No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20140808

La mia televisione

Un articolo di un altro dei miei scrittori preferiti, Douglas Coupland, uscito originariamente sul Financial Times Magazine con il titolo My TV, tradotto da Internazionale sul numero 1055, che riflette sul progresso tecnologico e non solo. Fateci caso, ci sono un paio di piccoli punti in comune con l'articolo di Will Self che vi ho postato qualche giorno fa in più "episodi", e molti invece con il "cambiamento" che stiamo subendo noi tutti.


My TV 
Douglas Coupland
Il 19 aprile 1995 comprai il mio primo vero televisore da adulto: un Sony Trinitron da 27 pollici. Mi ricordo che giorno era perché me lo consegnarono a casa due fattorini verso le undici di mattina. Sistemammo il televisore nello spazio fra due librerie, lo accendemmo, e sullo schermo apparvero le immagini dell’attentato di Oklahoma City. Ci fermammo per un’ora a seguire le notizie. Feci il caffè, parlammo un po’, poi la giornata andò avanti. All’epoca guardavo la tv. Nel senso che andavo in salotto e accendevo la tv pensando: “Chissà cosa danno stasera in tv. Mi sa che faccio un giro tra i canali”. È difficile immaginare che qualcuno faccia la stessa cosa nel 2014, perfino i miei genitori. Nel corso di vent’anni, le nostre abitudini collettive di consumo televisivo sono cambiate al punto che è diventato difficile ricordare come si guardava la tv una volta. Ricordo il 1997, la morte della principessa Diana e io incollato alla CNN per ore. Stesso discorso per l’11 settembre. Ma quando è morto Michael Jackson, nel 2009, ero a casa mia in sala da pranzo che scrivevo e un amico me lo disse mandandomi un sms. Invece di accendere la CNN andai dritto su internet, e solo diverse ore dopo pensai: “Chissà come ne sta parlando la tv”. C’era stato un cambiamento. La tecnologia televisiva era passata a una nuova generazione, e all’inizio degli anni duemila fu evidente che i grossi, massicci televisori Sony come il mio erano spacciati. Ovunque gli schermi stavano chiaramente diventando più piatti e più grandi. Io però prima di prendere una tv con lo schermo più grande ho indugiato, per alcuni motivi. Primo, la pigrizia. Secondo, il fatto di dover spostare e ricomporre le librerie. Terzo, su quei primi schermi piatti l’immagine era ancora piuttosto sfocata e sporca. Quarto (e questo è di gran lunga il motivo principale), i televisori grandi sono brutti. Nella storia della tecnologia umana ci sono state poche invenzioni che con la loro intrinseca bruttezza e brutalità di forme hanno sfidato qualsiasi concetto di bellezza e sbaragliato tutto ciò che intendiamo con il termine “casa”. Cercare di mettere un grande schermo in uno spazio domestico facendolo sembrare una cosa naturale è impossibile, equivale a metterci un monolito come quello di 2001: Odissea nello spazio. Un monolito che non ha alcun riguardo per la tua umanità o il tuo gusto. Quella scatola nera minimalista attaccata al muro annulla le foto in cornice del tuo matrimonio, le modanature delle pareti, la tua collezione di quadri, i tuoi vasi di piante. L’unico ambiente in cui sta più o meno bene è una casa molto moderna costruita dopo il 2008 che preveda le dimensioni anomale dei grandi schermi, e anche in quel caso, quando se ne vede uno collocato in modo decente, la sensazione è quella di essere entrati nella camera da letto di Muammar Gheddafi. D’altra parte, è bello non vedere le cose tutte arancioni e indefinite come sul vecchio Sony, così com’è bello vedere i programmi nel formato giusto. Nel 2008 mi ruppi una gamba e, non potendo usare il mio vecchio ufficio, mi feci installare in casa un potente wifi. Quella fu per me la fine della tv vecchio stile. Presto adottai tutte le moderne abitudini condivise dalla maggior parte di noi spettatori: abbuffarsi di puntate, vederle sul portatile, usare i torrent, sviluppare dipendenze dalle serie, videoregistrare in digitale, Netflix e piaceri inconfessabili (per esempio Come Dine With Me Canada, un reality di cucina che potrei guardare all’infinito). Tra tutti questi cambiamenti, è interessante anche osservare l’evoluzione della tv come nuova forma d’arte. Marshall McLuhan l’aveva previsto: quando una tecnologia nuova ne rende obsoleta una vecchia, concede a quella la libertà di diventare una forma d’arte. Entrano così in scena I Soprano, Breaking Bad, The Wire e via dicendo: tutte le nuove serie televisive che, in pratica, sono film di cinquanta ore, oltre che un paradiso per gli attori di talento. Questo passaggio alla tv di lungo formato sta generando quello che forse è il cambiamento più importante nella cultura creativa da decenni a questa parte. Ho notato che oggi le persone discutono dei programmi televisivi come un tempo discutevano dei romanzi. A che capitolo sei? Non è fantastico quel personaggio? La nuova stagione la stai vedendo? L’hai guardata tutta in una notte? La nostra capacità di attenzione per il lungo formato si sta spostando su un mezzo nuovo. Ho provato a portare il mio vecchio Sony dal robivecchi, ma per strada ho centrato un dosso stradale artificiale e l’involucro di plastica del televisore è andato in mille pezzi grandi come cornflake. Aveva trascorso qualcosa come sedici anni a cuocere nel suo angolino in salotto. Così, quando ho chiesto di riciclare almeno il tubo catodico, mi hanno detto: “no, i televisori non li prendiamo più”. Perplesso, sono risalito in macchina, e mentre ero per strada mi ha fermato un tizio con un carrello del supermercato. Mi ha chiesto se volevo che al televisore ci pensasse lui. non ne vado fiero ma gli ho detto di sì, e gli ho dato venti dollari. Lui ha sorriso e mi ha detto che quei soldi non li avrebbe spesi in droga, ma ci avrebbe comprato un grosso panino e visto un film in 3D. È stato l’ultimo piacere che il mio Sony ha regalato al mondo.

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