No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120621

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 11

Andiamo a cena in uno dei ristoranti dell'hotel Radisson, in mani italiane, visto che il maitre e lo chef sono italiani (scoprirò poi che anche il manager della ristorazione di tutto l'hotel è italiano; tra l'altro, tutti e tre simpaticissimi). Sul menù, per la cronaca, c'è pure il cacciucco alla livornese. Ci sono anche due colleghi italiani di Chiko, che abbiamo incontrato nel pomeriggio. Tutto ok, non voglio farvi il resoconto o la recensione del ristorante, ma raccontarvi un aneddoto che ho trovato gustoso, accaduto proprio nel ristorante. Avevo addosso la t-shirt comprata in Kenya, con il simbolo e la scritta (Kenya, appunto). Noto nella brigata di sala (ho scoperto qualche minuto fa che si chiama così l'insieme dei camerieri) un ragazzo e una ragazza di colore. Il ragazzo, appena mi vede, mi sorride e mi fa festa, poi si avvicina e solo a quel punto realizzo che ho indosso quella maglia e lui è kenyota. Mi chiede velocemente se sto tornando o se sto andando, e poi torna al suo lavoro. A fine cena, con meno persone da servire, si avvicina di nuovo, inizia a farmi domande sul mio soggiorno in Kenya, e chiama a gran voce la ragazza di colore, anche lei kenyota, che mentre si avvicina mi dice "this is MY shirt!". Mi sono sentito una specie di ambasciatore.
Il giorno seguente, Chiko mi porta nella parte "vecchia" della città. Ale e le ragazze vanno in piscina, il caldo è abbastanza opprimente, e fino all'ultimo prova a dissuaderci. Ma tiriamo dritto. Cerchiamo parcheggio nei pressi del mercato del pesce, un luogo che a Chiko, mi spiega, piace molto. Anche il resto, è un po' diverso dalla Dubai spettacolare e mastodontica: sembra una città "normale". Molti negozi che vendono oro e gioielli, molti indiani. Come saprete se avete letto qualcosa, solo il 20% della popolazione di Dubai è locale. Adesso c'è da attraversare il Dubai Creek, per arrivare a Bur Dubai. Attraversiamo con la abra, classica imbarcazione locale, e siamo dritti in una specie di mercato permanente. Indiani, pakistani, e via discorrendo, cercano di accalappiare orde di turisti in visita. C'è un po' di tutto: gioielli, tessuti, spezie, elettronica. Andiamo però al Museo di Dubai, anche Chiko non c'è mai stato, ed è curioso. Il museo, seppur non molto grande, si rivela interessante e ben fatto. Situato in un fortino, in una struttura sotterranea offre ricostruzioni di vita locale prima dell'avvento del petrolio, storia illustrata da un documentario degli ultimi 100 anni di Dubai, curiosità. Per la cronaca, il petrolio qui è stato scoperto nel 1966; sempre per la cronaca, Chiko mi spiega che la benzina qua viene venduta praticamente sottocosto. Ci immergiamo dentro Al Bastakiya, un vecchio agglomerato urbano completamente restaurato, con le tipiche case d'epoca e le loro torri del vento (antico sistema di condizionamento aria). Pranziamo, entriamo dentro qualche piccolo museo poco interessante, poi seguiamo il creek verso Al Shindagha, dove si trova la casa dello sceicco Saeed Al Maktoum, padre dell'attuale ruler of Dubai Mohammed. Saeed era una sorta di padre della patria, vista la storia degli Emirati Arabi. Sette (inizialmente sei) emirati che si riunirono, il 2 dicembre 1971, in un unico stato: Saeed era in quel momento l'emiro di Dubai, e promosse l'unione. Caratteristica e piena di foto d'epoca, la visita è soddisfacente, nonostante il caldo e la camminata mi stiano sfiancando. Ci avviamo lentamente verso il tunnel che ci riporterà dall'altra parte del creek, e quindi ad una meritata bottiglia d'acqua, e all'aria condizionata dell'auto. Si torna verso casa, e siccome non ve l'ho detto prima, noto per l'ennesima volta che la metropolitana di Dubai, per gran parte esterna e sopraelevata, assieme alle sue stazioni e ai palazzi tutti vetro e acciaio, danno l'idea di stare nel futuro.
C'è la festicciola di fine corso di golf di Sara. Che, qui, una "festicciola" è una roba abbastanza chic, intendiamoci. Non c'entra niente, ma immaginatevi che a Dubai, le pensiline dell'autobus sono chiuse, con le porte automatiche con fotocellula, e dentro l'aria condizionata. Prima, una piccola esibizione di tutti i partecipanti al corso. Dopo di che, si va a cena, in un posto vicino a casa, adiacente al centro commerciale più vicino (a casa). Insieme al cibo e alle bevande, si può ordinare la shisha, una sorta di narghilé, come documentato dalla foto.
Il giorno seguente, domenica, è giorno di lavoro. Ci svegliamo presto, e usciamo mentre le ragazze si preparano per la scuola. Chiko mi accompagna all'aeroporto, lui prosegue per il lavoro. Ci vediamo presto.
Il check in, i controlli, sono rapidissimi. L'addetto ai passaporti, come mi aveva preannunciato Chiko, sono tutti fissati col calcio, quindi ci scappa qualche battuta sul calcio italiano. Volo per Roma con un A380, quelli a due piani. Mi guardo quasi tre film. Quando atterro, mi chiama mia sorella per dirmi che mentre non c'ero, dei ladri sono entrati in casa e hanno rubato.
Welcome back to Italy.

20120620

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 10

Dubai è di più. C'è tutto più grande, da record. E lo so che c'è il riscaldamento globale, e lo so che c'è gente che muore di fame, ne sono cosciente come lo siamo tutti. Però ecco, Dubai è, come dire, la dimostrazione che i soldi possono essere messi a frutto in maniera si sfarzosa, ma funzionale al contesto.
Si atterra con circa una mezz'ora di anticipo. Appena accendo il cellulare, mando un sms a Francesco, che, siccome impiega una mezz'ora da casa all'aeroporto, non era ancora partito. Mi dice quindi che parte per venirmi a prendere. Non c'è problema, tanto più che in un qualsiasi aeroporto del mondo, per scendere dall'aereo, sbrigare le pratiche doganali, trovare l'uscita, anche se, come me, si viaggia con il solo bagaglio a mano, ci si impiega sicuramente più di mezz'ora. L'aeroporto di Dubai l'avevo scrutato un po' all'andata, anche se molto assonnato, e mi era sembrato grande. Adesso mi sembra quasi maestoso, esagerato come tutte le cose che vedrò a Dubai, come questa cascata nella hall centrale. Arrivo piuttosto rapidamente al controllo passaporti, ma siccome mi sembrava di aver capito di aver bisogno del visto, prima mi reco al banco dei visti. Mi dicono che, essendo italiano, il visto non mi serve. Al controllo passaporti nessuna fila, decine di varchi aperti, uno scanner dell'occhio e via. Un corridoio enorme mi conduce all'uscita, dove un caldo infernale mi accoglie. Taxi rosa guidati da donne velate, ovviamente per donne sole. Chiamo Francesco e scopro che il mio cellulare può mandargli sms, ma non chiamarlo. E scopro che non è ancora arrivato, e di conseguenza scopro che per uscire dall'aeroporto ci ho messo meno di 25 minuti. Stento a crederci. Capisco che si può fumare nelle zone apposite, e per ingannare il tempo mi accendo una sigaretta: France arriva prima che la possa finire. Ed è strano incontrare un amico nel posto dove vive e lavora, è strano perché negli ultimi 20 anni ci siamo visti poco, d'estate al mare. Mi viene in mente che nel 1991 abbiamo passato un ultimo dell'anno a Brescia, a casa di un suo collega, lui lavorava già in Angola. Fu in quella occasione che comprai Ten, il primo disco dei Pearl Jam. Vabè. Ammiro Francesco (per tutti Chico, che lui ama scrivere Chiko), è stato coraggioso, ma mi pare che la vita lo abbia ripagato. Ha una bella famiglia, lavora sodo ma, come direbbe Tornatore, stanno tutti bene. Quando i tuoi amici li vedi spesso, ci pensi meno, di solito sempre quando ci vai insieme a cena e sei un po' brillo, e come tutti i vecchi, tutti iniziano a raccontare cose fatte insieme vent'anni prima: "ma te lo ricordi quando..." e via così. Quando invece, come in questo caso, ti vedi di rado, è un po' come dicono che succeda quando stai per morire, che ti passa tutta la vita davanti in un secondo. Ci sono episodi che accomuni ad ogni amico, e io, rispetto a lui, c'ho i miei, e ogni volta che ci ripenso mi commuovo un po'. Ma siamo sempre vivi, e non siamo messi neppure troppo male, quindi si sale in macchina e Chiko mi mostra un po' di Dubai mentre mi porta a casa sua. Sembra decisamente di stare nel futuro. Costruzioni avveniristiche, autostrade a mille corsie, e ai margini delle strade o degli agglomerati urbani, che, non so perché, quando non sono grattacieli mi ricordano la casa di Hank Schrader in Breaking Bad, ad Albuquerque. A casa, le figlie sono già a letto, ma Alessandra, sua moglie, è alzata, e ci prendiamo un caffè, anzi un cappuccino, e facciamo due chiacchiere prima di andare a dormire.
Sono qua per due giorni, il fine settimana musulmano, venerdì e sabato. Al mattino (ri)vedo Sara ed Emma, le figlie. Sono affascinato dalle piccole, perché da quando la famiglia vive in pianta stabile all'estero, le bambine frequentano scuole internazionali, e in pratica conoscono tre lingue (italiano, inglese, francese) più hanno ovviamente delle basi di arabo. Emma, la più piccola, è un piccolo uragano, buffa, iperattiva, chiacchierona, simpaticissima, espansiva. Sara è più riservata, meno propensa a dare confidenza, intelligente e curiosa. Oggi il programma prevede una giornata di shopping, e la visita al Burj Khalifa. Ma prima di tutto, c'è da portare Sara alla sua ultima, per questa stagione, lezione di golf, sport che è diventato il preferito di Chiko. Partiamo tutti insieme, e io vedo per la prima volta il "loro" golf club, non lontano da casa. Lasciamo Sara alla lezione, e ci facciamo un giro in auto. La Marina di Dubai, le Palme (Palm Islands), isole artificiali che dall'alto raffigurano delle palme, il mondo, altre isole artificiali che dall'alto raffigurano un planisfero, il Burj al-Arab, il famoso albergo dalla costruzione fatta a vela, mi lasciano abbastanza a bocca aperta, seppur ripensando a quelle cose dette in apertura, mi fa ridere pensare al porto turistico costruito dal mio comune, praticamente davanti a casa mia, per darsi una vocazione turistica. Qui hanno fatto lo stesso, ma in grande. Si torna a prelevare Sara, e ce ne andiamo al Mall of the Emirates. Enorme (ma naturalmente ce n'è uno più grande), per intenderci è quello dove c'è lo Ski Dubai, uno ski resort al chiuso. Una roba assurda, ma sbalorditiva. Mangiamo in un ristorante orientale che dà (le vetrate) proprio sullo Ski Dubai. Un giretto, e poi ci si sposta lentamente verso il Dubai Mall. Per darvi un'idea di cosa stiamo parlando, dentro al centro c'è un acquario. Si, avete capito bene, un acquario, che si vede anche se non comprate il biglietto, passeggiando per il centro commerciale. Davanti ci sono le fontane danzanti, o musicali, o come diamine volete chiamarle. Mentre aspettiamo il nostro turno per salire sul Burj Khalifa, naturalmente il grattacielo più alto del mondo, Chiko e Ale incontrano conoscenti, e le ragazze si divertono con cose tipo il Candylicious, ovviamente il negozio di dolciumi più grande del mondo. Negozi delle grandi firme, elettronica, generi alimentari, cioccolato, una libreria enorme con libri in tutte le lingue, fumetti, action figures, e poi dvd, cd, strumenti musicali, una roba che potrebbe annichilire qualsiasi malato di shopping compulsivo. Arriva l'ora di salire. Controlli col metal detector, gli ingressi sono ad intervalli di mezz'ora, e sono tutti sold out, meno quelli delle 23,30. A gruppi di 10 si entra nell'ascensore, che suppongo essere il più veloce del mondo o quasi, che per salire 124 piani impiega un minuto. Non si sente niente, nemmeno la frenata. Siamo adesso At the top, il punto di osservazione, con telescopi a pagamento posti su tutti i lati. Di seguito trovate delle foto scattate proprio da qui. Dire imponente sarebbe riduttivo. Quando si torna a piano terra, una sorta di piccolo museo multimediale illustra le tappe della costruzione, i personaggi, tutto molto esaustivo. S'è fatta una certa, come si dice, e quindi si va a cena.
La vista sulle fontane "musicali"
Un edificio lì vicino
Il "resto" del Burj Khalifa, verso l'alto

