Bleach - Nirvana (1989)
Non è facile parlare di un disco così; personalmente, la deriva aneddotica è dietro l'angolo. Bleach è il disco di debutto della band che ha cambiato il corso della musica rock negli ultimi 30 anni, disco che non ebbe il successo che probabilmente meritava, e le cui vendite furono risollevate prima dal successo del secondo disco, Nevermind, del 1991, poi dalla morte suicida del leader della band stessa, Kurt Cobain, nel 1994. Ed è un macigno, un disco pesantissimo, cupo, disperato, uno dei diversi dischi che uscì dalle diverse band cosiddette della scena di Seattle, che prendevano l'hard rock, il metal e il punk, e li fondevano insieme ognuno alla propria maniera, alcuni facendo diventare questo genere rivoluzionario, e qualche disco di questi, capolavoro.
Nonostante la gestazione incredibilmente difficile (giusto per dirne una, il chitarrista aggiunto Jason Everman, che non suonò su nessun pezzo del disco, che fu poi integrato nella band e licenziato dopo il primo tour - poi assunto temporaneamente dai Soundgarden come bassista, e che appare nella foto di copertina - e anche nel poster contenuto in una delle prime edizioni, curiosamente mentre suona con indosso una t-shirt dei Soundgarden, fu quello che pagò il conto delle registrazioni a Jack Endino, 606,17 dollari), e il fatto che, ad esempio, i testi, così disse Cobain, furono scritti quasi tutti la sera prima delle registrazioni, per fare in fretta, l'uso di due batteristi diversi (e sottolineerei molto diversi: Floyd the Barber, Paper Cuts e Downer sono suonate da Dale Crover dei Melvins, e si sente, mentre il resto da Chad Channing), il disco è ancora oggi il mio preferito della produzione della band, selvaggio, ruvido all'inverosimile, un grido disperato, una composizione minimale ma straordinariamente ficcante: ogni pezzo rimane indelebilmente nella testa e nelle orecchie di chi ascolta. Ritornelli e riff sono ancora qui, a distanza di 28 anni. Mio personale pezzo preferito: School, ma Negative Creep e About A Girl seguono a brevissima distanza. Credo che tutte le persone che seguono questo blog conoscano questo album, ma nel caso ci fosse qualcuno che, a causa del fatto che è stato ibernato negli ultimi 30 anni, non avesse mai ascoltato Bleach (curiosa la storia del titolo, leggetela), sapete cosa dovete fare.
It's not easy to talk about an album like this one; personally, the anecdotal drift is around the corner. Bleach is the band's debut album that has changed the course of rock music over the last 30 years, a record that did not have the success it probably deserved, and whose sales were resumed earlier by the success of the second album, Nevermind, 1991 and later from the suicide death of the band's own leader, Kurt Cobain, in 1994. It is a boulder, a heavy, dreary, desperate, one of the many albums that came out from the so-called bands of the Seattle scene, who took the hard rock, metal and punk, and they all mated together in their own way, some creating this revolutionary genre, and some of these, masterpieces.
Despite the incredibly difficult gestation (just to say one, the added guitarist Jason Everman, who did not play on any tracks of the record, which was then integrated into the band and fired after the first tour - then temporarily taken by Soundgarden as a bass player, and which appears in the cover photo - and also in the poster in one of the first editions, curiously while playing wearing a Soundgarden t-shirt, it was the one who paid the recording bill to Jack Endino, $ 606.17), and the fact that, for example, the lyrics, as Cobain said, were almost all written in the night before the recordings, the fact that on the tracks there are two different drummers (and I would point out two very very very different drummers: Floyd the Barber, Paper Cuts and Downer are played by Dale Crover of the Melvins, and you can hear it, while the rest by Chad Channing), the record is still my favorite of the band's production, wild, rough to the unlikely, a desperate cry, a minimal songwriting, but exceptionally effective: each tracks remains indelibly in the head and ears of the listener. Refrains and riffs are still here, at 28 years of age. My favorite piece: School, but Negative Creep and About A Girl follow a short distance. I think all the people who follow this blog know this album, but in case there was someone who, due to the fact that he had been hibernated for the past 30 years, had never heard Bleach (curious also the title story, read it), you know what you have to do.
No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query into the wild. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query into the wild. Ordina per data Mostra tutti i post
20170818
20220628
Idea gnostica del potere esercitato attraverso un dio imperfetto
Arkhon - Zola Jesus (2022)
Come vi ho detto più e più volte, al punto che mi vengo a noia da solo, spesso mi capita di "confrontarmi" con la recensione di Pitchfork, mentre mi avvio a scrivere la mia su un disco, ritenendo Pitchfork uno dei punti di riferimento più equilibrati nel campo musicale. E devo dire che, anche questa volta, mi trovo non solo completamente d'accordo con Shaad D'Souza, ma in più punti (il primo paragrafo, dove spiega in maniera breve ma chiarissima la filosofia che sta dietro l'approccio musicale di Zola Jesus, o quando racconta le clamorose citazioni presenti su Undertow e Into the Wild) ho provato una sana invidia, per come e per quello che aveva scritto. Probabilmente sarei più generoso, se dovessi dare un voto da 1 a 10, perché comunque mi piace premiare chi osa e chi lavora ad un'idea di sperimentalismo funzionale alla fruizione e alla bellezza della musica, di qualsiasi genere essa sia, ma concordo che non sia l'apice per Nina Roza Danilova, un'artista che comunque resta tra le mie preferite, anche per la sua simpatia (a dispetto del suo "amore" per i toni scuri in musica).
As I have told you over and over again, to the point that I get bored by myself, I often "confront" myself with the Pitchfork review, while I start to write mine on a record, considering Pitchfork one of the reference points more balanced in the musical field. And I must say that, once again, I find myself not only completely in agreement with Shaad D'Souza, but in several points (the first paragraph, where he explains in a short but very clear way the philosophy behind Zola Jesus' musical approach, or when he tells the sensational quotes present on Undertow and Into the Wild) I felt a healthy envy, for how and for what he had written. I would probably be more generous, if I had to give a vote from 1 to 10, because in any case I like to reward those who dare and those who work on an idea of experimentalism functional to the enjoyment and beauty of music, of any kind, but I agree that not is the apex for Nina Roza Danilova, an artist who still remains among my favorites, also for her sympathy (despite her "love" for the dark tones).
20200306
Funerale
Panihida - Drabikowski's Batushka (2019)
Eccoci quindi al nuovo disco dei Batushka nella versione del fondatore Krzysztof Drabikowski, polistrumentista di Bialystok, Polonia, disco uscito alla fine di maggio del 2019. Il titolo, Panihida (in cirillico панихида) significa pressappoco "servizio commemorativo", funerale in pratica; da ricordare che la città polacca che ha dato i natali ai Batushka si trova al confine con la Bielorussia, quindi bilingue, e che a livello religioso vede la più alta concentrazione di credenti ortodossi in Polonia (naturalmente, questo non significa che i membri della band siano devoti...). Tornando al disco, il naturale il confronto con il "concorrente" omonimo (Hospodi dei Batushka di Krysiuk, ne abbiamo parlato ieri) ci porta a dire alcune cose, giusto per contestualizzare: Panihida è leggermente più grezzo nella produzione, verosimilmente in maniera voluta da Drabikowski. I canti liturgici sono inglobati nella struttura delle varie tracce, otto, intitolate semplicemente "canzone 1" fino alla "canzone 8" (Песнь, Pesn'), rendendo quindi l'impressione di un lavoro meno spettacolare, più concentrato sulla musica. Ci sono dei difetti: la voce è affogata nel missaggio, e il disco nella sua interezza, un Black Metal ibridato dal doom con molti passaggi estremi e selvaggi, soffre di una certa omogeneità, nel senso negativo del termine. Di certo, non un disco "debole", adatto senz'altro a chi cerca l'estremo.
