No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20100322

il caro leader


Volevo congratularmi col compagno Obama, che a quanto pare non ha seguito i consigli del nostro Prime Minister ed ha portato avanti la riforma sanitaria nel suo paese, raggiungendo comunque un obiettivo, anche se non l'intera posta.

La foto l'ho presa da questo blog, non so se sia farina del suo sacco o no, ma è carina.


black


Dimensional Bleedthrough - Krallice (2009)


I newyorkesi Krallice sono descritti come uno degli act di nuovo black metal più interessanti. In molti li avvicinano a Wolves In The Throne Room, il vecchio Burzum, e pure a un qualcosa che sta tra i Gorgoroth e gli Ulver. Direi che risultano, per me, tra i più ascoltabili, rispetto ai nomi citati o tra le similitudini o tra le loro influenze.

Black metal quindi, piuttosto tecnico, incessanti tappeti chitarristici (che, in qualche modo, possono ricordare quello che fanno i Mogwai con l'indie-rock) a sostenere ritmi forsennati, voce al limite del growling, pezzi molto lunghi, strutture leggermente ripetitive/ossessive, più che progressive.

Non proprio un ascolto rilassante.

followill


Kings Of Leon + Regina Spektor, 17/11/03, Milano, Rainbow Club


Arriva in Italia la famiglia Followill, dopo il clamore creatogli attorno dalla stampa specializzata di tutto il mondo. Certo, ultimamente la cosa (visto che accade regolarmente diverse volte ogni anno, con band nuovissime) comincia a puzzare. Cerco comunque di essere imparziale, anche perchè "Youth And Young Manhood" mi piace proprio un bel po'.

Il Rainbow è un buco; Regina Spektor, la tipa che si esibisce prima dei ragazzi del Tennessee, non è malaccio, ha una bella voce, ricorda un po' Ani Di Franco (ma suona una tastiera) e un po' Fiona Apple (ma non ha la stessa carica perversa), ma l'esibizione appare proprio come un'improvvisata.

Qualcuno applaude, qualcuno urla sguaiatamente e lei lo manda allegramente affanculo. L'esibizione si prolunga anche troppo però.

Cambio palco (eufemismo), e io continuo a vedere un tecnico di palco che sembra proprio Caleb, il cantante/chitarrista. Mah.

Verso le 22.20 entrano sul palco, eccitazione alle stelle. Il cugino Matthew, chitarrista solista, è dimagrito almeno 10 chili dalle foto del disco; per tutto il concerto sarà troppo concentrato su quello che deve suonare, come se avesse una paura fottuta di sbagliare. Caleb è irriconoscibile (Ecco perchè!!Si è tagliato i capelli.....ma chi è il suo parrucchiere?!?!?!), e pare si sia vestito al buio. Per tutto il concerto continuerà a sistemarsi la frangetta, i capelli, e la giacca arancione (?!) due taglie più stretta come se avesse freddo (invece suda come in sauna). Jared, il bassista, pare in preda a un qualcosa di inspiegabile, e la faccia gli si deforma continuamente. Nathan, il batterista, che in più supporta Caleb con diversi cori, ha una barba alla John Lennon periodo Yoko Ono. Partono, e l'impressione è che siano veramente poco padroni degli strumenti. Le canzoni sono leggermente più lente delle originali, e tutti, meno Jared, sono maledettamente legnosi, poco sciolti. Le loro canzoni hanno un gran fascino, nu-rock'n'roll, southern blues e boogie mixati, ma le versioni che ci regalano sembrano troppo "tese".

Sarà l'età, sarà la poca esperienza....ma mi passa improvvisamente per la testa la parola bluff. Tutto, per il secondo disco, dipende da quanto durerà il dono del songwriting, credo.

Molly's Chambers forse è la versione che esce meglio; qualche sbavatura con la voce, soprattutto nei pezzi nei quali gli intrecci tra lead e backing vocal sono più complessi (Spiral Staircase, Happy Alone).La mia preferita, California Waiting, viene un po' sciupata nel finale, appunto dalla voce di Caleb.

Il tutto dura 45 minuti. Resta un po' di amaro in bocca, ma forse dobbiamo rivederli tra un paio d'anni.

Il problema è che oggi, le band sono come i fiammiferi. E si consumano in fretta.
=============================
Foto da http://www.carabloch.com/musicians_live.html

zanan-e bedun-e mardan


Donne senza uomini - di Shirin Neshat e Shoja Azari 2010

Giudizio sintetico: da vedere, ma non per tutti (4/5)
Giudizio vernacolare: lento, guasi fermo

Iran, tra il 1952 e il 1953. Lo Shah (l'equivalente di Re) Mohammad Reza Pahlavi è la più alta carica dello Stato, e gode della fedeltà dell'Esercito, ma il Primo Ministro regolarmente eletto è Mohammad Mossadeq, che ha nazionalizzato l'industria degli idrocarburi, inimicandosi ovviamente Inghilterra e Stati Uniti. Come è successo un po' in tutto il mondo, la CIA e la SIS (servizio segreto britannico) organizzano un colpo di stato appoggiando l'esercito iraniano che, come detto, era fedele allo Shah. Il piano, battezzato Operazione Ajax, fallì inizialmente, visto il sostegno popolare di cui godeva Mossadeq, ma poi l'esercito e i servizi segreti ebbero il sopravvento. Su questo sfondo, si intrecciano le storie personali di quattro donne, due agli antipodi tra di loro, Fakhri, una signora della Teheran bene sposata ad un generale, ma da sempre innamorata di un intellettuale che sta più all'estero che in Iran, e che decide di lasciare il marito proprio alla vigilia del golpe, mentre Zarin è una prostituta ormai anestetizzata mentalmente a causa del suo lavoro, che improvvisamente trova la forza di reagire al suo destino, e altre due amiche ma con atteggiamenti diametralmente opposti rispetto alla religione, al rapporto con gli uomini, alla politica: Munis, un'accesa sostenitrice di Mossadeq, vorrebbe unirsi ai manifestanti che ogni giorno lo sostengono con manifestazioni pubbliche, non vuole sposarsi sebbene abbia "già" 30 anni, e ascolta tutto il giorno la radio per tenersi al corrente di quello che accade, ma viene continuamente umiliata dal fratello Amir Khan, uomo (che sta per sposarsi) amato in silenzio da Faezeh, amica del cuore di Munis (nonché quarta protagonista), al contrario poco interessata alla politica ma rispettosissima della religione e di tutte le regole e tradizioni che la caratterizzano.
I destini di Fakhri, Zarin e Faezeh si incontreranno, a causa di traumi diversi ma che le accomuneranno, mentre Munis entrerà finalmente a far parte del movimento che sostiene il Primo Ministro.

E' un film che definire estremo è poco, questo Donne senza uomini, liberamente tratto dal libro omonimo della scrittrice iraniana Shahrnush Parsipur (che recita anche nel film, è la tenutaria del bordello dove lavora Zarin), più volte incarcerata e processata, da tempo esiliata e della quale tutti i suoi libri, eccetto uno, sono banditi dal suo paese, film che ha spaccato profondamente la critica e che ha vinto il Leone d'Argento lo scorso anno a Venezia. Realizzato dall'artista di arte visiva contemporanea Neshat, coadiuvata dal regista Shoja Azari, entrambi iraniani ma residenti negli USA da molti anni, è in effetti un lavoro che o si ama o si odia (chi vi scrive lo ha amato), per i motivi che vado a spiegarvi, spero semplicemente.
Fin dalla stupenda scena d'apertura, si capisce che si avrà a che fare con un film rarefatto, splendidamente fotografato, piuttosto lento, con spesso l'uso di voci fuori campo che integrano la storia. Gli eventi mischiano il reale con il surreale, con quest'ultimo che sovente spiazza lo spettatore, e l'intero film è permeato di metafore e simbolismi. La ricerca dell'inquadratura "ad effetto" è quasi ossessiva, il formalismo è dietro l'angolo (ed è questo che ha irritato più di un critico), ma la storia, pur, come detto, rarefatta, che si dipana lentissima, spesso onirica e puntualizzata di simboli e metafore, riscatta, a mio parere, questa ricerca estetica affannosa. Vi assicuro che se avete un minimo di conoscenza storica, un po' di elasticità mentale, una buona dose di fantasia e curiosità, dopo un iniziale difficoltà ad entrare nel "gioco", sarete affascinati dal dualismo (estetica e metafora) del film, e vi ritroverete, sulla strada del ritorno dal cinema, a sfidare voi stessi assegnando significati a questo o quel personaggio, a questa o all'altra situazione.
Colonna sonora anch'essa piena di fascino, sinuosa e avvolgente, a cura del grande Ryuchi Sakamoto, insieme a musiche e canzoni di Abbas Bakhtiari (presente anche come attore), con ottime prove recitative del cast, dove si distinguono Shabnam Toloui (Munis), che ha lavorato con Marzieh Meshkini, la moglie di Mohsen Makhmalbaf, e soprattutto una straordinaria Orsolya Tòth, ungherese (vista, di sfuggita, recentemente in Lourdes) che già nel 2005 aveva lavorato con i due registi di questo film, in un cortometraggio che, in un certo qual modo, anticipava questo lungometraggio; si intitolava infatti Zarin, e la Tòth interpretava una giovane prostituta iraniana alla ricerca di una vita migliore.
Quando il cinema è sogno, senza però dimenticare l'impegno. Un film non facile da vedere, ma che secondo me dà grandi soddisfazioni.

20100321

umbe


«L’Europa proponeva la pedofilia. Io allora ho mandato Castelli e gli ho detto: "Castelli, va! E non tornare più se passa la pedofilia». Ma Berlusconi non la lasciò passare. Poi un ministro propose la famiglia trasversale. Berlusconi disse: «Mi sa spiegare cos’è questa famiglia trasversale?». E non firmò. Io allora pensai: «Ma questo qui è uno che ragiona come il popolo. Non vuole la pedofilia, non vuole la famiglia trasversale. Così siamo diventati amici...».