20120619

The Holocaust Industry

L'industria dell'Olocausto - Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei - di Norman G. Finkelstein (2002)


Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'industria dell'Olocausto e un atto d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che "l'Olocausto" è una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista (nel testo, con l'espressione "Olocausto nazista" si fa riferimento all'evento storico, con il termine "Olocausto" alla sua rappresentazione ideologica).


Argomento più che delicato, l'Olocausto. E personaggio più che particolare, Norman G. Finkelstein, che ormai da più di dieci anni si scaglia con fatti, numeri, documenti, contro molti intellettuali ebrei, e diverse organizzazioni ebraiche, che, a suo dire, hanno strumentalizzato l'Olocausto in maniera colossale e mondiale, per ricevere risarcimenti milionari, soprattutto da Svizzera e Germania e destinare questi soldi per usi diversi dal risarcimento dei veri sopravvissuti. Newyorkese, ebreo figlio di due ebrei polacchi del ghetto di Varsavia, poi sopravvissuti ad Auschwitz, Finkelstein è studioso, storico e professore, e, forse sollecitato dall'irrisorio rimborso avuto dai genitori, in questo libro denuncia la strumentalizzazione di cui sopra, ponendo sul piatto fatti ed allargando pian piano il discorso alla politica internazionale. E' innegabile che le organizzazioni attaccate da Finkelstein se la sono presa con Svizzera e Germania ma mai con gli USA; è innegabile, almeno secondo me, che Israele come stato si è più e più volte trincerato dietro il vittimismo provocato dall'evocazione dell'Olocausto nazista, per far passare in secondo piano la sua dispotica e aggressiva gestione del territorio, dei confini e delle colonie. Finkelstein, che nel 2008 è stato dichiarato persona non grata in Israele (per 10 anni), è da sempre molto critico verso la politica di Israele nei confronti dei palestinesi e del Libano. Molto vicino a Noam Chomsky, il suo "nemico" numero uno è Alan Dershowitz, anche in questo libro ripetutamente attaccato e messo alla berlina. Finkelstein, come ebbi già a raccontarvi, è diventato protagonista di un film-documentario molto interessante, dal titolo American Radical, trasmesso anche da Al Jazeera International e dalla statunitense PBS.
In questo libro, lo studioso dimostra, a mio parere, di essere una persona coraggiosa, senza peli sulla lingua; l'analisi è lucida, dall'ampia visione, anche se, soprattutto nella seconda parte, diventa ridondante e, a volte, "personalizzata", nel senso che se la prende personalmente con questo o quel sostenitore di battaglie per l'indennizzo degli ebrei, L'industria dell'Olocausto è un saggio che merita una lettura attenta, da parte di ogni persona equilibrata e priva di pregiudizi.

20120618

how we are hungry

La fame che abbiamo - di Dave Eggers (2005)


Uno statunitense senza nome visita Giza, in Egitto, e d'improvviso si imbarca in una cavalcata nel deserto, guidato da un locale. La visita si trasforma in un'epifania.
Gli effetti della notizia della morte violenta di un soldato USA su un cittadino statunitense qualunque. Una giovane single visita un suo caro amico, single anche lui, che sta lavorando in Nicaragua. Si incontrano in Costa Rica per fare surf e stare insieme. Un marito vuole costruire una casetta in giardino per stupire la moglie. Un uomo affronta un lungo e noioso viaggio in auto per andare a trovare il cugino, che ha tentato di uccidersi per l'ennesima volta. Una madre single non riesce a dormire perché sono le 2,33 della notte e il figlio quindicenne non è ancora rientrato. Un uomo racconta alla Luna la sua avventura in Scozia, con una cara amica, che in realtà gli era sempre piaciuta.
E poi ancora. La costruzione di un racconto su di un uomo, malato terminale, che non vuole morire da solo, e organizza il momento della sua morte in uno stadio gremito. Una donna single con un dolore inespresso dentro, che si imbarca in una scalata del Kilimangiaro.

Dopo aver "rotto il ghiaccio" con Zeitoun, per quanto riguarda Dave Eggers, ho preso questo libro per caso, in libreria, avendo in mente tutt'altro. Visto che le cose che cercavo non c'erano, vedo il nome conosciuto, e prendo questo La fame che abbiamo al volo. Una raccolta di racconti, brevi e brevissimi (in realtà ce n'è perfino uno, Ci sono cose che lui dovrebbe tenere per se stesso, che consta del titolo e di cinque pagine bianche), scritti con uno stile intenso, rapido, emozionale, di quelli che se fosse un film diresti "montaggio serrato", apparentemente lontanissimi, a livello di soggetto, tra di loro, ma in realtà legati strettamente dalla fame del titolo: la fame di vita, della ricerca del suo senso, fame di emozioni.
Libro snello, autore con uno stile davvero personale, capace di trasportare, appunto, emozioni, dalla carta al lettore.

20120617

VRC

Versilia Rock City - di Fabio Genovesi (2008)


Domandare è come andare al Louvre e fare una foto alla Gioconda: cosa speri di catturare, cosa pretendi di riportare a casa?

Forte dei Marmi, Versilia, provincia di Lucca, Toscana. Nell'incipit, ambientato nella seconda metà degli anni '80, ci viene spiegata la vera realtà del vivere un luogo di villeggiatura considerato esclusivo. Famiglie che per due, tre mesi d'estate, lasciano la casa che abitano normalmente tutto l'anno, ai Signori, che di solito vengono dal Nord, e affittano le case dei nativi, e un po' anche le loro vite: devono essere impercettibili, ma se c'è un problema, una lamentela, devono essere presenti e servizievoli. I bambini si adeguano, ma non capiscono. Gli adolescenti, ribelli per definizione, vorrebbero non arrendersi. Passano più di vent'anni, e Forte dei Marmi è ancora lì. Quattro vite si sono sviluppate a partire da lì. Anzi, tre, mentre una è andata via. Quest'ultima è quella di Renato, in "esilio" al Nord, che, con il cuore spezzato pensa ancora alla sua ex, e per vivere si inventa un lavoro quantomai particolare. I tre che sono rimasti non potrebbero essere più differenti. Roberta è una affermata professionista, che mai si è sentita a suo agio dov'è nata e cresciuta, ma lì è rimasta, salendo di classe sociale e creandosi una sorta di corazza, una vita falsa, che l'ha fatta cadere in uno stato di anestesia sentimentale. Nello è un ex tossico, al quale la droga ha rubato una buona fetta di vita, e che adesso non sa bene cosa fare di quel che gli resta: ci penserà una sorpresa inaspettata a cambiare le sue prospettive. Ultimo, ma non meno importante, il nipote di Nello, Mario, una volta detto Marius DJ, quando era praticamente famoso, e che adesso non riesce a mettere il piede fuori di casa: vive di download selvaggi, sigarette e porno.

