No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120717

Hannibal

Annibale - Un viaggio - di Paolo Rumiz (2008)


"Secondo te siamo pazzi?"
"Tutto questo è magnifico. Se si insegue un mito è normale smarrirsi."
"Ma oggi, il mito non c'è più. Nessuno lo cerca."
"La morte del mito è la cosa più oscena dell'oggi. E' la fine dell'incantamento, dell'immaginazione, del desiderio. Senza quella cosa l'uomo si perde, diventa un grande invalido. Perciò andiamo, siamo sulla strada giusta."


Mi trovo sovente a pensare che ho delle letture troppo "ristrette", nel senso che leggo spesso i soliti autori. Ma non ci posso fare niente, e mi fido del mio istinto: di sicuro, non smetterò mai di leggere le cose che Paolo Rumiz scrive. Resoconto dell'ormai classico viaggio agostano che il giornalista/scrittore/viaggiatore compie per Repubblica dal 2001, questo libro pubblicato nel 2008 (il viaggio era dell'agosto 2007) narra della ricerca, da parte di Rumiz, delle tracce lasciate, in Italia ma anche in Spagna, in Francia, e perfino in Turchia e in Armenia, dal condottiero che ebbe il coraggio di affrontare la Roma Avanti Cristo, mettendole si paura, ma anche, in un certo qual modo, rafforzandola e dandole gloria imperitura perenne.

"Seguimi," gli dice Maharbal, "io ti precederò con la cavalleria, perché i Romani sappiano che sei arrivato prima di sapere che stai per arrivare." Ma Annibale esita, chiede tempo per riflettere sul da farsi. Al che Maharbal gli risponde con una frase immortale: "E' chiaro che gli dèi non danno tutti gli doni a uno stesso uomo. E tu sai vincere, Annibale, ma non sai approfittare della vittoria". Vincere scis, Hannibal, victoria uti nescis.


C'è ben poco da descrivere, se un minimo conoscete Rumiz, questo giornalista triestino che, negli ultimi anni, ci ha insegnato una corretta maniera di viaggiare, sulle tracce di qualcosa di storico o sociale, cercando, con al fianco la storia, recente o antichissima, di trovare qualcosa di noi stessi. Un personaggio in grado di insegnarci, o di re-insegnarci la storia che a scuola non ci appassionava poi così tanto, e nel contempo di citare gli Almamegretta (pagina 119) e Neil Young (pagina 184); senza dimenticare brevi ma illuminanti riflessioni sul presente socio-politico.

Radici cristiane dell'Occidente? Prima delle radici cristiane ci furono le radici grache e romane, fondamento di un concetto di governo basato sul concetto di ius e sulla responsabilità che parte dal basso. Un'idea che fu semmai scardinata dal Cristianesimo, portatore di un'idea teocratica orientale che smantellava i legami trasversali fra élite e gettava i presupposti del culto della personalità, trasformando i capi supremi in "unti del Signore".


Un reporter con uno stile invidiabile e coinvolgente, ruspante ma al tempo stesso coltissimo, che riesce perfino, in un contesto principalmente storico, a farci riflettere perfino sulle differenze tra le guerre di pochi decenni or sono, rispetto a quelle odierne:

Qui (in riferimento ad Anogeia, Creta) nell'aprile del 1944 avvenne uno degli episodi più romanzeschi della Seconda guerra mondiale. Il futuro scrittore di viaggi inglese sir Patrick Leigh Fermor, allora trentenne, venne paracadutato in zona per coordinare la resistenza antinazista e decise una mossa inaudita: la cattura del generale Heinrich Kreipe, comandante della guarnigione a Creta. Un commando di partigiani greci travestiti da tedeschi mise a segno il colpo e nascose l'alto ufficiale in una grotta.
Un giorno Fermor vide che il tedesco, seduto all'ingresso della caverna, guardava incantato il Monte Ida ancora coperto di neve e mormorava in latino versi di Orazio: "Vides ut alta stet nive candidum Soracte", guarda il monte Soratte candido di neve alta. L'inglese, che conosceva bene il greco e il latino, proseguì il verso: "Nec jam sustineant onus silvae laborantes geluque flumina constisterint acuto".
Il tedesco si voltò, stupefatto. "Ach so, herr Major," disse. E Fermor, emozionato: "Jawohl, herr General". Significava: vedi, qualcosa ci accomuna, vecchio mio, anche se siamo nemici. Al che Kreipe, con un sorriso; "Vedo che abbiamo bevuto alle stesse fonti".
"Da quel momento in poi le cose furono diverse fra noi," mi raccontò Fermor sessant'anni dopo. "S'immagini," commentò pensando alla grossolana distruzione del patrimonio iracheno, "quant'erano preparati i militari una volta... Io ero stato mandato in Grecia perché avevo studiato Omero, e Kreipe aveva fatto otto anni di studi classici. Sono cose che non esistono più."


Uno scrittore, o come volete, giornalista oppure viaggiatore, che di sicuro ogni aspirante viaggiatore non deve lasciarsi scappare. Anche se, sono convinto, farebbe bene anche a chi non è così appassionato di viaggi.

20120716

chez jumbolò

Cous cous alle verdure e felafel

Per la serie "le grandi ricette di fassbinder", ecco un piatto, come al solito esotico, che si prepara in massimo 10 minuti.
Preparate un po' di cous cous di quelli precotti (bollite l'acqua con qualche goccia d'olio d'oliva e un pizzico di sale, quando bolle spegnete il fuoco, poi una manata di cous cous, tappate il tutto e lasciate "gonfiare"). Nel frattempo, spadellate una mezza confezione di verdure lesse miste surgelate in busta, aggiungendo un po' di mandorle pelate.
A parte, preparate una busta di falafel Luxor: bagnate il preparato con un poco di acqua, lasciate riposare 5 minuti, poi appallottolate 4/5 polpettine e friggetele in olio bollente.
Quando è tutto pronto, nel centro del piatto adagiate una montagnetta di cous cous, copritelo con le verdure e, se volete, spolverateci sopra un po' d'uvetta passa; collocate intorno i falafel, ed il risultato è, almeno visivamente, di grande impatto.

archibugio

Blunderbuss - Jack White (2012)


Sono almeno due mesi che ascolto e riascolto Blunderbuss, e ancora non ho capito se mi piace oppure no. Personalmente, non credo sia un bene. Che John Anthony Gillis fosse un genio, io, come altri, lo andavo ripetendo da anni, epoca White Stripes, e dopo averli visti alcune volte live mi sono ritrovato a pensare una campagna che lo liberasse da Meg White, che ho sempre visto come una palla al piede per lui. Dopo l'ultima parte della carriera di Jack, mi ritrovo a pensare di aver completamente sbagliato il giudizio (su Meg). Si, provate a rifletterci. Nonostante questo disco sia già da mesi osannato e considerato da eminenti riviste musicali come uno dei migliori del 2012, o altre cose (come quelle con The Raconteurs e con The Dead Weather) siano state salutate con ovazioni da stadio, al momento, quello che rimarrà nella storia universale, sono le cose che Jack ha fatto con i White Stripes, a cominciare dal tormentone di Seven Nation Army "stadizzato".
Detto questo, Blunderbuss è un pentolone elegantissimo e molto (pure troppo) vintage (non fosse altro che per gli strumenti usati), che raccoglie le sterminate influenze di Jack, da Elvis a Dylan, da Dolly Parton ai Led Zeppelin, e via discorrendo lungo tutto l'arcobaleno musicale del ventesimo secolo, con una serie di pezzi che presi singolarmente hanno un grande potenziale, ma che incastonati in un album spiazzano l'ascoltatore denotando una grande eterogeneità. Apprezzerete il disco, lo suonerete per un po', magari qualche settimana, poi lo metterete sullo scaffale virtuale e non lo ascolterete più. E quando sentirete nominare Jack White, partirà immediatamente nello stereo immaginario posto nella vostra testolina, Seven Nation Army. A volte le eredità non sono facili da gestire.

20120715

trattami bene

Tratame bien - di Pablo Lago e Susana Cardozo - Stagione 1 (37 episodi; El Trece) - 2009


Buenos Aires, Argentina. José e Sofìa sono una coppia sposata da oltre vent'anni, con due figli grandi, Helena e Damiàn. Hanno avuto già una crisi, ne sono usciti, ma adesso sono sull'orlo di un'altra crisi. José, di orgogliose origini armene, sta rovinando con i debiti il negozio che ha ereditato dal padre; ha una storia con una cugina, e sta cercando disperatamente di nasconderla a Sofia (i cui affari, al contrario, vanno a gonfie vele), ma la cugina in questione sembra sul punto di uscire allo scoperto. José e Sofia sono entrambi in terapia, e i loro due rispettivi analisti consigliano loro una terapia di coppia, presso un'altra analista ancora. I due accettano. Mentre i due figli cominciano a reclamare le proprie vite, José e Sofia cominciano una nuova avventura, lottando per tenere in piedi la loro storia, le loro vite.

