No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20131225

doppio

Bi - Kevin Johansen + The Nada (2012)

Ci penso sempre molto, prima di scrivere certe cose, tipo anche questa, su un artista che qui da noi nessuno ma dico nessuno conosce. Mi domando, "passerò per snob?", per una sorta di illuso, che vive male perché vive in Europa e non in Sud America, a fare tutti questi continui riferimenti ai miei soggiorni laggiù, agli amici, alla musica, alla vita, alla politica, alla lingua. Poi, alla fine trovo sempre un pretesto per fregarmene, e ne scrivo.
Di Kevin Johansen ne parlammo qui e poi qui, raccontando anche un po' della sua bio, senza dubbio poco usuale. Nel frattempo, l'amica che me lo ha fatto conoscere una volta l'ha incontrato per strada, a BAires, mentre usciva da lavorare (lei). Giusto per la cronaca.
Uscito ormai quasi due anni fa, nel 2012, Bi è (appunto) un disco doppio, diviso in due concept, indicati vagamente pure dai titoli e sottotitoli: il primo disco si intitola Jogo (Subtropicalia), il secondo Fogo (Pop Heart). Naturalmente, la prima parte mette in risalto il lato latino di Kevin e la sua banda, con lo sguardo particolarmente rivolto ai vicini (Brasile, Uruguay, Cile, Bolivia ma anche Perù), alle loro tradizioni musicali e pure ai rapporti degli argentini con loro, mentre la seconda è un poco più rock, leggermente più anglosassone, ma non fatevi ingannare, la "divisione" non è così definita, e rock è da intendere nel senso più ampio del termine: pensate che in Fogo si arriva al jazz e perfino allo swing. Fondere stili musicali diversi, un po' come la genetica, può risultare fonte di bellezza infinita; Johansen ci prova da sempre, e Bi si dimostra un lavoro maturo, complesso, dentro al quale perdersi, se si ama tutta la musica, e magari anche le lingue. Johansen ama i giochi di parole, lo si capisce sin dal nome che ha dato alla sua band (The Nada, in castigliano, anche nella "versione" rioplatense "il nulla" si dice "la nada", ma per rispondere a chi ti ringrazia si dice "de nada" e il "de" - si, come quello livornese - suona come "the" in inglese), è, come ebbi a dire, un americano a tutto tondo (nato in Alaska da padre statunitense e madre argentina, ha vissuto a San Diego, Montevideo e Buenos Aires, che ama alla follia e lo confessa anche in questo disco), e quindi non si fa pregare per giocare, oltre che con le parole, con le lingue. In Waiting for the Sun to Shine si intrecciano portoghese, inglese e castigliano, ma forse l'intreccio maggiormente riuscito, a livello di testo, seppur disimpegnato (ma divertente) lo si ha con My Name is Peligro: "I'm a true caballero/But I'm lost en el desierto/I've gone eight straight days despierto/Otherwise I'd be muerto" e prosegue con questo andazzo davvero affascinante.
Ospiti variegati e molto conosciuti in America Latina (Rubén Rada, Daniela Mercury, Natalia Lafourcade, Paulinho Moska (già con lui nel live precedente, Vivo en Buenos Aires), Lisandro Aristimuno, Fernando Cabrera, Lila Downs (è con lei lo splendido duetto che potete ascoltare e vedere nel video allegato, e se non vi tocca il cuore un pezzo come questo beh, forse è perché non avete un'anima latina), pezzi belli e bellissimi, e, nel finale, due cover ispiratissime, Everybody Knows (Cohen) e una Modern Love (Bowie) acustica che funziona alla grande.
Musicisti in gamba, arrangiamenti interessanti, e, last but not least, una gran voce.

Nessun commento: