No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120510

celestial body


Corpo celeste - di Alice Rohrwacher (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: l'ho già detto, ma aveva ragione marz.

All'età di 13 anni, dopo aver vissuto 10 anni in Svizzera, Marta torna a Reggio Calabria, la sua città d'origine, assieme alla madre Rita, madre single. Reggio, e la Calabria tutta, in confronto alla Svizzera, è realmente un altro mondo; un mondo che sembra devastato dagli abusi edilizi, dal punto di vista estetico, e completamente asservito all'influenza della televisione commerciale, dal punto di vista umano. Perfino la comunità che ruota intorno alla parrocchia, compreso il catechismo che Marta viene spinta a frequentare, per ricevere il sacramento della Cresima, è pacchianamente influenzato dalla sottocultura televisiva imperante. Marta finisce destabilizzata, e un bel giorno se ne va dal catechismo. La trova Don Mario, il parroco carrierista e compromesso con la politica, che la porta con sé a prendere un crocifisso, posto in una chiesetta di un paese non troppo lontano, ma in montagna; lassù, in questo paesino completamente abbandonato, vive ancora il parroco, Don Lorenzo. Che in pochi minuti...

Debutto piuttosto interessante di Alice Rohrwacher, sorella minore dell'attrice Alba. Alice scrive anche la sceneggiatura, di un film che, a mio giudizio, non tratta solo del rapporto della società italiana con la religione "vissuta", quanto della nostra società nella sua interezza. Il ritratto di un sud Italia devastato, come detto nel riassunto della trama, sia esteticamente che spiritualmente, è agghiacciante ma lucido, e, purtroppo, probabilmente molto vicino alla realtà. La fotografia risulta molto naturale, e la macchina da presa si muove senza indugi. Gli attori, chiamiamoli "di contorno", sono efficaci, in particolare Renato Carpentieri (Don Lorenzo), anche se appare brevissimamente, Salvatore Cantalupo (Don Mario), e la sempre brava e bella Anita Caprioli nei panni di Rita. Yle Vianello, la protagonista Marta, è un'impressionante debuttante, inquieta, dubbiosa, lunatica, pura davanti alla devastazione.

20120509

the barbarian


Conan the Barbarian - di Marcus Nispel (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: popo' di fisi'one

Conan nasce nell'età Hyboriana, nel bel mezzo di una battaglia. Sua madre muore immediatamente dopo averlo dato alla luce. Suo padre Corin è il leader dei Cimmeri, e anni prima ha distrutto una maschera, creata da un gruppo di stregoni, fatta dai teschi di re morti, e sacrificando le loro figlie agli dei oscuri per conferire alla maschera il potere di soggiogare il mondo intero. Sotto l'ala potente e guerriera del padre, Conan diventa un feroce combattente. Quando ancora è un ragazzo, i Cimmeri vengono attaccati da Khalar Zym e dai suoi uomini, che sono alla ricerca dei pezzi della maschera. Imprigionati, Corin si sacrifica permettendo a Conan di fuggire. Venti anni dopo, Conan è diventato un mercenario.

Reboot del franchise dedicato al personaggio creato da Robert Ervin Howard, e, sempre questo film, una specie di remake del mitico Conan il barbaro del 1982, di John Milius con Arnold Schwarzenegger nel ruolo del protagonista. Diciamo subito che questo lavoro di Nispel, specialista di remake (Non aprite quella porta, 2003, Venerdì 13, 2009), non ha lo stesso respiro epico del film di Milius. Ma, sarà perché il personaggio mi è sempre piaciuto, sarà perché il protagonista stavolta è interpretato dall'hawaiano Jason Momoa, che altri non è se non il Khal Drogo di Game of Thrones (e io ho visto questo Conan dopo aver visto la prima stagione di GOT), sarà perché ero pure leggermente ubriaco, questo Conan the Barbarian non è affatto male. Una fotografia molto bella, belle le ambientazioni, un cast frizzante e un ritmo piuttosto sostenuto. Oltre a Momoa nella parte di Conan troviamo la bella Rachel Nichols nei panni di Tamara, Rose McGowan nella parte di Marique, e Ron Perlman nei panni di Corin.

20120508

come un incidente aereo


Como un aviòn estrellado - di Ezequiel Acuna (2005)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: 'nteressante

Buenos Aires, Argentina. Nico è un diciottenne timido e introverso, che vive col fratello maggiore Fran, che ha la sua custodia. I genitori dei due, infatti, sono morti qualche tempo prima in un incidente aereo. Fran ha una clinica veterinaria, e Nico, oltre ad andare a scuola, ogni tanto aiuta il fratello nella clinica. Ma i due non si capiscono fino in fondo. Nico, invece, si trova bene con l'amico di tutta la vita Santi, che però è il suo opposto: beve, traffica con piccole truffe, è sfacciato ed impertinente, si prende dei rischi. Nico, inoltre, si innamora di una ragazza cilena, Luchi, che studia e lavora a Buenos Aires. Quando riesce a conoscerla, e ad iniziare una relazione con lei, scopre che di lì a poco lei partirà per l'Europa. Nel frattempo, Santi alza la posta.

Lavoro piuttosto interessante del trentaseienne argentino Acuna; è il suo secondo lungometraggio, ed è prodotto da Daniel Burman e Diego Dubcovsky, la coppia regista/scrittore di Derecho de familia, L'abbraccio perduto, Todas las azafatas van al cielo e altri. Il film è evidentemente a basso budget, con una fotografia ruvida ma efficace, e con una sceneggiatura semplice, ma riesce a trasmettere una buona intensità. La direzione degli attori è ammirevole, e c'è da rimarcare soprattutto la prova del protagonista Ignacio Rogers (Nico), all'epoca al debutto. Bravo a trasmettere l'inquietudine del protagonista. Ottimi anche gli altri tre co-protagonisti: Santiago Pedrero è Santi, Carlos Echevarrìa (era uno dei protagonisti di Garage Olimpo) è Fran, e la meravigliosa Manuela Martelli (La buena vida, Machuca) è Luchi.

20120507

City Island


City Island - Tutto quello che New York nasconde - di Raymond De Felitta (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popo' di famillia

City Island, Bronx, New York. La famiglia Rizzo, di chiare origini italiane, da tanti anni insieme, sta soffrendo di una sorta di forza centrifuga, che tende ad allontanarli. Vince, il capofamiglia, fa il secondino in un carcere, ma ha da sempre la passione per la recitazione, e sta seguendo un corso, inseguendo un sogno. Joyce, sua moglie, si sente trascurata, ma non lo dà a vedere. Vivian, la figlia maggiore, perde la borsa di studio all'Università, e per recuperare un po' di soldi inizia a lavorare in un locale di spogliarello. Vince Junior, il figlio minore, prende tutto con leggerezza, sembra un po' fuori di testa, e gli piacciono le ragazze sovrappeso. Al corso di recitazione, Vince diventa molto amico di Molly, che lo spinge ad inseguire davvero il suo sogno, e a presentarsi a qualche provino. Contemporaneamente, sul lavoro, scopre che un carcerato, Tony, è il figlio di una sua vecchia fiamma...

Ripensando a questo film, mi rendo conto che è un peccato che il lavoro di De Felitta non sia conosciuto, da noi, a parte appunto questo City Island. E' vero che il film sa un po' di già visto, qualche stereotipo qua e là, però un minimo di personalità c'è. Il tono è quello della commedia, che permane per tutta la durata del film, la sceneggiatura leggera ma piena di snodi interessanti, le recitazioni tutte leggermente sopra le righe ma realmente super apprezzabili. Il film è davvero divertente, e lascia una bella sensazione positiva. Andy Garcia è, lasciatemi dire come sempre, eccezionale, nella parte di Vince; poi ci sono Julianna Margulies (The Good Wife, E.R., The Sopranos) nei panni di Joyce, la (vera) figlia di Garcia, Dominik Garcìa-Lorido, nella parte di Vivian, il promettente Ezra Miller (...e ora parliamo di Kevin) nella parte di Vince Junior. Emily Mortimer è Molly e Steven Strait è Tony; c'è anche il grande Alan Arkin.

20120506

circostanza


Circumstance - di Maryam Keshavarz (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: forte

Iran, oggi. Atafeh è una bella e giovane ragazza, figlia di una coppia della media borghesia. E' piena di vita, ed insieme alla sua migliore amica Shireen vivono intensamente la loro giovinezza: feste illegali, sesso, droga, alcool. Shireen è orfana, e vive con gli zii. Le due ragazze provano un'intensa attrazione l'una per l'altra, anche se la loro sessualità non è ancora chiara neppure per loro. Nella famiglia Hakimi, quella di Atafeh, c'è un problema: il fratello Mehran. E' un tossico, e i genitori sono preoccupati. Tentando di recuperarlo, lo spingono inconsciamente verso il fondamentalismo religioso. Mehran passa quindi da essere un tossico, ed essere un fondamentalista, a spia del regime. Grazie a lui, le due ragazze vengono incarcerate durante una retata. Per uscirne...

