della stagione, Welcome to the Tombs, ha avuto oltre 12 milioni di spettatori negli USA, e la media della stagione si aggira sugli 11 milioni ad episodio. Pensate che la media della prima stagione fu di 5 milioni, mentre quella della seconda fu di sette. Quindi, my mistake.

20130411

The Dope Show

Californication - di Tom Kapinos - Stagione 6 (12 episodi - Showtime) - 2013

Immediatamente seguenti agli avvenimenti del finale della stagione 5, Californication riprende con Hank che si sveglia in ospedale, dopo essere stato "suicidato" da Carrie, ormai disperata per aver capito che l'uomo non riesce ad andare oltre all'amata Karen. Karen, guarda caso, è proprio al suo fianco, lo assiste durante l'uscita dall'ospedale, e tutto pare andare per il meglio tra i due, se non fosse che proprio in ospedale, Hank ha la brutta sorpresa di venire a conoscenza che Carrie è morta. Inizia a sentirsi colpevole, a venir "perseguitato" da visioni di Carrie in versione fantasma, e, ancor più della sua media, affoga queste strane sensazioni nell'alcol. Mentre Becca gli annuncia di aver rotto con Tyler, cosa che riempie Hank di gioia, comunica anche che intende lasciare la scuola per diventare una scrittrice, e di voler provare tutte le esperienze che non ha ancora provato per poterne poi scrivere, spaventandolo così a morte. Pure Karen è spaventata: nessuno vuole avere una versione femminile di Hank in famiglia!
Tramite Charlie, Hank incontra la rock star di origini inglesi Atticus Fetch, che ha palesato il desiderio di comporre un musical broadwayano basato su un romanzo di Hank: Atticus vuole scrivere le musiche, ma vuole che ad adattare lo script sia proprio Moody.
Ma Hank è praticamente fuori controllo: sta davvero bevendo troppo; Becca, Karen, Marcy e Charlie lo mettono davanti alla sua situazione, e lo costringono ad andare in riabilitazione.

Ripensandoci dopo sei stagioni, Californication è stato l'inizio della mia dipendenza da serie televisive, e come sicuramente tutti ricorderete è nata in Costa Rica. E' normale, quindi, che nonostante tutto continui a trattarlo con un certo rispetto, anche se spesso non se lo meriterebbe. Californication, alla sesta stagione ma già da un po', è diventato semplicemente una soap opera, piuttosto sdolcinata, ambientata nella Los Angeles hollywoodiana, dove tutto va veloce, dove esci di casa e ti imbatti in attori attrici rock star, dove il consumo di droghe ed alcol raggiunge vette himalaiane, dove tutti sono sceneggiatori e Everybody's a Fucking Critic, come intitola l'episodio otto.
Infatti, proprio come in una soap, e qui parte lo spoiler alert, la sesta stagione si chiude più o meno come si sono chiuse le altre, e come chiunque avrebbe potuto immaginare. Questo, nonostante Hank, in questa stagione, avesse trovato una compagna che lo completava assolutamente, probabilmente meglio di quanto possa fare Karen (e, non c'è neppure bisogno di dirlo, molto ma molto figa). Ma si sa, la serie, nonostante quello che poteva sembrare all'inizio di questo 2013, deve continuare, e andrà avanti sicuramente per una settima, e probabilmente anche per un'ottava.
Detto questo, ci sono naturalmente infiniti divertissement, come sempre. A partire dai titoli degli episodi (per citarne alcuni: The Unforgiven, Hell Bent for Leather, i già citati Everybody's a Fucking Critic e The Dope Show), i soliti riferimenti musicali e letterari, le solite onestissime prove del cast fisso, ma pure Tim Minchin ed il suo Atticus Fetch, Charlie ed il suo falso coming out, Johann Urb ed il suo Robbie Mac, Maggie Grace e la sua Ophelia Robbins (impagabile il suo cock-cage), la deliziosa Maggie Grace e la sua Faith, il graditissimo ritorno, seppur toccata e fuga, di Rob Lowe con il suo favoloso Eddie Nero, le apparizioni di Jorge Garcia nei panni dello spacciatore di fiducia di Atticus, ma come sempre, su tutti, la straordinaria presenza del reverendo Marilyn Manson nei panni di se stesso; con poche, tremende pennellate, Manson sdogana definitivamente (e finalmente, aggiungerei io, dato che sono un fan sia del reverendo che della pratica sessuale) il tea-bagging e regala perle di finezza come quella che indirizza ad Hank e Faith nell'ultimo episodio: "and if you guys aren't together, I'll pee in your butt" (a voi la traduzione, anche con google translate). Grazie a Californication, quantomeno per questo.

