No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20101214

find me guilty


Prova a incastrarmi – di Sidney Lumet (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: bellabbestia vindise' cor parrucchino dé


New York, 1987, si apre il processo a ben venti membri della famiglia Lucchese, per 76 capi d’accusa. Il processo è ancora oggi ricordato come il più lungo della storia giudiziaria statunitense (durò 21 mesi), ma non solo per quello. Nonostante sia molto probabile che la decisione finale della giuria fu dovuta più ad errori dell’accusa che alle difese degli avvocati degli imputati, il processo è ricordato anche per la storia di Giacomo “Jackie Dee” DiNorscio. Unico dei 20 imputati ad essere già in carcere per traffico di stupefacenti, gli fu offerto un consistente sconto della pena a patto che testimoniasse contro il resto della famiglia dal procuratore distrettuale. Non solo Jackie rifiutò, preferendo sempre finire di scontare i 30 anni di carcere che affossare la famiglia, ma decise anche di difendersi da solo, non avendo ormai nulla da perdere, e, forse anche un po’ per autocompiacimento, conscio della sua istrionicità e del suo innegabile carisma, della sua forte personalità e della sua propensione alla battuta.


Lumet è un gran bravo regista, vecchio ed esperto; ha firmato grandi pellicole, ed è giusto ricordare almeno “Serpico”, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” e lo straordinario “Quinto potere”, un film eccezionale e correttamente visionario. Ormai 82enne (all'epoca), ci offre adesso non certamente un capolavoro, ma senz’altro un buon film godibile e anche molto divertente, offrendo una grande occasione ad un attore, il protagonista indiscusso Vin Diesel, che fino a adesso si era distinto per il suo fisico e per la sua pelata, ma sul quale, lasciatemelo dire senza immodestia, avevo scommesso fin da tempi non sospetti. Sono contento che il buon Vin dimostri qui di aver sfruttato in pieno l’occasione. Leggermente ingrassato e con un parrucchino dal colore improbabile, Diesel domina in lungo e in largo la scena e dimostra di poter reggere tranquillamente anche film di un certo spessore.

Per il resto, la pellicola mette sinceramente a disagio semplicemente per il fatto che ci si ritrova a sorridere e a parteggiare spudoratamente per i mafiosi, tra l’altro completamente stereotipati, per la simpatia istintiva del personaggio di DiNorscio, mentre la figura del procuratore distrettuale è dipinta quasi come un incapace o giù di lì. Forse è questa la colpa che possiamo imputare a Lumet, il difetto del film, che rimane tutto sommato piacevole. Anche lui ha parteggiato spudoratamente per i mafiosi, ha evitato di essere equidistante evitando di mostrarci davvero cosa erano davvero quelle persone. Oltre lo stile sopraffino delle riprese, soprattutto nell’aula del processo, ci rimane dunque una grande prova di Vin Diesel e una sfilza di ottimi caratteristi; che Lumet sia un grande, ce lo dimostra perfino l’unica scena dove appare una bellissima e sensuale Annabella Sciorra, un minuto di altissima tensione sessuale senza che si veda nessun centimetro quadrato di pelle, se si eccettua la scollatura dell’attrice.

Per il resto, il sospetto che Lumet si sia divertito proprio ad essere politicamente scorretto. Vedere per credere.

20101213

belle imperfezioni


Beautiful Imperfection - Asa (2010)

Secondo disco per la nigeriana, nata a Parigi ma rientrata in patria all'età di due anni, autrice circa tre anni fa del debutto Asha, ma anche di un disco dal vivo (Live In Paris).
Vagamente più "spensierato" del debutto, la ventottenne franco-nigeriana si destreggia con estrema grazie e leggerezza a cavallo di un soul sbarazzino, spruzzate di jazz, ballate soft-rock (Preacher Man), raccogliendo le varie influenze accumulate durante la sua crescita personale e professionale (Erykah Badu, Lauryn Hill, Angélique Kidjo, ma lei stessa cita pure Fela Kuti, Bob Marley e Michael Jackson, mettendo in conto anche scambi di "cortesie" con Lenny Kravitz e Katie Melua), e facendone salire in superficie altre, diciamo più "occidentali" (l'inizio di Baby Gone può ricordare il Ben Harper più intimista, quello di Questions gli attacchi di Tori Amos), frulla il tutto, sforna un paio di potenziali hit-single (Why Can't We e Be My Man), ma soprattutto, nei pezzi più cadenzati e riflessivi, come Ok Ok, fa riaffiorare il ricordo di una grandissima performer femminile andata in "pensione" troppo presto: Neneh Cherry.
Non griderei certo al miracolo, ma questo Beautiful Imperfection è senza dubbio un ascolto piacevole e variegato. Ben fatto.

musicanti


Musikanten – di Franco Battiato 2006


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: peso....ma peso.....


