No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20141111

autostrade soniche

Sonic Highways - Foo Fighters (2014)

Rieccoci. Ottavo disco in studio (registrato in otto studi diversi, in otto città statunitensi, e, come dire, andatevi pure a rileggere le mie vecchie recensioni sull'americanità dei fuffa, per gli amici) per la creatura di Dave Grohl, un simbolo per una generazione, un simbolo positivo, ottimista, gioviale, divertente, un intrattenitore nato, che se non avesse fatto il musicista avrebbe potuto essere attore comico o stand up comedian, o animatore al Club Med, fate voi. E, badate bene, dico questo con il massimo rispetto, ma non come usa dire Borghezio quando parla male dei neri, degli immigrati, dei froci eccetera, io son serio come non mai. Chiudo qui la parentesi per non fare un altarino di parole per il ragazzo Dave, un tipo col quale non ho mai scambiato due parole, ma che, e questa storia ogni volta che la racconto mi rendo conto di essere un matusa, mi è sempre rimasto simpatico da quella volta che lo vidi suonare la batteria con gli Scream, tanti, tanti ma tanti anni fa sul palco mitico del Centro Sociale Occupato Macchia Nera di Pisa.
Ho riletto le mie precedenti recensioni, e vorrei non ripetermi troppo. Ogni nuovo disco dei FF penso le stesse cose. E ogni volta mi dico che non ci sono pezzi che spaccano troppo, ma poi il disco ha un dannato enorme successo, e la gente impazzisce, e io mi rendo conto che, nonostante il rispetto di cui prima, li sottovaluto troppo, forse appunto per non idolatrarli esageratamente.
Sonic Highways è ancora una volta un disco americano (leggi: statunitense) fino al midollo: nove copertine diverse, raffiguranti vari edifici simbolo delle otto città statunitensi in cui è stato registrato, più l'edificio fittizio che rappresenta il simbolo dell'infinito, assurto a simbolo dell'ottavo album della band visto che guardandolo da un'altra prospettiva, può rappresentare un otto; partecipazioni mirate, che rappresentano vecchi e nuovi talenti della musica statunitense; e la musica, la musica che ci piace, il marchio di fabbrica dei FF, immediatamente riconoscibile, fatta di stop and go, di melodie orecchiabilissime ma spesso stroncate come se si avesse timore di diventare troppo pop, e che ingloba al suo interno i background dei componenti della band, il punk, il rock, e i grandi classici dell'hard rock statunitense, vecchi e nuovi: Smashing Pumpkins così come Elvis, per fare qualche citazione e poi smetterla immediatamente (ma per farvi vedere che ne so).
Prendiamoci un momento per elencare gli ospiti, distribuiti quasi come se Grohl avesse il Cencelli in mano. Rick Nielsen alla chitarra baritona su Something From Nothing (testo ispirato, pare, dal grande incendio di Chicago del 1871). Se i più giovani tra di voi, o quelli meno informati si chiedessero chi cazzo è 'sto Nielsen, vi dico un nome: Cheap Trick. Nientemeno che i Bad Brains alle backing vocals su The Feast and the Famine (testo ispirato dalla storia di Washington D.C.). Zac Brown, lead guitar e backing vocals su Congregation; un volto relativamente nuovo e promettente del country e southern rock. Gary Clark Jr., lead guitar su What Did I Do? / God As My Witness, altro fenomeno di nuova generazione. Joe Walsh (Eagles, tra gli altri) alla lead guitar su Outside. La Preservation Hall Jazz Band su In the Clear. Ben Gibbard (Death Cab for Cutie) chitarra e voce su Subterranean. Joan Jett chitarra su I Am a River. Plus, oltre alla formazione attuale (Grohl, Smear, Mendel, Hawkins, Shiflett), Rami Jaffee alle tastiere (Pete Yorn, Pearl Jam, Coheed and Cambria, Joseph Arthur, Stone Sour, Soul Asylum).
Come potrebbe, un disco del genere, essere brutto? E infatti, non lo è. Non dico altro, se non che, ascoltando di seguito (invece di seguire la tracklist) The Feast and the Famine e immediatamente dopo il finale con l'orchestra di I Am a River, potete farvi un'idea di cosa potrebbe essere capace Dave Grohl, se solo lo volesse.



Eighth album for Dave Grohl's Foo Fighters, with plenty of guests. Starting from this thing, we can realize that, maybe, this is the most american (read: United States of America) album they have realized until now. Foo Fighters were always an "all american band", but, maybe against the flow, never as today they wanted to reaffirm their belonging. Nine different covers, each with a building, symbol of an american city, eight songs recorded in eight different studios (in every city represented in the cover), and their music, that as we well knows, is coming from punk and from american hard rock, music that, in this occasion, more than ever, is load of influences, american influences, old and new influences, that go hand in hand with the guests we were talking before. This is the music of the Foo Fighters, take it or leave it. A kind of music that, while you are driving on an highway and listening to this record, unconsciously, it will teach you a part of american history. Just the better part,  such as Dave Grohl represents the better part of my generation. I could never hate, him and his music.

2 commenti:

monty ha detto...

A proposito di cheap trick, è un pò
che volevo dirti che da un paio di mesi
sono in ascolto massivo.
Surrender (testo e musica) è da top ten
della vita.

P.S. Ah, ovviamente gran bella rece: da
cuore in mano ;)

jumbolo ha detto...

a quest'età, se c'è di bello una cosa è che si abbandona la falsa modestia, e ti dirò che è sempre bello ricevere dei complimenti. un po' come per il lavoro, lo scrivere qua per me è un impegno, spesso anche faticoso, quindi fa molto piacere avere dei riscontri..soprattutto quando appunto, si scrive col cuore in mano :)