Di tutti i lavori che Dio ha dato all'uomo per metterlo alla prova, scartavetrare è il più terrificante. Noioso, faticoso, ingrato, una rottura di cazzo incredibile.


Come detto già qualche tempo fa, avevo letto distrattamente di Genovesi come uno dei nuovi e promettenti scrittori italiani, ma vuoi per pigrizia, vuoi per esterofilia, non lo avevo mai preso in considerazione. Poi, questa intervista su un mensile musicale, dove leggo cose, dette dall'autore, che mi causano un'epifania, quasi un'illuminazione: diceva cose che ho sempre pensato, ma non ero mai riuscito a mettere perfettamente a fuoco. Inoltre, aveva avuto esperienze molto simili alle mie: un background non dissimile. Mi dico, potrebbe essere interessante. Sarò onesto con voi: gli dico le stesse cose sul suo sito, confessandogli di non aver mai letto nessuno dei suoi due libri, e lui, più che gentilmente, mi risponde in privato con simpatia. Mi ispira definitivamente. Questa ri-edizione del suo primo libro (in realtà prima di questo ha pubblicato Il bricco dei vermi, una raccolta di racconti), l'ho letta in treno tra Roma e Rosignano, terminandolo prima di arrivare a destinazione, e devo dire che, seppur ben disposto, la storia (anzi, le storie), lo stile, la struttura, sono accattivanti, divertenti ma anche molto amare. Una scrittura semplice, diretta, senza fronzoli, molto toscana ma comprensibilissima anche per i non toscani, serrata quando è necessario, riesce a divertire senza nascondere la profonda inquietudine che tratteggia i quattro personaggi principali, e il malessere dei nostri giorni. Ambientata soprattutto nella sua Forte dei Marmi, cittadina verso la quale l'autore nutre un rapporto complesso ma indissolubile (che approfondirà nel suo altrettanto divertente, ma sentito, Morte dei Marmi), la storia che Genovesi racconta lascia, a mio parere, intravedere un discreto potenziale, e soprattutto, lascia la voglia di leggere ancora qualcosa scritto con tanta schiettezza, e tale intensità.

20120616

luce del sole

Sunshine - di Danny Boyle (2007)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: la famosa fine der topo

2057. Il Sole si sta lentamente, ma neppure troppo, spegnendo. Sulla Terra, è calato un inverno perenne. Le nazioni si uniscono in uno sforzo che potrebbe, con tutta probabilità, essere l'ultimo, prima della completa estinzione del genere umano: viene inviata verso il Sole l'astronave Icarus II, con un equipaggio multietnico di super-esperti dei settori necessari, ma soprattutto con, a bordo, una smisurata bomba nucleare. Il piano è di gettarla in mezzo al Sole e farla detonare, in modo da innescare nuovamente le reazioni interne della stella, ed evitarne lo spegnimento totale. Ovviamente, l'astronave si chiama Icarus II perché c'era già stata una prima Icarus, la I. Sette anni prima, infatti, un'astronave con una missione identica, era partita dalla Terra, ma se ne erano perse le tracce poco prima che arrivasse a destinazione. La missione stavolta procede regolare, finché,  oltrepassando Mercurio per poi innescare la fionda gravitazionale per spingersi fino al Sole, Harvey, l'addetto alle comunicazioni, rileva il segnale d'emergenza della Icarus I. Il comandante Kaneda, decide allora di far fare la scelta al fisico Robert Capa, che ha anche curato la messa a punto dell'immensa bomba: deviare la rotta per avvicinarsi, prima di portare a termine la missione, a Icarus I, oppure no? Capa, dopo una simulazione, decide per il si. Da quel momento in avanti, l'equipaggio si disunisce, sottoposto a grandi stress. Curiosamente, il primo a perdere il controllo, certo in maniera del tutto particolare, è lo psicologo Searle.

Situato cronologicamente tra Millions e The Millionaire, nella filmografia di uno dei registi inglesi attualmente più importanti, ispirato fortemente da capolavori quali 2001: Odissea nello spazio, Solaris e Aliens, Sunshine ci prova, ci prova, ma non ci riesce. C'è un grande impegno verso il creare un atmosfera epica, filosoficamente di spessore, a sottintendere sensazioni forti e al tempo stesso ovattate, da fine del mondo ma lontani dal mondo. Per una buona parte del film, ci riesce; poi, nella seconda parte la situazione va un po' in confusione per (spoiler alert) il classico finale "ad eliminazione". Apprezzabile, ma un po' macchinosa, la metafora finale (il personaggio di Pinbacker), così come il messaggio anti-riscaldamento globale di fondo (rovesciando le possibili conseguenze), ottima la realizzazione degli interni e le scenografie in genere, discrete le recitazioni. Il cast vede Cillian Murphy (Robert Capa), Chris Evans (Mace), Michelle Yeoh (Corazon), Rose Byrne (Cassie), Cliff Curtis (Searle), Mark Strong (Pinbacker).
Impegnativo a livello di budget, si è rivelato un mezzo flop.

20120615

la città delle tardone

Cougar Town - di Bill Lawrence & Kevin Biegel - Stagione 3 (15 episodi; ABC) - 2012


Non vorrei sembrare troppo cattivo, ma se vi ricordate quel che dissi in occasione del commento alla seconda stagione, sembra che finalmente, con una stagione di ritardo, anche il pubblico statunitense si sia reso conto che Cougar Town ha definitivamente perso qualsiasi interesse. Se date un'occhiata, anche solo per curiosità, a questi dati di ascolto, vedrete che l'emorragia non solo è stata grande e marcata, tra la seconda e la terza stagione, ma è continuata durante tutta questa terza. Ci credete? Cambiando rete (dalla ABC alla TBS), Cougar Town andrà in onda con una quarta stagione a partire dal gennaio 2013.
E insomma, la banda del cul-de-sac ha perso del tutto il suo appeal, non fa più ridere se non in sporadiche occasioni, i personaggi ormai hanno perso forza, e non riescono più a far fruttare le loro varie caratteristiche peculiari. E non è neppure un peccato, perché, così come in altri campi, dei quali ci occupiamo qua, quasi fossimo esperti, nei serial televisivi, e soprattutto nelle commedie, c'è un ricambio pazzesco. Addio, Cougar Town.

20120614

Scott Pilgrim contro il mondo

Scott Pilgrim vs. the World - di Edgar Wright (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: svelliatimi vando c'è le fie

Toronto, Canada. Scott Pilgrim ha ventidue anni, ma è un po' come se stesse sempre al liceo. Impacciato con le donne, ma non sfigato, si mette insieme a Knives, molto più giovane di lui, perché pare essere l'unica, in quel momento, che gli fa il filo. Scott suona il basso nei Sex Bob-omb con Kim, alla batteria, ex di Scott, e Stephen, chitarra e voce, vecchio amico di Scott. Scott, inoltre, vive insieme a Wallace, coetaneo dichiaratamente gay. I ragazzi si stanno mettendo sotto con le prove, per una "battaglia" tra band che si svolgerà di lì a poco. Improvvisamente, nella vita di Scott entra come un temporale Ramona Flowers, sfacciata e apparentemente sicura di sé. I due si innamorano perdutamente, e Scott non sa come gestire la cosa con la giovane Knives. Inoltre, dopo qualche settimana di frequentazioni con Ramona, Scott si accorge che la ragazza è strana, e cominciano a capitargli strani incontri...

Tratto dal comic book Scott Pilgrim, il film del regista inglese di Hot Fuzz è un divertissement molto simile, nella seconda parte, ad un videogioco, che vede un cast giovane importante: oltre al protagonista, ormai super conosciuto Michael Cera (Scott), ci sono Alison Pill (Dear Wendy, Milk, e dopo questo di cui parliamo è stata, purtroppo, negli ultimi due film di Woody Allen, Midnight in Paris e To Rome With Love, ma personalmente l'avevo amata nella seconda stagione di In Treatment) nei panni di Kim, Johnny Simmons (The Conspirator, Jennifer's Body) che interpreta Neil il fan della band, Anna Kendrick (Up in the Air, Twilight, 50/50) come Stacey, la sorella di Scott, Mark Webber (L'amore giovane, Broken Flowers, Dear Wendy pure lui, Hollywood Ending, Storytelling, Animal Factory) come Stephen, Brie Larson (United States of Tara, Greenberg) come Natalie, la ex di Scott nonché cantante dei The Clash at Demonhead (band fittizia, esiste nel film). Apparizioni per Chris "Captain America" Evans (è Lucas Lee, una particina molto divertente), Brandon "Superman" Routh (è Todd, il bassista dei TCAD), Jason Schwartzman (è Gideon Gordon Graves), Don McKellar (è Il Regista), Thomas Jane (uno dei poliziotti vegani, non accreditato). Interessanti le musiche: in pratica, quelle dei Sex Bob-omb sono di Beck, quelle dei TCAD sono dei The Metric, quelle dei Crash & the Boys sono dei Broken Social Scene.
A parte il cast e la musica, il film fa abbastanza pietà.

