No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20100124

arresi






Ormai si sono arresi tutti. Qui troverete un articolo da Il Riformista dove Piero Sansonetti loda Silvio Berlusconi.

donna


Warmi - Magaly Solier

Capisco che la musica andina possa risultare insopportabile: anch'io non è che la ascolti di continuo, anzi. Però il personaggio di Magaly Solier, peruviana "scoperta" con il film Il canto di Paloma, e che ha confermato la particolarità con il precedente Madeinusa, mi ha spinto ad ascoltare questo suo per adesso unico album Warmi, che in lingua quechua significa donna.
Cantato in parte in castigliano (spagnolo), in parte in quechua, composto interamente dalla stessa Solier, che in patria è soprannominata Principessa Inca, ha il suo fascino, folkloristico quanto volete, ma ce l'ha. La voce di Magaly, per chi non avesse visto nessuno dei due film citati poco fa, è sottile e altissima, molto particolare, a volte bambinesca. Il disco risulta a volte anche troppo arrangiato, tanto da far rimpiangere i pezzi cantati a cappella come nei film, ma la potenza suggestiva e cristallina della voce rimane intatta.
La mia preferita è Guitarra Yuyariptiy, e, seppur ancora bella, Por qué me miras asì (ascoltata in Madeinusa) la preferivo a capella.
Come dicevano i Monty Python, "...qualcosa di completamente diverso".

Un uomo solo


A Single Man - di Tom Ford 2010


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: bello eh, maddé, a un certo punto ti vien vollia di spingilo da tanto va piano



Venerdì 30 novembre 1962, Los Angeles. Il professor George Falconer si sveglia con la voglia di mettere fine alla sua vita una volta per tutte. Sono passati otto mesi dall'improvvisa morte del suo compagno Jim, con il quale condivideva una vita agiata e piena d'amore, ed ogni giorno che passa, George si convince che senza Jim, la sua vita non ha più significato.

Uomo preciso, meticoloso, impeccabile, si prepara mettendo nella sua valigetta una pistola, per ricordarsi di comprare i proiettili: gli serviranno più tardi. Prima deve andare a lavoro, nella scuola dove insegna, più tardi ancora a cena da Charlotte, l'amica di una vita, ed è addirittura costretto a declinare l'invito dei vicini, gli Strunk, per un cocktail.

Deve ricordarsi inoltre di preparare tutto per "andarsene" senza lasciare niente in sospeso. Ma la giornata gli riserverà alcune sorprese, tra un ricordo e l'altro...


Debutto alla regia per Tom Ford, ex Creative Director di Gucci e vero Re Mida della moda, che da vero eclettico si tuffa nel cinema da regista, produttore e co-sceneggiatore, dirigendo questo A Single Man, tratto dall'omonimo romanzo di Christopher Isherwood (dedicato a Gore Vidal) del 1964, romanzo del quale Ford comprò i diritti già nel 2007.

Gay dichiarato e persona affermata, Ford prende un romanzo considerato una pietra miliare della letteratura gay, e ne fa un film non solo gay. Questo è uno dei tanti pregi di questo suo debutto: un film d'amore, di sofferenza, che fotografa un momento storico importantissimo (un mese dopo la crisi dei missili di Cuba) con tutto quello che ne conseguì, vista da una sorta di "osservatorio" omosessuale, ma calato nella realtà americana che cominciava a prendere coscienza del fatto che l'american style non era proprio il paradiso in terra, anzi.

Film dai ritmi lenti (a volte veramente troppo), levigato fino all'ossessione, perfetto nelle inquadrature, nei movimenti di macchina, eccede forse nei ralenti e in qualche eccesso di gaytudine, varia la fotografia rimanendo sui toni tenui ma desaturandola quando il protagonista è a single man, stilosissimo sia negli interni (molti) che negli esterni (pochi), si avvale di una colonna sonora in prevalenza classica, ma con un paio di hit dell'epoca (fra cui la meravigliosa versione di Stormy Weather eseguita da Etta James), e racconta questa giornata nella vita del professor Falconer, in bilico tra una vita senza significato e la morte per revolverata. Straordinari gli interpreti, ottimamente diretti da Ford, tutti, anche quelli marginali.

Meritata la Coppa Volpi a Firth. Un paio di riferimenti a Mad Men, e i favolosi trivia di imdb.com ci fanno scoprire che Jon Hamm (Don Draper in Mad Men) "appare" in un cameo vocale: nella versione originale, è sua la voce che, proprio all'inizio del film, chiama il professor Falconer per comunicargli la morte del suo compagno.

Una storia che immediatamente lascia sorpresi e spiazzati, ma che in seguito porta lo spettatore alla riflessione.

Un ottimo debutto.

20100123

half a doctor




Da Internazionale nr.828; se siete dottori laureati e amate l'India, magari vi prendono.




INDIA
Nelle campagne dottori a metà
Una laurea breve per i medici di campagna: è la proposta che il ministero della sanità di Delhi sta vagliando per affrontare la carenza di personale sanitario nelle zone rurali. Solo tre anni e mezzo di studi per poter esercitare la professione in regioni remote dove normalmente i dottori si rifiutano di operare. Times of India scrive che “gli incentivi per spingere i medici a trasferirsi nelle zone rurali non hanno avuto successo e che per il governo sarà difficile raggiungere gli obiettivi previsti dal National rural health mission 2009. La laurea in medicina e chirurgia rurale sarà offerta dagli istituti delle regioni interessate a studenti che hanno completato la scuola dell’obbligo in città con non più di diecimila abitanti. Per loro potrebbe nascere anche un albo nazionale ad hoc”.

mondi a parte


…And You Will Know Us by the Trail of Dead + Dead Meadow + The Black, 11/03/2005, Bologna, Il Covo

Sono molto curioso di vedere dal vivo i Trail of Dead, tanto che mi sento un po’ in colpa per non averlo fatto prima. Forse è per questo che dopo 10 minuti di The Black, cantautore chitarra acustica e voce per una manciata di canzoni malinconiche, divento gia’ insofferente.
Finisce The Black e salgono sul palco i Dead Meadow; loro mi colpiscono molto. Power trio stoner e predilezione per i pezzi dall’incedere lento, a parte l’imprescindibile riferimento blacksabbathiano, ricordano un po’ i Saint Vitus con una voce da brit-rock. Avrei scommesso che il cantante-chitarrista e il bassista fossero fratelli, e invece una ricerca mi dice di no. Forse a forza di frequentarsi hanno finito per somigliarsi.
Buona tecnica, set di quasi un’ora, quindi nonostante la bonta’, verso il finale comincio a pensare come Alex Drastico di Albanese (bravi motto bravi…poi dopo un po’….), e voglio i Trail of Dead.

23,37, siamo pronti e si parte con l’accoppiata che apre l’ottimo e già sottovalutato Worlds Apart: Ode To Isis e la martellante Will You Smile Again?, che mette già in chiaro a quale tipo di concerto e di prestazione assisteremo. Due batterie sul piccolo palco, un aiuto, limitato, alle tastiere (che saranno suonate da un collaboratore, da Jason e da Conrad), il chitarrista Kevin, calvizie incipiente e occhiali da nerd, defilato sulla sinistra quasi dietro all’amplificazione, il bassista Neil, lungo e dinoccolato, spavaldo e scatenato, scherza con tutti e ogni tanto si dimentica di fare i cori; il batterista aggiunto Doni non si muove dalla batteria di destra e contribuisce pesantemente alla grandiosità sonora della sezione ritmica, parte fondamentale del suono T.o.D.; Conrad, che in prevalenza occupa lo spazio al centro del palco, si alterna alla batteria e alla voce con Jason (e alla batteria va anche lui alla grande), quest'ultimo una vera e propria forza della natura, fisico da culturista tarchiato, spacca le pelli e i piatti della batteria di sinistra, e in alternativa canta sobillando letteralmente il pubblico che gremisce il Covo, e suona anche la chitarra, onestamente in maniera non trascendentale (sarebbe davvero chiedere troppo!).
Presenza costante sul palco anche un paio di tecnici, uno di spalle alle tastiere e ai sampler, più una specie di Bluto (vedi Braccio di Ferro cartoon) con gli occhiali alle accordature. Un altro tecnico appare e scompare più discretamente, e ritira soprattutto le chitarre.
Dopo il dittico iniziale c’è The Best, dove Conrad stecca (ad onor del vero il pezzo ha una parte vocale difficile), e si palesa l’unico problema del concerto, la voce di Conrad che ogni tanto sparisce, non si capisce se per via del microfono o per colpa sua, dopodiché cominciano gli ‘’scambi’’ tra lui e Jason.
Si mormorava prima del concerto che quello della sera prima a Milano era durato poco, questa sera si arriverà all’ora e venti piena. Più che sufficiente per un concerto dalla rara intensità sonica ed emotiva. L’impatto sonoro è davvero devastante, la sezione ritmica ha l’imponenza di un tempio romano, le chitarre tagliano e quasi riescono a dipingere l’inquietudine dei tempi moderni. Il cantanto, più punk quello di Jason, aggiunge la giusta dose di rabbia al tutto, le strutture delle canzoni disegnano uno stile complesso senza dilatare i tempi. La cifra personale è altissima, e il valore aggiunto della prestazione live dei T.o.D. è la potenza dell’impatto, cosa che li rende davvero unici.
Oltre a diversi estratti da Worlds Apart (superba e trascinante The Rest Will Follow), non mancano pezzi da Source Tags & Codes (piccoli grandi classici come Another Morning Stoner e Relative Ways) e da Madonna.
Da sottolineare quanto si divertono i ragazzi sul palco, veramente tanto.
Si chiude con Conrad che chiede di accendere le luci prima degli ultimi encore, per poter vedere le facce di quelli che riempivano il fucking concrete bunker (così aveva definito il locale poco prima), con Neil che scappa dal palco e lancia una lattina, mezza piena, di birra, addosso a quelli rimasti sopra, e con Jason che mentre si smonta il palco continua a suonare la batteria accompagnando i nastri di sottofondo.