Questo un estratto da un articolo sulla manifestazione del PdL di ieri a Roma, tratto dal Corriere (trovate qui l'articolo completo).

Forse sarebbe meglio non commentare. L'Europa voleva la pedofilia...Berlusconi non la lasciò passare....ma non c'è una legge per far tacere una persona che dice cazzate come queste? Ah già, ma è amico di Silvio...anche se ci fosse....vabbè. Torniamo ad occuparci di altre cose. Viva l'Italia.

fatto a mano


Handmade - Hindi Zahra (2010)


Hindi Zahra nasce in Marocco, a Khouribga, nel 1979. Secondo la sua bio, vive in Francia dal 1993. Questo Handmade è il suo disco di debutto, e le prime volte non mi ha colpito molto. Ma ho insistito, ascoltandolo più concentrato, o forse più libero, ed ecco che mi ha preso. Ci sento i Tinariwen, del jazz, Manu Chao, i Noir Désir, un pizzico di hip-hop, gli chansonnier francesi, le Zap Mama, addirittura il tango, e una bella voce vellutata e versatile.

Interessante davvero.


colpi


The Strokes, 18/12/2003, Roma, Palacisalfa


Fa freddo a Roma, ma un sacco di giovani imperterriti sono vestiti come loro, giacca stretta, cravatta di pelle, capelli finto-spettinati, e le ragazzine in sola maglietta a righe orizzontali con scollo a barca (e nemmeno un giubbottino!!!) si sprecano.

L'emulazione è un segno importante del segiuto che ha una band, e anche se al Palacisalfa saremo massimo 2mila (mentre al Palalottomatica, in contemporanea, ce n'erano 11mila per Elton John), gli Strokes sono una realtà importante del rock odierno.Per questo sono curioso di vederli all'opera.

Dopo un'esibizione più cabarettistica che musicale di un emerito sconosciuto, amico di Julian (Casablancas, il cantante. Ce lo dirà dopo, durante il concerto), alle 21.57 arrivano loro, forse la band più osannata e strombazzata degli ultimi anni.

E, con mia grandissima soddisfazione dopo un paio di grosse delusioni live (Kings Of Leon, B.R.M.C.), questi ci danno dentro e suonano bene, nonostante su cd risultino "minimali".

Il pubblico è in delirio, il concerto è intenso, senza pause, a tutto volume.

Moretti (Fabrizio, il batterista, chiare origini italiane, acclamato ad un certo punto del concerto con un coro da stadio) picchia in maniera essenziale ma convincente, Nikolai (Fraiture, il bassista) fa il suo lavoro diligentemente, Nick e Albert (Valensi e Hammond Jr., i chitarristi) si scambiano le parti ritmiche e armoniche alla grande, ma la grande sorpresa, almeno per me, è Julian, il cantante.

Seppur in evidentissimo stato di ubriachezza, canta bene, grintoso, con una voce caldissima, a tratti quasi da crooner.

Gli Strokes dimostrano di essere a loro agio anche con le atmosfere rilassate ("Between Love And Hate"), suonano quasi tutto il repertorio, compresa "When It Started" dalla colonna sonora di Spiderman; momento topico l'accoppiata "12:51" seguita da "New York City Cops" (censurata nell'edizione USA del primo "Is This It").

Salutano prima dell'ultima canzone, "Take It Or Leave It", significativa proprio in chiusura, nessun bis, e alle 22.55 staccano.

58 minuti di rock'n'roll. E così sia.


PS il concerto era dato per sold out da alcuni giorni sul sito ticketone. Quando sono arrivato al botteghino i biglietti c'erano. All'uscita, sul vetro del botteghino c'era il cartello sold out. Il Palacisalfa non era assolutamente esaurito. Non credo che l'organizzazione non sappia l'inglese. I bagarini vendevano biglietti da 35 a 45 euro. I bagarini erano sistemati molto prima dell'ingresso, e c'era uno sbarramento che poteva anche far presumere che non ci fossero botteghini, tanto che c'è stata gente che ha comprato dai bagarini e poi ha visto biglietti disponibili alla biglietteria.

Tirate da soli le conclusioni.

enduring love


L’amore fatale – di Roger Michell 2005


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ti ce n'è uno di scemi a giro dé


Joe è un affermato professore, scrittore, stimato dagli allievi, colto, educato, con una vita piena e di classe a Londra; insieme a Claire, la sua donna, scultrice, stanno facendo un pic-nic su un prato in un panorama meraviglioso, quando improvvisamente un pallone aerostatico in difficoltà irrompe nelle loro vite. Una serie di persone accorre per mantenere il pallone a terra e far scendere il bambino che è sopra. Fasi concitate, una delle persone rimane agganciata alla fune che penzola, il pallone si innalza, la presa cede, la persona muore. La tragedia colpisce i superstiti in maniere differenti. Jed comincia a perseguitare Joe, in un delirio amoroso. Joe non sa come reagire, e pian piano il suo rapporto, la sua vita intera, vanno in pezzi.

Michell ci aveva già spiazzato passando da Notting Hill a The Mother (recuperate quest’ultimo se non l’avete visto, uno dei film più disturbanti degli ultimi anni), e prosegue nel suo cammino visivo e visionario, questa volta partendo da un romanzo nientemeno che di Ian McEwan, cambiandolo il giusto, ma rendendo sullo schermo un’angoscia densa e collosa che inchioda lo spettatore alla poltroncina per tutto il film, dandogli solo un po’ di tregua nel finale, che non anticiperemo per rispetto. La follia prende forma, e attanaglia tutti, anche quelli che sembravano sani, trascinandoli in un vortice che sembra non aver fine. I coraggiosi movimenti di macchina, i campi lunghi, i primi piani, danno il senso del dialogo anche senza far parlare troppo i personaggi, e fanno di questo film uno dei più interessanti sugli schermi attualmente (2005).
Bene il cast, naturalmente ottimi i protagonisti Daniel Craig, già visto nel gia’ citato The Mother e sugli schermi in questi giorni con The Jacket, e un sorprendente Rhys Ifans, di solito visto in ruoli comici o marginali, qui ottimo nella parte del disturbato.
Intenso.

20100320

farenheit 451

questa sera il farenheit 451 farà parte del circuito di maledetta primavera.
musicaitalianaovunque.
vi aspetto ovunque!

questa sera

estere live a circolo farenheit 451
via niccolò tommaseo 96
padova

belle storie


Da Internazionale nr. 830


La semplice storia del dottor Anthony


Tahar Lamri


Originario della Sierra Leone, Anthony Kakpindi Soyei ha studiato e lavorato in Italia per molti anni. Oggi è candidato alla presidenza del suo paese


Anthony Kakpindi Soyei è un cittadino della Sierra Leone che ha vissuto a lungo in Italia. Si è laureato in medicina a Parma e si è specializzato in pediatria a Ferrara. Ha costruito due ospedali nel suo paese e nell’agosto del 2009 ha annunciato di voler partecipare alle elezioni presidenziali del 2012 in Sierra Leone. Quando gli parlo di Anthony, Carola Previti e Robert Elliot, dell’associazione Cittadini del mondo, a Ferrara, non riescono a trattenere un sorriso di gioia. “L’abbiamo conosciuto nel 1993 a una delle riunioni per fondare l’associazione”, dice Carola. “No”, la corregge Robert, “l’abbiamo conosciuto qualche giorno prima a un torneo di calcio multietnico, uno dei primi in Italia. Si è presentato come ‘dottor Anthony’: un titolo che era ed è ancora molto importante per uno straniero. L’abbiamo subito coinvolto nell’associazione e ne è stato il primo presidente, dal 1993 al 1995”. Carola ricorda di avergli detto scherzando: “Il primo presidente della nostra associazione può diventare anche il presidente di un paese africano”. Cittadini del mondo organizza iniziative sociali e culturali per promuovere il dialogo tra le culture. “È stata una buona palestra politica per me”, ammette Soyei, che è tornato a lavorare come medico in Sierra Leone nel 1996. “Confrontarsi ogni giorno con l’applicazione della democrazia alla vita quotidiana – alla vita degli esclusi per definizione – rafforza la consapevolezza di sé e il senso di giustizia. Negli ultimi anni ho viaggiato molto nel mio paese incontrando parecchie persone. Ho parlato con loro, ma soprattutto, ho ascoltato. La gente qui dice che la politica è un gioco sporco e che chi non vuole sporcarsi deve restarne fuori. Se guardiamo al passato, possiamo solo dargli ragione. Ma le cose possono cambiare. Devono cambiare”. Oggi la presidente dell’associazione Cittadini del mondo è la colombiana Sonia Mireya Pico. “Non ho mai visto Anthony arrabbiato”, racconta. “Era sempre ottimista. Ha aiutato la Sierra Leone con il suo lavoro di medico, ma anche inviando tonnellate di riso e attivandosi perché l’Italia cancellasse il debito estero del suo paese. L’ultima volta ci siamo visti a casa di Massimo Marchetto, che cura il suo sito (http://www.anthonykakpindisoyei.org/). Lì Anthony mi ha annunciato che voleva candidarsi alle presidenziali. Scherzando ha detto: ‘Hai visto che ora metto sempre giacca e cravatta?’”. Carola, Robert, Sonia e gli altri membri di Cittadini del mondo parlano tutti di una persona semplice, che ha contribuito a medicare le ferite del suo paese e ad asciugare le lacrime di tanti bambini soldato. “Nel 1997 il padre di Anthony è venuto in Italia ma non è più riuscito a tornare in Sierra Leone perché nel frattempo era scoppiata la guerra civile”, racconta Carola. “L’abbiamo ospitato per quasi un anno a casa nostra mentre Anthony era là a curare i bambini coinvolti nel conflitto”. “Il medico Anthony Kakpindi Soyei ha ufficializzato l’8 agosto 2009 la sua intenzione di partecipare alle elezioni presidenziali del 2012 con il Sierra Leone people’s party”, ha scritto Awoko, un giornale di Freetown. “Soyei è console onorario dell’Italia dal 1998. Ha avuto un ruolo attivo nella donazione di 57 container di riso italiano. Inoltre ha convinto il governo italiano a cancellare il debito estero della Sierra Leone e a donare dieci milioni di euro per un progetto sociale. Ha costruito la Holy Mary children’s clinic a Freetown, una struttura che ha dato assistenza a migliaia di rifugiati dal 1999 al 2002, e un ospedale da 150 letti a Bo, la seconda città del paese. Ha fondato inoltre la scuola per infermieri Marta Bernasola”. Da Ferrara a Freetown. Una semplice storia d’immigrazione.