Debutto nel lungometraggio di fiction per la statunitense di origini iraniane Maryam Keshavarz, dopo un documentario e due cortometraggi. Il film, presentato tra gli altri anche al Sundance, non distribuito in Italia, è un ottimo lavoro. Intenso, ben diretto e ben fotografato, con una sceneggiatura (scritta dalla stessa regista) ben congegnata, e recitato ottimamente da un manipolo di attori poco conosciuti, tra l'altro molti alle prime esperienze, che riescono a creare una buona tensione. Soprattutto le due protagoniste, Nikohl Boosheri (Atafeh) e Sarah Kazemy (Shireen), la prima molto carina, la seconda di una bellezza mozzafiato, di quelle che solo le donne di origini medio-orientali possiedono, creano una tensione sessuale altissima, che risulta il valore aggiunto di un buon film. Se proprio bisogna fare un appunto, trovare un difetto a Circumstance, potremmo dire che è fin troppo patinato; ma è un piacere vedere un film ambientato in Medio Oriente così ben fatto. Chissà cosa sarà in grado di fare in futuro questa regista.

20120505

Bright Shiny Morning



Buongiorno Los Angeles - di James Frey (2009)

El Pueblo de Nuestra Señora la Reina de Los Angeles sobre la Porciúncula de Asís. Così, più o meno (ne esistono varie forme, in effetti), il 4 settembre 1781, un gruppo di poco più di 40 persone, autonominatesi Los Pobladores, chiamarono l'attuale Los Angeles, all'atto di fondazione. per la cronaca, dei 22 adulti fondatori, uno solo era nato in Europa, e la maggioranza degli adulti era di colore. Fino al 1821 fece dunque parte dell'impero spagnolo, passando poi al Messico. Tra il 1847 e il 1848, passò sotto il controllo degli Stati Uniti d'America. Il terzo libro di James Frey (In un milione di piccoli pezzi, Il mio amico Leonard), che uno si aspetterebbe born and raised in LA, e invece è nato a Cleveland, Ohio, ha studiato in Ohio e a Chicago, e vive attualmente a New York (ma ha vissuto e lavorato a Los Angeles), è un ode, senza tralasciare parti negative però, alla città degli angeli. Quattro storie principali: Amberton e Casey, due attori bellissimi, ricchissimi e (entrambi) gayssimi, Old Man Joe, un homeless che vive nella zona di Venice, Maddie e Dylan, una coppia di giovanissimi in fuga dai rispettivi (e violenti) genitori in Ohio, Esperanza, una giovane figlia di immigrati messicani, ma americana perché nata 15 metri oltre il confine. Tantissime altre microstorie che "sorgono" qua e là durante il libro, sempre legate a LA. E, a punteggiare ogni capitolo, brevi informazioni sulla città, sul suo sviluppo e sulla sua composizione, in ordine cronologico.



Libro "strano", come lo ha definito qualche critico, non sorprenderà chi conosce già Frey, per quanto riguarda lo stile della scrittura, poco punteggiata ma fatta di frasi brevi. E' però interessante verificare come lo scrittore si destreggia col suo primo romanzo di fiction, visto che i due precedenti, col beneficio di inventario, parlavano di vicende autobiografiche, o quantomeno ispirate da vicende realmente vissute dall'autore. E c'è da dire che Frey conferma di essere un autore piuttosto originale, con uno stile personale, vivace, moderno, veloce, ritmato, incisivo. Le vicende fanno ridere, sorridere, mettono paura, commuovono; i fatti e le storie brevi danno più che un'idea di cosa sia veramente Los Angeles, di cosa rappresenti non solo per gli statunitensi. E' un grande atto d'amore, riverente ma non prono, e un piacevole intrattenimento.

20120504

Lilja per sempre



Lilja 4-ever - di Lukas Moodysson (2003)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: vitadimerda


Lilja ha 16 anni, e vive in un ex paese sovietico, mai nominato (ma l'ambientazione è in Estonia). La povertà è dietro l'angolo, come pure la civiltà: nessun divertimento, nessuna spensieratezza, solo palazzoni grigi, eredità del socialismo reale. Fortunatamente, tra pochi giorni Lilja se ne andrà negli USA, visto che il compagno della madre vuole portarle lì. L'amico Volodya, più piccolo ma ugualmente innamorato di Lilja, è dispiaciuto. Poco prima di partire, la madre comunica a Lilja che non potranno portarla con loro: per un periodo impreciso, Lilja dovrà rimanere da sola, di lei si occuperà la zia Anna. Lilja è disperata, e ne ha ben donde. La zia la tratta malissimo, e per cominciare la sfratta dalla casa dove viveva con la madre, assegnandole un appartamento più piccolo, sporco e mal tenuto. Le passa pochissimi soldi per mangiare. Ovviamente, Lilja comincia ad andare male a scuola, e finisce per abbandonarla. Natasha, la sua migliore amica, una sera le lascia intravedere l'unica opportunità di fare soldi facili. Lilja è contraria, ma nonostante ciò, a causa della codardìa dell'amica, Lilja verrà di li a poco etichettata come ragazza facile.


Basato ampiamente sulla storia di Dangoule Rasalaite, questo Lilja 4-ever, che si apre (e si chiude) sulle note incessanti di Mein Herz Brennt ("il mio cuore brucia", appropriatissima) dei Rammstein, è probabilmente il film migliore del regista svedese, anche se i precedenti Fucking Amal e Together mi colpirono molto positivamente (così come non mi è piaciuto il suo ultimo Mammoth). Moodysson riesce a coinvolgere totalmente lo spettatore, che naturalmente empatizza e soffre insieme alla protagonista maltrattata dalla vita e da praticamente tutte le persone che le stanno attorno. Indovinate le location, come pure l'assegnazione della parte principale ad una relativamente inesperta Oksana Akinshina, giovanissima (soprattutto all'epoca della lavorazione del film) attrice russa che abbiamo rivisto in una piccola parte in The Bourne Supremacy, che compie un lavoro straordinario. Film duro ed amarissimo, in Italia presentato a Venezia 2002 e l'anno seguente uscito direttamente in tv, ruvido al punto che gli si perdonano un paio di concessioni oniriche leggermente forzate verso il finale.

20120503

Le Havre



Miracolo a Le Havre - di Aki Kaurismaki (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: addavenì baffone


Marcel Marx, molti anni dopo essere stato un bohèmienne a Parigi, è finito a Le Havre. Fa una vita semplice ma piena, ai limiti dell'indigenza: esercita come lustrascarpe nelle vie principali e presso la stazione dei treni, frequenta il suo bar preferito dove ci sono sempre le stesse facce amiche, vive felicemente insieme all'amata moglie Arletty in una casa che somiglia più a una baracca. Ogni giorno si fatica a mettere qualcosa sulla tavola, ma alla fine qualcosa c'è sempre. Un giorno, mentre sta mangiandosi un panino vicino al porto, Marcel si accorge della presenza di un giovane africano che si nasconde tra i piloni. La polizia è sulle sue tracce, avendo intercettato il container col quale il ragazzo stesso, assieme a molti altri amici e parenti, è arrivato clandestinamente in Europa. Marcel decide di aiutarlo: non c'è grande differenza tra lui e il ragazzo. L'ispettore Monet, vecchia conoscenza di Marcel, coordina le indagini, e capisce che Marx sta nascondendo il ragazzo. Nel frattempo, Arletty si ammala gravemente, ed è costretta a passare molti giorni in ospedale.


Torna Kaurismaki, e quando torna noi fan ci rendiamo conto di averne sentito la mancanza. Torna con una favola dei nostri giorni, in una Le Havre scelta dopo aver selezionato (immaginiamo a modo suo) molti porti mediterranei, scegliendo come protagonista il vecchio Marcel Marx del suo Vita da bohème del 1992, ancora una volta interpretato da uno straordinario André Wilms. Infarcisce il film di citazioni a partire dai nomi dei protagonisti, lo sviluppa col suo solito stile teatral-grottesco e una trama semplicissima ma non casuale, per sottolineare ancora una volta un messaggio di solidarietà (e uguaglianza, non per niente il protagonista fa Marx di cognome...) senza tempo, così come senza tempo è la Le Havre che ci troviamo di fronte nel film, aiutato nella resa da una fotografia asettica ma non sciatta. Niente di trascendentale, e probabilmente un film che, per chi non conosce Kaurismaki, non invoglierà certo ad andare in retrospettiva, ma personalmente sono felice che il regista finlandese continui a fare film del genere. Kati Outinen (Arletty) è una faccia che mi ricorda sempre il mio primo "incontro" con Kaurismaki tanti anni fa (La fiammiferaia, 1990), e Jean-Pierre Darroussin è un eccezionale (ispettore) Monet.

20120502

viola americana


American Violet - di Tim Disney (2008)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: i 'appucci bianchi un cel'hanno più maddé...