Mentre guardavo i (ben) trentasette episodi da oltre quaranta minuti di questa fiction argentina, pensavo a due cose. Beh, in verità l'ho pensato dopo, perché mentre li guardavo non avevo tempo di pensare: mi stavo divertendo e ero solo curioso di vedere cosa succedeva in seguito. Ad ogni modo, le due cose sono le seguenti. La prima, se mi piacciono perfino le fiction televisive di questo paese, è proprio vero quello che mi dice spesso una cara amica di laggiù, e che mi conosce bene: prima o poi, ti trasferirai qua. La seconda: è un peccato che molti di voi non potranno vedere questa serie, per l'ostacolo della lingua (è ovvio che un prodotto che viene dall'Argentina non ha, neppure in rete, la diffusione, intendo con sottotitoli, di altri prodotti ben più famosi), perché è davvero un ottimo lavoro.
Tralasciamo una fotografia tipicamente televisiva, ma per tutto il resto, tanto di cappello. Una coppia di attori protagonisti esperta e in grandissima forma, Julio Chàvez (José), attore e regista di teatro, praticamente sconosciuto in Italia, ma del quale vi ho parlato recensendo El custodio e Un oso rojo, e Cecilia Roth (Sofia), conosciutissima anche da noi, non fosse altro che per tutti i film che ha fatto con Almodòvar, che danno entrambi una grande prova, una serie di attori di contorno ottimi, e alcune apparizioni di grande prestigio (faccio solo due nomi: Federico Luppi - qualcuno lo avrà visto ne Il labirinto del fauno, La spina del diavolo o in Machuca -, un "grande vecchio" davvero grande, e Leticia Brédice - Nove regine ma anche Segreti di famiglia di Coppola -), momenti di grande ilarità, tormentoni, situazioni difficili a livello di sentimenti, temi di attualità quotidiana nella vita di tutti, e non solo dal punto di vista sentimentale, che però rimane il tema conduttore. Intendiamoci però: non sto parlando di amori e tradimenti "da fiction", bensì di situazioni che risultano credibili al cento per cento.
Non siamo ai livelli delle produzioni statunitensi, ma siccome ognuno deve trovare la propria strada, il proprio stile, credo che Tratame bien sia davvero una bella serie, e che rispecchi le sue origini.

20120714

sorkin

Un reminder importante: è partito ormai da quattro settimane, su HBO, The Newsroom.
Ideato da Aaron Sorkin, con Jeff Daniels ed Emily Mortimer. Ancora una volta, grande televisione, stavolta anche "dal di dentro". Da guardare e ascoltare con grandissima attenzione: i dialoghi di Sorkin sono famosi per essere "a mitraglia".

cassettina 6 - new horizons

If I Had A Cent - The Hives
Coming Up Easy - Paolo Nutini
Send Away The Tigers - Manic Street Preachers
I'll Be Your Man - The Black Keys
Love Removal Machine - Great White
Wild Flower - The Cult
Bring It On - Nick Cave and the Bad Seeds
Alive - P.O.D.
I Need Some Fine Wine and You, You Need to Be Nicer - The Cardigans
So Here I Come - Neneh Cherry
Night City - The Sword
Don't Stop Believin' - Journey
Lifeline - Papa Roach
New Shoes - Paolo Nutini
Don't Leave Me (Ne Me Quitte Pas) - Regina Spektor
Born To - Jesca Hoop
Midnight Shifter - The Hives
You Belong With Me - Taylor Swift


Le cassettine precedenti.

20120713

le ruote di rinvio

The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Chords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do - Fiona Apple (2012)


Se non conoscete Fiona Apple, non so, forse è il caso che non vi avviciniate neppure al suo nuovo disco. Però, quello che vi voglio preannunciare è che se la top ten del 2011 era fatta principalmente da cantanti soliste, ho paura che quella di quest'anno sarà completamente composta dalle suddette. E non perché tutte facciano la stessa cosa, anzi. Fiona Apple ha oggi 34 anni, ha debuttato nel 1996 con lo splendido Tidal (a 19 anni, quindi), è figlia di una cantante e di un attore, la sua è una famiglia di artisti. E' stata stuprata a 12 anni. Il disco precedente, Extraordinary Machine, fu bloccato per lungo tempo dalla casa discografica. Sono passati ben sette anni da quel disco, e la ragazza di New York non ha perso un briciolo della sua ispirazione, della sua rabbia, del suo cinismo. The Idler Wheel non è un disco facile, è tutto il contrario. Vi occorreranno decine di ascolti per "entrarci" un minimo. Lo stile di Fiona si può definire jazz solo nel concetto, ma trovo che avant-garde le si addica maggiormente. Ribadisco l'accostamento con Tom Waits, che feci già in occasione della recensione di Extraordinary Machine: i rumori di contorno, definiti carnevaleschi da alcuni critici (in senso buono), la modulazione quasi teatrale della (stupenda, ancora una volta) voce. La sofferenza e la durezza che esprime al tempo stesso, invece, me la fa da sempre avvicinare alla migliore PJ Harvey. Ecco, se per caso non conoscete Fiona Apple, provate ad immaginarvi un ibrido del genere. Ascoltate, ad esempio, Regret.
Una parte importante nella riuscita di questo nuovo, complesso ma ottimo disco, mi pare sia da addebitare al co-produttore Charley Drayton, un multi-strumentista, anche lui newyorkese, che sul curriculum annovera collaborazioni con Keith Richards (ecco chiuso il cerchio con Tom Waits), Rolling Stones stessi, The Cult, Neil Young, Johnny Cash, Iggy Pop, Herbie Hancock (solo per citare i più famosi) e moltissimi altri, e che ha suonato quasi tutti gli strumenti che non ha suonato Fiona, ma, a mio parere, imponendo alle parti "movimentate" delle canzoni un incedere interessantissimo e sperimentale alla parte ritmica.
Probabilmente il mio pezzo favorito è Left Alone, una sorta di fuga jazzata dove percussioni e piano si inseguono sul pentagramma, ma l'intero disco, dall'apertura quasi morbida (ma occhio alle apparenze, con Fiona Apple) di Every Single Night, alla chiusura acapella (ma con percussioni sullo sfondo) di Hot Knife, merita ripetuti ed attenti ascolti. Un altro grande disco di questo 2012.

20120712

società di musica radiofonica

Radio Music Society - Esperanza Spalding (2012)


Quarto disco per la dotata bassista-cantante ventisettenne originaria di Portland. Nessuno si ricorderà, ma il disco precedente (con il quale sembra avere, notate il titolo, una sorta di continuità) l'avevo trovato dannatamente noioso: quest'ultimo, almeno sono riuscito ad ascoltarlo qualche volta in più. Non è niente male, se cercate del jazz piuttosto classico, ottimamente suonato, soffice, solo lievemente influenzato dalla bossa nova, cantato da una bella voce, che ha il pregio di non indugiare su inutili virtuosismi, e puntare al risultato. Ideale per fare da sottofondo ad una serata, durante la quale non volete immediatamente rivelare che la vostra band preferita sono i Motorhead.

20120711

cassettina 5 - shake your booty

Enough To Break Your Heart - Imperial State Electric
Night Walker - Black Bananas
Looking Through - Nada Surf
Hiway Nights - Great White
All Kinds Of Kinds - Miranda Lambert
A Veces Vuelvo - Catupecu Machu
If Only You - Basia Bulat
Tainted Love - Marilyn Manson
I Can't Stop Loving You - Van Halen
It's No Good - Depeche Mode
Perth - Bon Iver
Lonely Boy - The Black Keys
Hoppipolla - Sigur Ròs
You Don't Have To Say You Love Me - Dusty Springfield
The Drugs Don't Work - Ben Harper
Withdraw - Kimbra
Io cerco te - Il Teatro degli Orrori
Eyeoneye - Andrew Bird


Le cassettine precedenti.