Tahar Lamri è uno scrittore algerino. Vive a Ravenna ( tlamri@tin.it ).

rainbow


Arcobaleno - di Banana Yoshimoto


Ennesima fatica della iper-prolifica Yoshimoto.

Il libro, come sempre breve, conciso e scorrevole, mi ha fatto riflettere: o sono cambiato io, o questo è uno dei migliori lavori della giapponese.

In effetti, ultimamente avevo dubitato della validità degli ultimi libri, e mi pareva che l'ispirazione le stesse venendo meno.

Invece, con questa prova le sue quotazioni, a mio parere, riprendono decisamente vigore.

Con il suo solito stile semplice, la Yoshimoto ci racconta la nascita di una storia d'amore tra mille difficoltà, più psicologiche che reali in effetti, tra due persone simili ma con passati diversi; ma il capolavoro, forse, è la splendida descrizione dei dubbi che assalgono le persone che, convinte di avere il cuore ormai "in pensione", reagiscono, senza volerlo, nella maniera esattamente contraria davanti alla scoperta che il loro sentimento è ricambiato.

I dubbi e le insicurezze della protagonista sono quelli di chiunque, al giorno d'oggi; ed è disarmante, ancora una volta, la semplicità con la quale la Yoshimoto riesce a parlarne.

Modigliani


I colori dell’anima – Modigliani - di Mick Davis 2005


Giudizio sintetico: da evitare (1/5)
Giudizio vernacolare: davisse, vabbene che un ni s'è voluto bene in vita a amideo, maddé armeno un firme decente...


Parigi 1919, la città è il rifugio degli artisti, e che artisti: Picasso, Utrillo, Stein, Rivera, Soutine, Cocteau; tra questi, anche Amedeo Modigliani, pittore orginalissimo, genio e sregolatezza. Ubriacone, sciupafemmine, attaccabrighe, fumatore accanito, consumatore di droghe, sempre senza un soldo, poco incline a svendersi o a chiedere favori. Il suo amore per Jeanne Hebuterne, che ispirerà gran parte dei suoi quadri, dal quale nascerà una figlia, complica ancor di più la situazione. Modì, affogato dai debiti, dall’odio del padre di Jeanne (Modì ebreo, la famiglia di Jeanne cattolica), dall’invidia di alcuni altri artisti, dai ricordi d’infanzia, consumato da una irrisolta tubercolosi e irretito dal tabacco e soprattutto dall’alcool, vive la sua vita come una corsa sul filo di un rasoio, risolvendola come si può immaginare, proprio nel momento del suo trionfo.

E’ davvero un peccato, e lo dico anche a livello personale, scoprire che l’artista livornese è stato ispirazione di un film tutto sommato brutto. Una pellicola infarcita di stereotipi, che caratterizza poco i co-protagonisti e che fa di Modì poco più che una macchietta. Si salva la fotografia e la ricostruzione della Parigi dell’epoca, bruttissima e inadatta la musica, cast da dimenticare, compreso Garcia che gigioneggia davvero troppo.
Fate conto che non esista.

20100319

voglie

A volte quasi non ho voglia di andare a vedere un concerto a 25 chilometri, ma altre prenderei l'aereo. Per esempio, nel caso di Basia Bulat. Tra aprile e maggio tornerà in Europa, e ovviamente (almeno per il momento) non ha date in Italia. E allora scatta la "pazza idea" di andare a vederla all'estero, e magari cogliere l'occasione per conoscere delle città mai viste.
Vedremo.
Nel frattempo, un video dedicato all'amico Filo.

questa sera

estere live al club giallo
via bellini 11
cusano milanino (MI)
vi aspetto.

spiaggia di plastica


Plastic Beach - Gorillaz (2010)


Non so a voi, ma a me l'operazione Gorillaz non ha mai convinto in pieno. E infatti, i loro dischi non mi sono mai piaciuti del tutto, seppur riconoscendo che contengono cose anche interessanti.

White Flag è un pezzo davvero stupendo, e nonostante in teoria le atmosfere soffuse e oniriche, disegnate da strumenti a corda orientaleggianti, non si sposino con la voce di Damon Albarn, alla fine riesce a compiere il miracolo e a risultare quasi perfetta. Ma non basta, per fare un album all'altezza. Il resto del disco è un frullato di musica da film, anche buona (l'intro di Electric Shock), spruzzate di world music, tastierine nu-electronic e drum-machine, nenie e ninne-nanne, col marchio di fabbrica del falsetto (e no) di Albarn, ma sinceramente si affoga nella noia.

incubi live


Incubus + Hundred reason, 5/05/2004, Firenze, Palasport


Serata piovosa fuori, stitica dentro il palazzetto di Firenze, nel senso del pubblico; ma era in previsione, visto che il palco è disposto centralmente, in modo da sfruttare solo metà parterre e una delle due tribune. Chissà se dipende dalla crisi economica o dal poco appeal degli Incubus.

Eppure, un sacco di ragazzine sono qui per Brandon Boyd.

Aprono gli Hundred Reason, due chitarre, un basso, una batteria e un cantante; il cantante sembra essere in difficoltà sulle parti che, evidentemente, canta su disco, anche se è molto carico e si sbatte parecchio, nonostante la porzione di palco a loro riservata sia angusta; gli altri sono onesti faticanti dello strumento, ma l'impressione è che i ragazzi siano confusi sulla direzione musicale da intraprendere. Un po' di punk "felice", una ballata A.O.R., un po' di classic hard rock. Niente di che, e una mezz'ora di set che passa non velocissima.

Poco dopo le 21 arrivano le attrazioni principali della serata; palco grande (si rivelerà troppo grande per quanto lo sfrutteranno i californiani), sfondo scuro con piccole luci, che si accenderanno verso la fine del concerto, a simulare un cielo stellato, fasci di luce piuttosto classici che puntano sullo scuro.

L'acustica del palasport fiorentino si conferma esaltante con i bassi ma penalizzante con gli alti; si parte con "Megalomaniac", Brandon sfoggia un taglio di capelli inguardabile e una giacca 3 bottoni sui jeans; il nuovo bassista, che si chiama Ben e che, credeteci, assomiglia in maniera spaventosa al più famoso Ben Harper nelle movenze, è il personaggio più disinvolto sul palco, anche se non si muove moltissimo.

La scaletta ovviamente privilegia i brani del nuovo "A Crow Left Of The Murder", attinge a "Make Yourself" e a "Morning View", fino ad arrivare a tre pezzi dal secondo "S.C.I.E.N.C.E."(durante uno di questi il top della serata, una citazione di "De Do Do Do De Da Da Da" dei Police, per la cronaca).

La voce di Brandon è bella, la tecnica dei ragazzi è ottima, ma non c'è carica, hanno poco tiro; i pezzi, anche quelli più belli ("Wish You Were Here", "Here In My Room") risultano migliori su cd, e in particolare un po' "vuoti" sugli assoli. Forse servirebbe una chitarra ritmica (al posto del DJ, magari) in pianta stabile, e non a mezzo servizio (Brandon di tanto in tanto ne imbraccia una). I pezzi più ricercati dal punto di vista strutturale ("Sick Sad Little World" ad esempio), se vicini l'uno all'altro risultano noiosi.

Il concerto scorre via senza scossoni, un po' troppo piatto; arrivano addirittura l'assolo di Josè alla batteria e di Ben al basso, effettivamente ridondanti e adatti per un pubblico, passatemi la cattiveria, poco scafato.

Un bis, e chiusura col loro pezzo più easy, "Are You In".

I ragazzi mancano decisamente di grinta.

================================

killer filosofi


Revolver - di Guy Ritchie 2005


Giudizio sintetico: da evitare (1,5/5)
Giudizio vernacolare: fa piuttosto caà


Località imprecisata, piena di casinò: sembra Las Vegas. Jake Green esce di prigione dopo 7 anni di isolamento: prima, e adesso forse ancor di più, è un abilissimo rounders, un giocatore d'azzardo. Jake è deciso a regolare i conti col boss Macha, e infatti riesce a vincere un sacco di soldi nel suo casinò. Mentre Macha lo vuole morto, Jake mentre esce dal casinò sviene misteriosamente dopo aver ricevuto un bigliettino da uno sconosciuto. All'ospedale, viene sottoposto ad analisi del sangue. Dopo qualche giorno, Zach e Avi gli rivelano che, venuti in possesso della analisi del sangue, Jake morirà entro tre giorni. Si offrono di proteggerlo, visto che Macha lo sta già braccando, a condizione che si metta a loro completa disposizione e gli dia tutti i suoi soldi. Zach e Avi sono strozzini ma pure abili truffatori, e finiscono per inimicarsi ancora di più Macha.