So here we are at the new Batushka album in the version of the founder Krzysztof Drabikowski, multi-instrumentalist from Bialystok, Poland, album released at the end of May 2019. The title, Panihida (in Cyrillic панихида) means roughly "memorial service", funeral in practice; to remember that the Polish city that gave birth to Batushka is on the border with Belarus, therefore bilingual, and that religiously sees the highest concentration of Orthodox believers in Poland (of course, this does not mean that the band members are devoted ...). Going back to the album, the natural comparison with the "competitor" of the same name (Krysiuk's Batushka's Hospodi, we talked about it yesterday) leads us to say a few things, just to contextualize: Panihida is slightly rougher in production, probably in a manner desired by Drabikowski. The liturgical chants are incorporated into the structure of the various tracks, eight, simply titled "song 1" up to "song 8" (Песнь, Pesn'), thus making the impression of a less spectacular work, more focused on music. There are some flaws: the voice is drowned in the mixing, and the album in its entirety, a Black Metal hybridized by the doom with many extreme and wild passages, suffers from a certain homogeneity, in the negative sense of the term. Certainly not a "weak" album, definitely suitable for those looking for the extreme.
Eccoci quindi al nuovo disco dei Batushka nella versione del fondatore Krzysztof Drabikowski, polistrumentista di Bialystok, Polonia, disco uscito alla fine di maggio del 2019. Il titolo, Panihida (in cirillico панихида) significa pressappoco "servizio commemorativo", funerale in pratica; da ricordare che la città polacca che ha dato i natali ai Batushka si trova al confine con la Bielorussia, quindi bilingue, e che a livello religioso vede la più alta concentrazione di credenti ortodossi in Polonia (naturalmente, questo non significa che i membri della band siano devoti...). Tornando al disco, il naturale il confronto con il "concorrente" omonimo (Hospodi dei Batushka di Krysiuk, ne abbiamo parlato ieri) ci porta a dire alcune cose, giusto per contestualizzare: Panihida è leggermente più grezzo nella produzione, verosimilmente in maniera voluta da Drabikowski. I canti liturgici sono inglobati nella struttura delle varie tracce, otto, intitolate semplicemente "canzone 1" fino alla "canzone 8" (Песнь, Pesn'), rendendo quindi l'impressione di un lavoro meno spettacolare, più concentrato sulla musica. Ci sono dei difetti: la voce è affogata nel missaggio, e il disco nella sua interezza, un Black Metal ibridato dal doom con molti passaggi estremi e selvaggi, soffre di una certa omogeneità, nel senso negativo del termine. Di certo, non un disco "debole", adatto senz'altro a chi cerca l'estremo.
So here we are at the new Batushka album in the version of the founder Krzysztof Drabikowski, multi-instrumentalist from Bialystok, Poland, album released at the end of May 2019. The title, Panihida (in Cyrillic панихида) means roughly "memorial service", funeral in practice; to remember that the Polish city that gave birth to Batushka is on the border with Belarus, therefore bilingual, and that religiously sees the highest concentration of Orthodox believers in Poland (of course, this does not mean that the band members are devoted ...). Going back to the album, the natural comparison with the "competitor" of the same name (Krysiuk's Batushka's Hospodi, we talked about it yesterday) leads us to say a few things, just to contextualize: Panihida is slightly rougher in production, probably in a manner desired by Drabikowski. The liturgical chants are incorporated into the structure of the various tracks, eight, simply titled "song 1" up to "song 8" (Песнь, Pesn'), thus making the impression of a less spectacular work, more focused on music. There are some flaws: the voice is drowned in the mixing, and the album in its entirety, a Black Metal hybridized by the doom with many extreme and wild passages, suffers from a certain homogeneity, in the negative sense of the term. Certainly not a "weak" album, definitely suitable for those looking for the extreme.
20080128
into the wild, out of the blue

Into The Wild - Nelle terre selvagge - di Sean Penn 2008
Giudizio sintetico: si può vedere (riposati)
Ispirato alla vera storia di Christopher McCandless, 22enne americano che nel 1990, appena laureato, donò tutti i suoi risparmi (24.000 dollari) a Oxfam, bruciò gli ultimi spiccioli e i documenti di identità, abbandonò la sua vecchia auto, i genitori e soprattutto l'amata sorella Carine, per un viaggio attraverso gli States, sconfinando in Messico, facendo incontri, lavori, vedendo facce e facendo esperienze, ricostruendosi una nuova identità (Alexander Supertramp), alla ricerca di se stesso, della bellezza e della libertà, con meta ultima le terre selvagge e inospitali dell'Alaska.
Tratto dal libro di Jon Krakauer, libro nato a sua volta da un articolo a cura dello stesso Krakauer sulla storia di McCandless, arriva sui nostri schermi il nuovo film di Sean Penn avvolto già da un'aura di leggenda e, giocoforza, carica gli spettatori di altissime aspettative.
Partiamo dal fatto che sicuramente Sean Penn, lo ribadiamo, se ce ne fosse bisogno, è un cineasta che non rincorre il successo al botteghino, bensì un cinema di qualità, di spessore e contenuti, molto spesso fortemente critico (o autocritico) verso il "sogno americano" e soprattutto l'american way of life. Impossibile non riconoscere in questo film, momenti ispirati da Herzog ma anche da Malick, e potremo continuare. La fotografia è straordinariamente nitida e luminosa, la mano del regista va a nozze con scenari meravigliosi e con i campi lunghi. Si parte quasi dalla conclusione della storia, si torna all'inizio con un primo flashback, si prosegue a capitoli "allegorici", si distribuiscono altri flashback quando necessari. E' più complicata a raccontarsi che a vedersi, non temete. La colonna sonora, curata da Michael Brook, con pezzi originali di Eddie Vedder dei Pearl Jam e la collaborazione di Kaki King, ha una parte importantissima (ottima l'idea di sottotitolare alcune parti che legavano particolarmente con la storia) e risulta molto efficace (molto più che il disco "da solo", senza il film). Lodevole il tentativo di raccontare un anti-eroe americano, un "viaggiatore esteta", un personaggio che tocca le corde di tutti quanti hanno una sensibilità e sentono il peso ingombrante di questa società consumistica comandata solo dal vile denaro e dalla necessità di possedere, come pure il racconto di una nazione rurale, "alternativa" e marginale, semplice e spontanea, lontana dalle brutture per le quali invece è famosa. Coraggioso lo spazio dedicato alla letteratura che contraddistingue e traccia le linee guida della filosofia del "puro" Christopher, che ricorda un po' il tentativo fatto da Benigni con la poesia ne La tigre e la neve. Belle le prove attoriali di un cast molto ben assortito (Marcia Gay Harden, William Hurt, Catherine Keener, Vince Vaughn, Hal Holbrook, le giovani Jena Malone e Kristen Stewart, il mattatore assoluto nonché protagonista Emile Hirsch, perfetto anche nel suo "viaggio" fisico - è dimagrito 20 chili durante le riprese -, in alcuni momenti mi ha ricordato moltissimo lo stesso Vedder), e quindi ben diretto. Il film ha in definitiva il respiro delle grandi opere. Fin qui tutto bene.
Ciò che impedisce al film, a modesto giudizio di chi scrive, di ascendere alla grandezza, sono un paio di difetti. Il primo, nella forma: decisamente troppo lungo e prolisso. Qualche sforbiciata qua e là non gli avrebbe fatto male.
Il secondo nella sostanza: posare l'accento deciso sul rapporto conflittuale del protagonista con la meschinità dei genitori ridicolizza in parte la "filosofia" di fondo del "puro" che va alla ricerca di una vita quasi ascetica, francescana, spogliandosi di tutto, verso una dimensione superiore fatta dall'essere invece che dall'avere o dall'apparire. Come notava giustamente un'amica, da viaggio o avventura affascinante, si trasforma in fuga.
Un film comunque coraggioso, che dividerà il giudizio degli spettatori probabilmente sulla sostanza più che sulla forma.