Marta e Nicola sono gli autori di un programma televisivo su musicisti atipici. Curiosi ed attenti verso le cose estreme, sottopongono al direttore di rete il progetto di un nuovo e ambizioso programma che si propone di esaminare i progetti di alcuni personaggi che fanno della ricerca il loro credo, soprattutto nel campo del pensiero e della percezione. Incoraggiati, seppur a malincuore, nella messa in piedi del programma, partono per raggiungere alcuni di questi personaggi. Nicola ha una vita completa e soddisfacente, mentre Marta è ossessionata dalla figura di Beethoven. Oltre a sognarsi spezzoni della vita del grande compositore, appena le si presenta l’occasione per “regredire” tramite l’ipnosi e l’aiuto di uno degli studiosi sui quali hanno deciso di costruire il loro nuovo programma, materializza i suoi sogni e si trova a “vivere” accanto a Beethoven, impersonando i panni del principe Lichnowsky, suo amico e allievo.


Sceneggiato insieme all’amico e collaboratore fisso Manlio Sgalambro, filosofo che appare nei panni del narratore della vita del compositore, il film di Battiato risulta molto pretenzioso e assai difficile da digerire. Probabilmente, per apprezzare a pieno questo lavoro, ci vorrebbe un pubblico interamente composto da intellettuali di altissimo livello; purtroppo, o per fortuna, il popolino troverà “Musikanten” di una noia mortale e pesantissimo. Spiazzante per l’uso misto di riprese classiche alternate a quelle in digitale, oltre a lanciare messaggi difficilmente assimilabili, soffre anche di recitazioni un po’ tirate via, nonostante gli attori protagonisti siano di alto livello (Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni e addirittura Alejandro Jodorowsky, oltre a Michela Cescon e Chiara Muti), evidente segnale dell’assenza di un regista esperto di cinema, probabilmente molto più interessato a stendere un canovaccio complesso e, come già detto più volte, di difficile comprensione.

Inconcludente.

20101212

because of the times


Kings Of Leon + Whigs, venerdì 3 dicembre 2010, Bologna, Futurshow Station

Il tempo clemente ci risparmia la neve, ed arriviamo a Bologna Casalecchio per l'unico appuntamento italiano con i Followill in orario. Mi dicono che si leggeva in giro che il concerto era sold out: sarà che siamo arrivati presto, ma non mi pare proprio. In effetti, anche a concerto ormai iniziato, le presenze si aggirano sulle 10mila, non so se ci arrivano, quindi esaurito stocazzo, usando un eufemismo. Cosa vorrà dire, non lo so. Si potrebbe fare ironia, si potrebbe essere cattivi. Prendiamone solo atto, e andiamo alla cronaca.

Alle 20,00 aprono i georgiani statunitensi Whigs, tre dischi all'attivo, mai sentiti nemmeno nominare. Alla fine dei (lunghissimi) 45 minuti di set, capisco perfettamente il perchè. Li catalogano come garage rock revival, ma basta revival per descriverli. Personalità nessuna, ma una buona mobilità sul palco. Non li rimpiangeremo.

Poco prima delle 21,30 entrano i Kings Of Leon sulle note di Invisible Sun dei Police, canzone che, a causa della vecchiaia, riconosco ma della quale non so mettere a fuoco né il titolo, né la band titolare (mi viene in soccorso questa recensione, che non condivido). Partono con Crawl, naturalmente da Only By The Night. Suoni rotondi, un po' impastati, il basso leggermente nascosto così come la chitarra solista. C'è un membro aggiunto che supporta con un'ulteriore chitarra o con le tastiere. Dico subito che la ventata di novità che portarono col loro debutto Youth And Young Manhood, che mi piacque molto, si è via via spenta per trasformare il loro genere in un moderno arena rock, ma questo lo sanno tutti e non importa che ve lo spieghi io, che ha raggiunto il suo apice col meraviglioso, appunto, Only By The Night. Ecco perchè la scaletta è composta dallo stesso numero di pezzi (sette) sia dal quarto disco, sia dal nuovo Come Around Sundown.
Detto questo, una cosa curiosa accade già al secondo pezzo, che è l'unico estratto dal loro debutto, Molly's Chambers. Mi sono andato a rileggere la mia recensione del loro primo concerto italiano: quel pezzo era risultato uno fra i migliori. Questa sera del 2010, non me ne sono nemmeno accorto, nonostante aspettassi proprio quei pezzi lì. Qualcosa dovrà pur dire. Le versioni, gli arrangiamenti, la scaletta tutta, sono completamente sbagliate. Hanno pezzi migliori, nel complesso, le esecuzioni che avevano bisogno di essere rinvigorite sono state eseguite rallentate, mentre pezzi bellissimi e trascinanti come Use Somebody, che chiude la prima parte del concerto, è stata velocizzata, massacrandola.
Insomma, il punto è quello che avrete già capito. I Followill, rispetto a sette anni fa, hanno imparato a suonare, e magari a non guardare continuamente il manico della chitarra, o del basso. Di certo non sono dei fenomeni, nessuno dei quattro. Ma, si sa, questo nel rock non è fondamentale: bisogna saper scrivere le canzoni. A volte riesce, a volte no. Quando fanno pezzi ben scritti, la voce di Caleb [il Bryan Adams dello (pseudo) alt-rock], particolare e coinvolgente, li canta, e il risultato c'è. Però dal vivo bisogna creare una certa empatia. E i quattro non hanno comunicativa, ancora oggi, sono poco sciolti sul palco, non riescono ad emozionare più di tanto.
Arriviamo al punto: il concerto è deludente. E non certo perchè durante l'esecuzione di Mary, al sesto pezzo in scaletta, salta l'impianto di amplificazione escluso le spie di palco, e la band continua a suonare come se non se ne fosse accorta, per poi scusarsi subito dopo (tra parentesi, come ho detto sul momento, in 30 anni di concerti visti, non mi era mai successa una cosa del genere). Non per quello. Il paradosso è che nonostante i Kings Of Leon abbiano deciso di diventare una band da stadio, scrivere le canzoni da stadio non basta: bisogna anche sapersi "comportare" da stadio, o da arena. Non bastano i fuochi d'artificio alla fine, il maxischermi, o il muro imponente di riflettori dietro al palco. Le persone vengono a vedere la band, prima dello spettacolo. Se la band si "nasconde", il concerto, alla fine, delude.
Questo è quanto.

