No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20151111

Rochefort-en-Yvelines (Francia) - Ottobre 2015 (1)

Martedì 20 ottobre
Sono tornato ieri sera tardi dal mio city break a Danzica, stamattina a lavoro per una riunione, e prima delle 12 sono di nuovo all'aeroporto di Pisa. Mangio qualcosa con un po' di tranquillità prima di prendere il volo easyJet per Parigi Orly. Sono invitato al meeting annuale del marketing della nostra società, incentrato sui prodotti derivati rispetto al nostro principale. Io, in qualità di gestore dei flussi di uno dei prodotti derivati (quello minore, a livello di volume, a dire la verità), sono stato giudicato interessato, da uno dei miei capi, soprattutto per guadagnare visibilità e conoscere personalmente molte figure con le quali, fino a adesso, ho interagito esclusivamente via email o telefonicamente. Il meeting è stato convocato e deciso dal Vice Presidente esecutivo della società. E' inutile dire che sono a dir poco contento di essere stato inserito nei partecipanti, molto curioso di conoscere di persona molti colleghi, e interessato a vedere la location, che si preannuncia di gran classe: è il Castello Porgès di Rochefort-en-Yvelines, fortunatamente non lontanissimo dall'aeroporto di Orly (è decisamente andata peggio a chi arriverà sull'aeroporto Charles de Gaulle); il castello è, da alcuni anni, entrato a far parte di una sorta di catena che si occupa di ospitare eventi di questo tipo, offrendo ampie sale riunioni, altrettanto grandi spazi per cocktail, pranzi e cene, un grandissimo giardino con laghetti, predisposizioni per attività sportive, e una novantina di camere ampie e ben arredate, senza contare un ingresso spettacolare, con laghetto e colonnato annessi. Arrivo al terminal Sud di Orly con un po' di ritardo, non trovo il taxi predisposto, chiamo il numero che ci avevano fornito, da chiamare in questi casi, e dopo qualche minuto ci siamo. Sono solo, e molti colleghi sono già arrivati (mi hanno già telefonato dei colleghi arrivati da Milano). Il tragitto verso Rochefort è caratterizzato da un traffico intenso in uscita da Parigi, come mi spiega il giovane tassista dai tratti asiatici, e dura quasi un'ora, a dispetto dei chilometri. La chiacchierata col tassista è interessante, quasi si mettono a confronto i nostri lavori, lui mi racconta anche un po' del luogo dove sto andando, conoscendolo perché affiliato con la società che lo gestisce. Arrivo e rimango subito impressionato dal posto, saluto qualcuno e vado a depositare i bagagli in camera, insieme alla chiave mi viene fornita una targhetta col mio nome e il mio ruolo (che in realtà è uno dei due principali, ma è quello per cui sono stato invitato). Il tema del castello è il cinema, e ogni stanza è intitolata ad un attore o un'attrice. Confesso che l'attore della mia stanza non lo conosco. Torno al cocktail e saluto tutti quelli che già conosco, e sarò ottimista ma che ho sempre l'impressione che mi vedano con simpatia, e comincio a conoscerne altri. Ce ne sono soprattutto un paio che ero molto felice di incontrare, e sono Gabriel, un collega argentino che lavora per tutto il Sud America, e Alex, un collega brasiliano che prima occupava il posto di Gabriel, e da qualche tempo è stato trasferito a Singapore, per occuparsi dell'Asia. Qui c'è da spiegare una cosa: i nostri ruoli sono diversi, e spesso ci vedono per così dire "opposti": loro dalla parte del cliente, noi dalla parte di chi prende il prodotto dalle varie fabbricazioni, lo impacchetta e lo spedisce, e quindi siamo responsabili di tutta la filiera, per cui siamo quelli che si ritrovano a dover rispondere alle lamentele dei clienti. Alex e Gabriel lavorano per la stessa società per la quale lavoro io, ma il loro lavoro è stare a contatto con i clienti, coccolarli, trovarne di nuovi, far si che il nome della nostra società venga ben visto. Qui si crea la possibilità di contrapposizioni tra di noi: c'è chi la gestisce, e la vive, come una lotta, c'è chi cerca di trasformarla in un'opportunità di crescita. Non so se io mi posso considerare tra questi ultimi, o se dipenda solo dalla cortesia che questi colleghi sono abituati a mostrare a chiunque, ma il loro saluto mi pare sincero, le loro parole di apprezzamento per il mio lavoro mi suonano vere, frutto di una riflessione che, come la mia, non si ferma alla rabbia che ti può assalire quando apri l'ennesima email che ti riporta un nuovo reclamo o una nuova lamentela, ma si spinge più in là, mettendosi nei panni dell'altro e cercando di comprendere, mettendosi a lavorare per capire, e all'occorrenza anche cercando, diplomaticamente, di spiegare come si devono muovere per raccogliere informazioni.
Uno scorcio della hall. Nell'elemento in primo piano, stivali di gomma e coperte per chi ama le veglie all'esterno. A destra l'ingresso, a sinistra si va verso le sale (riunioni e da pranzo). Sullo sfondo, la scala che va ad una parte delle camere, al piano superiore.