20241226
Dio selvaggio
Wild God - Nick Cave & The Bad Seeds (2024)
Essendo uscito il 30 di agosto 2024, anche non volendo e non ascoltandolo, avrete sicuramente già sentito dire e letto tutto quello che c'era da sapere. Un nuovo ciclo solare, pieno di speranza, di gioia, dopo la sofferenza, il lutto, tutti quanti ci meritiamo un po' di felicità soprattutto perché tutti, ma proprio tutti, soffriamo, per qualcosa o per qualcuno. La sintesi è quella, diciamo a livello giornalistico, anche perché, essendo arrivato al diciottesimo album, con il monicker di Nick Cave & The Bad Seeds, quindi senza contare altre cosette neppure trascurabili come i Grinderman o le colonne sonore, oppure i dischi con Warren Ellis (queste ultime due voci spesso coincidono, per essere precisi), perché alla fine, sempre di Nicholas Edward Cave stiamo parlando, qualcosa bisogna pur dire, e non è possibile fare diversamente. Bene, stavolta, visto il concerto (l'ennesimo) in previsione per Ottobre, non sono sceso immediatamente in profondità con gli ascolti, ho lasciato la cosa "casual", e alla fine, ho lasciato questa recensione (o presunta tale) come l'ultima dell'anno, per quanto riguarda i dischi usciti nel 2024. Rischio di far diventare questo scritto una cosa troppo lunga, quindi provo a raccogliere qualche pensiero: come sempre, quello praticato è un genere ormai indefinibile, sospeso tra il rock, alternativo sicuramente, o anche art rock, con spruzzate sempre più intense di gospel (con l'utilizzo ormai in pianta stabile di 4 coristi, anche dal vivo), con testi che definire poemi è perfino riduttivo, e delle composizioni ambiziose, curate nei minimi particolari, ricercatissime, complesse, che però non dimenticano mai il "gancio" per rimanere impresse, oltre che nei cuori degli ascoltatori, anche nelle orecchie. Uso di strumenti imprevedibili, un suono che non risulta mai datato [addirittura, su O Wow O Wow (How Wonderful She Is c'è un accenno di autotune]. Il risultato è, ancora una volta, un disco capace di stupire, e di rapire. La mia favorita è Conversion, ma non fatevi problemi, scegliete pure altro. Disco dell'anno.
Having come out on August 30, 2024, even if you didn't want to and didn't listen to it, you've surely already heard and read everything there was to know. A new solar cycle, full of hope, of joy, after suffering, mourning, we all deserve a little happiness especially because we all, absolutely all, suffer, for something or someone. The summary is that, let's say at a journalistic level, also because, having reached the eighteenth album, with the monicker of Nick Cave & The Bad Seeds, therefore without counting other little things not even negligible like Grinderman or the soundtracks, or the albums with Warren Ellis (these last two voices often coincide, to be precise), because in the end, we are always talking about Nicholas Edward Cave, something must be said, and it is not possible to do otherwise. Well, this time, given the concert (yet another) scheduled for October, I didn't immediately go into depth with the listening, I left the "casual" thing, and in the end, I left this review (or presumed such) as the last of the year, as far as the albums released in 2024 are concerned. I risk making this writing too long, so I'll try to collect some thoughts: as always, what is practiced is a genre that is now indefinable, suspended between rock, alternative for sure, or even art rock, with increasingly intense splashes of gospel (with the now stable use of 4 backing singers, even live), with lyrics that it is even reductive to define as poems, and ambitious compositions, cared for in the smallest details, highly refined, complex, which however never forget the "hook" to remain imprinted, not only in the hearts of the listeners, but also in their ears. Use of unpredictable instruments, a sound that never seems dated [in fact, on O Wow O Wow (How Wonderful She Is) there is a hint of autotune]. The result is, once again, a record capable of surprising, and of captivating. My favorite is Conversion, but don't worry, choose something else. Record of the year.
20100924
the junkies and the stars

Junky Star - Ryan Bingham & The Dead Horses (2010)
Prima di tutto, una piccola introduzione che vi fa capire quanto sia un novellino rispetto a un genere musicale come quello trattato da Bingham (fresco premio Oscar per The Weary Kind da Crazy Heart, pezzo presente in alcune versioni come bonus) e soci: fino a quando ho deciso di scrivere questa recensione, mai avevo sentito né letto il genere americana, sotto il quale è catalogato di solito. Apprezzate quindi non solo l'onestà, quanto il punto di vista fresco e pulito del vostro recensore preferito di sempre.
Il ragazzo che, come faceva giustamente notare l'amico Monty, si chiama esattamente come il protagonista di Up In The Air (o magari è il contrario), ha "solo" 29 anni, ma pare aver assorbito alla perfezione tutto lo scibile che, appunto, il genere indicato raccoglie. E, badate bene, americana è, come si disquisiva allegramente con amici (soprattutto loro), un'etichetta molto generica che, appunto, ingloba e raccoglie una vastità di generi, sottogeneri ed influenze.
Per chi, come me, è un po' fuori dal giro giusto (cit.), è naturale accostare Bingham anzitutto a Springsteen, fino ad arrivare a Dylan (ma senza scomodarlo, ci mancherebbe), mentre per dare un'idea a chi vi arriva dal lato rock, potrei comodamente accostarlo al lato country-folk dei Pearl Jam, o meglio, alle cose soliste di Eddie Vedder, come per esempio la colonna sonora di Into The Wild.
I più attenti fanno notare che per questo terzo disco (ma in realtà ne ha fatti almeno altri due, autoprodotti), Bingham ha cambiato produttore, passando dal Marc Ford di blackcrowesiana memoria, al veterano T-Bone Burnett, col quale in pratica ha cominciato a collaborare materialmente per la composizione del pezzo col quale ha/hanno vinto l'Oscar, citato prima; ne prendiamo atto. Quel che c'è, adesso, è un disco che, come capita sempre più spesso, è moderno pur avendo un sapore stantìo (nel senso buono del termine, se ce n'è uno), buone canzoni suonate da buoni musicisti, e quella voce che ricorda altre voci (c'è chi addirittura si è lanciato in un paragone con Tom Waits, e sinceramente non l'ho capito), ma che colpisce, e spesso affonda l'ascoltatore (sempre in senso positivo). Confesso che mi affascina anche la pronuncia (è nato in New Mexico e cresciuto in Texas), così come pezzi quali The Wandering, Hallelujah, Self-Righteous Wall, come pure la title-track.
Lo chef consiglia l'ascolto al tramonto, magari sul mare (va bene anche d'inverno), con qualcosa di alcolico e da fumare. Siccome penso anche a voi, che non beneficiate di questo plus, potete sopperire con la campagna sconfinata, e addirittura con un naviglio.
20160527
Ode alla fiamma
Ode to the Flame - Mantar (2016)
Sgombriamo il campo da possibili fraintendimenti: questo post parla di musica, e non ha niente a che fare con la politica. Capisco che un titolo del genere poteva far pensare a tutt'altro.
Parliamo del duo tedesco dei Mantar, conosciuti con il debutto Death By Burning (è evidente che questi ragazzoni sono in fissa col fuoco). E' da poco uscito il seguito, intitolato, appunto, Ode to the Flame. La produzione è, per così dire, un poco più raffinata, ma l'attitudine "pestona" non è cambiata di una virgola. Cantato scream/growl, ritmiche indiavolate al limite del drone, rallentamenti in stile sabbathiano, batteria pesantissima, poco virtuosa, dritto per dritto.
Gli elementi crust punk, doom metal e classic metal, continuano a fondersi in un calderone personale e particolarmente efficace quanto selvaggio. Vedremo dove arriveranno.
Now, we talk about the German duo Mantar, already known with the debut "Death By Burning" (it is clear that these lads are fixed with fire: look at the title of the second album). It is just released the sequel, entitled, precisely, "Ode to the Flame". The production is, so to say, a little more refined, but the heavy attitude is not changed of a comma. Sings scream / growl, rhythmic to the limit of drone, slowdowns in sabbath-esque style, heavy drums, little virtuous, straight to straight.
The crust punk elements, doom metal and classic metal, continue to merge into a personal cauldron and particularly effective as wild. We will see where they will arrive.
Sgombriamo il campo da possibili fraintendimenti: questo post parla di musica, e non ha niente a che fare con la politica. Capisco che un titolo del genere poteva far pensare a tutt'altro.
Parliamo del duo tedesco dei Mantar, conosciuti con il debutto Death By Burning (è evidente che questi ragazzoni sono in fissa col fuoco). E' da poco uscito il seguito, intitolato, appunto, Ode to the Flame. La produzione è, per così dire, un poco più raffinata, ma l'attitudine "pestona" non è cambiata di una virgola. Cantato scream/growl, ritmiche indiavolate al limite del drone, rallentamenti in stile sabbathiano, batteria pesantissima, poco virtuosa, dritto per dritto.