islanda lug/ago 2010 - 17



Addio a Hveragerdi - Penisola di Reykjanes - Ritorno a Keflavìk - Il gran finale

La sveglia avviene con molta calma, come dovrebbe essere sempre, la colazione è "chiacchierata" e rilassata. Bagagli fatti, e si salda il conto. Sorrisi e saluti, complimenti alla guesthouse, e mentre saliamo in macchina mi accorgo che la signora-che-cade-sempre-dalle-nuvole ci ha fatto lo sconto perchè siamo rimasti tre notti, ma ci ha fatto pagare la prima notte, che noi avevamo già pagato appena arrivati. Rientriamo, spieghiamo, e la faccia della signora assume un'espressione indescrivibile. A volte, l'onestà delle persone, o di un popolo, si misura pure dalle espressioni facciali (ci fosse stato il dottor Cal Lightman avremmo potuto discuterne a lungo...). Si scusa circa un miliardo di volte, e ci ritorna il dovuto. Succede.
Visto che dalle carte e dalla guida, la strada che porta a Grindavìk lungo la costa sud della penisola di Reykjanes non è propriamente un'autostrada, puntiamo di nuovo sulla capitale, per poi oltrepassarla, e poi prendere la 43, che lambisce anche la stra-famosa Blue Lagoon.
L'atmosfera è ampiamente rilassata, il cielo è islandese: non c'è un sole prepotente, non sembra voglia piovere. Saliamo su un altipiano a ridosso di Hveragerdi e come al solito, sembra di vedere un paesaggio lunare. Sulla destra un'impianto di geotermia, fumacchi che si levano dal suolo un po' dappertutto, sulla sinistra la penisola che andremo a circumnavigare, se così si può dire.
Vegetazione zero.
Accarezziamo la capitale dalla tangenziale: tutto il mondo è paese. Grandi magazzini e supermercati disseminati un po' ovunque. Poco traffico. Prendiamo la 41, che va verso l'aeroporto internazionale di Keflavìk. Dopo che il paesaggio ha assunto panoramiche più "terrestri" nei dintorni di Reykjavìk, intendo con una parvenza di vegetazione, e naturalmente molti parchi, visibili anche da lontano, si passa ad un panorama decisamente vulcanico. Aggressivamente vulcanico, direi: la tonalità è scura, e i massi di lava raffreddata chissà da quanti anni, decenni, secoli o millenni, sempre più grandi. La strada è piuttosto sgombra, adesso abbiamo il mare sulla nostra destra, viaggiando verso la punta della penisola. All'incrocio con la 43, prendiamo verso Grindavìk. Adesso siamo completamente in mezzo alla lava. Paesaggio assurdo. Inizia a piovere leggerissimamente. Ci fermiamo in un punto dove ci sono grotte in mezzo ai blocchi di lava, o buchi enormi, dove la gente scende per farcisi fotografare. La Blue Lagoon è vicinissima a Grindavìk, che è sulla costa opposta della penisola. Ci passiamo accanto, è come ci immaginavamo. In mezzo a questo panorama incredibile, il parcheggio già abbastanza pieno di mattina, bus compresi, strutture alberghiere ai margini. Passiamo oltre, che non ci va di metterci in costume. Arriviamo a Grindavìk, e giriamo per le strade del villaggio deserte. Piccolo porto industriale, tutto ordinato, poca gente in giro. Non dimentichiamoci che è domenica mattina. Andiamo oltre, e cominciamo a costeggiare la coste della penisola, girando in senso orario. Non ci sono insediamenti abitativi, ma le coste a volte addolciscono il panorama brullo e vulcanico, anche se la roccia domina, insieme ad almeno uno stabilimento geotermico. Uccelli ovunque, e un vento che la fa da padrone. Pare che Eastwood da queste parti abbia "ricostruito" Iwo Jima per Flag Of Our Fathers. L'attrazione, parola grossa, principale su questo tratto di costa, è il ponte tra le due placche tettoniche continentali, la nord americana e l'europea. Come si vede dalle foto, un ponte vero su un canalone. Sabbia e sassi tutto intorno, niente di sconvolgente da vedere, ma la sensazione vaga di trovarsi in un punto importante: pare che il movimento sia costante e inesorabile.
Dopo aver oltrepassato il piccolissimo villaggio di Hafnìr, le carte non sono chiare: pare che per continuare a costeggiare la parte superiore della penisola, si debba necessariamente passare da Keflavìk, e invece in realtà non è così. Proseguiamo costeggiando scogliere basse e battute dal vento, vedendo chiaramente l'aeroporto internazionale sulla nostra sinistra, finché arriviamo ad un altro villaggio chiamato Sandgerdi. Qui, veramente, gli uccelli la fanno da padrone, e accostiamo per fotografarne alcuni, impegnati a nutrire un piccolo. Bisogna davvero stare attenti a non farne fuori alcuni con il parabrezza. Rispetto all'altra "protuberanza" della penisola, questa pare leggermente più verde, vegetazione bassa, naturalmente, ma esistente. Ovviamente,
anche Sandgerdi ha il suo campo da golf.
Proseguiamo fino alla punta estrema. La strada ci porta a Gardur, dove tra le altre cose costeggiamo il piccolo, ma verde e ordinato, stadio (sono tutti piccoli!), ed arriviamo fino a Gardskagaviti, dove ci sono ben due fari. Calma piatta sul mare, un mare grigio e apparentemente a perdita d'occhio, vista privilegiata sull'altra penisola, quella di Snaefellsnes.