Se riusciranno a farsi capire, avranno un luminoso futuro.

20100122

perchè margherita...


Stasera, pochi minuti fa, a Otto e mezzo su La 7. Lilli Gruber domanda a Margherita Hack che consigli ha da dare, se li ha, a Fini, a Bersani e a Berlusconi. Tralascio i primi due, benevoli. A Berlusconi, la Hack dice (riassumo):


"Si levi dai piedi dalla politica italiana! Torni a fare il palazzinaro, o quello che faceva prima. E' stato un pessimo esempio di morale politica".


Più chiara di così....

f.t.p.





Ma va?

addobbi invernali


Midwinter Graces - Tori Amos


Come spesso capita, un album di cover, o qualcosa del genere, può essere rigenerante per artisti un po' a corto di fiato. E' proprio il caso di Tori Amos, alle prese, ultimamente, con un eccesso di produzione; paradossalmente, la pubblicazione del secondo album del 2009, ma essendo questo Midwinter Graces un classico "seasonal album", più precisamente un disco di canzoni di Natale, solleva decisamente la qualità del prodotto.

Molti traditional anglosassoni, diversi pezzi di produzione propria (cinque nell'edizione standard, uno in più nell'edizione deluxe - che contiene un sacco di materiale extra -), arrangiamenti sontuosi e avvolgenti (Our New Year, per esempio, è davvero maestosa), a volte perfino barocchi (Candle: Coventry Carol) .

Una chicca, che vale da sola l'ascolto: nel traditional Holly, Ivy and Rose, Tori duetta con la figlia Tash, di 9 anni. La attende un futuro radioso, se il buongiorno si vede dal mattino.

The Damned United




Il maledetto United - di Tom Hooper 2009



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: pare di vede' il Livorno



Brian Clough, nato a Middlesbrough nel 1935, fu un calciatore del Middlesbrough e del Sunderland, con due presenze anche nella nazionale inglese, che dal 1965 scelse la carriera di allenatore. E' stato uno degli allenatori più vincenti d'Inghilterra, ed è rimasto famoso anche per il suo approccio mediatico, senza peli sulla lingua, e per il suo "odio" verso Don Revie e il "suo" Leeds United (il "maledetto" del titolo). Il film racconta i 44 giorni di Clough alla guida del Leeds, allorché Revie fu chiamato ad allenare la nazionale inglese, per sostituire Alf Ramsey, esonerato in seguito alla mancata qualificazione dell'Inghilterra alla fase finale dei Mondiali del 1974. Ma non solo: c'è il suo rapporto con l'amico e collaboratore Peter Taylor, scopritore di talenti e grande conoscitore di calcio, quello con alcool e sigarette, la ragione della rivalità con Revie e il lato etico di Clough (uno dei motivi per cui odiava Revie e i giocatori del Leeds è che erano scorretti e "montati"; ricordato anche perchè definì i calciatori della Juventus, dopo una semifinale di Coppa Campioni giocata dall'allora suo Derby County contro la squadra torinese, cheating bastards).



Non propriamente una bio-pic, questo film di Hooper, regista soprattutto televisivo, che doveva essere diretto da Stephen Frears, tratto dall'omonimo libro di David Peace. Come detto, il film focalizza l'attenzione su alcuni periodi della carriera di allenatore di Clough, i 44 giorni di cui sopra, nel 1974, e l'episodio dal quale scaturisce la rivalità con Revie, nel 1967, ripercorrendo non pedissequamente poi la storia di Clough; la sceneggiatura è di Peter Morgan, autore tra l'altro di L'ultimo Re di Scozia, Frost/Nixon - Il duello (sua anche la commedia teatrale omonima) e di The Queen, e si destreggia bene tra molti "salti" (avanti e indietro) temporali, concedendosi una chiusura buonista che lo rende adatto a qualsiasi tipo di pubblico, facendolo diventare una sorta di inno all'amicizia (anche se la scena della riconciliazione tra Clough e Taylor va oltre l'amicizia; mi chiedo come doppieranno gli "I love you", "I love you too" in italiano).


Se pensiamo ai film sul calcio, ci rendiamo conto di quanto siano scarsi, di quanto nessuno sia mai riuscito a rendere su pellicola la magia di questo sport, per cui dev'essere proprio difficile. Anche questo film non fa eccezione, seppur il soggetto sia una persona, è stato pur sempre un allenatore di calcio. Ma, anche se non è un capolavoro, The Damned United risulta davvero avvincente soprattutto nella prima parte, e ci regala alcune scene davvero da grande cinema (la preparazione degli spogliatoi per la partita contro il Leeds, da parte di Clough, fantastica), insieme a dialoghi mai noiosi o prevedibili.


La fotografia si adatta perfettamente al contesto storico, la cui ricostruzione è accurata e affascinante (gli stadi, i vestiti, ma anche gli interni). La regia è forse un po' didascalica ma ha buone trovate, e alla fine lascia soddisfatti. Gli attori, sia i protagonisti sia quelli con meno spazio, fino ai bambini, svolgono un grandissimo lavoro. Seppure troverete molte critiche ed articoli che vi diranno che Michael Sheen è stato scelto anche per la sua somiglianza con Clough, la somiglianza più impressionante mi è parsa quella di Colm Meaney con Don Revie (la apprezzerete anche perchè ci sono diverse immagini di repertorio con i veri Revie, Clough e Taylor). A parte questo, il trio Sheen, Meaney e Spall è eccezionale. Nel cast anche Stephen Graham (Billy Bremner) e Jim Broadbent (Sam Longson).


Un film e un (grande) attore (Michael Sheen) che rendono giustizia a un grande personaggio.

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Il film doveva uscire oggi in Italia. La data di uscita, invece, è stata cancellata.

20100121

presidente


In questi giorni si è scatenata la polemica sull'attuale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, reo di essere appartenuto all'ala cosiddetta migliorista del PCI, quindi troppo blando, e di avere delle supposte commistioni con il gruppo Berlusconi, in passato.


Mi interessa poco. Dico solo questo: dobbiamo ringraziarlo. Perchè ci sta traghettando verso il peggio, in maniera il più indolore possibile.


Perchè il prossimo Presidente della Repubblica sarà sicuramente un succube di Berlusconi, se non Berlusconi stesso, dopo una accurata riforma verso una Repubblica presidenziale. Anche se non credo che il PdL ce la farà, impegnato com'è a "sistemare" il "problema giustizia" (sempre per il "capo").


Lo so che è uno scenario spaventoso. Ma cominciate a rassegnarvici fin da adesso.
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Dopo aver letto i primi due commenti, sono costretto a spiegarmi meglio: è evidente che non mi è riuscito molto bene questo post, che voleva essere sarcastico. Invecchio, e con me la mia capacità di spiegarmi e di pungere. Potrei cancellarlo e riscriverlo, ma lo lascio a (mia) futura memoria.

Dunque: il mio "dobbiamo ringraziarlo" era più che ironico. Intendevo: l'attuale Presidente della Repubblica, a mio modo di vedere, è un uomo politico talmente "migliorista" di centro-sinistra da essere molto vicino al centro-destra. Per cui blando, e blandamente "fronteggia" Berlusconi.
In pratica, ci sta abituando ad un paese dove, sparita l'opposizione (già adesso), sparirà pure la figura che dovrebbe conservare l'equilibrio, essere super partes, e cioè (appunto) il Presidente della Repubblica quando il Presidente del Consiglio dei Ministri è Silvio Berlusconi.

