No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20111210

the autograph man



L'uomo autografo - di Zadie Smith (2003)






Alex Li-Tandem ha un nome che già di per sé fa ridere. E' londinese, di un sobborgo del nord chiamato Mountjoy (fittizio), è metà ebreo e meta cinese, e alla soglia dei trent'anni non ha molta voglia di crescere, di un legame serio, di tenere in ordine la casa. Di lavoro fa l'uomo autografo: commercia in autografi di personaggi famosi, e non ha troppi problemi di soldi.



Non ha molti amici, ma quelli che ha sono "suoi" da una vita: Mark Rubinfine, diventato rabbino, sempre pronto a riprenderlo perché si riavvicini alla sua religione, Adam Jacobs, un ebreo nero cresciuto con loro ma nato ad Harlem (NY), religioso a modo suo e studioso della cabala, e ultimo, ma non meno importante, Joseph Klein, conosciuto dai tre nell'episodio raccontato nel prologo, che ha influenzato Alex con la sua passione per i memorabilia. Se Joseph ha completamente perso la sua passione, ed è divenuto assicuratore, Alex ha perso il trasporto, ma ha trasformato la sua passione in un lavoro, in cui non si lascia mai prendere dall'emozione, rimane obiettivo; c'è rimasto solo un autografo per cui sente di emozionarsi, un autografo che vuole ancora con tutto se stesso, e dal quale si separerebbe a malincuore, se lo possedesse. Quello di Kitty Alexander, poco famosa ex attrice russo-italo-americana, ormai dimenticata. Alex le scrive continuamente, da anni, sistematicamente, senza nessun risultato. Un viaggio a New York, dove l'ex attrice vive ancora, mette a repentaglio la sua tormentata storia di coppia con Esther, la sorella di Adam, ma sarà il primo passo verso un probabile cambiamento.






A volte mi domando se, in fatto di libri, non sono come il Mollica televisivo: difficilmente mi capita un libro che non mi piace. Scrivendone, dopo ogni libro che termino, me ne rendo conto ancor di più. Forse c'è una spiegazione più semplice: compro spesso autori che già conosco. Ma, dico, il primo libro di questi autori sarà pur stato un rischio.



Detto questo, che tra l'altro non c'entra niente, dovreste aver capito che a me la scrittura di Zadie Smith piace molto. Questo L'uomo autografo, uscito tra il debutto Denti bianchi e Della bellezza, mi era sfuggito per qualche anno. Di recente l'ho comprato e letto. E devo dirvi che mi è piaciuto un bel po'. Leggendo alcune critiche, e addirittura dei commenti della stessa autrice sulle critiche, mi sono reso conto che la mia interpretazione è stata del tutto personale. L'autrice stessa concorda sul fatto che il protagonista sia una persona spregevole: io non l'ho trovato spregevole, solo molto pigro e molto impaurito dalla vita. Quel che conta, a mio parere, a proposito di questo libro, è che nonostante la trama, se così la vogliamo chiamare, piuttosto complessa, lunga, che si sofferma sui vari personaggi che interagiscono col protagonista, nonostante i molti riferimenti all'ebraismo, ai capitoli prima indicati dai numeri della cabala, poi da disegni zen, è al tempo stesso molto divertente (i Gesti Internazionali, ricordatevi solo questo, se lo leggerete) e molto amaro. I personaggi si ritrovano in situazioni grottesche, ma le riflessioni, le paure, le paranoie di Alex davanti alla vita sono quelle di tutti noi quando siamo in situazioni difficili. L'autrice stessa ammette che ha scritto questo libro in un periodo in cui una persona a lei cara era in pericolo di vita, e ciò si riflette decisamente su una parte del libro, quella, appunto, delle riflessioni sul senso della vita. Magari non piacerà a tutti, ma personalmente mi sono affezionato ad Alex, ed ho letto il libro voracemente.

20111209

folle, stupido amore



Crazy, Stupid, Love - di Glenn Ficarra & John Requa (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)



Giudizo vernacolare: bellino






Siamo dalle parti di Beverly Hills, Calabasas, Pasadena, in quei luoghi da Brothers & Sisters. Quindi, va tutto bene, e la famiglia Weaver (tessitore, un'allusione da non sottovalutare), coppia poco più che quarantenne con figli, è bellissima. All'improvviso, non va più tutto bene: Emily, la moglie, chiede il divorzio a Cal, il marito. Crisi di mezz'età? Abitudine? Tentativo di ravvivare la relazione? Non si sa bene, fatto sta che Emily è andata a letto con David Lindhagen, un suo collega che a Cal sta pure antipatico, ed è convinta che tra di loro sia finita. A Cal cade il mondo addosso.



Cercando di ricominciare, Cal incontra Jacob, un trentenne piacente che le donne trovano irresistibile. E' proprio uno che ci sa fare, nota Cal sempre più disperato al bancone, e lo prende "in cura", in modo che risulti appetibile dalle donne, e che, magari, la moglie si interessi di nuovo a lui.



Non è finita qui. Emily ci sta già ripensando, e con David la cosa non funziona benissimo. Robbie, il figlio più piccolo dei Weaver, è innamorato della babysitter Jessica, figlia dei Riley, una coppia di amici degli stessi Weaver, che però è innamorata di Cal!



Pensate che basti? Nemmeno per idea. Cal, sempre innamorato di Emily, riesce però a far invaghire una bella donna della sua età, Kate, con la quale passa una nottata movimentata; Cal però capisce che non è cosa, mentre Kate vorrebbe rivederlo. Cal non si fa più vivo, tutto concentrato sul riconquistare Emily, e al primo ricevimento della scuola di Robbie ecco che salta fuori che Kate è...






Devo convenire con buona parte della critica, sul fatto che questo nuovo lavoro della coppia di registi di I Love You Philip Morris non è una commedia da buttare: è romantica, fa ridere, ha un gran bel cast e un bel ritmo, una sceneggiatura piena di colpi di scena. Ed è verissimo, come dice Francesco Alò su badtaste.it, che la fotografia è rassicurante, nonostante alcune svolte potrebbero inizialmente apparire drammatiche, se inserite in altri contesti.



Il film è onestamente divertente e scorrevole, con qualche trovata a sorpresa interessante, e commuove pure (commuove noi sentimentali, ovviamente); ma, allo stesso tempo, è un po' troppo tirato per le lunghe e, soprattutto, troppo mieloso sul finale.



Nonostante i grandi nomi presenti nel cast, Ryan Gosling (Jacob) e Julianne Moore (Emily) risultano non troppo incisivi, mentre Marisa Tomei (Kate) diverte nonostante il breve minutaggio. Emma Stone (Hannah) pare un po' sprecata, anche se è sempre molto piacevole da vedere, Steve Carrell (Cal) recita sempre lo stesso personaggio, insieme a Jonah Bobo (Robbie) mi ha colpito molto Analeigh Tipton (Jessica), che qualcuno avrà visto in The Green Hornet, e che attualmente è nel cast della terza stagione di Hung.

20111208

esplosione



Kaboom - di Gregg Araki (2010)




Giudizio sintetico: si può vedere ma anche no (2,5/5)


Giudizio vernacolare: per fa du' risate maddé, parti'olare eh







Smith è un giovane (e bel) ragazzo che frequenta un college vicino a Los Angeles. Sua madre, la bella Nicole, vive lì, suo padre li ha lasciati molti anni fa. La migliore amica di Smith, che è ancora incerto sulla sua identità sessuale, è Stella, lesbica convinta, intelligente e sarcastica; Smith è attratto dal compagno di stanza Thor, tanto bello quanto rimbambito. Sempre Smith, da un po' di tempo fa strani sogni, popolati da persone conosciute e sconosciute. I due vanno a una festa, e Stella aggancia Lorelei, che Smith riconosce come una delle persone dei suoi sogni. Dopo aver perso di vista le due, ecco che un'altra ragazza, dai vistosi capelli rossi, gli vomita sulle scarpe proprio mentre stava per essere agganciato, a sua volta, da un ragazzo carino: anche la rossa è nei sogni di Smith. Per terminare la serata, Smith è rimorchiato da London, una ragazza carina, con una voce insopportabile, e una discreta voglia di sesso.

Le cose si fanno sempre più complesse. Smith trova un messaggio che dice "you are the chosen son", sei il figlio prescelto, l'eletto. Lorelei si rivela una strega e non accetta di essere lasciata da Stella. Smith continua a sognare, soprattutto la ragazza dai capelli rossi, e precisamente di essere rapito insieme a lei da alcune persone con maschere di animali.



Mettiamola così: voto 2,5 per tutto il rispetto che ho verso Araki, un cineasta che non ha paura di niente e di nessuno (The Doom Generation, Misterious Skin, The Living End), per la sua tecnica, per la fotografia volutamente colorata, patinata, fotografia oserei dire, se me lo passate come aggettivo, gay, per tutto questo sesso di qualsiasi genere che sprizza da ogni fotogramma di questo suo Kaboom. Per il resto però, un inverosimile film di pseudo-fantascienza volutamente grottesco, per ridere in maniera diversa, e magari ironizzare sulle paure a proposito della fine del mondo e sulle molte sette che purtroppo ci sono in giro. Recitazioni altrettanto grottesche, anche se alcuni personaggi (James Duval nella parte di Messia, Chris Zylka nella parte di Thor) fanno abbastanza ridere, il film è poco più che un divertissement. C'è anche Juno Temple (London).