Da qui a Keflavìk, il passo è breve (e c'è un altro campo di golf in mezzo). Vi dirò che, in verità, Keflavìk, assieme a Njardvìk e ad Hafnir, sono considerate un tutt'uno, col nome di Reykjanesbaer. E' ancora presto per presentarci al B&B dove abbiamo dormito appena arrivati, ormai due settimane fa, e dove abbiamo prenotato anche questa prossima notte, e facciamo un giro per la cittadina, che pare stanca. Pare tutto chiuso, e la fame comincia a farsi sentire. Ancora una volta, ci ricordiamo che è domenica mattina, e giriamo alla ricerca di un posto dove cibarci. Ecco un Subway, e vai di panino con tutto. Da Subway, qualcuno già lo saprà, sei libero di "comporti" il panino a piacimento, e puoi/devi anche scegliere il tipo di pane con cui farlo. Non avendone idea, uno dei tre locals entrati dopo di noi mi dà un consiglio. Lo seguo e ringrazio, sembra simpatico. Mangiamo, passeggiamo vicino al mare, fumiamo una sigaretta, ci guardiamo attorno. Sembra che la notte passata in quei paraggi ci sia stato parecchio movimento. Andiamo al B&B, portiamo i bagagli in camera, apprezzandole di nuovo, sono enormi in effetti, prenotiamo il bus per
l'aeroporto, per il giorno seguente. A quel punto, non ci resta che consegnare l'auto. Non sono ancora le 17, avremmo tempo fino alle 19, ma fa niente, davvero. Andiamo all'aeroporto e, ricordandoci le indicazioni che ci avevano dato al momento della consegna, arriviamo nel luogo prestabilito. L'addetto all'ufficio chiama il ragazzo incaricato della verifica, che mette in moto, dà un'occhiata e mi strizza l'occhio, tutto a posto. Ci dà uno strappo all'aeroporto, sono si e no 200 metri, ma accettiamo. Avendolo sentito parlare con un collega in una lingua che non pareva decisamente islandese, la mia compagna di viaggio chiede di dove è, e lui risponde che è polacco. Snocciolo le mie due parole che conosco in polacco, e lui mi precede su una, che vi ometto per decenza. Salutiamo. Facciamo un giro stanco dell'aeroporto, che non offre chissà che cosa, e ci sediamo al bar per caffè, cappuccino, qualcosa del genere, tutto buono. Ci rilassiamo mentre guardando fuori, ci rendiamo conto che la giornata si è fatta decisamente bella. Ci assale un'idea veramente malsana: tornare al B&B a piedi. Siamo purtroppo entrambe d'accordo, e partiamo a spron battuto. Lungo il percorso, apprezziamo l'auto incidentata (espediente usato anche nel nord Italia, vengo a sapere dopo, e non solo) che invita a guidare con prudenza, e sento crescermi un paio di verruche: ho le converse basse ai piedi. Ma non desistiamo.
Apprezziamo pure il fatto che all'ingresso del
"quartiere", dove è ubicato il B&B, che altro non era se non la vecchia base militare USA (anche l'aeroporto faceva parte della base, e in effetti il nostro percorso non fa altro che girare intorno al suo perimetro), c'è ancora la torretta del check in e le sbarre. Ci impieghiamo un'ora e 45
minuti, sono intorno ai 7 chilometri. Facciamo la doccia in fretta, ed andiamo a cena nell'unico posto raggiungibile a piedi senza sforzo: una pizzeria indicataci da uno del B&B nel palazzone proprio dietro a quello dove alloggiamo (vedi foto dei palazzoni). Mentre aspettiamo e mentre mangiamo ci facciamo grasse risate, soprattutto a proposito dello
stordimento di alcune cameriere, ma non solo. Notiamo che il tasso di obesità, anche tra le donne, qui è molto più alto che nel resto dell'Islanda: che sia un'eredità statunitense? Chi lo sa. L'apoteosi però, è quando dalla porta d'ingresso vediamo entrare i tre locals che erano
dietro a noi a pranzo: quello del consiglio sul pane mi saluta calorosamente. Ci viene il sospetto che non sia il solo posto raggiungibile a piedi dal B&B, bensì l'unico posto per mangiare aperto di domenica sera. Rimarremo con il dubbio.
Rientriamo dopo abbondanti libagioni. Siamo stanchissimi, ma non rinunciamo a leggere ancora un po' della nostra storia d'Islanda, e a commentarla con qualche riflessione.
Mi prendo un attimo per riassumere: a noi ha fatto ridere questo riferimento continuo alla "lotta" per l'indipendenza dalla Danimarca, che è stato fatto senza mai imbracciare le armi, tanto che il
sospirato distacco fu dichiarato mentre il re (di Danimarca) era stato imprigionato dai tedeschi (durante la Seconda Guerra Mondiale). Ma, in effetti, c'è poco da ridere: non sono molto più "degni" di rispetto loro, i pacifici islandesi, confrontati a noi o ad altri, la cui storia è piena di guerre, rivolte, morti, soprusi? Che poi, il pacifismo sia sempre un'utopia (in realtà, l'Islanda ha un accordo di difesa con gli USA, e durante la Seconda Guerra Mondiale fu "difeso", o meglio "occupato" per motivi difensivi, prima dagli inglesi, poi dagli statunitensi, che dettero il cambio ai primi), è naturale, ma credo sia il caso di rifletterci sopra.
Detto ciò, arriviamo al giorno della partenza. Colazione al B&B, bus per l'aeroporto, attesa, check in, controlli, shopping dell'ultim'ora. Poi, ognuno sul suo aereo, il "mio" che ritarda perchè non parte un motore, sms da un aereo all'altro, ritorno in Italia, l'impatto con il buio dopo due settimane di luce.
E un'altra esperienza indimenticabile, di quelle che crescono man mano che si allontanano nel tempo.
Alla prossima.

