No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140715

Hell is an Understatement (7)

continua da domenica 13 luglio

Ma l’odio ha già cominciato a mettere radici. Nessuna persona sana di mente accetterebbe di tornare per prima a vivere in un quartiere dove fino a poco fa tutti volevano ucciderla. E nessuno è disposto a scommettere sulla perseveranza e sull’efficacia delle Nazioni Unite. Il governo centrafricano ha già cominciato ad allontanare i musulmani dalle istituzioni. Le forze armate centrafricane (Faca) si erano dissolte all’arrivo dei ribelli della coalizione Séléka, e ora sono state rimesse in piedi senza prestare troppa attenzione alla storia personale dei suoi componenti, se sono stati coinvolti in violenze locali o politiche e se sono alleati degli anti-balaka. Nessuno sa se le Faca rappresenteranno l’intero paese o solo i cristiani. Visito una base delle Faca dove i soldati stanno riprendendo servizio, e l’atmosfera sembra quella di un campus universitario quando ricominciano le lezioni dopo le vacanze estive. Gli uomini indossano divise scompagnate, alcuni portano tute verdi da combattimento alla Fidel Castro, altri tute mimetiche in stile Desert Storm. Uno indossa una maglia da basket degli Orlando Magic. I comandanti sono ottimisti e dicono che tutti i centrafricani con la fedina penale pulita sono i benvenuti. Ma un ufficiale con trent’anni di servizio mi fa capire che possono nascere dei problemi. “È una situazione delicata, ma dobbiamo individuare gli anti-balaka”, dice. È un tipo allampanato, e quando si curva per bisbigliarmi all’orecchio, i vestiti troppo larghi gli pendono addosso. “Vorrei parlarti di questi problemi, ma ho paura che gli anti-balaka mi scoprano e mi riempiano di botte”. O peggio. Il 4 febbraio, pochi minuti dopo che la nuova presidente Catherine Samba-Panza aveva finito di parlare a una parata militare, alcuni componenti delle Faca hanno rotto le file per catturare un uomo accusato di essere un ribelle di SélékaLasciando che i giornalisti fotografassero la scena, lo hanno preso a calci in testa e lo hanno pugnalato a morte, bruciandone il corpo e trascinandolo in giro per la città. Le forze di pace francesi hanno posto fine al tutto sparando dei colpi in aria. Prima di lasciare il paese voglio incontrare la presidente Samba-Panza nella sua casa nella zona est di Bangui. È odiata da entrambe le fazioni – per gli anti-balaka è la “puttana” di Séléka, mentre i musulmani sono convinti che lei non voglia aiutarli – perciò potrebbe essere stata scelta proprio perché abbastanza moderata da tenere lontani da sé gli elementi peggiori di entrambi gli schieramenti. Di certo ha un passato più promettente dei suoi predecessori, che erano dei dittatori nati. L’imperatore Bokassa spese l’equivalente del pil del paese per organizzare una cerimonia di incoronazione così sfarzosa che il regista Werner Herzog l’ha immortalata in un documentario. Bozizé non ha mai esitato a chiamare le truppe del Ciad per soffocare anche la minima rivolta. Samba-Panza, al contrario, prima di impegnarsi in politica faceva l’avvocata e per un periodo della sua carriera ha rappresentato clienti vulnerabili, come le donne e i bambini accusati di stregoneria. Ci si potrebbe rallegrare del fatto che l’incarico di presidente sia stato affidato a lei. Ma, in realtà, ben pochi leader sono stati ininfluenti quanto lei. Catherine Samba-Panza vive in un’oasi di lusso e sicurezza garantita dalla protezione dei militari ruandesi. Convogli armati la scortano in ufficio la mattina e la domenica la portano alla cattedrale di Notre-Dame per seguire la messa in francese. Quando l’ho vista all’aeroporto di rientro da un viaggio all’estero, volava su un jet privato con la scritta “Repubblica del Gabon”.
Mi riceve in una casa ben arredata e decorata con statue di legno africane, lussuosa per gli standard locali, ma modesta rispetto agli eccessi dei suoi predecessori. Lei è seduta sotto un bel quadro a olio di una natura morta floreale. Si lamenta della storia violenta del suo paese e del fatto che la rivolta delle popolazioni povere ed emarginate nel nord e nell’est del paese si sia rapidamente trasformata in una guerra di religione. “Fino a un certo punto, si è trattato solo di una questione politica, che non aveva niente a che fare con la fede”, spiega. “Ora la popolazione non musulmana ha reagito. Non perché alla gente non piacciano i musulmani. Ma perché i politici hanno usato la religione per raggiungere i loro obiettivi”. Le chiedo, con una certa impudenza, se è davvero in grado di fare qualcosa. Risponde parlando genericamente di coordinare gli aiuti umanitari, di costruire il dialogo e la riconciliazione, e di far rinascere il governo che è stato cancellato dalla guerra. Sostiene inoltre di dover tenere viva l’attenzione della comunità internazionale. “Il Sud Sudan, la Siria”, esclama. “Non siamo i soli ad avere dei problemi”.   

continua giovedì 17 luglio

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