No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140519

Ritratto dell'Uruguay, il paese che sorprende il mondo (1)

Tradotto da Internazionale nr. 1049. Qui l'articolo originale. Il pezzo è stato tagliato nella traduzione, mi riprometto di leggere l'originale e di riassumere i tagli, se meritano.


Di Juan José Millás, El País Semanal

Il temporale si annuncia con uno stato di oppressione simile a quello che precede il mal di testa. L’atmosfera s’incupisce nel bel mezzo della giornata, come se Dio avesse chiuso gli occhi, e si leva un’aria strana che mette addosso un’euforia gratuita. Nel giro di un quarto d’ora gli edifici grondano come una spugna appena tolta dall’acqua e poggiata sul bordo della vasca. I bambini saltano nelle pozzanghere e la realtà sembra sospesa. Il clima di Montevideo soffre di un disturbo della personalità. Nella stanza d’albergo ho la sensazione di essere uno di quei personaggi dello scrittore Juan Carlos Onetti che se ne stanno sdraiati nudi sul letto, senza mai smettere di fumare, ad ascoltare ossessivamente i rumori esterni cercando di ricostruire nella loro testa un’immagine del mondo. Il mondo, all’inizio, sono le strade che scendono verso quel punto stranissimo in cui s’incrociano le acque del Río de la Plata e quelle dell’oceano Atlantico. A volte il mare penetra nel fiume, a volte il iume penetra nel mare, dipende dai venti, dalle maree, dalle piogge, dalle piene e dagli effetti del cambiamento climatico. El País ci ha mandato dall’altra parte del mondo per scrivere un reportage. Così, un pomeriggio, il fotografo Jordi Socías e io usciamo a fare una passeggiata e imbocchiamo una delle strade che scendono verso l’estuario. Dopo un’ora, vediamo un uomo che esce da un negozio di dolci con una busta in mano. “Vendono vini buoni?”, gli chiede Socías. “Ottimi”, risponde l’uomo. “E hanno anche un pane squisito, ma è quasi l’ora della chiusura”. È un signore dall’aria benestante che ha voglia di fare due chiacchiere. Gli chiediamo se il mercato è lontano. “Non andateci: a quest’ora è deserto”, ci spiega. “E verso la via principale?”. “Non cambia niente. Se andate su di qua dopo quattrocento metri troverete dei bar con una bella atmosfera, come quelli di Madrid o di Parigi”. “Ma noi non vogliamo vedere Madrid o Parigi, vogliamo vedere Montevideo”, replica Socías. Il signore ci guarda come se fossimo matti e si allontana prudentemente, mentre noi continuiamo a camminare nella direzione proibita. Ma l’uomo dall’aria benestante aveva ragione: è tutto deserto. “Bisogna venirci di mattina”, ci spiegano quando arriviamo vicino al mercato. Ci sono quartieri di Montevideo che sono Montevideo solo la mattina e all’ora di pranzo. Poi diventano un’altra città, dov’è sempre domenica pomeriggio.

Gli occhi davanti  

Quello che ho appena raccontato, però, succederà dopo. Al nostro arrivo in Uruguay, invece, con la valigia ancora da disfare sul letto della camera d’albergo, succede che squilla il telefono. È l’addetto stampa del presidente dell’Uruguay: “Alle 15.30 passerà a prendervi un’auto per portarvi alla chacra (la fattoria) di José ‘Pepe’ Mujica”, mi comunica.Guardo l’orologio: è mezzogiorno. “Ma eravamo rimasti d’accordo che ci saremmo visti domani”, faccio presente con cautela. “Domani non si può fare”, taglia corto l’addetto stampa. Riattacco e avviso il fotografo. Quando passano a prenderci la pioggia cade con una forza incredibile, come se volesse fare male a qualcuno. E anche se mancano ancora cinque o sei ore di luce prima del tramonto, le strade sono buie come i corridoi di un ufficio in un giorno di festa. L’auto va verso la periferia e quasi subito arriviamo in una zona di campagna. Alcuni cani si avvicinano per fare le feste e c’è anche qualche gallina. A un certo punto l’autista si ferma davanti a una specie di bivio. “Ci siamo”, dice. Siamo arrivati a Rincón del Cerro. Scendiamo e vediamo, in mezzo ai campi, una guardiola simile a un bagno chimico, che dà al paesaggio un’aria surreale. A destra, nascosta dalla vegetazione, c’è la casa di José Mujica, il presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay. Tutti dicono che vive in una casa modesta. È falso: la sua casa è povera, un po’ più di una catapecchia, con il tetto di lamiera. Sulla porta ci sta aspettando l’anziano presidente che ha fatto diventare di moda il suo paese. “Signor presidente”, lo salutiamo dandogli la mano. “Fuori, Manuela!”, grida lui a un cane con tre zampe che l’ha preceduto per darci il benvenuto. José Mujica Cordano ha quasi ottant’anni e ne ha passati quindici in carcere perché faceva parte del Movimento di Liberazione Nazionale Tupamaros. Nel suo curriculum da guerrigliero ci sono due evasioni e sul corpo porta i segni di sei ferite da arma da fuoco. È stato arrestato l’ultima volta nel 1972 e non è tornato in libertà fino al 1985. È entrato in prigione a 37 anni e ne è uscito quando ne aveva cinquanta. Nelle carceri della dittatura, è stato sottoposto a maltrattamenti infiniti.  

continua domani

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