No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150511

La costa ciega

La costa cieca - di Carlos María Dominguez (2009)

Allora lei alzò il finestrino, vi disegnò un pupazzo col rossetto e appoggiò la testa al vetro. Aveva la pelle molto bianca, le unghie rosicchiate, e le sue labbra si spartivano equamente la paura.

Dallas (luogo fittizio che è ispirato a piccole località balneari uruguaiane vicine al confine col Brasile), Uruguay. In questo luogo dimenticato da dio, una mattina arriva una ragazza giovanissima, misteriosa, con una gonna troppo corta. Si siede in bar, e ci rimane per ore. Dopo tutte queste ore, arriva un uomo su una vecchia Chevrolet, scende, capelli brizzolati, giacca di pelle nera, chiede un pacchetto di sigarette ma prende tabacco e cartine, e mentre risale in macchina viene avvicinato dalla ragazza, ci scambia poche parole e se ne va con la ragazza. Chi sono queste due persone? Da dove vengono? Cosa stanno facendo, e cosa hanno fatto delle loro vite?

Al mattino rimase nell'atrio della stazione fino a mezzogiorno. Nel pomeriggio andò a Constitución e a Once, e per una settimana girò per gli ospedali e tornò nelle stazioni con il borsone in spalla, i vestiti di lei, il portagioie di vetro, i giornali che la sera si infilava sotto i vestiti contro il freddo. Osservava per ore i passeggeri che scendevano dai treni, a volte senza vederli, oppure correva dietro un taglio di capelli, una corporatura, un modo di camminare, perché la folla è un segreto che si sposta.

Per una volta, sono riuscito a dar retta ai suggerimenti della rubrica letteraria di Internazionale, che a questo libro dava 5 su 5. Mai letto niente di questo autore argentino, anche giornalista, che risiede a Montevideo, Uruguay dal 1989, ma l'ambientazione mi intrigava, visto che sono stato in quei luoghi e ne sono rimasto affascinato, tanto da esprimere più volte la volontà di trasferirmici (ho perfino consultato qualche sito di agenzie immobiliari di quella zona). Devo dire che inizialmente mi è costato un po' di fatica approcciarmi al suo tipo di scrittura. Ho iniziato questo La costa cieca un paio di volte, e poi, finalmente, ho trovato la chiave giusta, il tempo e il luogo giusto, e me lo sono gustato tutto d'un fiato, lasciandomi trasportare da questa specie di flusso di coscienza che l'autore usa per raccontare la storia. Non si capisce chi racconta, usa terze persone, gli avventori del bar dove si svolge l'incipit della storia, ma la prosecuzione è intrigante, raccontandoci il passato dei due protagonisti con dovizia di particolari, ma sempre con questo stile asimmetrico e spesso spiazzante.
Il risultato è più che soddisfacente, e lascia con la voglia di saperne di più sui personaggi. Purtroppo non c'è modo, quindi non rimane altro da fare se non leggersi un altro libro di Carlos María Domínguez.

Non so che idea abbia lei del telefono, ma è con il telefono che è nato il colloquio allucinato. Un giorno qualcuno scriverà una storia della seduzione e comprenderemo il prodigioso senso di intimità creato dall'apparecchio. Non parlo del cellulare ma del vecchio telefono nero che fu il vero balcone del Novecento. La prima frase pronunciata attraverso quella modesta invenzione furono i versi dell'Amleto che Sir William Thompson chiese a Bell all'Esposizione di Filadelfia; l'ultima parola la dirà una ragazza innamorata di un plutoniano.

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