No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20160124

Temerario

Marvel's Daredevil - di Drew Goddard - Stagione 1 (13 episodi; Netflix) - 2015

Hell's Kitchen, Manhattan, New York. Nell'Universo Marvel, dopo l'incidente (raccontato nel film The Avengers), un'invasione aliena che lasciato vuoti molti locali, Matt Murdock, e Foggy Nelson, due giovani avvocati nati e cresciuti in quel quartiere, aprono un loro studio legale, con pochissimi soldi e tanta voglia di portare avanti una carriera etica. Il loro quartiere è ormai nelle mani di mafia russa, cinese e giapponese, ed altre organizzazioni criminali, e Matt è particolarmente sensibile alla cosa. Di origini irlandesi, divenuto cieco all'età di nove anni a causa di un atto eroico, è cresciuto senza madre, e qualche tempo dopo la cecità ha perso anche il padre, un boxeur che lo ha cresciuto finché ha potuto amorevolmente. Grazie ad un personaggio misterioso, è riuscito a sviluppare gli altri sensi in maniera incredibile, e la sua cecità non è quasi più un problema, tanto che, mascherato, di notte si trasforma in un vigilante che difende i deboli dai criminali senza uccidere nessuno. Al tempo stesso, nessuna persona conosce il suo segreto, neppure l'amico Foggy. Il primo cliente dello studio è Karen Page, la segretaria di un'impresa di costruzioni, la Union Allied, che è stata incastrata per l'omicidio di un suo collega, dopo aver scoperto una gigantesca truffa ai danni delle pensioni della stessa società. Matt, nella sua veste di vigilante, salva Karen da un tentativo di omicidio, mentre insieme a Foggy, riescono a scagionarla dall'accusa di omicidio. Karen, senza un soldo, si sdebita cominciando a lavorare per lo studio come segretaria. Al tempo stesso, Karen cerca di esporre la truffa tramite un giornalista d'inchiesta, Ben Urich, mentre James Wesley, l'uomo di fiducia del burattinaio criminale Wilson Fisk, insabbia il coinvolgimento dello stesso Fisk nello scandalo Union Allied, e incarica i due fratelli Ranskahov, i capi della mafia russa, di fare fuori Matt nella sua incarnazione da vigilante, da tutti ormai definito "l'uomo in nero" a causa del suo costume. Avendo capito come agisce Matt, rapiscono un ragazzino per attirare lo stesso Matt in una trappola.



Marvel's Daredevil, o più semplicemente Daredevil, è la prima serie ispirata all'Universo Cinematografico Marvel, condivide la continuità con i film del franchising Marvel, e dovrebbe portare, insieme ad altre serie che seguiranno, ad una miniserie crossover sui Defenders.
Ispirata al fumetto creato da Stan Lee e Bill Everett, la serie innanzitutto mostra ancora una volta, che Netflix è decisa a diventare una potenza televisiva a tutto campo. Drew Goddard, il creatore della serie (team di J.J. Abrams, Lost e Alias, più regista del successo horror Quella casa nel bosco), ha provato fortemente ad imprimere al mood della serie un bel tocco drammatico/introspettivo, così come il comic originale, riuscendoci qua e là.
Ripensandoci, tutti i flashback del Murdock bambino appaiono un po' troppo didascalici, così come la figura di Wilson Fisk, interpretata da un Vincent D'Onofrio fisicamente mastodontico, ma a mio avviso leggermente sopra le righe. La serie avvince quindi fino ad un certo punto, ma probabilmente il mio giudizio è più negativo della media, dato il mio scetticismo di base quando si tratta di trasposizioni dai comics, che sullo schermo, grande o piccolo, perdono moltissimo del loro fascino.
Nel cast, un buon Charlie Cox è Matt Murdock, la sempre deliziosa Deborah Ann Woll è Karen Page, Elden Henson è Foggy, Toby Leonard Moore è un (ottimo) viscido James Wesley, una sempre bella da vedere Rosario Dawson è Claire Temple. Di D'Onofrio abbiamo già detto, una piacevole sorpresa è Ayelet Zurer nei panni di Vanessa Marianna, la donna di Fisk: una delle più famose attrici israeliane, già in Munich ed Angeli e Demoni, è stata una delle protagoniste di BeTipul (l'originale In Treatment, che ha subito innumerevoli remake, perfino in Italia), e l'assoluta, incontrastata mattatrice di Bnei Aruba; in sede di recensione, ne avevo sottolineato la grandezza. 
Il "rilascio" della seconda stagione è già programmato per il 18 marzo 2016.

20160122

La svastica sul sole

The Man in the High Castle - di Frank Spotnitz - Stagione 1 (10 episodi; Amazon Studios) - 2015

1962. Joe Blake è un giovane che vive a New York, nel Grande Reich Nazista, che tenta di unirsi alla resistenza, ma si rivela essere un agente segreto delle SS, agli ordini dell'Obergruppenfuhrer John Smith. La sua missione è trasportare una pellicola, che contiene un film sovversivo, dove si immagina un mondo dove gli Alleati hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale.

Frank Frink è un operaio in una fabbrica di armi, e vive negli Stati del Pacifico Giapponesi a San Francisco; è ebreo ma lo nasconde. E' fidanzato con Juliana Crain, una ragazza in cerca di lavoro che pratica Aikido. Juliana parte improvvisamente per la Zona Neutrale, portando con se una pellicola identica a quella trasportata da Joe. La pellicola doveva essere lì trasportata dalla sorellastra di Juliana, Trudy, membro della resistenza, assassinata dalla polizia davanti agli occhi di Juliana.
Durante il viaggio, Juliana è derubata di tutto, tranne che della pellicola; si incontra casualmente con Joe nella Zona Neutrale, mentre a San Francisco Frank è incarcerato dall'ispettore Kido della Kempeitai, e potrebbe essere estradato nell'America Nazista, ed essere giustiziato sommariamente per le sue radici ebree.

Tratto dall'omonimo romanzo di Philip K. Dick, devo dire onestamente che, non avendo letto il libro, ma avendo letto le premesse, mi aspettavo molto ma molto di più da questa serie tv. Le potenzialità erano enormi, ma a mio giudizio, almeno in questa prima stagione, i risultati sono stati scarsi e tutto sommato poco rilevanti.

Il cast è deludente così come lo "svolgimento", che si limita a farsi trasportare dalla storia, una sorta di intreccio spionistico evidentemente ancora molto lontano dallo svelare del tutto i propri piani, ma davvero, questa serie, almeno per adesso, manca di mordente, di suspense e di fascino.
Vedremo se, con la seconda stagione, ormai alle porte, gli sceneggiatori riusciranno a sfruttare appieno le, come detto, enormi potenzialità di una tale storia.

20160121

Williams and Walker

The Knick - di Jack Amiel e Michael Begler - Stagione 2 (10 episodi; Cinemax) - 2015

1901. Thack è ancora nella clinica di disintossicazione, ma, genio com'è, è divenuto se possibile ancor più dipendente dalle droghe. E' riuscito a creare un mercato interno, grazie al quale lui esegue interventi di piccola chirurgia plastica sulle prostitute, e in cambio ottiene droga.

Nel frattempo, Algie è capo chirurgo temporaneo, e cerca in tutti i modi di rendere permanente questa posizione. Ma si accorge di avere un problema ad un occhio, causato da tutti i combattimenti sostenuti nei bar: ha un inizio di distacco della retina. Il consiglio dell'ospedale, ad ogni modo, si oppone a rendere permanente la sua posizione.
Sorella Harriet è stata arrestata per gli aborti, ma Cleary paga un buon avvocato per tentare in tutti i modi di tirarla fuori dai guai.
Cornelia è fatta rientrare a New York dal suocero, che fa in modo che lei e suo figlio vivano sotto il suo stesso tetto.
Gallinger torna, dopo il congedo preso per occuparsi di sua moglie, ancora instabile, e rimane esterrefatto dal trovare Edwards nella posizione di capo chirurgo. Mette in azione un piano diabolico: rapisce Thack dalla clinica di riabilitazione, e lo costringe a disintossicarsi su una barca in mezzo all'oceano. Il processo è ovviamente doloroso, ma alla fine, Thack è sobrio e rientra, insieme a Gallinger. Colpito profondamente da tutto ciò, comunica però al consiglio, che da lì in poi si dedicherà alla ricerca: vuole trattare la dipendenza come una malattia, e trovarne la cura.