20120710

nato e cresciuto

Born and Raised - John Mayer (2012)


Devo confessare che presto sempre attenzione alle annotazioni che i pochi, ma appassionati, lettori di questo blog mi fanno. Una di queste, è stata che spesso, io e un altro paio di amici (Monty e Filo), recensiamo gli stessi dischi a breve distanza. Quindi, negli ultimi tempi ci faccio attenzione, a meno che non ci sia un disco del quale devo parlare, perché secondo me è molto importante (e quindi, per dire, se qualcuno dei due amici avesse parlato del disco di Santigold, me ne sarei fregato). Fatta questa premessa, ho atteso quasi un mese dalla recensione che Monty ha scritto sul quinto disco del ragazzone americano del Connecticut. Un po' perché ne aveva parlato lui, un po' perché ho preferito ascoltare prima altre novità, e un po' perché un primo sommario ascolto non mi aveva impressionato granché.
Un'altra cosa, che tra l'altro dico spesso, è che per "entrare" nei dischi, negli ultimi anni, ho bisogno di una chiave d'accesso, che spesso è una canzone. E, sempre con quel suddetto primo ascolto, non l'avevo trovata. Oggi, invece, è arrivata. Come dal nulla. E mi ha trapassato il cuore, un po' come aveva fatto Belief, dal suo terzo disco Continuum, pezzo quella volta segnalatomi dall'amico Emiliano, che non sarà un espertone, ma sulla musica spesso ci prende.
E allora. Il pezzo in questione si intitola Shadow Days, ed oltre ad essere una bellissima canzone, semplice e diretta, ha il pregio di avere un testo di quelli che, con una sorta di trasfigurazione personalissima, raccontano di una vita che quasi vorrei aver vissuto, ma arriva ad una conclusione identica a quella alla quale sono arrivato io (su di me; lo so, non si capisce niente, ma siccome io mi sono capito, vi affido questo pensiero quasi criptico, nella speranza che mi capiate ugualmente). Per dire, che quando arriva al chorus, e sento Mayer che canta "I'm a good man, with a good heart, had a tough time, got a rough start, but I finally learned to let it go. Now I'm right here, and I'm right now, and I'm open, knowing somehow, that my shadow days are over, my shadow days are over now", sapete già cosa mi succede. E non posso farci assolutamente niente.
Il resto del disco è più che piacevole, e come già detto, Mayer mi ricorda moltissimo gli stili "surf" di Jack Johnson e Donavon Frankenreiter, ma con quel tocco country-folk in più, ed un songwriting sicuramente più variegato. Come se anche le sue canzoni fossero adatte ad essere suonate e cantate intorno ad un falò sulla spiaggia, ma anche in altri contesti. Adeguatamente rifinito, Born and Raised è un classico disco che non inventa niente, ma di sicuro non ti rompe i coglioni. Anzi.

20120709

scopamici

Friends with Benefits - di Scott Neustadter e Michael Weber - Stagione 1 (13 episodi; NBC) - 2011


Chicago. Sara, Riley, Ben, Aaron e Julian (nella foto da sinistra a destra), sono un gruppo di amici molto uniti tra di loro, ma hanno tutti dei problemi relazionali. Al punto che Ben e Sara diventano friends with benefits, scopamici. E Riley e Aaron sono sul punto di farlo. Ma tutti quanti sappiamo cosa succede quando si fa sesso spergiurando che non ci saranno conseguenze sentimentali.

Gli sceneggiatori di (500) giorni insieme, l'ho scoperto quando stavo facendo qualche ricerca per scrivere la recensione in proposito, hanno scritto anche una serie tv: questa. E casualmente, dico sul serio, l'ho vista proprio nel periodo in cui ho visto il film. La serie è un midseason replacement (così abbiamo imparato anche questo), ed era probabilmente destinata a non durare. Sono andati in onda 12 episodi in tv, ed uno, l'ultimo, è disponibile su iTunes, Amazon.com e Netflix.
La serie è carina e godibile, recitata da un manipolo di giovani attori che si danno da fare per avere un futuro, e può essere un passatempo relativamente divertente. Ma non ne sentiremo di certo la mancanza.
Direi che così può bastare.

20120708

come si cambia

Probabilmente non ve ne importerà niente, ma i blog servono a questo, alla fine. Ieri sera ho visto una cosa che mi ha fatto riflettere.
Vi ho già detto, qualche volta, che mio nipote è un po' la mia finestra sul futuro. Dunque, ieri sera, come l'anno passato, sono andato a vedere l'esibizione di karate della scuola che lui frequenta, alla festa parrocchiale. Quando l'ho visto, mi sono accorto che aveva una sorta di taglio alla moicana. Ho chiesto a mia sorella se gli aveva fatto "la cresta": mia sorella è parrucchiera. E lei mi ha detto "si, l'ha vista a Balotelli, e ha detto che la voleva anche lui, e che tiferà sempre per l'Italia".

Domenica scorsa sono terminati gli Europei di calcio di Polonia/Ucraina; mi sono visto tutte, ma proprio tutte le partite. Seppure il livello tecnico non sia stato eccelso, il calcio mi piace proprio; e poi questi eventi sono belli. E, tra le altre cose, il calcio deve piacermi davvero, visto che anche quest'anno ho resistito allo spettacolo offerto dal Livorno. L'Italia ha perso in finale, presa a pallonate da una Spagna troppo forte, troppo più forte di tutti, una nazionale che ha vinto gli Europei di quattro anni fa e i Mondiali di due anni fa. Tifavo per l'Italia? Moderatamente. Ci sono rimasto male? Nemmeno un po'. Vi ricorderete che la Nazionale di Lippi non riuscivo proprio a farmela rimanere simpatica. Ho letto, anche da fonti che considero spesso condivisibili, aspre critiche al cosiddetto tifo contro. Non mi va di discutere: ognuno è libero, in questo campo, di pensarla come gli pare. Due anni fa ero davvero arrabbiato, e mi rimanevano antipatici un sacco di componenti della squadra. Adesso molto meno, ma odiare la Nazionale del Paese dove sono nato, cresciuto, e dove vivo, mi è servito ad essere più obiettivo, e a starci molto meno male. E' vero che, se l'Italia avesse vinto, non avrei goduto quanto godetti nel 1982, non sarei sceso in strada a festeggiare, non sarei andato a fare il bagno di notte avvolto in un bandierone tricolore comprato per l'occasione (al mercatino americano di Livorno). Non fa niente, ho imparato che nella vita le cose davvero importanti sono altre, e c'è un tempo per ogni cosa.
Prandelli mi sembra una persona per bene. I calciatori di oggi sono dei tamarri ai livelli dei protagonisti di Sons of Anarchy, ma lo sono tutti, di tutte le nazionali. Balotelli è un gran bel calciatore, con una testa che spesso sembra vuota. Va bene così: come diceva Frengo-e-stop di albanesiana memoria, il calcio è un gioco-gioco. Va bene che a mio nipote piaccia SuperMario. Va bene che io sia molto tiepido verso la Nazionale. Ognuno deve fare la sua strada. Anche per quanto riguarda il calcio.

20120707

a cosa serve un orso?

?Para que sirve un oso? - di Tom Fernàndez (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: firmetto, però posto esagerato

Antartide. Guillermo, biologo che ha molto a cuore il problema del surriscaldamento globale, sta conducendo studi in proposito, ma capisce che a nessuno importa molto. Decide quindi di lasciare la ricerca, e di tornare a casa. Li c'è Josephine, la donna di origini inglesi che ha cresciuto lui e suo fratello quando sono rimasti orfani, che continua a prendersi cura della casa di famiglia. Nel frattempo, il fratello Alejandro si è ritirato in un bosco nelle Asturie, insieme al suo apprendista statunitense Vincent. Alejandro è uno zoologo, ed è deciso a salvare il suddetto bosco dalla cementificazione imminente. Il piano è dimostrare che in quel bosco vivono ancora gli orsi bruni, che una volta erano numerosi, ma che adesso sono quasi scomparsi. Tutti i metodi da lui messi in atto, decisamente arcaici ed anticonvenzionali, non sembrano funzionare. Josephine obbliga Guillermo ad andare a trovare il fratello, nella speranza che questi convinca il biologo a non mollare. Nel delizioso paesino vicino all'accampamento di Alejando e Vincent, vive Natalia, una giovane vedova di un alpinista, con la figlia Daniela, piccola ma già con un forte spirito di avventura e curiosità. La sua maestra elementare è la bella Rosa, poco sensibile alle tematiche ambientali. Natalia è veterinaria, e conosce Alejandro.

Vi dirò la verità: sono andato a cercarmi questo "piccolo" film spagnolo esclusivamente per vedere Oona Chaplin (Talisa Maegyr nella seconda stagione di Game of Thrones) all'opera, e parlante castigliano. Come vi ho già detto, la signorina è nipote del grande Charlie, ed è spagnola, seppur giramondo e di madre anglo-statunitense (Geraldine, appunto, la figlia di Charlot). Secondo lungometraggio del regista spagnolo, è una commedia a sfondo ecologista, modesta senza dubbio, ma non per questo da buttare. Recitata più che dignitosamente da un cast ricco, che pare divertirsi un mondo, ha il merito del messaggio, e, grazie alla bella fotografia, di mostrarci in tutta la sua meraviglia la regione asturiana. Si fanno quattro risate, non ci sono battute grossolane, parolacce o gag volgari, è adatto anche ai bambini.
Josephine è interpretata da Geraldine Chaplin (tutto in famiglia), la bella Oona è la maestrina Rosa, Guillermo è Javier Càmara, da noi conosciuto per Parla con lei, Fuori menù e molti altri film spagnoli, Alejandro è Gonzalo de Castro, un bravissimo attore teatrale, Natalia è Emma Suàrez, vista in molti film di Julio Medem, Vincent è lo statunitense Jesse Johnson, e Daniela è la piccola Sira Garcìa, al debutto ma convincente e simpaticissima.