Il cinema è soggettivo. Questo film fu votato il peggior film inglese del 2005. Sono d'accordo. Un film che dura meno di due ore, ma che sembrano almeno tre, ha qualcosa che non va.

La trama è eccessivamente complicata, forzatamente pompata con elementi di filosofia, psicologia e meccanica quantistica, che, sinceramente, non c'entrano veramente un cazzo; il ritmo è devastante, abuso di tempi lunghissimi, slow motion, voci off non solo del protagonista, filosofeggiamenti continui (sembra di stare con i figli dello "spiegone" di Matrix), bande di gangster stereotipate. Una scena a cartoni animati, e sinceramente non se ne capisce il senso. Gli attori fanno il loro lavoro, Jason Statham, Ray Liotta, Vincent Pastore, André Benjamin, anche se personalmente ho apprezzato molto Mark Strong, già molto bravo in RocknRolla e presente in Syriana, ma il film risulta indigesto e, come mi accade di rado, ho avuto più volte la tentazione di non arrivare alla fine. Il tentativo, soprattutto finale, aiutato dalla musica che da techno si fa pomposa, di scimmiottare grandi classici del gangster-movie, fa tenerezza.

So che c'è chi lo ha apprezzato: il mondo è bello perchè è vario.

20100318

narcos


L'amico Massi mi segnala questo pezzo apparso su Repubblica ieri. Si tratta delle bande di narcos messicane, di un minimo di "storia" della droga, ma soprattutto del reale problema della domanda di droga. Dovrebbe far riflettere sia chi consuma droga, sia i governi di tutto il mondo (ma è una speranza vana). L'autore è lo scrittore Don Wislow. Ho inserito alcuni link a Wikipedia per chi è più curioso.



Repubblica — 17 marzo 2010 pagina 49 sezione: R2


Parecchi anni fa, sulla "guerra alla droga" degli Stati Uniti e sull' affermarsi dei cartelli della droga messicani scrissi un romanzo, Il potere del cane. Quando gli editori e gli amici mi chiedevano spiegazioni sull' "esagerata" violenza contenuta nel libro, la mia risposta era che, in qualche modo, una buona parte di quello che il libro raccontava era già accaduto nella realtà. D'allora, a mano a mano che i cartelli della droga messicani sono arrivati ad avere un livello di potere pari o persino superiore a quello del governo, è accaduto anche tutto il resto. L' emergere dei cartelli della droga è un classico esempio di "legge dalle conseguenze non previste". Quando negli anni Venti, il traffico di droga in arrivo dal Messico cominciò a diventare un problema per gli Stati Uniti, Washington si rivolse a Città del Messico sollecitandola ad annientare le coltivazioni di oppio nelle montagne dello stato di Sinaloa. Durante la Seconda guerra mondiale, però, la disperata necessità di sostituire l' oppio - la base per la morfina, che fino all' intervento dei sottomarini tedeschi era arrivato dal Sudest Asiatico, portò Washington a rivolgersi nuovamente al Messico, chiedendogli di aumentare la propria produzione di oppio, e a costruire persino delle ferrovie per un trasporto più rapido della droga a valle. Alla fine della guerra, gli Stati Uniti si ritrovarono con un serio problema di dipendenza da eroina, e così Washington cambiò opinione ancora una volta, chiedendo di nuovo al Messico di eliminare i potenti gomeros, i signori della droga, che si erano arricchiti sempre di più perché la produzione dell'oppio era diventata una parte integrante dell' economia dello stato di Sinaloa. Nel 1975, una task force congiunta Usa-Messico cacciò letteralmente via i gomeros dalle montagne...creando un mostro. Il Messico fu diviso, innanzitutto, in territori chiamati plazas, piazze, da un ex poliziotto, e importante gomero, Miguel Angel Gallardo il quale aveva colto l' opportunità per riorganizzare i suoi litigiosi colleghi in un' unica organizzazione, La Federación che decise di rinunciare quasi del tutto alla coltivazione dell'oppio per concentrarsi invece sul contrabbando della cocaina proveniente dal Sudamerica, attraverso il Messico, verso gli Stati Uniti. Tenere unita La Federación si rivelò impossibile e le varie plazas finirono per ingaggiare una guerra tra loro nel tentativo di dominare il lucrativo mercato statunitense. La Federación ora non c'è più ed è stata sostituita dai cosiddetti cartelli con base nella Baja (California), nella zona del Golfo, nella città di Juarez e nello stato di Sinaloa. Da questa storia deriva il bagno di sangue e il crescente orrore al quale si assiste ora. La situazione è caotica: il gruppo di Sinaloa di Chapo Guzman e in guerra con la famiglia Arellano-Felix di Tijuana per il controllo della Baja, ma all' interno dei gruppi spesso si verificano delle rivolte interne senza risparmio di colpi. Il gruppo Beltran Leyva, staccatosi da una costola di quello di Sinaloa, recentemente ha ucciso il figlio di Guzman, mentre "El Teo" Garcia Simental, un ex sicario della famiglia Arellano-Felix e ora alleato di Guzman, usa mettere i suoi vecchi amici in bidoni pieni di acido. Gli Arellano-Felix hanno risposto con ancora più brutalità. Gli Zetas, in origine uno speciale corpo paramilitare del gruppo antidroga della polizia, eseguono decapitazioni sia per conto del gruppo del Golfo sia per conto di quello di Juarez e recentemente hanno formato una propria plaza. Questi gruppi, mentre si uccidono a vicenda, sono anche in guerra con il governo messicano, che sta finalmente compiendo un serio sforzo per distruggere i cartelli, che sono, secondo qualsivoglia definizione, delle vere organizzazioni terroristiche - le loro azioni, odiosamente violente, hanno l' obiettivo di terrorizzare. Il massacro della famiglia in lutto di un tenente della Marina ucciso durante l'arresto di un membro di un cartello e l' assassinio, come recentemente, di tre persone, due delle quali cittadini statunitensi, mirano a intimidire la polizia, i procuratori di Stato, i cittadini e sì, anche i governi che li combattono. La conseguenza è un virtuale stato di guerra civile in Messico, con un numero di vittime che negli ultimi due anni fa a gara con quelle in Iraq o in Afghanistan. Non è una soddisfazione avere anticipato tutto ciò. Né ci voleva una grande saggezza - persino un osservatore casuale avrebbe potuto capire che la situazione in Messico stava precipitando in una spirale sfuggita a ogni controllo. Ora il governo messicano si trova a un crocevia: permetterà alla "narcocrazia" di continuare a esistere e ad agire come un governo parallelo che crea e impone le proprie leggi o sarà costretto a combattere una violenta guerra contro i cartelli che ha avuto già un alto costo di vite umane? Il Messico può e dovrebbe "dare la caccia" ai cartelli con tutte le forze disponibili e gli Stati Uniti dovrebbero offrire tutta l'assistenza possibile su entrambi i lati della frontiera. I killer puntano a intimidire polizia, procuratori e cittadini che li combattono. Finché non finirà la domanda di stupefacenti non si fermerà la carneficina. Tuttavia, più importante ancora, è che gli Stati Uniti siano finalmente onesti. Il "problema della droga messicano" non è tale: è un problema statunitense, sia per l'origine sia per le conseguenze. La popolazione degli Stati Uniti è circa il 5 percento di quella mondiale, eppure, secondo la maggior parte delle fonti, consuma il 25 per cento delle droghe illegali. Questo è un problema nostro, non del Messico, e finché da noi non si svolgerà un franco dibattito pubblico su come affrontare il problema del consumo delle droghe illegali, non possiamo puntare il dito contro i produttori. È una semplice regola dell'economia: finché ci sarà la domanda, ci sarà l'offerta. E il mercato siamo noi. Se, da una parte, uccidere o arrestare i principali boss dei cartelli è un obiettivo legittimo, dall'altra, dobbiamo riconoscere che, nel lungo periodo, ciò crea soltanto dei vuoti che in genere sono riempiti e con ulteriori bagni di sangue. Anche qui, gli enormi profitti che il nostro mercato interno genera li valgono. È il nostro denaro a finanziare gli assassini. È giusto che gli Stati Uniti protestino contro il contrabbando di droga in arrivo dal Messico, ma altrettanto è giusto che i messicani protestino contro il contrabbando di armi dagli Stati Uniti verso il Messico. La maggior parte delle armi usate per perpetrare queste atrocità provengono dal nostro paese. È la nostra fame di droga a creare questi mostri, ad arricchirli e a renderli potenti. E infine siamo sempre noi ad armarli. Le conseguenze sono evidenti nelle terribili notizie che arrivano ultimamente dal Messico e che si avvicinano a noi sempre più. Era inevitabile che alla fine restassero uccisi dei cittadini statunitensi. Inoltre, questa è una situazione destinata a peggiorare perché i cartelli messicani ora sono diventati delle organizzazioni integrate verticalmente, vale a dire che non solo controllano le rotte del contrabbando, ma che mirano anche al controllo dei mercati al dettaglio negli Stati Uniti, nelle principali città e anche in molte di quelle più piccole. È solo questione di tempo perché la lotta per il controllo delle città come succede a Tijuana o a Juarez si sposti a San Diego e a Chicago. La risposta deve prevedere molti strumenti, tra cui l' imposizione dell'applicazione della legge, lo scambio transnazionale di intelligence e un maggiore sforzo alla frontiera. Ciò detto, non possiamo smarrire il quadro di insieme, ossia, il fatto che il "problema della droga" non sta in Messico e che non sarà mai risolto solo imponendo l' applicazione della legge, perché riguarda innanzitutto la salute della società. Dobbiamo affrontare con urgenza il problema della nostra vorace fame di droghe e dobbiamo avere il coraggio e l'onestà di aprire su questo un dibattito che consideri tutte le possibilità, inclusa la legalizzazione. Deve essere chiaro che è la proibizione a creare il profitto. Il vero prodotto non è la droga stessa (attualmente è la marijuana e non l' eroina o la cocaina a costituire la maggior parte dell'attività dei cartelli) ma la capacità di trasportare la droga oltre la frontiera. Dobbiamo sottrarre al narcotraffico gli enormi profitti. Finché non lo faremo, non riusciremo a fermare la carneficina.

fantastici?