20111207

mammut



Mammoth - di Lukas Moodysson (2009)


Giudizio sintetico: si può perdere (1/5)

Giudizio vernacolare: chi ha 'vaini la rimedia



New York. Leo ed Ellen Vidales sono una coppia invidiabile. Belli, ricchi, di successo nei rispettivi lavori, una figlia di otto anni sveglia ed intelligente, un superattico in una bella zona. Leo è un creatore di siti web, e deve recarsi in Thailandia solo per firmare un contratto da milioni di dollari. Ellen è una chirurga del reparto urgenze, che sopporta volentieri turni lunghi, spesso notturni, ritenendosi soddisfatta nel salvare vite umane. Naturalmente, con questo tenore di vita e questo tipo di impegni, hanno una babysitter tuttofare a tempo pieno: Gloria, una filippina che ha lasciato in patria due figli piccoli, che vivono con la nonna, soffrendo l'assenza della madre. Jackie, la figlia di Ellen e Leo, pur assendo amorevole ed affettuosa con i genitori, a lungo andare si affeziona molto a Gloria, e preferisce passare il suo tempo con lei. Mentre Leo si sta annoiando in Thailandia, ingannando il tempo visitando luoghi incantevoli, rifiutando offerte di sesso a pagamento di donne spesso molto belle, Ellen si rende conto che stanno perdendo il contatto con la figlia, e cerca di rimediare. Nel frattempo, Leo si affeziona a Cookie, una giovane prostituta thailandese, che all'inizio paga per non fare sesso, né con lui né con altri, e si sente in dovere, appena possibile, di fare qualcosa per chi ha meno, con tutti i soldi che guadagna. Finché...






Potenzialmente, questo film doveva essere eccezionale. Un regista grintoso e pieno di idee (ero rimasto al suo folgorante debutto Fucking Amal, uscito in Italia nel 2000), una coppia di attori principali bravi e sulla cresta dell'onda, spesso bravi nello scegliersi i copioni. Mi metto dunque alla visione con le migliori intenzioni, sperando di assistere ad un bel film. E invece, mi ritrovo ad assistere a due ore abbondanti di una noia mortale. Come ho letto da qualche parte, Moodysson, su 125 minuti di film, ce ne impiega almeno 100 prima di arrivare al turning point: voleva essere sicuro che avessimo capito bene che tipo di coppia sono i Vidales? Oltre a questo, la conclusione è inesistente, il film è pachidermico, come il suo titolo, non decolla mai (a dire il vero, per rimanere sulla similitudine aerea, mi è sembrato che non sia arrivato neppure sulla pista di rullaggio), e neppure gli sforzi di Michelle Williams (Ellen) e Gael García Bernal (Leo), qui peraltro non in una delle loro prove migliori, riescono a risollevarlo un minimo. Tentativo davvero mal riuscito di lezioncina morale.

20111206

nella cucina


In The Kitchen - di Monica Ali (2010)

Gabriel Lightfoot (si, di cognome fa come il cantante degli Snow Patrol) è uno chef poco più che quarantenne di buona esperienza. Dirige la cucina dell'Imperial Hotel a Piccadilly, Londra. Ha lasciato la provincia molti anni fa, il Lancashire, dove vivono ancora suo padre e sua sorella; ha fatto esperienza anche all'estero, la cucina è la sua grande passione. Certo, compiuti i 40 da un paio d'anni, è il momento di decidere: o spiccare il volo, oppure rimanere intrappolati nella monotonia, nell'anonimato, far diventare un lavoro che può essere creativo, impiegatizio. Stessa cosa con il suo rapporto di coppia: la sua ragazza, Charlie, cantante di night club, bellissima ed intelligente, non gli mette pressione, ma arrivati a quest'età almeno si dovrebbe vivere insieme, se non sposarsi.
Il lavoro è impegnativo: la cucina è un caleidoscopio di provenienze, spaccato perfetto della nuova realtà di un'Inghilterra multietnica. Africa, Europa dell'est, Asia, non manca quasi niente. Sopra di sé gerarchicamente, Gabe ha due figure, una odiosa, il maitre Gleeson, l'altra dura ma ammirevole nella sua gestione, Maddox, il direttore dell'albergo. Nonostante ciò, è quasi al capolinea: a breve aprirà il "suo" ristorante. Ha trovato due soci, che porteranno il denaro e la clientela: Rawlins, un ricco uomo d'affari, e Fairweather, un sottosegretario del governo laburista. Stanno rilevando, per poi ristrutturare velocemente, un locale a Pimlico.
Ma un giorno, quel giorno in cui, a Gabe pare di poter dire che è cominciato tutto, Yuri, un garzone, viene ritrovato senza vita nelle "catacombe", i sotterranei della cucina. Anche se tutto fa pensare che si sia trattato di un tragico incidente, quel fatto segna l'inizio di un cambiamento che sconvolgerà la vita di Gabe.

Monica Ali, scrittrice inglese nata a Dacca, Bangladesh, da padre bengalese e madre inglese, vive in Inghilterra dall'età di tre anni. E' un'autrice che mi piace molto, questo è il suo terzo libro, e su questo blog vi ho parlato sia dei precedenti Brick Lane (Sette mari, tredici fiumi fu il titolo della prima traduzione italiana; il libro fu un successo editoriale) ed Alentejo blu, sia del film tratto dal suo primo libro, le cui riprese dettero luogo ad alcune proteste.
Nonostante alcuni difetti, anche questo suo terzo lavoro è un ottimo libro. Probabilmente, come dice Stephanie Merritt su The Observer, la disintegrazione caratteriale del protagonista, in pratica la spina dorsale, il filo conduttore del libro, è trattata in un modo che non coinvolge appieno il lettore (la Merritt fa inoltre un sacco di annotazioni giuste, una su tutte la similitudine della cucina diretta da Gabe con l'albergo di Dirty Pretty Things, film di Stephen Frears del 2003); procede un po' a scatti, precipita un po' troppo rapidamente, e lascia, appunto, il lettore "ai margini". Ma bisogna ammettere che gli argomenti trattati, neanche troppo superficialmente, sono tanti e per niente marginali. Multietnicità, lavoro nero, tratta delle bianche, disgregazione della realtà sovietica, perdita di valori del Regno Unito, smantellamento delle fabbriche, malattie nervose, il sottobosco della politica. E poi ancora, i rapporti di coppia, le carriere, la differenza tra la città e la provincia, i sogni e la difficoltà di realizzarli, i rapporti familiari, il razzismo strisciante, l'attrazione fatale degli uomini europei verso le donne dell'est Europa.
E' vero, Monica Ali torna al mondo dell'immigrazione dopo Brick Lane, dopo una parentesi (Alentejo blu) nella quale analizzava il fenomeno contrario (gli inglesi che, pensionati o no, "emigrano" in Portogallo, mentre i portoghesi sognano di fare qualche soldo in Inghilterra), ma qui allarga l'obiettivo, che non è più focalizzato solo sulla comunità bengalese, ma a tutte quelle che stanno portando forza lavoro nel Regno Unito. E dimostra di conoscere bene non solo questo mondo, ma pure i cambiamenti epocali che la società britannica ha vissuto, e sta tutt'ora vivendo, non proprio senza traumi.
Scrittura dinamica, per lo più scorrevole, buon libro per un'autrice che, speriamo, continuerà a raccontarci il presente con notevole capacità di osservazione, come ha fatto fino a adesso.

20111205

blood and tears

Volevo dire qualcosa in merito alla manovra del nuovo governo. Mi viene in soccorso Massimo Giannini di Repubblica, che con la sua aria un po' antipatica, molto spesso ci azzecca in pieno.
L'articolo è questo. Lo condivido in pieno, io che sarò colpito sia perché avrei avuto 40 anni di contributi nel 2025, a 59 anni, e invece ne dovrò aspettare almeno altri due (se non tre, non ho capito bene se i 12/15 mesi di attesa rimangono oppure no) per andare in pensione (e lo so che sembra ridicolo che ci pensi io, ma fortunatamente non c'è una legge che me lo vieta), sia in quanto proprietario di una prima casa che viene considerata come seconda, perché, abitando nella casa dei miei genitori, rimasta vuota, quella di mia proprietà l'ho affittata (tutto regolare).