20120706

padrona della mia finzione

Master of My Make-Believe - Santigold (2012)


Ed eccolo, finalmente, (modalità luogo comune on) l'attesissimo secondo album (modalità luogo comune off) di Santi White, the artist formerly know as Santogold, e adesso, a causa di una controversia sul nome, conosciuta come Santigold. Sono passati praticamente quattro lunghi anni dal suo debutto, che mi impressionò non poco (non solo a me, evidentemente), e devo ammettere che ero decisamente curioso di ascoltare le sue nuove cose. La terribile prova, a mio parere, è superata con un buon voto: Master of My Make-Believe è, fino ad ora, una delle migliori cose ascoltate nel 2012. Ve lo dico così, senza pensare troppo alle conseguenze. Con Bjork che si palesa solo ogni tanto, e una notevole normalizzazione della musica, c'è assoluto bisogno di chi osa, chi mescola (non solo) le carte, e se ne esce con dischi del genere.
L'apertura è affidata al singolo che ha preceduto di svariati mesi l'album (ma io, con il mio snobismo che a volte schifa anche me stesso, me ne sono tenuto ampiamente alla larga): GO!, cantato insieme a nientemeno che Karen O degli Yeah Yeah Yeahs, quindi un'altra ragazza terribile, e le cose sono subito molto chiare. Elettronica a manetta, ritmi incalzanti, beat veloci, suoni e voci in loop. E il buonumore, non perché il disco diverta, bensì perché quando c'è della buona musica tutto sembra migliore, si impossessa dell'ascoltatore. Santi, però, non è una tipa che dimentica, o non sa scrivere, delle buone melodie. Ecco quindi che si prosegue con una serie di brani che martellano elettronicamente, introducono patterns metallici, ma risultano melodicamente accattivanti, e sui quali la stessa Santi cambia registro, mostrandoceli tutti, indovinandone altrettanti. Disparate Youth rallenta, God From The Machine ancora di più, ma diventa marziale e genera una grande atmosfera, Fame, primo pezzo dove c'è lo zampino di Dave Sitek (TV on the Radio) parte sincopata e poi si apre in un gran bel chorus, Freak Like Me le somiglia un poco, e, seppur inferiore, fa muovere tutto il corpo come una sorta di dub secco e fortemente elettronico.
Su This Isn't Our Parade c'è ancora Sitek che scrive, e c'è da dire che questo pezzo electro-dark risulta uno dei più belli del disco. Potrebbero essere i Japan versione low-fi, ma certo la voce di Santi ci porta in una dimensione del tutto distante. Non meno valida, sia chiaro. Ma ecco che improvvisamente, un inizio che potrebbe essere da ballata pop, se non fosse così scarnificata, ci introduce dentro il pezzo che è davvero il più bello del disco, quello che spesso risulta la chiave d'accesso, quello che anche se ti addormenti al sole mentre lo ascolti in cuffia, ti rimane in testa pure se dormivi. The Riot's Gone potrebbe essere un classico già tra qualche mese. Se, soprattutto in questi ultimi due pezzi, vi sembrerà che la voce di Santi somigli a quella di Karen O, non stupitevi: su questi, oltre che su altri due, c'è la firma di Nick Zinner, chitarrista degli Yeah Yeah Yeahs (e siamo davvero dalle parti della loro Maps). Difficile proseguire, ma Pirate In The Water torna sul buon dub e non è poi malaccio, The Keepers è una cavalcata elettronica ma di gran classe, e sicuramente rientra tra i pezzi migliori (dopo GO!, Big Mouth e Disparate Youth sarà il prossimo singolo), Look At These Hoes è un breakbeat divertentissimo. Chiude la già citata Big Mouth, un altro pezzo estremamente vario e sincopato, che ad un certo punto parte per la tangente e diventa un carnevale di percussioni incessanti e sintetizzatori che strombazzano come impazziti.
Sia Santi-ficato il suo nome.

20120705

l'assenza

The Absence - Melody Gardot (2012)


Si si si, siamo pure d'accordo, che c'è forse troppo "mondo", troppe influenze, tra le più disparate, nel terzo disco di Melody Gardot. C'è naturalmente l'amata bossa nova, ma, oltre al produttore brasiliano (Heitor Pereira) c'è molto altro Brasile (soft samba come l'iniziale, e già splendida, Mira, pezzi strappamutande - ma educati - come Se voce me ama, che se fosse di Caetano Veloso sarebbe già un classico), c'è una roba jazz chiamiamola old school come Goodbye (con l'immancabile Jesse Harris), c'è il sapore afrocaraibico di Iemanja, c'è un retrogusto di milonga nel finale di Impossible Love, c'è una cosa quasi waitsiana come If I Tell I Love You, ci sono due pezzi, lenti, traboccanti di cuori spezzati, relativamente classici, meravigliosamente interpretati, come  So We Meet Again My Heartache e My Heart Won't Have It Any Other Way. Ma, dico, che classe!
Ascoltatelo, questo disco. E non per fare i fighi, facendo finta di averlo per caso nel lettore cd dell'auto, e bullarvi con le donne. Ascoltatelo per voi. For your own pleasure.
Ti amo, Melody. Anche se non sei quella sulla copertina.

20120704

The Marriage Plot

La trama del matrimonio - di Jeffrey Eugenides (2011)


Dalla finestra videro un elicottero atterrare sulla spiaggia. Nel parcheggio c'erano i furgoni di tre canali televisivi satellitari. Si vestirono in fretta e furia e corsero all'auditorium, dove appresero che in Nobel non era stato assegnato a Michael Zolodnek, bensì a Diane MacGregor. Tutti i posti a sedere nell'anfiteatro erano già occupati dai giornalisti e dallo staff di Pilgrim Lake. In piedi in fondo alla sala, Madeleine e Leonard guardarono Malkiel scortare Diane MacGregor fino a un podio coperto da una selva di microfoni. La scienziata indossava un vecchio impermeabile e stivaloni di gomma, esattamente come le poche volte che Madeleine l'aveva vista portare a passeggio il suo cane barbone nero sulla spiaggia. Aveva fatto un tentativo di sistemarsi un po' i capelli bianchi per la conferenza stampa. Questo dettaglio, insieme alla corporatura minuta, la faceva sembrare una bambina, nonostante l'età. Sorrideva e ammiccava, sopraffatta. Iniziarono le domande:
"Dottoressa MacGregor, dov'era quando le hanno dato la notizia?"
"Dormivo. Proprio come in questo momento."
"Potrebbe dirci di che cosa trattano i suoi studi?"
"Potrei. Ma poi sareste voi a dormire."
"Come impiegherà il denaro?"
"Lo spenderò."


1982. I laureandi della Brown University, a Providence, Rhode Island, stanno per avere la loro cerimonia, dopo di che lasceranno i loro ricordi per prendere la loro strada nel mondo. Tra loro c'è Madeleine Hanna, una bella ragazza WASP "la cui vita amorosa non è mai stata all'altezza delle proprie aspettative". E' irrimediabilmente romantica, e pure un po' fuori tempo: rimane attaccata ai romanzi inglesi dell'epoca Vittoriana, mentre intorno a lei tutti leggono Barthes e Derrida, e studiano lo strutturalismo. Ed è l'unica a non aver capito che il suo ultimo fidanzato, il lunatico, strano ma affascinante Leonard Bankhead, soffre di profonde crisi depressive. Soffrendo, ma avendo ormai deciso di essere legata a Leonard, anche perché folgorata da Frammenti di un discorso amoroso (si ama l'amore più dell'amato), dopo aver realizzato la malattia dell'amato, decide di rimanere al suo fianco, di "guarirlo". Nel frattempo, e non da poco tempo, bensì dall'inizio della loro permanenza alla Brown, Mitchell Grammaticus, continua a struggersi d'amore per Madeleine, e a sperare, un giorno, di sposarla. Appassionato di teologia, eccelle nella materia, e, essendo l'interesse di Madeleine rivolto a Leonard, decide che la sua personale ricerca di spiritualità è l'unico altro interesse che ha, al momento. Parte quindi, dopo la laurea, per un viaggio attraverso l'Europa, per arrivare, alla fine, in India. Chissà se Madeleine e Leonard rimarranno insieme. Chissà se Mitchell rivedrà Madeleine.

Fu durante una di quelle passeggiate che scoprì la Friends Meeting House. Si era fermato a leggere il cippo storico vicino all'ultimo albero sopravvissuto del campo di battaglia. A metà del testo si era reso conto che la "Quercia della libertà" commemorata del cippo era stata uccisa da un parassita anni addietro, e che l'albero attuale era solo un rimpiazzo, di una varietà più resistente alle infestazioni di insetti, meno bello e più piccolo. Una lezione di storia in sé che valeva per molte cose americane. Riprese a camminare lungo la strada di ghiaia fino al parcheggio alberato nel precinto dei quaccheri.


