No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20131213

the intrepid

L'intrepido - di Gianni Amelio (2013)
Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Milano, oggi. Antonio, separato con un figlio musicista ormai grande, di mestiere fa il rimpiazzo. L'estremizzazione della precarietà: alle dipendenze di un anziano originario del Sud Italia, Antonio sostituisce chiunque, per qualsiasi tipo di lavoro, e per una qualunque durata, siano un paio d'ore che una settimana. La paga è ridicola, Antonio vive in ristrettezze che però lui fa diventare semplicità, e nonostante tutto questo, nonostante la moglie lo abbia lasciato per un uomo molto più ricco, nonostante il figlio soffra di attacchi di panico (soprattutto prima di esibirsi), riesce a conservare una dignità enorme, da fare invidia a chiunque. Ha un bel rapporto col figlio, ha amici di ogni etnia, e riesce perfino ad aiutare chi ne ha bisogno, come Lucia, una ragazza dell'età del figlio, che conosce ad un concorso, e che aiuta passandole le risposte ai quesiti, e con la quale instaura un bel rapporto d'amicizia. Finché accadono delle cose che minerebbero il coraggio e la tenacia di chiunque.

Non sono un esperto dei film di Gianni Amelio, che però mi sta simpatico, con quella barba e quell'espressione un po' così. Però ho visto Il ladro di bambini e Le chiavi di casa; in realtà, ora che ho fatto una ricerca su questo stesso blog, mi ricordo di aver visto anche La stella che non c'è, ma non mi piacque granché, e per questo forse l'ho rimosso. Ecco, a differenza dei primi due, questo L'intrepido, seppure non si possa paragonare, ha un po' il difetto de La stella che non c'è, e cioè parte piuttosto bene, e poi si perde. Alla fine, lascia come la faccia di Amelio, un po' così.
Antonio Albanese, protagonista quale Antonio, conferma la sua bravura come interprete di personaggi tragicomici in film diretti da registi veri, strapperebbe applausi in continuazione e a scena aperta, eppure quel finale, qualche ridondanza di troppo, non convincono e guastano il risultato finale, e l'amarezza che avrebbe dovuto lasciarti una storia come questa.
Come spesso (ma non sempre) accade, rischio di ripetere concetti già espressi con la solita mirabile sintesi da chi ne sa, Milano "raccontata" e ripresa mirabilmente e quasi romanticamente, di Albanese abbiamo già detto, e molte scene davvero intriganti e ben fatte (si, il negozio di scarpe ma perché, la scena in Albania? o i rientri a casa?), ma altrettante cadute di stile (la scena dell'ultima esibizione) e un'irrisolutezza complessiva, un mancato affondo, lasciano l'amaro in bocca ma non quell'amaro lì, quello che, paradossalmente, sarebbe stato quello giusto.

2 commenti:

Dantès ha detto...

adulatore! ;)

jumbolo ha detto...

lo confesso.