20101211

giorni pericolosi


Danger Days: The True Lives Of The Fabulous Killjoys - My Chemical Romance (2010)

Ritorno dei MCR (da non confondere con i nostrani Modena City Ramblers) in grande stile: un'opera concettuale fantascientifica, dove i componenti assumono degli alter-ego, il tutto naturalmente di ispirazione fumettistica, una passione che sappiamo essere fonte di ispirazione da sempre del quintetto del New Jersey.
Come già detto in passato, i MCR sono molto vicini ai Muse per il loro approccio di ispirazione quasi sinfonica al rock. Nei pezzi più tirati, le influenze punk rock si sentono piuttosto nitide, mentre nei momenti più rilassati il mood si fa decisamente vicino al pop.
Non siamo davanti a dei musicisti sensazionali, ma neppure a degli sprovveduti, e le canzoni le sanno scrivere; la cifra stilistica è, inoltre, ormai decisamente riconoscibile. Il problema, forse, è che l'album da studio precedente, era una vera bomba. Ecco quindi che il paragone viene spontaneo, e questo Danger Days ne esce sconfitto, seppure diversi pezzi siano molto, molto buoni (DESTROYA, SING, Party Poison). D'altro canto, per esempio, Planetary!(GO) è inascoltabile. Disco di passaggio.