Gli elementi crust punk, doom metal e classic metal, continuano a fondersi in un calderone personale e particolarmente efficace quanto selvaggio. Vedremo dove arriveranno.
Now, we talk about the German duo Mantar, already known with the debut "Death By Burning" (it is clear that these lads are fixed with fire: look at the title of the second album). It is just released the sequel, entitled, precisely, "Ode to the Flame". The production is, so to say, a little more refined, but the heavy attitude is not changed of a comma. Sings scream / growl, rhythmic to the limit of drone, slowdowns in sabbath-esque style, heavy drums, little virtuous, straight to straight.
The crust punk elements, doom metal and classic metal, continue to merge into a personal cauldron and particularly effective as wild. We will see where they will arrive.
20070921
talkin' 'bout music

Un rapido aggiornamento sulle ultime cose che ho ascoltato, prima e dopo la full immersion nel nuovo Marlene Kuntz, del quale vi ho già parlato. Oggi voglio andare in ordine alfabetico, più o meno.
Amir dà alle stampe un altro disco: Vita di prestigio. Ospiti a gò gò per un ennesimo ritratto della scena hip hop romana, disco piacevole per chi apprezza il genere e la calata romanesca di questo immigrato di seconda generazione.
Bat For Lashes e il suo Fur And Gold sa di Bjork ma finisce per essere la versione intellettuale di Nelly Furtado. Non ci è piaciuto.
Cristina Donà all'ennesima prova con il suo nuovo La quinta stagione aggiunge un tassello alla sua importante carriera, tutta sottovoce ma da stimare. La traccia nr. 2, Universo, è bellissima.
I Divine Heresy di Dino Cazares con il loro Bleed The Fifth sono da approfondire.
Eddie Vedder con la colonna sonora di Into The Wild di Sean Penn non aggiunge niente di particolarmente importante alle sue referenze.
Gli High On Fire e il loro Death Is This Communion eletto disco del mese da Rumore lo scorso mese non ci hanno per niente impressionato.
José González e il suo nuovo In Our Nature ci ricorda i cantautori americani di tanti anni orsono e ci riempie di delicatezza. Gustoso. La cover di Teardrop dei Massive Attack completamente acustica, alla sua maniera, è deliziosa. Nella foto la copertina.
M.I.A. e il suo Kala, segnalata, oltre che dall'amico Monty anche da diverse recensioni su riviste specializzate e non, si candida alla palma del disco più inascoltabile dell'anno. Techno-dance dal retrogusto indo-pakistano lontana dai maestri Asian Dub Foundation e troppo prevedibile. Canzoni che non lasciano il segno.
Celebrativo Better Motorhead Than Dead dagli immensi Motorhead di Lemmy. Un'istituzione.
Superfluo il nuovo Mùm, dal titolo Go Go Smear The Poison Ivy. Non saranno mai grandi, ma vanno bene per fare da sottofondo.
C'è da chiedersi seriamente se davvero c'era bisogno del cofanetto settuplo dei Pearl Jam Live ai The Gorge. Vi avremmo voluto bene ugualmente, cari.
White Chalk di PJ Harvey è tutt'ora da metabolizzare. La versione femminile di Nick Cave, la ragazza-che-non-tromba-mai (sublime metafora di un amico livornese che legge queste pagine, azzeccatissima ancora oggi per descrivere il mal di vivere che aleggia sempre nei dischi di Polly Jean) fa uscire un disco diverso, meno rumoroso all'apparenza, con molto pianoforte e diversi urli. Forse ancora più introspettivo. Ci torneremo.
Piacevolissimo ripescaggio, ancora suggerito da Monty, la raccolta degli inarrivabili e indimenticabili Primus, maestri di tecnica e inventori di uno stile ineguagliabile, dal titolo corrosivo come da sempre nel loro stile: They Can't All Be Zingers. Sfizioso.
Il nuovo disco di Raiz si intitola come il nuovo Marlene, Uno, e sa di tradizione napoletana. Troppo.
Concludo con un disco che sa di amarcord doppio: i Tesla e il nuovo Real To Reel, dove rielaborano vecchi classici conosciuti e meno conosciuti, come Space Truckin' o Honky Tonk Woman. E' un piacere ascoltarli di nuovo. Sublime la loro versione della zeppeliniana Thank You, la canzone che vorreste dedicare alla persona che vorreste incontrare tutti i giorni.
20080127
mi permetto

Con il tempo speso al cinema (anni fa cercavo di vedere tutti i film che uscivano, ma proprio tutti), ho la presunzione di aver sviluppato un certo "fiuto" per i film buoni; ovvio che possa sbagliarmi, naturalmente. Adesso, di solito, vado 2-3 volte a settimana e cerco di scegliere quelli che mi ispirano di più, incrociando le dita.
Ispirato da una serie di trailer visti ieri sera, prima della proiezione di Into The Wild al Kino Dessé di Livorno (presente in sala, casualmente, il regista livornese Paolo Virzì insieme alla protagonista del suo prossimo film, la bella e giovane Micaela Ramazzotti, tanto per fare un po' di gossip), mi permetto di segnalarvi, aiutato anche dalla lista di Ciak sui "100 film più attesi in uscita da gennaio a giugno", alcuni film che rischierebbero di passare inosservati, e che, secondo me, sono da vedere, almeno per giudicare. E già che ci siamo, anche altri che magari andreste a vedere comunque, tanto per darvi qualche indicazione in più.
Tralasciando i blockbusters americani, anche se nel caso, ad esempio, di Sweeney Todd (esce a febbraio) e The Dark Knight (esce a giugno), non ci si può esimere dall'andare al cinema, in quanto i registi in gioco, le storie e gli attori in gioco sono di assoluto primordine (nel primo caso abbiamo Tim Burton, un musical horror e Johnny Depp, nel secondo abbiamo invece Christopher Nolan, un Batman non si sa quanto ispirato da quello di Frank Miller, Christian Bale e il deceduto Heath Ledger), partirei segnalandovi Oltre il fuoco, in originale Things We Lost In The Fire (Hope Comes With Letting Go) - ho una passione sfrenata per i titoli lunghi e con frasi di questo genere -, regista la danese Susanne Bier, brava regista e sceneggiatrice, autrice di due bei film quali Non desiderare la donna d'altri e Dopo il matrimonio, sempre in collaborazione per la scrittura col mitico Anders Thomas Jensen (registo del cult assoluto Le mele di Adamo), attori Halle Berry, Benicio Del Toro e il mio idolo del momento David Duchovny, quindi il primo film "hollywoodiano" della Bier, con una storia che implica sempre parentele e perdita. Sono ormai settimane che, mentre aspetto l'orario d'entrata al multisala di Livorno, mi soffermo carico d'aspettative davanti alla locandina di questo film. Esce a maggio.
Andrei avanti con uno dei film che potrebbe scuotere la stagione, in uscita a febbraio. Si tratta di Persepolis, un film di animazione ma, direi, d'eccezione. L'autrice è l'iraniana Marjane Satrapi (i lettori di Internazionale la conosceranno bene), coadiuvata da Vincent Paronnaud, e mette in scena una specie di autobiografia semiseria che però parrebbe scavare a fondo sulla condizione della donna in Iran. Il trailer, visto ieri sera, è a dir poco eccezionale; Concita De Gregorio, su D allegato a Repubblica di ieri, ne parla entusiasticamente (l'ha visto in Spagna col figlio che lo ha definito "il miglior film visto quest'anno", riferendosi, credo, al 2007, visto che fuori dall'Italia è uscito, pare, da circa 4 mesi). Io gli do fiducia.
Senza saperne niente, mi fido ciecamente dei Coen e di Bardem per quanto riguarda l'uscita prevista per marzo di Non è un paese per vecchi. Ho qualche dubbio sul nuovo Woody Allen dal titolo Sogni e delitti, con Colin Farrel e Ewan McGregor (e Tom Wilkinson, che secondo me se non gli danno l'Oscar come non protagonista per Michael Clayton avrebbe ragione di incazzarsi). Curioso il fatto che esca il remake hollywoodiano, a cura del regista originale, di Funny Games, un film bello e disturbante del 1997 dell'austriaco Michael Haneke; ci sono Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt ed esce a febbraio.