Nel novembre del 2000, in una cittadina di provincia del Texas (Melody nel film), il procuratore distrettuale Calvin Beckett lancia una retata anti-droga roboante, in un quartiere povero e quasi esclusivamente nero, sulla base di nomi datigli da un informatore. Non trovandola in casa, due agenti vanno ad arrestare, sul posto di lavoro (una tavola calda) Dee Roberts, una madre single con quattro figlie tra gli otto e i due anni, che fortunatamente ha l'aiuto di sua madre Alma. Dee viene arrestata e incarcerata per spaccio di droga, ma non ha mai toccato droghe, e tantomeno le ha mai vendute. Non avendo soldi, le viene assegnato un avvocato di ufficio, che le caldeggia il patteggiamento per uscire velocemente dal carcere e tornare dalle sue bambine. Ma patteggiare significa dichiararsi colpevoli, e macchiarsi la fedina penale. Probabilità di perdere l'affidamento delle bambine, possibilità di perdere l'assistenza sanitaria e la casa popolare. Ma soprattutto, se la verità ti rende libero, patteggiare vorrebbe dire non dire la verità. Dee quindi non patteggia, anche se la madre lo vorrebbe. La retata ha portato in carcere altri innocenti, in corso c'è il riconteggio dei voti (Gore/Bush), l'attenzione sulla sicurezza è massima, ma pure quella sui diritti civili. Entrano in campo due avvocati della ACLU (American Civil Liberties Union), che ravvisano nell'operato del procuratore distrettuale Beckett, tratti razzisti: propongono a Dee di intentare una causa allo stesso Beckett. Dee accetta.

Basato sulla reale causa intentata da Regina Kelly al procuratore distrettuale John Paschall, American Violet è un buon film sui diritti civili, sull'abuso di potere, e sul razzismo nemmeno troppo strisciante, che ancora sopravvive negli USA, soprattutto negli stati del sud. Diretto dignitosamente, senza particolari slanci innovativi o particolari, la storia scorre ottimamente e lascia un buon ricordo. Cast fatto da caratteristi, ben diretti con ottime rese. La splendida Nicole Beharie (The Express, Shame) è Dee Roberts, Michael O'Keefe (Too Big To Fail, Frozen River) è Calvin Beckett, Tim Blake Nelson (vi ricordate Fratello, dove sei?) è David Cohen, Will Patton è Sam Conroy. Non è uscito in Italia.

20120501

cinema verità


Cinema Verite - di Shari Springer Berman e Robert Pulcini (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: poi di'ano che la televisione un fa male...

Nel 1971, la rete televisiva statunitense PBS, convinta dal produttore Craig Gilbert, finanziò uno show che riprendeva una famiglia vera alle prese con le loro normali attività di tutti i giorni. In pratica, il primo di tutti i reality show. La scelta di Gilbert cadde sulla famiglia Loud, originaria dell'Oregon ma in quegli anni residente a Santa Monica, California. Bill e Pat, i due coniugi, ancora giovani, belli e brillanti, con idee moderne, e ben cinque figli, aitanti, pieni di vita, soprattutto il maggiore, Lance, che proprio durante le riprese dello show si trasferì a New York (e che diventerà famoso non solo nella comunità gay, essendolo apertamente e quindi, uno dei primi ad evidenziarlo in televisione, ma pure in quella musicale, essendo stato anche il leader della punk band Mumps). Manco a farlo apposta, oltre ad una sorta di coming out di Lance durante lo show, le riprese divennero testimoni di una profonda crisi di coppia dei coniugi Loud.

La coppia di cineasti/documentaristi newyorkesi (American Splendor, Il diario di una tata, Un perfetto gentiluomo), e la HBO, colpiscono ancora una volta. Cinema Verite è un film su un reality show, come detto nel riassunto, un programma che ha lasciato il segno non solo sugli spettatori, ma pure sulla famiglia che ne fu protagonista. La storia della famiglia Loud è più che interessante, ed interessante è pure il rapporto che il produttore Craig Gilbert ebbe soprattutto con Pat, come cercò di influenzare gli eventi, e nonostante questo come si ritrovò tra le mani una cosa probabilmente molto più grande di quanto si fosse mai immaginato. La regia è molto attenta a rendere l'idea di come si possano essere svolte le riprese, con uno stile concitato, la fotografia "racconta" lo scintillio della California, il cast eccezionale sciorina una grande prova corale. Diane Lane è un'amabile e combattuta Pat Loud, Tim Robbins è un odiosissimo Bill Loud, James Gandolfini è un imperscrutabile Craig Gilbert, Thomas Dekker (già protagonista di Kaboom di Araki) è uno scoppiettante Lance Loud. C'è anche Lolita Davidovich nella parte di Val.

20120430

Captain America: The First Avenger


Captain America: Il primo vendicatore - di Joe Johnston (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: capitan uozzameriga

Polo Nord, oggi. Un gruppo di scienziati ritrova, in mezzo ai ghiacci, una sorta di navicella con i colori della bandiera degli USA. Flashback. Brooklyn, New York, marzo 1942, USA. Steve Rogers è un giovane molto educato e fisicamente segaligno, che ha come unico obiettivo arruolarsi nell'esercito per andare in Europa a combattere contro i nazisti. A causa del suo fisico, viene più volte scartato dall'arruolamento, a differenza dell'amico Bucky. A questo punto, entra in gioco il dottor Abraham Erskine. Ha tenuto d'occhio il giovane, e capisce che, a dispetto del fisico, Steve è dotato di grande coraggio ed altruismo. Lo sceglie dunque, per somministrargli il siero del Super Soldato, un preparato chimico, al quale Erskine lavora da molti anni, che trasforma il fisico di Rogers in un corpo dalle prestazioni atletiche praticamente inarrivabili. Poco dopo la riuscita della somministrazione del siero a Rogers, Erskine viene ucciso da un uomo dell'HYDRA, organizzazione parallela al nazismo e capitanata da Johann Schmidt, conosciuto anche come Teschio Rosso. Quest'ultimo, è in realtà il primo Super Soldato creato da Erskine, ma rimasto sfigurato per l'imperfezione della prima formula del siero. Steve Rogers viene quindi impiegato dall'esercito per la propaganda pro-arruolamento, indossando un costume dai colori statunitensi; ma si sente inutile. Quando viene a sapere che il fraterno amico Bucky risulta disperso, decide di ignorare gli ordini e di andare a cercarlo.

Di sicuro, il fatto che Captain America non sia mai stato il mio supereroe preferito, e che non abbia mai esercitato su di me l'appeal sufficiente per leggere le sue storie, influisce negativamente sul mio giudizio del film. Inoltre, tutta questa prosopopea filo-americana anti-nazista, con tutto il rispetto, al giorno d'oggi ha un po' stancato: va bene se si raccontano fatti realmente accaduti, ma costruirci sopra un personaggio dei fumetti mi pare una cosa dal mordente risicato. Il film, diretto da Joe Johnston (Jumanji, Jurassic Park III, l'orrendo Wolfman), terza scelta dopo Jon Favreau e Nick Cassavetes, è prolisso ma diretto e recitato dignitosamente, tra l'altro con un cast che vede pure fior d'attori. Ma sinceramente, non lo consiglierei a nessuno. Chris Evans, già Torcia Umana nei due film dedicati ai Fantastici Quattro, visto anche ne Il diario di una tata, Sunshine e Scott Pilgrim vs. The World, è un diligente Steve Rogers. Hugo Weaving è un cattivo sempre convincente (Teschio Rosso), e poi ci sono Tommy Lee Jones (colonnello Chester Philips), Dominic Cooper (Howard Stark), Stanley Tucci (Abraham Erskine), Toby Jones (Arnim Zola). Nel finale, il link con il prossimo The Avengers, uscito in Italia il 25 aprile.

20120429

scuola per ragazze 2



St Trinian's 2 - The Legend of Fritton's Gold - di Oliver Parker e Barnaby Thompson (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: fa ridé anche vesto


Qualche allieva ha spiccato il volo, ma la St Trinian's è sempre la stessa, con la stessa gioia di vivere, ragazze con la stessa voglia di divertirsi, e gli stessi problemi di soldi per mantenerla aperta. Una delle ragazze, Celia, viene contattata da uno sconosciuto, che le propone di recuperare un anello, che si trova nella biblioteca della scuola, per una somma consistente. La cosa diventa un caso tra le ragazze, convinte di poter ottenere più soldi. Lo sconosciuto ritira l'offerta. Consultandosi con Miss Camilla, le ragazze vengono a conoscenza della storia dell'anello, e del pirata antenato proprio di Miss Camilla. Pian piano, il mistero si dipana, e parte una sorta di grande caccia al tesoro.


Squadra che vince non si cambia, recita il famoso detto, e così è stato per il primo sequel del St Trinian's reboot. Stessi registi, quasi interamente lo stesso cast, più o meno lo stesso meccanismo. Nonostante una valanga di recensioni positive, penso che per essere una commedia quasi interamente al femminile, il film non sia malaccio. L'umorismo è abbastanza gretto, come nel film precedente, ma nemmeno così detestabile. Le ragazze sono tutte adorabili, e Jodie Whittaker nei panni della receptionist stonata Beverly è piuttosto divertente. Rupert Everett stavolta, anziché due parti, ne interpreta ben tre. Inedito in Italia (il precedente è uscito da noi quando questo è uscito in patria), sarà perché sono esterofilo, ma non mi è dispiaciuto.

20120428

Vénus noire




Venere nera - di Abdellatif Kechiche (2011)


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: è propio 'r caso di dire....POPO' DI POTTA!!


