No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150125

Cecchino americano

American Sniper - di Clint Eastwood (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere, ma anche no (2,5/5)

Chris Kyle nasce l'8 aprile 1974 a Odessa, Texas, da un'insegnante e un diacono. Dimostra un carattere forte fin da bambino, difendendo il fratello piccolo anche nelle piccole beghe scolastiche. Il padre gli regala il suo primo fucile a otto anni, per la caccia. Dimostra subito buona mira. Crescendo, rimane molto legato al fratello minore, e dopo essersi distinto, negli anni della scuola, nel football e nel baseball, si dedica alla carriera professionale dei rodei; la carriera viene terminata per un infortunio al braccio. Recuperato l'infortunio, colpito dagli attentati alle ambasciate statunitensi in Tanzania ed in Kenya, si arruola nei marines, interessato alle operazioni speciali, ma viene rifiutato a causa dei perni che porta nel braccio (qui, il film soprassiede, e ci fa vedere direttamente l'arruolamento seguente e l'addestramento). Conosce un reclutatore che gli parla delle Forze Speciali e dei Rangers, poi un altro ancora che gli parla dei Navy SEALs. Entra in Marina nel 1999. Dopo gli attentati alle Torri Gemelle, sposa la moglie Taya, e parte per la prima volta per l'Iraq. Qui, diventa una leggenda (passerà alla storia come il cecchino più letale nella storia militare statunitense, con 160 vittime confermate - probabilmente sono state più di 250), ed ingaggia una sorta di duello a distanza con un cecchino siriano, arruolato tra gli insorti irakeni. Nel frattempo, mentre lui inanella quattro "turni" di missione in Iraq, la moglie gli dà due figli. Quando Chris torna a casa tra una missione e l'altra, Taya lo rimprovera costantemente di "non essere lì", in realtà.

Per conto mio, questo nuovo film di Clint Eastwood (ma non doveva smettere?), film che in Italia ma anche in giro ha polverizzato record di incassi, ha due grandi difetti.
Il primo, lo dico rischiando che magari ci vinca pure l'Oscar, è che il protagonista Chris Kyle è interpretato da Bradley Cooper. Cooper, pur ingrossato a dismisura per la parte (a occhio avrà messo su almeno 15 chili di massa muscolare), non mi è parso assolutamente adatto al ruolo. Come ve lo posso spiegare? Non riesce ad essere abbastanza "drammatico", a mio parere. Sarà la sua faccia da cazzo o i suoi occhi celesti, sarà invidia la mia, ma non è riuscito a trasmettermi alcunché, in generale durante la sua carriera (se non per alcuni bei film, che mi son piaciuti in quanto bei film), ma in special modo in questa parte. A parziale scusante, ho visto il film doppiato, e il doppiaggio della sua "voce italiana" Christian Iansante non aiuta: è decisamente una voce da film commedia.
Il secondo difetto è che Clint, come regista, da Invictus in poi non è più riuscito a fare un film travolgente, quantomeno a livello emozionale, cosa che invece gli era riuscita più volte in passato. Non so se stavolta il problema sia lo sceneggiatore (Jason Hall, una carriera discutibile a livello di scenggiatore), o il fatto che il regista non volesse essere troppo prevedibile, il film, pur partendo da una storia che, tutto sommato, era pronta per essere raccontata, per far discutere, finisce per perdersi nella parte "irakena", senza arrivare ad essere adrenalinico (ci voleva la Bigelow per questo), e per risultare abbastanza superficiale in quella che invece qualche critico sottolineava (probabilmente senza aver visto il film), e cioè quella della "decompressione", del ritorno alla vita normale, al disadattamento dei reduci, che viene liquidata in circa 7 minuti, più o meno.
Che sia un'occasione sprecata, o il segnale che, a differenza dei film sull'Olocausto o sul Vietnam, i film sulla cosiddetta esportazione della democrazia hanno già esaurito il loro momento propizio, giudicate voi. Sappiate però che potete risparmiarvi il prezzo del biglietto, perché questo film non è granché.

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