Ognuno ha le sue fisse personali. Jeffrey Eugenides è una delle mie, a livello letterario. Ricordo che, anni fa, andando a Roma in treno per un concerto, capitai nello scompartimento con uno dei redattori storici di una famosa rivista musicale italiana, che mi disse di essersi dedicato, negli ultimi anni, più alla critica letteraria che a quella musicale; dopo aver convenuto con me, che sostenevo l'importanza fondamentale di American Psycho di Bret Easton Ellis nella letteratura degli ultimi 25 anni, mi chiese cosa stessi leggendo. Era Middlesex, il secondo libro (in dieci anni) di Eugenides: lui stava organizzando una sua intervista (oltre ad andare a vedere lo stesso concerto a cui ero diretto). Ho letto Le vergini suicide, il suo debutto del 1993, appena uscì: Eugenides era "sponsorizzato", così come Donna Tartt, dallo stesso Ellis e da McInerney (ho raccontato questa storia talmente tante volte che mi sono venuto a noia da solo). Non mi delusero, anzi. Il film della Coppola (Il giardino delle vergini suicide) gli diede una certa notorietà. Il suo secondo libro, uscito a quasi dieci anni di distanza, il già citato Middlesex, è a mio parere uno dei libri più belli degli ultimi anni. Questo La trama del matrimonio, uscito nel 2011, non è probabilmente altrettanto bello, ma è senza dubbio la dimostrazione di quanto questo scrittore sia capace di raccontare l'amore in ogni sua più recondita sfaccettatura, e di creare personaggi talmente vivi che, come capita alla fine di ogni bel libro, il lettore ne sente immediatamente la mancanza. Intriso di cultura letteraria, più omaggiante che autocompiacente, meno "storico" del precedente, ma non meno capace di disegnare un passato prossimo e tratteggiarlo in modo vivido e quasi visibile, capace di invenzioni geniali (il personaggio citato in apertura di recensione, Diane MacGregor, che i più informati dicono essere ispirato alla figura reale nonché premio Nobel Barbara McClintock), dolentemente autobiografico (leggete la sua bio), questo libro vibra d'amore e di quel dolore "passeggero" delle prime delusioni della vita adulta, quelle delle quali sempre si dice "un giorno rideremo di tutto questo". Poco meno di cinquecento pagine da divorare col cuore in mano, ma durante le quali non mancheranno i sorrisi. Il finale è uno dei più belli mai letti. Che deve fare di più uno scrittore?

Nessuno si innamorerebbe se non avesse mai sentito parlare dell'amore.

20120703

il mezcal e il cobra

El Mezcal y la Cobra - Catupecu Machu (2011)


Imperterrito, così come i Catupecu, e sempre con un po' di ritardo (stavolta neanche tanto, il disco è uscito a dicembre 2011), continuo a segnalarvi le cose di questa ormai storica band argentina, capitanata dal leader incontrastato Fernando Ruiz Dìaz, chitarra e voce. Ennesimo cambio di formazione, rispetto al precedente Simetria de Moebius, esce Javier Herrlein ed entra Agustìn Rocino alla batteria (tutti i quattro membri attuali, però, sono stati bassisti, curiosamente; la cosa, se ci fate caso, si nota nelle atmosfere e nelle scelte di tonalità), c'è da annotare anche il cambio del manager. Detto questo, il nuovo lavoro prosegue sulla falsariga del cambio che si notava nel precedente disco, e cioè un deciso innesto dell'elettronica su basi hard rock, che da sempre caratterizzano i Catupecu, e una spiccata attenzione al ballo, inteso come danza tribale. Non dimenticando le melodie, specialità che alla band argentina è sempre riuscita bene, ecco un prodotto che sicuramente, per noi europei risulta decisamente fuori dagli schemi, ma non per questo meno valido.
I pezzi di questo album sono tesi, intrisi di una particolare atmosfera sempre in crescendo. Le melodie di cui sopra, a differenza dell'album precedente, spesso riescono finalmente ad esplodere, arrivando al climax dopo strofe veloci e serrate. I ritmi, come si diceva prima a proposito dell'elemento tribale della danza, sono incessanti e, appunti, danzerecci ma non da discoteca. Al solito, grandi pezzi, ai quali la splendida (ancora una volta lo ripeto finché non vi convincerete tutti ad ascoltarla almeno una volta) voce di Fernando dà valore aggiunto: Metropolis Nueva, Cristalizado, la ballata Musas, l'indiavolata El toro terciopelo, il robustissimo mid-tempo Klimt .......Pintemos, e il top del disco, la meravigliosa Vi llover, dove l'esperienza semi-acustica del doppio Laberintos entre aristas y dialectos, del 2007, viene messa a frutto in maniera più che brillante. Questo pezzo, sul quale vale la pena di soffermarsi, è davvero bellissimo, strutturato a livello strumentale, non complicato a livello di forma canzone, ma cesellato finemente. La classica ciliegina sulla torta.
Ancora un ennesimo disco degno di nota, per la band di Villa Luro.

20120702

armonico

Harmonic - Philm (2012)


Per chi si "occupa" anche di rock chiamiamolo pesante, un progetto che coinvolge il (supremo) batterista che risponde al nome di Dave Lombardo è una roba che merita attenzione. Per chi avesse ascoltato tutta la vita Barbra Streisand, chiariamo che Lombardo, che scopro solo oggi essere nato a L'Avana, Cuba (ma dall'età di due anni emigrato con la famiglia in California), è stato (ed è tutt'oggi) il batterista degli Slayer, e di altri progetti, tra cui alcuni con Mike Patton (tipo i Fantomas), uno che potrebbe suonare le parti del 90% degli altri batteristi con una mano legata dietro la schiena e facendo i palleggi con uno dei due piedi. I Philm sono un trio, completato da Gerry Nestler alla voce e alla chitarra (già nei Civil Defiance), e da Pancho Tomaselli (bassista nell'ultima line-up dei War, proprio quelli, originariamente, di Eric Burdon) al basso, due musicisti poco conosciuti, ma tutt'altro che sprovveduti, anzi.
Il disco è vario, forse troppo, ma comunque interessante, anche se sicuramente non una bomba, come qualcuno si è azzardato a sostenere. Si parte con un tiro post-hardcore che ricorda alternativamente Fugazi, Prong e Primus (vi avverto, qualcuno potrebbe sentirci perfino i nostri Il Teatro degli Orrori), e si arriva a pezzi come la title-track che sa di sperimentazione e di atmosfere quasi pinkfloydiane, fino a cose come Exuberance, decisamente free-jazz, ma anche space-rock.
Niente di realmente troppo nuovo, per chi ha "frequentato" certi campi sonori, ma tutto suonato benissimo e con una cattiveria invidiabile.

20120701

i ragazzi non piangono

Boys Don't Cry - Rumer (2012)


Devo dire che ero abbastanza eccitato quando ho saputo che l'inglese di Islamabad, Sarah Joyce in arte Rumer, stava per far uscire il suo (difficile, sempre difficile) secondo album. Poi l'ho ascoltato più e più volte, e non era un brutto disco, ma mancava qualcosa, ed ero qua che riflettevo, chiaramente dormendo sul divano, su come spiegarlo a voi, care lettrici e cari lettori, voi che pendete dalle mie righe per ascoltare cose nuove ma anche no. Come faccio di solito, mi sono messo a navigare per vedere cosa si diceva in giro. Checché se ne dica, la stampa inglese, almeno una parte, riesce spesso a risultare la migliore, in casi come questi. Ecco che mi trovo a sposare completamente la recensione di Kitty Empire su The Observer, una recensione rispettosa, cinica e divertente al tempo stesso (e che, consentitemi di scendere in particolari, soddisferà perfino l'amico Monty, nel passaggio dove la Empire definisce Townes Van Zandt "widely acknowledged master of misery", qualcosa vicino a "largamente riconosciuto maestro della povertà", o roba simile).
Ricapitoliamo. Rumer ha una gran voce, ed una fortissima influenza bacharachiana, con una predilezione verso un certo tipo di musica degli anni '70. Ha questo stile che potremmo situare a cavallo di una sorta di jazz-pop, qualcosa definibile anche come musica leggera impegnata. Riesce ad inglobare miriadi di influenze musicali con leggerezza e naturalezza, a risultare ascoltabile, gradevole, perfino allegra, seppure la sua voce appaia profondamente triste. E' un po' la dimostrazione di come la musica può arrivare a guarire profonde ferite dell'anima. Certe notizie sulla sua vita privata non erano disponibili all'epoca del primo disco, ma adesso si capisce qualcosa in più. Settima di sette fratelli, Sarah nasce in Pakistan per caso: il marito della madre è un ingegnere inglese che sta lavorando alla costruzione della diga di Tarbela. Lei è il frutto della relazione della madre col cuoco pakistano dell'insediamento dei lavoratori inglesi, e nessuno, a parte la madre, sa della differenza tra lei e i fratelli. In seguito, i genitori divorziano, la madre si ammala e muore di cancro al seno, lei comincia a scrivere canzoni, va in Pakistan per conoscere il padre biologico ma scopre che è morto qualche mese prima.
Detto questo, Boys Don't Cry è il secondo disco, ma è un modo di aggirare le difficoltà (di cui sopra, e di caparezziana memoria): è, infatti, un disco fatto da cover di artisti maschi (da qui l'ironico titolo, credo), datate intorno agli anni '70. Artisti conosciuti e no, perché l'elenco comprende Richie Havens (It Could be the First Day), appunto Townes Van Zandt (con la vibrante Flyin' Shoes), addirittura Hall & Oates (con, pensate un po' l'ironia, Sara Smile), Jimmy Webb (con la spiazzante, apparentemente allegra e amaramente ironica P.F. Sloan), Isaac Hayes (con l'ottima Soulsville, dove Rumer fornisce probabilmente la prova vocale più importante del disco), e così via. Una serie di cover affrontate con grande professionalità, e perfino una discreta intensità e trasporto, ma che non soddisfa fino in fondo chi avrebbe voluto qualcosa di veramente suo: una (altra) stagione della sua anima.

