No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140731

The Death of the Shelf (3)

continua da domenica 27 luglio

Le vecchie scafalature sui marciapiedi furono sostituite, all’inizio degli anni duemila, da reietti ancor più patetici: le torrette porta cd e, di tanto in tanto, i portariviste. Cassette e videocassette non hanno mai davvero aspirato a un sistema di archiviazione (se non, va detto, nel nostro regno della follia scaffalatoria, dove ci eravamo fatti costruire un’intera parete di ripiani per le videocassette, che nel frattempo sono stati destinati ai cd e adesso languono moribondi). Ma il cd fu adottato con sufficiente fervore e presentava un formato abbastanza diverso da richiedere una gamma tutta nuova di luoghi in cui riporlo. Ora questi giacciono lungo le strade inclinati da un lato, come patetici menhir in legno tinteggiato, a segnare gli antichi luoghi di culto del suono registrato, mentre sopra di loro sfreccia la grande, crepitante, enfatica nuvola digitale. A ben vedere, su quei marciapiedi dovrebbe giacere anche una discreta quantità di librerie, ma se ne vedono così poche che il loro tasso di mortalità dev’essere minore. In parte sarà per via di quant’è radicato, socialmente e culturalmente, il libro: mezzo millennio contro i miseri vent’anni del cd. In parte c’entrano considerazioni di ordine architettonico: le librerie sono spesso incorporate nella struttura della casa, sono più grandi e ucciderle richiede più impegno. Ma esistono anche gli aspetti sensoriali, tattili del libro: per le persone che leggono, il libro è qualcosa a cui sono legate da un tempo molto consistente delle loro vite, e separarsene rappresenta uno strappo. Per me lo è stato, direi cinque anni fa, quando mia moglie ha decretato che in casa nostra la soglia limite di ripiani era stata raggiunta e ha dato il via a un pogrom dei libri. Prima sono stati smaltiti solo i doppioni e i volumi veramente sfasciati, ma presto anche libri in perfette condizioni sono stati consegnati all’oblio del negozietto di beneficenza del quartiere. Dopo essermi opposto con veemenza alle purghe, una volta intraprese sono diventato un complice, se non volontario, perlomeno a livello pratico. Sospetto di essere come parecchie delle persone che stanno leggendo questo pezzo: l’avvento della lettura digitale ha coinciso con le mie personalissime e molto analogiche avvisaglie di mortalità. Da un lato c’era la sovrabbondanza di libri acquistabili online, dall’altro il gelido timore – guardando intorno a me volumi riposti almeno dieci anni prima e che ogni anno mi ripromettevo, un giorno, di leggere – di possedere già abbastanza libri cartacei per sopravvivermi tre, quattro, perfino cinquecento anni e più. Quanto al pensiero degli eredi, che per una vita mi ha spinto a trascinarmi vecchie copie di L’uomo a una dimensione e di Coppie da un’abitazione all’altra, quasi fossero una mia misera versione di una biblioteca presidenziale, be’, i miei quattro figli sono tutti deliziosi, ma nessuno di loro è quel che definirei un lettore avido. Io un lettore avido lo sono ancora, ma nonostante questo, con il diffondersi dei mezzi di comunicazione digitali, letterariamente ho cominciato a spizzicare, più che a fare pasti completi. I libri li leggo ancora, ma la mia tendenza a leggere più testi contemporaneamente, che già molto marcata prima della comparsa degli ebook, è ora divenuta quasi patologica: leggo letteralmente cento libri alla volta. Tra le due applicazioni per ebook che ho sul telefono (sì, sul telefono, e davvero la cosa non mi dà fastidio), mi rendo conto ora di preferire il Kindle, perché non prevede la rappresentazione scheumorfica di una libreria. Quando clicchi su un libro nell’applicazione iBooksil “volume” balza verso di te dal suo “ripiano”, dando l’impressione di aprirsi a mezz’aria per offrirti il testo. Ogni volta che succede mi viene un brivido: mi sembra di sentire i librai disoccupati e inferociti che camminano sulla mia tomba. Rabbrividisco anche quando, guardando gli straripanti ripiani che mi circondano nella stanza dove scrivo, sento di aver ultimato la mia trasformazione in un’Alice che precipita al loro fianco abbastanza lentamente da riuscirne ad afferrarne uno, cosa che in definitiva ha poco senso perché sto cadendo. Sto morendo, e le mensole stanno morendo con me. Come ho detto, non dubito che quelle incrostate di mosaici e con i fanciulli danzanti continueranno a essere montate: in una mostra di quest’anno alla Serpentine Gallery di Londra se ne sono viste di molto simili. Ma la mensola come onnipotente piattaforma culturale appartiene al passato: la biblioteca digitale incombe, e qualsiasi cosa dicano i nostalgici, i conservatori e i luddisti reazionari, non c’è modo di riportare indietro un orologio che non ha nemmeno le lancette. Ma io piango la scomparsa della mensola, perché penso che la disposizione spaziale ed estetizzata dell’informativo sia un analogo fisico del canone stesso. Alzare un braccio e tirare giù un volume da un ripiano equivale a vedere, odorare e toccare la forma della conoscenza collettiva, una forma di apprendimento che non ha uguali nel regno del virtuale. Il grande favoliere argentino Jorge Luis Borges aveva previsto la digitalizzazione di tutta la conoscenza nel suo racconto La biblioteca di Babele, in cui immagina un universo che è in se stesso una sconfinata biblioteca. Borges è particolarmente specifico sulla componente fisica della biblioteca. La serie infinita di gallerie esagonali viene descritta così: “Venticinque vasti scaffali, in ragione di cinque per lato, coprono tutti i lati meno uno; la loro altezza, che è quella stessa di ciascun piano, non supera di molto quella d’una biblioteca normale”. Quanto agli scaffali stessi: “Ci sono cinque scaffali per ognuna delle pareti dell’esagono; lo scaffale contiene trentacinque libri di formato uniforme; ogni libro è composto di 410 pagine, ogni pagina, di quaranta righe, ogni riga di ben ottanta lettere che sono di colore nero. Sul dorso di ogni libro vi sono anche delle lettere; queste lettere non indicano né prefigurano ciò che le pagine diranno”. Questa è informazione slegata da qualsiasi cosa non sia l’estetica più funzionalista, e organizzata senza alcun criterio architettonico se non quello del chip di silicio. Neanche a dirlo, il contenuto di questi infiniti volumi è casuale: alcuni hanno senso, ma la maggior parte sono parole in libertà. E naturalmente su questa sovraffollata moltitudine di scaffali non ci sono altro che informazioni. Niente borsine portatabacco, niente scheletri di metallo e nessuna cartolina appoggiata precariamente. Esiste questa consolazione, per chi di noi sta morendo insieme alle mensole: troveremo un’apoteosi all’altezza quando l’urna contenente le nostre ceneri sarà inserita con cura in uno dei ripiani del colombario.

fine      

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