Saartjie Sarah Baartman nacque attorno al 1789 presso il fiume Gatmoos, in Sudafrica, ed apparteneva all'etnia Khoi, anche conosciuti come ottentotti. Rimasta orfana presto, divenne schiava di una famiglia di boeri; Hendrick Caezar, fratello del padrone di Sarah, convinse Sarah stessa, più il fratello (proprietario) e Lord Caledon (che doveva dare il permesso), Governatore del Sudafrica, ad andare a Londra ed esibirsi come fenomeno da baraccone, promettendole ricchezza. Sarah, così come le donne della sua etnia, era molto bassa (1 metro e 35 centimetri), aveva natiche enormi e prominenti, era, insomma, una donna senza dubbio molto diversa da quello che gli europei concepivano fino ad allora. Aveva inoltre il cosiddetto, dagli studiosi di anatomia dell'epoca, grembiule ottentotto: le labbra della vagina sporgevano dall'organo per più di otto centimetri.




Kechiche, il regista di Tutta colpa di Voltaire, La schivata e Cous cous, ha raccontato con questo film la storia di Sarah, morta a Parigi prima dei suoi 30 anni (nel 1815) di una malattia infettiva, e le cui spoglie riposano finalmente in Sudafrica, vicino a dove nacque, dopo che Nelson Mandela riuscì, nel 2002, a farsi restituire le spoglie dalla Francia.




Kechiche, regista (sceneggiatore e attore) tunisino cresciuto in Francia, dove la famiglia emigrò quando lui aveva sei anni, prosegue il suo personale cammino cinematografico attraverso storie che parlano di immigrazione. Questa volta, però, la storia, seppur romanzata, è vera, realmente accaduta, e nonostante il regista cerchi di rimanere abbastanza asettico, imparziale diciamo, è drammatica ed a tratti straziante, soprattutto per la miseria intellettuale che avvolgeva un po' tutto il cosiddetto Vecchio Mondo (leggi Europa e gli europei), nei confronti di qualsiasi cosa venisse da un'altra parte, ed in particolar modo dall'Africa. Pochi i personaggi che si salvano da questa ottusità (fortunatamente, ce n'è qualcuno). Film un po' prolisso (oltre due ore e mezzo), ma toccante, disturbante, una storia che merita di essere conosciuta e che può servire da metafora per molte situazioni odierne. Eccellente il quartetto di attori principali. Stupefacente la debuttante Yahima Torres nella parte della protagonista Sarah. Ottimo il sudafricano Andre Jacobs nei panni di Hendrick Caezar. Sempre bravo il camaleontico Olivier Gourmet (qui nella parte di Réaux), attore dardenniano come ricorderanno i più attenti. A tratti inquietante Elina Lowensohn (Jeanne), in possesso di una strana sensualità, lei invece attrice spesso "usata" da Hal Hartley, ma vista anche in molti altri film.


Documento.

20120427

morte nera


Black Death - Un viaggio all'inferno - di Christopher Smith (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: un è stupidissimo eh

L'Inghilterra, dal 1347 in avanti, fu investita da una pandemia di peste bubbonica. In un monastero ormai circondato dalla tremenda malattia, sopravvive con alcuni confratelli Osmund, che in preda a tremendi sensi di colpa ama, naturalmente di nascosto dagli altri, una ragazza, Averill. La convince a fuggire lontano dal monastero, sperando di farla sopravvivere; Averill gli propone di raggiungerla, e gli dà un appuntamento, in mezzo alla foresta di Dentwich, per alcuni giorni, dopo di che, se lui non si presenterà, se ne andrà per la sua strada. Osmund è combattuto, ma quando alle porte del monastero si presenta Ulrich, un emissario del vescovo, accompagnato da una spedizione di spietati mercenari, coglie l'occasione al volo. Ulrich, infatti, ha bisogno di una guida di quelle parti, che indichi al gruppo la strada per raggiungere un certo villaggio, dove è giunta voce che l'epidemia non è arrivata. Gli ecclesiastici sospettano che la ragione sia dovuta alla presenza di un negromante, che resuscita i morti e protegge il detto villaggio dalla peste.

Black Death, film inglese uscito in Italia direttamente in dvd lo scorso anno, è un discreto film storico/horror, diretto dal regista del film semi-culto Severance - Tagli al personale. Oltre ad un ottimo cast e ad un'ambientazione senza dubbio eccellente, Black Death è un film all'apparenza non sensazionale ma ben scritto, ben diretto e ben recitato, che piacerà senz'altro a chi non disprezza lo splatter e le ambientazioni medievali. C'è da sottolineare, però, che dentro a Black Death c'è pure una non troppo sommessa critica alla Chiesa cattolica romana, che vi sarà ben chiara nell'ultima parte del film, me che si insinua fin dall'inizio nello spettatore.
Osmund è il giovane Eddie Redmayne, che a breve vedremo sugli schermi italiani co-protagonista di My Week with Marilyn, Ulrich è l'ormai mitico Sean Bean (l'Eddard Stark di Game of Thrones), abbonato alle messe in scena medievaleggianti. C'è pure un'altra attrice del cast di Game of Thrones, l'olandese Carice van Houten (anche in Black Book), qui nei panni di Langiva, strana e magnetica come sempre, e la faccia indimenticabile di John Lynch, che per me sarà sempre il Bobby Sands di Scelta d'amore. Non male.

20120426

on the road again

Vi lascio per un paio di settimane. Kenya, e Dubai sulla via del ritorno. Naturalmente, avrete il "solito" post giornaliero. Che spero vi tenga almeno compagnia. A presto.

Barry


Barry Lindon - di Stanley Kubrick (1976)

Giudizio sintetico: capolavoro estetico (4/5)
Giudizio vernacolare: popo' di storia

Verso la metà del 1700, in un piccolo e sperduto dell'Irlanda, Redmond Barry, un giovane di bella presenza ma di umili origini, si innamora della cugina Nora Brady. Ma al passaggio di un reggimento di truppe del Regno Unito, la famiglia di Nora la spinge tra le braccia di uno degli ufficiali, il capitano John Quinn. Redmond non si dà per vinto, offende in pubblico il capitano, lo sfida a duello e lo ferisce a morte. Spinto dalla madre, fugge verso Dublino in sella ad un cavallo, con in tasca alcune ghinee d'oro. Comincia così l'avventura della vita di Redmond Barry, che si arruolerà nell'esercito, girerà l'Europa, riuscirà ad acquisire un titolo nobiliare, conoscerà grandi vette di agiatezza e poi...

Barry Lindon è uno dei capolavori di Stanley Kubrick, liberamente tratto dal romanzo Le memorie di Barry Lindon di William Makepeace Thackeray, pubblicato per la prima volta nel 1844. Una storia avvincente, toccante, perfino divertente nella sua drammaticità grottesca, ascesa e caduta di un uomo comune, capace di nefandezze in un mondo ancor più meschino e arrivista. Certo, gran parte della spettacolarità del film, della durata di tre ore e diviso in due grandi capitoli, è dovuta al senso dell'inquadratura superbo, ispirato stavolta più che mai alla pittura, nello specifico quella dei paesaggisti del 1700, e alla particolarissima fotografia, curata da Kubrick stesso insieme al suo collaboratore John Alcott (con lui già in 2001: Odissea nello spazio e in Arancia meccanica, e che lo seguirà anche con Shining). Kubrick cercò più possibile di girare con luci naturali, candele e lumi a olio per gli interni, e si dotò di lenti Carl Zeiss pare studiate per la NASA, oltre a nuove telecamere della Panavision. Il risultato è, come detto, superbo, frutto naturalmente anche di un periodo di riprese molto lungo. Non è da meno la direzione degli attori: quasi impossibili da dimenticare le prove dei due protagonisti, Ryan O'Neal nei panni di Redmond Barry/Barry Lindon, e la ancora oggi splendida (se avete visto Io sono l'amore ve ne sarete resi conto) Marisa Berenson (Lady Lindon), che, pensate un po', tanto per raccontarne una delle tante che si dicono su Kubrick, fu costretta dal regista a stare lontana dal sole nei mesi precedenti la produzione per acquisire il pallore tipico di quel periodo storico.
Film che richiede naturalmente un minimo di impegno, per la durata ed il ritmo non travolgente, ma che è obbligatorio per un qualsiasi amante del cinema.

20120425

la scorciatoia di Meek


Meek's Cutoff - di Kelly Reichardt (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: era dura a que' tempi eh

E' il 1845, quando in nord America, una carovana di pionieri guidata dal famoso cacciatore di pellicce e guida Stephen Meek, cerca un passaggio verso ovest diversa dalla Pista dell'Oregon (Oregon Trail). I pericoli sono molti: i nativi americani, che i pionieri immaginano ostili, l'assenza di acqua, la diffidenza tra i membri della carovana stessa. Certo, Stephen Meek non è una figura che ispira il massimo della fiducia.

