No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20140228

English for the Natives

Ammetto che questo post è una "pezza" per guadagnare tempo ed arrivare al fine settimana dove, si spera, avrò un po' più di tempo. Nonostante ciò, questo estratto da un articolo di Nick Hornby (che ultimamente non reggo molto, devo confessarvi) dalla sua rubrica Stuff I've been reading, sulle sue letture settimanali, che appare su The Believer e tradotta da Internazionale, è davvero interessante, e sarebbe bello poter leggere questo libro, di cui parla, in inglese.
Hornby premette che l'autore, Harry Ritchie, è scozzese (e odia gli inglesi!) però vive a Londra da anni, ed il libro è interessantissimo e divertente. Si intitola English for the Natives, ed ha come sottotitolo Discover the Grammar You Don't Know You Know. Devo dire che solo leggerne il sunto ed il senso, ha stuzzicato la mia curiosità, soprattutto in questo momento in cui a lavoro uso giornalmente spesso più l'inglese dell'italiano, e a volte devo "frenare" alcune espressioni gergali che conosco per via di film e telefilm in lingua inglese (o americana), riflettendo sul fatto che spesso, parlo (o mi scambio email) con persone per cui l'inglese, come me, non è la madrelingua (esempio che facevo qualche giorno fa ad un collega: se io leggo una email di una collega tedesca che mi dice una cosa, e io voglio risponderle che ho "ricevuto" la dritta, mi verrebbe da rispondere semplicemente "Got it"; ma chi mi assicura che la tedesca capisca cosa voglio dire?). Ultima premessa, un collega al quale avevo segnalato l'articolo e che come me, legge Internazionale, mi ha detto che lo stesso libro (di cui parla Hornby) è stato segnalato dai docenti universitari alla figlia, che si sta laureando in lingue. Quindi, c'è sostanza.
Ecco una parte dell'articolo.

Il libro di Harry parla di un argomento che m’interessa, qualcosa di cui abbiamo a lungo discusso insieme in questi ultimi anni, e che secondo me potrebbe interessare anche voi. Da giovani abbiamo entrambi insegnato l’inglese come seconda lingua. Ed è stato proprio facendo quel lavoro – scelto per disperazione in un periodo di particolare indigenza, almeno nel mio caso – che ho imparato come funziona esattamente l’inglese. Alcune cose – la differenza tra present perfect e simple past, per esempio – riuscivamo a riconoscerle ma non a spiegarle; altre sono state scoperte così elettrizzanti da trasformarci in fanatici della grammatica. Lo sapevate, per esempio, che in inglese gli aggettivi hanno un ordine? Non diciamo mai a brown old shoea London red bus: mettiamo l’età prima del colore (an old brown shoe) e il colore prima del luogo (a red London bus), senza neppure pensarci. E lo sapevate che i verbi fraseologici (Phrasal verbs) sono l’incubo degli studenti inglesi (a dire il vero, anche il mio, nota di jumbolo)? Un verbo fraseologico è un verbo seguito da una o due preposizioni che rendono il significato di quel verbo sufficientemente oscuro da richiedere l’aiuto di un dizionario. Prendiamo il verbo put (mettere) con la preposizione on (su, sopra): si usa nel senso di “indossare” (put on your trousers) e, nell’inglese americano, di “prendere in giro” (put somebody on): si usa per fare accomodare qualcuno sul divano (put someone up on your sofa), o per sopportarlo se non se ne va (put up with someone); per alzare le mani come in discoteca o durante una rapina (pull your hands up). Il libro di Ritchie parla della grammatica che usiamo anziché di quella che dovremmo usare, ci spiega quando dobbiamo dire whom invece di who, o John and I invece di John and me. Per la verità, l’autore non vede l’ora di prendersela con chi sostiene che esiste una “cattiva grammatica”. La frase “un frequente errore di grammatica” è un ossimoro – sostiene brillantemente Ritchie – perché se tutti fanno lo stesso errore non è più un errore: vuol dire che la nostra lingua è cambiata per fargli posto. E i pedanti che sbuffano se qualcuno scrive ain’t invece di is not o usa male l’avverbio hopefully (che in origine signiicava “fiduciosamente” e non “se tutto va bene”), saranno inghiottiti dalle onde del cambiamento linguistico, come il re Canuto il grande quando le onde si rifiutarono di obbedirgli. I genitori inglesi della classe media dei nostri giorni sono preoccupati perché i loro figli tendono sempre più spesso a usare la forma “innit” come question tag alla fine di una frase affermativa o negativa: They weren’t there, innit? (“Loro non c’erano, vero?”). Non si prendono neppure la briga di coniugarla con la persona e il tempo del verbo principale. Probabilmente quest’uso è stato introdotto dagli immigrati, confusi dalle complicazioni grammaticali. Bisogna usare l’ausiliare giusto, mantenere il tempo del verbo principale e invertire la forma: se la frase principale è affermativa la forma dell’ausiliare sarà negativa, e viceversa. He didn’t, did he? She won’t, will she? A quanto pare, una bella fetta della comunità britannica a un certo punto ha pensato: “Sapete che vi dico? Io alla fine delle frasi ci metto sempre innit e chissenefrega. Tanto la gente capisce lo stesso”. E infatti capisce. In pratica, Harry sostiene che più una lingua viene usata, più diventa semplice. Libri come il suo sono la prova della buona salute di cui gode la nostra lingua, non del contrario.
Comunque, English for the Natives – come il libretto di Carl Wilson su Céline Dion, e What Good Are the Arts di John Carey – è una lettura fondamentale per i relativisti di qualsiasi paese.

2 commenti:

cipo ha detto...

Articolo dimolto interessante, innit?

jumbolo ha detto...

ehehehe!!