20130410

la donna senza testa

La mujer sin cabeza - di Lucrecia Martel (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Argentina, provincia di Salta, nel profondo Nord Ovest. Veronica è una donna di mezza età, di buona famiglia, benestante ed elegante. Di ritorno da una riunione di famiglia, una famiglia che sembra enorme, al volante della sua auto, da sola, investe qualcosa. La scena non è chiara, la telecamera indugia sulla reazione scioccata della protagonista. Si intravede qualcosa, ma Veronica non scende dall'auto. Torna a casa evidentemente traumatizzata, ci mette un po' a realizzare e a parlare in maniera razionale. Ha il timore di aver investito un bambino e non un cane, e quindi confessa la cosa al marito, medico e figura importante della zona, con conoscenze "appropriate", suggerendo tra le righe di "gestire la situazione. Da quel momento per lei comincia un calvario fatto di crolli nervosi, perdite di memoria e distacco emotivo.

Terzo lungometraggio della regista argentina, devo dire una delle registe più ermetiche e disturbanti che conosco. Il debutto La ciénaga era un film estenuante, una sorta di pièce teatrale ambientata in una sonnolenta tenuta estiva, il suo secondo film La nina santa, del quale vi parlai qui, era un film davvero disturbante; questo terzo film, La mujer sin cabeza, che ho avuto modo di vedere molti mesi fa, è sicuramente un film sul senso di colpa, la negazione e la rimozione, come sottolinea correttamente Peter Bradshaw su The Guardian, e, non so se giustamente o meno, mi ha fatto ricordare moltissimo certe cose di Bunuel. Decisamente più curato l'aspetto estetico rispetto ai precedenti lavori, la Martel conserva però intatte le sue caratteristiche spiazzanti, insistenza dei primi piani, inquadrature che lasciano interdetto lo spettatore, che lo obbligano a "lavorare" di immaginazione, ad interpretare, a ragionare, ad immaginarsi delle spiegazioni e delle motivazioni. Difficilmente, anche in futuro, troverete una voce fuori campo in un film della regista argentina.
Intensa l'interpretazione di Maria Onetto nei panni di Veronica (l'abbiamo vista in Tratame Bien, nella parte dell'analista Elsa Lipis), c'è anche una delle "nostre" beniamine Inés Efron nei panni di Candita. Un film che consiglio esclusivamente a chi prende il cinema con un certo impegno, e non certo come svago.

20130409

Flammen & Citronen

L'ombra del nemico - di Ole Christian Madsen (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

In Danimarca, durante l'occupazione nazista, esisteva naturalmente una resistenza danese (Holger Danske). Il capo era Aksel Winther, che era inoltre in contatto con i leader delle forze alleate contro l'asse Roma-Berlino-Tokio. Winther aveva una sorta di asso nella manica, quando si trattava di eliminare collaborazionisti danesi: Bent Faurschou-Hviid, detto fiamma per via della capigliatura rossa, e Jorgen Haagen Schmith, detto limone, probabilmente perché in confronto all'altro pareva biondo. I due formavano una squadra micidiale: uno sparava, l'altro guidava. A partire dal 1944, la tensione si alzò, e se fino a quel momento i due avevano eseguito gli ordini uccidendo solo collaborazionisti danesi, a partire da quell'anno Winther cominciò ad ordinare loro assassini di tedeschi. E da quel momento, i tradimenti, i doppi e tripli giochi cominciarono a fioccare, finché Flammen e Citronen non compresero che potevano fidarsi solamente di loro stessi.