20120613

la legge dell'orticaria

Lex Hives - The Hives (2012)

E' un momento un po' così, per usare un luogo comune. Quando non riesci a concentrarti sulla musica, un po' dipende sicuramente da te, ma un po' dipende dal fatto che non c'è proprio niente che riesce a colpirti davvero a fondo. E, in questo mare di uscite, ma in questa penuria di qualcosa di ficcante, ecco che personalmente mi colpisce il nuovissimo disco  degli energici svedesi The Hives, band che a me piace molto da sempre, e della quale vi ho parlato, negli anni, a più riprese. Questo nuovo Lex Hives (non sono nuovi ai giochetti di parole con il latino, vedi Veni Vidi Vicious del 2000, e Tyrannosaurus Hives del 2004), il loro quinto, è, come già detto in passato, sempre lo stesso disco, sempre identico, ma (ancora) sempre teso, energico, vibrante, allegro, punkeggiante, urlato. Meno di mezz'ora se si escludono le due bonus track, Lex Hives si presenta con un pezzo da un minuto (e zero nove secondi) dove il testo è nient'altro che il titolo, Come On!, ma già basta per decidere che siamo davanti a un ennesimo lavoro che si, sarà pure semplice, ma è quasi impossibile da odiare, facile quindi da amare, e che con altrettanta difficoltà ti può stancare. Nonostante i ragazzacci stravaganti (non so se avete mai visto come si vestono, soprattutto in scena) non siano male neppure quando rallentano, sempre relativamente, i ritmi, come nel singolo Go Right Ahead, in I Want More o in Take Back the Toys, o quando sembrano Elvis che suona punk'n'roll, come in Without the Money o come nell'irresistibile Midnight Shifter, raggiungono l'apice con i pezzi che tolgono letteralmente il fiato dalla velocità di esecuzione: If I Had a Cent, Patrolling Days, 1000 Answers (sentitela bene, c'è persino una sezione fiati!), These Spectacles Reveals the Nostalgics sono delizie al fulmicotone.
Long live The Hives.

20120612

cosmopolitan

Cosmopolis - di David Cronenberg (2012)


Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)
Giudizio vernacolare: ma 'r firme vando comincia?

New York. Eric Packer è un ventottene miliardario. Annoiato dalle riunioni classiche, indifferente agli avvertimenti del capo della sua sicurezza personale, il prestante Torval, decide che vuole attraversare Manhattan per andare a "rifarsi il taglio" da Anthony, il barbiere del padre. Forte della sua limousine blindata, affronta questo viaggio che diviene un'odissea, incontrandosi con i suoi consulenti, spostando capitali e disegnando strategie, con la sua amante, con la sua giovanissima moglie, piena di soldi più di lui, fendendo una durissima protesta no global, filosofeggiando, uscendo di testa, e finendo, come si suol dire, in bocca alla sua nemesi.

Dopo un paio di settimane, è tempo di prendersi le proprie responsabilità. Con la morte nel cuore, sono qui a parlarvi, male, per la seconda volta consecutiva, di un film del regista canadese, che ho sempre considerato genialoide, uno che ha sempre osato. E sicuramente anche questo film è un lavoro coraggioso: è, infatti, la trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Don DeLillo.
Il film, a me, non è piaciuto per nulla. Diciamo che non l'ho compreso. Anche se, mi son detto, se David voleva regalarci una metafora anti-capitalista, ok, abbiamo capito, grazie, ma diobono che palle! Che poi, quando un film ti prende male, non c'è niente da fare: anche gli esterni (pochi, a dire il vero) palesemente finti, tipici di Cronenberg, diventano fastidiosi, quando in altri film, decisamente migliori, avevano il suo perché pseudo-claustrofobico. E non bastano Juliette Binoche (Didi Fancher), sempre piacevole, Samantha Morton (Vija Kinsky), Jay Baruchel (Shiner), e l'allucinata ma bella Sarah Gadon (Elise Shifrin), che avevamo già notato, sempre con Cronenberg, nei panni fastidiosissimi di Emma Jung in A Dangerous Method. Protagonista (questa si, una scelta davvero coraggiosa, e rischiosa) Robert Pattinson, che oltre a conservare il pallore del vampiro di Twilight, risulta (per rimanere in tema di bianco) ingessato, ancora ben lontano dall'essere un attore. E sono piuttosto impietosi i confronti. Uno, prolungato, anche relativamente intenso, un po' la summa del film, con il sempre immenso Paul Giamatti (Benno Levin). L'altro, breve ma rivelatorio, con Mathieu Amalric (Andre Petrescu): quando la scena con i due finisce, ti ritrovi a dire a te stesso: "cazzo, questo si che è un attore".
E insomma, spiace un po' mettersi contro molti che hanno apprezzato il film, e soprattutto contro David Cronenberg, ma a mio parere, i suoi grandi film erano un'altra cosa.

20120611

alabama


io sto ascoltando tantissimo questi alabama shakes
e mio figlio canta oohoohooooooo sopra il ritornello
accattatevili

Cataleya

Colombiana - di Olivier Megaton (2011)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: o che potta è leilì?

Bogotà, Colombia. Un uomo di nome Fabio si sta incontrando con il malavitoso Don Luis. Sta pagando i suoi debiti e si sta congedando dallo stesso Don Luis, vuole evidentemente uscire dal giro. Ma Don Luis, salutatolo calorosamente, gli manda dietro il capo dei suoi scagnozzi, lo spietato Marco, e la sua manovalanza. Fabio se lo sente, torna a casa dalla moglie Alicia e dalla figlioletta Cataleya, e si prepara a fuggire lontano. Quando Marco e i suoi arrivano, Fabio consegna a Cataleya un chip, dicendole che sarà il suo passaporto in caso di pericolo, un biglietto da visita e un indirizzo di Chicago, negli USA. Marco e gli uomini di Don Luis fanno una strage, ma Cataleya riesce a sfuggire. All'ambasciata USA, consegna il biglietto da visita e la fanno entrare. Arriverà a Chicago, proseguendo l'avventura. Quindici anni dopo, ancora non ha dimenticato chi le ha portato via la sua famiglia.

Luc Besson produce questo film di un suo "protetto", specializzato in film d'azione. Il film è una specie di Leon in salsa americana (nel senso più ampio del termine, visto che è anche Sud-americano), e non è davvero niente di che: prevedibile, caciarone, chiassoso. E allora, direte voi, perché te lo sei visto, perché ne parli? Ma perché l'assoluta protagonista è la meravigliosa Zoe Saldana, la Neytiri di Avatar. Bellissima in tutte le salse, travestita, in tuta aderente, in versione Lara Croft armata di tutto punto, spietata vendicatrice, avrebbe sicuramente bisogno di copioni di maggior spessore, per dimostrare quanto vale. Per il momento, ci si accontenta di apprezzarla così. Il cast vede lo spagnolo Jordi Mollà (Marco), che si è fatto un nome anche al di fuori della Spagna (spesso all'estero viene utilizzato in ruoli da cattivo), Lennie James (l'agente Ross), che ci ha fatto ridere nei panni di Charlie il pappone in Hung, Michael Vartan (Danny), indimenticato fidanzato storico di Sydney Bristow in Alias, Cliff Curtis (Emilio), faccia da maori ma adatta anche ad altre etnie, che fu uno dei protagonisti di Rapa Nui. Piuttosto impressionante, nella primissima parte, la giovanissima (non ancora quattordicenne) Amandla (proprio così, non è un errore di battitura: significa "potere" in lingua zulu) Stenberg, che interpreta la decenne Cataleya (ha preso lezioni di parkour per poter recitare la fuga, una scena divertente in effetti). Attualmente sugli schermi con The Hunger Games, madre afro-americana e padre danese, quest'ultimo con nonna eschimese: sappiamo, nonostante quello che ne pensino alcune persone di vedute ristrette, che dalla mescolanza vengono fuori le cose migliori. Chissà se sarà così anche nel caso di Amandla.

20120610

wake up and smell the coffe

Con la vecchiaia, arrivano strane nuove abitudini, convinzioni magari contrarie a quelle che avevi vent'anni fa. Durante la settimana, quando devo andare a lavorare, mi sveglio poco dopo le cinque di mattina. In realtà, potrei svegliarmi tranquillamente un'ora più tardi, ma mi piace prendermela calma, sia a casa, sia a lavoro. Ma il bello viene nel fine settimana. Quando non è tempo di mare, vado in piscina alle nove, cioè appena apre. Ma non finisce qui: mi sveglio alle cinque ugualmente, faccio colazione, spesso torno a dormire fino alle otto, ma a volte rimango sveglio, e mi guardo un film. Quando invece, come stamattina, decido di andare al mare, mi sveglio poco dopo le sei, e arrivo al mare quando ancora, spesso, devi tenere la felpa.
In mezzo, nonostante la crisi economica, conservo quasi sempre il rito della colazione al bar. E c'è poco da spiegare: c'ha il suo fascino e basta. Tutto questo, per farvi vedere la foto allegata. Spesso prendo il cappuccino cosiddetto alla livornese, che è nel bicchiere di vetro. Ma la domenica mattina c'è un'altra simpatica barista, rispetto a quella dei giorni feriali, al bar dove mi fermo sempre, che fa questi capolavori, che secondo me son più "corretti" nella tazza.
E insomma, è un peccato perfino metterci lo zucchero. Starbucks sarà anche un posto fico, ma i cappuccini così sono un'altra cosa proprio.

ceneri del paradiso

Cenizas del paraiso - di Marcelo Piñeyro (1997)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popò d'attrighìo

Argentina, un estate caldissima. Una notte, fuori da Buenos Aires, viene ritrovato il cadavere di una giovane, Ana Muro; tre fratelli, Pablo, Nicolas e Alejandro Makantasis, si dichiarano colpevoli. Il caso viene assegnato alla giudice Beatriz Teller, donna intelligente, sensibile ma anche incorruttibile. Naturalmente, il fatto che tre fratelli si confessino colpevoli dello stesso omicidio insospettisce molto la giudice. I tre fratelli sono figli di un noto giudice, Costa Makantasis, che è morto poco tempo prima, caduto dal tetto del palazzo del tribunale: ancora non è stato chiarito se è stato suicidio o omicidio. Il giudice Martini, che indaga su quella morte, contatta in maniera quantomeno strana la Teller, sostenendo che i due casi sono palesemente collegati, e che quindi anche il caso della Muro deve passare a lui. La Teller si oppone, e si insospettisce ancora di più. E si mette al lavoro sulla ricostruzione della storia degli ultimi mesi della ragazza.