Si poteva fare di più e meglio, si doveva, e da un governo di eminenze grigie come questo, mi aspettavo, appunto, molta più equità. Peccato, perché ci speravo proprio, dopo anni di privilegi verso i più ricchi e le partite IVA (che, naturalmente, e se non ci credete tendete gli orecchi, si stanno già lamentando da giorni, dicendo che ci sono i comunisti al governo).
Caro SuperMario, hai ancora tempo, probabilmente. Cerca, nel tempo che ti resta, di fare qualcosa non di sinistra, ma almeno di centro. Da buon democristiano.

imperi caduti


Fallen Empires - Snow Patrol (2011)

Ci sono dischi e band che quando si ha il cuore spezzato, non si dovrebbero ascoltare. Gli Snow Patrol sono una di queste. Forse è per questo che, quando li sentii per la prima volta, non mi piacquero, al punto che inserii quel disco tra i peggiori dell'anno. Ma questa storia ve l'ho già raccontata.
Mi spingo oltre. Se le etichette musicali, i cosiddetti generi, fossero scientifici, non ci sarebbe niente di più emo della band irlandese del nord (ma con base a Glasgow). Perché, secondo me, è impossibile rimanere impassibili quando si ascoltano i loro pezzi.
Fallen Empires è un altro tassello nella loro rispettabile carriera, il sesto disco in studio. Come ebbi già a dire, la loro continuità di songwriting è qualcosa di invidiabile, anche se Gary Lightbody, voce, leader, unico componente rimasto della formazione originale, ed unico scrittore dei testi, sostiene di aver avuto ben tre volte il blocco dello scrittore, dal 2009 fino al completamento di questo disco.
La voce di Lightbody, appunto. Un dono, qualcosa di magico. Bellissima, mi emoziona ogni volta, e più i pezzi sono strappacuore, più mi emoziona, mi colpisce e mi stende. Nel complesso, gli si perdona (alla band) qualche episodio meno convincente, come The Symphony, forse un pochino pretenziosa. Massicce anche le iniezioni di elettronica (Called Out In The Dark), sfacciatamente semi-dance, ma che non arrivano mai alla ridondanza dell'ultimo Coldplay (ascoltate anche la title-track o Berlin: alla ricerca dell'anthem, ma riescono a rimanere sempre misurati e mai pacchiani); oppure vagamente post-dark (The Weight of Love), con risultati sorprendenti.
Certo, ci piacciono sempre di più quando scrivono pezzi per urlare la felicità sotto la pioggia (In The End), oppure quando, con la chitarra acustica o con il piano, provano ogni volta a scrivere la stessa canzone d'amore, ogni volta una variazione sul tema, affascinante: This Isn't Everything You Are, Lifening, o la straordinaria, straziante, profondamente emo-zionante New York.





20111204

cassettina 5 - ai tempi della crisi

E' sempre tempo di una cassettina.

Come Closer - Chickenfoot
Graveyard - Feist
Vessel - Zola Jesus
Friends And Lovers - Incubus
Puppet To The Man - Kurt Vile
Pay Me - Tom Waits
Sister - The Black Keys
Chemmie - Joan As Police Woman
New York - Snow Patrol
Can't Remember, Can't Forget - The Answer
February MMX - Ulver
Be Still My Love - Bush
Pressure And Time - Rival Sons
Year Of The Tiger - St. Vincent
Since You've Gone - Taking Back Sunday
Don't Play No Game That I Can't Win - Beastie Boys feat. Santigold
Holocene - Bon Iver
Butterfly Effect - Lamb
Hey Brother - Aloe Blacc
Walk You Down - Basia Bulat

Qui la cassettina precedente (naturalmente, il formato è da cd, invece), e i link di quelle ancora prima.

la strada

El camino - The Black Keys (2011)

Quasi fuori tempo massimo, ecco un disco che sicuramente entrerà nella (mia) top ten del 2011. Settimo disco in studio per il duo di Akron, Ohio, città che, ricordiamolo, dette i natali ai grandissimi Devo, ad un anno e mezzo circa di distanza dal precedente Brothers, che già era di livello eccelso, questo El camino è soprattutto un disco figo, fighissimo. Un disco divertente, ballabile, orecchiabile al massimo, dal sapore retrò come ogni cosa che fanno i Black Keys, bilanciato perfettamente tra blues, rock and roll, fine '60/inizio '70, soul.
Auerbach e Carney hanno poi il dono di saper scrivere pezzi semplici che ti acchiappano immediatamente. Prima ancora che finisca un pezzo, ti ha già conquistato. E, pure su questo disco, non c'è una canzone brutta, assolutamente impossibile da trovare. Per assurdo, il pezzo che gradisco meno è Little Black Submarines, una specie di ballad, che invece è piaciuta d'impatto a molti, mentre al contrario io ho trovato un po' stucchevole perché davvero troppo simile alla zeppeliniana Stairway to Heaven (e ammetto che non gradire un pezzo perché somiglia ad un altro che è tra le canzoni più belle mai scritte, è decisamente snob). Pezzi incredibilmente gradevoli come Gold On The Ceiling, Money Maker, Sister, Mind Eraser, lo spettacolare singolo Lonely Boy, sono pezzi senza tempo.
In attività da anni, The Black Keys, a me pare, sono riusciti là dove i Queens of the Stone Age hanno fallito: rendere moderno un sound datato, e scrivere dischi ascoltabili tutti d'un fiato, fatti di pezzi tutti ugualmente belli.
Disco spettacolare. Grande applauso.

20111203

una donna e un cane

Wendy and Lucy - di Kelly Reichardt (2008)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: che miseria ti c'è a giro dé

Stati Uniti d'America. Wendy è un giovane donna dell'Indiana che, con la sua auto ed il suo cane Lucy, sta viaggiando verso l'Alaska, in cerca di un lavoro e un futuro migliore. Ha un budget limitatissimo, dorme in macchina, si lava nei servizi delle stazioni di servizio, mangia scatolette, ma non fa mai mancare niente alla sua Lucy. Dopo aver attraversato longitudinalmente gli USA, prima di dirigersi verso nord, arriva in Oregon, in una piccola cittadina di provincia vicino a Portland, e la sua auto non parte più. I soldi scarseggiano, e di conseguenza viene arrestata per taccheggio in un minimarket. Quando, qualche giorno dopo, esce dal carcere, Lucy è scomparsa, e i soldi rimasti non gli bastano per far riparare l'auto.

Kelly Reichardt è una regista nativa di Miami, che fino a prima di vedere questo suo Wendy and Lucy non conoscevo minimamente, ma che mi pare quantomeno interessante. Così come il suo film precedente, Old Joy, anche questo è tratto da un racconto breve di Jon Raymond, scrittore di Portland che, insieme alla regista ne ha scritto anche la sceneggiatura; così come in Old Joy, anche se qui è confinato in una piccola parte, appare il cantautore Will Oldham, conosciuto anche come Bonnie Prince Billy.
Il film, girato con un budget molto ridotto, fa del minimalismo la sua forza, e racconta una storia di ordinaria indigenza con coraggio e un pizzico di poesia, lasciando trasparire le debolezze umane, così come una sensibilità che a volte può sembrare quasi stupida, ma che non mi sentirei di definire così.
Michelle Williams, scelta dalla regista pur con la preoccupazione che risultasse too pretty per la parte, non si è lavata i capelli, pulita le unghie, depilata le gambe, per l'intera durata delle riprese, e pare che abbia dormito in macchina per qualche notte per entrare nella parte. Ci è riuscita bene, e anche se non ce n'era bisogno, questo film è un ulteriore tassello in una carriera decisamente da sottolineare: è una delle attrici più brave e interessanti della sua generazione.
Il film è piuttosto deprimente, ma l'ho trovato particolarmente necessario in un momento nel quale tutti quanti dobbiamo rivedere le nostre priorità. Non è uscito in Italia, è brevissimo, e se vi capita dovreste dargli una possibilità.

20111202

camminare duramente

Walk Hard: la storia di Dewey Cox - di Jake Kasdan (2008)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ihihihihihihihihih

Dewford Randolph Cox nacque negli anni '40 nell'Alabama rurale, da una famiglia contadina. Il padre, duro e severo, non gli perdonò mai di aver accidentalmente causato la morte del fratello maggiore Nate, evento che causò al sopravvissuto la perdita dell'olfatto. Da questa morte, Dewford Randolph detto Dewey, prese la forza per affermarsi nel mondo. Andatosene di casa giovane, causa la disapprovazione di suo padre verso la sua passione musicale, insieme alla fidanzatina Edith, che presto sposerà e che gli darà diversi figli, si dà da fare lavorando come uomo delle pulizie in un night club, ma la sua passione musicale non si era spenta. Una sera gli si presenta l'occasione della vita: sostituisce il cantante della resident band, e stupisce tutti, lui, bianco, in un club esclusivamente frequentato da persone di colore. Parte da lì una carriera musicale che attraverserà gli ultimi 50 anni, durante la quale Dewey conoscerà, alla pari, i grandi della musica, ed influenzerà pesantemente la cultura pop mondiale.