Meravigliosa, The Knick, anche in questa sua seconda stagione. Meravigliosa per argomenti trattati (l'entrata in scena della moglie di Algie, Opal, è solo una delle piccole perle che acuiscono il "trattamento" di grandi temi come il razzismo, partendo dalla radice, naturalmente, essendo la serie ambientata proprio agli inizi del secolo scorso), per la fotografia e l'approccio registico, diverso da qualsiasi altra cosa avessimo visto fin'ora, per il cast, impeccabile fin nel più apparentemente insignificante personaggio (penso solo al "compare" di Cleary, o al barista nero del bar preferito da Algie), per la colonna sonora, spiazzante ma decisamente personale, per la crudezza di alcune scene, per la ricostruzione di un periodo storico fondamentale, non soltanto dal punto di vista scenografico, quanto da quello delle idee, dei temi, dei comportamenti, degli usi e costumi. L'approccio all'eugenetica di Gallinger è una delle cose più agghiaccianti proposte da una serie tv, a mio personale giudizio.
Finale imprevedibile, ma magnifico, e finanche coraggioso.
A questo punto, Cinemax ha tra le mani un oggetto straordinario, con la possibilità di farlo diventare importantissimo. Soderbergh ha già chiarito che non sarà più della partita, e che lascerà ad un altro regista, suggerendo alla rete di ricambiare ogni due anni, se ce ne sarà la possibilità, in modo che "ogni due anni ogni regista abbia la libertà di creare il suo proprio universo". E' probabile quindi che, se ci saranno, le prossime due stagioni saranno girate di seguito, ma che forse si dovrà attendere fino al 2017 per vedere la terza.
Avanti così. Attendiamo.

20160120

Il ritorno dei ritornati

Les Revenants - di Fabrice Gobert - Stagione 2 (8 episodi; Canal +) - 2015

Sei mesi sono passati dagli eventi narrati nella prima stagione. Città evacuata, qualcuno è rimasto. Qualcuno dei vivi, isolati, come Jerome, ossessionati dal perché sta accadendo quello che sta accadendo, o come Adèle e la figlia, costretta a rimanere dalla gravidanza, oppure tutti uniti alla Mano Tesa, sotto il controllo di Pierre, mentre i morti sono tutti dall'altra parte del lago creato dall'ultima inondazione, in una zona considerata disabitata. In una di queste case, anche Claire, viva, e la figlia Camille, la prima dei Revenants a tornare, mentre Léna è una scheggia impazzita: non comprende perché il padre stia sclerando, e neppure perché madre e sorella se ne siano andate. Qui si trova anche Julie con Victor.

L'esercito controlla quel che è rimasto, mentre arriva Berg, un tecnico incaricato di capire cos'è accaduto alla diga. Anche Berg ha un legame con questo luogo, che pian piano capiremo. I morti continuano a tornare, e la gravidanza di Adèle sembra essere arrivata alla fine...



Se cercate scene d'azione, avete sbagliato serie. Se cercate i morti che camminano all'anglosassone, idem. La ricerca ossessiva del cliffhanger, che accada qualcosa ad ogni pié sospinto, un finale coi controcazzi che però sia didascalico e spieghi tutto, insomma, tutto quello a cui siete abituati quando vedete una serie che venga dagli USA (meno Twin Peaks): siete fuoristrada.

Les Revenants ha fatto la sua fortuna allontanandosi da questi clichés, dapprima senza volerlo, probabilmente, perché alcune cose in Europa non le sappiamo fare e/o non ce le possiamo permettere, altre non sono nelle nostre corde; tutto ciò ha alimentato l'hype e l'attesa, e gli sceneggiatori ne hanno ben tenuto conto, tanto è vero che durante questa seconda stagione si ha come l'impressione che spesso, ci marcino, su questa "diversità" (anche se, alla fine, un morto che mangia un corpo umano c'è; a dire il vero, ce n'era un altro fin dall'inizio, solo che questo era vivo... ma mi sto complicando la vita quindi chiudo la parentesi).
Naturalmente, i tempi di reazione delle produzioni europee sono distanti anni luce da quelle USA, quindi ancora per alcuni mesi non sapremo se Les Revenants è destinato ad avere una terza stagione oppure no, ecco perché il finale dà giocoforza l'impressione di essere un po' buttato lì.
Altre ingenuità si notano, soprattutto man mano che ci si avvicina al finale, ma tutto ciò non toglie che Les Revenants ci ha regalato un tocco davvero diverso all'interno di un genere, quello degli zombies, che in realtà è sempre una grande scusa per riflettere sul senso della vita. E ci ha dimostrato che si può fare davvero della buona televisione con la fiction, anche a latitudini vicine alle nostre.
La colonna sonora sempre grande protagonista, anche grazie ai Mogwai.

20160119

1925

Downton Abbey - di Julian Fellowes - Stagione 6 (8 episodi + 1 speciale natalizio; ITV) - 2015

1925, grandi cambiamenti sono alle porte. 

Robert coinvolge Carson sul pensiero di ridurre i costi e il personale, e Carson comincia a pensarci su.
Mrs Hughes è preoccupata dalle nozze imminenti con Carson, a proposito dei "doveri coniugali".
L'ospedale locale è nel mirino per essere inglobato dal più grande ospedale della contea; il consiglio è diviso, Violet è fortemente contraria, mentre Isobel è favorevole, in nome dell'efficienza.
Una ex cameriera, Rita Bevan, si presenta a Downton con l'intenzione di ricattare Mary, essendo stata cameriera nell'albergo dove lei e Lord Gillingham hanno avuto il famoso "periodo di prova"; Mary si rifiuta di pagare, e si prepara allo scandalo, ma Robert paga la cameriera con molto meno rispetto alla richiesta iniziale, facendole firmare un accordo confidenziale, ma rimane colpito dal coraggio e dalla determinazione di Mary, convincendosi che è giusto che lei succeda a Tom nella gestione della tenuta.
Il sergente Willis annuncia a Bates e Anna che una donna ha finalmente confessato di aver ucciso Green, quindi il caso è chiuso. La preoccupazione di Anna si sposta sulla sua incapacità di portare avanti una gravidanza, vedendo che Bates si aspetta di mettere su famiglia.
Edith prevede di passare molto più tempo a Londra, per seguire più da vicino la rivista.
Tutta la famiglia e buona parte della servitù partecipa ad un'asta di una proprietà confinante con Downton; Daisy, allarmata perché il signor Mason verrà probabilmente estromesso dalla fattoria, affronta incautamente e pubblicamente il nuovo proprietario, che secondo le voci, non confermerà il signor Mason, ma la cosa si ritorce contro Mason. Dopo questa scenata, Daisy sarebbe passibile pure di licenziamento, ma Cora decide di non procedere. Il vecchio proprietario dice a Robert che le grandi tenute come le loro sono ormai obsolete e sulla via del tramonto, e gli consiglia di vendere a sua volta.

Finisce con questa stagione e il mieloso, accomodante, ma toccante speciale natalizio, l'epopea di Downton Abbey, ancora una volta sceneggiata con maestria da Julian Fellowes. Si può criticare la prevedibilità di alcune svolte, o la sua maniera di tirare per le lunghe alcune sottotrame, il fatto che gli piaccia descrivere un certo tipo di Inghilterra o raccontare storie di una certa classe sociale, si può obiettare (come anticipato poc'anzi) che nel finale tutto si aggiusta, ma di sicuro non si può mettere in dubbio la capacità di Fellowes di scrivere storie che "acchiappano" e toccano, di riuscire nella stragrande maggioranza delle volte, a disegnare personaggi interessanti, a renderli reali.
Alcuni di essi ci rimarranno nella memoria per lungo tempo, e di sicuro abbiamo, nel corso di queste sei stagioni, imparato qualcosa di più su un momento storico di passaggio verso l'era moderna nel Regno Unito.
Con i suoi difetti, ma anche con i suoi pregi, ci mancherà Downton Abbey.