Kelly Reichardt, che ho conosciuto, a livello cinematografico con il suo precedente Wendy and Lucy (ma della quale ho in programma di vedere prima, e raccontarvi poi, anche l'ancor più datato Old Joy), mi pare una cineasta interessante, con un tocco che tende al realismo. Stavolta si cimenta con un momento storico statunitense, rimanendo curiosamente in Oregon, come in Wendy and Lucy, ma andando indietro nel tempo di oltre 160 anni. Il film, con la sceneggiatura del solito (per lei) Jonathan Raymond, che ha curato anche la trasposizione di Mildred Pierce, è tutto giocato sulla tensione tra i membri della carovana (tra di loro e verso Meek), e la paura dell'ignoto, oltre che della morte. Il cast è di lusso, per una produzione indipendente. Michelle Williams (Emily Tetherow), sempre bravissima, e Will Patton (Soloman Tetherow), presenti anche in Wendy and Lucy, Paul Dano (Thomas Gately) e Zoe Kazan (Millie Gately), Shirley Henderson (Glory White) e Neal Huff (William White). Nella parte di Stephen Meek c'è l'inossidabile caratterista Bruce Greenwood, seppellito letteralmente sotto abbondanti barba e capelli. Nella parte del nativo americano c'è l'esperto stuntman Rod Rondeaux. Un film apparentemente "semplice" con una trama esile, ma che può leggersi come una limpida metafora del "carattere" statunitense.

20120424

tutte cose buone


All Good Things - di Andrew Jarecki (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: storia incompleta d'uno svarvolato

Anni '70, New York. David Marks è uno dei figli del ricchissimo proprietario immobiliare Sanford Marks. Taciturno e solitario, David cerca di non farsi coinvolgere negli affari di famiglia, ma spesso vi è costretto. Conosce nei primi anni '70 Katie McCarthy, da poco arrivata in città dalla provincia per studiare, visto che abita in affitto in uno dei tanti appartamenti di proprietà del padre. Tra i due scocca immediatamente la scintilla dell'amore, si sposano nel 1973. Si trasferiscono nel Vermont per vivere una vita semplice, aprono un negozio di prodotti naturali che chiamano All Good Things. Ma il padre di David lo va a riprendere, e David comincia a lavorare per il padre, dopo che la coppia si trasferisce in una lussuosa casa vicino alla Grande Mela. Katie ricomincia a frequentare l'università, e David comincia a mostrare una parte di sé che Katie non conosceva. E' una storia d'amore tormentata, di tira e molla, finché Katie, nel 1982, scompare e non viene più ritrovata.

Andrew Jarecki, che avevamo apprezzato moltissimo nel 2004 con il suo documentario Una storia americana (Capturing the Friedmans), su una bruttissima storia (appunto) americana, stavolta, su sceneggiatura del debuttante Marcus Hinchey e dell'amico e collaboratore Marc Smerling, si basa ancora su una storia vera, quella strana e morbosamente affascinante del miliardario Robert Durst, ma ne fa una fiction, cambiando i nomi dei protagonisti, e scegliendo un cast stellare. Ne esce un film senza dubbio con un marchio personale, inquietante e al tempo stesso quasi comico, nonostante il soggetto e le cose che si vedono accadere, con un ritmo rallentato in un modo così innaturale, che pare fatto apposta per "avvicinare" in qualche modo lo spettatore al ritmo del protagonista. Ryan Gosling è David Marks, e la sua prestazione ricorda un po' quella del protagonista di Drive: un personaggio di poche parole, con scatti improvvisi. Ottimo anche stavolta. Kirsten Dunst è Katie, ed è brava come sempre, radiosa o inquieta, a seconda di quello che la storia richiede. Ottimi pure Frank Langella (Sanford Marks) e Philip Baker Hall (Malvern Bump). C'è anche Kristen Wiig (Lauren Fleck). Un film che ha subito dei ritardi di distribuzione anche negli USA, e che in Italia non ne ha ancora trovata una, nonostante la presenza di due attori famosissimi. Forse a causa della particolarità del ritmo, o della storia, ancora irrisolta. Chissà.

20120423

Clear eyes, full hearts: can't lose!


Friday Night Lights - di Peter Berg - 5 stagioni (76 episodi; NBC) - 2006/2011


Immaginatevi. Uno stadio pieno di tifosi di football, in uno stato degli USA che impazzisce per quello sport. Finale del campionato dello Stato, football delle high school, le scuole superiori, una roba che qui in Italia non potremmo concepire, ma basta che pensate un attimo a tutti quei genitori che si scannano sulle tribune degli stadi di calcio delle categorie giovanili, e potrete immaginarvi qualcosa in più. Siamo negli spogliatoi, all'intervallo. La squadra che stiamo vedendo negli spogliatoi, una squadra del liceo di una cittadina di provincia non troppo grande, sta perdendo per 26 a 0. Sono arrivati alla finale statale pur avendo perso alla prima partita della stagione il loro miglior giocatore, il quarterback Jason Street, per un infortunio che lo ha reso disabile dalla vita in giù. Eppure, il loro coach, Eric Taylor, ha fatto della riserva di Street, Matt Saracen, un ragazzino timido con velleità da artista figurativo, che parla pochissimo ed è intimidito da qualsiasi cosa, cresciuto senza madre (che ha abbandonato il tetto familiare quando lui era ancora piccolo), e con il padre da anni nell'esercito statunitense, prendendosi cura della nonna ormai affetta da demenza senile, ha fatto di lui un quarterback più che valido, nonostante non abbia quel talento. Ha migliorato altri due giocatori importanti, ha messo a punto strategie intelligenti, ha portato la squadra a quella finale, giocando pulito e divertendo. Sotto di 26 punti, senza aver segnato, non smette di crederci, riunisce la squadra, ed ecco cosa dice loro:



Quando Jason Street s'infortunò alla prima partita della stagione, tutti ci consideravano fuori. Tutti. E nonostante questo siamo qui, alla finale statale. Anche queste 40mila persone, qua fuori, ci considerano fuori. Ma ce n'è qualcuna che crede ancora in voi. Qualche persona che non si arrenderà mai per quanto riguarda voi. Quando tornerete là fuori, sul campo, voglio che siano quelle le persone che avete in mente. Quelle le persone che voglio che siano nei vostri cuori.

Ogni uomo, ad un certo punto della sua vita, perderà una battaglia. Lotterà e perderà. Ma quello che fa di lui un uomo, nel mezzo di questa battaglia, è che non perde se stesso. Questa partita non è finita. Questa battaglia non è finita. Perciò fatemelo sentire ancora una volta, insieme: occhi sereni, cuori impavidi, non possono perdere!



Friday Night Lights, la serie NBC di cui vi sto parlando (e che ho appena terminato di vedere) è tratta dal libro quasi omonimo, Friday Night Lights: A Town, A Team, and a Dream, di H. G. Buzz Bissinger, lo stesso che aveva scritto l'articolo che ispirò il film L'inventore di favole. Questo libro del 1990, mai tradotto in italiano, aveva già ispirato una mini-serie tv, Against the Grain, del 1993, e un film per il cinema, Friday Night Lights, diretto da Peter Berg ed interpretato da Billy Bob Thornton nella parte del protagonista (e non abbastanza convincente come questa serie, ma ne parleremo in occasione della recensione del film). Berg è, pensate un po', cugino di secondo grado del giornalista/scrittore Bissinger, ed ha preso talmente a cuore la storia (basata su fatti realmente accaduti, almeno quella del libro, nato come un reportage/inchiesta sull'importanza e l'influenza del football nel sud degli USA) che dopo il film, ha sviluppato per la televisione l'idea di farne una serie. Addirittura, Berg stesso ha dichiarato che se riuscirà a riunire lo stesso main cast della serie, ha già pronto un secondo film per il cinema, che riprenderebbe il plot della serie.

Detto questo, c'è chi, come Bill Simmons (ESPN Magazine), ha implorato i lettori di vedere la serie, definendola come la migliore serie sportiva mai realizzata. Negli USA, lo share non ha mai realmente entusiasmato, ma la critica ha acclamato lo show. In realtà, Friday Night Lights (in Italia inizialmente è stata intitolata High School Team) è una serie molto interessante dal punto di vista sociale e tecnico, e straordinariamente appassionante dal punto di vista dell'intreccio della sceneggiatura, che ovviamente mette in campo meccanismi da telenovela, soprattutto per quanto riguarda le storylines sentimentali. Provo a spiegarmi meglio.

Dal punto di vista sociale, la serie è uno spaccato della profonda provincia sud degli USA, nello specifico del "grande stato" del Texas. I personaggi sono tutti amabili nel loro attaccamento alle loro radici, ma al tempo stesso lasciano continuamente trapelare una sorta di profonda insofferenza rispetto alla pochezza offerta dalla loro realtà. Questa è una cosa comune, ma quando si osservano alcuni popoli dall'esterno, il fatto è coinvolgente. Lo statunitense, il texano medio, viene dipinto con tutti i suoi limiti e i suoi difetti. Razzismo, fondamentalismo cattolico, passioni per le armi, per l'alcool, per le risse, machismo, campanilismo esagerato. Lo stato sociale non riceve nessuno sconto da Friday Night Lights: i tagli scolastici sono una delle costanti della serie. Grande attenzione alla descrizione della famiglia: l'unica che sembra decente è quella dei protagonisti, del coach Taylor, ma pure questa viene continuamente messa alla prova dall'essere costantemente sul filo del rasoio della stabilità economica. Il resto è davvero deprimente: genitori completamente assenti, alcolizzati, drogati, carcerati, divorziati con rancori estremi, bugiardi, fedifraghi, incapaci di un minimo di equilibrio, oppure intolleranti, pregni di un razzismo strisciante o di una falsa morale cattolica. Quasi ogni famiglia ha, nella sua storia, un aborto o una gravidanza indesiderata, un concepimento in giovane età. Inoltre, spesso le decisioni prese dalle scuole, dipendono o sono fortemente influenzate dai finanziatori privati. Il football, le cui partite a livello di high school si giocano il venerdì sera (da qui il titolo), è una passione viscerale (come il calcio da noi; una battuta frequente è "ama il football, è solo che ancora non lo sa!"), attorno al quale ruotano interessi piuttosto grandi, e a volte rappresenta una via d'uscita da situazioni familiari o sociali disastrose, una possibilità di riscatto, di ascesa sociale.

