No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20150623

Selma, Alabama

Selma - di Ava DuVernay (2014)
Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

1964. Martin Luther King, Jr. accetta, ad Oslo, il premio Nobel per la Pace. Solo qualche mese prima, il 15 settembre 1963, a Birmingham, Alabama, diversi candelotti di dinamite collegati ad un congegno a tempo avevano causato un'esplosione nella chiesa battista della 16esima strada, uccidendo 4 bambine (3 di 14 e 1 di 11 anni). La bomba era stata piazzata da quattro membri del Ku Klux Klan (secondo l'FBI): nonostante ciò, uno di loro (Herman Cash) non è mai stato accusato di niente (ed è morto nel 1994), il primo ad essere condannato (all'ergastolo) fu Robert Chambliss nel 1977, mentre per gli altri due, Thomas Blanton e Bobby Cherry, per la condanna a vita si è dovuto attendere fino (rispettivamente) al 2001 e al 2002.
Nonostante il diritto di voto agli afroamericani fosse stato già concesso, ancora allora, nel 1964, la maggioranza dei neri incontrava enormi difficoltà nell'essere iscritto nel registro dei votanti (soprattutto negli stati del Sud). King considerava l'accesso al voto fondamentale per la parità di diritti, e tutti quanti sapevano esattamente perché i neri incontrassero tante difficoltà; dopo il Nobel, quindi, incontra una prima volta il Presidente Lyndon B. Johnson (entrato in carica dopo la morte di JFK, di cui era Vice), per chiedergli direttamente la promulgazione di una legge federale per consentire ai cittadini neri di registrarsi al voto senza alcun ostacolo. Johnson risponde che non è il momento, e che ci sono in ballo progetti più importanti.
Inizia un braccio di ferro tesissimo. Hoover e l'FBI tentano ogni strada per screditare King (tentando soprattutto di minare il suo legame con la moglie Coretta); King tenta di tenere unito il movimento, messo a rischio anche dalla scelta oltranzista di Malcolm X (interessante la tesi del film, che scaturisce dall'incontro con Coretta da parte di X). Il Governatore dell'Alabama, l'iper razzista George Wallace (non stupitevi quando saprete che era un Democratico, i Dem statunitensi si opposero a lungo al Civil Rights Act, ma qui ci sarebbe da aprire un lungo excursus sulle posizioni segregazioniste adottate dai Dem nel Sud degli USA, spesso dettate dalla convenienza politica di raccogliere il voto dei bianchi), si oppone apertamente alle richieste di parità di diritti da parte degli afroamericani. In Alabama partono una serie di marce che serviranno a sollevare l'opinione pubblica degli interi Stati Uniti sull'uso indiscriminato della forza, da parte delle forze dell'ordine, contro i cittadini di colore.

Selma, candidato agli ultimi Oscar per la miglior fotografia e per la miglior canzone originale (Oscar vinto per quest'ultima categoria con Glory, di Common - che recita anche nel film - e John Legend), è un appassionato spaccato di un periodo storico statunitense non molto lontano, ma che è stato determinante per ovviare alle storture del sistema segregante e razzista che si era venuto a creare dopo l'abolizione della schiavitù, oltre ad essere un interessante affresco della relazione tra Martin Luther King e la moglie Coretta. Come ci si aspetta da un film del genere, la pellicola è molto lunga, molto complessa, piena di personaggi ovviamente realmente esistiti, e quindi non è quel che si dice, un colpo di fulmine. Troppo (ancora oggi, purtroppo) sentito il tema, troppo fresche le ferite degli incidenti e degli scontri che avvengono quasi giornalmente ancora oggi negli USA, troppo poco conosciuta la figura di King, ancora oggi, almeno qui da noi, per lasciarsi andare alle emozioni: il film racconta una storia si, dannatamente emozionante, fatta di persone che ancora avevano voglia e brama di sacrificare se stessi fino alla morte, per lasciare ai figli ed ai nipoti un'eredità fatta di parità di diritti, uguaglianza, insomma, un mondo migliore, ma naturalmente ha bisogno di mostrare il più possibile le trame che portarono ad un parziale miglioramento delle condizioni degli afroamericani, e questo non giova troppo alla fluidità dello stesso. Paradossale, lo so, perché necessario. Forse cosciente di ciò, la regista Ava DuVernay, anziché scegliere, che so, di fare da contraltare di tutti questi dialoghi, di queste trattative, un po' d'azione (limitata, in fondo, a qualche pestaggio o ad alcune marce), sceglie di rincarare la dose, e di giocare sul rapporto tra King e la moglie, regalandoci una figura del dottore meno superomistica e molto più umana, e per contro, una splendida figura femminile.
Cast interessante, fatto da esperti e da facce relativamente nuove: Tom Wilkinson è Lyndon B. Johnson, Giovanni Ribisi è Lee C. White, Tim Roth è George Wallace, Andre Holland è Andrew Young, Wendell Pierce è Hosea Williams, Cuba Gooding Jr. è Fred Gray, Dylan Baker è J. Edgar Hoover, Oprah Winfrey è Annie Lee Cooper, Martin Sheen è il giudice Frank Minis Johnson, mentre le due parti principali (King e la moglie) sono affidate a due attori inglesi, David Oyelowo (visto brevemente in The Last King of Scotland, nel reboot Rise of the Planet of the Apes del 2011, in Interstellar, già con la DuVernay in Middle of Nowhere e nominato a diversi premi per la sua interpretazione del figlio del protagonista in The Butler) e Carmen Ejogo, che se la cavano direi egregiamente. Alcune curiosità sulla Ejogo, già in Away We Go: è stata sposata con Tricky, è una discreta cantante, è stata sposata anche con l'attore Jeffrey Wright, conosciuto sul set di Boycott, film HBO del 2001 su M.L. King, dove Wright interpretava King, e la Ejogo interpretava, indovinate un po', Coretta Scott King.

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