Figlio dell'ottimo Lawrence Kasdan (Brivido caldo, Il grande freddo, Silverado, Turista per caso, Ti amerò... fino ad ammazzarti, Grand Canyon), Jake è evidentemente, oltre ad essere figlio d'arte in campo cinematografico, un grande appassionato di musica (basti guardare la colonna sonora del suo Orange County del 2002). E' persino sposato con una musicista. Avendo già da un po', un rapporto collaborativo con Judd Apatow, il boss in fatto di commedie statunitensi non stupide (almeno, non sempre), qualche anno fa ebbe questa intuizione: perché non fare il verso (prendendo in giro i moltissimi stereotipi, le esagerazioni, le santificazioni) ai tanti biopic sui grandi artisti musicali della storia recente, che, da sempre, inondano gli schermi dei cinema (Ray, Walk the Line - Quando l'amore brucia l'anima, The Doors, ma anche Yellow Submarine e via dicendo)?
Ecco quindi questo film, uscito un po' in sordina da noi alcuni anni fa, disgraziatamente senza troppa fortuna al botteghino anche negli USA, film che "fa il verso" ai veri biopic fin dalla locandina, che è una "copia" della celebre foto di Jim Morrison (chiamata confidenzialmente young lion), che, al contrario, è molto divertente, aiuta appunto a prendere meno sul serio certe biografie tendenti a creare leggende (in particolare è presa di mira Walk the Line e la figura di Johnny Cash, ma insomma, ce n'è per tutti), è pieno di buona musica, di gustosi camei da parte di attori e musicisti famosi, chi nei propri panni, chi nei panni di figure "storiche" (Jack White nei panni di Elvis, Paul Rudd, Jack Black, Justin Long e Jason Schwartzman nei panni dei quattro Beatles - spassosissimi -, Eddie Vedder, Jackson Browne, Jewel e Lyle Lovett nei panni di se stessi; nella versione unrated, che vi consiglio caldamente non solo per queste comparsate, ci sono anche, nei panni di se stessi, Patrick Duffy, Morgan Fairchild, Cheryl Ladd e Cheryl Tiegs - per inciso, queste ultime, tre quasi sessantenni in una forma spaventosamente invidiabile -), è ben diretto con dosati flashback e flashforward, ha un buon ritmo nonostante la durata (due ore nella versione unrated), e ci consegna una prova superba dell'altrettanto superbo John C. Reilly nei panni del protagonista, coadiuvato da un cast di contorno all'altezza, che, tra l'altro, sembra davvero divertirsi un mondo recitando.
Guardatelo.

20111201

venere

Venus - di Roger Michell (2006)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: per un ripeté sempre vello della fia, la potta risvellia l'interessi anco vando stai per tira' 'r carzino

Londra. Maurice e Ian sono due vecchi amici, entrambi ex attori, e si stanno avviando alla fine dei loro giorni. L'ultima novità è che Ian ha una nipote che sta per arrivare per dargli una mano, visto che lui sta diventando sempre meno autosufficiente. Dopo qualche giorno, Ian comincia a lamentarsi in maniera esagerata di Jessie, così si chiama la ragazza, che in realtà è stata buttata fuori di casa dalla madre. Maurice, curioso, incontra la ragazza, e ne rimane affascinato. Jessie è giovane, non bellissima, rozza, incolta, prepotente. Maurice ha un passato importante nel suo lavoro, è sempre mediamente famoso, ancora in attività, anche se per piccole parti, divorziato da anni da Valerie, con la quale conserva un bel rapporto, colto e, nonostante l'età e gli acciacchi, ancora al passo con i tempi. Nasce, tra i due, uno strano rapporto: adorazione, quasi, da parte di Maurice, sopportazione e quasi sfruttamento da parte di Jessie verso di lui.

Due riflessioni, per parlare di questo film. La prima, anche se un po' ripetitiva: non si capisce proprio come un film del genere non sia uscito in Italia. Lo dico perché è davvero un ottimo film. La seconda, Michell è un regista che, per il suo percorso, mi ricorda vagamente Soderbergh, nel senso che alterna film leggeri che, prevedibilmente, incontreranno successo al botteghino, a film duri, difficili, che affrontano temi a volte addirittura disturbanti (questo stesso Venus, come pure The Mother), davvero interessanti.
In questo caso, il valore aggiunto è la sceneggiatura, che viene nientemeno che da Hanif Kureishi, autore inglese che ha scritto cose egregie (anche per il cinema e per il teatro, partendo da My Beautiful Laundrette), e che salutariamente collabora con Michell, sempre con risultati invidiabili (il già citato The Mother, cominciarono la collaborazione con l'adattamento televisivo, da parte di Michell, del romanzo di debutto The Buddha of Suburbia). L'autore, in questo caso, ha ammesso che è stato ispirato da Diario di un vecchio pazzo di Junichiro Tanizaki.
Naturalmente, c'è un altro fattore che fa di questo film, un film da vedere: Maurice è interpretato da un Peter O'Toole straordinario.
Venus, detto tutto questo, è un film al tempo stesso divertente, tenero, amaro, perverso, disturbante, ma non potrebbe essere più vero. Un uomo che ha vissuto e che vorrebbe continuare a provare i piaceri (anche e soprattutto) fisici della vita, ma che vede disintegrare il suo corpo e lo accetta; una donna che si rende conto, seppure in ritardo, che quest'uomo non solo le può fare comodo, ma può farla crescere come persona.
Una bella Londra suburbana sullo sfondo, un'ottimo debutto di Jodie Whittaker (che poi abbiamo visto in St. Trinian's e Good) nella parte di Jessie, una piccola parte per la sempre splendida Vanessa Redgrave (Valerie), e un tocco british delizioso, soprattutto per quanto riguarda l'umorismo, anche macabro, che impregna tutto il film, film che non è mai tragico anche nei momenti più gravi. Una bella riflessione sul crepuscolo della vita, e, ripeto, una (ennesima) straordinaria intepretazione di un enorme talento: Peter "Lawrence d'Arabia" O'Toole. Davvero un peccato che non sia passato sui nostri schermi.

20111130

la grande fuga


The Great Escape of Leslie Magnafuzz - Radio Moscow (2011)

Può sembrare decisamente uno scherzo, un disco con un titolo del genere, ma non lo è. Terzo disco per la band, in origine una one-man band, formata dal "cervello" di Parker Griggs, polistrumentista malato di nostalgia per il rock che si suonava a cavallo della fine degli anni '60 e l'inizio dei '70, questo disco è una sorta di trip lisergico, una jam session di dodici pezzi. Non stupisce che siano stati fatti firmare per l'etichetta dei The Black Keys da Dan Auerbach stesso, dopo che li ha visti live: ci sono momenti in cui Jimi Hendrix incontra i Led Zeppelin, e via dicendo.
Una serie quasi interminabile di pezzi killer, sui quali, forse, spicca la centrale I Don't Need Nobody.
Da ascoltare senza porsi troppe domande, anche solo per far si che si materializzino gli stessi fantasmi che, suppongo, attraversino lo studio o il palco, mentre i Radio Moscow provano, registrano, o si esibiscono live. Nostalgico ma assolutamente coinvolgente.

20111129

sogno


Bimong - di Kim Ki-duk (2008)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: troppo compri'ato

Jin fa l'incisore, Ran è una sorta di stilista, cuce vestiti. I due non si conoscono. Entrambi soffrono per amore: lui ama ancora la donna che lo ha lasciato, lei tenta disperatamente di dimenticare il suo ultimo uomo. Le notti di Jin sono tormentate da sogni che non riesce a comprendere. Una situazione che si fa sempre più inquietante, finché, dopo l'ennesimo sogno in cui è causa di un incidente grave, Jin si rende conto che quello che ha sognato è realtà, e che una persona è morta veramente. La polizia sospetta di Ran, ma Jin prova a costituirsi, senza riuscire a convincere nessuno che lui è il colpevole. Poi, prova a convincere Ran, scoprendo che soffre di un sonnambulismo acuto, finché i due non realizzano che, in qualche maniera inconcepibile, lei vive quello che lui sogna, qualsiasi volta si addormenti. Ecco quindi che i due si coalizzano per non addormentarsi.

Sostengo ormai da tempo che il grandissimo regista coreano dovrebbe prendersi una pausa, che a lungo andare i suoi film mostrano segni di stanchezza, non entusiasmano come fino a qualche anno fa. Mai, però, avrei pensato che se la prendesse veramente per un fatto così grave (attenzione spoiler): Kim Ki-duk, dopo questo film, si è ritirato in montagna ed ha sospeso il suo lavoro a tempo indeterminato, perché l'attrice principale di Bimong, durante una scena nella quale tenta il suicidio, ha rischiato di morire. In realtà, dopo qualche anno (un paio) di inattività, ha girato il documentario Arirang, dove parla di questa sua crisi.

Fatta questa doverosa premessa, tentiamo di analizzare Bimong. Aggiungendo che, per chi dovesse vedere il film, che non è uscito in Italia, potrebbe essere interessante sapere che Jin (Joe Odagiri) parla giapponese, mentre il resto del cast, a partire da Ran (Lee Na-yeong, quella che ha rischiato di morire), recita in coreano. Stranezze (probabilmente solo una scelta per risparmiare, visto che effettivamente Joe Odagiri è giapponese) da maestri. Bimong sembra dividersi in due parti. La prima parte è grottesca, buffa, quasi divertente. Le situazioni sono ridicole, le recitazioni sopra le righe, i tentativi dei due protagonisti per non dormire inducono ilarità nello spettatore. Ma, insieme alle due abitazioni, veri e propri quadri d'autore, sono proprio questi tentativi, soprattutto quando Jin si "modifica" la faccia per tenersi gli occhi aperti, rendendosi simile ad una maschera teatrale, che trasmettono agli spettatori più attenti, una sorta di segnale: c'è di più, non siamo di fronte ad una commedia. Naturalmente, chi conosce il cinema del regista coreano lo sa, se lo aspetta. Il problema è che, se si escludono appunto i due particolari citati poc'anzi, ed il fatto, comune a molti film di Kim, che i due protagonisti all'inizio sono dei perfetti estranei, la prima parte è decisamente troppo ridicola.
Il finale, la seconda parte, è un alternarsi di scene madri, alcune indimenticabili (la scena nel campo di grano, tutto il finale col montaggio alternato), tecnicamente e concettualmente molto interessanti, momenti drammatici ed intensi, sublimazioni e catarsi finale. Aggiungiamo il particolare, notato dai recensori più attenti, che in questo film si parla molto di più che in tutti gli altri film di Kim.
E' difficile dare un giudizio. A me Bimong è parso troppo discontinuo, seppure potenzialmente interessante, cervellotico come sempre, e se nella seconda parte ho riconosciuto l'autore che ho amato in molti film del passato, nella prima ho stentato a ritrovarlo. Seconda parte da 4/5, prima parte da 2/5.
Visto che il film non è di facilissima reperibilità, lascio a voi la decisione. Se siete fans, provate a recuperarlo, anche perché potrebbe essere uno degli ultimi, chissà.