Primo lungometraggio di Ole Christian Madsen che ha avuto una certa eco al di fuori del suo paese d'origine, L'ombra del nemico è un teso e vibrante racconto di resistenza, basato su personaggi realmente esistiti. Ottimamente diretto, mischia azione, violenza, sentimentalismo e sesso quanto basta, e si avvale di una buona fotografia oltre che di un ottimo cast, prevalentemente formato da tedeschi e naturalmente danesi. Abbastanza avvincente, vede nei panni dei due protagonisti il grande Mads Mikkelsen (Citronen) e l'ottimo Thure Lindhardt (Flammen), visto in Angeli e demoni ed in Into the Wild, oltre alla moglie del regista Stine Stengade (Ketty Selmer), Peter Mygind (Winther), il bravo Christian Berkel (Hoffmann), destinato pare perennemente alla parte del nazista cattivo, Lars Mikkelsen (Frode Jacobsen), il fratello di Mads, ed il mitico Jesper Christensen nei panni del padre di Flammen. Buon film.
Uscito nel 2010 in Italia, direttamente in dvd.

20130408

l'uomo di ferro seconda parte

Iron Man 2 - di Jon Favreau (2010)
Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)
Giudizio vernacolare: ma perché ulla smettano!

Stark, appena sei mesi dopo il finale del film precedente, rivelando che c'è lui dentro l'armatura di Iron Man, da lui progettata, ha portato avanti la sua promessa ed ha pure fatto fare passi avanti per la pace globale. Ecco quindi che si tuffa a capofitto nel progetto mai realizzato dal padre, lo Stark Expo, una enorme mostra delle nuove invenzioni di cui potrà beneficiare il mondo intero. Tony è pressato dal governo USA per cedere la tecnologia dell'armatura all'esercito, e dal rivale Justin Hammer, che ormai da un po' di tempo sta cercando di copiarle la stessa tecnologia. Come se non bastasse, ecco comparire sulla scena il russo Ivan Vanko, che ha motivi personali di rivincita su Tony: organizza un attentato al Gran Premio di Montecarlo, con obiettivo proprio Tony, che guarda caso partecipa al GP su una vettura progettata dalla Stark Industries. Naturalmente, Hammer ingaggia Vanko contro Stark.
Tony però ha altri problemi: sta lentamente morendo, perché il palladio del reattore Arc lo sta avvelenando. Lascia a capo della Stark la sua assistente Pepper Potts, e rimpiazza lei come sua assistente personale la misteriosa Natalie Rushman.

Dopo una tenuta a fatica della seconda parte del primo film, il secondo Iron Man deraglia completamente già dall'inizio, nonostante quasi gli stessi protagonisti (e con "iniezioni" importanti di nomi pesanti), lo stesso regista, ed un budget che raggiunge i 200 milioni di dollari USA. Sceneggiatura scritta da chissà quante mani (ufficialmente solo una, quella di Justin Theroux), totalmente fuori controllo, il risultato è un film che se non fosse perché ci fa riascoltare Shoot to Thrill degli AC/DC sarebbe da cestinare totalmente.
Rimangono Robert Downey Jr. (Tony Stark) e Gwyneth Paltrow (Pepper Potts), Don Cheadle sostituisce Terrence Howard nei panni di Rhodey, Scarlett Johansson è Natalie (Natasha, la Vedova Nera), Sam Rockwell è Justin Hammer, Mickey Rourke è Vanko. Curiosità "personali": John Slattery (Mad Men) impersona Howard Stark (padre di Tony), Kate Mara (House of Cards) è la U.S. Marshall, Christiane Amanpour appare nei panni di se stessa. C'è anche Olivia Munn (Chess Roberts), e la solita comparsata di Stan Lee.

