No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140708

Hell is an Understatement (4)

continua da venerdì 27 giugno

Aspetti tristemente familiari

Per il momento il compito di proteggerli è affidato a un contingente di seimila peacekeeper dell’Unione africana, che sfrecciano in città su veicoli blindati o jeep con grossi mitra montati sul retro. Fino alla fine di marzo i peacekeeper più odiati erano quelli ciadiani perché i cristiani li accusavano di proteggere i componenti di Sèlèka. Quando la loro presenza è diventata troppo scomoda, i ciadiani si sono ritirati. Sul campo sono rimasti due contingenti, uno del Burundi e l’altro del Ruanda, che collaborano strettamente per proteggere i musulmani dagli anti-balakaIl 25 marzo, il giorno dopo l’incidente nel quartiere di Boy Rabe, invito a pranzo due ufficiali ruandesi al Relais des Chasses, un ristorante di proprietà francese specializzato in selvaggina esotica. Il tenente colonnello Jean Paul Karangwa, il comandante dei 750 militari ruandesi, e il maggiore Augustin Migabo, il suo addetto alle operazioni, ordinano entrambi bistecca e patatine fritte. Per loro le bistecche sono un lusso – il rancio ruandese è quasi sempre a base di riso e pollo, con sardine ogni tanto per variare – e oggi devono festeggiare. Hanno appena scortato un convoglio civile di camionisti musulmani del Camerun attraverso quartieri pieni di anti-balakae hanno ucciso quattro miliziani. Karangwa e Migabo hanno prestato entrambi servizio in Darfur. Secondo loro il conflitto nella regione sudanese era estremamente semplice rispetto al caos che hanno trovato nella Repubblica Centrafricana al loro arrivo, lo scorso gennaio. L’attuale crisi centrafricana è ancora molto limitata se paragonata all’apocalisse ruandese del 1994, e non è un caso se il paese con la conoscenza più profonda del genocidio sia anche tra i più decisi a volerne scongiurare uno nuovo. Karangwa mi spiega: “Parliamo alle popolazioni locali e cerchiamo di convincerle a non vendicarsi”. Inoltre, mi dice con orgoglio, i tribunali speciali creati in Ruanda dopo il genocidio potrebbero aiutare i centrafricani a fare i conti con gli assassini che si nascondono tra loro. Ma i ruandesi ammettono che alcuni aspetti del conflitto gli risultano così familiari, così cruenti, da costringerli a usare la forza per uccidere. “Nel genocidio in Ruanda le armi usate erano quelle tradizionali”, come i machete, “proprio come succede qui”, racconta Karangwa, quasi per spiegare la politica di tolleranza zero dei suoi soldati nei confronti dello smembramento dei cadaveri. Karangwa mi racconta di quando un musulmano che rischiava di essere linciato per strada aveva chiesto aiuto a una postazione del contingente ruandese. Quando i ruandesi si erano rifiutati di consegnarlo agli anti-balaka, un miliziano si era presentato con il corpo di un altro musulmano per dimostrare ai soldati ruandesi che la loro protezione non significava niente: c’era sempre un altro musulmano che non poteva essere difeso. “Poi ha cominciato a fare a pezzi il cadavere sotto i nostri occhi”, ricorda Karangwa. “E così gli abbiamo sparato. Se qualcuno si presenta con un fucile o con un brandello di corpo umano davanti a noi, dobbiamo sparargli”. Se per risolvere il conflitto nella Repubblica Centrafricana bastasse uccidere tutti quelli che si accaniscono sui cadaveri dei loro nemici, i ruandesi potrebbero riuscire davvero a tenere la situazione sotto controllo. Ma la storia del paese ha incoraggiato l’inasprimento di rancori e risentimenti di ogni genere. Inoltre la guerra ha aperto un altro fronte, completamente distinto: la rivalità tra i militari ruandesi e i duemila peacekeeper francesi di stanza a Bangui. La missione francese è chiamata operazione Sangaris, dal nome della Cymothoe sangaris – una farfalla africana dalla vita molto breve – per sottolineare la volontà che l’intervento militare sia di breve durata e non troppo pesante. Un’altra caratteristica meno nota della Cymothoe sangaris è che i maschi perdono un’incredibile quantità di tempo a combattere tra loro. E in effetti i rapporti tra i soldati dei diversi paesi sono estremamente conflittuali. Anche nel linguaggio ufficiale, i ruandesi non risparmiano le frecciatine contro i francesi. “Noi siamo impegnati in un peace keeping aggressivo’”, dice il generale Joseph Nzabamwita, portavoce dell’esercito ruandese a Kigali, “che è molto diverso da quello tradizionale messo in atto da altri paesi che hanno mandato le loro truppe nella Repubblica Centrafricana”. I francesi arrivarono in quella che oggi è la Repubblica Centrafricana verso la fine dell’ottocento. All’inizio cercarono di ridurre in schiavitù la popolazione e di trasformare il paese in un produttore di cotone. Ma non funzionò. Il paese finì per diventare il luogo dove mandare i funzionari coloniali più inetti. Quando le colonie francesi ottennero l’indipendenza, nei primi anni sessanta del novecento, Parigi non si rammaricò troppo di perdere la Repubblica Centrafricana. Eppure, forse per nostalgia coloniale, i francesi continuarono a interferire nella politica locale. Negli anni ottanta e novanta la Repubblica Centrafricana diventò una base per le truppe francesi, mentre importanti esponenti politici francesi acquistavano partecipazioni nell’industria dell’oro e dei diamanti. Tutto questo spiega perché Parigi non veda di buon occhio la presenza di elementi antifrancesi a Bangui. I francesi sono preoccupati dall’ascesa del Ruanda, una potenza regionale che ha visto aumentare la sua importanza proprio mentre la loro svaniva. Sanno benissimo che i musulmani di Bangui, protetti dai ruandesi, hanno ucciso due soldati della missione Sangaris e che si sono messi a tappezzare i quartieri in cui vivono con graffiti come: “No alla Francia, i cani d’Europa!”.    

continua giovedì 10 luglio

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