Classic Fantastic - Fun Lovin' Criminals (2010)


5 anni dopo l'ultimo disco in studio, un cambio di etichetta e di management, tornano i FLC per far capire a tutti che sono sempre vivi. I tempi dello smash hit che li ha fatti conoscere un po' ovunque Scooby Snacks, e pure di 100% Colombian sono purtroppo lontani, ma il terzetto sempre capitanato da Huey fa capire che ci sta provando duramente. Escono da un periodo difficile, il groove è ben delineato, il singolone che spacca non c'è, o almeno fa fatica ad emergere, ma il complesso del disco è buono, e fa ben sperare.

Per dire, Get Your Coat non è per niente male, come pure i due pezzi in apertura Mars e Classic Fantastic. Comparsate di Roots Manuva e Paul Kaye.

love festival 04 parte 2


Arezzowave, 8/07/2004, Arezzo, Stadio Comunale


Ironico o no, alla fine di questa serata le presenze saranno molte di meno di quelle della sera precedente, nonostante gli headliner della serata fossero i Cypress Hill, se la memoria non mi inganna per la prima volta in Italia.

Sul Main Stage partono gli Altro, da Pesaro; incerti e senz'altro emozionati, non fanno una grande impressione.

Dopo di loro, dall'Islanda i Bang Gang, per un breve set, delicato, lascia intendere che chi viene da quell'isola deve avere una dolcezza innata.

La serata continua esplorando le sfaccettature del rock; ci sono i Karate, americani, ottimi tecnicamente, con arrangiamenti ricercati, quasi soul in alcune venature.

Dopo, i The National, anche loro americani, disinvolti sul palco, risultano un interessante incrocio tra il vecchio Bowie, i Joy Division e gli U2.

Misteri delle scalette, dopo di loro salgono sul palco i livornesi Appaloosa. Giovani, bravi anche loro tecnicamente, non catalogabili musicalmente. Canzoni solo strumentali, suonano in tre, batteria e due bassi, oppure, lasciando invariati basso e batteria, un componente va alla tastiera e agli effetti, oppure alla chitarra, ma usandola da contorno. Potremmo definirli progressive, ma probabilmente risulterebbe riduttivo. Una scelta musicale coraggiosa.

Arrivano in seguito i Black Rebel Motorcycle Club, suonano per 45 minuti, e risultano migliori di quanto erano sembrati l'autunno scorso, soprattutto quando eseguono i loro pezzi più tirati e meno complessi. Forse, nonostante la logica dica il contrario, sono più adatti ai festival che ai concerti nei club.

Con un vezzo da star, più o meno 15 minuti dopo che il cambio palco sembra apparentemente completato, a mezzanotte in punto salgono sul palco i Cypress Hill. Oltre a Sean Dog, B.Real e DJ Muggs, c'è solo un percussionista (davvero portentoso però) sul palco, ma il suono non lascia per niente a desiderare. Molti estratti dall'ultimo "Till Death Do Us Part", ma anche diverse escursioni nel passato ("How I Could Just Kill A Man", "I Wanna Get High", "Doctor Greenthumb" e altre), per un concerto di quasi un'ora e mezzo che scalda i presenti, li coinvolge e li fa muovere; consueti inneggiamenti alla ganja (B.Real che se ne accende una platealmente rivolto alla telecamenra che rimanda il tutto ai due grandi schermi laterali), Sean Dog che interagisce col pubblico come può, usando lo spagnolo, e la scoperta invece che B.Real non padroneggia la lingua latina altrettanto con disinvoltura.

Nonostante l'alleggerimento dell'ultimo cd, dal vivo i Cypress Hill non dimostrano cedimenti.

Shad-sky


La guerra di Mario - di Antonio Capuano 2006


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: un è malaccio


Mario è un bambino di 9 anni, nato a Napoli in un quartiere popolare, da una madre a dir poco inaffidabile e dal padre incerto. I servizi sociali, come succede in questi casi, tentano degli "affidi", seguendolo costantemente. L'ultimo "esperimento", dove Mario è una cavia, è l'affido a Giulia e, in secondo piano, Sandro. I due sono una coppia della Napoli "bene", lei professoressa d'arte universitaria, lui giornalista televisivo. Non sono sposati, ma convivono da qualche anno. L'arrivo di Mario, sguardo ora fin troppo furbo, ora malinconico, adatto alla strada e inadatto alla scuola, che arriva addirittura ad inventarsi un "doppio", una vita surreale, lo Shad-sky bambino-guerrigliero, con un background evidentemente ispirato dalle notizie che gli arrivano dai telegiornali, il suo arrivo, dicevamo, spariglia le carte. Si innescano dei meccanismi perversi: Sandro, respinto dal bambino, si allontana anche da Giulia, e diventa quasi geloso; Giulia, desiderosa di amare ed essere amata soprattutto dal bambino, si dà a lui e si lascia andare ad una educazione eccessivamente permissiva; Mario riesce con difficoltà a sentire, come dice lui, di "appartenere" a Giulia (figuriamoci a Sandro).


Film interessante di Capuano, regista a sua volta interessante, che si confronta sempre con storie mai facili (Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, Luna rossa), scrivendosele pure. Come sottolinea lui stesso, non cerca scorciatoie facili riprendendo la città in scorci suggestivi, ma rimane ben ancorato alla realtà, aiutato da una fotografia non brutta ma mai spettacolare, e chiedendo agli attori, tutti bravi, recitazioni mai eccessive, compresa quella di Rosaria De Cicco, che interpreta Nunzia, la madre biologica di Mario, che in fondo ha il ruolo più difficile, anche se non quello da protagonista, e ricevendone indietro, come già detto, una buonissima prova corale, bambini compresi. Ovvia una menzione speciale per Valeria Golino (Giulia), ma, ancora una volta, tutti bravi.

Lascia perplessi a lungo l'indulgenza che il regista sembra avere per l'impostazione educativa di Giulia verso Mario, e la sua cocciutaggine a perseguire quella strada, ma il finale probabilmente aggiusta tutto, anche se parrebbe il contrario.

Amaro. Come, spesso, il sapore della vita.

20100317

conforto

Ne parlavamo questa mattina. Il mio pezzo preferito dei Living Colour. Bellissimo.

rifiuti

Da Internazionale nr. 831

Ethical living
Le regole dei rifiuti

Nel dubbio meglio buttare nell’indifferenziata. Quando non si sa in quale campana dei rifiuti va messo un oggetto, è meglio metterlo nella spazzatura indifferenziata. Le alternative infatti sono peggiori. Nel migliore dei casi, un oggetto sbagliato può ostacolare il processo di riciclo. Per esempio, un vasetto di yogurt in propilene può essere trattato insieme ai flaconi in polietilene, anche se i due tipi di plastica hanno proprietà chimiche diverse e si mescolano solo in piccola percentuale. Nel caso peggiore, si rischia di danneggiare l’intero processo di riciclo. Un chilo di pvc, per esempio, può rovinare diecimila chili di pet. Ugualmente problematico è mescolare con la plastica le lattine, l’alluminio, il pyrex, gli specchi e i pezzi di ceramica. Che succede invece se si butta nell’indifferenziata un oggetto riciclabile? Si perde l’opportunità di recuperare energia e risorse, e si riempiono ulteriormente le discariche. Inoltre, si stima che un chilo di plastica smaltito in discarica produca gas serra equivalenti a 0,04 chili di anidride carbonica. Un chilo di carta ne produce invece 0,25. Non sono grandi quantità di gas serra, né è un grande danno ambientale, ma sarebbe comunque meglio riciclare. Che cosa bisogna fare invece quando il sistema locale di raccolta differenziata si basa su un unico contenitore, con una separazione finale dei diversi tipi di materiale? In questo caso il rischio di “contaminazione” è ancora più alto, ed è richiesta una maggiore attenzione del cittadino nell’inserire solo i materiali indicati.

love festival 04 parte 1


Arezzowave Love Festival, Emergency Night, 7/07/2004, Arezzo, Stadio Comunale


La solita atmosfera rilassata al Love Festival; Arezzowave compie 18 anni.

L'Emergency night (quest'anno serate a tema), tutta italiana, è aperta dai savonesi Fetish Calaveras, che giocano a fare i sudamericani; ci si sentono Manu Chao e gli Ska-P, ma gli originali sono ancora lontanucci.

Poco dopo arrivano i Meganoidi, che tengono il palco egregiamente e snocciolano il loro rock energico coadiuvato dai fiati, ricordo del periodo ska, che adesso si è trasformato in qualcosa di diverso all'interno della loro musica, che è tutto sommato interessante.

Mentre cala il buio suonano i Verdena, il set che risulterà il più lungo della serata. La dimensione live si addice ai bergamaschi, che picchiano duro e suonano più stoner che su disco; il cantante prova a parlare più del solito, ma risulta goffo; comunque un buon set anche il loro. Sovvertendo la scaletta, arrivano i redivivi Casino Royale, e per chi era a loro legato è il godimento. Dietro ad uno schermo fatto a rete (grande trovata), dove scorrono immagini che documentano l'attività di Emergency, i Casino, Alioscia, basso, batteria, tastiere/campionamenti, un vocalist e una corista (entrambi questi ultimi di colore), propongono alcuni pezzi riarrangiati da CRX, un inedito superfunky e la pietra miliare Dainamaita, il tutto in maniera fin troppo elegante e stilosa per una band italiana. Bentornati!!

