No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140418

6/10 - Parte 1

Qualche settimana fa ho letto questo articolo su Internazionale nr. 1045, e mi è piaciuto. Tra l'altro, racconta pure di un luogo di cui vi ho parlato proprio in questi giorni.

Sei paesi in dieci giorni
di Lucy Kellaway, Financial Times (UK)

Racconto a un’amica che mi hanno appena proposto un viaggio di 18 giorni da Londra a Sydney su un aereo privato. Faremo varie tappe intermedie, tra cui Dubrovnik, i templi egizi e il Taj Mahal. Di giorno vedremo alcune tra le principali attrazioni del mondo e di notte dormiremo avvolti tra le migliori lenzuola in circolazione. Non ti piacerà, mi avverte lei. Mescolare tante cose insieme senza approfondirne nessuna è inutile e di cattivo gusto. Gli hotel di lusso dopo un po’ diventano stucchevoli. E se vedrai qualcosa che ti piace vorrai condividerlo con qualcuno. Rispondo che non sono mai stata in nessuno dei posti che mi propongono di visitare e che non sarò da sola. La crociera aerea è organizzata da Bill Peach Journeys, una piccola azienda molto apprezzata dagli australiani di una certa età (segmento demografico a cui mi sento molto vicina, essendo figlia di due di loro). In effetti, il questionario sulla forma fisica che mi hanno mandato prima del viaggio è un po’ sconcertante: il massimo livello di mobilità richiesta prevede di “riuscire a camminare in autonomia per più di 500 metri su una superficie irregolare”. Ma in fondo, mi dico, essere la più in forma del gruppo potrebbe rivelarsi un’esperienza piacevole e allo stesso tempo inconsueta. Davanti al Mandarin Oriental a Knightsbridge, dove ha pernottato il gruppo, ci sono 18 persone vestite in abiti di tessuti antipiega, quasi tutte in età da pensione ma dall’aria non particolarmente decrepita. Mi viene assegnato un tesserino con scritto “Lucy”, che mi appunto sulla giacca sentendomi come una bambina al primo giorno di scuola, e salgo sull’autobus per Luton. Luton non è un posto promettente da cui cominciare il viaggio, ma il “lounge esclusivo” per gli aerei privati è un’altra cosa. Somiglia un po’ a un Portakabin con meno poltrone di pelle ma non ci sono né code né folle al duty-free né tutte quelle cose che rendono faticosissimo volare. Si sale direttamente sull’aereo. Atterrati a Dubrovnik passiamo rapidamente i controlli immigrazione e veniamo traghettati in albergo, un relitto cadente presumibilmente di epoca comunista. Se avessi fatto io la prenotazione la cosa mi avrebbe un po’ disturbato, ma alla fine la vista sulla baia non è male. Scendo a piedi tra gli scogli per tuffarmi nell’acqua cristallina. Il giorno seguente ci prepariamo per un giro della piccola città vecchia. Tra le visite alle chiese e una camminata sulle mura medievali resta solo il tempo per quella che diventerà l’attività principale di tutto il viaggio: mangiare. In una piazza di fronte alla chiesa gesuita ci viene servito ogni ben di dio della cucina croata; qualche ora dopo facciamo il bis con altre sei portate in albergo. Sarà sempre così. La seconda sera, mentre mi rigiro nel letto, scrivo il mio verdetto provvisorio. Albergo: adeguato. Compagnia: così così. Mangiare: troppo. Il bilancio complessivo, però, è sorprendente: mi sto divertendo più di quanto dovrei. Sto già cambiando idea sul concetto di “bella vacanza”. Per prima cosa, avere qualcuno che ti tiene il passaporto e ti porta le valigie è molto più comodo che fare da soli. In secondo luogo, può essere un bene lasciare a casa amici e parenti. Stare con i nostri cari ci impedisce di vedere le cose nella giusta prospettiva, perché siamo troppo preoccupati del loro comportamento. Arrivati all’aeroporto di Assuan, dopo tre ore passate a osservare il serpente verde del Nilo che striscia nel deserto, è evidente che c’è qualcosa di strano. Non ci sono altri aerei. La seconda rivoluzione egiziana, a quanto pare, ha finito il lavoro della prima: allontanare i turisti. All’interno del terminal il nastro portabagagli è sinistramente fermo e il personale addetto al bagaglio è talmente felice di vederci che ci fa una foto di gruppo. Poi passa due volte le nostre valigie ai raggi x; così, solo per il gusto di farlo. All’Old Cataract hotel, una ex villa coloniale color rosso scuro in passato molto apprezzata da Winston Churchill e Agatha Christie, gli inservienti portano asciugamani freschi e drink appiccicosi per accogliere il nostro gruppo che sta rischiando la vita solo per il fatto di essere qui. Nel giro di qualche secondo, però, scopriamo che i rischi non vengono tanto dai fondamentalisti islamici ma dal pavimento di marmo: si sente un tonfo e il rumore di un femore che si spezza. Il nostro sfortunato compagno viene portato in ospedale ad Assuan e poi spedito in aereo a Francoforte, dove sarà operato. Corro (con cautela) nella mia stanza, notando a malapena il grande balcone privato con una magnifica vista sull’isola di Elefantina e la tomba dell’Aga Khan. Mi collego a internet per fare un’assicurazione di viaggio.
In barca sul Nilo
Il giorno dopo, in un’afa soffocante, atterriamo ad Abu Simbel per vedere il tempio monumentale che Ramses il grande fece costruire per sé e quello, molto più piccolo, che fece fare per la moglie. Entrambi sono stati portati qui negli anni sessanta per essere preservati dalle acque alluvionali create dalla nuova diga di Assuan. Secondo Wikipedia, ogni giorno migliaia di turisti si mettono in marcia per ore per visitare il sito: oggi però ci siamo solo noi. Tocco la pietra bollente del polpaccio monolitico di Ramses e ascolto il silenzio. La sera ci servono drink in barca sul Nilo mentre un gruppo di nubiani scatenati suona i tamburi e balla. Quando ci invitano a unirci alle danze mi faccio trasportare dal ritmo frenetico, dimenticando che di solito non ballo. Ecco la mia seconda scoperta. Spesso in vacanza la presenza più ingombrante e fastidiosa non è quella della nostra famiglia, ma la nostra. Stavolta, in parte grazie al bombardamento di nuove esperienze e soprattutto alla totale mancanza di curiosità per la vita dei miei nuovi amici, sono riuscita a lasciare a casa me stessa. All’aeroporto di Assuan la guida egiziana ci saluta pregandoci di dire a chi è rimasto a casa di venire. Dopo tre ore e mezza e un bel po’ di deserto, ci aspetta tutt’altra scena. Due uomini con un carrello per i bagagli dorato attraversano di corsa la pista seguiti da altri due con un tappeto rosso e giallo oro. “Ad Abu Dhabi ci sono due classi di persone”, ci dice la nostra nuova guida. “I ricchi e i molto, molto ricchi”. L’Emirates Palace hotel (che si è dato sette stelle) è stato costruito qualche anno fa e ha dimensioni che forse perfino Ramses il grande avrebbe trovato esagerate.

continua domenica 20 aprile

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