Dal punto di vista tecnico, oltre ad una lunga serie di interpretazioni davvero valide e brillanti, la serie si differenzia dalle altre per una libertà di azione che la produzione, gli sceneggiatori e i registi, hanno dato al cast, lasciandoli liberi di "creare" e di arricchire i proprio personaggi, pur mantenendo le linee guida. Pare che non ci fossero prove, e che gli attori fossero lasciati liberi anche di muoversi a loro piacimento, e che le direttive date agli operatori di macchina fossero quelle di seguirli in ogni movimento. Le camere sono molto spesso usate a mano, e per questo le immagini sono sovente mosse e inizialmente sfuocate, quando comincia una nuova inquadratura. Le scene delle partite sono ovviamente dinamiche e molto coinvolgenti. Il crescendo che gli sceneggiatori riescono a creare anche per le partite è ottimo: mi sono spesso ritrovato ad esultare per un touch-down (ma, per rimanere fedele al mio carattere, anche a piangere su quasi ogni episodio, nonché ad esultare per una particolare proposta di matrimonio). Le dinamiche tra i personaggi, siano questi amici, nemici, amanti, sono estremamente credibili, se ci si mette nell'ottica di una cittadina non troppo grande: a proposito, è Dillon, una cittadina texana fittizia. C'è un sacco di musica, godibile, famosa o meno (quando ho sentito, in un episodio della quinta stagione, un pezzo di Basia Bulat, ho gettato alle ortiche anche le ultime resistenze critiche sullo show). C'è perfino uno dei personaggi che ha una band, i Crucifictorius, che durante le stagioni passano dal death metal (anche se uno spettatore sicuramente più attento, e più americano di me, dice che è una christian speed metal band, e sottolinea lo splendido merchandising) al rock alternativo.

Kyle Chandler (visto ultimamente in Super 8), che ha vinto un Emmy per questa interpretazione, è uno splendido coach Eric Taylor. I suoi discorsi negli spogliatoi o in mezzo al campo, così come i suoi silenzi, il suo accento strascicato (visto naturalmente in originale), sono irresistibili. Connie Britton (due Emmy per lei), attrice che non conoscevo e che aveva interpretato la moglie del coach anche nel film di Berg, è una presenza irrinunciabile nei panni di Tami Taylor. Aimee Teegarden è Julie, la loro deliziosa figlia maggiore, brava a descrivere un'adolescente non problematica, ma piena di dubbi. Il bellissimo Taylor Kitsch (in questo periodo sugli schermi con John Carter, da protagonista), è il tormentato full back Tim Riggins, e devo dire che la parte da bello e dannato gli riesce proprio dannatamente bene. Zach Gilford è il quarterback Matt Saracen, e a mio parere fa uno splendido lavoro nell'interpretazione di questo timido, delicato, tormentato, artisticamente dotato, giovane texano un po' fuori posto. Jesse Plemons è un simpaticissimo Landry Clark, fondatore tra l'altro dei Crucifictorius. Probabilmente il mio personaggio preferito, unico del cast ad aver giocato a football. Minka Kelly è la bella Lyla Garrity, e Adrianne Palicki è la secondo me esplosiva (e altissima) Tyra Collette. Potrei continuare, ma se vi interesserà, lascio a voi scoprire il resto del cast.

Una serie degna di nota.

20120422

holy fuck!


Shameless US - di Paul Abbott sviluppata da John Wells - Stagione 2 (12 episodi; Showtime) - 2012

I Gallagher sono ancora lì, nel loro degradato quartiere di Chicago, proprio sotto la metropolitana sopraelevata. Fiona cerca di togliersi dalla mente Steve, ormai lontano, Frank, vivendo ancora con Sheila, continua con i suoi espedienti per "guadagnarsi" la vita, Lip capisce di amare Karen che invece sta frequentando un nuovo ragazzo conosciuto alle riunioni dei dipendenti da sesso anonimi, Ian vuole entrare nell'esercito, Debbie e Carl gestiscono una sorta di asilo in casa, mentre Fiona dorme dopo aver lavorato di notte insieme a Veronica.

Devo premetterlo, non vorrei che il mio giudizio sulla seconda stagione dello Shameless statunitense risultasse falsato dal fatto di aver visto le otto stagioni (e tutti gli episodi andati in onda fin'ora della nona) della versione originale inglese, esattamente nel periodo lasciato vuoto tra la prima e la seconda stagione della versione statunitense. Leggendo qua e là, si intuisce che Paul Abbott ha lasciato le redini in mano a Wells; non so se dipenda da questo, o dalla "tattica" già intuita nella stagione precedente, che a differenza della serie inglese tende a portare avanti tutte le storylines di tutti i personaggi contemporaneamente, fatto sta che questa nuova stagione, che sarà seguita tra circa dieci mesi da una terza, è risultata inferiore alla prima, e spesso per eccesso di confusione negli episodi. Si fa fatica a ritrovare in Shameless lo stesso appeal selvaggio, divertente ma mai banale, dello scorso anno. Qualche eccesso (anche visivo) di troppo, qualche personaggio assolutamente inutile (almeno, fino ad ora), un gradito ritorno di Nonna Gallagher, l'immutata presenza (almeno, fino ad ora) della colonna portante della serie, il personaggio di Fiona, ancora una volta interpretato in un modo che, a questo giro, è realmente ai livelli dei due grandi, William H. Macy (Frank) e di Joan Cusack (Sheila), che invece stavolta risultano complessivamente un pochino sottotono; di questo bisogna dare atto a Emmy Rossum, alla quale auguro una sfavillante carriera. Vedremo il prossimo inverno, se potremo considerare questa appena conclusa una stagione "di passaggio", oppure l'inizio di una decadenza inesorabile.

20120421

Kali-fornication


Californication - di Tom Kapinos - Stagione 5 (12 episodi; Showtime) - 2012

Tre anni dopo il suo addio nel finale della stagione quattro, Hank vive a New York con la nuova fiamma Carrie. L'ultimo romanzo è andato bene, il blocco dello scrittore non c'è più, Hank non è più un miserabile, in fondo. Ma in testa c'è sempre l'amore della sua vita (Karen), e la rottura con Carrie è inevitabile; non sarà però indolore. Meno male che Runkle lo chiama per sondare la possibilità di scrivere una sceneggiatura. Samurai Apocalypse, una stella dell'hip-hop, vuole debuttare nel mondo del cinema alla grande, e vuole Moody. C'è quindi da tornare ad L.A.

Spiace dirlo, ma Californication è roba del passato. Ha ragione chi dice che c'è da prendere seriamente in considerazione la possibilità di non guardarsi la sesta stagione, che è in cantiere. Hank ormai è diventato una figura tenera, indifesa. Fa sempre grandi battute, si ritrova continuamente in situazioni divertenti, ma non è più lui. E' un uomo divenuto schiavo di una sola donna, Karen, che rivede se stesso nell'attuale fidanzato della figlia Becca, e, indovinate un po', non si piace. Tutti e dodici gli episodi della quinta stagione riscaldano questa minestra che dopo un po' stucca. Sopravvivono momenti che ci ricordano com'era Californication quando divertiva davvero, ma immediatamente dopo si torna all'insipida realtà. C'è poco altro da aggiungere, purtroppo. Nuovi ingressi nel cast sono Scott Michael Foster (Tyler, il fidanzato di Becca), RZA (si, proprio quello del Wu-Tang Clan) nei panni di Samurai Apocalypse, e le bellissime (come poteva essere altrimenti?) Meagan Good nei panni di Kali, e l'inglese Camilla Luddington (la vedremo nella prossima stagione di True Blood) nella parte di Lizzie.
Hank, ti abbiamo amato. Lasciamoci con un buon ricordo.

20120420

Abdulrahman


Zeitoun - di Dave Eggers (2010)

Se ne andarono dalla prigione il più rapidamente possibile. Oltrepassato il cancello principale si sentirono sollevati, e ancor di più percorrendo il lungo viale costeggiato dalla recinzione bianca, raggiungendo infine la strada. Di tanto in tanto Zeitoun si voltava indietro, per assicurarsi che nessuno li stesse seguendo. Adnan controllava lo specchietto retrovisore avanzando veloce lungo la strada di campagna, per mettere più distanza possibile tra loro e la prigione. Attraversarono un lungo corridoio di alti alberi, sentendosi a ogni chilometro più sicuri del fatto che Zeitoun fosse assolutamente libero.