20120630

separati alla nascita

Francesco Facchinetti ex DJ Francesco, nullologo
Claudio Marchisio, calciatore (Juventus, Italia)

20120629

separati alla nascita

Michael C. Hall, attore (Dexter)
Képler Laveran Lima Ferreira, detto Pepe, calciatore (Real Madrid, Portogallo)

Tourism

Turismo - di Nirpal Singh Dhaliwal (2008)


L'amica di Cecily se ne stava al centro della stanza, tesa, con le mani intrecciate e gli occhi fissi sul pavimento. Era più rotonda, con i fianchi ampi e le cosce grassocce; nel complesso era più attraente e sexy della sua amica. Aveva i capelli scuri e ricci, caldi occhi castani e una traccia di acne sulla fronte e sull'attaccatura del naso. Mi sorrise dolcemente, con aria imbarazzata. Non era sovrappeso, ma era consapevole della sua figura che, a differenza di quella di Cecily, non era stata modellata dal vomito e dal pilates.


Bhupinder Singh Johal è un londinese nato da genitori indiani sikh, nel sobborgo di Southall, non certo un quartiere raffinato. Non ha ancora trent'anni, ma è già annoiato a morte dalla vita. Lo troviamo, all'inizio del romanzo, in Puglia, mentre sbava su una ragazzina forse diciottenne, ma si fa abbordare dallo zio gay, per rimediare qualche notte con un tetto sulla testa gratis, e qualche pasto a sbafo. E' ad un punto piuttosto basso della sua esistenza, ed è così che inizia a raccontare come è arrivato fin lì. Nella Londra blairiana, i suoi amici fraterni sono Luca, un dj alcolizzato senza un futuro, la cui madre sta morendo di cancro, Michael, un ragazzo di origini caraibiche che tenta invano di diventare giornalista, e si ricicla artista concettuale con l'aiuto della fidanzata, artista già affermata, che non vede di buon occhio la sua amicizia con Bhupinder, e Rory, un ragazzo gay molto ricco che riesce a fare coming out grazie all'involontario aiuto di Bhupinder. Bhupinder, per tutti Puppy, vorrebbe fare lo scrittore, ma nel frattempo si è riciclato come giornalista freelance, uno di quelli che scrive recensioni cambiando qualche parola alle cartelle stampa di accompagnamento. Follemente innamorato della ricca, irraggiungibile Sarupa, anche lei di origini indiane e con un padre ben introdotto negli ambienti londinesi che contano, promessa sposa e fidanzata felice con Duncan, un ricco e annoiato giovane londinese, Puppy riesce finalmente a farsi considerare da Sarupa casualmente: mentre aspetta gli amici per una bevuta, abborda Sophie, un'aspirante modella ricca di famiglia e anoressica per status, e senza volerlo ci si fidanza, e, rimasto senza casa, si trasferisce da lei, che è ben contenta, essendo innamorata, di riceverlo nella sua vita. Poco dopo averla conosciuta, Puppy scopre che Sophie è nientemeno che la cugina di Duncan, e molto amica di Sarupa.

Donald è un californiano nerboruto e capellone, sua moglie una smunta bohémienne inglese di buona famiglia. Indossano caffettani e gioielli etnici, leggono libri di Ram Das, recitano preghiere in sanscrito e seguono una scarna dieta rigorosamente vegana. Hanno la pelle arancione scuro e ricoperta di scaglie, tipica di chi si espone troppo al sole; la loro corporatura è elastica e ossuta. Hanno una cinquantina d'anni e pensano di aver resistito ai colpi dell'età e di aver trasceso il mondo materiale. Di fatto, sono solo dei bianchi strampalati che stanno invecchiando, denutriti e incapaci di accettare la realtà. In India, l'Occidente si replica sotto forma di farsa, mentre negli occidentali l'India si replica sotto forma di tragedia.


Lessi di questo libro qualche anno fa, probabilmente proprio poco dopo la sua traduzione italiana, uscita appunto nel 2008. Mi intrigò, ma non lo trovai da nessuna parte. Ho conservato il ritaglio del giornale dove lessi un articolo a proposito, finché di recente, con colpevole ritardo, ho scoperto amazon.it, e l'ho finalmente comprato. Ho atteso ancora un po', perché fosse il momento giusto, e poi l'ho letto.

Michael annuì e finì il suo caffè. Lo osservai alzarsi, appoggiare la tazza nel lavello e uscire. Era ben oltre il metro e ottanta d'altezza, ed era un interessante miscuglio caraibico - pelle nera come il carbone, occhi europei color nocciola e lineamenti eleganti, quasi asiatici, combinati con la possente corporatura tipica dell'Africa occidentale perfezionata dalla schiavitù, dalle severe leggi della selezione naturale. E' magnifico se si pensa che nella loro smania di ricchezza i musi bianchi hanno creato i corpi che le loro donne vogliono scopare più di ogni altro.


E', fin'ora, l'unico romanzo di questo autore, che rifiuta di essere definito anglo-indiano, essendo, come il protagonista del romanzo, nato a West London, anche se da genitori Punjabi (pare che spesso puntualizzasse di essere stato in India solo una volta nel 1982, altro punto di contatto col personaggio del romanzo; sembra che però, adesso spesso risieda a New Delhi). L'autore è stato al centro di diverse polemiche, soprattutto in patria, innanzitutto perché è stato sposato per un periodo non breve con la famosa giornalista di moda Liz Jones, ex anoressica e molto più vecchia di lui; la Jones dopo la separazione ha raccontato, in termini non certo lusinghieri, il loro matrimonio (la descrizione dell'allora marito assomiglia molto a quella che Dhaliwal dà di Puppy; certo, nonostante il libro sia dedicato anche a lei, e sia presente nei ringraziamenti - per avermi aiutato a scrivere questo libro e per aver cambiato la mia vita -, alcuni tratti che potrebbero essere riferiti alla Jones sono presenti sia nel personaggio di Sophie, sia in altri); inoltre, si è espresso spesso, sia nel libro, sia nelle interviste, contro alcuni scrittori e scrittrici inglesi di origine coloniale, sostenendo che raccontano solo favolette e non conoscono gli ambienti dei quali parlano, mentre lui si.

"Con il lavoro che faccio adesso, mi resta a malapena un po' di tempo libero. Ma la baby-sitter è bravissima, e poi Ben torna a casa presto. Prepara la cena e mette a letto Olivia... Vero, tesoro?" Guardò Ben, che si fissava le mani appoggiate sulle ginocchia. Mi piaceva Ghislaine. Incarnava i valori delle donne moderne: in carriera e madre, curava il proprio aspetto ed era sposata con un rammollito in sottane che comandava a bacchetta. Donne come lei dominerebbero il mondo.


Tralasciando il gossip e la biografia dell'autore, il libro a mio parere è più che valido. Lo avevano paragonato a Houellebecq, ed in effetti chi lo ha fatto non ha sbagliato. C'è lo stesso nichilismo, lo stesso dolore di vivere, lo stesso fatalismo, lo stesso atteggiamento politicamente scorretto. Scrittura scorrevole, ottimo e caustico senso dell'umorismo, una trama ben costruita, seppur complessa nei suoi flashback e flash forward.

Le ultime due settimane, disse Sophie, erano state un'ottima opportunità per fare shopping e un sacco di lavoro su di sé. Che cazzo volesse dire non lo sapeva nessuno. Sophie era tornata piena di idee e di entusiasmo; mi stava facendo girare i coglioni a mille. Continuava a leggere i passaggi che aveva sottolineato in un libro regalatole da Mika, "La felicità non costa nulla, ed è più facile di quanto si creda!" Guardai il titolo e desiderai davvero che fosse così, canticchiando mentalmente una canzoncina in modo da non sentire una parola.


Perfino il finale, anche se decisamente intuibile, è valido e lascia l'amaro in bocca, è dolente ma induce un sottile senso di speranza. L'autore, quindi, lascia intravedere capacità di emozionare, di descrivere, in un mare di pessimismo e con un attitudine molto no future, anche sentimenti profondi. Nelle apparenti sparate politicamente scorrette, ci sono riflessioni che non andrebbero trascurate, sulle relazioni inter-etniche, soprattutto in società post-coloniali. Insomma, Dhaliwal non è per niente uno scemo, anche se sicuramente si diverte a fare il provocatore. E spero si rifaccia sentire presto con un altro bel romanzo.

KinQ veniva dai bassifondi di South Central L.A.; non era una femminuccia. Lo stesso non si poteva dire dei frocetti che ancheggiavano in pista seguendo la sua canzone. Il locale era pieno di faggamuffin e homeysexual - quei gay che adottano vestiti, modi e gergo tipici di reggae e hip hop - che si muovevano eleganti sulla musica, cercando nel contempo di darsi un'aria da maschioni scontrosi. Era inevitabile che la cultura gay si fondesse con la musica rap; hanno così tanto in comune: dissolutezza, consumi cospicui, misoginia e fascismo del corpo. KinQ ci era arrivato per primo; sarebbe diventato una star.