20130407

l'uomo di ferro

Iron Man - di Jon Favreau (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio personale: perché?

USA. Tony Stark è un geniale ingegnere progettista di armi, co-proprietario della Stark Industries. Uomo ricchissimo, anche se dalla grande intelligenza difetta in modestia ed ha una vita decisamente votata allo sfarzo. Si accompagna continuamente da donne bellissime, sempre differenti e spesso poco profonde. Uno stereotipo nello stereotipo. Personaggio comunque carismatico e brillante, durante una visita in Afghanistan, per una dimostrazione, a favore dell'US Army, del suo nuovo prodotto, un missile dalla tecnologia avanzata chiamato Jericho, rimane vittima di un attentato e viene rapito da un'unità terroristica. Tutti conoscono Tony Stark, e i terroristi vogliono costringerlo a progettare nuove armi per loro. Tony non sta molto bene, nell'attentato è rimasto ferito da alcune schegge di bomba; il suo compagno di prigionia, un altro scienziato che risponde al nome di Yinsen, lo aiuta e lo salva, impiantandogli nel centro del petto, a protezione del cuore, un elettromagnete alimentato da una batteria da auto. I terroristi cominciano ad avanzare le loro richieste: aiutato da Yinsen, Stark dovrà cominciare costruendo per loro un missile Jericho. A loro disposizione, un intero arsenale tutto firmato Stark Industries. Tony e Yinsen cominciano a lavorare, però, ad una sorta di armatura impenetrabile, non prima di aver realizzato un reattore Arc, potente generatore di energia elettrica inizialmente progettato dal padre di Tony, che gli servirà così ad essere quasi autosufficiente per quanto riguarda l'elettromagnete che lo tiene in vita. Passano poi all'armatura, terminata a tempo di record entro l'ultimatum dato loro dai terroristi. Tony riesce a fuggire, ma Yinsen ci lascia la pelle, non prima di aver supplicato Tony di non sprecare una seconda opportunità. Tornato in patria, Tony annuncia che la Stark Industries cesserà la produzione di armi. Mentre Tony lavora alacremente al miglioramento dell'armatura, la fedele segretaria, innamorata di lui in un religioso silenzio, Pepper Potts, scopre che il socio storico di Tony, Obadiah Stane, inizialmente socio di suo padre, sta tramando alle sue spalle, oltre ad essere particolarmente scontento del cambiamento di rotta della Stark Industries.

L'ennesimo tentativo di trasporre un comics character della Marvel al cinema, che tra l'altro si colloca in un contesto ancora più ampio, quello del crossover di The Avengers, da parte della Paramount, è ovviamente spettacolare, consta di un budget stimato di 140 milioni di dollari statunitensi, si avvale della regia dell'ancora mediamente giovane (mi pare un bell'eufemismo per descrivere un coetaneo) ma espertissimo Jon Favreau, inizialmente una promessa del cinema indipendente trasformatosi in una macchina da soldi mainstream in maniera direttamente proporzionale al suo aumento di peso, di una colonna sonora roboante che sciorina pezzi prevedibili ma mitici (naturalmente Iron Man dei Black Sabbath, ma pure l'immarcescibile Back in Black degli AC/DC), e dell'innegabile carisma del rinato Robert Downey Jr. nei panni di un Tony Stark che agisce come un cocainomane incallito, e che regala al film una bella vena ironica che lo alleggerisce. Dopo una partenza memorabile (la sequenza dell'attentato con il pezzo degli AC/DC sparato a mille nell'Humvee in corsa), il film cade via via nella spirale degli stereotipi da film di supereroi (amori nascosti e rivelati, folgorazioni sulle vie di Damasco, villains della porta accanto e scontri epici), déjà vu che neppure il rispetto che suscitano le ripetute apparizioni di Jeff Bridges nei panni di Obadiah Stane e, mi ripeto, il carisma di Downey Jr., riescono ad attutire. Gwyneth Paltrow nei panni della goffa Pepper Potts, Terrence Howard nella parte di Rhodey, e poi un miliardo di bravi caratteristi. Naturalmente, c'è la ghost scene dopo i titoli di coda.