Terzo film del regista argentino, del quale in Italia è arrivato solo il suo Kamchatka nel 2002. Piñeyro è un cineasta al quale piace affrontare generi diversi, e che non ha paura di sperimentare. Questo Cenizas del paraiso è un poliziesco atipico, a cominciare dall'incipit (le due morti), passando dai continui flashback, dalla storia suddivisa in tre blocchi, uno per ogni fratello Makantasis, fino ad arrivare al finale, che in realtà non è un finale. Ed è, a dispetto della durata (circa due ore), un film interessante e ben congegnato (la sceneggiatura è del regista stesso e di Aida Bortnik). Non bellissimo dal punto di vista prettamente visivo (l'effetto speciale della caduta iniziale è bruttissimo, la fotografia è scadente, le recitazioni piuttosto ingessate), vale la pena di essere visto almeno da chi ha apprezzato i suoi film più recenti (oltre al già citato Kamchatka, El método e Las viudas de los jueves). Il cast è molto ricco, considerando che è un film argentino. Cecilia Roth è il giudice Teller, e se la cava come sempre egregiamente, e l'altro degno di nota è il grande Héctor Alterio, che interpreta il giudice Costa Makantasis. Per il resto, c'è una giovanissima Leticia Brédice nei panni di Ana Muro (l'avete vista, spero, in Nove regine), e un altrettanto giovane Leonardo Sbaraglia.

20120609

Memoria de mis putas tristes

Memoria delle mie puttane tristi - di Gabriel Garcia Marquez (2005)


Barranquilla, Colombia. Durante, presumibilmente, gli anni '60, un vecchio giornalista colto, amante della buona lettura e della buona musica, ma reduce da una vita senza amore, puttaniere vecchio stampo, affezionato frequentatore di bordelli, uomo dal profilo bassissimo che non ha mai avuto un gatto in vita sua, il giorno del suo novantesimo compleanno decide di regalarsi una notte di sesso con una adolescente vergine. Telefona dunque alla sua tenutaria di bordello preferita, perché le combini la cosa. Cosa che viene prontamente combinata, ma, arrivata al dunque, diviene sfuggente e complessa, per una serie di motivi che si concatenano, e finiscono per scatenare nel vecchio protagonista un sentimento mai provato fino a quel giorno.

Non sono un grande conoscitore del premio Nobel colombiano: se non ricordo male, di lui ho letto solo Nessuno scrive al colonnello, diversi anni fa. Trovato questo libro, del quale avevo sentito parlare, in un cassetto di un'amica, come vi ho raccontato, ed essendo rimasto momentaneamente sprovvisto di libri miei, l'ho letto in un'ora e mezzo. Con una prosa che definirei vetusta, ma con preghiera di intendere la definizione con un'accezione positiva, classica ma elegante a dispetto del tema trattato (effettivamente, non ha tutti i torti chi liquida il libro definendolo come la storia di un pedofilo), pare leggero e sfrontato, ma in realtà si rivela una sorta di inno all'amore senza tempo, e nonostante la relativa brevità, sfoggia una trama ben congegnata, che non esiterei a chiamare "ad orologeria".
Magari non sarà propriamente un capolavoro, ma di sicuro è un racconto che mostra che il talento non è una cosa che possa essere inventata. Ispirato dichiaratamente a La casa delle belle addormentate di Yasunari Kawabata, libriccino che, come detto, si legge velocemente, ma che può suggerire riflessioni interessanti, anche sulla vecchiaia.

20120608

Cass Pennant

Cass - di Jon S. Baird (2008)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: che vita dé


Carol Pennant nasce il 3 marzo 1958 a Doncaster, South Yorkshire, da una donna emigrata dalla Giamaica durante la gravidanza. A sei settimane di vita, viene abbandonato dalla donna presso la locale Dr. Barnardo's Home. Viene adottato da una coppia di anziani, che vivono a Slade Green, nel Kent. E' l'unica persona di colore, e quando cresce, viene discriminato, fatto oggetto di bullismo ed aggressioni razziste. Ad aggravare, se possibile, la sua situazione, quel nome di battesimo, Carol, comune nei Caraibi, ma del tutto inusuale, per un maschio, nel Regno Unito. Prentice e Freeman si schierano fin da tenera età dalla sua parte, e rimarranno a lungo i suoi migliori amici, con i quali condividerà gran parte della sua vita, almeno la prima parte.
Dopo l'ennesima aggressione, Carol, che ha visto Cassius Clay battere Henry Cooper, esige di essere ribattezzato Cass, anche per i genitori. Cresce e diventa sempre più alto e grosso, e, sempre insieme ai fidi Prentice e Freeman, diventa fin da giovane un supporter del West Ham United, e, grazie alla sua voglia di integrarsi, di non sentire il razzismo più che strisciante in quel periodo, tra gli anni '70 e '80, in breve diventa il leader indiscusso della Inter City Firm, gli hooligans del West Ham, che diventarono famosi per la loro rissosità e spietatezza. Cass, in seguito ad una delle loro "battaglie" (più che risse), è il primo inglese ad essere condannato per football hooliganism, e sconta quattro anni di carcere; conosce la sua futura moglie Elaine appena uscito, poi torna in carcere, ma dopo questa seconda condanna, quando esce, grazie ad un vecchio amico malavitoso, comincia ad occuparsi della sicurezza di un night club di Londra. Ma il passato è in agguato proprio dietro l'angolo...

Film che fa il paio con l'ancora più violento Rise of the Footsoldier, del quale vi parlerò, Cass è il debutto sulla lunga durata del regista scozzese che attualmente ha in preparazione due nuovi film, Filth ed Embassy. Lavoro duro, schietto, discretamente coinvolgente, ritmato, racconta con dovizia di particolari un periodo piuttosto nero per il Regno Unito. Regia svelta e ricostruzione "storica" accurata, ci racconta di un personaggio quantomai curioso, interessante, particolare, che a tutt'oggi è molto attivo, anche se ha cambiato vita (fortunatamente): è scrittore, consulente, addirittura pure attore. Cast pressoché sconosciuto ma interessante, con molti caratteristi, vede come protagonista, nei panni di Cass, Nonso Anozie, visto in piccole parti in Espiazione, Happy Go Lucky, RocknRolla, Conan the Barbarian e ultimamente nei panni di  Xaro Xhoan Daxos in Game of Thrones, qui davvero molto bravo. Ottima anche Natalie Press che interpreta Elaine: l'avevamo vista in Red Road e, ancora prima, in My Summer of Love, dove faceva coppia con Emily Blunt, a quei tempi ancora sconosciuta.

20120607

War is coming

Game of Thrones - di David Benioff & D.B. Weiss - Stagione 2 (10 episodi; HBO) - 2012