Altra curiosità è Walk Hard: The Dewey Cox Story, di Jake Kasdan (si, è il figlio) con John C. Reilly (lo avete visto milioni di volte in milioni di film), una parodia (pare feroce) delle biopic.
Straziante già dal trailer, e quindi qui dovremo verificarne l'effettiva validità quando uscirà in febbraio, il candidato agli Oscar Lo scafandro e la farfalla, di Julian Schnabel con Emmanuelle Seigner e Marie-Josée Croze (Le invasioni barbariche). Altro titolo che potrebbe deludere fortemente o sorprendere incredibilmente sarà senz'altro Il treno per Darjeeling di Wes Anderson (I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou, ma da noi deve ancora uscire il suo Hotel Chevalier) con Owen Wilson, Adrien Brody e Jason Schwartzman; esce a marzo.
There Will Be Blood, ribattezzato semplicemente Il petroliere per l'Italia, in corsa per gli Oscar, incuriosisce ovviamente per la regia dell'altro Anderson, Paul Thomas, regista controverso (famosissimo per Magnolia che non mi piacque, sconosciuto per Ubriaco d'amore, gran film per me ma poco conosciuto; anche il buon Boogie Nights non ha riscosso il giusto riscontro qui da noi), con il mattatore Daniel Day Lewis in un personaggio che ricorda un po' il suo "macellaio" in Gangs Of New York (almeno a giudicare dai trailer). Esce a febbraio.
Non sapevo niente del progetto chiamato 10000 A.C. di Roland Emmerich, in uscita a marzo, con attori sconosciuti ambientato, appunto, ai tempi dei mammuth.
Si è parlato tanto e bene di Juno, nominato anch'esso, scritto dall'emergente Diablo Cody e diretto da Jason Reitman (Thank You For Smoking). C'è anche Jennifer Garner (Alias) in una parte non principale, e la storia sembra intrigante: potrebbe essere il Little Miss Sunshine del 2008. Esce in aprile.
Mi interessa vedere, in uscita questo mese, l'opera seconda di Paolo Franchi, del quale apprezzai molto La spettatrice, dal titolo Nessuna qualità agli eroi. C'è l'ottimo Elio Germano e la charmant Irène Jacob. Altro titolo italiano del quale ho letto bene è Non pensarci di Gianni Zanasi, con Giuseppe Battiston, Anita Caprioli e Valerio Mastrandrea. Dovrebbe uscire (il condizionale, in Italia, è d'obbligo) in aprile.
Concludo con un rischio totale: il nuovo film di Wong Kar-Wai, il primo "americano", dal titolo Un bacio romantico (l'originale, ovviamente, è tutta un'altra musica, ed è My Blueberry Nights). Storia semplice e sentimentale, grande cast: Jude Law, Natalie Portman, David Strathairn, Rachel Weisz, e la debuttante, in veste di attrice, Norah Jones (conosciuta meglio dagli appassionati di musica come Noia Jones).
Come dicono le annunciatrici, buona visione. Vi accompagnerò scrivendone appena potrò.
20100307
il messaggero

The Messenger - di Oren Moverman 2010
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ambasciator non porta pena - però dé, vesti reduci hanno un po' rotto 'r cazzo
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ambasciator non porta pena - però dé, vesti reduci hanno un po' rotto 'r cazzo
Il Sergente dell'esercito degli USA Will Montgomery è vicino al congedo. E' giovane, è stato in guerra, è stato decorato come un eroe, si sta recuperando fisicamente da alcune brutte ferite rimediate, appunto, in un'azione eroica. La sua (ex) fidanzata storica, Kelly, lo vuole incontrare di nuovo, la serata non è granché, ma a letto è un'altra cosa. Kelly si sta per sposare: non con Will, però.
Will è nel frattempo assegnato al servizio di notificazione dei decessi di commilitoni ai parenti, sotto la guida del Capitano Tony Stone, apparentemente un duro, dai modi spicci e bruschi, che si raccomanda soprattutto di attenersi scrupolosamente alle procedure.
I due in qualche modo si assomigliano, e forse per questo non si vanno molto a genio all'inizio. Le difficoltà psicologiche, comportamentali, le ripercussioni che questo tipo di lavoro ha sulle loro vite, e tutte le difficoltà inespresse dei due, li avvicineranno in maniera insospettabile.
Debutto interessante nei lungometraggi per l'israeliano espatriato negli States Moverman, co-autore della sceneggiatura di Io non sono qui, che pure per questo The Messenger è sceneggiatore insieme all'italiano, espatriato anch'esso, Alessandro Camon.
E' interessante perchè in pratica The Messenger è un film sulla guerra senza la guerra, o meglio ancora sulle conseguenze pratiche della guerra moderna. Le ferite della vita sono simili, sia per i reduci (Will), sia per chi in guerra non ci è mai stato (Tony), e chi rimane a casa porterà cicatrici ugualmente, per tutta l'esistenza, dopo che Tony e Will avranno compiuto il loro dovere, attenendosi (o meno) al mansionario.
In definitiva, la storia è esile, con un incedere lento ma non noioso, ripresa con mano sicura e delicata, e il regista chiede molto agli attori, che sono realmente pochi, ma buonissimi. Oltre ad Harrelson (Qui Tony Stone; sempre un grande. Nomination per lui, per questo film, nella categoria miglior attore non protagonista. E chi sarebbe il protagonista?) e Foster (Will; a parte diversi film tutto sommato dimenticabili, ce lo ricordiamo volentieri per il suo Russel Corwin in Six Feet Under), c'è Samantha Morton in una parte fondamentale (Olivia Pitterson), e Steve Buscemi (Dale Martin) che ha due scene, ma intensissime. C'è anche Jena Malone (era in Into The Wild, ed ha la caratteristica di somigliare vagamente a Jodie Foster, tanto è vero che da giovanissima ha interpretato Jodie da piccola in Contact), ma è tutto sommato meno importante.
Il film è candidato come detto per Woody Harrelson (actor in a supporting role), ma anche per la categoria miglior sceneggiatura originale (Moverman e Camon), ed è incoraggiante, visto che è un debutto.
Film quindi con sceneggiatura semplice ma non per questo poco impegnativo, retto da ottime prove recitative, che aggiunge una voce contro la guerra, senza urlare, ma andando dritto alle conseguenze. Non male.
=======================
In uscita in Italia (pare) il 16 aprile.
20111229
i mangiatori di torta

The Cake Eaters - di Mary Stuart Masterson (2007)
Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Giudizio vernacolare: da romanti'oni
Stato di New York, da qualche parte, in un piccolo villaggio di campagna. Le storie di due famiglie del posto sono strettamente legate, anche se qualcuno, anche tra di loro, non lo sa. I Kimbrough: Easy è l'anziano capofamiglia, il macellaio del luogo. Da poco, la moglie Ceci è morta, dopo una lunga malattia. Il figlio minore Dwight, che tutti chiamano Beagle, lo ha aiutato con lei (anzi, ha fatto il più), nonostante lavori alla caffetteria della scuola locale, lo aiuti con la macelleria, non lasciando trapelare mai con nessuno la sua passione per la pittura. Il figlio maggiore, Guy, è via da tre anni, principalmente a New York a cercare fortuna con la musica. Qualche settimana dopo la morte della madre, senza saperne nulle, Guy torna in famiglia, e subito si mette alla ricerca di Stephanie, la parrucchiera, sua vecchia fiamma. Le ha chiesto di sposarla, e poi è sparito.
L'altra famiglia protagonista sono i Kaminski. La capostipite è Marg, un'anziana eccentrica, che sembra avere una simpatia per Easy. La figlia Violet ha ambizioni artistiche, è fotografa, e vive con il compagno Judd e la figlia (solo di lei) Georgia. Georgia ha 15 anni ed è malata dell'Atassia di Friedreich, una malattia genetica che impedisce il perfetto coordinamento dei movimenti, per la quale non esiste una cura; Georgia, da un momento all'altro, potrebbe morire, visto che la malattia spesso è associata a gravi cardiopatie. Però, finché ne è in grado, rifiuta la sedia a rotelle. Sua madre la fotografa, spesso poco vestita, per mettere in risalto la sua bellezza, e per le sue velleità artistiche. E' convinta di curarla con la terapia dei colori, ma in realtà non sa bene come comportarsi con lei: in effetti, la ragazza si trova molto meglio con la nonna.
