No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140727

The Death of the Shelf (2)

continua da giovedì 24 luglio

La comparsa del grammofono, con i suoi pesanti dischi in gommalacca che vanno riposti da qualche parte; l’avvento, poco tempo dopo, del radiogrammofono come specifico elemento d’arredo; il diffondersi della stampa a colori e del disco long playing dopo la seconda guerra mondiale: a metà del novecento, la piena integrazione dell’elemento decorativo con quello informativo all’interno della casa e la piena espressione di questa simbiosi corrispondono alla scaffalatura multifunzionale. Si tratta di una combinazione di superfici piane scoperte, scaffali, contenitori e nicchie in grado di ospitare qualsiasi cosa, dalle piante alla tv, con qualche libro – possibilmente una serie di enciclopedie rilegate in pelle – a fornire una ponderosa e più tradizionale zavorra. Sono queste scaffalature a dominare le stanze in cui si ricevono gli ospiti per i successivi quarant’anni. A volte sono fitte, modulari e dotate di sportelli in vetro, incuneate negli angoli e inchiodate ai muri – come le moquette ai pavimenti – in modo da coprirli completamente. Altre diventano lievi e inconsistenti, con i contenuti apparentemente sospesi nell’aria. E quando la mensola ha cominciato, per così dire, ad ammalarsi, sono stati proprio questi pezzi ad apparire per primi sui marciapiedi davanti alle case e a interi isolati del mio quartiere: patetici reietti, come vecchi inuit tramutati in oggetti, cacciati dalla tribù dei beni mobili affinché gli altri potessero avanzare verso il futuro sgravati da fardelli. Stiamo parlando, mi pare, dei tardi anni novanta o dei primi anni duemila, ma io faticavo a separarmi dalla mensola. Mio padre, che era emigrato in Australia vent’anni prima, morì nel 1998. Lasciò in eredità i suoi libri all’università dove insegnava, ma io mi presi la briga di spedire una selezione dei suoi mobili fino a Londra: due enormi librerie di quercia e un’altrettanto imponente libreria girevole. Fu all’incirca in quel periodo che mia moglie gridò: “Ça suffit! Basta!”. Il principio che mi guidava nell’acquisizione di libri era: avanti, c’è posto. Vecchi tascabili Penguin sbrindellati, copie della Dieta per fianchi e cosce di Rosemary Conley con le orecchie alle pagine, raccolte rilegate di arretrati di Popular Mechanics: per me non esisteva volume tanto umile da non meritare un posto su un ripiano. La posizione di mia moglie, invece, era saldamente pratica: in casa non c’è spazio per altre librerie. Mi è chiaro dove abbia origine il passionale coinvolgimento che mi suscitano le librerie, e non è esattamente in un amore per la letteratura. Nella villetta bifamiliare con tre camere da letto in cui viveva la mia famiglia, la mia stanza era quella sul retro, un tempo appartenuta al mio molto più anziano fratellastro e divenuta, quando lui era andato all’università (e quando io e l’altro mio fratello ancora condividevamo la stanza), lo studio di mio padre. Aveva inito per trasformarsi in un deposito di libri e altri bagagli, sparsi su una serie di scaffali non coordinati. Passai il periodo compreso tra gli otto e i diciassette anni a fissare quegli scaffali oppure a riorganizzarli, inframmezzando i libri con gli oggetti. Da piccolo allestii un complicato sistema di carrucole che collegavano gli scaffali tra di loro, così che i miei giocattoli potessero viaggiare appesi a un filo da L’uomo a una dimensione di Marcuse a Coppie di Updike. Me ne stavo anche steso sul letto a leggere e rileggere Alice nel paese delle meraviglie, rapito in particolare dalla sua lunga e non rischiosa caduta nel pozzo dalle pareti coperte di ripiani: “Dapprima cercò di guardare in basso e di distinguere la sua destinazione, ma era troppo buio per vedere qualcosa. Allora guardò le pareti del pozzo, e notò che queste erano piene di credenze e scfafali. Qua e là vide appesi quadri e carte geografiche. Prese al volo un vasetto. L’etichetta diceva ‘marmellata di arance’, ma con sua grande delusione il vasetto era vuoto. Alice non volle lasciarlo cadere per paura di ammazzare qualcuno sotto e fece in modo di posarlo sopra una credenza, sempre durante la caduta”. In un senso assolutamente cruciale, sono convinto di stare ancora cadendo giù per quel pozzo: le mensole della stanza in cui sto scrivendo questo testo corrispondono – almeno nella mia immaginazione – a quelle lungo le quali sfrecciava Alice durante la caduta: oggetti, immagini e libri accostati alla rinfusa che debordano da una serie di scompartimenti e superfici di legno. Aiuta, credo, il fatto che le misure da me comunicate al falegname che mi ha costruito il mobile scrivania-libreria fossero tristemente inadeguate: i ripiani propriamente destinati ai libri sono troppo bassi per le edizioni rilegate e troppo profondi per i tascabili, che vengono quindi tendenzialmente ammonticchiati in orizzontale su due pile che si susseguono, oppure spinti verso il fondo lasciando davanti abbondante spazio dove accumulare disordine. L’idea stessa che dovrei essere in grado di montare una mensola con le mie mani è, naturalmente, insensata; e ripensando agli scaffali della mia giovinezza, l’intersezione tra bricolage borghese e sogni di rivoluzione bien pensant è probabilmente esemplificata al meglio dal funzionalismo pseudoartigianale dei ripiani in mattoni e legno. Per la stessa ragione, gli imballaggi piatti dell’Ikea sono l’equivalente tridimensionale di una democrazia sociale pianificata. Ma sto divagando: torniamo al disordine! Ci sono caricabatterie per cellulari e flaconi di collutorio, borsine portatabacco e bussole, occhiali da lettura e bustine da tè. Qua e là sono appoggiate vecchie foto e cartoline. Mentre oggetti come i fermacarte di vetro, gli scheletrini di metallo e una piccola macchina in stile Tinguely regalo dei miei figli (con un braccio mozzato che azionando una manovella percuote un pezzo di latta) hanno ciascuno un posto tutto per sé. Potrei andare avanti. E ancora avanti. Fare un inventario richiederebbe giorni. Un famoso mnemonista è venuto a trovarmi e mi ha aiutato a imparare i nomi di quelli che allora erano i 43 presidenti degli Stati Uniti usando come promemoria gli oggetti disposti su un singolo scaffale. Non è mai esistita una vera giustificazione per il piccolo busto di scimmia, o per quello in gesso di Robert Schumann, a cui è attaccato un fumetto che dice: “Portatemi al fiume!”. Ma comincio ora a rendermi conto che di mensole, librerie e simili c’è sempre meno bisogno. Può darsi che a casa Self siano ancora vive e vegete, ma è la nuova mensola in cucina a delineare la forma di quelle a venire: in futuro, ospiteranno forse objets d’art, oggetti d’uso comune oppure oggetti che mescolano le due categorie, ma ciò che non faranno sarà integrare queste funzioni con la terza e più cruciale: quella informativa.    

continua      

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