Ecco adesso, la band del poeta campione mondiale indiscusso della camicia con manica rimboccata: i Marlene Kuntz di Cristiano Godano. Una band superba signori, lasciatemelo dire. Set carico, nervoso, equilibrato nell'economia della discografia. Le quattro figure dominano il palco anche muovendosi poco, ed è forse la parentesi più alta della serata, che rimane di alto livello medio.

Arrivano i PGR, e Giovanni Lindo e i suoi alternano pezzi pesanti e "elettrificati" (anche dal repertorio CSI), a simil-canti popolari. La personalità non ha mai fatto difetto al combo; peccato che qualcuno non se ne accorga, e non veda l'ora che salga sul palco Caparezza, dimenticando (o, semplicemente, non conoscendo) un pezzo importante della storia del rock italiano.

Comunque sia, Caparezza e i suoi arrivano, e seppur con un set molto breve, entusiasma il pubblico. C'è da notare, a suo favore, che con un paio di battute (il pugliese parla parecchio sul palco, per chi non lo sapesse), fa capire che si rende benissimo conto di aver avuto un successo impensabile anche rispetto ad una fetta di pubblico che, probabilmente, non comprende appieno i suoi messaggi sarcastici e socio-politici: "dedicato a tutti quelli che hanno capito il testo" introduce "Fuori dal tunnel", oltre a un paio di frecciate al Governo, e un bel discorso sulla guerra preventiva, chiudono una bella serata che ci rassicura sulla salute della musica italiana.

E anche su come la pensa.

diario segreto


Secret Diary Of A Call Girl - di Lucy Prebble - Terza Stagione (Tiger Aspect Productions per ITV2) - 2010


Continuano le avventure di Belle, che oltre al suo consueto "lavoro" da escort, ottiene un discreto successo con il suo libro (anonimo) dove racconta il suo rapporto con i clienti, e inoltre tenta di avere una vita privata e, magari, un fidanzato. L'elemento scatenante degli otto episodi della terza stagione, appena andati in onda in UK e in USA, è proprio il suo rapporto con l'editor della sua casa editrice, Duncan Atwood (un belloccio e "spettinato ad arte" James D'Arcy), che la spinge a scrivere un secondo libro, e dal quale Hannah/Belle si sente fortemente attratta. Fondamentale anche l'amicizia con Bambi (una sempre più figa Ashley Madekwe), e il rapporto di amore/odio/amicizia con Ben (Iddo Goldberg, stesso discorso fatto per D'Arcy, ma con una mascella ancor più da modello).

La serie è snella come sempre, poggia sempre più su una accuratissima scelta della colonna sonora e sulla innata simpatia della protagonista Billie Piper, non perfetta dal punto di vista estetico, ma molto divertente e davvero brava ed espressiva.

Dal punto di vista della sceneggiatura, si ha sempre l'impressione che non si riesca, o non si voglia andare davvero a fondo dal punto di vista psicologico, ma rimanere nel limbo della perversione e del pruriginoso. Nonostante ciò, bisogna dare atto alla serie di aver sollevato un tema quanto mai attuale, e di riuscire ad instillare nello spettatore (e nelle spettatrici) attento e curioso, qualche dubbio e qualche domanda anche non superficiale, sul sesso in generale, sul sesso a pagamento, ma pure sui rapporti di coppia.

20100316

estere live

dopo la prima esibizione annuale al palalido di due settimane fa continua il minitour degli estere.
ecco le prossime date.
- venerdì 19 marzo 2010 - CLUB GIALLO Cusano Milanino (MI) + dust + blindsight
- sabato 20 marzo 2010 - FAHRENHEIT 451 Padova + sforza
- venerdì 2 aprile 2010 - BLACK DROP Milano
venite pieni di gel!

crisi

Da Internazionale nr. 831

La ricetta dei Paesi Bassi per evitare i licenziamenti

Adam Cohen, The Wall Street Journal, Stati Uniti

Contro la disoccupazione il governo olandese integra il salario dei dipendenti a cui le aziende in crisi riducono l’orario di lavoro. Il sistema si sta rivelando efficace

Nell’ultimo anno la produzione dello stabilimento della Daf Trucks di Eindhoven si è dimezzata, ma grazie agli aiuti di stato questa fabbrica di autocarri ha conservato l’80 per cento dei dipendenti a tempo pieno. Theo Witkamp, addetto agli impianti computerizzati di taglio, ha un orario di lavoro ridotto, ma riceve l’85 per cento del suo salario normale. I Paesi Bassi hanno registrato i risultati migliori tra i paesi europei che usano i cosiddetti programmi di indennità di disoccupazione parziale per evitare i licenziamenti nelle aziende: oggi, infatti, il tasso di disoccupazione è al 3,7 per cento. Nell’ultimo anno il governo ha stanziato due miliardi di euro a sostegno dell’occupazione. I programmi di indennità sono usati nei Paesi Bassi in dai tempi dell’occupazione nazista, ma con molta prudenza. Nei periodi di espansione il governo evita di sovvenzionare il mercato del lavoro, promuovendo la flessibilità. Negli ultimi anni, inoltre, le autorità hanno scoraggiato il ricorso eccessivo ai sussidi di disoccupazione con controlli più frequenti e rigorosi, che nel 2008 hanno ridotto le domande a ventimila, un quinto di quelle presentate nel 2002. Con l’arrivo della crisi, invece, i sindacati e le imprese hanno raggiunto in breve tempo un accordo per il sostegno ai salari. Un esempio della collaborazione che caratterizza il “modello polder”, tipico sviluppo olandese, che secondo alcuni storici risale al Medioevo, quando le popolazioni delle città e le diverse classi sociali univano le forze per consolidare le dighe contro un’alluvione incombente. Le critiche ai programmi di lavoro breve non mancano. Rick Van der Ploeg, docente di economia dell’università di Oxford ed ex politico olandese, li descrive come una forma di “comunismo strisciante” e aggiunge che “si tratta di una pura e semplice ripartizione della povertà”. Qualche dubbio circola anche tra chi è favorevole alle misure. Wouter Bos, il ministro delle finanze, sostiene che “in questo modo per il mercato è più difficile comprendere quali aziende debbano sopravvivere e quali bisognerebbe lasciar fallire”. Ma se il programma permetterà ai lavoratori di restare al loro posto fino alla ripresa, continua Bos, allora il gioco vale la candela. “Si spendono più soldi all’inizio, ma poi se ne risparmiano in seguito, perché le persone non chiedono troppi sussidi di disoccupazione”.
Una rete di consulenti
Per partecipare al primo programma di lavoro breve, avviato nel novembre del 2008, le aziende hanno dovuto dimostrare che le loro entrate si erano ridotte del 30 per cento nell’arco di due mesi. Ai dipendenti di queste imprese lo stato ha versato la parte di salario persa in seguito alla riduzione dell’orario di lavoro. Hanno fatto richiesta più di duemila aziende, e dalle casse pubbliche sono arrivati circa 200 milioni di euro, pari a circa 2,4 milioni di ore di lavoro. Il governo, inoltre, ha istituito una rete di consulenti che aiutano le imprese a decidere se è necessario un programma di lavoro breve. Quando i licenziamenti sono inevitabili, i consulenti assistono i lavoratori nella ricerca di un nuovo impiego. Le sovvenzioni, limitate a un periodo di sei mesi, sono state erogate fino alla fine di aprile del 2009, quando è stato lanciato un secondo programma per il quale le imprese non dovevano dimostrare di aver subìto un calo consistente delle entrate. Secondo questo piano, che dispone di un fondo di un miliardo di euro, i datori di lavoro possono ridurre gli orari e i salari ino al 50 per cento, mentre lo stato si impegna a compensare il 70 per cento delle ore di lavoro perse. La seconda fase è risultata subito troppo dispendiosa. Così nell’estate del 2009, dopo che alcune aziende si erano avvalse del programma facendo pagare allo stato un conto salato, Piet Hein Donner, il ministro per gli affari sociali e l’occupazione, ha imposto limiti più rigidi. Ma intanto si vedono i primi segnali di ripresa. La Asml holding di Eindhoven, un’impresa che produce sistemi di fotolitografia per l’industria dei semiconduttori, ha usato il lavoro breve per 1.100 dipendenti fino a giugno, perché nella seconda metà del 2009 l’azienda ha aumentato gli ordinativi. “Ora abbiamo abbastanza lavoro per i nostri dipendenti”, ha detto il portavoce Jojanneke Strijbos.
==================================
Sembrano proprio le misure che sono state prese dal Governo Berlusconi...

JLP


We Are Only Riders - The Jeffrey Lee Pierce Sessions Project (2010)


Innanzitutto, voglio ringraziare Ale (conosciuto anche come sosia livornese di Jeffrey Lee Pierce)per avermi segnalato l'uscita di questo disco, che è una sorta di omaggio/tributo alla figura di Jeffrey Lee Pierce, leader dei Gun Club, morto nel 1996 non ancora 38enne. I nomi che sono protagonisti di questo disco, parlano da soli: Nick Cave, Mark Lanegan, The Raveonettes, Debbie Harry, Lydia Lunch, David Eugene Edwards (16 Horsepower, Woven Hand), The Sadies, Isobel Campbell, Crippled Black Phoenix, Cypress Grove (bassista dei Gun Club e promotore dell'operazione), Johnny Dowd, Mick Harvey, Dave Alvin, Barry Adamson.

E' un tributo strano, visto che i pezzi sono per lo più inediti, e diversi di questi ripetuti più volte (ma in versioni profondamente diverse, ed eseguiti da diversi artisti), visto che nascono da registrazioni rimaste inedite e perfino incompiute. Nonostante ciò, la forza che si sprigiona da questo disco è innegabile.