20160118

It happened in Minnesota

Fargo - di Noah Hawley - Stagione 2 (10 episodi; FX) - 2015

1979. Nord degli USA. La famiglia Gerhardt comanda ogni traffico criminale a Fargo, North Dakota, e nei dintorni. Seppure i rapporti tra i tre fratelli non siano idilliaci, la famiglia è ormai un'istituzione del crimine, e la polizia ha imparato a conviverci. Ma un paio di fatti quasi concomitanti, destabilizzano la supremazia della famiglia. Il patriarca Otto, emigrato negli USA dalla Germania molti anni prima, viene colpito da un ictus che lo riduce in uno stato semi-vegetativo in sedia a rotelle, impossibilitato a muoversi ed a parlare; si scatena la lotta per la successione tra Dodd, Bear e Rye, i figli. Come detto, quasi contemporaneamente, in una waffle house poco fuori Luverne, Minnesota, proprio Rye, il fratello più giovane (un po' frustrato dagli altri due), che sta cercando di avviare una propria truffa assieme ad un socio, nel tentativo di "ammorbidire" un giudice donna che ha congelato i beni del suo partner in affari, la combina grossa. Il giudice si rivela incorruttibile, e Rye, evidentemente un po' squilibrato, uccide la donna, e due dipendenti del locale, il cuoco e una cameriera. Nel tentativo di fuga, Rye, distratto da una visione di un UFO, viene investito da Peggy Blumquist, un'estetista del luogo un po' sciroccata. Infatti, Peggy non scende neppure dall'auto, e prosegue con Rye in fin di vita infilato nel parabrezza, arriva a casa, e ritenendo l'uomo morto, parcheggia tranquillamente l'auto in garage. Qualche ora dopo, Ed Blumquist, il marito di Peggy nonché assistente del macellaio locale, scopre l'uomo in garage, ancora vivo ma come impazzito, e preso dal panico lo accoltella a morte. Peggy convince Ed a tenere segreto il fatto, e a nascondere il cadavere nel loro congelatore.

Lou Solverson, il capo degli State Trooper locali (e padre di Molly Solverson, la protagonista della stagione 1, qui la vediamo piccola e neppure troppo sveglia), indagando sulla sparatoria, nota alcune stranezze: l'assassino sembra essersi dato alla fuga a piedi nonostante avesse l'auto parcheggiata giusto fuori dal locale. A Solverson, nelle indagini, si affianca il suocero, lo sceriffo locale Hank Larsson. 
Lou, a casa, ha a che fare con il cancro dell'amata moglie Betsy (ovviamente la figlia di Hank). Nel frattempo, l'ictus di Otto Gerhardt scatena l'appetito di una organizzazione criminale di base a Kansas City, Missouri, che comincia a fare piani per allargare i proprio interessi fino a Fargo.

Forse, riflettevo mentre scrivevo il riassuntino, solo ripensando all'intreccio complessivo della trama, si ha la sensazione della grandiosità di questa ennesima bellissima stagione di Fargo. Serie antologica, cast completamente rivoluzionato, altra storia con molte similitudini e qualche sottile legame con la precedente, come detto, anche la seconda stagione di questa serie è stata una delizia per gli occhi. Regie di altissimo livello, sceneggiatura pure, e prove recitative meravigliose da parte di tutto il cast, numeroso ma splendidamente diretto. Senza cantare le lodi dei protagonisti Patrick Wilson (Lou Solverson) e di un Ted Danson (Hank Larsson) in ottima forma, Jean Smart (Floyd Gerhardt), Kirsten Dunst (Peggy Blumquist) e Jesse Plemons (Ed Blumquist), voglio segnalarvi tre attori non protagonisti, ma che impressionano per bravura ed intensità in questa stagione: Zahn Mc Clarnon (Hanzee Dent), Cristin Milioti (Betsy Solverson) e Nick Offerman (Karl Weathers). 
Da non perdere.

Terza stagione nella primavera 2017.

20160117

Paura dei morti che camminano?

Fear the Walking Dead - di Robert Kirkman e Dave Erickson - Stagione 1 (6 episodi; AMC) - 2015

Los Angeles, California. Nick, un adolescente tossicodipendente, figlio di Madison, una guidance counselor (una sorta di psicologa adolescenziale) di una locale high school, si sveglia in una "tana" di eroinomani, uno di quei rifugi per farsi che i tossici usano occupando case o locali abbandonati (in questo caso, una chiesa sconsacrata), e trova la sua amica Gloria che sta mangiando un cadavere. Fugge, attraversa la strada di fronte alla chiesa, e viene investito da un'auto. Ricoverato in ospedale, il medico dice alla madre e a Travis (insegnante nella stessa scuola dove lavora Madison), il fidanzato della madre, che il racconto di Nick è la classica allucinazione da eroina.
Travis, insieme alla ex moglie Liza, apprendista infermiera, sta cercando di ricucire il rapporto col figlio biologico, il ribelle Christopher, ma al tempo stesso sta cercando di guadagnare la fiducia e il rispetto dei figli di Madison, che oltre a Nick ha Alicia, l'esatto opposto di Nick: diligente, studiosa, educata, ma anche intelligente e pungente.
Travis visita la vecchia chiesa, e crede alla storia che Nick ha raccontato. Alicia è sempre più preoccupata per la dipendenza di Nick. A scuola, Madison confisca un coltello ad uno studente, Tobias, vagamente asociale ed emarginato, che farnetica a proposito di una strana epidemia che sta arrivando.
L'indomani, la scuola viene chiusa in anticipo, dopo che in rete si diffonde, e diventa virale, il video di una pattuglia di polizia, sempre a Los Angeles, che spara ad un uomo violento e che sembra non essere danneggiato dai proiettili. Il fatto, avvenuto la sera precedente, ha causato un grosso ingorgo, nel quale erano rimasti coinvolti Travis e Madison.
Nick fugge dall'ospedale e si incontra con Calvin, il suo pusher, sperando di capire se la droga che gli ha venduto fosse la causa della sua allucinazione. Dopo un colloquio, Calvin porta Nick sul lungofiume, con l'intenzione di ucciderlo per impedire che lo esponga come spacciatore di droga; ma Nick ha la meglio, e uccide Calvin con la di lui pistola. Madison e Travis arrivano a raccogliere Nick, ma Calvin, divenuto uno zombi, li attacca. Nick, con il pick-up di Travis, investe ripetutamente Calvin, ma i tre assistono allibiti al "ritorno" in vita di Calvin, mutilato ma ancora in grado di attaccare e fare del male.

Companion, spin-off ma anche prequel dell'ormai celeberrimo The Walking Dead, Fear the Walking Dead condivide con la serie compagna pregi e difetti: ritmo lento, verbosità retorica eccessiva, psicologia da due soldi, retorica familiare e patriottica stomachevole. Ma ci sono gli zombi, e quando ci sono gli zombi non ce n'è per nessuno: TWD è un successo worldwide di proporzioni epiche, e i critici possono andarsene dove non batte il sole.
Così come la serie originale, FtWD esordisce con una prima stagione di 6 episodi, ma non temete, è già pronta la seconda stagione di 15 episodi che partirà nella primavera del 2016.
Rivediamo con piacere Kim Dickens (Madison) ed Elizabeth Rodriguez (Liza), troviamo Cliff Curtis (Travis) in un ruolo da protagonista, e facciamo la piacevole conoscenza di Alycia Debnam-Carey (Alicia) e di Mercedes Mason (Ofelia), come pure quella di Frank Dillane (Nick), forse il più convincente di tutto il cast. Da notare la presenza di Rubén Blades nei panni di Daniel Salazar, il padre di Ofelia. 