Lo giuro: starò attentissimo a non fare spoiler, visto che GOT (Game of Thrones per gli amici, in Italia Il Trono di Spade) è uno di quei serial che, per fortuna, anche da noi stanno riscuotendo un enorme successo, tanto che Sky Cinema lo ha mandato in onda a due episodi alla volta (come se fosse ogni volta un film di due ore, quindi), a ben poca distanza dalla messa in onda statunitense. Addirittura manderà in onda i due episodi finali, l'atteso Blackwater (in Italia sarà L'assedio), scritto proprio da George R.R. Martin, lo scrittore della saga dalla quale è tratta la serie (e diretto nientemeno che da Neil Marshall - Doomsday, Dog Soldiers, Centurion, The Descent -, considerato uno dei numeri uno inglesi a livello di film d'azione, scelto credo appositamente per dirigere l'epica battaglia), e il season finale Valar Morghulis (in Italia sarà Nessuno può essere ucciso, ed è decisamente uno sbaglio, perché, lo capirete dopo aver visto l'episodio, quel nome diventerà un tormentone) proprio domani sera.
E dai, qualcosa dovrò pur dire.
In effetti, l'intera stagione dà la netta impressione di essere un lunghissimo preparativo alla battaglia di Blackwater, la baia di fronte a King's Landing (non ce la faccio proprio a chiamare le cose con le traduzioni italiane). E ammetto di aver più volte fatto lo snob, sostenendo che quasi tutti gli episodi girano un po' a vuoto, tendendo a far passare il tempo in attesa del puntatone (sempre l'episodio 9, Blackwater). La verità è che Game of Thrones ha il respiro epico dei grandi film, non solo di fantasy. A questo proposito, negli ultimi anni mi dicevo, e dicevo agli altri appassionati (o ai non appassionati, ma curiosi, che cominciano a sentirne parlare, perché se ne parla), parlando di GOT: "premetto, non mi piace il fantasy, ma questo è davvero forte"; e mi sa che lo dicevo per quanto mi fossi rotto le palle a vedere i tre pallosissimi episodi de Il Signore degli Anelli; invece, ripensandoci bene, ai tempi Excalibur mi fece impazzire. Ecco, questo GOT è a quei livelli ed oltre, ed ha davvero ridefinito i canoni di una certa televisione. Cioè, veramente: dopo questo serial, sarà davvero dura fare di meglio. Attori dannatamente credibili. Sesso anche estremo. Ricerca dell'onore proprio a livelli medievali, ma  fallacia umana in ogni personaggio. Come detto, epicità sparsa con grande abbondanza. E soprattutto, una grande, grande, grande atmosfera.
Peter Dinklage (Tyrion Lannister) continua a primeggiare nel cast, a dispetto dell'altezza; la sua compagna Shae è, non l'avevo detto in occasione della recensione della prima stagione, Sibel Kekilli, la Sibel de La sposa turca (se non la riconoscete immediatamente, sappiate che si è rifatta il naso subito dopo quel film). Interessante la coppia Stephen Dillane (Stannis Baratheon; era in Benvenuti a Sarajevo di Winterbottom, ma ultimamente l'ho visto superbo in John Adams, una bella mini-serie HBO di cui vi parlerò appena ho un po' di tempo) e Carice van Houten (Melisandre; vista in Black Death, e ancora prima in Black Book), e c'è perfino Liam Cunningham (Ser Davos Seaworth). Purtroppo (e dico purtroppo perché so benissimo che questa preferenza è dettata da una mia "debolezza" verso il genere femminile), però, il mio carattere preferito, in questa stagione, è quello di Talisa Maegyr, interpretato da Oona Chaplin, la nipote del grande Charlot nonché figlia di Geraldine Chaplin, che io trovo bellissima anche se obiettivamente ci sarebbe di meglio. Anche se, cercando di essere obiettivi, Tom Wlaschiha e il suo Jaqen H'ghar, è sicuramente il più grande personaggio di questa stagione.
Insomma, benvenuti a Westeros. Se ancora non ci siete entrati, guardatevi in fretta la prima stagione e questa qui, perché vi state perdendo qualcosa di grosso.

20120606

Politecnico

Polytecnique - di Denis Villeneuve (2009)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: un c'è nulla daffà, guando ti fa contatto 'r cervello...

Il 6 dicembre 1989, il venticinquenne canadese Marc Lépine, entrò nell'Ecole Polytecnique di Montréal, armato di un fucile e di un coltello da caccia; quello che ne seguì è ricordato ancora oggi come il Massacro del Politecnico di Montréal. Il regista del Québec ci racconta la sua versione della storia.

Inutile che ve lo neghi, il canadese quebecoise Villenevue, che già mi starebbe simpatico solo per il cognome, è attualmente uno dei miei registi favoriti. Dopo la visione del suo Incendies (La donna che canta), per fassbinder miglior film del 2011, mi sono visto tutta la sua breve filmografia, e ve ne ho parlato. Mancava questo. La drammatizzazione di questo tragico e sanguinoso evento da parte di Villeneuve, forse avrà potuto lasciare interdetto qualcuno di quelli che, soprattutto in Canada, hanno dato vita ad un acceso dibattito in seguito al fattaccio, visto che probabilmente il regista ha omesso alcuni particolari (probabilmente quelli che potevano essere maggiormente strumentalizzati, come l'origine maghrebina del Lépine - il padre era algerino -; c'è da dire che su molte altre evidenze, il regista è stato piuttosto accurato); ma è innegabile che sia un film tecnicamente superbo, ed emozionalmente tremendo, così come dev'essere stato un evento del genere per una comunità. Girato in un elegante bianco e nero, con una struttura vagamente circolare (l'inizio è in realtà un momento della conclusione, così come si vedrà assistendo al film), ha un ritmo estremamente rilassato nella prima parte, ma già carico di tensione. Mostrato in anteprima ai membri delle famiglie delle vittime (il film è dedicato alle vittime, alle loro famiglie, a tutti gli studenti e agli impiegati del Politecnico), che hanno dato al regista la loro benedizione, il film è dominato dal protagonista Maxim Gaudette, che abbiamo poi visto in La donna che canta nei panni di Simon, nei panni dell'assassino (che non viene mai nominato nel film); l'attore canadese è davvero bravissimo, così come il resto del cast. Come detto, film tesissimo, splendidamente realizzato.

20120605

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 9

Ci svegliamo presto, come programmato, e dopo la colazione saldiamo il conto dell'hotel e ci mettiamo in cammino per il ritorno. La strada dovrebbe essere la stessa che abbiamo fatto all'andata, ma a Nyeri non riusciamo a trovare l'incrocio esatto, e facciamo un giro più lungo, attraversando la città. La strada scorre sotto le ruote, e dal finestrino guardo questo paese che, almeno a giudicare dalla mia occhiata superficiale, ha un bel po' di risorse (al tg abbiamo saputo perfino che nella regione del Turkana, in questi giorni hanno trovato il petrolio, una cosa che mancava al Kenya), ma mentre attraversiamo i piccoli centri lungo la strada, si può vedere a occhio nudo la povertà che c'è, e qualcosa non torna. E' the same old story: tanta ricchezza nelle mani di pochi, tanta povertà nelle case di molti, una spirale che genera storture come quella della polizia corrotta. Ne abbiamo un esempio pratico quando ci fermano ad un posto di blocco, e cominciano ad elencare le cose che non vanno, solo per strappare qualche scellino in più e metterselo in tasca. A dire il vero, l'auto ha di nuovo qualche problema: c'è un fanale che sta cadendo. Proviamo a fissarlo con dei fazzolettini di carta (la cosa funzionerà, miracolosamente, almeno fino a casa), e proseguiamo, facendo zig-zag sull'immaginaria linea dell'Equatore. Riusciamo ad arrivare senza rimettere gasolio, prima delle due del pomeriggio, e soprattutto prima che cominci a piovere. Ismail è stanco, chi non lo sarebbe dopo tutte queste ore di guida, e, dopo aver consegnato (di nuovo) l'auto in officina, si spegne davanti alla tv. Io sistemo lo zaino, lo preparo per la partenza "definitiva", mangiamo qualcosa. Comincia a piovere, sono senza libri, rovisto nei cassetti per trovare qualcosa, mi imbatto in Memoria delle mie puttane tristi di Garcia Marquez, non l'ho mai letto, mi sistemo in veranda con la pioggia che scroscia fuori dalla tettoia, e in un'ora e mezzo leggo il libro. Guardo il verde rigoglioso e mi chiedo se ho imparato qualcosa. Penso a quello che mi aspetta domani, uno dei paradossi più grandi che un viaggio potrebbe proporre a chiunque, sono curioso. Susy torna da lavoro, ci guardiamo un film, insieme a due ragazzini, figli di lavoratori della tenuta. Dopo si cena, e si parla dell'indomani: siamo senza macchina e io dovrei andare a Nairobi. Propongo di chiamare un autista esterno, salta fuori il figlio di uno degli autisti che lavorano per Susy, si sistema tutto per un prezzo più che accettabile. Ci vediamo un altro film, e poi tutti a letto.
La mattina dopo sono sveglio anche troppo presto, per non occupare il bagno nell'ora di punta, sono pronto con un anticipo dei miei. Facciamo colazione assieme, e prima ancora che Susy vada a lavoro arriva Sammy, l'autista, con la sua macchina. Saluti calorosi, da parte mia sempre con la lacrimuccia in punta d'occhio. Continuo a stupirmi di cose alle quali ormai dovrei essere abituato: bastano 15 giorni e un paese straniero, la condivisione di cose personali, per farmi affezionare a persone alle quali sono già abbastanza affezionato, e mi viene da piangere, nonostante stia già pensando, e Susy ed Ismail ne sono al corrente, di tornare in dicembre. Qualche convenevole con Sammy, che mette della musica country nel lettore cd. Gli chiedo se ha messo quel tipo di musica per me, e capisco che è proprio così; gli chiedo di mettere la musica che piace a lui: reggae. Poco dopo Naivasha si comincia a salire, e, oltre ad una pioggerellina lieve, comincia un nebbione degno della pianura padana. Da non crederci. Parlo con Sammy, delle differenze tra Italia e Kenya: tempo, strade, persone, abitudini. Attraversiamo una Nairobi ingorgata, ma non troppo. Le nuvole si diradano ed esce il sole. Arriviamo all'aeroporto che sono da poco passate le 10 del mattino; come sempre è prestissimo, ma stavolta ho la giustificazione che attraversare Nairobi pare sia sempre un terno al lotto. Congedo Sammy con una mancia importante, che tanto gli scellini non mi servono più molto. Attendo tranquillamente per quasi tre ore, e dopo lunghissimi preparativi (il ritmo africano è rilassato, come già detto), apre il check in, mi prendo la carta d'imbarco, ed entro nel vivo dell'aeroporto. Mangio qualcosa nei due posti dove si può mangiare, e poi domando se esiste una sala fumatori. E' proprio a tre metri da dove sono quando chiedo, e devo ammettere che la semplicità dell'aeroporto acquista tutto un altro valore. Non grande, ma sufficiente, tranquilla, aspirata tanto che ne esci quasi profumato (e guardate che in paesi che si reputano molto più civili non è così), insomma mi mette di buon umore. Poi inizia il pre-imbarco, e poi viene l'imbarco. Ormai ho capito come funziona il video (personale, per ogni poltroncina) della Emirates, e mi preparo a vedermi almeno 3 film: me ne sono addirittura lasciato uno a metà dal viaggio precedente. Mando un messaggio a Francesco, che vive con la sua famiglia e lavora a Dubai da qualche anno (dopo un'intera carriera, circa 20 anni, sempre all'estero), che mi ospiterà. Ci vediamo stasera. A Dubai.
Una delle cose più pazzesche di Dubai: lo Ski Dubai, all'interno del Mall of the Emirates

