No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140518

Marinaleda, la Cuba andalusa (2)

Continua dall'altro ieri

Sala uso multiplo a Marinaleda

Olive e carciofi

Il leader e le sue truppe proclamano che, grazie alle misure collettivistiche, in questa roccaforte anarco-sindacalista la crisi è meno dura che altrove. La disoccupazione –sostengono – è al 5 per cento. “In realtà tutto dipende dai raccolti. Quando è la stagione delle olive o dei carciofi siamo a pieno regime, ma a partire da maggio-giugno c’è molto meno lavoro”, precisa la vicesindaca Esperanza Saavedra, in un’aula municipale dove i conti si fanno ancora in pesetas. Marinaleda è un villaggio molto particolare. All’ingresso del paese, sotto il disegno di una colomba, c’è scritto: “Marinaleda, un’utopia verso la pace”. I muri delle case basse che costeggiano la via principale sono decorati con slogan militanti: “Terra ai contadini”, “Sovranità socialista” o “La costanza è rivoluzionaria”. Di recente anche alcuni indignados hanno lasciato il loro simbolo. La prima grande vittoria di Sánchez Gordillo risale a poco più di vent’anni fa. Nel 1991, dopo dodici anni di lotte tenaci, i jornaleros avevano ottenuto l’espropriazione e poi l’acquisto, da parte del governo andaluso, di vasti terreni di proprietà del duca dell’Infantado, una decina di chilometri a nord del villaggio. Il risultato è che la cooperativa di Marinaleda, El Humoso, oggi occupa 1.200 ettari e fa lavorare la metà degli abitanti del villaggio nei campi o nella fabbrica comunale, Humar, dove i prodotti agricoli sono confezionati per la vendita. Da qui partono olive, fagioli, carciofi, peperoni, porri e bieta, tutte coltivazioni che richiedono molta manodopera. La maggior parte della popolazione riceve anche un sussidio agricolo di 426 euro, finanziato con i fondi europei: uno strumento per evitare lo spopolamento delle campagne. Manolo ha sessant’anni e si occupa del frantoio. Anche lui è un fervente sostenitore di Sánchez Gordillo. Prima dell’espropriazione del 1991, quando da queste parti era impossibile trovare un lavoro, doveva andare a lavorare a Jaén (per la raccolta delle olive), a Valladolid (per le barbabietole) o nel sud della Francia (per la vendemmia). “All’epoca Marinaleda era uno dei villaggi più poveri della Spagna. Dovevamo andare ad ammazzarci di lavoro altrove o emigrare”, ricorda Manolo. “In ogni caso c’era sempre un padrone che ci trattava come schiavi. Il sindaco ci ha ridato la dignità”. La famiglia di Manolo, come altre 317, beneficia di un alloggio gratuito – di proprietà del comune – e di uno stipendio garantito e uguale per tutti: 1.200 euro. Attualmente sono in cantiere 23 nuove case “autocostruite”: i futuri inquilini contribuiscono a realizzarle lavorando come muratori. “Senza il sindaco non so cosa sarei diventato”, mormora José Muñoz, che ha 58 anni e alleva un gregge di 600 capre. “Gli devo tutto”. Non deve stupire, quindi, che dal 1999 a oggi il líder máximo abbia sempre ottenuto la maggioranza assoluta in tutte le elezioni locali. Nel 2011, mentre la crisi obbligava molti operai edili a tornare a Marinaleda, il suo partito (Izquierda unida-Convocatoria por Andalucía) ha avuto il 73 per cento dei voti, rispetto al 21 per cento dei socialisti, cioè nove rappresentanti contro i due dell’opposizione. Sánchez Gordillo è il signore incontrastato della zona. Le lodi al suo operato sono la norma. 

Il culto della personalità  

Mariano Pradas, consigliere socialista, è uno dei pochi a criticare pubblicamente il sindaco. E non c’è seduta del consiglio comunale in cui lui e il suo collega Hipólito Aires Navarro non siano definiti “fascisti”. “Visti i suoi metodi autoritari”, dice Pradas, “e il culto della personalità, la gente ha paura. Ha messo a punto un sistema clientelare di cui ha il controllo assoluto. Se si è d’accordo con lui, va tutto bene, in caso contrario le pressioni sono fortissime. Per me Sánchez Gordillo non è altro che un tradizionale cacicco andaluso. Approviamo le sue idee ma non i suoi metodi, come l’occupazione delle terre nella più completa illegalità”. Sánchez Gordillo non si preoccupa delle voci critiche, che rimangono “un numero insignificante”. Mentre si avvicina il momento del pensionamento politico, la sua principale preoccupazione è rendere permanente il modello instaurato a Marinaleda e trasmetterlo alle generazioni future. “I prezzi agricoli sono molto bassi e la presenza dei nostri prodotti su un mercato senza regole è ogni giorno più complicata. Abbiamo dei progetti, in particolare una banca della terra per i jornaleros senza lavoro, ma ci mancano i mezzi finanziari per realizzarli. Almeno, però, siamo riusciti a conservare quello che abbiamo conquistato”. Per ora Marinaleda sembra resistere e anche i suoi (numerosi) nemici lo riconoscono. D’altra parte, viene spontaneo chiedersi perché altri villaggi andalusi non abbiano seguito lo stesso modello. A questa domanda Sánchez Gordillo si limita a sorridere. Di fronte al municipio uno dei suoi collaboratori ha la risposta pronta: “Di Sánchez Gordillo ce n’è uno solo!”.   

Scheda Wikipedia di Marinaleda

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