Un giorno, al mercatino locale, Marg è con Georgia, Easy è con Beagle, le coppie si incontrano, gli anziani dissimulano la loro intimità, mentre i due ragazzi si studiano con interesse. Beagle ha vent'anni, ma è impacciato con le donne. Georgia invece è quasi sfacciata: è giovane, ma sa che potrebbe morire presto, e non ha tempo da perdere. Invita Beagle a casa sua, la sera stessa, con una scusa.
Prima che finisca l'anno, vorrei lasciarvi con un consiglio sentito, che viene dal cuore. Magari è per questo che ho una quarantina di recensioni da scrivere, ma vi voglio parlare di questo film che ho appena visto. Sfido la sorte dandogli uno dei punteggi più alti degli ultimi tempi, sapete che 4 su 5 non lo assegno spesso, nonostante, ad esempio, Gary Goldstein del Los Angeles Times abbia scritto di questo film che è "un dramma blando con un copione insignificante". The Cake Eaters, mai uscito in Italia, distribuito poco (e con due anni di ritardo) anche in patria, titolo intraducibile (lo sceneggiatore, Jayce Bartok, che nel film interpreta Guy, dice che la frase era usata da sua madre, in Pennsylvania, per definire quelli che finalmente avevano trovato la felicità, la loro strada, il loro amore), è sicuramente uno di quei film che sarebbe rimasto nascosto, invisibile, se non fosse che la protagonista, Georgia, è interpretata da Kristen Stewart, prima di Into the Wild e prima della saga di Twilight. La regista è debuttante, ma è un'attrice con una carriera rispettabile: Mary Stuart Masterson, qualcuno forse se la ricorda in Pomodori verdi fritti - Alla fermata del treno.
Il film. Il film è semplice, affronta tanti temi senza voler rilasciare morali, e soprattutto, lo fa con un tocco talmente delicato, che risulta impossibile non commuoversi dinanzi a tanta dolcezza e, ripeto, semplicità. Occasioni mancate, modi per riparare (a volte ci sono, a volte no, in questo ultimo caso, bisogna andare avanti e basta), e l'amore. Quello che per gli ingenui fa girare il mondo (in realtà sono i soldi e il potere, ma a noi poveri illusi piace pensarla diversamente), quello che arriva quando meno te lo aspetti, a volte perfino quando ti ostini a non cercarlo. Non so voi, ma io ho trovato che non ci sia niente di più bello, toccante, commovente, entusiasmante, emozionante, coinvolgente. Ho pianto ripetutamente, probabilmente per tutta l'ultima mezz'ora di The Cake Eaters.
Ho trovato la fotografia particolarmente indovinata, e il cast pressoché perfetto; la Stewart è molto brava ad interpretare questa ragazza con gravi problemi motori (e non solo), ed Elizabeth Ashley, che trovo irresistibile anche quando fa la zia Mimi in Treme, è stupenda nella parte di nonna Marg. Molto bravi pure Bruce Dern (Easy) ed il giovane ma lanciato Aaron Stanford, che dà la profondità corretta al personaggio di Beagle.
Ottima la colonna sonora. Melissa Leo (Ceci) appare solo sui titoli di testa e su quelli di coda. E neppure per un attimo mi sono messo a pensare "ma quando cazzo arriva Melissa Leo". Non è poco, per un film "blando con un copione insignificante".
Se vi fidate di me, cercatelo. Si trova in rete, in dvd all'estero, su subsfactory ci sono i sottotitoli italiani. Secondo me è bellissimo.
20080903
ecotrip - parte 1

Da D la repubblica delle donne, nr.612
-700 milioni di CO2
ECOVIAGGI
Ovvero senza aereo. Ma con qualsiasi mezzo - dai piedi al cammello - che avvicini alla realtà dei luoghi che si visitano. E non inquini. La filosofia di un travel book in arrivo in Italia
di Ilaria Carra
Andy Ward voleva ritrovare il giusto swing. Non nella musica ma nella vita. Quell'occhio attento che ti fa star dietro alle cose che accadono senza accusarne il distacco, insomma. Più facile a scriversi che a farsi. Londra, intanto, iniziava a stargli stretta. Complice anche la convivenza forzata a casa dei suoi per metter via quattrini e saldare vecchi debiti universitari. Risultato: quattro ore da pendolare ogni giorno e un'insofferenza da tenere a bada. Il cambio di marcia era dunque nell'aria. E arrivò in una serata di maggio quando, accovacciati intorno a un fuoco nel Dorset, il suo compagno d'avventure Puddy Morris lanciò l'idea di un viaggio fino a Istanbul, Turchia. Niente di rivoluzionario, detto così. Se non che i due pensarono bene di farsela tutta a piedi. E qui viene il bello. Cinquemila chilometri senza cedere alla tentazione di due ali che in tre ore avrebbero agevolato di gran lunga la pratica. Troppo comodo dar retta a Mister Michelin che la fa facile con due giorni no stop di auto. La vera sfida fu camminare per sei mesi su e giù per l'Europa con i piedi (e tante vesciche) ancorati a terra. "Dieci milioni di passi" (così la raccontano loro) per raggiungere la meta. Scelte alternative di viaggio. O forse, meglio, di vita, raccolte nel nuovo travel book della casa editrice Lonely Planet dal titolo Flightless: incredible journeys without leaving the ground, uscita da pochissimi giorni negli Stati Uniti, che arriverà in Italia a settembre (in inglese, in traduzione nel 2009). Un'antologia che raccoglie 26 racconti di traversate dei cinque continenti con ogni mezzo immaginabile: a piedi, come Andy e Puddy, ma anche in bici, treno, barca, pattini. Anche su un cammello. Tutto fuorché a bordo di un aereo. Un vademecum per chi è terrorizzato dall'alta quota. O vuole girare il mondo senza spendere un patrimonio. Un must per la flotta di ecoviaggiatori che qui trova spunti per itinerari a impatto zero. Tanto per inquinare meno e ridurre quei 700 milioni di tonnellate di anidride carbonica prodotti ogni anno dall'aviazione civile e militare. Tra gli autori, per lo più grandi nomi della letteratura di viaggio contemporanea ansiosi di contatto umano e avventura, c'è chi s'è concentrato su un unico Paese - Giappone, Oman e anche Italia - e chi invece ha attraversato continenti interi o azzardato quasi il giro del mondo. Per il blogger di viaggio Rory Stewart s'è trattato di girare l'Asia alla scoperta della cultura dei dervisci. A Jon Krakauer, l'alpinista creatore di Into the wild (Nelle terre selvagge) - storia estrema di Alexander Supertramp portata quest'anno sul grande schermo da Sean Penn - lo spunto l'hanno dato Dennis Hopper e Peter Fonda in Easy Rider. Nel suo diario on the road, The Geat american ride, si aggira per gli States in sella a una Harley-Davidsons. Certo, i viaggi senza ali richiedono tempo, tanto. La lentezza aiuta a non perdersi i dettagli. Per affrontarli è buona cosa dunque poter contare su una discreta forma fisica, spirito d'adattamento e una ragionevole dose d'inventiva. Del resto, correre per l'America in roller skates o camminare lungo la Grande muraglia cinese da Jinshaling a Simatai non è proprio da tutti. Per il 74enne scrittore inglese Simon Gandolfi ha significato anche realizzare il sogno di sempre: sei mesi di traversata dell'America del Sud, raggiungendo anche quota 4.700 metri in Bolivia, dove fa freddissimo e "corri come un matto per 150 chilometri in cerca di un caffè". Tutto il giro è stato fatto con una Honda 125 - come quelle con cui si consegna la pizza a domicilio - comprata in Messico. Stile Diari della motocicletta, in versione mini, però. Perché, si legge nel suo Old toad on a bike (Vecchio rospo su una motocicletta), "Una più grande avrebbe creato una barriera tra me e la gente". Perché per gli ecovagabondi, non conta tanto la destinazione. La vera esperienza è il viaggio in sé. Flightless, che apre con il racconto di Tony Wheeler, cofondatore di Lonely Planet, sulla traversata da Londra verso l'Australia che ispirò la nascita della casa editrice, è dunque un inno alla libertà e all'ecologia, la Bibbia per tutti quelli che prima di prendere un aereo ci pensano più di due volte. Tra gli itinerari suggeriti anche quello del Buddha bus che dall'Inghilterra porta fino in Cina. L'omaggio all'Italia è invece un remake di Vacanze romane siglato dallo scrittore di viaggi Peter Moore, con un pragmatico elogio della Vespa: "Facile da trasportare su un traghetto, a spingere se si guasta e in grado di superare anche le Alpi". I tour più faticosi sono quelli in Africa, dove si consiglia di alternare pedalò e kayak sui fiumi alla bicicletta, meglio se di primo mattino, per il caldo. A ripiegare sui bus, sempre pieni - per chi non ce la fa più - si è sempre in tempo. Ultimo avvertimento ai "no flight travelers": non farsi scoraggiare dalla burocrazia che dilata i tempi. Perché gran parte del fascino di queste avventure sta nel non dover avere fretta.