20130406

The Other Boleyn Girl

L'altra donna del re - di Justin Chadwick (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Nel XVI secolo l'Inghilterra era sotto il regno di Enrico VIII. Sposato inizialmente a Caterina d'Aragona, non riuscì ad avere un erede maschio da lei per lunghi anni (Caterina ebbe sei gravidanze: un bambino ed una bambina nati morti, due bambini e una bambina morti entro due mesi dalla nascita, solo una femmina, Maria I d'Inghilterra, visse abbastanza a lungo); come ormai sappiamo un po' tutti, la cosa era piuttosto sconveniente per un sovrano, e quindi Enrico, oltre ad avere molte amanti, fece annullare il suo matrimonio con Caterina, ed ebbe altre cinque mogli. Molti sudditi nobili, quindi nella posizione di poter essere considerati dalla corona, essendo a conoscenza della situazione, erano impegnati nella proposizione delle loro figlie al re. Uno di questi era Thomas Boleyn, sposato con Elizabeth Howard, padre di George, Anne e Mary. Tramite la sua amicizia col Duca di Norfolk, riuscì ad ospitare il re per una battuta di caccia. Tutto pronto per far conoscere al re la figlia Mary, il re rimase colpito dall'altra figlia, Anne. Cominciò così una storia d'amore divenuta famosa (in Italia il nome della protagonista è stato da sempre italianizzato in Anna Bolena). A questo punto, le testimonianze storiche si fermano; il film segue invece l'omonimo romanzo di Philippa Gregory, il primo di una serie di sei romanzi storici sulla dinastia dei Tudor (in verità, l'autrice sul suo sito web dice che nella serie va considerato anche il suo The Wise Woman, e che i romanzi non andrebbero letti nell'ordine nel quale sono stati pubblicati, e che quindi The Other Boleyn Girl sarebbe il secondo da leggere dopo The Constant Princess, in italiano tradotto come Caterina, la prima moglie), che, per così dire, "spettacolarizza" la rivalità tra le due sorelle che si "contendono" il re.

Debutto per il grande schermo dell'inglese Justin Chadwick, già esperto regista di film televisivi, il film, che soddisfa sicuramente i pruriti degli appassionati degli historical drama, non soffre di derivazione televisiva, come il curriculum del regista avrebbe potuto far sospettare, mette in mostra una buona fotografia e recitazioni dignitose, ma fatica un po' a trasmettere pathos, nonostante la storia sia discretamente drammatica. Per questo, almeno secondo la mia opinione, possiamo "incolpare" le recitazioni di un cast probabilmente scelto più per solleticare curiosità pruriginose che per oculato casting; le prove, come detto prima, sono dignitose ma mai travolgenti.
L'elenco: Natalie Portman è Anne Boleyn, Scarlett Johansson è Mary Boleyn, Eric Bana è Enrico VIII, Jim Sturgess è George Boleyn, Mark Rylance è Thomas Boleyn, Kristin Scott Thomas è Elizabeth Howard Boleyn, David Morrissey (The Governor di The Walking Dead!) è il Duca di Norfolk (il magnaccia di corte), Benedict Cumberbatch (Sherlock!) è William Carey, Ana Torrent (vista in Tesis, il debutto di Amenabar, e Vacas, debutto di Medem) è Caterina d'Aragona, Eddie Redmayne è William Stafford, Juno Temple è Jane Parker. Dallo stesso libro è stato tratto anche un film tv (omonimo) con Natasha McElhone (Karen di Californication) nella parte di Mary Boleyn. Magari proviamo con quello, non si sa mai.