20160115

La tresca continua

The Affair - di Sarah Treem e Hagai Levi - Stagione 2 (12 episodi; Showtime) - 2015

Le prospettive si allargano. Oltre ai punti di vista di Alison e Noah, ci sono anche quelli di Helen e Cole. E i fast forward del processo per la morte di Scott.
Si comincia con la mediazione per il divorzio, vista dai punti di vista di Noah e di Helen. E si scopre che anche Helen non ne può più della madre, che suo padre l'ha lasciata per una donna più giovane (spinto dall'esempio di Noah?), si scopre che tra Noah e Alison non c'è un idillio, e che, insomma, un divorzio non è mai una passeggiata, soprattutto se i due "contendenti" non si comportano da persone molto civili.



The Affair, che questa stagione si arricchisce di due episodi in più e di, come detto, prospettive plurime, si conferma come un dramma psicologico che può anche non essere dramma, ma che ispira empatia per quanto espone la fragilità umana come non mai.

I figli, quelli che crescono, intrattabili, adorabili, quelli in arrivo, gli amanti, i soldi, i rapporti con gli ex, le improvvise voglie di vivere le cose che non si sono potute vivere perché ingabbiati dentro un rapporto matrimoniale, le voglie di rivincita, di vendetta, di rappacificazione, di tranquillità, di sesso e basta. L'umanità è fallace, e The Affair non fa altro che ricordarcelo.
Secondo il mio modesto giudizio, gli sceneggiatori sono oltremodo bravissimi a portare avanti poi, la storia non parallela dell'inchiesta e del processo, con brevissime finestre poste agli inizi o alla fine degli episodi, creando un minimo di ragione in più per seguire la serie. Bravi.
Il cast continua ad essere all'altezza, anche nelle parti di contorno. Giusto per fare un nome, a questo giro si arricchisce di Catalina Sandino Moreno (vi ricordate quando ne cantai le lodi per Maria Full of Grace?) nella parte di Luisa, il nuovo amore di Cole.

20160114

Ponte III

Bron III Broen - di Hans Rosenfeldt - Stagione 3 (10 episodi; SVT1/DR1) - 2015

Malmo, Svezia. Un corpo senza vita viene ritrovato in un container, in un tableau (composto da tre manichini, oltre al corpo) che rievoca una famiglia tradizionale. Il caso viene assegnato a Saga, che inizia ad investigare in Danimarca, visto che il corpo è quello di Helle Hanker, residente a Copenaghen. Hanne Thomsen è l'ufficiale danese che viene assegnato al caso dall'altro lato del ponte, e che non fa niente per negare che Saga non le piaccia, dato che ha fatto incarcerare Martin.
Anker, una lesbica sposata con una donna svedese, era stata una pioniera, creando il primo asilo di genere neutro. Il suo lavoro era stato oggetto di numerose minacce e critiche; fra queste ultime, diversi messaggi nel vlog di Lise Frise Andersen, avvocato di destra il cui marito è proprietario della struttura dove è stato ritrovato il corpo.
Anker prima di sposare l'attuale moglie, era stata sposata con un uomo, ed aveva avuto un figlio, Morten, un veterano dell'Afghanistan mentalmente instabile. Saga e Hanne si recano a "casa" di Morten (vive in una roulotte in un posto improbabile), e dopo altre indagini decidono di tornare a fargli visita; questa volta, sono vittime di una trappola, e Hanne rimane seriamente ferita.
Saga è scioccata, ma reagisce alla sua maniera; la polizia danese decide di assegnarle un nuovo partner, la scelta cade su Henrik Sabroe (in realtà si offre volontario), la cui vita privata non appare molto chiara. Henrik, però, appare da subito più capace di trattare con Saga, e man mano che l'inchiesta va avanti, il loro legame si intensifica in maniera sorprendente.

E' sempre una sfida, quando una serie diventa importante (tanto da avere avuto ben due remake) anche grazie ai suoi protagonisti, riuscire ad andare avanti senza uno dei due. Kim Bodnia, che impersonava Martin Rohde nelle prime due stagioni, pare abbia lasciato la serie insoddisfatto dell'evoluzione del suo personaggio; il creatore e gli sceneggiatori si sono ritrovati quindi a dover ricostruire un "affiancatore" dell'assoluta protagonista Sofia Helin nei panni dell'asperger Saga Noren, la detective svedese che guida una Porsche come un uomo (e fa pure sesso come un uomo), e che non conosce la fatica. Dopo aver visto anche questa terza stagione, posso dirvi che l'esperimento è andato a buon fine.
Il giallo danese/svedese anche questa volta regge la durata di 10 lunghi episodi con lo stesso schema (finali multipli, fiorire di sospettati, il vero colpevole che era già stato scartato come sospettato in un primo momento), e la chimica tra la "vecchia" protagonista e quello "nuovo" funziona, mettendo le basi pure per un interessantissimo prosieguo.
Solito mood nordico (non potrebbe essere altrimenti), e la dimostrazione che quando ci sono impegno, idee e voglia di fare, le cose riescono anche al di fuori degli USA.

20160113

Better Call Saul

Homeland - di Gideon Raff, sviluppato da Alex Gansa e Howard Gordon - Stagione 5 (12 episodi; Showtime) - 2015

Carrie si è trasferita a Berlino con la figlia, e adesso lavora come capo della sicurezza per Otto During, un ricco tedesco (discendente di nazisti) che ha fondato un'importante organizzazione filantropica. During vuole recarsi in Libano, in un campo profughi siriano, al fine di garantire nuove entrate per l'istruzione e la degna sopravvivenza di questi profughi, da parte dei numerosi investitori. Carrie ha 3 giorni per preparare la pericolosa visita; si consulta prima di tutto con Allison Carr, capo della sezione CIA di Berlino, vecchia collega, chiedendole la situazione di intelligence di quel luogo, e viene presa alla sprovvista quando Allison non le offre niente, a meno che Carrie non ricambi con informazioni sulla fondazione During. Carrie ha anche un duro scontro verbale con Saul, che la accusa di aver lasciato la CIA ed esseri messa a lavorare per "l'altra sponda".
Nel frattempo, due hacker tedeschi si prendono gioco di un sito di reclutamento islamico per la jihad; un tecnico della CIA a Berlino, monitorando il sito, si accorge dell'attacco, e cerca di tracciare i due hacker. Il risultato è che i due hacker riescono a contrattaccare, ed a entrare nel sito CIA rubando più di 1000 documenti riservati. Uno di questi documenti arriva alla giornalista Laura Sutton, statunitense dissidente trasferita a Berlino che lavora per la fondazione During. Il documento rivela che i servizi segreti tedeschi hanno ripetutamente violato le leggi sulla privacy, avvalendosi dei servizi della CIA per avere informazioni riservati su cittadini o residenti tedeschi in odore di jihadismo. Laura va in televisione e denuncia il fatto.
Appena i dirigenti dei servizi segreti tedeschi vengono a sapere che la rete della CIA è stata violata, chiudono immediatamente il servizio di sorveglianza. Saul sceglie di continuare il programma a dispetto delle decisioni tedesche, e incarica Quinn come freelance killer per assassinare obiettivi confermati dal programma stesso, al di fuori dei programmi ufficiali dell'Agenzia.
Carrie riesce ad organizzare un incontro con un comandante di Hezbollah, dove richiede un passaggio sicuro per During durante la visita; il campo profughi è, infatti, sotto il controllo di Hezbollah. L'incontro e la richiesta sembrano non andare a buon fine, dato il curriculum (CIA) di Carrie, ma nella notte, Carrie stessa riceve una chiamata dal comandante, che le conferma che During è invitato da Hezbollah.