I nomi che partecipano sono in parte personaggi che furono vicini (o anche vicinissimi) a JLP, come pure musicisti di più giovane generazione che, in qualche maniera, gli "devono" qualcosa. Il risultato è semplicemente (e scusate se è poco) un disco molto bello e viscerale, che magari può perfino avvicinare ai Gun Club chi li ha conosciuti poco o per niente.

mine


Mine vaganti - di Ferzan Ozpetek 2010


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: mah


Puglia, Italia, oggi. La benestante famiglia Cantone è alla vigilia di una importante e doppia operazione commerciale. Per fronteggiare la crisi, l'ingresso di capitali freschi vengono da un'altra famiglia, i Brunetti; per svecchiare la dirigenza, oltre a sancire il passaggio al vertice dal padre Vincenzo al figlio maggiore Antonio, già al comando senza problemi, si attende l'arrivo da Roma, dove studia Economia e Commercio per dare manforte appunto alla società di famglia, di Tommaso, il quale dovrà anch'esso prendere le redini del pastificio. Anche i Brunetti, i cui capitali vengono dal Commendatore, inseriranno nella dirigenza la giovane e dinamica Alba.

Ma Tommaso vive nella menzogna. Infatti, lui a Roma non studia Economia bensì Lettere, e sta tentando di farsi pubblicare il suo primo romanzo, nonchè di scrivere il secondo, e convive con Marco, essendo gay e innamorati. Il problema è rivelare tutto ciò alla famiglia, che è piuttosto all'antica. Tommaso si confida con il fratello Antonio, e sceglie la cena ufficiale con tutta la famiglia e i Brunetti per fare coming out. Ma qualcuno lo precede...


Probabilmente sono la persona meno indicata a giudicare un film di Ozpetek obiettivamente. E pensare che agli inizi non mi dispiaceva poi così tanto. Questa volta, la butta, per così dire, in commedia, facendo anche sorridere, prendendosi gioco (giustamente) di un'Italia arretrata, bigotta, ingessata a convincimenti antidiluviani, ma senza rinunciare a diversi suoi marchi di fabbrica, talmente prevedibili che mi sono ritrovato a pensare più di una volta che la sceneggiatura fosse stata scritta a quattro mani non con Ivan Cotroneo, bensì con Francesco Alberoni.

Sono ormai insopportabili i suoi clichée onirici (la nonna il giorno del suo matrimonio, prologo ed epilogo del film), le checche isteriche (gli amici di Tommaso), sempre presenti ma mai protagoniste, i personaggi che non hanno nessun peso nella storia ma che fanno ridere (la zia ninfomane), il personaggio saggio e un po' strano che fa l'oracolo e spara sentenze (la nonna), i baci tra il gay e la protagonista femminile piacente. Mi viene sempre da pensare che per accontentare tutti, finisca per non piacere a nessuno. Se lo meriterebbe, almeno.

Fotografia accettabile, Puglia bellissima sullo sfondo, ma usata come una cartolina, eccesso di carrellate durante i pranzi e le cene (alla fine fanno venire il mal di testa peggio del 3D), attori diretti degnamente, e che non vanno mai sopra le righe (a parte gli amici gay): Fantastichini su tutti, of course.

Un (ennesimo) film che non risulta fondamentale, e che a mio giudizio si può tranquillamente evitare.

20100315

ancora sugli Oscar, 2010 e no - un'analisi


Partiamo da una come al solito interessante e semplice intervista a Juan José Campanella su El País. Per chi ancora non lo sapesse, Campanella, argentino, è il vincitore dell'Oscar per il miglior film in lingua non inglese, El secreto de sus ojos.

Tanto per fare l'anti-italiano, come sempre, partirò dicendo che aspetto un'intervista come questa su un giornale italiano. Siamo sempre quelli che piangono per le sconfitte, e mai quelli che cercano di capire i motivi delle vittorie. Voglio dire, El País è un giornale spagnolo, e il film che ha vinto è argentino, e anche se molti in Sud America considerano la Spagna "Madre Patria", non è la stessa cosa.

A parte questo, alcuni concetti espressi sono interessanti, tralasciando che chi segue questo blog sa che sono un grande fan di Campanella. Traduco alcune parti.

====================================================================

Domanda: Un Oscar risarcisce sconfitte anteriori (tra l'altro, Campanella era già stato nella cinquina finalista con El hijo de la novia, Il figlio della sposa, unico suo film distribuito in Italia).


Risposta: Meglio, implica una distinzione a vita, un enorme riconoscimento da parte delle persone che fanno il cinema più influente. Ed è un premio conosciuto in tutto il mondo.


Domanda: Questa categoria, quella del film di lingua non inglese, finisce per avere ogni anno candidati con maggiore qualità di quella per l'Oscar al miglior film.


Risposta: Credo che il livello del cinema è cresciuto in ogni luogo eccetto Hollywood. La concorrenza in questa categoria è enorme.


Domanda: Il cinema argentino ha avuto in questi ultimi anni un riscontro incredibile.


Risposta: In Argentina abbiamo fatto crescere un tipo di cinema sostenuto dal copione, non solo dalla forma. Un cinema che ha un obiettivo diverso da quello che cerca solo il climax sensoriale, quello che premia le sensazioni a dispetto della storia. Questo, magari, non è ben visto a Hollywood.


Domanda: Magari questa forma più classica ha fatto trionfare El secreto de sus ojos? Con tutto il rispetto verso il peruviano La teta asustada (Il canto di Paloma), nel suo film a nessuno fiorisce una patata nella vagina.


Risposta: Con tutto il rispetto, perchè io avrei votato il film di Claudia Llosa. Ma considero che la mia struttura sia più antica del cinema classico. Negli ultimi anni sono stato molto interessato alla musica. Ho letto il libro della storia che ha ispirato il mio film, e ho preferito enfatizzare la storia dell'amore frustrato applicandole la struttura di una sonata. La sonata è, ovviamente, anteriore al cinema. E a questo schema ho applicato molti elementi moderni. Non so perchè ho vinto l'Oscar.

====================================================================


Detto questo, dirò due parole anche sulla vincitrice dell'Oscar come miglior film, Kathryn Bigelow con The Hurt Locker (che in tutto ne ha vinti ben 6). Sono uno che, a casa, tra i poster che tappezzano i muri, ho quello 100x140 di Strange Days, oserei dire il 2001: Odissea nello spazio della generazione degli odierni 40enni. Ecco, basterebbe questo per spiegare cosa ne penso. La Bigelow, grande regista d'azione, ha probabilmente toccato l'apice della sua carriera con quel film (Strange Days) ed il precedente Point Break. Adrenalina pura (i primi 5/10 minuti di Strange Days sono da urlo), in Strange Days unita ad una discreta genialità visionaria (la sceneggiatura, manco a farlo apposta, è, oltre che di Jay Cocks, di James Cameron).

The Hurt Locker non è altro che un mockumentary che spiega agli statunitensi come i "loro" ragazzi stanno facendo la guerra. Evidentemente, ancora non l'avevano capito.


Gli Oscar sono come dice Campanella: un riconoscimento conosciuto in tutto il mondo, non certo il più intellettuale, sicuramente il più famoso (ricordiamo inoltre che La teta asustada ha vinto l'Orso d'Oro a Berlino, per dirne una). Bisogna sempre prenderlo con le molle: mi saltano agli occhi le categorie delle migliori sceneggiature, ad esempio. In quella della miglior sceneggiatura non originale ha vinto Precious, ma nella cinquina c'era un gioiello di satira politica come In The Loop. In quella per la miglior sceneggiatura originale ha vinto (ancora) The Hurt Locker, ma nella cinquina c'era The Messenger, che raccontava della guerra senza mostrarla, senza spettacolarizzarla, solo raccontandone le macabre conseguenze. Senza contare che, sempre tra i cinque nominati, c'era la sceneggiatura geniale di un film come A Serious Man.

C'è di che riflettere. Sempre non avendo nulla da fare.

====================================================================

Nella foto, il regista e il cast de El secreto de sus ojos.

you're the one


One World One Love - Michael Bolton (2009)

Mi sembrava il momento giusto, dopo diverse settimane, anche mesi, che riflettevo su questo ultimo lavoro di Bolton (tra l'altro, nel frattempo "mi" ha dato buca, causa faringite, per il suo concerto a Mantova in gennaio, per una volta che mi ero deciso ad andarlo a vedere live), dopo aver recensito High On Fire e Joanna Newsom (considerandoli due estremi). Colgo così pure l'occasione di farvi la seconda confessione, dopo quella in cui vi scrivevo di ammirare Celine Dion.
Mi piace l'artista Michael Bolton, nome d'arte di Michael Bolotin, che arriva alla notorietà con l'hard rock/heavy metal, e pian piano si dirige verso una sorta di pop misto ad A.O.R., non disdegnando spruzzate di r'n'b e coverizzando super-classici quali When A Man Loves A Woman o (Sittin' On) The Dock Of The Bay. Negli ultimi anni, tanto per essere meno seriosi, ha cambiato leggermente look (la leggenda vuole che siano state le figlie, ai tempi della sua love story con l'attrice Ashley Judd, a convincerlo a tagliarsi i capelli lunghi, che lo rendevano francamente ridicolo), e adesso appare come un piacente signore 57enne con una grandissima voce. Mi piace sempre ricordare che, negli anni, è stato l'unico pop-singer a non sfigurare al Pavarotti And Friends duettando col Maestro sulle arie liriche.
Chiusa la parentesi biografica, l'ultimo disco di Bolton è un piacevole ascolto, che racchiude i generi citati prima, e oltre: addirittura il pezzo d'apertura Ready For You è una sorta di reggae-pop, e c'è perfino un pezzo scritto da Lady Gaga. Ci sono un sacco di bei pezzi: Just One Love, The Best, Survivor, You Comfort Me. Due cover: Sign Your Name di T.T.D'Arby, e Crazy Love di Van Morrison.
Romantico, tecnico, intrigante, e, per usare un francesismo, dà la merda al 90% delle produzioni r'n'b attuali. Non sarà indie, non sarà hard rock, e neppure alternative. Ma mi piace.

the fish child


El niño pez - di Lucia Puenzo 2009


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: so' tutti innamorati di una



Lala è una diciannovenne di buona famiglia, che abita in una zona elegante e tranquilla alla periferia di Buenos Aires. Il padre è un giudice, la madre una donna di mondo, il fratello di un anno più grande è in riabilitazione per problemi di dipendenza. Nella grande villa di famiglia, Ailín, detta la Guayi (dal fatto che è paraguaiana), di poco più grande di Lala, è a servizio della famiglia Bronté da oltre sette anni. A 13 anni se n'è andata dal suo villaggio, vicino al lago Ypoa.

