No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140526

apologia del tifo perdente

Chiacchiere da bar su un forum di amici mi hanno ispirato a scrivere questo post inutile, che riflette però il mio pensiero sul calcio in generale, e, pensate un po', uno dei valore che sto cercando, faticosamente, di trasmettere a mio nipote.

Sabato sera, come molto di voi sapranno, si è giocata la finale di Champions League di calcio; per la prima volta, se la giocavano due squadre della stessa città, Madrid: i colchoneros dell'Atletico Madrid e le merengues del Real Madrid. Normalmente non vedo così tante partite di calcio alla tv, ma per puro caso sabato passato avevo pure visto Barcellona-Atletico Madrid, l'ultima di Liga, finita in pareggio, risultato che ha consentito all'Atletico di vincere la Liga.
Il Real, per quanto lo invidi, non lo reggo; ragioni storiche, e finanche politiche (non che l'Atletico, finché ha avuto Jesús Gil come presidente, fosse esente da critiche; in realtà, anche le "influenze" politiche storiche sono oggetto di discussione in Spagna, ognuna delle due tifoserie accusa l'altra di essere stata favorita da Franco). E' stato facile, per me, mettermi davanti alla tele e schierarmi dalla parte dell'Atletico. Il "tifo istantaneo", la simpatia, esula dalla logica, travalica tutto: pensate che Diego Simeone, l'allenatore che ha portato fama, gioco, compattezza e titoli negli ultimi 3 anni all'Atletico, è si argentino (e per questo mi sta simpatico), ma ha giocato in gioventù nel Pisa, per cui non dovrebbe essere "tifabile" per me. In realtà, diciamocelo, l'Atletico era palesemente più debole, più "povero". Eppure.
Ero a cena da mia sorella, e la prima mezz'ora l'ho guardata con mio nipote: anche lui, prima che lo dichiarassi io, "stava" per l'Atletico (poi si è addormentato).

Beh, sembrava impossibile. Si inizia con un ulteriore infortunio del bomber Diego Costa, fuori dall'inizio il fenomeno turco Arda Turan per l'infortunio del sabato precedente, un Real praticamente al completo e che si leccava ancora le ferite per una Liga persa anche per colpa sua, eppure l'Atletico ribatteva colpo su colpo. E poi, all'improvviso, l'inaspettato accade: Casillas fa una delle sue inenarrabili cazzate (secondo me sono un po' troppe, ultimamente), e Diego Godín Leal, difensore uruguagio prestante ma certo non un fotomodello come il merengue Sergio Ramos, inzucca e insacca nonostante il disperato tentativo di recupero del povero Iker (Casillas). Siamo quasi alla fine del primo tempo. Ci si aspetta una reazione inarrestabile del Real. E invece il vantaggio di 1 a 0 per l'Atletico regge. Gli ultimi venti minuti sono a una porta sola. L'Atletico non ne ha più, si difende e basta, il Real attacca senza soluzione di continuità. Finisce il tempo regolamentare. L'arbitro assegna 5 minuti di recupero. Passa il primo. Niente. Passa il secondo. Niente. Si entra nel terzo. Fioccano i calci d'angolo. Ammucchiate davanti alla porta dell'Atletico. Godín si dimentica per un secondo Sergio Ramos, Ramos salta e insacca. Pareggio. Supplementari. Svanisce un sogno.

Com'è andata a finire, lo sapete quasi tutti. Nei supplementari l'Atletico crolla fisicamente e psicologicamente, la partita termina 4 a 1 per il Real, che vince così la sua decima Champions, ed entra nella storia. Chissà se la storia ricorderà questo Atletico Madrid.

Perché è importante vivere queste cose, che all'apparenza sembrano stupide, inutili, futili, perché, per me, è importante "passarle" a mio nipote? Perché, come ho sostenuto spesso qua su queste pagine virtuali, bisogna saper perdere. Bisogna capire che il calcio, come ogni sport, è un gioco. In un gioco, a parte quelli dove è previsto il pareggio, c'è qualcuno che vince, e quindi di conseguenza, c'è qualcuno che perde. La vittoria è dolce, esaltante, inebriante. La sconfitta è, ovviamente, amara, deprimente, destabilizzante perfino, se si è dato il massimo e si è dato l'anima oltre al fisico. E' importante saper vincere, rispettando l'avversario, così come è importante saper perdere, coscienti dei propri limiti e ammettendo la superiorità dell'avversario.

Sembrano concetti lapalissiani, scontati e ovvi. Secondo me, di questi tempi, bisognerebbe tenerli un po' più a mente.

3 commenti:

Anonimo ha detto...

Riguardo l'importanza del saper vincere nel rispetto dell'avversario...non so cosa darei per sapere cosa ha detto Simeone a Varane dopo la partita...

Mog-ur

cipo ha detto...

Bel post, quoto. Mi rammenta che pure io sono spesso stato colpito da certe spettacolari sconfitte sportive, piuttosto che dalle vittorie. Veri e propri esempi di ciò che i britannici chiamano anticlimax. Come sostieni anche tu, Ale, c'è una importante lezione di vita in siffatte delusioni, e nel saperle accettare.

Me ne vengono a mente due, entrambe ricordi vivissimi di bambino: Franco Bitossi, Gap, 1972, visto con il mio babbo e altri villeggianti nella sala del Rondò Priscilla di Cutigliano. E il palo di Rensenbrink al novantesimo, 1978…. ricordi Ale?

jumbolo ha detto...

ora che me lo ricordi te mi sovviene...quella bellissima olanda...quanto fascino