Dite quello che volete, ma ogni volta che penso ad Homeland penso a quanto bisogna essere bravi, come gruppo di sceneggiatori (e pensare che sicuramente non sono certo gli stessi delle prime stagioni), a riuscire a far cambiare pelle praticamente ogni stagione di questa serie. A reinventarsi, a mettere in piedi storie credibili, per quanto possano essere tacciate di filo-imperialismo statunitense, razzismo, di essere anti-arabi o anti-musulmani. Homeland secondo me è diventato l'equivalente politico di The Good Wife per quanto riesce, con un'opera di fiction, a stare "sul pezzo", a trattare temi di scottante attualità, certo, da un punto di vista che può essere criticabile, ma che a volte riesce a confondere, appunto, la finzione con quello che potrebbe essere la realtà.
Vincente la scelta di ambientare la nuova stagione a Berlino, intrigante l'intrigo (allitterazione voluta) internazionale tra servizi segreti di ogni dove, Claire Danes un poco stantìa (ormai conosciamo ogni sfumatura delle sue espressioni facciali, grazie a Homeland), ma ce ne fosse.
Due parole sul cast di questa stagione. Si rivedono con piacere Sebastian Koch (Le vite degli altri) nella parte di Otto During, e Yigal Naor (House of Saddam) nella parte del generale siriano Youssef. Bella la faccia di Mark Ivanir (Ivan Krupin). 

20160112

A Matter of Geography

The Leftovers - di Damon Lindelof e Tom Perrotta - Stagione 2 (10 episodi; HBO) - 2015

Età della pietra. Una cavernicola incinta, unica sopravvissuta del suo clan, partorisce da sola, naturalmente con dolore. Sfinita dalla fatica, distratta per un momento dal suo impegno di accudire al figlio, si accorge che un serpente sta minacciando il piccolo, e lo difende, a costo di essere morsa. Il morso si rivela fatale: in pochi giorni, la donna muore. Un'altra cavernicola trova il cadavere della donna con il neonato, e comincia a prendersi cura del neonato.
Oggi. Jarden, Texas è diventato un luogo famoso, ribattezzato Miracle (miracolo), in quanto unico centro dove nessuna sparizione ha avuto luogo. La famiglia Murphy, John, Erika, Michael e Evie, sono residenti. John è un vigile del fuoco, rispettatissimo, Erika è un dottore. Sembrerebbero una famiglia felice, ma non è come sembra. John punisce brutalmente, insieme ad un gruppo "scelto" di altri colleghi, chi si rivela essere un ciarlatano e insiste nel far credere che la città è "speciale" (Miracle è diventato un luogo esclusivo, recintato e sorvegliato, con ingressi esclusivamente turistici e regolamentati), Erika è parzialmente sorda ed infelicemente sposata, Evie soffre di epilessia.
I Murphy ricevono i nuovi vicini: nientemeno che Kevin, Nora, Jill e Lily, la "nuova" famiglia Garvey.
Quella stessa notte, susseguente al giorno dell'arrivo dei Garvey in città come nuovi residenti, tre ragazze locali scompaiono: tra di loro, Evie Murphy.



Cominciamo dall'inizio, in un certo senso, ma non temete, non ho intenzione di fare spoiler: The Leftovers è stata rinnovata per la terza stagione, ed è pure stato annunciato che sarà l'ultima. Leggendo qua e là, mi sono imbattuto in un'intervista ai due creatori, dove Lindelof diceva che spera di essere in grado di scrivere una terza e ultima stagione all'altezza delle prime due, con un finale che, come il resto, spera sarà "wildly ambiguous but hopefully mega-emotional" (selvaggiamente ambiguo ma spero mega-emozionale).

Ecco, per me The Leftovers potrebbe essere tutto qui, ma sono sicuro che non lo è. Spesso mi confronto con gli amici sulle serie tv, e scopro di essere uno di quelli che si fa meno domande di tutti gli altri. Ogni volta mi viene in mente la raccomandazione che davo a proposito dei film di David Lynch: non ti fare domande, guardalo solamente, e lascia che le immagini e le emozioni che ti sta dando ti scorrano addosso, e pure dentro. Adotto quasi sempre lo stesso metodo, poi magari quando mi capita di scrivere sopra a qualcosa, ci rifletto. The Leftovers, anche in questa sua spiazzante seconda stagione, è una serie fantastica, che non ti spiega mai un cazzo ma che ti lascia sempre e comunque il desiderio di vedere l'episodio seguente, per vedere che diamine sono riusciti ad inventarsi.
Se si esclude forse Rectify, come un altro amico mi faceva notare, The Leftovers mi pare l'unica serie che riesce sempre a farmi piangere come un bambino (il finale mi ha fatto letteralmente singhiozzare), ma non solo: ho voluto intitolare questo post con il titolo dell'episodio 2x02, appunto A Matter of Geography, dove di punto in bianco, Nora e Kevin, appena trasferiti armi e bagagli a Miracle, dal minuto 4,30 al 7, si rivelano tutti i loro segreti per poter essere una famiglia. Li ho definiti 2 minuti e mezzo da top ten televisiva di tutti i tempi, forse esagerando, forse no, perché con questa trovata quasi improvvisa, e soprattutto alla quale non sono riusciti a tenere fede, mi hanno dato una serie di emozioni da brividi. Quello che voglio dire è che, nonostante alcuni critici, sicuramente più bravi ed intelligenti di me, abbiano saputo trovare sottotesti interessantissimi per "giustificare" l'esistenza di una serie tv come The Leftovers (ne cito uno a caso, Adam Kirsch sul New Republic che titola un suo pezzo con "Finally, a TV Show That Truly Takes Religion Seriously", definendo The Leftovers una serie non religiosa, ma addirittura teologica), a me bastano questi momenti di emozione, e un'atmosfera di inquietudine che corrisponde a quella umana nel momento in cui ci si pongono domande sul senso dell'esistenza.
Finisco dicendo che oltre a tutto ciò, The Leftovers ha pure un altro plus: Justin Theroux. L'ho già detto, lo ripeto: un attore che pareva dimenticato, probabilmente per scelte professionali o di vita, o forse anche no, ma che possiede il dono di risultare sexy anche agli occhi di gente pseudo-eterosessuale come me.

20160111

Plata o plomo

Narcos - di Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro - Stagione 1 (10 episodi; Netflix) - 2015

Colombia, anni '70. Mentre negli USA comincia a farsi strada l'uso ricreativo della cocaina, Pablo Emilio Escobar Gaviria (il terzo di molti figli di un contadino e di una maestra elementare, che aveva cominciato la sua carriera criminale molto giovane, prima rubando lapidi, vendendo biglietti della lotteria falsi e sigarette di contrabbando, rubando qualche automobile, passando poi ai rapimenti e al servizio di un noto contrabbandiere), col sogno di diventare milionario, comincia a costruirsi un impero fondato proprio sulla coca e sul suo traffico verso varie destinazioni negli USA, agendo però su vasta scala, e non come era stato fatto fino ad allora, sia a livello di produzione che di distribuzione.
Mentre Pablo dimostra un'intelligenza strategica degna di nota, non solo corrompendo gran parte della polizia colombiana, ma più tardi, perfino diventando alleato pure della M-19, organizzazione guerrigliera di sinistra attiva tra il 1970 e il 1990, ma pure assumendo un chimico cileno e impiantando rudimentali fabbriche di cocaina direttamente nella foresta pluviale, e mettendo in piedi una logistica da paura per il trasporto massivo di cocaina verso, appunto, gli Stati Uniti, negli USA comincia a crearsi una coscienza sociale che obbliga il governo stesso a scelte di forte ingerenza verso la Colombia, per limitare i danni interni prodotti dalla droga. Ecco quindi che due agenti della DEA, Steve Murphy e Javier Pena, vengono inviati in Colombia per aiutare le forze di polizia locali a catturare quello che, nel frattempo, è diventato uno degli uomini più ricchi del mondo.
La prima stagione, raccontata proprio dal punto di vista dell'agente Murphy, racconta dalla metà degli anni '70 fino al 1992.