continua
20170504
La donna è una cosa sempre varia e mutevole
Semper Femina - Laura Marling (2017)
Si ispira, per il titolo, e per il filo conduttore, all'Eneide di Virgilio, l'ancora giovanissima (27) inglese Laura Marling, qua al suo sesto disco. Dopo aver lasciato le atmosfere completamente acustiche con il disco precedente Short Movie, continua a scrivere di introspezione e cuori infranti, ma la sua ricerca musicale è da seguire con attenzione. Ci sono molti elementi in questo disco, che parte sembrando jazz, poi sembra di sentire una versione di Lou Reed virata in chiave folk (Wild Fire), poi arriva una ballata soffice con una sezione d'archi (Don't Pass Me By), un pezzo dove la chitarra è talmente punteggiata che sembra un'arpa (Always This Way), insomma, un altro vivido esempio di come la musica di diversi generi può mescolarsi, generando sempre cose molto belle. Voce sempre raffinata, sempre sorprendente per le sue mille sfaccettature, delicata come una piuma.
It is inspired, for the title, and for the leitmotiv, to Virgil's Aeneid, the still very young (27) English singer-guitarist-composer Laura Marling, here at her sixth album. After leaving the acoustic atmospheres with the previous album "Short Movie", she continues to write about introspection and broken hearts, but her musical search is to be followed carefully. There are many elements in this record, which appears to be jazz, then it seems to hear a version of Lou Reed turned into Folk (Wild Fire), then comes a soft ballad with a strings section (Don't Pass Me By), a track where the guitar is so dotted that it looks like a harp (Always This Way), in other words, another vivid example of how the music of different genres can mingle, always generating beautiful things. A voice always refined, always surprising for its many facets, delicate as a feather.
Si ispira, per il titolo, e per il filo conduttore, all'Eneide di Virgilio, l'ancora giovanissima (27) inglese Laura Marling, qua al suo sesto disco. Dopo aver lasciato le atmosfere completamente acustiche con il disco precedente Short Movie, continua a scrivere di introspezione e cuori infranti, ma la sua ricerca musicale è da seguire con attenzione. Ci sono molti elementi in questo disco, che parte sembrando jazz, poi sembra di sentire una versione di Lou Reed virata in chiave folk (Wild Fire), poi arriva una ballata soffice con una sezione d'archi (Don't Pass Me By), un pezzo dove la chitarra è talmente punteggiata che sembra un'arpa (Always This Way), insomma, un altro vivido esempio di come la musica di diversi generi può mescolarsi, generando sempre cose molto belle. Voce sempre raffinata, sempre sorprendente per le sue mille sfaccettature, delicata come una piuma.
It is inspired, for the title, and for the leitmotiv, to Virgil's Aeneid, the still very young (27) English singer-guitarist-composer Laura Marling, here at her sixth album. After leaving the acoustic atmospheres with the previous album "Short Movie", she continues to write about introspection and broken hearts, but her musical search is to be followed carefully. There are many elements in this record, which appears to be jazz, then it seems to hear a version of Lou Reed turned into Folk (Wild Fire), then comes a soft ballad with a strings section (Don't Pass Me By), a track where the guitar is so dotted that it looks like a harp (Always This Way), in other words, another vivid example of how the music of different genres can mingle, always generating beautiful things. A voice always refined, always surprising for its many facets, delicate as a feather.
20090702
crepuscolo

Twilight - di Catherine Hardwicke 2008
Giudizio sintetico: si può perdere
Isabella (Bella) Swan è una diciassettenne intelligente e sensibile, solitaria, un po' troppo chiara di pelle per una che abita in Arizona, a Phoenix. Decide di andare, per un periodo indefinito, ad abitare col padre Charlie, il capo della polizia di Forks, una piccolissima cittadina nello stato di Washington, umida e piovosa, vagamente triste. La madre, che sta con il nuovo compagno Phil, col quale Bella ha un buon rapporto, avrà così l'opportunità di stare in giro con lui, visto che è giocatore di baseball di una serie minore.
Bella ha un rapporto formale col padre, leggermente distante, impacciato, lui è un tipo poco socievole, in fondo come lei, ed ha dei problemi ad aprirsi, ad avvicinarsi, ma la accoglie con giovialità, ed è più felice di quanto non riesca a dimostrare. Bella è come contenta di questa specie di isolamento, ed è quasi disturbata da tutti i nuovi amici che fanno a gara per socializzare, nella sua nuova scuola. Ma è proprio con quello che pare voler socializzare meno, che Bella invece aspira ad entrare in intimità. Si tratta di Edward Cullen, algido, taciturno, solitario e bellissimo, rampollo di una famiglia che a tutti appare strana. Una serie di fratelli e sorelle adottati dai genitori, il chirurgo Carlisle Cullen e la moglie Elizabeth, tutti pallidissimi, tutti sulle loro, fanno "gruppo" solo in famiglia. Nessuna traccia di vita sociale, per i Cullen.
Eppure, tra Bella ed Edward, c'è qualcosa.
Quello che avete letto o sentito, se non avete visto Twilight, uno dei campioni del botteghino degli ultimi mesi del 2008, è tutto vero. E' un film orientato verso un pubblico adolescente (leggermente più grande di quello della saga di Harry Potter), ha una sensibilità spiccatamente femminile, è un fumettone con un budget neppure troppo alto (gli effetti speciali sono più suggestivi che effettivamente stupefacenti). E' sicuramente un film prescindibile, ma la curiosità ha vinto, davanti alla versione in dvd.
La macchina pubblicitaria ha spinto tantissimo quello che si annuncia come il primo capitolo di una saga, tratta appunto da una serie di libri di Stephenie Meyer (un cameo per lei); il secondo capitolo New Moon, girato in buona parte in Toscana, è ormai in fase di post-produzione, e il terzo, Eclipse, è in pre-produzione; a quanto si capisce, i libri hanno esattamente le stesse caratteristiche che abbiamo elencato prima (a parte il budget e gli effetti speciali, naturalmente). Tutto il baraccone è vagamente emo-oriented, e la presenza dei Paramore nella colonna sonora (la cantante Hayley è una twilighters convinta) conferma questa tendenza.
Due le cose che colpiscono di più, una in negativo e l'altra in positivo.
La prima è l'obiettivo dichiaratamente seriale già dalla seconda parte del film: risulta piuttosto chiaro che il tutto rimarrà irrisolto e sarà necessario (almeno) un altro film. In effetti la cosa è un po' disturbante. Appare chiaro anche perchè la sceneggiatrice che ha adattato i libri è Melissa Rosenberg, al suo attivo tanta televisione, tra cui un episodio di Ally McBeal ma soprattutto sceneggiature e co-executive producer per The O.C. e Dexter.
La seconda è l'alchima tra i due giovani protagonisti: in alcune scene, bisogna ammettere che la chimica è davvero forte, viene da pensare che faranno entrambi strada. Pattinson (Edward) è ancora agli inizi, ma Kristen Stewart (Bella), una bellezza non prorompente ma innegabile, ha già all'attivo una sorprendente carriera, per essere una diciannovenne. Comincia nel 2001 col bello e difficile La sicurezza degli oggetti, con una regista fuori dal comune quale è Rose Troche, passa da discreti successi (ma più che altro discreti cast) come Into The Wild e Disastro a Hollywood, adesso è lanciatissima. Vedremo se è anche brava, magari con altri film.