Amytiville


Amityville Horror – di Andrew Douglas 2005


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: boiadé, originalissimo eh


Il 14 novembre 1974, al 112 di Ocean Avenue, Amityville, stato di New York, Ronald DeFeo Jr. stermina a fucilate la sua famiglia, padre, madre e quattro fratelli, guidato da alcune voci che gli dicono di ucciderli tutti. Un anno dopo, la famiglia Lutz (George ha sposato la bella Kathy, giovane vedova, e si è sobbarcato i tre figlioletti Billy, Michael e Chelsea) compra la casa dove è avvenuta la strage, convinta dal prezzo convenientissimo se raffrontato al valore immobiliare della casa, nonostante l’agente, messa sotto pressione, racconti loro il perchè di un prezzo così stracciato. Il sogno americano, mai come ora così a portata di mano, li convince. Ma la maledizione della casa, che, come scoprirà Kathy facendo una disperata ricerca, ha radici lontanissime e orrende, è viva, e li costringerà ad una lotta impari. I rapporti, già delicati, tra George e i figli di Kathy, in particolar modo col più grandicello Billy, diventano tesissimi, l’intimità tra loro due svanisce, strane visioni rendono un incubo la vita nella casa, Chelsea sostiene di parlare con la piccola Jodie (l’unica della famiglia DeFeo che non fu uccisa nel suo letto, bensì nel ripostiglio) e ciò la porta ad agire spesso sconsideratamente, George dorme in cantina perchè, sostiene, è l’unico punto della casa ben riscaldato, e sente le stesse voci che sentiva Ronald, il cane abbaia in continuazione e si comporta in modo strano. Di notte, la casa sembra vivere una vita propria; finestre che si aprono, sedie che si muovono, condotte che mugolano. Kathy si rivolge anche al parroco, padre Callaway, che prova una benedizione e scappa inseguito da uno sciame di insetti. La soluzione sembra una sola: andarsene. Se ci riusciranno…


Remake dell’omonimo film del 1979 di Stuart Rosenberg, il film è decisamente noioso. Che senso ha girare un remake di un horror tratto da una storia vera? Al botteghino l’ardua sentenza. Douglas tenta di ravvivare il tutto con alcuni effetti speciali, qualche sequenza veloce di visioni varie, tante, tantissime citazioni horror, oltre a stuzzicare gli appetiti femminili (e/o gay) con un paio di sequenze nelle quali Ryan Reynolds (‘’Blade: Trinity’’) mette in mostra una muscolatura di tutto rispetto (mentre invece, da questo punto di vista, risulta poco ‘’sfruttata’’ la bella Melissa George). Un po’ pochino. Ricorderò male magari, ma l’originale era molto migliore.

Per la cronaca, il vero George Lutz è in causa con la Metro Goldwyn Mayer, perchè sostiene che il personaggio interpretato da Reynolds lede gravemente la sua dignità, e per altre ragioni. Passatempo estivo.

20101210

frutti


Heavy Metal Fruit - Motorpsycho (2010)

So che dicendo questa cosa mi inimicherò qualcuno, ma io dei norvegesi Motorpsycho, da quando esistono, ho capito solo da dove hanno preso il nome. Poi, null'altro.
All'inizio (i primi tre minuti su quasi dieci) del pezzo W.B.A.T. di questo milionesimo loro disco (ho perso il conto), intitolato Heavy Metal Fruit, mi hanno ricordato le fughe free-jazz degli Area. Che siano dei bravi musicisti, non sta a me farvelo scoprire. Che vi si risentano decine di influenze del passato, nemmeno. Che gli piaccia il rock progressivo e pure i Beatles, idem. Se abbiano un'identità, oltre a grande padronanza tecnica, prolissità e prolificità, ancora devo capirlo.
Godibile musicalmente, da perdercisi letteralmente dentro [il pezzo di chiusura, Gullible's Travails (pt. I-IV), dura oltre venti minuti]; c'è da vedere poi quanto rimane.
A me, sinceramente, poco.

pensionati


Nessun messaggio in segreteria – di Luca Miniero e Paolo Genovese 2005


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: dé, è vero!


Walter è pensionato, e come dice lui ‘’ho un sacco di tempo e non ho un cazzo da fare’’. Per questo, ha una serie di tic davvero divertenti, e i personaggi che con lui abitano il suo condominio, ne mettono in risalto la parte più giocosa. Quando, grazie al giornale, si rende conto che c’è un giovane che lavora per mantenerlo, decide di trovare questo giovane e rendergli la vita più facile, a modo suo. E a modo suo avverrà anche la scelta, coadiuvata da Sara, la figlia di Francesca (operatrice ecologica). Il prescelto è Piero, impiegato timidissimo, solo, incapace di lasciarsi andare e sull’orlo del suicidio. L’amicizia con Walter farà bene ad entrambi.


Film leggero (anche se tocca alcune tematiche davvero attualissime - l’aumento dei pensionati, la singletudine - ) e divertente senza essere volgare, non esente da pecche (alcuni personaggi di contorno inutili, in alcuni momenti la sensazione di assistere a una serie di gag unite dal niente invece che da una sceneggiatura) ma che diverte con gusto. Bravi quasi tutti gli attori, ottime battute, un po’ presuntuosa la trovata dello ‘’sdoppiamento’’ di Piero.