20130405

grave chiaro di luna

Serious Moonlight - di Cheryl Hines (2010)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Louise è una bella e impegnatissima avvocatessa, che ha poco tempo per il marito Ian e che tiranneggia chiunque. Intuibile che Ian si voglia liberare dal suo giogo. Ma alla vigilia di un weekend, Louise, certa di fare una piacevole sorpresa al marito, rientra nella loro casa di campagna senza avvertire, e trova un tappeto di rose ad attenderla. Ebbra di felicità, il suo umore cambia radicalmente quando scopre che Ian aveva dedicato l'omaggio a Sara, l'amante, e che stava scrivendo alla moglie un biglietto d'addio, visto che il progetto era partire per Parigi la mattina seguente, con Sara. Louise non ci vede più, tramortisce il marito e lo lega al water: lo lascerà andare quando si innamorerà di nuovo di lei.
La stessa Louise riesce a "sbarazzarsi" (senza farle del male) di Sara quando questa si presenta alla porta per portare Ian dai genitori, convincendola che il marito ha deciso di tornare con lei, ma non riesce invece a resistere al giovane Todd e alla sua sgangherata banda improvvisata. Quando Louise esce per andare a fare la spesa, lasciando Ian legato, quest'ultimo riesce comunque a chiamare Todd che sta falciando il loro prato; Ian spera che il ragazzo lo salvi, e invece...

Se qualcuno di voi guardasse la serie tv Suburgatory, stenterebbe a credere che la regista di questo film è l'attrice che interpreta proprio in quella serie Dallas Royce. E invece, Cheryl Hines, già in Curb Your Enthusiasm, e attrice soprattutto televisiva di lungo corso, debutta sulla lunga durata mettendo in scena uno script dell'amica Adrienne Shelly, attrice per Hal Hartley ed altri, sceneggiatrice, tragicamente scomparsa nel 2006. Il film è stato stroncato dalla critica statunitense, ed è arrivato da noi direttamente in dvd, e anche se confesso di averlo guardato esclusivamente per la curiosità di vedere cos'era riuscita a fare la Hines (che trovo geniale nella parte di cui sopra, ma questo non c'entra), non l'ho trovato così brutto.
Probabilmente destinato al teatro, il film si basa chiaramente sui duetti tra una Meg Ryan (Louise) piuttosto in forma, ed un Timothy Hutton (Ian) che si comporta degnamente, ed è una sorta di commedia nera, abbastanza divertente. Scorre bene, è piuttosto breve, e non annoia, a mio parere.
Nel cast anche Justin Long (Todd) e Kristen Bell (Sara).

20130404

pope and rope

L'elezione di un nuovo "capo" della Chiesa Romana è sempre una notizia. Ho seguito con una certa attenzione, un po' come seguo con attenzione la risposta di una donna quando le chiedo qualcosa di sentimentale. Ho avuto occasione di fare diverse chiacchierate con amici e amiche, alcuni cattolici praticanti, altri tiepidi, altri laici. Nonostante la nota positiva data dal fatto che questo papa non è europeo, molto presto è uscita la notizia che Horacio Verbitsky (tanto per capirci, visto che scrive per Pàgina 12: è una sorta di Manifesto argentino) aveva (già, prima dell'elezione) criticato aspramente Jorge Mario Bergoglio (ora papa Francesco) per il suo rapporto non proprio conflittuale con la spietata dittatura argentina dei generali.
Conscio di non avere la verità in tasca, di sbagliare certamente il mio giudizio, visto che posso solo leggere, ascoltare e valutare, e di attirarmi alcune antipatie anche tra gli amici, ecco alcune mie riflessioni (dopo aver letto anche i tre articoli in proposito, su Internazionale numero 992, quello di Verbitsky da Pàgina 12, contro, quello di Thomas Reese sul National Catholic Reporter, pro, e quello di George Monbiot sul The Guardian, contro) sul nuovo papa.