20120604

per jumbolo

O ciao la scuola e quasi finita...martedi faccio la recita di sera al castello pasquini ..ora guardo i catoni

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 8


Partiamo di buon mattino, dopo la colazione. Il tempo è buono. Usciamo dalla città e naturalmente, per arrivare all'Ol Pejeta è tutta strada sterrata. Piena di buche. Non so dirvi con precisione, ma mettiamo che siano una ventina di chilometri. All'ingresso, paghiamo, e ci vengono offerte due possibilità: pagare una guida o comprare una mappa. Anche se costa un poco di più, conveniamo che è meglio pagare una guida. Ci spiegano che la incontreremo al centro informazioni, poco distante. Quindi ci dirigiamo lì. Arrivati dopo pochi minuti, ci sono altri rangers, ma nessuno sa niente. Dopo qualche minuto, decidiamo di tornare all'ingresso, optare per la mappa e farci rendere la differenza. Cerchiamo di decifrare la mappa, che soprattutto mostra l'esistenza di diversi livelli di strade sterrate: all-weather, trunk, bush. Iniziamo a percorrerne alcune, alla ricerca degli animali che non ho ancora visto, leoni ed elefanti. Ci fermiamo, come prima cosa, allo Sweetwaters Chimpanzee Sanctuary. Qui, da un gruppo di guide, ce ne viene incontro una, che ci spiega di cosa si tratta. Un lungo recinto elettrificato, delimita un ampio spazio, dove sono ospitati al momento 41 scimpanzé. Provengono da altre nazioni africane, o addirittura sono reduci da circhi, comunque da brutte situazioni. La guida ci accompagna anche lungo un breve percorso all'interno del recinto. Alcuni scimpanzé sono lungo la rete, si riposano, si grattano. Osservando questo tipo di animale, è davvero difficile sostenere che l'uomo non è l'evoluzione della scimmia: sono così simili a noi. Proseguiamo, e cominciamo ad esplorare il parco. Andiamo e andiamo, per quasi un'ora (anche questo parco pare essere pressoché sterminato) finché arriviamo ad un cancello, dove chiediamo alla ranger che lo presidia, dove siamo. Kamok Gate. Abbiamo attraversato praticamente tutto il parco. Torniamo indietro. Zebre, gazzelle, giraffe, bufali, facoceri, le solite cose. Ci fermiamo in un altro luogo segnalato dalla mappa come punto di osservazione degli ippopotami; c'è una guida, ci accompagna per un percorso lungo il fiume che taglia il parco, ci spiega un po' di cose, mi chiede da dove vengo, dice qualcosa sull'Italia. Di ippopotami, però, nemmeno l'ombra. Ci dirigiamo verso un recinto presso il centro informazioni dove abbiamo atteso la "nostra"guida prima. Dentro questo recinto si trovano due specie a rischio di estinzione: il rinoceronte nero (molto meno comune di quello bianco; come forse saprete, la differenza tra le due specie non è in realtà il colore, ma alcuni tratti della schiena e del muso) e la zebra di Grévy. Un recinto a parte è dedicato a Baraka, un rinoceronte nero cieco. Anche qui, un ranger si incarica di spiegarci alcune cose al riguardo, e ci porta al recinto di Baraka, un recinto molto grande. Ci fa salire su una sorta di palco, si fa portare da un addetto del fieno (credo) misto ad erba, il cibo di Baraka, poi lo va a "chiamare", lo fa avvicinare, in modo che venga a mangiare proprio da questo palco, dove ci troviamo, in modo da poterlo vedere da molto vicino. Fa tenerezza. Al centro informazioni ci sono teschi di vari animali, diversi pannelli informativi, tra cui quello che spiega la differenza tra rinoceronte bianco e nero, ed altre amenità. Riprendiamo a girare in auto, ci avviciniamo ad un gregge di Ankole, una specie di bue dalle corna davvero enormi e spettacolari. Nel frattempo, l'ora di pranzo è passata anche oggi. Sono quasi le tre del pomeriggio, e ci mettiamo a girare le strade non lontane dalla porta dove siamo entrati, alla ricerca di leoni e/o elefanti. Troviamo i soliti e comuni animali. Intanto, si rannuvola. E, in poco tempo, inizia a piovere. Viviamo una decina di minuti di terrore, perché ci troviamo in una strada di quelle definite trunk, per dire che quando piove può diventare pericolosa. La pioggia diventa battente, ma alla fine, fortunatamente, riusciamo (riesce, Ismail) ad arrivare al reticolo di strade all-weather. Ci eravamo "persi", nel senso che non riuscivamo a capire dove fossimo esattamente, in modo da dirigerci, appunto, verso una di queste strade "salvifiche". Mi viene in mente adesso che, nel racconto della visita al Parco del lago Nakuru, mi sono dimenticato di raccontarvi che, proprio mentre ci stavamo recando all'uscita (il parco stava chiudendo), abbiamo notato un matatu che sembrava bloccato nel fango; ci siamo avvicinati, e Ismail è riuscito, con un cavo e con diversi tentativi, a salvare la giornata dell'autista di quel matatu (si erano spinti in un percorso davvero troppo fangoso). E insomma, riusciamo a non impantanarci, facciamo un ultimo "disperato" giro di ricognizione vicino al fiume, dove potrebbe trovarsi almeno un elefante, senza alcun risultato. Adesso possiamo ridere e scherzare. Usciamo dal parco mentre io ormai maledico le zebre, che sono troppe, e ripercorriamo la strada per tornare a Nanyuki. Siamo davvero stanchi, e non abbiamo pranzato. Ma quando arriviamo all'hotel sono ormai le sei del pomeriggio, quindi, dopo una lunga doccia, è l'ora di cena. Ceniamo, mentre la pioggia non cessa, e Ismail prova in tutte le maniere a combinare qualcosa tra me e la cameriera che stasera è addetta al nostro tavolo. In camera, termino il secondo libro dei due che mi ero portato in viaggio (quindi adesso sono senza letture), e mi addormento.
Non ricordo i loro nomi, ma la guida ci ha detto che
sono arrivati insieme, anni fa, e sono amici inseparabili
Lui non sono riuscito a farlo mettere in posa
Rinoceronti bianchi

20120603

sveglio

Awake - di Kyle Killen - Stagione 1 (13 episodi; NBC) - 2012


Los Angeles, California. Michael Britten è un ottimo detective della LAPD. Ha una bella moglie, Hannah, i due si amano, ed ha un figlio adolescente, Rex, del quale è orgoglioso, anche se il ragazzo ama confidarsi di più con la madre. Il destino cinico e baro gioca un brutto scherzo al buon Michael: una sera, mentre tutta la famiglia è nell'auto, guidata dall'uomo, avviene un incidente, e la macchina rotola giù in una scarpata. Britten si sveglia due volte, in due realtà differenti. Di lì in avanti, ogni volta che si sveglia, si trova alternativamente in queste due realtà, la rossa e la verde.
Nella realtà rossa, il figlio Rex è morto in seguito all'incidente, Hannah è viva e cerca di superare la cosa, ma dopo qualche tempo decide che la miglior cosa da fare per la coppia è trasferirsi a Portland, Oregon, dove lei potrà riprendere a lavorare; Michael rientra a lavoro, il suo partner è stato trasferito in un altro distretto, e lui si ritrova a lavorare con un giovane fresco di promozione, Efrem Vega. Michael deve frequentare delle sedute con uno psicoterapeuta, il dr. Lee, che adotta un atteggiamento molto critico verso le due realtà che l'uomo dice di vivere.
Nella realtà verde, la moglie Hannah è morta, Rex è vivo e stenta a legare con Michael, nonostante quest'ultimo si sforzi moltissimo; Britten lavora ancora in coppia con Bird, il detective Isaiah Freeman. Anche qui, Michael è costretto a vedere un terapeuta: la dottoressa Judith Evans, molto più accondiscendente del dottor Lee verso le due realtà vissute dal paziente, incoraggiante verso qualsiasi tipo di progresso, seppur convintissima che la realtà vera sia la "sua".
Altri personaggi sono presenti in entrambe le realtà, ma naturalmente "adattandosi" alla morte "vera" in quella situazione. Britten convive, pare, perfettamente, nelle due realtà, agisce in maniera se possibile ancor più brillante sul lavoro, e finisce per usare conoscenze che acquista in una realtà per fare meglio nell'altra, sia sul lavoro che nella vita. Quanto potrà durare tutto ciò?

