
20100124
arresi

donna

Warmi - Magaly Solier
Un uomo solo

20100123
half a doctor

Nelle campagne dottori a metà
Una laurea breve per i medici di campagna: è la proposta che il ministero della sanità di Delhi sta vagliando per affrontare la carenza di personale sanitario nelle zone rurali. Solo tre anni e mezzo di studi per poter esercitare la professione in regioni remote dove normalmente i dottori si rifiutano di operare. Times of India scrive che “gli incentivi per spingere i medici a trasferirsi nelle zone rurali non hanno avuto successo e che per il governo sarà difficile raggiungere gli obiettivi previsti dal National rural health mission 2009. La laurea in medicina e chirurgia rurale sarà offerta dagli istituti delle regioni interessate a studenti che hanno completato la scuola dell’obbligo in città con non più di diecimila abitanti. Per loro potrebbe nascere anche un albo nazionale ad hoc”.
mondi a parte

Finisce The Black e salgono sul palco i Dead Meadow; loro mi colpiscono molto. Power trio stoner e predilezione per i pezzi dall’incedere lento, a parte l’imprescindibile riferimento blacksabbathiano, ricordano un po’ i Saint Vitus con una voce da brit-rock. Avrei scommesso che il cantante-chitarrista e il bassista fossero fratelli, e invece una ricerca mi dice di no. Forse a forza di frequentarsi hanno finito per somigliarsi.
Buona tecnica, set di quasi un’ora, quindi nonostante la bonta’, verso il finale comincio a pensare come Alex Drastico di Albanese (bravi motto bravi…poi dopo un po’….), e voglio i Trail of Dead.
Presenza costante sul palco anche un paio di tecnici, uno di spalle alle tastiere e ai sampler, più una specie di Bluto (vedi Braccio di Ferro cartoon) con gli occhiali alle accordature. Un altro tecnico appare e scompare più discretamente, e ritira soprattutto le chitarre.
Dopo il dittico iniziale c’è The Best, dove Conrad stecca (ad onor del vero il pezzo ha una parte vocale difficile), e si palesa l’unico problema del concerto, la voce di Conrad che ogni tanto sparisce, non si capisce se per via del microfono o per colpa sua, dopodiché cominciano gli ‘’scambi’’ tra lui e Jason.
Si mormorava prima del concerto che quello della sera prima a Milano era durato poco, questa sera si arriverà all’ora e venti piena. Più che sufficiente per un concerto dalla rara intensità sonica ed emotiva. L’impatto sonoro è davvero devastante, la sezione ritmica ha l’imponenza di un tempio romano, le chitarre tagliano e quasi riescono a dipingere l’inquietudine dei tempi moderni. Il cantanto, più punk quello di Jason, aggiunge la giusta dose di rabbia al tutto, le strutture delle canzoni disegnano uno stile complesso senza dilatare i tempi. La cifra personale è altissima, e il valore aggiunto della prestazione live dei T.o.D. è la potenza dell’impatto, cosa che li rende davvero unici.
Oltre a diversi estratti da Worlds Apart (superba e trascinante The Rest Will Follow), non mancano pezzi da Source Tags & Codes (piccoli grandi classici come Another Morning Stoner e Relative Ways) e da Madonna.
Da sottolineare quanto si divertono i ragazzi sul palco, veramente tanto.
Si chiude con Conrad che chiede di accendere le luci prima degli ultimi encore, per poter vedere le facce di quelli che riempivano il fucking concrete bunker (così aveva definito il locale poco prima), con Neil che scappa dal palco e lancia una lattina, mezza piena, di birra, addosso a quelli rimasti sopra, e con Jason che mentre si smonta il palco continua a suonare la batteria accompagnando i nastri di sottofondo.
20100122
perchè margherita...