20111128

Técnicas de masturbación entre Batman y Robin

Tecniche di masturbazione fra Batman e Robin - di Efraim Medina Reyes (2002)

Sergio Lingualunga è uno scrittore colombiano fallito, nato a Città Immobile, circondato da amici nullafacenti e pesudo-artisti, oppresso da una madre che in fondo gli vuol bene, e dal suo nuovo compagno. Barcamenandosi tra amori, droghe, alcol, letteratura e musica, oltre al suo lavoro in un'agenzia pubblicitaria, decide di abbandonare Città Immobile per Bogotà, per cercare la pace dell'anima, forse. Si troverà peggio. Probabilmente.

Irriverente, sfrontato, sboccato, passionale, lo stile dello scrittore colombiano, nato a Cartagena de Indias (che lui chiama, non solo su questo libro, Città Immobile) è sorprendente e ambizioso. Diverte sempre, coinvolge a volte, a volte diventa talmente pirotecnico che rende difficoltosa la lettura. In questo libro, dove la storia del protagonista sembra a tratti fare da sfondo ad una selva di amici, amiche, conoscenti, parenti, vicini, sconosciuti, si diverte ad ironizzare ferocemente sui manuali di autostima e simili, inserendone alcuni dentro il libro stesso. Conclude addirittura con alcune lettere, inviate o ricevute, dal solito Sergio.
Non facilissimo da leggere, io almeno ci ho messo un po', nonostante la relativa brevità, e ho dovuto iniziarlo più volte, certo è che, anche se magari questo libro è meno scorrevole di altri suoi, la scrittura dell'autore colombiano (con un debole per l'Italia) è una di quelle che lasciano il segno, così come i suoi personaggi, disperati, arrapati, ubriaconi, tossici, maniacali, semi-pedofili, ma talmente bisognosi d'amore al punto di morirne, in alcuni casi.

20111127

maschiaccio

Tomboy - di Céline Sciamma (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: manfruitismo all'incovercio, coll'aggravante d'essé bimbetti

Laure è una bambina di 10 anni, che vive con i suoi giovani genitori e la sorella piccola Jeanne. La madre è incinta, il padre spesso fuori per lavoro, anche se in famiglia tutto sommato regna l'amore. All'inizio dell'estate, tutta la famiglia cambia casa, e Laure quindi è costretta a confrontarsi con nuovi vicini, a cercare nuovi amici. Laure è un maschiaccio (tomboy, all'inglese), porta i capelli corti e veste in maniera maschile. nell'indifferenza dei bambini del nuovo vicinato, viene notata da Lisa, una coetanea, che scambia Laure per un maschio. Laure agevola l'equivoco, e le dice di chiamarsi Michael: è così che Lisa la presenta agli altri amichetti, tutti maschi. Ne nasce quindi una finzione che, al momento in cui Lisa si invaghisce di Michael, porta a conseguenze spiacevoli e imbarazzanti.

Film secondo me un po' troppo esaltato dalla critica, questo Tomboy è il secondo lungometraggio della giovane regista francese dopo lo sconosciuto Naissance des pieuvres, e delinea (avendo letto la trama del debutto) un'interesse particolare, da parte appunto della regista, verso la scoperta della sessualità, qualsiasi essa sia, da parte dei giovani e, in questo caso, dei giovanissimi.
Il film è lodevole sotto diversi punti di vista. Le recitazioni, che si sa, quando si tratta di bambini, sono delicatissime, sono ottime e appaiono spontanee e credibili. Zoé Héran (Laure/Michael), Malonn Lévana (Jeanne) e Jeanne Disson (Lisa), sono davvero ammirevoli. Il budget pare sia stato basso, i tempi di ripresa limitatissimi. Certo, non è un capolavoro di tecnica, non ha una fotografia particolarmente esaltante, ma, vista l'atmosfera realista, va benissimo così. Il risultato è un film senza dubbio interessante e delicato, assolutamente non didascalico, anzi, tutto il contrario: può essere che qualcuno lo consideri un problema, altri no. Non c'è voce fuori campo, non ci sono spiegazioni, se si escludono quelle della madre in una delle ultime scene, e anche queste piuttosto sommarie.
Del tema si erano occupati a suo tempo Boys Don't Cry, americanissimo ma toccante, e il capolavoro assoluto (giudizio personalissimo) XXY, con un fascino e un'alchimia probabilmente irripetibile; Tomboy non è a quei livelli, ma merita un'occhiata.

20111126

terzo o secondo?



Chickenfoot III - Chickenfoot (2011)

Voglio caldeggiare, a tutti voi amanti del ruock, il nuovo disco dei Chickenfoot, il secondo, dopo un "esordio" (nel 2009) incoraggiante ma che lasciava intravedere ovviamente potenzialità enormi ancora da sfruttare. Ho messo esordio tra virgolette, perché una band che come età media fa segnare circa 57 anni, e nella quale il più giovane ha 50 anni e suona da un pezzo nei Red Hot Chili Peppers, dove due dei membri hanno fatto parte dei Van Halen, e il quarto uomo è un notissimo guitar hero, può suonare quantomeno ridicolo. Beh del resto è un supergruppo. Diciamo che sta per diventare l'attività principale pure per Chad Smith, visto che i RHCP sono ormai degli ectoplasmi.
AOR classicissimo, ovviamente con tastiere saggiamente dosate e abbastanza nascoste, perché l'accento va soprattutto sulla chitarra, musicisti con le palle esagonali (Sammy Hagar, voce e chitarra, Michael Anthony basso e cori - ex bassista storico dei Van Halen -, Smith appunto alla batteria, Joe Satriani alla chitarra), che però non si fanno le seghe sui manici degli strumenti o picchiano sodo sulle pelli senza strafare: prima la musica e le canzoni, poi il virtuosismo, ma mai fine a se stesso. Poi, a me la voce di Hagar è sempre sempre sempre piaciuta (e a livello compositivo è uno che sa il fatto suo). Tra l'altro, su questo disco ha lavorato un minimo sui testi, ce ne sono un paio quasi politici (Three and a Half Letters, non bella come canzone, ma ad ascoltarla mette i brividi anche a chi non sa perfettamente l'inglese).
La mia preferita è Come Closer, una ballad super classica con un assolo da vero Silver Surfer della chitarra.


Alzate il volume e mettete il gomito fuori dal finestrino. Thumbs up!

20111125

domande e risposte

L'amico Fab(b)io:
allora se hai tempo e non ti scasso la minchia mi fai i 10 album grunge da avere a tutti i costi?
Io:
1)Soundgarden - Bad Motorfinger


2)Soundgarden - Louder Than Love

3)Nirvana - Nevermind

4)Nirvana - Bleach

5)Temple of the Dog - Temple of the Dog

6)Mad Season - Above

7)Pearl Jam - Ten

8)Mudhoney - Superfuzz Bigmuff (nella versione con "Touch Me I'm Sick")

9)Alice In Chains - Dirt

10)Afghan Whigs - Gentlemen



Gli Screaming Trees son rimasti fuori, e sticazzi!*

*Alla romana


gorgo



Maelstrom - di Denis Villeneuve (2000)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popo' di rigirio



Un pesce, in attesa di essere fatto a pezzi, racconta una storia. Quebec, 1999. Bibiane Champagne ha 25 anni, un appartamento da urlo, nessun problema di soldi. Dirige un mini-franchising di tre negozi di abbigliamento, ma è sopraffatta dalla pressione, essendo la figlia di una celebrità, Flo Flabert. Si rifugia spesso nell'alcol e nelle droghe, uscendo tutte le sere, rifuggendo da legami duraturi. L'unico è quello che ha con l'amica Claire, di origini norvegesi. Una sera, mentre torna da una serata in condizioni al limite, complice il buio e la pioggia, con l'auto urta un operaio addetto alla lavorazione del pesce, Annstein Karson (anche lui di origini norvegesi), ma non si ferma a soccorrerlo. L'uomo, ferito a morte, si trascina fino al suo piccolo appartamento per morire in pace. Bibiane, in preda al panico e ai sensi di colpa, per cancellare le prove si getta in mare con l'auto, ma si salva. Si decide a continuare a vivere, ma non a confessare il suo presunto omicidio.
Casualmente, Bibiane incontra Evian, il figlio di Annstein; affascinata ed oppressa dal senso di colpa, che estrinseca in una strana maniera, si spaccia per una vicina di casa dell'anziano.