Kyle Killen è lo scrittore della sceneggiatura di The Beaver (regia di Jodie Foster), dove un amministratore delegato di una grande azienda, caduto in depressione, si cura affidandosi ad una terapia che delega l'interazione sociale ad una marionetta (il castoro del titolo); la cura funziona, ma la personalità della marionetta prende il sopravvento su quella della persona in questione. Il film è stato un flop; la sceneggiatura era stata per qualche anno nella black list di Hollywood, una lista di sceneggiature ancora non prodotte, stilata da addetti ai lavori, sceneggiature che spesso poi non incontrano il favore del pubblico perché particolarmente complesse, sicuramente non commerciali. Dopo The Beaver, Killen ha creato la mini-serie Lone Star, per Fox. La storia è quella di un uomo texano, che conduce due vite completamente distinte in due città del Texas distanti 400 chilometri (è sposato a Houston, è fidanzato a Midland). La serie, composta da 6 episodi, è stata cancellata dopo l'emissione dei primi due. Questo Awake, di cui vi parlo oggi, è stata cancellata dopo la prima (e quindi unica) stagione.
Premesse del genere, porterebbero a credere che Killen, oltre ad essere particolarmente sfortunato, non sia in grado di mettere in piedi buone cose. E invece, come spesso accade con il cinema e la televisione, le cose migliori sono quelle che non hanno grandi riscontri di pubblico. Awake, che può senza dubbio ricordare Inception, e che si situa tra il poliziesco e lo psicodramma, è un prodotto che sfugge alle catalogazioni, e che  nonostante il crossover tra i generi, risulta piuttosto interessante, e genera sicuramente dipendenza, creando una forte empatia tra lo spettatore ed il protagonista della serie. Come sempre curatissimo dal punto di vista tecnico (si notino naturalmente i colori della fotografia, che determinano le cosiddette realtà contrapposte), dotato di un cast senza volti troppo noti, ma ugualmente tutti molto, molto bravi, Awake personalmente mi ha coinvolto meno quando premeva troppo l'acceleratore del lato poliziesco, ma prontamente fa intendere che tutto è necessario per tendere a dipanare la matassa del misterioso dualismo che lo caratterizza.
Jason Isaacs, visto non molto tempo fa in Good, è il più che ottimo interprete del protagonista Michael Britten, imprimendo forza, disperazione e sensibilità al personaggio. La deliziosa Laura Allen (era in Mona Lisa Smile) è la moglie Hannah nella realtà rossa, Dylan Minnette (16enne che però vanta già presenze in Lost, Prison Break, e che era il bullo Kenny in Blood Story) è il figlio Rex nella realtà verde. Un'altra attrice giovanissima (diciannovenne che però ne dimostra qualcuno meno), e che mi ha colpito particolarmente, è la messicana Daniela Bobadilla (una sorta di Penelope Cruz in miniatura), che recita la parte di Emma, la fidanzatina di Rex. Pure il resto del cast rende alla perfezione.

20120602

Kenya/EAU aprile/maggio 2012 - 7

Le Thomson's Falls, con alcuni visitatori locali,
in divisa scolastica
Devo ammettere che una volta, quando viaggiavo, mi preparavo meglio sul luogo dove andavo, sulle cose importanti, su quello che volevo vedere. Do spesso la colpa alla mancanza di tempo, e a volte mi pare assurdo, ma alla fine, mi ritrovo a partire, avendo magari comprato il volo mesi e mesi prima, ma non avendo ben riflettuto su cosa voglio veramente vedere, non avendo ben "studiato" il posto che avrei visitato. Forse mi sono affidato fin troppo ai miei amici, ho assunto un atteggiamento forse troppo "passivo", qualsiasi cosa mi proponessero la accettavo. Ma non è andata male, anzi. Il lunedì, io e Ismail partiamo per un viaggetto di quasi tre giorni, Susy rimane a lavorare. Un'ottima maniera di impiegare i miei ultimi tre giorni in terra kenyota? Vedremo. Ci dirigiamo prima verso Nord Ovest, ancora verso Gilgil; da lì, lasciamo l'autostrada, e ci dirigiamo verso Nyahururu, famosa (senza esagerare) per le cascate di Thomson. Dopo Gilgil, ci sono almeno venti chilometri di strada infame. Una buca continua. Dev'essere un male necessario, perché Ismail si è informato piuttosto bene, su quale fosse la strada migliore. In effetti, dopo una buona mezz'ora abbondante di estrema sofferenza, la strada migliora. Parliamo, ascoltiamo radio locali. Arriviamo a Nyahururu, che come sempre mi dà l'impressione che tutto si svolga lungo la strada principale. Cerchiamo le cascate, parcheggiamo vicino ad una sorta di mercatino, una ragazza giovane mi strappa la promessa che dopo aver visto le cascate visiterò il suo shop. Si paga un biglietto, le cascate sono interessanti, ma c'è da dire che in Islanda ho visto decisamente di meglio. Ci sono alcuni personaggi vestiti da Maasai che invitano i turisti a farsi foto insieme a loro: mettono un po' tristezza, a dire il vero, ma del resto a Roma, attorno al Colosseo, ci sono dei personaggi che fanno la stessa cosa travestiti da gladiatori. Passiamo dallo shop della tipa, e siccome sono davvero troppo buono e soprattutto, troppo poco stronzo, finisco per comprare un portachiavi, pensando di darlo a mia sorella. Ismail mi dice di contrattare, contratto, ma lo pago sempre troppo caro. Ci rimettiamo in macchina e ripartiamo in direzione Nyeri. la strada è buona, è quella che collega appunto Nyeri a Nakuru, e man mano che ci si avvicina proprio a Nyeri migliora. Ismail mi spiega che questa città è il luogo natale dell'attuale presidente del Kenya, Mwai Kibaki, e siccome tutto il mondo è paese, si capiscono molte cose. A Nyeri è sepolto Baden-Powell, il fondatore dello scoutismo, nonché Amedeo di Savoia, probabilmente una delle poche figure nobili italiane dotata di una certa dignità, a scorrere la sua biografia (semplificando, potremmo dire anche che fu una delle tante vittime della grandeur di Mussolini), che volle essere seppellito insieme ai suoi soldati. A Nyeri c'è, infatti, un sacrario con le salme di parecchie centinaia di soldati italiani, concentrati lì dagli inglesi che li fecero prigionieri durante la Seconda Guerra Mondiale in Etiopia (e poi lì sepolti). L'influenza inglese, a Nyeri si nota anche solo passandovi attraverso, senza fermarsi. La zona è tra l'altro una delle più fertili e rigogliose del Kenya. Ismail mi racconta che perfino Bill Gates ha un ranch lì vicino. Nonostante tutto questo, sta passando l'ora del pranzo, ma siccome a Nyeri cambiamo ancora una volta direzione, per puntare dritti verso la nostra meta, che è Nanyuki, decidiamo di tirare dritto, e pranzare per strada, se vediamo qualcosa che ci convince. Invece, la strada passa e pian piano arriviamo alla meta che sono già le quattro del pomeriggio. Prendiamo una stanza allo Sportsman's Arms Hotel, che pare lussuoso ma in realtà avrebbe bisogno di parecchi lavoretti, tanto è vero che stentiamo a trovare la reception, perché di lavori ce ne sono un bel po' in corso. Lo stile è da tipico resort africano/coloniale. Ormai l'ora del pranzo è passata, e siamo più vicini all'ora di cena. Facciamo un giro in città, ma offre davvero poco, per cui finiamo non senza quella sorta di piacere che ti fa sentire come a casa, al locale Nakumatt, dove acquistiamo  cose dimenticate per il viaggetto, e ci fermiamo in un caffé, dove trovo un espresso sorprendentemente buono, e ci facciamo un paio d'ore buone di chiacchiere in libertà. Rientriamo in albergo che sta facendo buio, e sta iniziando a piovere (andrà avanti copiosamente per tutta la notte). Per chi non lo sapesse, siamo esattamente all'equatore. Il ristorante dello Sportsman's è segnalato dalla Lonely Planet come uno dei migliori della zona, ma devo dire che non ci impressiona particolarmente. Non è neppure così male, capiamoci. Dopo cena Ismail prova il club dell'albergo, mentre io  leggo in camera e tengo sullo sfondo qualche canale locale: i tg sono passabili, ma le fiction sono agghiaccianti. Domani, quello per cui siamo qui: l'Ol Pejeta Conservancy. Che il tempo sia clemente.

20120601

Le fantôme de la liberté

Il fantasma della libertà - di Luis Buñuel (1974)

Giudizio sintetico: da vedere (4/5)
Giudizio vernacolare: oddove la 'omprava vesto vi?

La Toledo del 1808 è occupata dalle truppe napoleoniche. Un plotone d'esecuzione sta per fucilare dei prigionieri spagnoli, che muoiono al grido di "abbasso la libertà". Dopo questo incipit, ecco susseguirsi oltre un'ora e mezzo di episodi, legati da una struttura "a domino", con l'arrivo in scena di personaggi che apparentemente non c'entrano niente con l'episodio in corso, che però "annunciano" quello seguente, episodi totalmente surreali, ma che, come sempre accadeva nei lavori di Buñuel, sottintendono sempre qualcosa e lasciano ampio spazio per le interpretazioni, anche se il filo conduttore è comune.

Il suo penultimo film da regista, situato esattamente tra Il fascino discreto della Borghesia e Quell'oscuro oggetto del desiderio, scritto insieme a Jean-Claude Carrière, è un (ulteriore) sberleffo alla borghesia e alla morale sociale. Il rovesciamento delle convenzioni è grottesco ma divertente, e prende pesantemente in giro l'educazione e le cosiddette buone maniere. Rimanendo convinto che bastano poche parole, per cercare di raccontare un maestro del genere, chiudo qui: film a tratti irresistibile, divertente, spiazzante, caustico e fuori di testa. Che classe.