addobbi invernali

The Damned United

20100121
presidente

pulsanti

rappresentazione
2154: sul pianeta Terra, tra le altre cose, è sparito il verde. Jake Sully è un giovane ex marine sulla sedia a rotelle; suo fratello gemello Tom, uno scienziato che lavorava ad un progetto complesso, è morto; la multinazionale per la quale lavorava gli propone di sostituirlo, visto che il progetto è costosissimo e lui è geneticamente compatibile. Jake accetta. Il progetto affianca quello "finale", della stessa multinazionale, che è presente in forze su Pandora, un pianeta lussureggiante, satellite di Polyphemus, dove esistono addirittura montagne sospese in aria, per sfruttare un enorme giacimento di un minerale che potrebbe risolvere la crisi energetica una volta per tutte: l'unobtanium. Jake, nonostante il suo handicap, ha ancora un animo guerriero, ed è dubbioso sulla sua missione. Si tratta, infatti, di comandare altri corpi, denominati avatar, "costruiti" incrociando il DNA umano con quello dei nativi di Pandora, i Na'vi. L'atmosfera di Pandora, infatti, è tossica per gli umani, e i Na'vi "ostruiscono" il progetto della multinazionale; c'è anche un esercito privato, che non vede l'ora di usare la forza, ma per conservare una parvenza di politically correctness, il programma avatar, guidato dall'idealista dottoressa Augustine, sta tentando di far fraternizzare questi corpi comandati da umani con i Na'vi, in modo da trattare il loro "sgombero" pacificamente. Jake, mentre prende velocemente dimestichezza col suo avatar, provando nuovamente sensazioni ormai dimenticate (correre, camminare, muoversi liberamente), viene incaricato dal comandante dell'esercito privato, il colonnello Quaritch, di raccogliere più informazioni possibili sul territorio e sui Na'vi stessi, per preparare un più che probabile attacco: in pratica, un doppio-doppiogioco. Quando Jake, a causa della sua stessa spavalderia, rimane isolato per una notte intera nella foresta di Pandora col suo avatar, e sta per soccombere ad un agguato di un branco di animali feroci, una bellissima donna Na'vi, Neytiri, lo salva. Jake le dimostra riconoscenza, anche se inizialmente Neytiri non vuole saperne di fraternizzare con lui, ma entrambi ancora non sanno che ormai i loro destini sono irrimediabilmente segnati...
20100120
ricordate gran torino?

perseguitati nel loro paese e pagano le conseguenze di una questione mai risolta
dall’esercito tailandese contro il Laos comunista. Thailandia, Stati Uniti e governo laotiano non hanno ancora trovato una soluzione alla questione dei hmong disseminati in giro per il mondo, uno dei tristi retaggi della guerra fredda. Il problema non riguarda solo qualche gruppo tribale confinato su remote vette montane, come pensa la maggior parte dei tailandesi. E ridurre il problema a una semplice questione bilaterale con il Laos, come ha fatto il viceprimo ministro
tailandese Suthep Thaugsuban, non ha senso. I telegiornali tailandesi non hanno parlato della crescente preoccupazione delle Nazioni Unite, del governo di Washington e dell’Unione europea per il rimpatrio forzato dei hmong. Né hanno parlato del fatto che l’agenzia dell’Onu per i rifugiati ha concesso a 158 hmong, detenuti in un campo profughi a Nong Khai, in Thailandia, lo status
di “persone bisognose di protezione”; né di come le autorità tailandesi hanno ostacolato il trasferimento di queste persone in un altro paese. E non hanno detto nemmeno che l’esercito tailandese, durante le procedure di schedatura, ha identificato circa 500 persone che hanno legami di parentela con uomini che, addestrati dai militari tailandesi, combatterono nella guerra segreta contro i comunisti finanziata dalla Cia.
Quale soluzione?
Sembra che manchi la volontà politica di trovare una soluzione. I protagonisti della vicenda restano ostaggi di una mentalità da guerra fredda e continuano a tenere segrete le loro intenzioni. Nessuno vuole riconoscere che c’è ancora una manciata di guerriglieri hmong che si nasconde nella giungla per liberare il Laos dai comunisti. Anche se ufficialmente non danno peso alla questione, alcuni membri del governo di Vientiane sono convinti che questo esercito sia armato dai militari tailandesi con il sostegno dei hmong che vivono in esilio. Ma se davvero le parti in causa non hanno nulla da nascondere, dovrebbero risolvere la situazione una volta per tutte. Possono cominciare con il gestire il problema tutti insieme e accertare l’identità di quelli che discendono realmente dai guerriglieri hmong arruolati dalla Cia. Per il momento solo le autorità tailandesi stanno facendo una schedatura, sollevando tra la comunità internazionale più interrogativi che risposte. Una presenza delle Nazioni Unite darebbe maggiore credibilità all’operazione, perciò bisognerebbe coinvolgere rappresentanti dell’Onu e altre personalità internazionali, come il generale Vang Pao, il leader hmong in esilio che ha dichiarato di voler tornare nella sua terra d’origine. È buffo come l’esercito tailandese, che insiste nel classificare i hmong come semplici immigrati irregolari, abbia “dimenticato” di aver avuto un ruolo nel conflitto in Laos.
cibo per l'anima 2