20120628

separati alla nascita

Raul Meireles, calciatore (Chelsea, Portogallo)
Andre Agassi, tennista

Louis C.K.

Louie - di Louis C.K. - Stagioni 1 e 2 (26 episodi; FX) - 2010/2011






Louie vive a Manhattan, ed è uno stand-up comedian, un comico di quelli che si presentano da soli sul palco e parlano a ruota libera, divertendo. E' divorziato, ha due figlie, una di nove e l'altra di cinque anni, ed ha l'affidamento congiunto delle piccole, d'accordo con la madre/ex moglie. La serie ci mostra Louie alternativamente sui piccoli palchi del Comedy Cellar e del Carolines, di Manhattan, durante le sue performance, oppure anche in altre circostanze, facendo i suoi spettacoli, e in momenti della sua vita di tutti i giorni, alle prese con l'educazione delle figlie, con i loro impegni scolastici, in momenti congiunti col fratello, con i parenti, con gli amici spesso comici anche loro, o ancora in appuntamenti con donne, col suo medico, col suo psicanalista. Gli episodi, solitamente della durata di poco più di una ventina di minuti (a parte uno, Duckling, che ha una durata doppia), hanno spesso un doppio titolo, proprio perché le storylines sono due; questa però non è assolutamente una regola. La serie è piuttosto "libera", a basso budget, con recitazioni molto spontanee.

Segnalatami dall'amico Buzz (che ringrazio), Louie è una delle molte sorprese positive che le televisioni statunitensi spesso offrono. Interamente "fatta" dal vero stand-up comedian Louis C.K., piuttosto conosciuto negli USA, che ne è ideatore, regista, attore principale, montatore e produttore, Louie è brillante, sorprendente, spiazzante. C.K., assoluto mattatore della serie, è un comico che dietro il suo approccio greve, molto basato sul sesso e sulle sue esperienze personali virate in chiave comica, ha poco da invidiare al miglior Woody Allen, al quale è stato spesso paragonato. Il personaggio che interpreta nella serie ha moltissime similitudini con la sua vera esperienza di vita, e stavolta c'è da dire che ha fatto davvero centro; infatti, C.K. aveva già tentato la fortuna in tv con Lucky Louie, una sit-com (anch'essa ispirata alla sua vita familiare) andata in onda nel 2006 su HBO per 12 episodi, e poi cancellata (ne vediamo una parodia in un episodio di Louie). La sua partner femminile in quel caso era Pamela Adlon, la "nostra" amatissima Marcy Runkle di Californication, che è rimasta molto legata a C.K., tanto che in Louie appare come personaggio ricorrente (Pamela), e come consulting producer. Ve la segnalo proprio oggi, visto che stasera, sempre su FX, comincia la terza stagione, e quindi, magari, vi viene voglia di mettervi "in pari". Se cercate una commedia senza dubbio non usuale, assolutamente fuori dai soliti schemi, Louie è quello che fa per voi.
Louis C.K. è simpaticissimo, e perfino la musica è intrigante. Sembra un prodotto quasi casalingo, ma ha delle grandi idee.

20120627

separati alla nascita

Chris Bauer, attore (True Blood, tra gli altri)
Andrés Iniesta, calciatore (Barcellona, Spagna)

non è il tuo tipo di persona

Not Your Kind of People - Garbage (2012)


C'erano una volta i Garbage. Non me ne voglia la mia amicona Sabry, con la quale li vedemmo anni fa all'idroscalo milanese, molto più preoccupati di combattere la contraerea zanzaresca, rispetto a come fosse vestita Shirley Manson (un inchino è sempre d'obbligo, quando la si nomina). Evidentemente, il tempo delle super-marchette per pagare mutui, bollette, droga e alimenti, viene per tutti, indistintamente dal genere musicale che si suoni. Per capirci, un pezzo come Big Bright World ce lo aspetteremmo dai Roxette, e non certo dai Garbage. Purtroppo, la frase può essere tranquillamente riutilizzata per tutti e gli undici pezzi del disco, e pure per i quattro della versione (cosiddetta) deluxe.
Farò finta di niente, e continuerò a ricordarmeli quando erano vivi, e senza debiti.

20120626

sogni e tempo

In Dreams and Time - Ancestors (2012)


Vi ho già parlato del quintetto losangelino due anni fa, con un anno di ritardo dall'uscita del loro Of Sound Mind, e li ho "conosciuti" con il loro debutto Neptune With Fire, datato 2008. L'impressione, confermata anche da quest'ultimo, nuovissimo In Dreams and Time, è quella, positiva e spiazzante, di un combo perennemente in bilico tra uno stoner/doom/death metal di qualità altamente raffinata, e una deriva (sana) verso una sorta di progressive influenzato sia dai Pink Floyd (palese il loro fantasma su On The Wind) che dai Neurosis. Come descrivere un pezzo come The Last Return, tutto pianoforte ed eteree voci femminili, dove, a parte questo, la chitarra appare per punteggiare il tutto? E il crescendo di riff che sembrano voler far librare nell'aria l'ascoltatore di Corryvreckan? Addirittura, negli ultimi due pezzi, Running In Circles e First Light, gli Ancestors ricordano decisamente gli Amplifier, una band mai troppo osannata e poco blasonata perché da sempre mantiene un profilo basso. E questo (il paragone con i mancuniani Amplifier), credetemi, è decisamente un complimento.
Copertina bruttina, ma decisamente pinkfloydiana.

20120625

Damned

Dannazione - di Chuck Palahniuk (2011)


Madison Desert Flower Rosa Parks Coyote Trickster Spencer ha 13 anni ed è morta. Ma proprio, come dice lei, morta-morta, non stop, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all'anno, per sempre. Ed è all'inferno. Tredici anni vissuti nell'ovatta, due genitori ricchissimi e talmente progressisti da risultare stucchevoli (ex hippy, ex rasta, ex anarchici, attualmente nello show business con risultati incredibilmente di successo, possessori di case in ogni luogo della Terra, continuamente in cerca di bambini provenienti da luoghi disperati, da adottare e poi da infilare in collegi iper-riservati dalla retta altissima, per non vederli mai più): "Le altre ragazzine a tredici anni si vedono magari regalare il loro primo reggiseno. Mia madre si è offerta di farmi fare il mio primo diaframma su misura."
Ma Madison è grassoccia e bruttina, profondamente insicura di sé, e per giunta completamente impreparata ad essere morta. Per di più, i suoi genitori l'hanno cresciuta nell'ateismo più completo, dicendogli che le religioni erano tutte fandonie. E adesso, invece, eccola lì, all'inferno, con demoni storici che se ne vanno in giro a smembrare la gente morta, gente alla quale gli arti ricrescono in modo da poter essere smembrati di nuovo. Si ritrova in una cella sudicia, e nelle celle vicine alla sua, un quartetto che, con lei compresa, ricorda decisamente il gruppo di Breakfast Club: oltre a lei, la bruttina insicura, il punk, l'atleta idiota, il nerd e la reginetta del ballo. E' insieme a loro che Maddy inizia una specie di tour dell'inferno, che le riserverà una sorpresa dietro l'altra, non ultima la vera ragione della sua morte.

L'autore ha descritto questo sua ultima fatica come "se L'eterna primavera della speranza - Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank avesse un figlio con Amabili resti, e questo fosse cresciuto da Judy Blume" (spieghiamo meglio: Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank è uno dei quattro racconti che compone Stagioni diverse di Stephen King, e per farla ancora più semplice è il racconto dal quale è stato tratto il film Le ali delle libertà; Amabili resti è il libro di Alice Sebold dal quale è stato tratto l'omonimo film di Peter Jackson; Judy Blume è una scrittrice statunitense specializzata in libri per ragazzi, e questo Dannazione si basa, liberamente, sulla struttura del suo Are You There God? It's Me, Margaret). A parte l'esplicito riferimento/citazione a The Breakfast Club, già citato nel riassunto della trama, se non avete letto Dannazione dovete provare ad immaginarvi il solito Palahniuk (A parte la faccenda delle api e degli uccellini - e il tea-bagging, l'anilingus e il tribadismo - i miei genitori sulla morte non mi hanno mai insegnato nulla. Mio padre al massimo mi tormentava perché usassi creme idratanti con protezione solare e mi passassi il filo interdentale. Se una qualche percezione avevano della morte, era solo nelle sue espressioni più superficiali, come le rughe e i capelli grigi delle persone molto anziane e prossime alla loro scadenza naturale.), col suo stile caustico, irriverente, irrispettoso e a dir poco scabroso, alle prese con una sorta di parodia dell'Inferno di Dante (e, non ci crederete, ma è capace di scrivere cose come Il mio esercito torna a compattarsi, e da dietro le porte sbarrate s'ode un inconfondibile suono di chiavistelli e catene. Per frazioni di grado, fessure ampie quanto un capello, i due ponderosi cancelli cominciano a dischiudersi, offrendo scorci dell'interno del quartier generale. Alle mie spalle, i fragorosi soldati corrono avanti per issarmi sulle loro massicce spalle assassine e trasportarmi, vittoriosa, nella cittadella assediata, solo che prosegue immediatamente con Le mie orde cominciano a razziare i forzieri di dolciumi dell'oltretomba. A saccheggiare quei tesori di monete di cioccolato, pastiglie all'eucalipto e caramelle frizzanti.). E c'è da dire che il risultato è molto divertente, meno agghiacciante di quanto un lettore affezionato si possa attendere da Palahniuk, ma quasi spassoso, senza per questo rinunciare ad una lettura caustica della cultura americana, e ad una sempiterna presa in giro dei suoi perenni clichés. Non siamo ancora tornati sui massimi livelli, ma direi che stavolta non c'è neppure da lamentarsi troppo.

