No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20121231

Lemale et ha'halal

La sposa promessa - di Rama Burshtein (2012)
Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Tel Aviv. Shira Mendelman appartiene, come la sua famiglia, alla comunità chassidica. Ha appena diciotto anni, ma come tutte le donne che appartengono a questa comunità, sa che il suo compito è sposarsi e procreare, e non vede l'ora. I matrimoni sono combinati dai genitori, con l'aiuto del capo rabbino, ed anche questa è una pratica che tutti accettano. Shira sbircia quello che dovrebbe essere il suo promesso sposo, con l'aiuto di sua madre Rivka, al supermercato. Ed è felice, felicissima. La sorella Esther è incinta di nove mesi, ed è sposata con Yohai. Tutte le ragazze single sono affrante, se non riescono a farsi combinare un matrimonio. Ma insomma, Shira è a posto. Poi, all'improvviso, Esther si sente male. E muore, dando alla luce il figlio Mordechai. La famiglia di Shira, così come quella di Yohai, piombano nel dolore. Ma la vita continua, e c'è il piccolo Mordechai da allevare. Dopo poche settimane, Rivka mette a fuoco il fatto che Yohai si sposerà di nuovo; e se, come si comincia a mormorare, si sposerà con un'ebrea che vive in Belgio, si porterà dietro Mordechai. E comincia a tessere la sua tela.

E' abbastanza impressionante l'esordio dell'israeliana, e chassidica (non so se si possa dire così, mi perdonerete nel caso) osservante, Rama Burshtein. La sposa promessa (il titolo inglese, che non sono sicuro sia la traduzione esatta di quello originale ebraico, Fill the Void, "riempire il vuoto", rende molto meglio l'idea) è un film che punta tutto sull'emozione dipinta e trasmessa dai volti, insistendo nei primi piani, ambientando il 95% delle scene in interni, lavorando su fuoco e sul fuori fuoco, "smarmellando" spesso la fotografia degli sfondi. E funziona perché i volti funzionano, non soltanto quello della protagonista Hadas Yaron, quasi alle prime armi, nei panni di Shira, e vincitrice della Coppa Volpi all'ultimo Festival di Venezia, ma anche quelli dei co-protagonisti quali della madre Rivka, interpretata da Irit Sheleg, vero personaggio che funge da burattinaio, e pure quello di Yohai, impersonato da Yiftach Klein. Seppure alcuni passaggi della sceneggiatura siano intuibili, e la messa in scena non favorisca il ritmo, il film, con un minimo di impegno, si lascia vedere, e si apprezza pure. Quel che lascia interdetti è il messaggio. Se, come alcuni critici hanno sostenuto, era un tentativo da parte della regista di illustrare dal di dentro la comunità ebraico-ortodossa, ci riesce si, ma di sicuro non riesce a farla apprezzare ad uno spettatore non ortodosso o laico. Anzi, personalmente ho ravvisato nelle "regole" imposte dal chassidismo, sconcertanti affinità con l'islam più becero e fondamentalista, misogino e maschilista in maniera inaccettabile. Come dire, non di certo una buona pubblicità.

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