No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140404

il classico

The Classic - Joan as Police Woman (2014)

Divertente, spesso ironico, leggere varie recensioni sui dischi dei quali ti va di parlare dopo qualche ascolto. Sul nuovo, il quinto, tenendo conto di Cover del 2009, ho letto tutto e il contrario di tutto. Il massimo è stato quando, fermandomi su due recensioni completamente opposte (una da 5 su 10 e l'altra da 4 su 5), si evinceva, dalla prima, che Joan è rimasta nel limbo e non riuscirà mai a "sfondare" verso il grande pubblico (come se fosse un dovere, tra l'altro leggerlo su una rivista che ha fatto dell'essere "di nicchia" il suo credo, fa molto ridere), mentre nella seconda l'autore profetizza che il 2014 sarà sicuramente l'anno di Joan. Vabbè.
Joan Wasser, aka Joan as Police Woman, da queste parti è molto amata. Chi segue da molto tempo questo blog lo sa: ascoltati e spesso recensiti i dischi, così come diversi concerti, fin da quando faceva da "spalla". The Classic non è altro che il naturale proseguimento del precedente The Deep Field, dove Joan e i suoi pards, se vi ricordate, giochicchiavano con il funky ed il soul. Qua si comincia fortissimo, e dentro ai primi tre pezzi, Witness, il primo singolo Holy City ed il secondo (singolo), la title track The Classic, c'è tutto quello e pure altro ancora, tipo marching band di New Orleans, per dire. E sono tre pezzi che ti fanno alzare dalla sedia ed inventarti un'immaginaria pista da ballo, o organizzare un flash mob nella tua testa. Poi si rallenta, prima con Good Together, fino ad arrivare a Get Direct, come dire, una versione al femminile di un qualche classico di Al Green. E insomma, via così, con pezzi asimmetrici e variegati, istrionici, divertenti, complicati, vintage e, al tempo stesso, dannatamente moderni. Dentro What Would You Do, ad esempio, c'è di tutto, pure una certa tristezza, che caratterizza la parte centrale del disco (diciamo fino a Shame, by the way, pezzo dal finale travolgente e "speranzoso" - "It's time/I won't be a part/Of double-crossing my heart/It's time/Bring the future..."), e anche i testi, pure quelli dei pezzi che appaiono più "allegri" musicalmente. Chiudono Stay, pezzo bellissimo, e Ask Me, con suggestioni reggaeggianti.
Oltre ai "soliti" Parker Kindred (un fenomeno di batterista) e Tyler Wood (basso, organo, piano, synth), una discreta sezione fiati e "apparizioni" di Reggie Watts (che vedete anche nel video di The Classic) e Nathan Larson (il marito di Nina Persson, compositore di soundtrack e fondatore degli Shudder to Think), tra gli altri.
Disco eterogeneo, ma non potevamo aspettarci niente di diverso. Certo, per dire che sia un disco brutto ci vuole una bella fantasia.

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