Ho scelto questo libro, per leggere qualcosa di Eggers, e chissà, magari ho pure sbagliato. Zeitoun è un libro di cosiddetta nonfiction, visto che racconta la storia della famiglia omonima, ma soprattutto l'odissea vissuta dal capofamiglia Abdulrahman, nato in Siria, marinaio in giro per il mondo prima, proprietario di un'impresa per ristrutturazioni a New Orleans poi, immediatamente dopo il passaggio dell'ormai tristemente famosissimo uragano Katrina. Abdul, infatti, in quei giorni a cavallo di fina agosto-inizio settembre del 2005, a differenza della moglie Kathy, che si portò dietro i quattro figli Zachary, Nademah, Aisha e Safiya via da New Orleans, decise di rimanere in città. La coppia, oltre che essere gestrice dell'impresa Zeitoun A. Tinteggiature e ristrutturazioni, possedeva diversi immobili e aveva quindi molti clienti e molti inquilini in città; Abdul decise che era la cosa migliore da fare. Nonostante l'uragano si fosse rivelato molto più devastante di quello che si immaginava (in realtà, la devastazione fu provocata dal cedimento di alcuni argini), Zeitoun era sopravvissuto, era riuscito a salvare molti effetti personali della loro casa, e, grazie ad una canoa che per sfizio aveva comprato anni addietro in un mercatino, aveva trovato il modo di aiutare altri sopravvissuti meno fortunati, e a telefonare ogni giorno alla moglie, trovando una centralina telefonica, che era rimasta sopra il livello delle acque che avevano invaso la città, proprio in uno dei condomini che appartenevano alla famiglia. L'odissea di Zeitoun però comincia alcuni giorni dopo l'uragano, quando assieme ad altre tre persone, venne arrestato ingiustamente da una pattuglia mista (poliziotti, guardia nazionale, polizia privata) che lo mise nel carcere improvvisato creato in città per arginare sciacallaggio e anarchia. Da qui, senza la possibilità di ricevere cure mediche, alimentazione adeguata, fare almeno una telefonata ed avere assistenza legale, Zeitoun fu trasferito in un altro carcere. Per circa 13 giorni, sua moglie non ebbe più notizie di lui, e non riuscì in alcun modo ad averle.
Eggers ha una scrittura fluida ed incalzante, e la struttura del libro, oltre ad affascinare, con qualche flashback delizioso che ci racconta, con poche pennellate, la vita di Zeitoun, l'inizio della coppia, ed altri splendidi cenni alla famiglia di Zeitoun, tiene col fiato sospeso da quando Zeitoun viene arrestato fino a quando Kathy riesce ad avere nuovamente sue notizie. La storia, che, personalmente, mi ha fatto pensare che sarebbe stato eccezionale aver letto questo libro prima di cominciare a vedere la serie Treme, dà un'idea piuttosto precisa sia del disastro che ha colpito New Orleans, sia del caos generatosi subito dopo, e delle colpe del governo statunitense. Il personaggio di Zeitoun, così come l'intera famiglia, è da amare incondizionatamente dall'inizio alla fine, ed il libro nel suo complesso ha un altro splendido pregio, e cioè quello di avvicinare il lettore all'islam migliore. Zeitoun è, quindi, un libro toccante, intenso, commovente, ben scritto, che se non fosse il migliore di Eggers, mi fa domandare quanto belli possano essere gli altri.

20120419

Via Cile numero 672


Chile 672 - di Pablo Bardauil e Franco Verdoia (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: par d'esse a sciangai

Buenos Aires, Argentina, quartiere di San Telmo. Nel condominio di via Chile, al numero 672, vive un bel campionario di personaggi. Nelson è l'autista dello scuolabus, il suo matrimonio è in crisi e sua figlia è insopportabile. Instaura uno strano vincolo con la piccola Macarena, di nove anni, che lui porta ogni mattina a scuola. Malena è un'attrice di mezza età che dopo una brutta depressione, cerca di riprendere a recitare. Silvia è una giovane che ha ricevuto un'educazione strettamente cattolica, e questo l'ha portata a vivere una vita piena di paure e sensi di colpa. Simona, un'italiana dai costumi molto spregiudicati, che cerca di risolvere i suoi problemi economici portandosi a casa più uomini che può; non ufficialmente una prostituta, si attira le ire di alcuni condomini, fomentati da un'odiosa specie di caposcala, perché quando fa l'amore fa pure troppo chiasso.

Film di debutto dei due registi argentini Bardauil e Verdoia, che ha l'intenzione di raccontare vari modi di affrontare la tremenda crisi del 2001, Chile 672 è un curioso film corale a bassissimo budget che fu presentato in alcuni festival, ma non ha mai varcato i confini argentini come distribuzione nelle sale. Da alcuni giudicato troppo pretenzioso, ha effettivamente grossi limiti tecnici, ma ha dalla sua una oppressiva e continuativa sensazione di claustrofobia, alcuni momenti divertenti ed altri di vera tensione. Recitazioni così così, idea non originalissima, ma se visto, non passa inosservato e rimane in mente.

20120418

diritto di famiglia


Derecho de familia - di Daniel Burman (2006)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: bellino



Buenos Aires, Argentina. Ariel Perelman, avvocato, difensore pubblico, ha seguito le orme del padre Bernardo Perelman, per tutti il dottor Perelman, vedovo da anni e completamente dedito al suo lavoro. Ariel in alcune cose è identico al padre, in altre è completamente diverso. O almeno crede. Avendo anche insegnato legge, Ariel è metodico: si lancia alla conquista di una ex allieva che gli piace molto, Sandra, che insegna Pilates. Si iscrive ad uno dei suoi corsi, la conquista, la sposa, hanno un figlio e una vita felice. Mentre educa Gastón e porta avanti con buoni risultati la vita coniugale con Sandra, Ariel riflette sul suo rapporto col padre. Gli somiglia? Non gli somiglia? Il padre è soddisfatto di lui? Il padre è felice? Il loro non è mai stato un rapporto molto stretto, ma il dottor Perelman è sempre stato più che presente. Un bel giorno, il dottor Perelman cambia completamente, inizia a stravolgere le sue abitudini. Perché?



Daniel Burman è un giovane (non ha ancora 40 anni) regista argentino, di origini ebree polacche, ma a dispetto della relativamente giovane età è già un regista esperto, nonché attivo produttore (a parte tutti i suoi film ha, come dire, "messo le mani" in produzioni di altri registi quali Garage Olimpo, I diari della motocicletta, per citare titoli conosciuti fin da noi, e, per esempio, in piccole ma validissime produzioni sudamericane quali l'ottimo Como un avion estrellado, del quale prima o poi vi parlerò). Il primo suo film che sono riuscito a vedere fu El abrazo partido - L'abbraccio perduto, del 2004, probabilmente l'unico dei suoi lavori distribuito in Italia, e mi sono ripromesso di scovare anche gli altri suoi film, perché questo era davvero un buon film. Il precedente Todas las azafatas van al cielo era inferiore, ma non da buttare. Questo Derecho de familia, che segue El abrazo partido, mantiene una notevole verve comica, tipico suo marchio di fabbrica, ed innesta su questa vena comica il tema, presente pure nel film precedente ma al contrario, del rapporto padre/figlio, estendendolo a quello padre/nipote, con un buon tocco, lieve e delicato, riuscendo a far ridere e a far riflettere. Questo Derecho de familia, insieme a El abrazo partido e al precedente Esperando al Mesías, formano in realtà una trilogia che è stata chiamata ufficiosamente "la trilogia di Ariel", visto che in tutti e tre i film il protagonista si chiama Ariel, seppur cambiando cognome (e denotando la parziale origine autobiografica del tutto, visto che il protagonista è ebreo). Ariel è sempre interpretato da Daniel Hendler, attore uruguaiano attivo soprattutto in Argentina, molto legato a Burman (le sue note biografiche ci dicono che i due si sono conosciuti mentre Burman e Marco Bechis stavano facendo dei casting per Garage Olimpo); Burman ha una faccia simpaticissima, e pure in questo film, che grava per un buon 90% sulle sue spalle, risulta decisivo. Ottime anche le prove di Arturo Goetz nei panni del dottor Perelman, e della deliziosa Julieta Díaz (vista in La señal e in Maradona, la mano di Dio di Marco Risi) nella parte di Sandra.

20120417

El ángel exterminador


L'angelo sterminatore - di Luis Buñuel (1962)


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)

Giudizio vernacolare: o da chi la 'omprava la robba vesto vi?



Messico, nella capitale, una coppia dell'altissima borghesia, Edmundo e Lucia Nobile, dopo una serata all'opera, invitano una ventina di amici, naturalmente di pari ceto sociale, per una cena sontuosa. Misteriosamente, i cuochi ed i servitori, abbandonano la tenuta padronale un po' alla volta. La cena risulta dunque incompleta, mentre nel palazzo accadono cose inconcepibili, sullo sfondo. Il gruppo di altolocati non si dà per vinto, e prosegue la serata con un'esibizione di pianoforte (a tratti imbarazzante), per la quale si spostano dalla sala da pranzo al salotto, e alla quale seguono ulteriori conversazioni che vertono sul nulla. Tra i presenti, mentre la notte va avanti, c'è chi comincia a chiedersi come mai nessuno se n'è ancora andato: addirittura, nessuno ha abbandonato la stanza. Il sonno arriva, e gli invitati, insieme ai padroni di casa, si stendono sul pavimento per dormire un po'. Al mattino seguente, quando qualcuno decide di provare ad abbandonare la stanza, ci si accorge che nessuno di loro riesce ad attraversare l'uscita del salotto. Il nervosismo comincia a serpeggiare, la fame e la sete si fanno sentire, mentre dall'esterno ci si rende conto che non si riesce ad entrare. Come uscire da questa situazione?