Tra le persone che già conosco non ci sono solo italiani, ma anche molti colleghi stranieri. Cerco di salutare tutti, e cerco di individuare, tra quelli che non conosco ancora, almeno quelli ai quali dovrei presentarmi. Ci sono chiacchiere informali, ma ovviamente tutto verte sul lavoro, è normale. Una brevissima introduzione del manager del luogo sul programma, e si va verso le sale apposite per la cena. Tavoli tondi da 6/8 persone, mi ritrovo al tavolo con Gabriel, Alex e il loro collega più "anziano" Mauricio, un altro brasiliano col quale leghiamo immediatamente. Bevo un bel po', e dopo cena proseguo, così come proseguono le chiacchiere informali miste a quelle lavorative, rivedo la tipa delle Risorse Umane conosciuta a Bruxelles qualche settimana prima e, tra i fumi dell'alcol, le dico che mi ricorda Marion Cotillard (lei mi risponde che non è la prima volta che glielo dicono), del resto siamo in tema di cinema, ma insomma, quando vado a dormire non faccio a tempo a toccare il letto che dormo.



Il laghetto 
Il colonnato d'ingresso; la mia stanza era nell'angolo opposto a quello che si vede qui alla sinistra dell'arco d'entrata.
Mercoledì 21 ottobre
L'inizio dei lavori oggi è stato programmato verso le 10, per permettere agli ultimi in arrivo di essere in tempo. Mi alzo tardi, per i miei standard, per la colazione non c'è modo di trovare un cappuccino, ma il caffé va bene, poi la giornata è organizzata, forse un maniera non troppo indovinata (parere diffuso) con due workshop, uno al mattino e l'altro al pomeriggio. Il tempo fuori è grigio, ma naturalmente l'intenzione dei workshop è il facilitare il lavoro in team e la conoscenza reciproca. Quello che mi rimane in mente è quello dove veniamo divisi in gruppi, e ad ogni gruppo viene affidato il compito di costruire materialmente dei luoghi, in miniatura, di una città ideale del futuro. Alcuni del mio gruppo sono talmente infervorati che io in pratica non faccio assolutamente niente, e mi lascio coinvolgere da due colleghi italiani in una discussione di lavoro. Realizzo che il VP, che non avevo mai visto di persona, ma sempre sentito nominare, è una persona molto giovanile, che scopro ha la mia età ma a vederlo da 10 metri dimostra 20 anni meno, e faccio una battuta ad un collega livornese che rimarrà impressa ("Ma chi è, luilì? Ma quant'anni ha, sedici?"). Pranzo e cena intervallano i lavori, e pure oggi faccio conoscenza con colleghi fin'ora solo sentiti o "letti". Ci sono anche due dei miei capi (Supply Chain), con i quali scambio qualche battuta. Sono piuttosto stanco, e dopo cena andrei volentieri a letto dopo qualche convenevole, ma mi blocca una collega per chiedermi una cosa di lavoro che prende un po' di tempo, poi finalmente riesco a sganciarmi. E' già molto tardi, e domattina si riprende alle 8, quindi non c'è tempo nemmeno per accendere il pc.

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