20120624

secondo assalto

Second Assault - Horisont (2012)


Prendete, ad esempio, il pezzo conclusivo di questo disco, Thunderflight. Sono sicuro che, se siete profondi conoscitori degli Iron Maiden fin dai loro esordi, non esiterete a chiedervi se per caso si siano "reincarnati" in questa band svedese (almeno fin quando non entra il cantato), pare di Goteborg come i Graveyard. A differenza dei loro concittadini, più votati ad un hard blues anni '70, gli Horisont, qui al loro secondo disco, sembrano uscire direttamente dalla NWOBHM (e che cazzo, quante volte ve lo devo ripetere: New Wave Of British Heavy Metal!), e quindi dai primissimi anni '80. Deliziosi intrecci di riff, ottimi assoli prolungati, disseminati lungo tutte le tracce (che sono complessivamente dieci), una sezione ritmica lineare, con il basso che si concede qualche svisata ogni tanto, e una voce che viaggia su tonalità alte, senza mai esagerare. A volte è inspiegabile come possa risultare fresco un disco che sembra essere uscito dalla prima metà degli anni '80, ma questo è un po' il mistero della fede (metal). Copertina francamente orrenda.

20120623

separati alla nascita

Cesc Fabregas, calciatore spagnolo
Mark Ruffalo, attore statunitense

this land is my land

Ci sono delle cose che mi fanno rimettere in discussione la mia quasi-decisione di andarmene a finire la mia vita in un altro luogo, dopo la pensione, se esisterà una pensione. E sono settimane come questa, che sta per terminare, settimane che vivo come se fossi in vacanza, ma a casa. Giorni quasi completamente dedicati all'ozio e all'abbronzatura, nei quali arrivo in spiaggia contemporaneamente ai bagnini (diciamo 6,45), quasi l'ora in cui vado a lavorare (ed è inutile che mi rimetta qua a raccontarvi che, con l'anzianità, si scopre quanto sia bella la calma della mattina), e mi trattengo fino alle 13 o alle 14, ore in cui semplicemente mi rompo i coglioni di stare al mare, dopo di che dormo sul divano, guardo film e serie tv a ripetizione, e le partite dell'Europeo con lo stesso entusiasmo che avevo da bambino, quando a otto anni, durante i Mondiali tedeschi (del 1974), compravo ogni giorno tutti i quotidiani sportivi; giorni in cui leggo quasi un libro al giorno, e riesco ad ascoltare 6, 7, anche 8 dischi completamente e con una certa attenzione. Giorni nei quali neppure alcune ore di nuvolosità riescono a mettermi di cattivo umore, nei quali guardo l'orizzonte e quasi riesco a pensare che mi appartenga.

Beast of No Nation

Bestie senza una patria - di Uzodinma Iweala (2006)


Agu è un bambino che, apparentemente, ha l'età per frequentare le nostre scuole elementari. Vive una vita africana relativamente tranquilla, senza troppa povertà ma anche senza troppo lusso, amato dai genitori. Ama studiare e frequentare la scuola, vuole diventare qualcuno per potersi elevare socialmente, e ha capito che la scuola è la maniera giusta. Ma, improvvisamente, in questo paese africano senza un nome preciso, scoppia una guerra civile senza quartiere. Eserciti improvvisati vagano di villaggio in villaggio, seminando morte, distruzione, annichilimento delle più semplici e basilari regole sociali. L'ONU interviene, la madre e la sorellina di Agu vengono portate via, lui rimane col padre, ma non riesce a scampare all'atrocità: viene catturato da una milizia guidata da un despota, conosciuto come Comandante, che dopo iniziali minacce di morte, lo arruola e, visto che è troppo piccolo per imbracciare un fucile, gli dà un machete. Cominciano una serie infinita di atrocità, che Agu attraversa come guardandosi dall'esterno, riflettendo sul senso della vita, della famiglia, della religione, con la sua mente da bambino, alle prese con cose che difficilmente anche un adulto sopporterebbe.

L'autore, classe 1982, è nato negli USA, ma ha vissuto anche in Nigeria. E' figlio di Ngozi Okonjo-Iweala, economista nigeriana che ha avuto più volte incarichi di governo, ed è stata candidata più volte a presiedere la Banca Mondiale. Di Uzodinma, laureato ad Harvard in lingua e letteratura inglese e americana, riportai un interessante articolo sulla dannosità degli aiuti economici all'Africa. Uzodinma è pure laureato in medicina e chirurgia alla Columbia University. Bestie senza una patria è, al momento, il suo primo e unico romanzo, ed è un lavoro particolare, scritto in un inglese strano, un po' sgrammaticato e reinventato: ce lo dice la traduttrice, Alessandra Montrucchio, nella nota introduttiva (farebbe pensare a Pigmeo di Palahniuk, se non fosse così dannatamente drammatico). La traduttrice, quindi, ha pensato a trasporlo in un italiano "parlato dai nigeriani (connazionali dell'autore) residenti nel nostro Paese e alle difficoltà che incontrano nell'esprimersi in una lingua tanto diversa dalla loro". Il risultato è interessante, inizialmente un po' difficoltoso da leggere, profondamente drammatico: forse per questo, forse perché lungo poco più di 100 pagine, l'ho letto in poche ore, un po' in apnea appunto, per la crudezza e la drammaticità della storia raccontata. Ovviamente, per poi "crollare" dopo la chiusura, semplice ma bellissima. Niente male, chissà se l'autore ci regalerà un secondo libro.

20120622

le parole sono importanti

Due cose. A leggere i libri di Chuck Palahniuk si impara sempre qualcosa. E' leggendo, se non ricordo male, Soffocare, che ho appreso che esisteva una pratica sessuale denominata felching. Stavolta, dopo aver letto Dannazione, di cui vi parlerò a breve, ho appreso i nomi di pratiche conosciute, ma siccome fa sempre piacere chiamare le cose col suo nome, eccole a voi. Quindi, mettete "in saccoccia" il tea-bagging (o tea-bag) , lo scontato anilingus, e il sopraffino tribadismo.
E poi non andate in giro a raccontare che su fassbinder non imparate niente.

traditional

Americana - Neil Young & Crazy Horse (2012)


Operazione a dir poco straordinaria, questa nuova pensata di Neil Young, che ritrova i "suoi" Crazy Horse. Un disco di cover. E fin qui, dirà lo sprovveduto che legge di sfuggita, che cazzo di novità. E invece bisogna approfondire un poco. Io stesso, ignaro del progetto, metto in cuffia e vado con le tracce. Ascolto, e mi dico, si ok, il solito zio Nello, bello teso, bello elettrico, bello distorto, bella sta canzoncina iniziale...ma....cos'è che dice? Susanna....oh Susanna....ma....aspetta un po'.....e quella dopo....Clementine....ma non sarà mica....
E poi ascolto, leggo i titoli, approfondisco. Dice ai giornali "Ognuna di queste canzoni presenti su Americana ha dei versi che sono stati ignorati. E questi sono i versi chiave, sono le cose che rendono queste canzoni ancora vive. Sono un po' pesanti da cantare, per i bambini dell'asilo. Gli originali sono molto più darker, c'è più protesta in essi - gli altri versi di This Land Is Your Land sono di grande attualità, o in Clementine i versi sono talmente cupi. Quasi tutti hanno a che fare con persone uccise, con questioni di vita o di morte. Non si è mai parlato troppo di questo, ne sono state rese interpretazioni molto solari. Così, mi sono allontanato da questa versione dolce. Con nuovi accordi, nuove melodie, possiamo utilizzare queste canzoni popolari, per richiamare il vero significato che avevano per le generazioni per le quali erano state scritte".
Non ci sarebbe niente da aggiungere. Se non che alcune versioni sono davvero spettacolari, per non dire tutte. Oh Susannah, Clementine, Get a Job, This Land Is Your Land, e una pirotecnica God Save the Queen (in quanto il Canada membro del Commonwealth, l'inno del Regno Unito è riconosciuto ufficiosamente, da alcune persone anziane, come loro inno; rimane comunque l'inno reale, ed è stato inno nazionale fino al 1980), fanno di questo (ennesimo) disco, un'ulteriore prova della vitalità intelligente di questo sessantaseienne apparentemente inarrestabile.