Io mi ero capito, ma evidentemente non bastava. Giusto così.

pulsanti


Tarot Sport - Fuck Buttons


I due componenti dei Fuck Buttons sono cresciuti a Worcester, ma si sono formati, come band, a Bristol; fans dei Mogwai, ma molto, molto "elettronici", quello che ne esce, è, appunto, una sorta di Mogwai elettronici, il che sembrerebbe una semplificazione, ma non proprio. Assenza di parti vocali, ricerca di melodie sintetiche ma ariose, ipnotiche perchè reiterate, con pochi cambiamenti, introdotti un poco per volta. Una sorta di psichedelia (vedi la copertina) sintetizzata, come ai tempi dei Chemical Brothers di una volta.

rappresentazione




Avatar - di James Cameron 2010


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: firmone! ballacolupi di fantascienza colla musi'a der titanicche

2154: sul pianeta Terra, tra le altre cose, è sparito il verde. Jake Sully è un giovane ex marine sulla sedia a rotelle; suo fratello gemello Tom, uno scienziato che lavorava ad un progetto complesso, è morto; la multinazionale per la quale lavorava gli propone di sostituirlo, visto che il progetto è costosissimo e lui è geneticamente compatibile. Jake accetta. Il progetto affianca quello "finale", della stessa multinazionale, che è presente in forze su Pandora, un pianeta lussureggiante, satellite di Polyphemus, dove esistono addirittura montagne sospese in aria, per sfruttare un enorme giacimento di un minerale che potrebbe risolvere la crisi energetica una volta per tutte: l'unobtanium. Jake, nonostante il suo handicap, ha ancora un animo guerriero, ed è dubbioso sulla sua missione. Si tratta, infatti, di comandare altri corpi, denominati avatar, "costruiti" incrociando il DNA umano con quello dei nativi di Pandora, i Na'vi. L'atmosfera di Pandora, infatti, è tossica per gli umani, e i Na'vi "ostruiscono" il progetto della multinazionale; c'è anche un esercito privato, che non vede l'ora di usare la forza, ma per conservare una parvenza di politically correctness, il programma avatar, guidato dall'idealista dottoressa Augustine, sta tentando di far fraternizzare questi corpi comandati da umani con i Na'vi, in modo da trattare il loro "sgombero" pacificamente. Jake, mentre prende velocemente dimestichezza col suo avatar, provando nuovamente sensazioni ormai dimenticate (correre, camminare, muoversi liberamente), viene incaricato dal comandante dell'esercito privato, il colonnello Quaritch, di raccogliere più informazioni possibili sul territorio e sui Na'vi stessi, per preparare un più che probabile attacco: in pratica, un doppio-doppiogioco. Quando Jake, a causa della sua stessa spavalderia, rimane isolato per una notte intera nella foresta di Pandora col suo avatar, e sta per soccombere ad un agguato di un branco di animali feroci, una bellissima donna Na'vi, Neytiri, lo salva. Jake le dimostra riconoscenza, anche se inizialmente Neytiri non vuole saperne di fraternizzare con lui, ma entrambi ancora non sanno che ormai i loro destini sono irrimediabilmente segnati...

Ognuno è chiaramente libero di pensarla come vuole: troppo pubblicizzato, troppo americano, troppo chiassoso, troppi film in 3D, la trama è uguale a quella di Pocahontas, troppo chiassoso.

Tutto vero, innegabile. E chi legge le mie recensioni sa che amo il cinema fatto sottovoce, amo scoprire piccoli gioielli che riesci a scovare in sale nascoste e in via di estinzione, o addirittura nei meandri della rete, in altre lingue, mai usciti nel Paese dei cinepanettoni. Però, assumendo una posizione quasi democristiana, vorrei dire che c'è spazio per tutto, anche per il cinema "di massa", se non è stupidissimo. Del resto, guardiamoci indietro, solo per un momento. James Cameron ci ha dato, nella sua carriera, pochi film, la maggioranza dei quali indimenticabili: Terminator, Aliens, Terminator 2 (uno dei pochi casi in cui il sequel supera l'originale), Titanic. Senza dimenticare che, quando si è dedicato alla televisione, ha creato Dark Angel. Un visionario che riesce a semplificare le cose, un megalomane che riesce a sperperare montagne di denaro degli studios. Un personaggio, comunque.

Questo Avatar è un film iper-prevedibile nella trama, che però contiene un messaggio semplice ma corretto. Stiamo distruggendo il nostro pianeta, e probabilmente, se ce lo permettessero saremmo in grado di distruggerne pure altri, con l'aggravante che la storia si ripete ciclicamente: il plot di Avatar può ricordare sia l'approccio dei Conquistadores e dei Padri Pellegrini verso il continente americano e i suoi nativi, così come quello delle multinazionali del petrolio verso il continente africano e, ancora una volta, i suoi nativi. Non mancano frecciate tanto irriverenti quanto terribilmente possibili e paurose: ascoltate bene dove è stato in missione Jake Sully, dalle parole del colonnello Quaritch, dopo che ha letto il suo curriculum. Onore a Cameron anche da questo punto di vista: non si era mai visto un eroe di un colossal in sedia a rotelle. E poco importa se è solo uno specchietto per le allodole, visto che si mette praticamente da subito alla "guida" del suo avatar altissimo, "fisicato" e blu.

Avatar, visto in 3D, e quindi quasi psichedelico, porta lo spettatore in un mondo fantastico e gli fa vivere un'esperienza davvero superba: Pandora è una sorta di Paradiso mixato con l'isola di Jurassic Park, Cameron lo accarezza con la macchina da presa, poi accelera inseguendo l'avatar del protagonista e le sue imprese. Di prevedibile c'è "solo" la trama. Se fosse stato Kiarostami non l'avrei accettato. Questo però, è vero cinema spettacolo.

Prove del cast oneste. Zoe Saldana (Neytiri) è favolosa anche in versione Na'vi: me ne sono innamorato all'istante.

Fidatevi, e tornate bambini per una sera. C'è tempo dopo, per cogliere le grossolane ma dignitose allegorie anti-imperialiste.

20100120

ricordate gran torino?




Da Internazionale nr.828, a proposito dell'etnia di cui si "parlava" nel film Gran Torino.




L’odissea dei hmong laotiani




The Nation, Thailandia


Arruolati dagli Stati Uniti contro i comunisti durante la guerra del Vietnam, i hmong sono
perseguitati nel loro paese e pagano le conseguenze di una questione mai risolta




A fine dicembre le tv tailandesi hanno riferito, citando fonti anonime, che i quattromila hmong rimpatriati con la forza in Laos in quei giorni erano solo immigrati clandestini in cerca di un modo per raggiungere gli Stati Uniti. La verità è che i hmong erano arrivati in Thailandia nella speranza di trovare asilo in un paese straniero. I hmong sono perseguitati dal governo di Vientiane per aver combattuto nella guerra segreta in Laos alla fine degli anni sessanta per conto degli Stati Uniti. A più di trent’anni dall’arrivo al potere dei comunisti in Laos, i hmong continuano a fuggire attraverso il confine con la Thailandia. Alcuni cercano soltanto una vita migliore, altri tentano di raggiungere le famiglie che si sono stabilite all’estero. Tra loro ci sarebbero anche parenti degli uomini che furono arruolati dagli Stati Uniti a partire dai primi anni sessanta e addestrati
dall’esercito tailandese contro il Laos comunista. Thailandia, Stati Uniti e governo laotiano non hanno ancora trovato una soluzione alla questione dei hmong disseminati in giro per il mondo, uno dei tristi retaggi della guerra fredda. Il problema non riguarda solo qualche gruppo tribale confinato su remote vette montane, come pensa la maggior parte dei tailandesi. E ridurre il problema a una semplice questione bilaterale con il Laos, come ha fatto il viceprimo ministro
tailandese Suthep Thaugsuban, non ha senso. I telegiornali tailandesi non hanno parlato della crescente preoccupazione delle Nazioni Unite, del governo di Washington e dell’Unione europea per il rimpatrio forzato dei hmong. Né hanno parlato del fatto che l’agenzia dell’Onu per i rifugiati ha concesso a 158 hmong, detenuti in un campo profughi a Nong Khai, in Thailandia, lo status
di “persone bisognose di protezione”; né di come le autorità tailandesi hanno ostacolato il trasferimento di queste persone in un altro paese. E non hanno detto nemmeno che l’esercito tailandese, durante le procedure di schedatura, ha identificato circa 500 persone che hanno legami di parentela con uomini che, addestrati dai militari tailandesi, combatterono nella guerra segreta contro i comunisti finanziata dalla Cia.
Quale soluzione?
Sembra che manchi la volontà politica di trovare una soluzione. I protagonisti della vicenda restano ostaggi di una mentalità da guerra fredda e continuano a tenere segrete le loro intenzioni. Nessuno vuole riconoscere che c’è ancora una manciata di guerriglieri hmong che si nasconde nella giungla per liberare il Laos dai comunisti. Anche se ufficialmente non danno peso alla questione, alcuni membri del governo di Vientiane sono convinti che questo esercito sia armato dai militari tailandesi con il sostegno dei hmong che vivono in esilio. Ma se davvero le parti in causa non hanno nulla da nascondere, dovrebbero risolvere la situazione una volta per tutte. Possono cominciare con il gestire il problema tutti insieme e accertare l’identità di quelli che discendono realmente dai guerriglieri hmong arruolati dalla Cia. Per il momento solo le autorità tailandesi stanno facendo una schedatura, sollevando tra la comunità internazionale più interrogativi che risposte. Una presenza delle Nazioni Unite darebbe maggiore credibilità all’operazione, perciò bisognerebbe coinvolgere rappresentanti dell’Onu e altre personalità internazionali, come il generale Vang Pao, il leader hmong in esilio che ha dichiarato di voler tornare nella sua terra d’origine. È buffo come l’esercito tailandese, che insiste nel classificare i hmong come semplici immigrati irregolari, abbia “dimenticato” di aver avuto un ruolo nel conflitto in Laos.

cibo per l'anima 2




A proposito di Soul Kitchen, recensito ieri, mi fa piacere darvi un parere diverso, più positivo.