Secondo film del regista québécois, dopo l'invisibile Un 32 août sur terre del 1998, Maelstrom è un film acerbo ma interessante, che contiene i temi portanti della cinematografia di Villeneuve (temi soprattutto etici), e che, visto oggi, anticipa in parte il suo capolavoro Incendies. Grottesco e surreale, anticonformista come un Hal Hartley, per esempio nella scelta del pesce narrante, fa sorridere ma poi diventa agghiacciante quando si intuisce dove vuole andare a parare.



Non troppo fluido nella messa in scena, dimostra però potenziale, e intuito nella scelta quantomeno della protagonista: questo Maelstrom infatti, è il film che ha lanciato la splendida Marie-Josée Croze (qui Bibiane, e la vediamo come mamma l'ha fatta in una scena) verso una carriera fatta di grandi registi ed ottimi film: Atom Egoyan ed Ararat, Denys Arcand e Le invasioni barbariche, Steven Spielberg e Munich, Julian Schnabel e Lo scafandro e la farfalla. Si sono interessati a lei anche Woody Allen per Match Point e Steven Soderbergh per Solaris, film ai quali poi non ha partecipato.

20111124

the debt



Il debito – di John Madden (2011)



Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: un sa’ d’un granché

Tel Aviv, Israele, 1966. Tre agenti del Mossad, una donna e due uomini, Rachel Singer, David Peretz e Stephan Gold, tornano in patria dopo aver portato a termine una missione per la quale saranno venerati: hanno scovato ed ucciso Dieter Vogel, detto “il chirurgo di Birkenau”, un medico tedesco che, un po’ come Mengele, aveva praticato atrocità indicibili sugli ebrei internati in quel campo.
1997: Sara ha scritto un libro sull’operazione portata a termine dal commando del quale faceva parte la madre Rachel, e lo sta presentando al pubblico. Applausi: i tre agenti sono ancora idoli per gli israeliani.
Nel frattempo, un uomo dell’età di Rachel e Stephan si uccide sotto gli occhi di quest’ultimo. Ha qualcosa a che fare con lui. Chi era? E perché si è ucciso?

Avevo dei dubbi su questo film, che altro non è se non un remake di un film israeliano del 2007, dal titolo Ha-Hov (identico, “il debito”), e la sua visione me li ha confermati. E’ peraltro difficile spiegare il perché, in questi casi. Il plot è potenzialmente interessante: c’è la spy-story, i "postumi" dell’Olocausto, il senso di colpa (in questo caso, anche dei discendenti delle vittime, scoprirete il perché vedendo il film, se deciderete di farlo), colpi di scena fino alla fine, flashback e flashforward, attori bravi e belli, e, perché no, il fascino della Berlino divisa del tempo che fu. E’ quindi, così ragiono io, colpa del regista, se non riesce ad imprimere ritmo, se non riesce a far suo (essendo un remake, si può dire così), a rendere indimenticabile una storia potenzialmente interessante come questa.
Il film è infatti straordinariamente debole, senza nessun mordente, e soprattutto, un manipolo di bravi attori, come detto prima, rilascia una prova complessiva assolutamente da non ricordare. Avere a disposizione Helen Mirren (Rachel), Tom Wilkinson (Stephan), Ciarán Hinds (David), la splendida Jessica Chastain (Rachel da giovane), Marton Csokas (Stephan da giovane), Sam Worthington (David da giovane), e non riuscire a tirarne fuori una prova decente, è quantomeno sospetto. Meno male che c’è pure Jesper Christensen (Dieter Vogel alias Doktor Bernhardt), sempre su altissimi livelli (lo abbiamo visto pochi giorni fa in Melancholia – era Little Father -, e ve lo consiglio caldamente nella trilogia delle classi sociali di Per Fly – La panchina, L’eredità e Gli innocenti), l’unico che riesce a strappare emozioni in un film tanto piatto. Prossimamente vorrei anche rivedere Romi Aboulafia (Sara), viso interessante.
E’ vero che Madden fu nominato agli Oscar per Shakespeare In Love (e non vinse, anche se quel film prese sette statuette), ma non dimentichiamoci che è il regista di quel film indimenticabile perché bruttissimo, che rispondeva al titolo de Il mandolino del capitano Corelli…

20111123

dare per vivere

Parlando dei Chickenfoot ho rispolverato le perle della carriera di Sammy Hagar, in effetti molte. E mi sono ricordato che tanti anni fa questo pezzo mi faceva impazzire. Succede ancora oggi, ma solo adesso ho messo a fuoco il testo. Semplice, prevedibile, ma insomma, l'ennesima dimostrazione che spesso anche senza sapere di cosa parla una canzone, se questa ti si attacca addosso è perché sai già cosa dice. 1987, Give To Live (ne esiste anche una bellissima versione acustica nel live dei Van Halen Right Here, Right Now, con Sammy che rimaneva solo sul palco).

cimitero



Graveyard – Graveyard (2008)

Nel marasma delle uscite susseguenti all’estate, c’erano un sacco di dischi inutili, come forse vi ho già accennato. Spesso, quando si scrive di musica (o d'altro) per il gusto di scrivere e di dare il proprio parere, giusto per orientamento, si è portati a fare un po’ come il Mollica televisivo: non si ha voglia di scrivere di quello che ci fa cagare, a meno che non si abbia una folgorazione (tipo quella che ho avuto sul wc a proposito del disco nuovo dei Coldplay).
Ecco quindi che la ristampa del debutto degli svedesi che tanto ci (il plurale è perché so che sono piaciuti anche ad altri amici) sono piaciuti con il loro secondo disco, assume una certa importanza. Teoricamente.
Quando poi si passa alla pratica, cioè all’ascolto, l’importanza viene confermata, e questo conforta. Siamo sempre dalle parti di un certo hard rock di ispirazione seventies, proveniente dal blues con naturalezza, su una struttura che non disdegna dilatazioni che, a volte, più che lisergiche possono apparire come spruzzate progressive, chiaramente omaggianti i Pink Floyd.
Un (altro) disco dannatamente semplice, dannatamente bello, con un susseguirsi di pezzi che provocano un godimento immediato e perdurante.

20111122

le vedove del giovedì



Las viudas de los jueves – di Marcelo Piñeyro (2009)



Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ci stavano gobbi ‘n quer posto

Una mattina del 2001, nel country (in Argentina così si chiamano i quartieri privati, formati da abitazioni di lusso, immerse nel verde, e protetti dall’esterno da recinzioni sorvegliate) "Altos de la Cascada", nella piscina principale, vengono ritrovati tre cadaveri. Sono di altrettanti proprietari di case del quartiere, amici tra di loro. Un incidente? Forse. Fuori, intanto, il Paese si sgretola sotto i colpi della crisi economica. Un flashback ci riporta a qualche mese prima, quando Gustavo visita una delle case del complesso, guidato da Mavi, agente immobiliare che abita con la famiglia proprio nel country, e la acquista, senza dire niente alla mogliettina Carla, per farle una sorpresa. Comincia così un viaggio attraverso le vite delle quattro famiglie protagoniste.

Tratto dall’omonimo romanzo di Claudia Piñeiro (quasi omonima, perdonate la ripetizione, del regista), questo lavoro è l’ultimo (per adesso) film del regista argentino/spagnolo, del quale ho personalmente apprezzato Kamchatka, del 2001, ed il precedente El Método (2005), film del quale questo Las viudas de los jueves ricorda il meccanismo “ad orologeria”, tanto che non avendo fatto caso che il regista era lo stesso, pochi minuti prima del finale mi è venuto naturale fare il paragone.
E’ un buon film, a tutti i livelli. L’introduzione è dark e onirica, lo stacco verso il lunghissimo flashback che costituisce il corpo del film è spiazzante, ma comprensibile. I molti personaggi sono introdotti poco alla volta, e delineati piuttosto bene. Le interpretazioni apprezzabili, da parte dell’intero cast; bella fotografia, location elegante, e un crescendo drammatico che culmina con la riflessione “filosofica” a bordo piscina. Ho trovato estremamente interessante, in pratica, la scelta di descrivere il crollo dell’economia argentina attraverso uno degli ambienti più riservati e lussuosi (qualcosa di molto simile al barrio de La zona del messicano Plá), tramite personaggi di una certa cultura e di un certo ambiente, che, forse, si sgretolano più facilmente. Parallelamente, le dinamiche tra le famiglie di “amici”, costituiscono un’altra parte fondamentale del film, una parte che prosegue fino alla fine, illustrando perfettamente la pusillanimità di queste persone.
Come detto, davvero un buon film, che non è uscito in Italia.

20111121

bridesmaids


Le amiche della sposa - di Paul Feig (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: 'saosa poi siamo noi velli 'attivi...

La vita di Annie sta andando a rotoli. Ha perso il lavoro che le piaceva tanto (una pasticceria), un fidanzato, sua madre odia suo padre e vorrebbe che tornasse a vivere con lei, grazie a lei ha un lavoro, che però odia (commessa in una gioielleria). E' diffidente verso gli uomini, ha uno scopamico, Ted, che la usa continuamente, con lei che fa solo finta di non capirlo. L'amica Lilian è l'amica di sempre, quella con la quale ha condiviso tutto. Adesso sta per sposarsi. E si è fatta una nuova amica: Helen. Helen è bellissima, raffinatissima, sposatissima, ed ha un sacco di soldi. Già dal party di fidanzamento, si capisce che tra Annie ed Helen è in corso una guerra...