Tratto dall'opera teatrale Los naufragos di José Bergamín, anche lui un tipo decisamente interessante, che come Buñuel fu contrario al regime franchista e visse a lungo in esilio, un tipo talmente "contro" che morì, per suo espresso desiderio, nei Paesi Baschi, per scelta polemica ("Para no dar mis huesos a tierra española"), L'angelo sterminatore è un film dalla eccezionale forza critica ed allegorica, uno sbeffeggiamento lungo un'ora e mezzo. Il suo ormai classico surrealismo, serve ancora una volta a deridere l'inutilità e la follia eccentrica delle classi agiate, in un tempo (non diverso, purtroppo, da quello odierno) in cui le differenze sociali erano ancora enormi. Non viene risparmiata, ancora una volta, l'istituzione ecclesiastica, con il finale del film che, se la parte precedente poteva perfino far sorridere, mette davvero addosso un senso di disagio e quasi di paura. Bianco e nero che oserei definire patinato, per quei tempi, e un cast divertente. Ancora una volta, geniale e dissacrante.

20120416

Scuola per ragazze


St Trinian's - di Oliver Parker e Barnaby Thompson (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: fa ridé


Regno Unito. La St Trinian's è una scuola per sole ragazze, un po' particolare. A partire dalla sua direttrice, Camilla Fritton, spirito libero seppure ormai anziana, accoglie a braccia aperte gli "scarti" delle altre scuole con la puzza sotto il naso, per dar loro spazio e per sviluppare il loro potenziale, qualunque esso sia. Detta così, sembrerebbe un'opera di carità. Invece, il St Trinian's è una sorta di inferno felice, fatto di ragazze anarchiche e fuori controllo. Carnaby, il fratello di Camilla, giunge alla scuola per lasciarvi la figlia Annabelle, che al contrario, non vuole rimanerci. Mentre la scuola stessa sta andando in bancarotta, e a questo proposito il Ministro dell'Educazione vuole approfittarne per far chiudere la scuola, ritenuta una vergogna dal sistema scolastico britannico, le ragazze insieme alla direttrice organizzano un modo complicato, ma remunerativo, per continuare ad esistere. Annabelle, inizialmente terrorizzata dall'insieme del St Trinian's, crescerà e cambierà insieme alle sue compagne.


St Trinian's è una commedia inglese sboccata, gretta, diciamo di bassa lega. Ma a mio modo di vedere, non è stupida, è divertente, non risparmia critiche sociali e satira varia su personaggi famosi. Tra l'altro, e non lo sapevo fino a pochi minuti fa, è una sorta di tradizione inglese: è infatti il sesto titolo che fa riferimento ad un soggetto inventato dal disegnatore satirico inglese Ronald Searle, che satirizzava, usando l'antitesi (una scuola che raccogliesse ragazze gangster, scommettitrici, che vivevano di espedienti poco legali) rispetto al modello scolastico di quello che nel Regno Unito viene definito posh girls boarding school. Il primo fu The Belles of St Trinian's, del 1954, dal quale riprende molte cose (e quindi possiamo considerare St Trinian's un reboot), non ultimo il doppio ruolo del protagonista, qui uno spassoso Rupert Everett nei panni di Camilla e di Carnaby Fritton. A questo seguirono Blue Murder at St Trinian's (1957), The Pure Hell of St Trinian's (1960), The Great St Trinian's Train Robbery (1966) e The Wildcats of St Trinian's (1980).

Tornando a questo St Trinian's, il film, seppure a strappi, funziona e diverte. Di Rupert Everett abbiamo già detto (spassoso) nel doppio ruolo, la sua antitesi è rappresentata, pensate un po', da Colin Forth che interpreta il "cattivo" Geoffrey Thwaites, il Ministro dell'Educazione. C'è Stephen Fry nei panni di un se stesso ironico, e le Girls Aloud al completo (quindi anche Cheryl Cole), che curano anche la colonna sonora. A proposito di Cole, c'è pure Lily, nei panni di Polly. Juno Temple (Kaboom, Lo stravagante mondo di Greenberg) è Celia, Talulah Riley (Inception, I Love Radio Rock) è Annabelle, irriconoscibili (per me) Jodie Whittaker (Venus, Good) nei panni di Beverly e Gemma Arterton (Tamara Drewe, RocknRolla) nei panni di Kelly. Apparizioni anche per Caterina Murino (Miss Maupassant), Lena Headey (Miss Dickinson), Toby Jones (Bursar). Riferimenti infiniti, citazioni, autocitazioni a non finire. Se vi interessassero.

20120415

di cosa ridono le donne?


¿De qué se rien las mujeres? - di Joaquin Oristrell (1997)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: du' risate le fa fa



Spagna. Luci, Graci e Mari sono tre sorelle legatissime, che oltre al legame di sangue condividono anche il lavoro: sono un trio comico. Vanno bene, ed hanno un sacco di impegni, ma Luci sta pensando di mollare. Mentre assistono al matrimonio di loro padre, con una ragazza che ha 45 anni meno di lui, il marito di Luci, che ad insaputa di lei la tradisce continuamente, per correre dietro ad una nuova conquista, viene investito ed ucciso da un'auto. Nonostante il lutto, le sorelle decidono di onorare il contratto che hanno sottoscritto, per andare in scena durante tutto il mese d'agosto in un locale a Benidorm. Luci scopre, leggendo l'agenda di suo marito, tutti i suoi tradimenti; decide quindi di "restituirgli" i tradimenti, cominciando ad andare con più uomini. Le sorelle la appoggiano, ma le cose non vanno esattamente come pensavano.



Debutto nel lungometraggio cinematografico per l'esperto sceneggiatore catalano Oristrell, con una pellicola divertente, ma un po' ingessata e prevedibile. Ottima e spumeggiante, seppure costantemente sopra le righe, Verónica Forqué nei panni di Luci, spalleggiata dall'altrettanto ottima Candela Peña, qui ancora alle prime armi. In una piccola parte c'è perfino Elena Anaya (che abbiamo conosciuto grazie soprattutto ad Almodóvar, fino ad essere stata assoluta protagonista del suo ultimo La pelle che abito). Decisamente non un film imperdibile, ma strappa comunque qualche risata con leggerezza ed ironia.

20120414

Snow Flower and the Secret Fan



Il ventaglio segreto - di Wayne Wang (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: occome facevano a caminà?


Nell'odierna Shangai, Sophia è vittima di un grave incidente, che la lascia in coma, sospesa tra la vita e la morte. Questo fatto ferma Nina dalla sua partenza per gli Stati Uniti, un fatto che avrebbe dato il via alla sua definitiva affermazione carrieristica. Nina accorre al capezzale di Sophia, nonostante le due amiche per la pelle non si vedessero da un bel po' di tempo. Il legame che c'è tra le due giovani è qualcosa di più che un'amicizia: Nina e Sophia sono infatti laotong, un'antica tradizione cinese, che significa qualcosa come sorelle giurate. Nina, mentre si dispera (non può perdere Sophia senza prima aver riallacciato la sorellanza), ripercorre mentalmente le tappe della loro storia, e ritrova un romanzo che Sophia stava scrivendo, su un'antica coppia di laotong vissute nella cina ottocentesca, Lily (Giglio Bianco) e Fiore di Neve, di estrazione diversa ma legate per la vita nonostante le vicissitudini, sottoposte alla pratica del Loto d'oro, che si scrivevano in una lingua ormai scomparsa (qualche anno fa, realmente, è morta l'ultima donna che la conosceva), il Nushu, tra le pieghe di un ventaglio.


Nostalgia Wayne Wang. Se ripenso a Mangia una tazza di té, alle lacrime versate su Il circolo della fortuna e della felicità, i primi film che mi avvicinarono ad un tipo di filmografia con un altro ritmo, o addirittura al suo apice Smoke e, anche se in misura leggermente minore, Blue in the Face, e pensare che lo stesso regista poi è stato capace di dirigere una boiata quale Un amore a 5 stelle, mi prende davvero male. Il brutto è che Wang, dopo questo ultimo film citato, del 2002, ha continuato a sfornare film inguardabili, e c'è da dire che con questo Il ventaglio segreto sembra riavvicinarsi a qualcosa di quasi sufficiente. L'idea, tratta dal libro omonimo (in originale, mentre in italiano il libro si intitola Fiore di neve e il ventaglio segreto, e, come vedete, il titolo del film sintetizza) di Lisa See, non è neppure malaccio. E' lo svolgimento, pachidermico ed intriso di una melassa che invischia il tutto, che non convince per niente, e fa pensare che, ormai, Wayne Wang non ci emozionerà più come una volta. Le due protagoniste, Bingbing Li (Nina ma anche Lily) e Gianna Jun (Fiore di Neve ma anche Sophia) sono bellissime e stucchevoli, Hugh Jackman (Arthur) è più ingessato del solito. C'è anche Vivian Wu (L'ultimo imperatore per Bernardo Bertolucci, I racconti del cuscino per Greenaway) nel ruolo della zia.