Ecco quindi la recensione di Dietrich Kuhlbrodt del Die Tageszeitung, nella traduzione che si trova su Internazionale nr. 828






Soul Kitchen - di Fatih Akin (4 su 5)







Soul Kitchen è uno sgangherato ristorante aperto da Zinos, un tedesco di origini greche interpretato dal bravissimo Adam Bousdoukos, in un vecchio capannone industriale di Wilhelmburg, un quartiere di Amburgo dove sta nascendo un’interessante scena artistica. Pizza,
salsicce, patatine fritte e pasta non sono il massimo, ma i clienti del locale, in gran parte immigrati o tedeschi di origine straniera, sono tenuti insieme dalla musica, onnipresente nel ilm, un crossover di soul, funk, rembetiko, hip-hop. In questo ipnotico susseguirsi di generi si alternano le vicende dei diversi personaggi, compresa la tribolata storia d’amore di Zinos. Ebbene, devo confessare di essermi fatto prendere dal film al punto di sentirmi uno dei clienti di Soul Kitchen, come se quel ristorante fosse la mia seconda casa. Una cosa inopportuna per un critico cinematografico: i miei colleghi mi hanno sempre detto che si perde un po’ di credibilità se non si trova almeno un aspetto negativo in un film. Anche una piccola cosa può bastare.
Allora, vediamo, ci provo... Be’, che devo dire? Non mi viene niente. Mi dispiace.

20100119

craxonetto


Sono da qualche giorno perplesso. Si fa un gran parlare di Bettino Craxi, e volevo sbattermene bellamente i coglioni. Alla fine, non ce l'ho fatta. Ho letto questo articolo del Sole 24 ore, e non ce l'ho più fatta.

Non so voi, ma io penso che se si vuole commemorare uno che l'ha messo nel culo agli operai ("... il ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, nell'indicare il decreto sulla scala mobile del febbraio 1982 e nel successivo referendum del 1984, uno dei «capolavori» politici di Craxi, che osò sfidare, in nome della modernizzazione, una parte della Cgil e del Pci, fermamente contrari al taglio di tre punti di scala mobile..."), e che è morto per cause naturali da latitante in Tunisia (dove, se non ricordo male aveva pure una certa fontana), dopo l'accusa di correità verso tutto il Parlamento del 3 luglio 1992, e quindi l'implicità ammissione di accuse, per altro provate, di aver rubato non so quanti soldi, ecco, dicevo, se proprio lo volete commemorare, fatelo a casa vostra, nel giardino (sperando che piova) o in salotto (sperando che salti la corrente).

Se però lo fate nella biblioteca del Senato, e l'oratore è il Presidente del Senato, beh, non solo dovete andare a cagare, ma dovreste pure vergognarvi. O forse era una cerimonia per ringraziarlo del debito pubblico da lui (e dai suoi amichetti Andreotti e Forlani) accumulato, e arrivato fino ad oggi (anche se la figlia Stefania - brrrrr - dice che "non è vero che lo fece aumentando il debito pubblico", riferendosi al risanamento economico, sostenendo inoltre che fu addirittura "il suo capolavoro"....ma pensa un po'....)?

Su queste cose dovrebbe riflettere chi mi critica quando dico che mi vergogno di essere italiano. E alla luce di questo sono orgoglioso di non votare.

l'amore ci avvicina


Love Come Close - Cold Cave


A metà tra Joy Division e Depeche Mode, a livello di influenze storiche, la title-track Love Come Close è un po' la loro Love Will Tear Us Apart, come The Laurels Of Erotomania è un po' la loro I Just Can't Get Enough (ma anche in Youth And Lust si sente prepotente non solo l'influenza dei Depeche più gigioni, ma qualcosa di più), la band di Wesley Eisold, allargata ad altri elementi e collaboratori, con esperienze non indifferenti, ha la sua base in Philadelphia.

In alcuni frangenti possono ricordare perfino i Paradise Lost post-metal, e l'elettronica tedesca (Heaven Was Full) in genere. Ci sono anche momenti divertenti (The Trees Grew Emotions And Died), per cui il disco è in bilico tra cupezza e divertimento elettronico. Un po' ostico all'inizio (ma sicuramente meno della precedente raccolta Cremations), per chi, come me, non è proteso verso certe sonorità, acquista valore negli ascolti seguenti. Ci vuole un po' più d'attenzione, e di pazienza.

i conti col passato



La prima cosa bella - di Paolo Virzì 2010


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: so' troppo di parte...andatilo a vede' solo per senti' una bimbetta di sei anni che dice "mamma Bruno m'ha dato un picchio"



Bruno ha circa quarant'anni, vive a Milano, una donna che lo ama, un lavoro come insegnante, e un vuoto dentro, che non riesce a colmare, se non consumando saltuariamente droghe leggere. Bruno è livornese, ma ha tagliato i ponti con la sua città e la sua famiglia. Un giorno, però, la sorella Valeria, insieme al figlio più grande, piomba a Milano, nella scuola dove insegna Bruno, visto che lui ormai non risponde più neppure alle sue telefonate, per comunicargli che alla madre, Anna Nigiotti (in Michelucci), ormai rimane poco da vivere, e forse sarebbe il caso che lui tornasse a Livorno insieme a loro per farsi rivedere. Bruno, più per apatia che altro, sale in macchina (stupendosi che il figlio di Valeria guidi, da tanto tempo non lo vedeva), e i tre partono verso la città dei Quattro Mori. Si innescano così, tutta una serie di ricordi, mai sopiti, da parte di Bruno e di Valeria, ricordi che non si placano, quando Bruno arriva al capezzale della madre, e la scopre si malata terminale, ma ancora incapace di preoccuparsi per qualsiasi cosa.



Virzì, come già sostenuto in occasione del suo film precedente Tutta la vita davanti (anche se, ad essere pignoli, il regista ha girato, in mezzo, il documentario L'uomo che aveva picchiato la testa, uscito direttamente in dvd), è "l'unico depositario della commedia all'italiana, che diverte ma graffia profondamente". In questo suo ultimo, divertente e toccante La prima cosa bella, Virzì regola i suoi conti col passato e con la sua città di origine, partendo da parecchie note autobiografiche (leggete le prime righe della sua biografia su Wikipedia), e infarcendo il tutto con elementi storici e non, deliziosamente livornesi (leggete, a tal proposito, l'articolo degno di nota, anche se non privo di inesattezze - il Cinema/Teatro 4 Mori non è l'unica sala del centro ad essere sopravvissuta -, di Marco Gasperetti sul Corriere della Sera del 17 gennaio 2010 - grazie all'amico Cipo per la segnalazione -). E' vero, in effetti, che, come dice il buon Gasperetti, "l'insostenibile leggerezza dell'essere livornesi", si basa soprattutto nel non dare troppa importanza alle cose: non so se è nata qui a Livorno questa scuola di pensiero, ma, a proposito dei soldi, ad esempio, si pensa che quando si contrae un debito, con la banca, per dire, ad essere preoccupata deve essere in primis la banca, o in generale, chi deve averli indietro i soldi, e non chi beneficia del prestito. Questo, per fare un esempio, che può essere importante per capire qualcosa del film. Un'altra chiave di lettura, che secondo me, purtroppo, si capisce poco, è che Mario Michelucci, il padre del protagonista Bruno, maresciallo dei Carabinieri, interpretato più che dignitosamente da Sergio Albelli (che abbiamo visto anche in Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee), non è livornese (si intuisce che è fiorentino, o qualcosa del genere), al contrario della madre Anna (interpretata, da giovane, dalla moglie di Virzì, Micaela Ramazzotti, che ci è piaciuta di più in Tutta la vita davanti, ma che anche qui non sfigura affatto, e da "anziana" da una sempreverde Stefania Sandrelli, credibilissima). Magari sbaglio, magari questa è solo un'idea che mi sono fatto: purtroppo, per quanto si sforzino, Mastandrea, Pandolfi e Ramazzotti riescono a sembrare toscani (anche se qualche ciak io l'avrei fatto rifare, perchè qualche inflessione romana scappa, qua e là, a tutti e tre), ma non perfettamente livornesi (leggi anche: non ci sono attori livornesi abbastanza "di richiamo" che possano fare i protagonisti di un film italiano importante); per cui è difficile fare delle distinzioni (come invece si potrebbero fare nella realtà, e si fanno: un toscano capisce subito da dove viene un altro toscano, così come succederebbe in altre regioni italiane), e quindi non è detto che, nelle intenzioni del regista, il padre dovesse essere un "extra-livornese". Certo è che il carattere del padre non è esattamente quello della madre, reginetta di bellezza con la passione del cinema, svampita, ingenua ma piena d'amore per i figli e per la vita, carattere che segna per sempre le vite dei due figli (come Bruno dice apertamente, in un'occasione quantomeno fuori dagli schemi).