A volte ci si dovrebbe fidare del proprio istinto. Il mio mi diceva che questo film non era granché. Poi, qualche altra voce mi ha convinto a dargli un'occhiata. Sono rimasto del mio parere.
Esperto regista soprattutto di televisione comica, Feig si mette al servizio di Kristen Wiig (Annie), qui anche sceneggiatrice, stellina del Saturday Night Live, e soprattutto di Judd Apatow, qui produttore. A parte discutibili scelte finali (come dicevano giustamente i Green Day, Nice guys finish last, quindi non ce la menate con la scelta di Annie), lo sviluppo è tremendamente prevedibile, così come il finale tra le protagoniste. In mezzo, qualche buona battuta, qualche risata, e qualche volgarità di troppo, unita a diversi stereotipi.
Ci sarà sicuramente chi ci ha trovato qualcosa di più: spiacente, non ce l'ho fatta.
Maya Rudolph (Away We Go/American Life) è Lillian, Jon Hamm (Mad Men) è Ted, Rose Byrne (Coppa Volpi a Venezia nel 2000 per La dea del '67) è Helen. Le Wilson Philips (ve le ricordate?) in persona appaiono in un cameo nella parte di loro stesse.

20111120

horrible bosses


Come ammazzare il capo e vivere felici - di Seth Gordon (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: dé, a vorte ti verrebbe eh...

Los Angeles, California, oggi. Nick, Dale e Kurt sono tre amiconi da sempre, e ognuno si sta scontrando con un capo insopportabile. Nick lavora per una finanziaria, e lavora tantissimo, in attesa di una promozione che sarebbe più che meritata, ma che il suo capo, Dave Harken, usa come carota, schiavizzandolo a livelli assurdi, per poi assegnare quel ruolo a se stesso. Dale è igienista dentale, e lavora per la dottoressa Julia Harris, che lo molesta sessualmente in continuazione, forte anche di una denuncia pendente sulla fedina di Dale per reati di tipo sessuale. Kurt inizialmente sembra il più felice: fa il contabile in una piccola azienda chimica, ed è adorato dal suo capo Jack Pellitt, un anziano che fa di tutto per rendere la sua azienda eco-compatibile, ed ha destinato Kurt a succedergli. Ma, proprio il giorno in cui gli rivela questo informalmente, Jack ha un infarto e muore all'improvviso: l'azienda passa nelle mani viscide del figlio Bobby, un cocaino/sessuomane senza scrupoli e senza rispetto per nessuno. Qui la svolta: i tre, prima scherzando attorno a tre birre, cominciano seriamente a progettare di uccidere i loro capi. E si rivolgono ad un professionista. O, almeno, credono...

Divertente commedia statunitense, che si fa apprezzare da una parte per il cast, dove i non protagonisti sono di lusso, in parti curiosissime: cameo per Donald Sutherland, che indossa i panni di Jack Pellitt, spassosissimi Colin Farrell che interpreta un Bobby Pellitt panzuto, unto e con un riporto da pisciarsi addosso, un tamarro completo, Kevin Spacey è Dave Harken ed è come se trasponesse i suoi famosissimi personaggi cattivi (John Doe in Seven, Roger Kint in I soliti sospetti) in uno sprezzante executive, Jennifer Aniston che invece, forse per la prima volta, interpreta un personaggio negativo, l'erotomane dottoressa Harris, anche lei con risultati molto buffi, senza dimenticare Jamie Foxx nei panni di un divertentissimo Dean Motherfucker Jones (non ho idea di come lo abbiano tradotto nella versione italiana). Dall'altra, perché butta in caciara la crisi statunitense (e poi mondiale), con i ricatti sul lavoro e la comparsata del personaggio di Kenny Sommerfeld (P.J. Byrne), ex compagno dei tre protagonisti, ex manager della Lehman Brothers.
Non è certo un film socialmente e politicamente impegnato, intendiamoci, è una commedia, in molti tratti anche volgarotta, ma che appunto, conserva la barra dritta, un minimo di dignità, una buona scrittura, ottime recitazioni da commedia, buon ritmo, battute anche molto divertenti, soprattutto quelle delle citazioni cinefile sbagliate.
Bravi i protagonisti, il più conosciuto è Jason Bateman (Nick), gli altri due sono Jason Sudeikis (Kurt) e Charlie Day (Dale), che fa veramente ridere, nel cast ci sono anche Wendell Pierce (il "nostro" Antoine Batiste di Treme) nei panni del Detective Hagan, e la bella Julie Bowen (Claire Dunphy in Modern Family) nei panni di Rhonda, la moglie di Dave Harken.

20111119

madre


Stabat Mater - di Tiziano Scarpa (2008)

Nel corso del 1700, a Venezia, Cecilia, orfana, 16 anni, vive da quando la madre l'ha abbandonata, all'Ospitale della Pietà. E' una ragazza sveglia, dotata musicalmente (le orfane suonano gli archi o cantano, ed è don Giulio, un vecchio prete, che insegna e scrive musica per loro), che soffre enormemente di essere stata abbandonata. E' così che, anche a causa dell'insonnia, comincia ad appartarsi di notte, ed a scrivere lettere alla madre mai conosciuta. L'insofferenza di Cecilia si fa sempre più grande, ma non conoscendo niente del mondo, non ha neppure idea di come rimediare al suo stato d'animo.
Don Giulio, però, è troppo vecchio per continuare, e allora, all'Ospitale arriva don Antonio, che di cognome fa Vivaldi, a prendere il suo posto. Don Antonio ha metodi nuovi, quasi sconvolgenti, lascia che le allieve conoscano il mondo esterno, anche se pochissimo, scrive musica entusiasmante, che piace a chi la suona ma soprattutto a chi la ascolta, e capisce benissimo che Cecilia è la migliore.

Romanzo fanta-storico di Scarpa, da molti segnalatomi come uno dei migliori autori italiani (e del quale ho scelto questo libro, come suo primo per me), che coniuga così il suo amore per la sua città natale, e quello per la musica. E' il primo ad ammettere volontarie inesattezze storiche, nella nota conclusiva, e dà vita ad un romanzo secco, addirittura sincopato nella prima parte, dove la protagonista butta giù i suoi pensieri, soprattutto verso la madre, e nella seconda descrive un combattuto rapporto di odio e ammirazione verso don Antonio, creando una interessante disamina del lavoro di Vivaldi.
La scrittura, forse proprio perché secca, piena di dialoghi o di soliloqui della protagonista, e affascinante nella ricostruzione storica, ma non pienamente coinvolgente, almeno per quanto mi riguarda.

20111118

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 3

Ieri sera mi sono visto tutta l'intervista di Rubalcaba (candidato PSOE) su TVE. Prima di tutto, l'intervistatrice era la stessa dell'intervista di Rajoy, e purtroppo non sono riuscito a capire il nome, ma cribbio, e' fortissima. Incalzante, dritta al punto, brava davvero.
Rubalcaba, triste piu' di Rajoy, mi ha dato l'impressione di essere un po' Bersani. Idee molto piu' chiare del candidato PP, ma gia' rassegnato alla sconfitta. Ha sottolineato non so quante volte che il candidato contrapposto non dice quello che ha in mente. E questo, avevo gia' letto, e' un po' il ritornello di questa campagna elettorale. Poi ho beccato su una tv canaria anche un accesissimo dibattito tra candidato PP, quello del PSOE, e una signora candidata di un partito nazionalista canario, a quanto pare di destra, aggueritissima contro il candidato PP.
Vabe'.
A parte questo, oggi doveva essere nuvolosissimo, e invece sole a palla. Pero', non ci crederete, ho quasi malinconia. Di cosa non lo so. Forse basterebbe una bella partita di calcio alla tele, stasera. E invece niente.
Un'altra cosa pero' la voglio dire. Le ragioni che sostengono l'opposizione della Lega Nord al Governo Monti sono a dir poco ridicole. Ma non importava ve lo facessi notare io.
A presto.

antéchrista


Antichrista - di Amélie Nothomb (2004)

Bruxelles, Belgio. Blanche ha 16 anni ma va già all'università. E' una ragazza che deve ancora sbocciare, timida, introversa, non bellissima, ed ha un tremendo bisogno di essere integrata. Non parla con nessuno, figlia unica, i suoi genitori sono entrambe professori; lei compensa la sua mancanza di amicizie rifugiandosi nei libri, che le danno gioia.
All'università è affascinata da Christa. Non la invidia, la ammira, le piace, vorrebbe essere sua amica. La guarda, ma non ha ovviamente il coraggio di avvicinarla. Poi, un giorno, è Christa che va da lei. Viene da un paesino vicino al confine con la Germania, e ogni giorno si alza alle quattro per arrivare all'università. Le rivela che viene da un ambiente povero, e non si può permettere di alloggiare in città. Blanche, sconvolta dal fatto che una ragazza così brillante e così integrata le abbia rivolto la parola, chiede il permesso ai suoi genitori, e poi dice a Christa che, se le va, il lunedì sera può rimanere a dormire da lei. Christa accetta, ma da subito Blanche capisce che Christa non è proprio sua amica. E' la sua padrona. In breve, conquista entrambe i genitori, si impossessa del suo letto (Blanche è costretta a dormire su una brandina, in camera sua), rimane a dormire tutta la settimana, le rende la vita impossibile. Mente, in continuazione, ed ha in pugno i genitori di Blanche, che la adorano letteralmente.