Lala e la Guayi hanno una relazione, sono innamorate. Stanno pianificando una sorta di fuga verso il Paraguay, per costruirsi una casa sulle rive del lago, dove Ailín racconta esserci il bambino-pesce, e per finanziarla stanno rubando dalla casa dei Bronté gioielli e perfino quadri. Ma la Guayi è una ragazza esuberante, che non disdegna le "amicizie" maschili.


Secondo (e da me molto atteso) lungometraggio della 34enne argentina Lucía Puenzo, dopo l'esaltante debutto del 2007 XXY, questo El niño pez non convince fino in fondo, a dispetto di ottime prove recitative, una fotografia da sottolineare, e una discreta dose di coraggio nel mischiare più di un genere. E' in effetti difficile "definire" sotto quale "categoria" inserire questo lavoro; un po' road-movie, un po' gay-movie, un po' thriller, una storia d'amor fou a tenere tutto in piedi e una classica leggenda in bilico tra mito e religione, quella appunto che dà il titolo al film, che è un po' una caratteristica dell'intero Sud America. C'è spazio anche per una critica sociale, chissà, forse voluta forse no, verso il razzismo strisciante argentino verso i "vicini" (in questo caso i paraguaiani). Il film è montato a-cronologicamente, espediente già visto ma che contribuisce a prolungare la suspence e ad infittire il mistero su alcune relazioni che intercorrono tra i personaggi, nonchè ad "allungare il brodo" di una storia tutto sommato esile, ed è tratto dal racconto omonimo scritto dalla stessa regista nel 2004. Si avvale, nei ruoli principali, di quella che ormai è la sua attrice/feticcio, Inés Efron (Lala), qui ancora una volta alle prese con un ruolo androgino (ma che con Amorosa Soledad ha dimostrato di essere a suo agio anche con ruoli meno fuori dagli schemi, in quanto a sessualità, non certo a "stranezza"), e di una interessantissima scoperta, Mariela "Emme" Vitale (Ailín), oltre che attrice pure cantante, che nel film si esibisce in lingua guaranì (da qui un sommario paragone con i film della cilena Claudia Llosa, Madeinusa e Il canto di Paloma, che "usano" e scoprono il talento "etnico" di Magaly Solier, cantante di lingua quechua), coppia che contribuisce a creare una non indifferente tensione sessuale, in questa storia chiaramente morbosa ed a tratti "malata". Da segnalare inoltre, nonostante il minutaggio ridotto, le apparizioni di Ailín Salas, già in XXY anche lei, nei panni della Guayi 13enne.

Bella dicevamo la fotografia; a parte gli sfondi della parte girata in Paraguay o nel Nord argentino, lussureggiante, è molto bella e "fiabesca" quella "carica" ed evidentemente ritoccata della parti in riva al lago.

Nonostante ciò, il film manca di qualcosa, e nonostante la breve durata (poco più di 90 minuti) soffre di diversi momenti di stanchezza, oltre che di supponenza e di sovraccarico di stili. La mano della Puenzo rimane felice e promettente, ma non bissa il grande esito del suo strepitoso debutto.

Film mai uscito in Italia.

20100314

melissa chi?


100 colpi di spazzola prima di andare a dormire - di Melissa P. (2003)


Affrontare il libro che è stato il caso letterario italiano di alcuni anni fa, non è cosa facile; si rischia di partire prevenuti, in un senso o nell'altro. Per chi ancora non lo sapesse, è il diario di circa due anni di vita, dai 15 ai 17, di un'adolescente catanese che cerca l'amore ma trova solo il sesso, e ne trova tanto, essendo carina e, come dire, molto disponibile.

Dal punto di vista prettamente letterario, il libro è scorrevole, anche se lo favorisce il fatto di essere molto breve, ma la prosa è poco pungente, decisamente piatta, nonostante l'argomento. I maestri del genere sono altri. La struttura lascia a desiderare, visto che inanella un po' tutti i tipi di sesso, ma in maniera piuttosto schematica, come se ci fosse sotto qualcosa, una specie di progetto per abbracciare tutti i "campi"; è questa la cosa che insospettisce maggiormente. Il linguaggio è a tratti troppo poco adolescenziale, mentre a tratti è bambinesco, e la cosa stride.

Decisamente un libriccino che non rimarrà nella storia.

la storia di un uomo qualunque


Berlin Alexanderplatz - di Rainer Werner Fassbinder 1980


Giudizio sintetico: da vedere (4/5)
Giudizio vernacolare: tanta robba


Berlino 1928: l'ex facchino Franz Biberkopf esce dopo quattro anni di prigionia a Tegel, scontati per aver provocato la morte a botte della compagna Ida. E' deciso a riscattarsi, a vivere in pace, a rimanere onesto. Torna nella sua stanza, nella casa della signora Bast, la stanza che continua a pagargli Eva, la sua amica/amante di sempre, che sta con Herbert ma continua a fare la prostituta d'alto bordo, ritrova l'amico Meck, cerca qualsiasi tipo di lavoro, e dapprima si lega a Lina, che gli presenta Lüders, il primo a giocargli un brutto tiro. Si rinchiude in se stesso, solo insieme all'alcol, fedele amico, e quando si riprende conosce Reinhold, che segnerà la sua esistenza per sempre.


Come prima cosa, spieghiamo bene a chi non sa di cosa stiamo parlando: un'opera destinata alla televisione, composta di 13 episodi e un epilogo, per un totale di quasi 16 ore di storia, co-prodotta dalla Bavaria Film, dalla WDR tedesca e, pensate un po', dalla RAI. Stiamo parlando di una cosa girata a cavallo del 1979 e del 1980, e andata in tv nell'inverno del 1980. Quindi, un po' come Il Decalogo di Kieslowski o Heimat di Reitz, quelle cose che sembrano serial televisivi, ma sono cinema d'autore: e che autore.

Tratto dal romanzo omonimo di Alfred Döblin, che Fassbinder conosceva benissimo e al quale dichiarò più volte di essersi ispirato anche inconsciamente in molti altri suoi film, diviene nelle mani del vulcanico regista tedesco un lavoro accettabile televisivamente (etichettato come "troppo scuro" dalla critica inizialmente, come avrete modo di sentire nei contenuti extra del dvd), ma sempre decisamente sul limite. Non si parla tanto di come la Germania si mise nelle mani di Hitler, anche se il contesto sociale è spiegato più che bene, ma di amore, rapporti umani, un po' come in tutta la cinematografia di Fassbinder, dove la donna è sempre merce di scambio e l'uomo è spesso un bruto capace di nefandezze impensabili, fragilissimo psicologicamente, probabilmente perchè incapace di emanciparsi dalla bassezza in cui viene tenuto.

La storia è ricca di particolari, a tratti divertente, utilizza una voce off (dello stesso regista) che a volte spiega, a volte parla per metafore, cartelli vagamente descrittivi ma per lo più anch'essi metaforici, la telecamera fa un grande lavoro, sia negli interni, molti, sia negli esterni, ci sono scene memorabili (a ognuno la sua: a me ha colpito quella dove Franz e Mieze si ubriacano in casa, Davide Ferrario [un esperto di Fassbinder], in questa colta e attenta recensione, cita quella in cui Mieze grida impazzita dopo essere stata picchiata quasi a morte da Franz), e c'è l'ultimo episodio, l'epilogo, che il regista si "riservò" per esulare, per dire e dare la sua versione sul romanzo, che è a dir poco scoppiettante. Due ore piene di Fassbinder/Show, come in un circo, completo di crocifissione, dove i più attenti troveranno i semi del cinema di altri autori "strani" attivi fino ai nostri tempi, e molto rispettati, anche se non sempre capiti. Colonna sonora piuttosto classica durante i 13 episodi, rutilante nell'epilogo, dai Kraftwerk a Domenico Modugno, da Donovan a Janis Joplin.

Attori fidati, tutti straordinari. Ovvio citare il protagonista Günter Lamprecht (Franz), la sempre misteriosa e sensuale Hanna Schygulla (Eva), il ghigno tremendo di Gottfried John (Reinhold), la faccia perennemente bastonata ma da instancabile origliatrice di Brigitte Mira (Frau Bast): a me ha colpito moltissimo, ancora una volta, una bella, giovane, piena di energie, Barbara Sukowa (Mieze), capace di espressioni che riempiono e illuminano l'inquadratura da sole.

Come dicevo prima, si trova in una edizione della Dolmen, in 6 dvd, 14 episodi più l'ultimo disco di contenuti speciali, con approfondimento sul restauro dell'opera, terminato per la Berlinale del 2007 in occasione dei 25 anni della morte di Fassbinder, curato tra l'altro anche dal cameramen originale, Xaver Schwarzenberger e dallo staff della Bavaria Film, completo di un bel documentario sulle riprese, dove vediamo il maestro all'opera.

Più che interessante.