Fatte tutte queste, anche tediose immagino, premesse, c'è da ribadire che il film parte un po' ingessato, dati i frequenti salti nel tempo, dopo di che prende una certa quota, si inizia a ridere e a calarsi nella storia. E' innegabile che le persone che più si rispecchieranno nella storia, sono i "fuori sede", quelle e quelli che, per motivi vari (soprattutto per lavoro), dalla provincia si sono trasferiti in grandi città. Insieme alle risate, però, si fa strada una certa amarezza, simile a quella di Bruno. Poi, insieme ai consigli del Dottor Malfatti, alla fine molto simili a quelli di mamma Anna, ci si rilassa, e, nonostante pian piano si arrivi al momento di massima commozione della storia, che ci racconta tutte, ma proprio tutte le complicate, strambe, deliziose peripezie di Anna, Bruno e Valeria, ci si compiace e ci si rispecchia nel finale del film.



Al tempo stesso, La prima cosa bella è un omaggio intenso ai maestri e alle ispirazioni italiane di Virzì. Sandrelli a parte, la ricostruzione, legata alla storia di Anna, di un set di Dino Risi a Castiglioncello, con una giovane Anna che è ingaggiata e deve dire una battuta davanti a Mastroianni (Bobo Rondelli dà la voce al fantasma di Marcello, quasi inudibile, ma perfetta) e a Risi stesso (interpretato dal figlio Marco), o il finale del film stesso, che si chiude a poche decine di metri da dove si concludeva Il sorpasso, tanto per dirne alcune, serrano un ideale cerchio cinematografico.



Un difetto grave, che purtroppo ogni tanto bisogna ricordare, e che accomuna molte produzioni italiane: il suono in presa diretta è orrendo: i primi 15 minuti non si capisce assolutamente niente. Macchina da presa sicura, fotografia leggermente diversa a seconda dei periodi storici, appena percettibile, direzione degli attori, ricercatezze linguistiche e vernacolari a parte, brillante e giocosa. Bravi i protagonisti e i personaggi (tanti, tantissimi) di contorno; tra questi ultimi, voglio nominarne, tra tutti, alcuni, meritevoli di menzione e tutti livornesi: Isabella Cecchi (la zia Leda), già vista in Non c'è più niente da fare, focosa e molto brava, a dispetto della parte che la relega nel ruolo dell'antipatica a tutti i costi, Emanuele Barresi (il Lenzi, tra l'altro regista del Non c'è più niente da fare citato poc'anzi), mastroiannesco nel suo personaggio, Fabrizio Brandi (Giancarlo, il marito di Valeria, vigile urbano, anche lui in Non c'è più niente da fare), una mitraglia verbale, travolgente nel suo livornese forbito e, di conseguenza, esilarante, Roberto "Bobo" Rondelli (il Mansani), dolente come nelle sue canzoni. Capitolo a parte per i due Bruno e Valeria bambini: Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca, fantastici.



Concludo. Non è il miglior film di Paolo Virzì (a mio giudizio, rimane, al momento, Tutta la vita davanti; il più preciso nel dipingere la - triste - situazione sociale italiana). Probabilmente, non è neppure il più "livornese" (diciamo che questo La prima cosa bella è a pari merito con Ovosodo, ma tutti, compreso il già citato L'uomo che aveva picchiato la testa, sono tasselli che definiscono l'essenza del luogo d'origine di Virzì, ed è, credo, normale che un regista si porti dietro le proprie origini).

Certo è, che questo film è il suo più personale. E, pure in questa sorta di autobiografia romanzata e mascherata, Virzì riesce a non perdere la tenerezza, la sensibilità, il sarcasmo e l'ironia di cui è capace, come pochi altri in Italia.

20100118

Imagerie par Résonance Magnétique










Nonostante Charlotte mi piaccia da impazzire (credo che non sia bella, ma a me piace tanto), il precedente 5:55 non mi era piaciuto per niente. Quello era completamente (o quasi) composto dagli AIR e soprattutto da Jarvis Cocker, questo invece è interamente scritto e prodotto dal genietto di Beck. La differenza si nota: questo non è per niente male.



IRM è l'acronimo di Imagerie par résonance magnétique, chiaramente la risonanza magnetica, esame a cui l'attrice si è dovuta più volte sottoporre qualche anno fa, in seguito ad un incidente e ad una relativa emorragia cerebrale (non lo sapevo, l'ho letto qui).



Detto questo, ricorda chiaramente una versione femminile di Beck, con una certa classe. La voce è suadente, proprio come te la aspetteresti. Vellutata e sexy quanto basta. Le canzoncine ti acchiappano, alcune meno altre di più, in quello stile ruffiano ed easy rock and roll, con tutte le influenze del mondo; rilassate, con qualche arco qua e là, chitarrine, arrangiamenti appena accennati ma convincenti. Sentite, per esempio, Voyage: world music sinfonica. Per dirne una.


Heaven Can Wait, quasi beatlesiana, ti si pianta in testa. Me And Jane Doe sembra una ninna-nanna, ma ha lo stesso effetto della precedente.


Sufficiente, e questo mi rende contento per Charlotte.

cibo per l'anima


Soul Kitchen - di Fatih Akin 2010

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: fa ride' però dé, m'aspettavo di pisciammi addosso

Amburgo, oggi. Zinos Kazantsakis è figlio di immigrati greci, ma è tedesco. Somiglia vagamente a Jim Morrison, ed è proprietario di un capannone nel quartiere di Wilhelmsburg. In questo capannone, Zinos ha messo su un ristorante, il Soul Kitchen, dove lui stesso cucina cibo precotto per una clientela che va di fretta ed è, diciamo, poco raffinata. La sala è affidata a Lucia, che scopriremo, insieme a Zinos, artista concettuale che vive in un loft occupato, e a Lutz, che oltre a servire suona, con la sua band o con collaboratori diversi di volta in volta, per offrire musica dal vivo. Nel retro del capannone vive Sokrates, pensionato con la passione delle barche, sempre in ritardo con l'affitto.
Zinos ha una bella fidanzata, Nadine, che lavora come giornalista ed è in procinto di trasferirsi a Shangai, ed un fratello, Ilias, in carcere per truffa, col vizio del gioco, che sta per beneficiare di un regime di semi-libertà, se riuscirà a dimostrare di avere un lavoro. Qui, con queste due persone "di famiglia", cominciano i guai di Zinos. Ad aggravarli, un vecchio compagno di scuola che adesso lavora speculando su terreni e costruzioni, approfittando della straordinaria efficienza tutta tedesca nel riconvertire aree dismesse o che cambiano destinazione, Neumann, che Zinos incontra casualmente, mentre si reca a cena con la famiglia di Nadine (ma durante la stessa cena conoscerà Shayn, uno chef tanto straordinario quanto rissoso e irascibile), e una devastante ernia del disco, che si procurerà tentando di sostituire la lavastoviglie che, proprio all'inizio della storia, comincia a fare le bizze. Anche questo problema, lo porterà a conoscere un'altra persona, che diventerà importante nello sviluppo della sua vita: Anna, una fisioterapista di origini turche.