Altro colpaccio per Netflix, che sceglie di raccontare, romanzando, la vita e le opere del più famoso druglord di tutti i tempi (ho visto personalmente europei andare in pellegrinaggio sulla sua tomba), affidandosi a tre esperti produttori e sceneggiatori, e, altra intuizione vincente, mettendosi nelle mani di José Padilha, regista brasiliano che diresse il mozzafiato Tropa de Elite, che, supponiamo, sia stato decisivo nella scelta dell'attore protagonista, anche lui brasiliano, Wagner Moura, protagonista nel film citato poc'anzi (scelta che ha portato a qualche polemica, soprattutto in Sud America, per i difetti di pronuncia dello stesso attore, particolare che ho notato anche io, ma che ritengo assolutamente trascurabile, alla luce del risultato).
Il risultato, appunto. Alternando girato originale a spezzoni d'epoca, scegliendo di raccontare la storia dal punto di vista di uno degli agenti della DEA che fu inviato dal governo USA in Colombia praticamente in pianta stabile per corroborare la caccia ad Escobar, forte di una regia che sa dosare adrenalina e descrizione, di dialoghi suggestivi e di un cast interessantissimo, fatto soprattutto da attori latino americani già legati a produzioni statunitensi, Narcos è stato una delle novità più eccitanti dell'anno 2015.
Non mi soffermo oltre sul cast, perché mi rendo conto che posso diventare pedante e raccontarvi cose che vi interessano poco, ma vi assicuro che se voleste approfondire trovereste molte cose curiose, e vi dico solo che nel 2016 andrà in onda la seconda stagione: io personalmente, non vedo l'ora.

20160110

8 sensi

Sense8 - dei Wachowskis e J. Michael Straczynski - Stagione 1 (12 episodi; Netflix) - 2015

Una donna di nome Angel, inseguita da un avversario chiamato Whispers (sussurri), si uccide per evitare di essere catturata. Prima di farlo, usa le sue abilità "particolari", e di certo non comuni, per "risvegliare" gli stessi poteri in otto persone diverse, otto giovani che vivono in otto città diverse del mondo, lontanissimi tra di loro (ed ignari di tutto ciò), connettendo questi otto "sensate" (persone capaci di un'empatia sovrannaturale, sovraumana e che va al di là delle attuali comprensioni) in un unico gruppo.
Queste otto persone sono Will, un poliziotto che vive a Chicago, Riley, una DJ islandese che però vive e lavora a Londra, Nomi, una blogger transessuale che vive a San Francisco, Lito, un attore di telenovelas segretamente gay di Città del Messico, Sun, una direttrice finanziaria di una grande azienda (familiare) di Seoul, Capheus, un autista di matatu di Nairobi, Kala, una chimica che vive a Mumbai, e Wolfgang, un ladro esperto scassinatore che vive a Berlino.
Queste otto persone, cominciano a vivere esperienze strane, a percepire altre presenze, a sentirsi in altri luoghi, ad avere collegamenti psichici che permettono loro di ascoltare, vedere e sentire quello che gli altri sette sentono, vedono e vivono.
Tutto questo, mentre continuano a vivere le loro vite, con tutti i loro problemi...

Essendo ormai di parte, interpreto questo fatto come una ulteriore "vittoria" della tv sul cinema: anche i Wachowskis si danno alle serie tv. E, naturalmente, lo fanno a modo loro, inventandosi una serie sovrannaturale su un gruppo di persone dotate di poteri "particolari", esseri umani evoluti che però sono alle prese con l'apprendimento del controllo di questi stessi poteri. Spunto affascinante, e rischioso al tempo stesso, sviluppato con la consueta grandeur che li contraddistingue. Il tratto distintivo della serie, infatti, sottolineato a partire dagli opening credits, è lo svolgersi in locations lontane ed "esotiche": Mumbai, Berlino, Nairobi, Londra, San Francisco, Chicago, Seoul, Mexico City, Reykjavik.
Non sono i soli "responsabili", i Wachowskis: il loro complice primo è J. Michael Straczynski, scrittore e produttore iper-prolifico, ex giornalista, ha lavorato per fumetti, libri, radio, cinema e televisione, ed è il co-creatore della serie. Per le regie, invece, i Wachowskis si fanno affiancare dal fido Tom Twyker, oltre che da James McTeigue e da Dan Glass.
La serie non è scorrevolissima ed ogni tanto perde qualche colpo, ma è un piacere per gli occhi, ed inoltre mette sul piatto, oltre ad un'ironia non comune, temi forti come politica, identità e genere sessuale, religione in senso lato.
Naveen Andrews (Jonas) e Darryl Hannah (Angel) sono i più conosciuti del cast, ma occupano parti importanti ma secondarie: gli otto protagonisti sono meno conosciuti, ma c'è da dire che se la cavano egregiamente, e sicuramente li rivedremo ancora, non solo nella seconda stagione.
Secondo me è un altro gran colpo per Netflix, che ha già annunciato, appunto, una seconda stagione.

20160108

L'arte della riparazione degli oggetti in ceramica con oro o argento

Kintsugi - Death Cab for Cutie (2015)


Bene, dopo una tripletta di dischi piuttosto duri, oggi lo chef consiglia qualcosa di molto più delicato, ripescando dall'archivio dell'ormai morto e sepolto 2015, l'ottavo lavoro della band di Bellingham, Washington. Come sapete se seguite questo blog, il mio rapporto con i DCfC non è mai stato dei migliori: basta rileggere il mio commento al disco precedente Codes and Keys del 2011. Ma, come dico a volte, e come ha detto sicuramente meglio qualcuno sicuramente prima di me, c'è un tempo per ogni cosa, e facendomi ometto, a volte mi capita di trovare tempi e momenti adatti perfino a band che, un tempo, mi facevano perfino innervosire da quanto erano mielose.

La lavorazione di questo Kintsugi (una tecnica giapponese che ho sommariamente spiegato nel titolo del post, e se volete approfondire potete leggere qua) ha coinciso con l'annuncio dell'abbandono del chitarrista nonché membro fondatore Chris Walla, che ha continuato però a lavorare con gli altri fino al completamento del disco, uscito alla fine di marzo del 2015. Per dire, l'ho ascoltato molte volte da allora, e mi decido a scriverne solo adesso: appare piuttosto chiaro il fatto che il genere non è tra i miei favoriti, e non è la prima volta che lo scrivo.
Nonostante tutto ciò, è impossibile negare che la band sappia scrivere canzoni ben strutturate, piene di passaggi belli e perfino commoventi, eleganti e raffinate, con un uso bilanciato di tutti gli strumenti e con un gusto sopraffino per gli arrangiamenti. Normalmente, vengono catalogati come indie rock o indie pop, e poco importa. Ci piacciono, perché sanno "toccare le corde del cuore" quando suonano cose come Ingenue, Everything's a Ceiling, Little Wanderer (decisamente la mia preferita del disco), ma anche cose leggermente più ritmate come The Ghosts of Beverly Drive. Il resto, a volte, è ridondante.



Well, after a hat-trick of records strong enough, now the chef recommends something much more delicate, fished from the archive of the now dead and buried year 2015: the eighth work of the band from Bellingham, Washington. As you know if you follow this blog, my relationship with this band has never been the best: just read my comment to the previous album "Codes and Keys" of 2011. But, as I say sometimes, and as someone said definitely better, definitely before than me, there's a time for everything, and during the process to being a little man, sometimes I happen to find the times suitable even for bands that, once, made me nervous how much they were mushy.
The processing of this "Kintsugi" (a Japanese technique that I briefly explained in the post title, and if you want to deepen you can read here) coincided with the announcement of the abandonment of the guitarist and founding member Chris Walla, who continued however to work with others until the completion of the album, released in late March of 2015. To say, I have heard many times since then, and I decided to write about it just now: seems rather clear that gender is not among my favorites, and it is not the first time that I write it down.
Despite all this, it is impossible to deny that the band knows how to write songs well structured, full of beautiful passages and even moving, elegant and refined, with a balanced use of all the instruments and with a fine taste for the arrangements. Normally, they are categorized as indie rock or indie pop, but it does not matter. We like them because they know how "touch the heart strings" when playing things like "Ingenue", "Everything's a Ceiling", "Little Wanderer" (definitely my favorite), but also slightly more rhythmic things like "The Ghosts of Beverly Drive". The rest, sometimes, is redundant.