La Hardwicke non si può dire che si faccia incasellare nei generi. Debutta con Thirteen, un pugno nello stomaco per chi è genitore, prosegue con Lords Of Dogtown, e si candida ad essere una nuova Kathryn Bigelow, poi gira Nativity (con tanto di premiere al Vaticano...), e adesso una saga per adolescenti adatta al botteghino.
La macchina la usa bene, e qui si fa aiutare dalle suggestioni della fotografia, della quale usa tutte le sfumature: si vede che è molto satura e spesso probabilmente ritoccata, ma è d'effetto.
Film leggerino, ma che si vede senza faticare troppo.
20090213
into the wild
il fatto è che l'uomo è un animale sociale
ed è troppo intelligente per poter vivere solo per il proprio sostentamento.
ha bisogno d'altro.
paradossalmente per soddisfare il proprio istinto.
ed è troppo intelligente per poter vivere solo per il proprio sostentamento.
ha bisogno d'altro.
paradossalmente per soddisfare il proprio istinto.
20090130
latte

Milk - di Gus Van Sant 2009
Giudizio sintetico: da vedere
Harvey Bernard Milk nacque nel 1930 nel Long Island (New York) e morì nel 1978 a San Francisco, dove era supervisor (l'equivalente di un nostro consigliere comunale) da circa un anno, dopo altre 3 elezioni, per la stessa carica, fallite. Si era trasferito a San Francisco nel 1972, insieme al suo compagno di allora, Scott Smith. La particolarità di Milk fu quella di essere il primo politico, dichiaratamente gay, ad essere eletto ad una carica pubblica negli USA. Il film di Van Sant ne ripercorre piuttosto fedelmente la vita negli ultimi 6 anni, da poco prima del suo trasferimento a Frisco, fino alla morte.
La mia impressione del film è stata positiva, anche se devo dire che me lo aspettavo più intenso. Le intepretazioni sono tutte buone, anche dei non protagonisti: un Penn sempre più erede di De Niro (l'ho già usato spesso questo paragone, e rimango fermamente convinto che regga), Diego Luna (Jack, il messicano coi capelli cotonati) sopra le righe e superchecca isterica, James Franco (Scott Smith) quasi bel tenebroso dopo un inizio fresco e spensierato, Josh Brolin sempre più bravo e, tra l'altro, tremendamente somigliante al Dan White vero, ma soprattutto uno strepitoso Emile Hirsch nei panni di Cleve Jones, l'attivista più entusiasta, il braccio destro di Milk quando c'è da muovere un grande numero di persone; stenterete a riconoscere il protagonista di Into The Wild se non lo sapete prima. L'atmosfera anni '70 è ben fotografata, la tecnica è impeccabile, il montaggio ottimo, soprattutto perchè le immagini si scambiano spesso tra il girato e le immagini di repertorio, la scena in split-screen è un vezzo ma non stona affatto.
Al capolavoro manca decisamente qualcosa, però. Forse perchè la storia personale, soprattutto quella antecedente al rapporto con Smith, prima del trasferimento in California, è solo accennata, ma c'è chi sostiene che la cosa è voluta, magari per non scadere eccessivamente nel melò (i quattro o cinque compagni suicidati effettivamente avrebbero appesantito il tutto), però forse alla fine il regista è rimasto un po' troppo a briglie corte. Mi ha commosso poco, solo in un momento. Mi aspettavo di essere toccato maggiormente, anche se ci sono dei bei momenti, quasi coinvolgenti, soprattutto quelli delle marce o, comunque, i momenti dove la coesione della comunità gay si sente in tutta la sua forza e si organizza contro il pregiudizio bigotto e moralista. E' forse lo stile Van Sant, padrone del mezzo come sempre, assolutamente, spesso distante, come a non giudicare, ma freddo, a mio giudizio eccessivamente.
Ad ogni modo, un film importante su una figura poco conosciuta in Europa, su temi che, purtroppo, sono ancora di attualità.
20080130
apprezzamenti
Per la serie "piovono apprezzamenti", un'amica ha talmente apprezzato la recensione di Into The Wild che l'ha postata sul suo blog. Apprezziamo anche noi. Qui.
20090816
altrove

Elsewhere - Scott Matthews
Sarò fissato, ma devo dire che la prima cosa a cui mi fa pensare Matthews quando inizia a cantare il primo pezzo Underlying Lies, è a Eddie Vedder dei Pearl Jam. Però state tranquilli: questo suo secondo disco Elsewhere è molto meglio dei pezzi di Ed per la colonna sonora di Into The Wild.
Scherzi a parte, è un disco delicato, delicatissimo, questo dell'inglese di Wolverhampton, che ricorda pure, a tratti, Buckley (Fractured, Suddenly You Figure Out). Forse un po' troppo delicato, tanto che tali atmosfere sognanti, riflessive, malinconiche, lente e romantiche, soffuse, rischiano a volte di fan venire sonno. Però non voglio essere troppo cattivo: c'è realmente del buono, seppur non sia originalissimo.
20080128
coming soon

A breve, la recensione di Into The Wild - Nelle terre selvagge - di Sean Penn
Un film con pregi e difetti.
I pregi: bei campi lunghi, tentativo di filosofeggiare sulla vacuità della nostra società, alcune belle intepretazioni, citazioni letterarie adeguate e la colonna sonora che, sentita col film, acquista un valore aggiunto (il disco di Eddie Vedder in se non è granchè).
I difetti: davvero troppo lungo, e soprattutto, il conflittuale rapporto con i genitori del protagonista che, di fatto, vanifica il discorso di cui sopra a proposito della vacuità della nostra società dipendente dalle regole e soprattutto dal denaro e dal possesso.
20130409
Flammen & Citronen
L'ombra del nemico - di Ole Christian Madsen (2008)Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
In Danimarca, durante l'occupazione nazista, esisteva naturalmente una resistenza danese (Holger Danske). Il capo era Aksel Winther, che era inoltre in contatto con i leader delle forze alleate contro l'asse Roma-Berlino-Tokio. Winther aveva una sorta di asso nella manica, quando si trattava di eliminare collaborazionisti danesi: Bent Faurschou-Hviid, detto fiamma per via della capigliatura rossa, e Jorgen Haagen Schmith, detto limone, probabilmente perché in confronto all'altro pareva biondo. I due formavano una squadra micidiale: uno sparava, l'altro guidava. A partire dal 1944, la tensione si alzò, e se fino a quel momento i due avevano eseguito gli ordini uccidendo solo collaborazionisti danesi, a partire da quell'anno Winther cominciò ad ordinare loro assassini di tedeschi. E da quel momento, i tradimenti, i doppi e tripli giochi cominciarono a fioccare, finché Flammen e Citronen non compresero che potevano fidarsi solamente di loro stessi.
Primo lungometraggio di Ole Christian Madsen che ha avuto una certa eco al di fuori del suo paese d'origine, L'ombra del nemico è un teso e vibrante racconto di resistenza, basato su personaggi realmente esistiti. Ottimamente diretto, mischia azione, violenza, sentimentalismo e sesso quanto basta, e si avvale di una buona fotografia oltre che di un ottimo cast, prevalentemente formato da tedeschi e naturalmente danesi. Abbastanza avvincente, vede nei panni dei due protagonisti il grande Mads Mikkelsen (Citronen) e l'ottimo Thure Lindhardt (Flammen), visto in Angeli e demoni ed in Into the Wild, oltre alla moglie del regista Stine Stengade (Ketty Selmer), Peter Mygind (Winther), il bravo Christian Berkel (Hoffmann), destinato pare perennemente alla parte del nazista cattivo, Lars Mikkelsen (Frode Jacobsen), il fratello di Mads, ed il mitico Jesper Christensen nei panni del padre di Flammen. Buon film.
Uscito nel 2010 in Italia, direttamente in dvd.
Iscriviti a:
Post (Atom)





