No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150519

America Works

House of Cards - di Beau Willimon - Stagione 3 (13 episodi; Netflix) - 2015

Frank Underwood, appena nominato Presidente degli Stati Uniti d'America, visita la tomba di suo padre. Lasciato a debita distanza dalla scorta e dai giornalisti, ci piscia letteralmente sopra. Questo tanto per capire quanto amava il padre.
Doug Stamper, che avevamo lasciato picchiato in un bosco e privo di coscienza, viene ritrovato da uno sconosciuto. Ricoverato, con diverse lesioni sul corpo e sul cranio, è alle prese con una lenta e dolorosa ripresa. Il suo posto viene preso da Remy Danton, che diventa così Capo dello Staff presidenziale alla Casa Bianca.
Donald Blythe viene scelto come Vice Presidente: innocuo come pochi.
I primi sei mesi della presidenza Underwood vengono etichettati dalla stampa come non migliori di Walker (il precedente POTUS), privi di efficacia e di leadership. Frank, deciso a dimostrare la sua efficacia, a lasciare il segno, spinge per un progetto decisamente rivoluzionario, e, alla sua maniera, non guarda in faccia a nessuno. Il programma si chiama America Works, abbreviato in AmWorks, per eliminare completamente la disoccupazione. Lo fa sottraendo fondi al FEMA, il Federal Emergency Management Agency, l'ente federale per la gestione delle emergenze (la nostra Protezione Civile, più o meno), cosa che sconvolge un po' tutti e trova opposizione perfino dentro al suo partito.
Gavin Orsay è stato costretto ad accettare di lavorare per l'FBI, e Stamper continua a ricattarlo, bloccandogli il passaporto (Orsay vuole scappare dagli USA), in modo che lo aiuti a rintracciare Rachel Posner, che per Doug è diventata un'ossessione: la ama ancora, ma vuole vendetta per quello che gli ha fatto.
Claire Underwood, stufa del suo ruolo da First Lady, troppo di rappresentanza per una persona attiva come lui, spinge per essere nominata Ambasciatrice degli USA all'ONU.
Frank ordina un attacco di un drone per eliminare un obiettivo in terra straniera.
Doug cede al dolore, e rompe la sua sobrietà.

Gli intrighi di House of Cards continuano senza sosta. L'azione di Frank diventa a tutto campo, frustrato dalle opposizioni, anche interne, si lancia nella politica estera trasmettendo tutta la sua aggressività. Il rapporto con Claire viene messo a dura prova, non solo dalla sua nomina, ma anche dalla decisione di Frank di assoldare uno scrittore, Thomas Yates, per scrivere una sorta di biografia di Underwood, col fine ultimo di spingere il suo ambizioso e spavaldo programma contro la disoccupazione. Cominciano anche le candidature per le prossime elezioni, e Frank viene pressato dal suo partito per non candidarsi, dato che il suo gradimento è al minimo. Ovviamente, Frank lotta come un leone.
House of Cards continua ad essere una serie televisiva straordinaria, anche dal punto di vista tecnico (tempo fa lessi un articolo in cui si sottolineava che ogni scena di ogni episodio di HoC è girata con luci di colore e di sfumature differenti, al punto che non si riescono ad apprezzare appieno le differenze), cattiva, spietata, ma come sempre succede, quando la serie ci mostra gli intrighi, le trattative, le richieste, le concessioni, cosa c'è dietro una nomina, un'elezione, una campagna elettorale, si fa fatica a credere che sia solo finzione.
Straordinari come sempre Spacey (Frank), Wright (Claire) e Kelly (Stamper), ci sono alcune nuove entrate di tutto rispetto in questa terza stagione.
Paul Sparks, già fuori dagli schemi con il suo personaggio di Mickey Doyle in Boardwalk Empire, è uno scrittore altrettanto fuori dagli schemi, Thomas Yates.
Kim Dickens, già in Treme e Sons of Anarchy, qui interpreta la giornalista del Wall Street Telegraph Kate Baldwin.
Un glaciale Lars Mikkelsen (fratello del mitico Mads, e protagonista di Forbrydelsen, la serie danese che è stata poi ripresa negli USA come The Killing) è Viktor Petrov, uno spietato (forse più di Underwood) Presidente russo, che somiglia moltissimo, caratterialmente, a Putin.
C'è perfino John Doman (già in Oz e in Borgia, giusto per citare i primi che mi vengono in mente), nei panni di un vescovo che celebra un funerale militare, e poi riceve la visita notturna di un Frank Underwood apparentemente in crisi spirituale.
Non ci crederete, ma appaiono perfino Nadezhda Tolokonnikova e Maria Alyokhina delle Pussy Riot (probabilmente immaginerete anche in quale veste), e firmano anche la sigla finale dell'ultimo episodio.
Appuntamento al 2016, curiosi come le bisce, dopo un finale così aperto.

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