Una delle cose più divertenti di Soul Kitchen e della critica che gli gira intorno, è che quasi tutti i critici accreditati non hanno fatto altro che ripetere che, con questo film, Akin "si dà" alla commedia. Chi, invece, scoprendo questo regista con La sposa turca, si è andato a rivedere tutti i suoi film, alcuni anche in tedesco perchè non c'è modo di trovarli altrimenti, e si è imbattuto, ad esempio, in Im Juli, si è fatto una sonora e grassa risata, pensando "e allora quello cos'era? Un dramma?". Detto questo, è vero che questo Soul Kitchen è un film dove Akin guarda più all'edonismo, figlio degli anni '80 ma arrivato fino a noi, mischiato alla cultura dello sballo, del quale anche lui, in gioventù, confessa di essere stato schiavo, che alle riflessioni su temi quasi filosofici, strettamente legati alla ricerca delle radici, che accompagnano i suoi film più intensi (La sposa turca e Ai confini del paradiso). E' anche vero che, forse per la prima volta, non guarda più, appunto, alla domanda "da dove vengo?", che si pongono quasi ossessivamente i suoi protagonisti, nella sua filmografia, a partire da Kurt und schmerzlos: quelli di questo Soul Kitchen sono tedeschi, europei, e nessuno ne dubita, prima di tutti loro, ma non si fanno problemi a riconoscere da dove vengono le loro famiglie (e a ricorrere a rimedi molto ma molto particolari, che vengono da quei paesi). Sono calati perfettamente nella realtà di oggi, e ne sfruttano tutte le possibilità.
Questo, per quanto riguarda la "filosofia" che c'è, forse, dietro al nuovo lavoro di Fatih Akin.
Invece, parlando della resa finale, c'è da notare che il film è leggero, scorrevole anche se la sceneggiatura è intricata, pieno di personaggi simpatici (anche i farabutti) e divertenti, infarcito di battute ilari (anche se prevedibili) e di gag buffe (anche se viste, riviste, e riviste ancora). Spesso poco credibile, molto conciliante, con un finale romantico e pieno di speranza.
Gli attori sono assortiti, quasi tutti li abbiamo già visti sia nei film di Akin, sia in altre produzioni, a parte le tre ragazze, Anna Bederke (Lucia, debuttante), Pheline Roggan (Nadine, era in Kebab Connection, di Anno Saul, sceneggiato da Akin) e Dorka Gryllus (Anna, era in Irina Palm), bellissime nelle loro imperfezioni; tutti fanno la loro parte discretamente, e fra i protagonisti alla fine, a mio giudizio, Bousdoukos (Zinos, anche sceneggiatore) risulta migliore del ben più conosciuto Bleibtreu (Ilias, uno dei più prolifici attori tedeschi, qui in Soul Kitchen c'è anche sua madre, Monica - morta nel maggio 2009 -, che interpreta la nonna di Nadine).
La tecnica è in bella mostra, Akin si sbizzarrisce: riprese dall'alto, tante scene corali di ballo e di feste (che molti registi italiani dovrebbero mandare a memoria, visto che qui da noi non ce n'è uno che le sappia riprendere e neppure "organizzare"), addirittura una scena ripresa con il fish-eye (una sorta di grandangolo), e dei titoli di coda da Oscar (rimanete seduti e godeteveli, sono la parte migliore del film e non scherzo), uniti ad una colonna sonora dove la parte del leone la fa il vero R'n'B, ma dove ci sono perfino Gabriella Ferri e Natalino Otto e musica etnica remixata; ma, alla fine, tutto, ma proprio tutto, cercando di capire perchè non mi ha convinto fino in fondo, risulta un po' ruffiano. So che non mi fa onore dirlo, ma preferisco l'Akin dolente, ferito, alla ricerca di risposte, a questo quasi solare e spensierato.
Non è un passo falso: è solo un film meno impegnato, diretto con grande perizia. Tutto qua.

20100117

invento ninnananne

che poi devo usare sempre diminutivi e vezzeggiativi perchè l'unica parola che fa rima con leonardo non la si può dire.

nel paese delle creature selvagge




Where The Wild Things Are (Original SoundTrack) - Karen O And The Kids




Divertissement di un certo spessore per Karen O, la voce degli Yeah Yeah Yeahs, colonna sonora del film per ragazzi del suo ex fidanzato Spike Jonze. Un paio di pezzi scritti da Daniel Johnston e da Carter Burwell (il secondo "specializzato" in colonne sonore), e gli altri pezzi scritti da lei con vari collaboratori (i suoi compagni degli YYY, componenti dei Deerhunter, Liars, The Dead Weather, The Raconteurs).


I "The Kids" sono un coro di bambini, che la accompagnano nei pezzi, durante i quali si riconosce il suo marchio di fabbrica, ma le aperture melodiche sono, appunto, un po' sinfoniche e soprattutto, "bambinesche". Il risultato è curioso, non fondamentale, ma curioso.

The Lake House


La casa sul lago del tempo - di Alejandro Agresti 2006


Giudizio sintetico: si può perdere


Kate Forester, medico, si trasferisce in città, a Chicago, lasciando una casa su palafitte situata su un lago nelle vicinanze, a malincuore, e depositando un messaggio scritto nella cassetta delle lettere al nuovo inquilino. La trova Alex Wyler, un architetto figlio d'arte, che si è adattato a fare il capocantiere per una società che sta costruendo una serie di villette nella zona di Chicago, e che soffre di un eterno conflitto con il padre, appunto architetto di fama internazionale che ha sacrificato la famiglia sull'altare del successo: la casa è di proprietà della famiglia Wyler, ed è un progetto di Simon, il padre di Alex ed Henry (anche lui architetto, che però ha accettato di lavorare nello studio del padre), ed ha un valore anche sentimentale per Alex. Il carteggio comincia con alcuni malintesi che creano una certa tensione iniziale, dopo di che entrambi si rendono conto che c'è qualcosa di molto strano. Infatti, Alex scrive dal 2004, mentre Kate scrive dal 2006: il solo punto d'incontro è la cassetta postale della casa sul lago.

I due si piacciono, si intendono, si riempiono la vita, altrimenti piuttosto vuota. Decidono di incontrarsi, nel 2006, e Alex prenota un tavolo in un ristorante per due anni dopo; per Kate è solo la sera seguente. Ma quella sera, Alex non si presenta, e lui non capisce perchè succede ciò.


Remake di Siworae, del coreano Hyun-seung Lee, inedito in Italia, è il primo film statunitense dell'argentino Agresti, che riforma per questo lavoro la coppia di Speed formata da Sandra Bullock e Keanu Reeves. Il film è un super-drammone strappalacrime, che usa lo sfalsamento spazio-temporale per una riflessione sull'amore universale e sull'attesa, fortunatamente non troppo lungo. Il film commuove leggermente in alcuni tratti della seconda parte, ma nonostante della buona fotografia e dei movimenti di macchina diligenti, non riesce a coinvolgere più di tanto, grazie anche a due prove incolori dei protagonisti, davvero inadatti.

Visto che abbiamo più volte avuto modo di apprezzare i film di Agresti, finché è rimasto in patria, possiamo sperare che la prossima volta, prima di girare un film negli Stati Uniti, Agresti ci pensi bene e scelga un copione migliore.

20100116

El corazón helado


Cuore di ghiaccio - Almudena Grandes


Álvaro Carrión Otero è un fisico teorico, professore nella Universidad Autónoma de Madrid, collabora inoltre con il Museo de la Ciencia de la Comunidad sempre di Madrid. Sposato felicemente con Inma (Inmaculada), hanno un figlio di 5 anni, Miguel detto Miguelito. Nato nel 1965, simpatie di sinistra, grande intelligenza, uomo tranquillo, a differenza dei fratelli (più grandi) Rafael e Julio, non lavora nella fiorente e ricca impresa di costruzioni del padre, Julio Carrión González, un uomo che, come si dice in gergo, "si è fatto da sé". Don Julio ha sposato Angélica Otero Fernández nel 1956.

Álvaro ha anche due sorelle, Angélica, la più grande, e Clara, la più piccola.

Siamo nel 2005, e don Julio è appena passato a miglior vita. Al funerale, nel piccolo cimitero di Torrelodones, Álvaro nota una bella donna, più o meno sua coetanea, che guarda la cerimonia e tutta la sua famiglia da lontano. Non l'ha mai vista. Almeno, lui così crede. Questa donna si chiama Raquel Fernández Perea, e quel Fernández del cognome è lo stesso del cognome della madre di Álvaro. Ma lui ancora non lo sa, come non sa che ha già incontrato questa donna.

Álvaro e Raquel si incontreranno ancora, e da quel momento, la loro vita cambierà per sempre.


E', come si dice, il "romanzo della maturità", questo imponente Cuore di ghiaccio, per la madrilena Almudena Grandes, una scrittrice mai banale, a mio giudizio. Non che, per dire, Gli anni difficili, l'unico romanzo paragonabile, per estensione, a questa sua ultima (è del 2007, ed è stato tradotto in italiano nel 2008) fatica, fosse acerbo, ma, appunto, l'imponenza del tomo (oltre 1000 pagine, nell'edizione in lingua originale sono un centinaio in meno), e soprattutto, i temi trattati, impongono l'uso di questa sorta di luogo comune.

I due personaggi che si incontrano, all'inizio per un motivo, quasi subito dimenticato, sono l'espediente narrativo per raccontare non tanto la Guerra Civile spagnola, quanto le sue conseguenze; ma la Grandes, che ha lavorato su questo romanzo fin dal 2002, documentandosi, pare, su oltre 2000 libri inerenti quel fatto che tutt'oggi segna la nazione iberica profondamente, non si risparmia e non risparmia al lettore nessun particolare. Ecco che quello che all'apparenza è un romanzo, diventa una sorta di lezione di storia, certamente di parte, essendo la Grandes dichiaratamente schierata a sinistra, che comunque attraversa gli accadimenti che portano alla vittoria falangista (e franchista) del 1939, l'esilio di numerosissime famiglie spagnole in Francia, addirittura le gesta di molti spagnoli che hanno poi combattuto la Seconda Guerra Mondiale fino in Russia, sui due fronti, e poi il ritorno, di alcuni di loro da vincitori, di altri da vinti, e le nefandezze perpetrate anche a partire da quel momento, fino ad arrivare ai giorni nostri.