20101209

lavoro

Profetico. Ascoltare attentamente il testo.




ti aggiusto la faccia



The Dillinger Escape Plan + Cancer Bats + The Ocean, venerdì 15 ottobre 2010, Roncade (TV), New Age Club

Lo ammetto, e me ne prendo tutta la responsabilità: il tanto desiderato, dall'immaginario collettivo, passante di Mestre, per me che lo percorrevo per la prima volta, mi ha tratto in inganno. Ecco, fondamentalmente, il motivo per cui ci perdiamo interamente i The Ocean, su cui l'amico Massi desiderava un riscontro, dopo che lui li aveva visti qualche giorno prima a Varsavia.
Al New Age era qualche anno che non mettevo piede, e me lo ricordavo peggio, anche se il palco rimane sempre troppo basso per la platea.

I canadesi Cancer Bats, autori fin qui di tre dischi, mettono in scena la loro setlist, dentro la quale fa capolino perfino una pessima cover di Sabotage dei Beastie Boys, e ci fanno ascoltare il loro metalcore un po' povero di idee. Ricordano i Pantera, e non solo per la stazza del chitarrista, o per l'atteggiamento del cantante (che però fisicamente è la metà di Phil Anselmo), soprattutto musicalmente, anche se noto un pezzo che è in pratica identico da The Thing That Should Not Be dei Metallica; ma tutto ha un suo filo logico. Va da sé che il tempo a loro disposizione mi sembra anche troppo lungo.

Poco dopo le 23,00, dopo che ci siamo gustati il cambio palco osservando meglio la preparazione, che ci è già stata descritta minuziosamente da Massi, le luci si attenuano, e lo show va ad iniziare. Signore e signori, ecco a voi la miglior live band esistente. The Dillinger Escape Plan.
Sono sempre loro, indiavolati attori di un momento, lungo poco più di un'ora (e devo dire che mi aspettavo un minutaggio meno consistente, ma evidentemente l'accumularsi del repertorio li ha messi davanti ad uno sforzo maggiore), un momento che ferma davvero il tempo, in un turbinio di note mai messe a caso, ma talmente tante e veloci da richiedere un'attenzione quasi religiosa, e ad un'esibizione sempre molto "muscolare" da parte di tutti i componenti. E' davvero difficile stabilire chi sia il più pazzo: siamo davanti ad una band di esagitati, sul palco, e solo il nuovo batterista Billy Rymer rimane naturalmente relegato a stare seduto (anche se poi, nel caos organizzato del finale del set, avrà il suo momento di "sclero", con uno dei roadies che rimarrà a suonare la grancassa, mentre lui andrà a prendersi la sua parte di ovazione da parte del pubblico).
Queste cose probabilmente le avrete già lette, magari qui. Il fatto è che questi non sbagliano una nota, nonostante il movimento e nonostante spesso i volumi rendano difficoltoso avere un'ascolto chiaro.
Si parte con Farewell, Mona Lisa, e bisogna rilevare che Greg Puciato ha qualche lieve indecisione con la voce, nella parte melodica centrale, ma ametterete anche che aprire un concerto a freddo con la parte precedente, se conoscete il pezzo, non è proprio quello che consiglia l'otorinolaringoiatra. Gli dà una mano, principalmente, Jeff Tuttle, sostenendolo con i cori. Probabilmente perchè Jeff risulterà alla fine meno impegnato di Ben Weinman ad arrampicarsi sui tubi dell'aria condizionata (foto 1), nei momenti in cui non è "al pezzo" con la chitarra.
Fix Your Face, Milk Lizard (dove Greg comincia a carburare anche sulle melodie), Room Full Of Eyes, Chinese Whispers, Sugar Coated Sour, Gold Teeth On A Bum (ottima, e finalmente Greg va via liscio), il mio pezzo favorito dall'ultimo Option Paralysis, la fenomenale Widower, in una versione che mi soddisfa appieno, l'altro grande (ormai) classico da Ire Works, Black Bubblegum, Lurch, per non dimenticarsi da dove vengono, anche se il pezzo non è dai primi due dischi, bensì ancora dall'immenso Ire Works, Good Neighbor, e Sunshine The Werewolf per chiudere la prima parte in bellezza, visto che durante l'esecuzione Greg si fa la classica "passeggiata" (cantando; prima di scendere fa sistemare l'asta del microfono dal pubblico in mezzo a loro!)
in mezzo al pubblico. C'è da notare che a dispetto della dimensione del locale, il light show è curatissimo ed efficace. Niente è lasciato, quindi, al caso. Ennesima dimostrazione di come la voglia di spaccare si possa accompagnare con una sorta di rispetto per lo spettatore che paga il biglietto. Pubblico annichilito come di consueto, ed ecco che i ragazzi tornano baldanzosi e di poche parole per chiudere definitivamente questo ennesimo concerto con un trittico composto dalla grandiosa Mouth Of Ghosts, dove Ben suona le tastiere e un roadie la sua chitarra (per dire, il riff di rientro finale, dopo l'assolo, è definitivo, oltre che epico), Panasonic Youth e 43% Burnt, con altrettanto classica arrampicata di Greg sulla struttura delle luci (foto 2), così da lasciare a futura memoria una mazzata mica da ridere come finale.
Prima di chiudere, occorre ricordare anche la barba da frate del bassista Liam Wilson.
Fuori, nel freddo dell'umido e laborioso Nord Est pre-alluvione, una certezza: Dillinger Escape Plan, best live band ever!