Soul Kitchen è uno sgangherato ristorante aperto da Zinos, un tedesco di origini greche interpretato dal bravissimo Adam Bousdoukos, in un vecchio capannone industriale di Wilhelmburg, un quartiere di Amburgo dove sta nascendo un’interessante scena artistica. Pizza,
salsicce, patatine fritte e pasta non sono il massimo, ma i clienti del locale, in gran parte immigrati o tedeschi di origine straniera, sono tenuti insieme dalla musica, onnipresente nel ilm, un crossover di soul, funk, rembetiko, hip-hop. In questo ipnotico susseguirsi di generi si alternano le vicende dei diversi personaggi, compresa la tribolata storia d’amore di Zinos. Ebbene, devo confessare di essermi fatto prendere dal film al punto di sentirmi uno dei clienti di Soul Kitchen, come se quel ristorante fosse la mia seconda casa. Una cosa inopportuna per un critico cinematografico: i miei colleghi mi hanno sempre detto che si perde un po’ di credibilità se non si trova almeno un aspetto negativo in un film. Anche una piccola cosa può bastare.
Allora, vediamo, ci provo... Be’, che devo dire? Non mi viene niente. Mi dispiace.
20100119
craxonetto

l'amore ci avvicina

i conti col passato

La prima cosa bella - di Paolo Virzì 2010
20100118
Imagerie par Résonance Magnétique

cibo per l'anima

20100117
invento ninnananne
nel paese delle creature selvagge

The Lake House

20100116
El corazón helado

amatore/dilettante

20100115
contro chi?