Quando penso alla scrittrice belga, penso ad una versione intellettuale di Helena Bonham Carter. Scrittrice più che prolifica (pubblica un libro all'anno, per scelta), dotata di un sarcasmo notevole e di una marcia in più per le storie, in questo libro certo c'è una parte di autobiografia. Se leggete la sua breve scheda Wikipedia, capirete. Come sempre, il libro è breve, scorrevole ma non manca di profondità. Storia già sentita, vero, ma sviluppata con classe e con un finale destabilizzante, la scrittura della Nothomb ti cattura e, in questo caso, ti fa empatizzare immediatamente con la protagonista, Blanche, che sarà autrice non solo di una rivincita totale, quanto di una maturazione invidiabile. Ottimo, come sempre.

20111117

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 2

Sole timido, giornata di lettura. Anche dell'amato (sono stato abbonato per un paio d'anni) El Pais. Ecco alcune info sul mondo ispano-americano.

1) Giancarlo Santalmassi, qualcuno se lo ricordera', giornalista italiano, in un fondo su El Pais, a proposito del nostro nuovo Governo: "Un diplomatico agli Esteri (parlare con un ex Primo Ministro come Juppe richiede qualcosa in piu' che saper raccontare barzellette)."

2) Lula, ex Presidente brasiliano, si e' fatto fare barba e capelli dalla moglie Marisa. A zero. Perche' ha un cancro alla laringe, ed ha cominciato la chemio.

3) Domenica in Spagna si vota. Il PP, Partido Popular (centro destra, vi ricordate Aznar?), pare che vincera' in maniera schiacciante contro il successore di Zapatero, tale Rubalcaba. Il candidato del PP, Rajoy, gia' ieri sera intervistato ad un tg, mi aveva dato l'idea di essere uno che, alla fine, non dice niente. Oggi mi sono letto una incalzante (e lunghissima) intervista di Javier Moreno, sul giornale che ho citato prima, e l'impressione si conferma: un programma che piu' generico non si puo', una lunga serie di domande schivate, un grande nulla. E i cugini spagnoli lo voteranno in massa. Non voglio dire niente, ma potete immaginarvi il mio pensiero.

4) Forse vi ricorderete Carme Chacon, ministra della Difesa per Zapatero. Pare sia una dei candidati a succedere a Rubalcaba, sicuro perdente, alla testa del PSOE.

5) Introdotto il tema delle donne, ecco che proseguo con qualcosa di piu' triste. Ieri sera mi ha colpito, al tg (ai tg) spagnoli, la notizia dell'accertamento dell'assassino di tale Avellaneda Nunez, diciassettenne di origini dominicane, uccisa appunto dall'ex fidanzatino in un paesino nei pressi di Madrid. Mi ha colpito perche' l'accento non e' stato messo per niente sul fatto che provenisse da famiglia immigrata, bensi' sul fatto che sia la quattrocentesima e passa, vittima della violenza machista. Per chi non ha capito bene, vittima della violenza degli uomini sulle donne, in ambito domestico/familiare/amicale. Qui abbiamo ancora molto da imparare (dico, su come trattare le notizie).

6) Concludiamo con una notizia un po' piu' frivola. Parliamo di Mad Men, la serie. Anche in Spagna ne sono molto appassionati, e sul giornale di oggi ho trovato questa notiziola molto interessante per noi fans. Il creatore della serie, Matthew Weiner, si e' lasciato andare alcune ghiotte anticipazioni. Dopo lo iato lungo (quasi due anni, la prossima serie, la quinta, andra' in onda a marzo 2012, mentre la quarta ando' nel 2010), ci saranno altre tre serie. Il creatore sa gia' come finira', e lo ha rivelato: la serie terminera' nel 2011, con un Don Draper 84enne. Le prossime tre serie, dunque, ci riveleranno come Don ci arrivera'. Gia' come idea, la trovo giusta, totalmente in linea con la serie, e credo che se continuera' sui livelli ai quali ci ha abituati, saranno tre stagioni tutte da godere. Sto gia' godendo, a dire il vero.

Domani nuvoloso, e sabato e' previsto addirittura pioggia. Saranno giorni di riflessione, di lettura e televisione. Pero', se come l'altra sera, trovo Modern Family doppiato in spagnolo, cambio subito canale!

rikos ja rangaistus



Delitto e castigo – di Aki Kaurismaki (1983)



Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: fenomeno caurismachi dé

Leggera variazione sul tema, rispetto all’omonimo romanzo di Dostoevskij. Helsinki. Rahikainen, che lavora come operaio in un grande macello, uccide l’uomo che qualche anno prima, ubriaco, aveva investito e ucciso la sua fidanzata. Ma in realtà, non lo uccide per vendetta: lo uccide per noia, e sfida la polizia, l’ispettore Pennanen ed il detective Snellman, addirittura una testimone oculare dell’omicidio, Eeva, a trovare le prove, o a testimoniare. Invece, sia l’ispettore, incrollabile nel credere che prima o poi l’assassino crollerà in preda al senso di colpa, sia Eeva, legata da uno strano rapporto di attrazione all’assassino, convinta che deve essere lui stesso a consegnarsi alla giustizia, lasciano che sia Rahikainen a guidare il gioco. Si intromettono anche altri protagonisti nella vicenda, ma neppure questi saranno decisivi.

Film di debutto dell’ormai mitico regista finlandese, se si eccettua il documentario Saimaa-ilmio, su tre rock band finlandesi, e diviso alla regia col fratello Mika, questa personalissima (e liberissima) versione del classico russo, più che gettare le fondamenta, delinea i parametri del cinema di Aki Kaurismaki, perennemente in bilico tra la tragedia e la commedia, sempre con un occhio attento al sociale, senza dimenticare la filosofia e l’alcol. Perfino gli attori, compreso il micidiale (e compianto) Matti Pellonpaa, qui nei panni dell’amico e collega dell’assassino, Nikander, si adeguano già allo stile registico (e di direzione, quindi) dell’uomo che, pare, a proposito di questo film disse “Ho pensato di adattare un classico perché è piuttosto facile prendere e utilizzare un libro bell'e pronto. E ti lascia anche più tempo da passare al bar…”, ma anche “Hitchcock aveva raccontato a Truffaut, che se c'era un soggetto che mai avrebbe osato portare sullo schermo, questo era quello del complicato capolavoro di Dostoevskij. Ero giovane e convinto di provare il contrario ai vecchi. Poi, mi sono reso conto che Hitchcock aveva ragione”.
Minimalista e trendy, accompagnato da una colonna sonora quanto mai anticonformista, Kaurismaki dà l’avvio ad una carriera che non gli porterà certo la ricchezza e i grandi incassi al botteghino, ma di sicuro l’amore incondizionato dei cinefili, che, come nel mio caso, arriveranno addirittura a coniare neologismi e/o termini di paragone quali “faccia da Kaurismaki”, per intendere qualcuno che somigli, nei tratti, nell’atteggiamento e nell’abbigliamento, a uno degli attori dei film del finlandese. Qualsiasi cosa faccia è da vedere.
Spassoso e spiazzante, a tratti inquietante.

20111116

Spagna (Fuerteventura, Canarie) novembre 2011 - 1

Questa volta e' accaduto qualcosa prima che partissi: di solito succede qualcosa mentre sono via. A parte questo, non so perche' mi ero fatto l'idea, da alcuni racconti, che le isole Canarie, nonostante fossero politicamente spagnole (e geograficamente africane), fossero state "colonizzate" da orde d'inglesi. Invece, sono i tedeschi a farla da padrone. Anche qui.
Vi basti pensare che gli annunci di lavoro esposti fuori dagli esercizi commerciali recitano "si cerca commessa con conoscenza del tedesco". E quindi, oltre all'onta dello spread, subisco continuamente la beffa di sentirmi parlare in tedesco dai locali (come se avessi la faccia da tedesco).
La benzina qui costa 1,0 e qualcosa al litro. Ci credete? Credeteci. Ho noleggiato una Twingo, ovviamente mi hanno detto che c'era un quarto di serbatoio e invece era in riserva, e alla prima gasolinera ho digitato 30 euro, ma mentre rifornivo ho avuto paura che non c'entrasse tutta! I prezzi sono ridicoli, anche al supermercato, come forse saprete e' una zona franca.
Il mare e' bello, c'e' sempre vento come dice la leggenda, e purtroppo (ma comincio a pensare per fortuna) questa settimana sembra sia sempre un continuo di nubi che passano e vanno, e quindi bisogna stare al pezzo con un certo impegno per abbronzarsi. Pero' qualche risultato si vede. La televisione mi tiene aggiornato, ed oggi, poco fa, ho assistito al giuramento del nuovo governo. Vediamo come si muovera'.
Vi saluto, per il momento.