20160107

Tempesta e assalto

VII Sturm und Drang - Lamb of God (2015)

Alla ricerca degli ascolti perduti, questo è probabilmente il primo disco dei Lamb of God che ascolto con la dovuta concentrazione. So che è una frase che sto usando spesso ultimamente, ma è la verità, quindi mi fa piacere che lo sappiate. I Lamb of God vengono da Richmond, Virginia, e questo è il loro settimo disco con questa denominazione; in realtà, nel 1999 si chiamavano Burn the Priest, e fecero uscire un primo disco (omonimo) sotto quel nome, dopo di che, lo cambiarono a causa di cambiamenti di line-up e per non essere tacciati di satanismo. Provenienti da "terreni" death e thrash metal, accreditati anche come band metalcore, dimostrano ad ogni piè sospinto la loro principale influenza (quella dei Pantera), e, almeno oggi, li possiamo tranquillamente catalogare come band di groove metal, piuttosto tecnica. Soprattutto i due chitarristi, Mark Morton e Willie Adler (quest'ultimo fratello del batterista Chris), riescono a costruire pregevoli tappeti ritmici ed armonici, al tempo stesso potenti e ricercati, quasi al limite del progressive; influenze di metal classico, come pure di grandi band thrash metal (Metallica, Megadeth sicuramente; a tale proposito, Chris Adler ha recentemente annunciato che è entrato a far parte anche dei Megadeth), possono essere facilmente scovate ascoltando la loro musica.

Il disco in questione è uscito nel luglio del 2015, ed è il primo composto dalla band dopo l'incarcerazione del cantante Randy Blythe; vicenda complessa, iniziata nel 2010, quando durante un concerto a Praga, un fan della band, dopo essere salito sul palco due volte e respinto altrettante volte dalla security, al terzo tentativo ha abbracciato Blythe che lo ha respinto. Il fan è caduto di testa, è stato ricoverato, è entrato in coma ed è morto alcune settimane dopo. Due anni più tardi (2012), quando la band è tornata in Repubblica Ceca per un altro concerto, il cantante è stato arrestato appena sceso dall'aereo, e detenuto per 5 settimane nella prigione di Pankràc (Praga). Qui potete leggere nel dettaglio accadimenti e processo, ma quello che mi premeva sottolineare è che naturalmente, alcune liriche sono state giocoforza ispirate dalla detenzione. 
Il disco è godibile dai metal fan che sono rimasti sul pezzo, ed apprezzano gli ultimi sviluppi del genere, così come hanno apprezzato la fase thrash. Ottimo songwriting, disco potente con pezzi interessanti. Embers, ottima canzone devo dire, è arricchita dalla partecipazione di Chino Moreno dei Deftones, così come Torches vede quella di Greg Puciato dei Dillinger Escape Plan. Su Overlord i Lamb of God si concedono una sorta di break, scrivendo una specie di ballad, che però risulta incisiva e suggestiva al punto giusto, non facendo perdere di credibilità l'intera operazione.



In search of the lost listening, this is probably the first album of Lamb of God who I have listened with intense focus. Lamb of God are from Richmond, Virginia, and this is their seventh album under that name; in fact, in 1999 they were called Burn the Priest, and they released a first album (self-titled) under that name, after which, they changed because of changes in line-up and to avoid being accused of Satanism. From "land" of death and thrash metal, also credited as metalcore band, they shows at every turn their main influence (Pantera, of course), and, at least today, we can safely classify them as a band of groove metal, rather technical. Especially the two guitarists Mark Morton and Willie Adler (the latter brother of drummer Chris), are able to build rhythmics and harmonics valuable carpets, at the same time powerful and refined, almost to the limit of progressive; influences of classic metal, as well as great thrash metal bands (Metallica, Megadeth certainly; about that, Chris Adler recently announced that it has joined also Megadeth), can easily be unearthed by listening to their music.
The album in question came out in July of 2015, and is the first compound from the band after the jailing of vocalist Randy Blythe; complex story, which began in 2010, when during a concert in Prague, a fan of the band, after he took the stage twice and rejected many times by security, at the third attempt embraced Blythe which dismissed him. The fan fell by head, was hospitalized, fell into a coma and died a few weeks later. Two years later (2012), when the band were back in the Czech Republic for another concert, the singer was arrested just got off the plane, and detained for five weeks in the Pankrac prison (Prague). Here you can read in detail the events and process, but what I wanted to stress is that of course, some lyrics have been inspired by this detention.
The album can be enjoyed by metal fan who have remained updated, and appreciate the latest developments of the genre, as well as enjoyed the thrash phase. Great songwriting, powerful drive with interesting pieces. "Embers", excellent song I must say, is enriched by the participation of Chino Moreno of Deftones, as well as that of "Torches" sees Greg Puciato of Dillinger Escape Plan. On "Overlord" the band grant themselves a sort of break, writing a kind of ballad, but they keep on hitting and striking at the right point, not wasting the credibility of the whole operation.

20160106

Morti insieme

Dead Set - King Parrot (2015)

Oggi parliamo di una band australiana di Melbourne, i King Parrot; già dalla scelta del nome (King Parrot è la definizione inglese del parrocchetto reale australiano, un pappagallo endemico dell'Australia) appare evidente la giocosità e l'irriverenza dei ragazzoni, attualmente Matthew Youngy Young alla voce, Ari Mr. White White ed Andrew Squiz Livingstone-Squires alle chitarre, Matthew Slatts Slattery al basso e Todd Toddy Hansen alla batteria; la si può notare pure nei loro video clip.

Dead Set è il loro secondo full-length dopo il debutto sulla lunga distanza del 2012 Bite Your Head Off, ed il loro primo EP The Stench of Hardcore Pub Trash del 2011. Siamo agli estremi della musica metal e punk, davanti ad un fulmicotonico (neologismo? Yeah) mix di hardcore punk, grindcore metal, con una massiccia dose di chitarre sludge, e un cantato che alterna parti growl ad altre scream, quindi creando un'interessante e selvaggio, continuo e repentino passaggio da scenari black metal ad altri classicamente hardcore punk.
Pezzi brevi, a volte brevissimi, sferzate micidiali e rallentamenti doom-oriented, passaggi di doppia cassa e blast beat infuocati, conditi da testi pregni di unsetting sense of humour (umorismo inquietante), live set intensi (così pare), li rendono un oggetto da seguire con una certa attenzione. Il disco in questione ne è la prova.



Today we are going to speak of an Australian band from Melbourne, King Parrot; starting from the choice of the name (King Parrot is the definition of the Australian king parrot, a parrot endemic of eastern Australia), it's enough clear we are standing in front of an apparent playfulness and brutal irreverence of these big boys, currently Matthew Youngy Young on vocals, Ari Mr. White White and Andrew Squiz Livingstone-Squires on guitar, Matthew Slatts Slattery  on bass, and Todd Toddy Hansen on drums; this irreverence can be seen very well also from their video clips.
"Dead Set" is their second full-length, after the debut on the long distance of 2012 "Bite Your Head Off", and their first EP "The Stench of Hardcore Pub Trash" (2011). We are at the extremes of metal and punk music, in front of a hell of a mix of hardcore punk, grindcore metal, with a massive dose of sludge guitars, and vocals that alternates growl and scream, then creating an interesting and wild, continuous and sudden skip from black metal to other scenarios of classical hardcore punk.
Short tracks, sometimes very short, deadly thrashing and slowdown doom-oriented, passages of double bass drum and blast beats on fire, seasoned by unsetting texts imbued with an unsetting sense of humor, intense live set (so it seems), make them an object to follow with some care. The album in question is the proof.

20160105

Il Paradiso è andato

Heaven Is Gone - Seventh Void (2009)

Qualche tempo fa stavo scrivendo sui Monster Magnet, e rileggendo la recensione di un loro live, mi sono ricordato della buonissima impressione che mi fecero i Seventh Void, visti appunto come special guest in quella occasione. Mi sono però reso conto che non avevo mai ascoltato il loro fin'ora unico disco Heaven Is Gone. Ve ne voglio parlare, anche se è un disco del 2009, anche perché pare che la band stia ancora insieme, lavorando su materiale nuovo che potrebbe vedere la luce nel 2016.