amorosa solitudine

20100114
nobel

Quattro Nobel non meritati
Barack Obama, il quarto presidente statunitense a vincere il premio Nobel per la pace, continua come i suoi predecessori a promuovere la convivenza pacifica. A patto che non danneggi gli interessi degli Stati Uniti. Tutti e quattro questi presidenti hanno lasciato la loro impronta sull’America Latina. Visto l’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti delle elezioni in Honduras del novembre 2009, forse vale la pena di ricordare alcuni fatti.
Theodore Roosevelt. Durante il suo secondo mandato presidenziale (1904-1908) Roosevelt dichiarò: “Negli ultimi quattro secoli, l’espansione dei popoli di razza bianca, o europea, ha recato beneficio alla maggior parte delle popolazioni che abitavano le terre in cui quest’espansione è avvenuta”. Era perciò “inevitabile per il bene dell’umanità nel suo complesso che il popolo statunitense estromettesse i messicani” conquistando metà del Messico ed era “fuori questione
aspettarsi che i texani si sottomettessero al dominio di una razza più debole”. Naturalmente,
anche l’uso della diplomazia delle cannoniere per sottrarre Panama alla Colombia e costruire il canale fu un dono all’umanità.
Woodrow Wilson. Wilson è il più rispettato dei presidenti che hanno ricevuto il Nobel per la pace e forse è quello che ha danneggiato di più l’America Latina. L’invasione di Haiti nel 1915
provocò la morte di migliaia di persone e lasciò il paese in rovina. Per dimostrare il suo amore per la democrazia, Wilson ordinò ai marines di sciogliere il parlamento haitiano perché non aveva approvato la legislazione che avrebbe permesso alle aziende americane di comprarsi tutto il paese. Wilson invase anche la Repubblica Dominicana “per garantire la sua sicurezza”. Entrambi
i paesi rimasero per decenni sotto feroci dittature, eredità dell’“idealismo wilsoniano”, uno dei princìpi fondamentali della politica estera statunitense.
Jimmy Carter. Per il presidente Carter (1977-1981), i diritti umani erano “l’anima della nostra politica estera”. Robert Pastor, il suo consulente per la sicurezza nazionale in America Latina, spiegò l’importante distinzione tra difesa dei diritti umani e politica reale: purtroppo l’amministrazione aveva dovuto appoggiare il regime del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua e aveva finanziato la sua guardia nazionale addestrata dagli Stati Uniti, anche dopo che aveva massacrato 40mila persone “con una brutalità che di solito un paese riserva ai suoi nemici”. Per Pastor, “gli Stati Uniti non volevano controllare il Nicaragua, ma non volevano
Barack Obama. Il presidente ha allontanato gli Stati Uniti da quasi tutta l’America Latina e dall’Europa riconoscendo il colpo di stato militare che l’estate scorsa ha rovesciato il governo democratico dell’Honduras. “Quel golpe riletteva enormi divisioni politiche e socioeconomiche”,
ha scritto il New York Times. Il presidente Manuel Zelaya stava diventando una minaccia
per quella che la “piccola borghesia” chiamava la “democrazia”, cioè il predominio delle “imprese e delle forze politiche più potenti del paese”. Zelaya stava proponendo misure pericolose come l’aumento dei salari in un paese in cui il 60 per cento della popolazione vive in povertà. Doveva andarsene. A novembre solo gli Stati Uniti e pochi altri hanno riconosciuto le elezioni vinte da Pepe Lobo e gestite dai militari: “Un grande trionfo della democrazia”, secondo l’ambasciatore di Obama Hugo Llorens. Così Washington ha potuto mantenere l’uso della base aerea di Palmerola, particolarmente preziosa da quando i militari americani sono stati costretti a ritirarsi da quasi tutta l’America Latina. Dopo le elezioni, Lewis Anselem, rappresentante di Obama all’Organizzazione degli stati americani, ha consigliato agli stati sudamericani di riconoscere il golpe “nel mondo reale, e non in quello del realismo magico”. Dati gli stretti rapporti tra il Pentagono e l’esercito dell’Honduras, e l’enorme influenza economica che gli Stati Uniti hanno sul paese, sarebbe stato facile per Obama schierarsi con i paesi europei e latinoamericani a fianco della democrazia hondureña. Ma Obama ha preferito seguire la solita linea statunitense. Lo storico britannico Gordon Connell-Smith ha scritto una volta: “Anche se fingono di incoraggiare la democrazia in America Latina, gli Stati Uniti sono interessati al suo opposto”, fatta eccezione per la “democrazia procedurale, cioè le elezioni, che troppo spesso si sono rivelate una farsa”.
La vera democrazia soddisfa i bisogni della popolazione, mentre “gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto di creare le condizioni favorevoli per i loro investimenti”. Ci vuole una buona dose di “ignoranza intenzionale” per non accorgersene. E questa cecità dev’essere preservata a tutti i costi se si vuole che le cose continuino così, sempre per il bene dell’umanità, come Obama ci ha ricordato nel suo discorso per il Nobel.
serenata di mezzanotte (all'anima)

due sulla strada

20100113
fratelli

L’elicottero sul quale sta volando Sam, alcuni giorni dopo il suo arrivo in Afghanistan, viene abbattuto. Viene dato per morto, insieme agli altri che erano con lui. Tommy si avvicina molto a quel che rimane della famigliola, e a poco a poco riporta l’equilibrio, migliorando lui stesso come persona; si fa ben volere dalle bambine, finisce di sistemare la cucina in casa, instaura un rapporto complice con Grace, rapporto casto escluso un bacio in un momento di difficoltà, sbandata subito rintuzzata da entrambi in maniera adulta.
Nel frattempo, Sam non è morto, ma sta vivendo un inferno, viene tenuto prigioniero e, per sopravvivere, supera una prova che lo segnerà per sempre.
Viene liberato, e torna; oltre ai problemi psicologici che si porta dietro, inizia a sospettare una tresca tra Tommy e Grace. L’equilibrio si spezza, forse per sempre.