La Grandes lavora avanti e indietro nel tempo, usando la storia che nasce tra i due protagonisti per andare avanti, e le storie delle loro famiglie, che tra l'altro, come vi ho anticipato prima sono legate in maniera molto stretta, per andare indietro. Si crea così un affresco monumentale, avvincente, oserei dire "formativo" da quanto è completo, scolastico, preciso, al quale si perdonano le ridondanze di alcuni momenti descrittivi.


Il coronamento di una carriera piena di bei libri, che speriamo non sia affatto finita, ma che difficilmente riuscirà a partorire qualcosa di più grandioso.
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amatore/dilettante


Amateur - di Hal Hartley 1994


Giudizio sintetico: si può vedere


New York. Isabelle è una ex suora che è uscita dal convento ed è convinta di essere ninfomane, ma in verità è vergine. Per vivere, scrive racconti per riviste hard. Sta tutto il giorno seduta al bancone dello stesso bar a scrivere, rileggendo i suoi racconti a voce alta, odiata da avventori e gestori, quando all'improvviso entra nel bar Thomas, che non sa di chiamarsi Thomas e nemmeno chi era fino al giorno prima: si è svegliato in mezzo alla strada, nel vicolo adiacente. E poi c'è Sofia, che si aggira li intorno, Isabelle la incrocia ad un telefono pubblico. Sofia in realtà è la moglie di Thomas, ed è quella che lo ha sbattuto giù dalla finestra, facendogli perdere la memoria. Lo odia con tutta se stessa, e adesso è in possesso di informazioni compromettenti al riguardo di un trafficante, informazioni che la possono arricchire ma, nello stesso tempo, la mettono in grave pericolo.


Film che segue Uomini semplici, in questo Amateur Hartley utilizza Isabelle Huppert su sua specifica richiesta: la regina dei personaggi morbosi scrisse una lettera al regista non appena vide il suo Trust, esprimendogli il desiderio di lavorare insieme. Hartley si circonda per il resto dei suoi attori feticcio (Martin Donovan - Thomas - e Elina Löwensohn - Sofia -), ma anche nei ruoli piccolissimi riconoscerete altri attori a lui cari, e mette in scena, molto teatralmente, una ennesima riflessione sull'individuo, sul capitalismo, sul pentimento e sul perdono. Bravi gli attori, anche se la Huppert è una spanna su tutti. Cameo di Parker Posey, che al tempo aveva già lavorato con Hartley solo in cortometraggi, ma che dopo diventerà un altro suo feticcio.

L'intreccio è interessante, i dialoghi spesso divertenti, i personaggi non tutti riusciti, il ritmo altalenante. A malincuore, devo ammettere che va consigliato solo agli appassionati, pur ricordando che Hartley rimane senza dubbio uno degli autori indipendenti statunitensi più interessanti.

20100115

contro chi?


Contra - Vampire Weekend


Sono davvero una strana band questi Vampire Weekend da New York. Questo è il loro secondo album, e va chiarito subito che, se Allmusic.com li cataloga alla voce pop/rock e Wikipedia indie/afro-pop, qualcosa di vero c'è, e va detto che si avvicina più Wikipedia. Le influenze più forti che si percepiscono immediatamente sono la world-music di Paul Simon e quella di David Byrne. Stranissimo connubio tra la Grande Mela e suggestioni caribeñe, la delicatezza di alcuni arrangiamenti può ricordare anche alcune cose dei Sigur Ròs (come pure le svisate in falsetto del cantante su White Sky), pensate.

L'iniziale Horchata è già qualcosa di mai sentito. La voce di Ezra Koenig può essere antipatica, ma anche molto dolce. Così come l'intero lavoro dei vampiri del fine settimana, ai quali bisogna però riconoscere un certo coraggio per il tipo di proposta.

amorosa solitudine


Amorosa Soledad - di Victoria Galardi e Martín Carranza 2008


Giudizio sintetico: da vedere


Buenos Aires. Soledad è una giovane ipocondriaca ai massimi livelli: si compra un termometro alla settimana, e per lei uno dei massimi dello shopping è acquistare un misuratore di pressione ultimo modello. Questa tendenza aumenta non appena viene lasciata da Nicolás. Decide di rimanere sola per un periodo, di imparare a stare da sola, nella sua grande casa col water guasto, senza che si decida a chiamare l'idraulico perchè tanto non ne ha bisogno (fa pipì nel bidet), spostando mobili ogni tanto e dimenticandosi cose in continuazione. I genitori sono troppo impegnati con le loro cose, quindi soprattutto le lasciano messaggi in segreteria: Soledad non ha un cellulare. Soledad vorrebbe fare un viaggio, ma andare in viaggio per una persona sola sembra la cosa più difficile del mondo. Un giorno, nel bar dove a volte mangia, dove arriva a farsi scaldare un panino facendosi mettere il pomodoro in una busta a parte, in modo che non si afflosci scaldandosi, conosce un ragazzo: anche lui si chiama Nicolás.


Film dalla trama semplicissima, una sorta di commedia romantica mai stupida, leggero come una piuma, dal ritmo blando ma mai noioso, brevissimo (non arriva ad un'ora e venti minuti), illuminato in maniera fantastica dalla protagonista Inés Efron, dolce, bellissima, eterea, che abbiamo conosciuto con XXY e non abbiamo più dimenticato. E' una specie di debutto di questi due co-registi: per Victoria Galardi, che firma anche la sceneggiatura, è un debutto assoluto nella regia, ma aveva firmato diversi copioni; per Martín Carranza è il debutto nel lungometraggio, anche se ha alle spalle una lunga esperienza come assistente alla regia.

Il film, come già detto, è leggero e soprattutto leggiadro, grazie alla Efron che è una magnifica ipocondriaca educatissima e tenera, prevalenza degli interni, molto belli (la casa di Soledad, il negozio, alcuni ristoranti, la casa del "nuovo" Nicolás, qualche ospedale), camera dinamica senza sembrare nervosa, storia semplice ma delicata, di questo personaggio che si fa amare già dopo le prime due scene. Apparizione di Ricardo Darín, ancora una volta nei panni del padre della Efron. Azzecatissima la colonna sonora, a cura di Nico Cota, dove si fa notare una bella cover di Karma Chameleon eseguita da Loli Molina.

Film anche troppo semplice, ma impossibile da disprezzare. Speriamo che Inés approdi ad un pubblico più ampio quanto prima.

Non è uscito in Italia, ma in Francia si.

20100114

nobel


Da Internazionale nr.828, un interessante, anche se molto critico, punto di vista sui Presidenti statunitensi, da uno statunitense (seppur anarchico, socialista, radicale, insomma, uno di quei tipi che qualcuno vorrebbe "venderci" come militante del partito dell'odio..). Qualcuno fissato con teorie complottistiche potrebbe anche interpretare come capziosa questa pubblicazione, in concomitanza con il terremoto ad Haiti, leggendo il "capitolo" riservato al Presidente Wilson (che non è, ricordiamolo, quello del pallone di Cast Away)...magari lo è.