Qualche informazione, prima di passare alla disamina: basicamente, i Seventh Void sono formati da due ex Type O Negative, il chitarrista Kevin Hickey, qui ottimamente anche lead vocals, e il batterista Johnny Kelly. La formazione è completata da Hank Hell al basso e da Matt Brown all'altra chitarra (quest'ultimo ha lasciato la band nel 2011).
Bene, detto questo, vi ho voluto parlare di questo disco per aiutare chi, come me, ha una grandissima nostalgia dei migliori Soundgarden. Ebbene si, ascoltando Heaven Is Gone, in più passaggi, si potrebbe pensare, se non si sapesse che sono i Seventh Void, di aver a che fare con un inedito della celeberrima band di Seattle. Più che doom e stoner, come li vedo impropriamente etichettati su Wikipedia, direi che qui abbiamo a che fare con un ottimo post grunge, etichetta che è stata usata per molte band, e spesso, pure quella impropriamente, per definire un suono poco catalogabile. Qua, si sentono fortissime le influenze dei Soundgarden, degli Alice in Chains, pure dei Nirvana in qualche passaggio, come pure del classico Heavy Metal di derivazione sabbathiana. Un disco che non dice assolutamente nulla di nuovo, ma che a quelli che hanno avuto il mio percorso musicale, piacerà senz'altro. Nella speranza che i Seventh Void riescano a pubblicare un altro disco.



Some time ago I was writing about Monster Magnet, and re-reading the review of one of their live, I remembered the delicious feeling that I had seeing Seventh Void on stage, seen precisely as a special guest on that occasion. But I realized that I had never heard their so far unique album "Heaven Is Gone". I want to talk about, even if it is a 2009 album, because it seems that the band is still together, working on new material that could see the light in 2016.
Some information, before moving on to the examination: basically, the Seventh Void are formed by two former Type O Negative, guitarist Kevin Hickey, here also (well) on lead vocals, and drummer Johnny Kelly. The line up is completed by Hank Hell on bass and Matt Brown on guitar (the latter left the band in 2011).
Well, that being said, I wanted to talk about this record to help those who, like me, has a great nostalgia for the best Soundgarden. Yes, listening to "Heaven Is Gone", in many steps, you might think, if you do not know which are the Seventh Void, it had to do with an unpublished from the famous Seattle band. More than doom and stoner, as I see them improperly labeled on Wikipedia, I would say that here we are dealing with an excellent post grunge, label that has been used for many bands, and often, as well as improperly, to define a sound not so easy to categorize. Here, we can easily hear very strong influences of Soundgarden, Alice in Chains, Nirvana also in some way, as well as the classic heavy metal sabbathesque derivative. A record that says absolutely nothing new, but that those who have had my musical journey, will undoubtedly like. In the hope that the Seventh Void would able to publish another album.

20160104

Fianco a fianco

Side by Side - Natalie Prass (2015)

Chiude l'anno con un EP delizioso, Natalie Prass, un anno che l'ha vista protagonista col suo debutto omonimo. Un live in studio suonato benissimo, che contiene cinque pezzi. 

Si inizia con una splendida versione del pezzo più bello del suo debutto, My Baby Don't Understand Me, arricchito da cesellature armoniche e da una prova vocale intensa; si prosegue con Caught Up in the Rapture, uno dei cavalli di battaglia di Anita Baker, interpretato con una vena funky soft e fatto proprio in maniera convincente. Come terzo pezzo troviamo Christy, altro pezzo dal suo debutto, rarefatto ed etereo, estremamente delicato e probabilmente più intenso che sul disco più volte citato.
Di seguito, un'altra cover, Sound of Silence di Simon & Garfunkel. Il pezzo è stato molto coverizzato, e qui lo troviamo in una versione piuttosto funky; questa, a detta della stessa artista, è stata ispirata da un'altra cover version, quella di Carmen McRae dal disco omonimo, ed è addirittura divertente (il mood dell'intero EP è divertente e giocoso).
Per concludere, la Prass rende omaggio ad una giovane "eroina" femminista, Grimes, suonando la sua interpretazione di REALiTi. 
Alla fine di questo disco, seppur breve, si percepisce il talento della altrettanto giovane ragazza di Richmond, Virginia, da come fa sue canzoni di altri. Sarebbe interessante sentire in studio la sua versione di Raining Blood degli Slayer, eseguita spesso dal vivo (lo fa anche Tori Amos, che la incluse pure nel suo Strange Little Girls), a quanto si legge.



She ends the 2015 with a delicious EP, Natalie Prass, a year that saw her as a protagonist with his self-titled debut. A live in studio played very well, containing five pieces.
She starts with a stunning version of the most beautiful piece of his debut, My Baby Don't Understand Me, enriched by new harmonic lines and an intense vocal performance; she continues with "Caught Up in the Rapture", one of the top hit of Anita Baker, played with a funky mood, soft and endorsed convincingly. As the third piece we find "Christy", another piece from her debut, rarefied and ethereal, extremely delicate and probably more intense than on the album that I am repeatedly citing.
Below, another cover, "Sound of Silence" by Simon & Garfunkel. The piece was very covered, and here we are in a rather funky version; this, according to the same artist, was inspired by another cover version, the one of Carmen McRae from the self-titled album, and it's even funny (the mood of the whole EP is fun and playful).
Finally, Prass pays tribute to a young feminist "heroin", Grimes, playing her interpretation of "REALiTi".
At the end of this record, albeit brief, you can perceive the talent of this young girl from Richmond, Virginia, as it does for hers, songs from other artists.

20160101

What year has been - 2015: a tracking shot

Altro anno meraviglioso, il 2015 appena terminato. Denso di soddisfazioni personali e lavorative. Duro, ma soddisfacente.
Cosa rimane.
Febbraio, Machu Picchu e lago Titicaca. Dria e la tipa israeliana sull'aereo di ritorno.
Marzo, Creta e Sofia dell'hotel omonimo, Nikos Kazantzakis.
Aprile, Pasqua a Belgrado allo splendido hotel Square Nine, i cevapcici consigliati da Ivo.
Maggio, la costa croata, l'intrigante Bosnia, Sarajevo e Srebrenica, probabilmente il momento più toccante. I cevapcici più buoni. La colica di reni. Bruxelles e la scoperta che la nostra organizzazione è la migliore, in termini di risposta a breve scadenza.
Giugno, Luglio, Agosto, una bella estate.
Settembre: Vilnius, ancora Bruxelles e i primi passi nel "giro che conta", la "scappata" a Dublino di seguito.
Ottobre: l'on the road di lavoro tra Nord Italia, Austria e Svizzera con sconfinamento in Germania, la convention fuori Parigi, il weekend a Danzica, e ancora una toccata e fuga a Bruxelles.
Novembre, la Germania e il Regno Unito.
Dicembre, Marrakech e Essaouira, il Sud Italia (Puglia e Calabria, Bari, Manfredonia, Lamezia Terme e Gioia Tauro).
Roma Fiumicino, Amsterdam Schipol, Lima, Cusco, Atene, Heraklion, Pisa, Belgrado, Dubrovnik, Bruxelles Zaventem e Charleroi, Vilnius, Parigi Orly, Danzica, Weeze, Orio al Serio, Londra Gatwick, Marrakech, Bari Palese e Lamezia Terme.
Gli scazzi, le soddisfazioni. Quello che verrà, di sicuro ancora migliore. Mia sorella e mio nipote che vivono con me. Mio padre che sta meglio. La vendita della casa. I regali ai colleghi. L'incertezza nel mondo. I dieci anni che scrivo su questo blog. Il milione di visite. I prossimi 50 (anni). I prossimi viaggi. Life is beautiful.
Grazie. Grazie a voi. Grazie a tutti.