A me sembra stia snocciolando l'ABC del catechismo, e la cosa sembri rivoluzionaria semplicemente perché l'opinione pubblica si è abituata a vedere il Vaticano come una sorta di mafia, e lui predichi l'amore universale (ma sottolineando che l'omosessualità è opera del diavolo e le donne devono stare all'acquaio) e di aiutare i poveri (però di lasciarli poveri).
Quest'ultima parentesi è rafforzata dal fatto che come la maggior parte della chiesa sudamericana, si è opposto al movimento ecclesiastico che supportava la Teologia della liberazione. Se non ne avete mai sentito parlare vi invito a dare un'occhiata al link.


La differenza tra evitare di mettersi mocassini da 300 euro ed essere un "cura villero" (come chiamano in Argentina i preti che vivono nei quartieri degradati aiutando materialmente i poveri, l'esempio è quello dei due preti protagonisti di Elefante blanco), ai nostri occhi, può essere difficile da distinguere. E capisco anche che non appena uno arriva al soglio pontificio, ci sarà sempre qualcuno che tenta di screditarlo. Però ecco, mi aspettavo una rivoluzione, ma mi rendo conto che la chiesa non potrà mai dire "usate il preservativo" e "fate l'ammmore non importa se siete dello stesso sesso", ma anche "basta col fascismo, ci vuole uguaglianza perché siamo tuti uguali agli occhi di dio", primo perché è indietro di 2000 anni, secondo perché (la chiesa cattolica) ha un potere in mano, e tra gente che ha il potere non ci si pestano i piedi.

Detto questo, spero vivamente di sbagliarmi.

20130403

il limite del controllo

The Limits of Control - di Jim Jarmusch (2009 - Inedito in Italia)
Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)


In un aeroporto, un uomo solitario riceve istruzioni sulla sua missione da Creole. Le istruzioni sono vaghe, qualcosa a metà tra l'assoluta riservatezza, il criptico e la filosofia spicciola. L'uomo arriva a Madrid, e da lì inizia un viaggio quieto attraverso la Spagna. Incontra diversi personaggi, e gli incontri hanno tutti lo stesso schema, che definire strambo è poco. L'uomo ordine due caffé espresso in tazze separate, il contatto in questione arriva, gli chiede se parla spagnolo, lui risponde di no, il contatto comincia a parlare di interessi personali, poi gli passa una scatola di fiammiferi con una nota su un piccolissimo pezzo di carta all'interno, che l'uomo solitario mangia dopo averlo letto. C'è, invero, un incontro ricorrente, con una donna, anche lei senza nome, e quando l'uomo solitario la incontra lei è sempre nuda o con un impermeabile trasparente indosso. Lei lo invita a fare sesso, lui risponde che quando è in servizio non lo fa. Nonostante la stranezza dei suoi incontri e del suo viaggio, alla fine arriva all'obiettivo, e la sua missione diventa chiara.

Jim Jarmusch ci ha regalato piccoli gioielli indimenticabili, a partire dai suoi primissimi e al tempo introvabili film (Permanent Vacation, Stranger Than Paradise), poi Daunbailò, Mystery Train, Taxisti di notte, Dead Man, Ghost Dog, Coffee and Cigarettes (alla fine li ho citati praticamente tutti). Da qualche tempo, qualcosa si è rotto, a parer mio, da Broken Flowers. Questo per ora ultimo The Limits of Control, è un film a proposito del quale anche la critica "ufficiale" comincia a rendersi conto che qualcosa nelle storie e nella regia di Jarmusch non funziona più. Si sorride appena, vedendo scorrere le stramberie che accadono all'uomo solitario, si avvolge tutto in una patina di mistero inservibile, e alla fine il senso del film rimane quello di riconoscere i membri del cast, e godersi i nudi di Paz de la Huerta, come se in Boardwalk Empire non si fosse già visto tutto.
Completano, appunto, il cast, Luis Tosar, Tilda Swinton, John Hurt, Gael Garcìa Bernal, Hiam Abbass (vorrei che fosse mia zia, ve lo dico, anche se poi comincerei ad avere pensieri incestuosi), Bill Murray. Protagonista Isaach De Bankolé, già in 24, Manderlay, Casino Royale, Lo scafandro e la farfalla, ivoriano, che potrebbe essere il nuovo Samuel L. Jackson.