Quattro Nobel non meritati





Barack Obama, il quarto presidente statunitense a vincere il premio Nobel per la pace, continua come i suoi predecessori a promuovere la convivenza pacifica. A patto che non danneggi gli interessi degli Stati Uniti. Tutti e quattro questi presidenti hanno lasciato la loro impronta sull’America Latina. Visto l’atteggiamento dell’amministrazione Obama nei confronti delle elezioni in Honduras del novembre 2009, forse vale la pena di ricordare alcuni fatti.
Theodore Roosevelt. Durante il suo secondo mandato presidenziale (1904-1908) Roosevelt dichiarò: “Negli ultimi quattro secoli, l’espansione dei popoli di razza bianca, o europea, ha recato beneficio alla maggior parte delle popolazioni che abitavano le terre in cui quest’espansione è avvenuta”. Era perciò “inevitabile per il bene dell’umanità nel suo complesso che il popolo statunitense estromettesse i messicani” conquistando metà del Messico ed era “fuori questione
aspettarsi che i texani si sottomettessero al dominio di una razza più debole”. Naturalmente,
anche l’uso della diplomazia delle cannoniere per sottrarre Panama alla Colombia e costruire il canale fu un dono all’umanità.
Woodrow Wilson. Wilson è il più rispettato dei presidenti che hanno ricevuto il Nobel per la pace e forse è quello che ha danneggiato di più l’America Latina. L’invasione di Haiti nel 1915
provocò la morte di migliaia di persone e lasciò il paese in rovina. Per dimostrare il suo amore per la democrazia, Wilson ordinò ai marines di sciogliere il parlamento haitiano perché non aveva approvato la legislazione che avrebbe permesso alle aziende americane di comprarsi tutto il paese. Wilson invase anche la Repubblica Dominicana “per garantire la sua sicurezza”. Entrambi
i paesi rimasero per decenni sotto feroci dittature, eredità dell’“idealismo wilsoniano”, uno dei princìpi fondamentali della politica estera statunitense.
Jimmy Carter. Per il presidente Carter (1977-1981), i diritti umani erano “l’anima della nostra politica estera”. Robert Pastor, il suo consulente per la sicurezza nazionale in America Latina, spiegò l’importante distinzione tra difesa dei diritti umani e politica reale: purtroppo l’amministrazione aveva dovuto appoggiare il regime del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua e aveva finanziato la sua guardia nazionale addestrata dagli Stati Uniti, anche dopo che aveva massacrato 40mila persone “con una brutalità che di solito un paese riserva ai suoi nemici”. Per Pastor, “gli Stati Uniti non volevano controllare il Nicaragua, ma non volevano
neanche che la situazione sfuggisse al loro controllo. Volevano che i nicaraguensi agissero in piena autonomia tranne quando questo danneggiava gli interessi americani”.
Barack Obama. Il presidente ha allontanato gli Stati Uniti da quasi tutta l’America Latina e dall’Europa riconoscendo il colpo di stato militare che l’estate scorsa ha rovesciato il governo democratico dell’Honduras. “Quel golpe riletteva enormi divisioni politiche e socioeconomiche”,
ha scritto il New York Times. Il presidente Manuel Zelaya stava diventando una minaccia
per quella che la “piccola borghesia” chiamava la “democrazia”, cioè il predominio delle “imprese e delle forze politiche più potenti del paese”. Zelaya stava proponendo misure pericolose come l’aumento dei salari in un paese in cui il 60 per cento della popolazione vive in povertà. Doveva andarsene. A novembre solo gli Stati Uniti e pochi altri hanno riconosciuto le elezioni vinte da Pepe Lobo e gestite dai militari: “Un grande trionfo della democrazia”, secondo l’ambasciatore di Obama Hugo Llorens. Così Washington ha potuto mantenere l’uso della base aerea di Palmerola, particolarmente preziosa da quando i militari americani sono stati costretti a ritirarsi da quasi tutta l’America Latina. Dopo le elezioni, Lewis Anselem, rappresentante di Obama all’Organizzazione degli stati americani, ha consigliato agli stati sudamericani di riconoscere il golpe “nel mondo reale, e non in quello del realismo magico”. Dati gli stretti rapporti tra il Pentagono e l’esercito dell’Honduras, e l’enorme influenza economica che gli Stati Uniti hanno sul paese, sarebbe stato facile per Obama schierarsi con i paesi europei e latinoamericani a fianco della democrazia hondureña. Ma Obama ha preferito seguire la solita linea statunitense. Lo storico britannico Gordon Connell-Smith ha scritto una volta: “Anche se fingono di incoraggiare la democrazia in America Latina, gli Stati Uniti sono interessati al suo opposto”, fatta eccezione per la “democrazia procedurale, cioè le elezioni, che troppo spesso si sono rivelate una farsa”.
La vera democrazia soddisfa i bisogni della popolazione, mentre “gli Stati Uniti sono preoccupati soprattutto di creare le condizioni favorevoli per i loro investimenti”. Ci vuole una buona dose di “ignoranza intenzionale” per non accorgersene. E questa cecità dev’essere preservata a tutti i costi se si vuole che le cose continuino così, sempre per il bene dell’umanità, come Obama ci ha ricordato nel suo discorso per il Nobel.

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Nella foto presa dal web, Noam Chomsky

serenata di mezzanotte (all'anima)




Midnight Soul Serenade - Heavy Trash




Diavolo d'un Jon Spencer. Terzo disco insieme a Matt Verta-Ray, che continua, insieme al bel tenebroso Jon, il viaggio dentro il rockabilly, alle radici del rock'n'roll.


Sempre sporchi, sghembi e retrò, questa volta non risparmiano sulle melodie, e mettono insieme un dischetto accattivante, anche se sempre dal sapore smaccatamente anni '50.


In My Heart è un gioiello, Gee, I Really Love You una grande apertura, Bumble Bee travolgente, Pimento è un semi-strumentale di nemmeno due minuti delizioso. E tutto il resto è all'altezza.

due sulla strada


Adam & Paul - di Lenny Abrahmson 2004


Giudizio sintetico: da vedere


Adam e Paul sono amici fin da piccoli. Paul è un po' "lento", ma non è che Adam sia poi un'aquila. Sono di Dublino, e probabilmente conoscono solo quella. Non abitano da nessuna parte, perchè sono senza tetto. Non solo: sono senza un lavoro, senza una fidanzata, senza un soldo. Non hanno niente, a parte la scimmia della droga sulle spalle. Il primo e unico pensiero appena svegli è come procurarsi una dose. Il film li segue in una giornata-tipo, tra tentativi di furto, infortuni, botte, birre, colpi di fortuna, qualche risata, molte umiliazioni.


Per chi, come me, ha conosciuto Abrahmson con Garage, e poi, incuriosito, ha recuperato questo lungometraggio di debutto, non sarà difficile riconoscerne la mano, soprattutto nelle sequenze di apertura e di chiusura, nel gusto per le inquadrature. Anche la scelta della storia non è poi così diversa, ed è più che apprezzabile questo sguardo né compassionevole né pietoso, ma sicuramente rispettoso e realistico, verso i ceti sociali bassi della nostra società: esistono anche loro. Il film è divertente, ha un buon ritmo nonostante non sia di certo cinema d'azione, ha una bellissima fotografia ed è recitato coralmente ad alto livello. Straordinari i due protagonisti: Mark O'Halloran (Adam) e Tom Murphy (Paul). Finale amarissimo, ma non poteva essere altrimenti.

Scopro con grande sopresa e apprezzamento che uno dei due protagonisti, O'Halloran, è anche lo sceneggiatore, e lo è anche di Garage, quindi onore doppio e pure triplo.

Non ne esiste la versione italiana, ma vi assicuro che vale la pena fare uno sforzo.

20100113

fratelli


Brothers - di Jim Sheridan 2009


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: bello ma dé, è una foto'opia! Sceridà, asciugati!


Stati Uniti, provincia, Sam è nell’esercito e deve tornare in Afghanistan. Ha una splendida moglie, Grace, e due figlie adorabili, sta ultimando una bella casa. Le tensioni in famiglia vengono dagli altri: il giorno precedente alla sua partenza, il fratello minore Tommy esce di prigione (ha rapinato una banca, facendo del male ad una dipendente), i genitori stanno invecchiando e, soprattutto il padre, non riesce a mascherare il dispiacere per l’incapacità di Tommy ad integrarsi e "normalizzarsi", Tommy a sua volta soffre la disparità di considerazione e si ribella continuamente adottando comportamenti fuori dagli schemi.
L’elicottero sul quale sta volando Sam, alcuni giorni dopo il suo arrivo in Afghanistan, viene abbattuto. Viene dato per morto, insieme agli altri che erano con lui. Tommy si avvicina molto a quel che rimane della famigliola, e a poco a poco riporta l’equilibrio, migliorando lui stesso come persona; si fa ben volere dalle bambine, finisce di sistemare la cucina in casa, instaura un rapporto complice con Grace, rapporto casto escluso un bacio in un momento di difficoltà, sbandata subito rintuzzata da entrambi in maniera adulta.
Nel frattempo, Sam non è morto, ma sta vivendo un inferno, viene tenuto prigioniero e, per sopravvivere, supera una prova che lo segnerà per sempre.
Viene liberato, e torna; oltre ai problemi psicologici che si porta dietro, inizia a sospettare una tresca tra Tommy e Grace. L’equilibrio si spezza, forse per sempre.


Remake di Non desiderare la donna d'altri, in originale (danese) Brødre, di Susanne Bier, il film non aggiunge assolutamente niente di niente all'originale, se non trasferire l'azione "casalinga" negli States, lì dove nasce l'invenzione di "esportare la democrazia" con la guerra. Curioso che a metterlo in scena sia l'irlandese Sheridan, che con The Boxer aveva messo in scena una storia molto simile a questa, o a quella di Noi due sconosciuti (sempre della Bier).

Sicuramente perchè conoscevo già la trama, il film non mi ha sorpreso, coinvolto o scioccato, seppure la storia sia comunque intensa e toccante. Segno evidente che si poteva, magari, distribuire meglio l'originale. Certo che, avendolo re-ambientato negli USA, si poteva quantomeno avere coraggio ed approfondire le tematiche politiche e le conseguenze sociali: l'ambientazione danese dell'originale, asettica, serviva alla regista per puntare l'occhio sulle dinamiche familiari, messe alla prova da una storia del genere, dinamiche alle quali la Bier è da sempre interessata. Qui Sheridan dimostra di agire "su commissione", senza farsi particolari domande.

Cast dignitoso, ma non ho trovato particolare profondità nelle prove dei tre protagonisti Maguire (Sam), Gyllenhaal (Tommy) e della sempre più bella Portman (Grace).

Sufficienza risicata proprio perchè, a mio giudizio, se si fa un remake bisogna puntare a superare l'originale.