20130402

escursioni

Excursiones - di Ezequiel Acuna (2009)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Argentina. Marcos lavora in una fabbrica di caramelle, ma il suo sogno è fare lo sceneggiatore. Riesce a farsi scritturare da un piccolo teatro, che acconsente a mettere in scena un suo monologo, da lui scritto ai tempi della scuola. E a quel punto, chiede al vecchio amico Martìn per riscriverlo. I due non si sono visti negli ultimi dieci anni, e Martìn è diventato uno sceneggiatore per la televisione. Inizialmente riluttante, Martìn accetta come se si sentisse in debito, e gli incontri diventano più importanti dello script. Marcos ha continuato a vedersi con gli amici che Martìn ha abbandonato, entrambi erano amici di Lucas, che è morto anni prima e del quale parlare è davvero difficile. L'amicizia riaffiora come riaffiorano i disaccordi, mentre la sorella di Marcos simpatizza col fratello di Martìn. I due vanno avanti, trovano un attore che si intromette troppo, e un regista che definire strano è poco. Ce la faranno?

Terzo film del giovane regista argentino, dopo Nadar solo e Como un aviòn estrellado, terzo film dove ancora una volta tenta di esaminare le difficili relazioni interpersonali tra giovani, spesso alla ricerca dei loro sogni, spesso bloccati dalla mancanza di opportunità, persone che si fingono dure ma dentro sono dolci e sentimentali. La sceneggiatura è scritta come sempre col fedele Alberto Rojas Apel, qui anche nella parte di Martìn, e alla quale ha partecipato anche Matìas Castelli, l'attore che interpreta Marcos. Buona la chimica ed i tempi dei due, interessante il bianco e nero, la pellicola ha, come le altre di questo regista, un andamento lento ma un respiro onesto e molto realista, credibile.
Nel cast anche Martìn Piroyansky (Maxi), che abbiamo visto in XXY, Santiago Pedrero (Santiago), già visto  nei precedenti film di Acuna, e Ignacio Rogers (Ignacio), visto anche lui in Como un aviòn estrellado (era il protagonista) e in una comparsata ne El hombre de tu vida.
Producono, stavolta, Pablo Trapero e la moglie Martina Gusman, dopo che i precedenti film avevano visto la presenza di Burman/Dubcovsky. Segno che in Argentina esiste una scena cinematografica che si aiuta reciprocamente.

20130401

applauso


Un applauso a David Miliband, politico inglese, fratello dell'attuale leader del Labour Party, che si è appena dimesso da membro del board del Sunderland dopo la notizia che lo stesso club aveva ingaggiato, in qualità di allenatore, Paolo Di Canio, perché dichiaratamente fascista. Furbetta la risposta dell'italiano ("non sono razzista"), che naturalmente non nega di essere fascista.
David, mi raccomando non ci ripensare. Hai reso orgogliosi tutti gli antifascisti.

cassettina 8 - the color pink, especially

Oasis Wonderwall
Pink Try
John Mayer Shadow Days
Calexico No te vayas
Bat For Lashes Laura
Kate Miller-Heidke Nightflight
Tremonti New Way Out
Green Day Sweet 16
Taylor Swift feat. Gary Lightbody of Snow Patrol The Last Time
Jewel Satisfied
fun. Some Nights
Boston Don't Look Back
Graveyard Slow Motion Countdown
Jamie Lidell Big Love
Pink feat. Nate Ruess of fun. Just Give Me A Reason
Madrugada Majesty

Le cassettine precedenti