promised land


Terra promessa – di Amos Gitai 2005


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: fa sta male eh, io ve lo di'o


Storia tormentata e triste di un gruppo di immigrate dall’est europeo in Israele; attraverso il Sinai, la frontiera con l’Egitto (dove un gruppetto di beduini, che le ‘’accompagna’’, troverà il modo di umiliarle ulteriormente), e poi, la vera e propria ‘’tratta delle bianche’’: vendute all’asta al miglior offerente, mostrate seminude alla luce delle torce elettriche, esaminate nella dentatura ma soprattutto a livello estetico (i capelli, colore e lunghezza, il sedere, il seno, la faccia da porca o meno, la presunta verginità), e poi destinate ai bordelli (o night club spinti, come preferite), dove la trafila di sottomissioni e umiliazioni continuerà, fino al finale a sorpresa. Diana, la meno rassegnata del gruppo, proverà ad affidarsi alla sensibilità di una giovane turista per liberarsi dalla schiavitù.


Gitai, dopo molti film validi ma abbastanza lineari come stile, per raccontare la piaga della prostituzione come mezzo/costrizione di fuga dalla povertà, tenta con uno stile fatto di digitale e camera a mano, unito ad una narrazione che, verso la seconda parte specialmente, diventa onirica e sinceramente poco chiara anche se piuttosto suggestiva. La scelta è, a detta del regista stesso, di non spettacolarizzare, voyerizzare o edulcorare la prostituzione e ciò che le sta intorno, e su questo concordiamo. Il risultato è un coinvolgimento totale dello spettatore, e un reale malessere, una sensazione fortemente disturbante di fronte alle scene (molte) di violenza e costrizione inflitte alle ragazze, riprese così nervosamente e da vicino.

La seconda parte purtroppo, non va in profondità, ed inoltre diventa confusa in maniera davvero esagerata; il finale non serve a riscattarla.

Un film riuscito a metà.

20101208

made in dagenham


We Want Sex - di Nigel Cole (2010)

Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Giudizio vernacolare: boia, vesto va fatto vedé alla dirigenza der piddì

1968, Dagenham, east London, Inghilterra, ultimi giorni di maggio. Nello stabilimento Ford lavorano oltre 50mila uomini e 187 donne. Queste ultime sono relegate nell'ala fatiscente, il più vecchio dei fabbricati, dove quando piove l'acqua entra copiosamente, e fa un caldo così fastidioso che tutte quante lavorano tirandosi giù i vestiti fino alla vita e rimanendo col solo reggiseno. Nonostante ciò, il loro è un lavoro fondamentale: cuciono la pelle dei sedili. La loro rappresentante sindacale è Connie, sempre meno concentrata sul lavoro e le sue beghe, perchè il marito George, reduce di guerra, soffre di crisi di panico e non è completamente autosufficiente. Albert, altro responsabile del sindacato, è l'unico dei maschi che si preoccupa per le condizioni delle "ragazze". Le incoraggia a portare avanti una lotta che cominci con la sospensione delle ore di straordinario e di un giorno di sciopero del loro reparto. Da vecchio stratega che ha combattuto pure la Seconda Guerra Mondiale, prima della protesta organizza l'incontro con la dirigenza Ford, e vuole che il sindacato sia rappresentato da un numero di persone almeno uguale a quello dei dirigenti. Gli occorre un'altra persona oltre a Connie e al vecchio volpone Monty Taylor, un sindacalista di lungo corso, un "maneggione" al quale le trattative piacciono, più vanno avanti meglio è. Quando lo propone alle ragazze, esce il nome di Rita O'Grady, una giovane moglie e madre, seria ed educata, benvoluta da tutti, nella quale però Albert vede qualcosa di più.
Ed ecco che durante il tavolo di trattativa, che Monty vuole tirare per le lunghe, Rita scopre, con grande sorpresa di lei stessa, di avere una combattività non comune. Sarà l'inizio di una storia indimenticabile.

Signori, attenzione. Non ci crederete, ma siamo davanti ad uno dei film più belli di questo 2010. Ve lo dice uno che di solito aspetta qualche sorpresa proveniente da qualche paese lontano e esotico. Nulla di più insospettabile. Nigel Cole, che pure avevamo apprezzato per il debutto fresco e divertente L'erba di Grace nel 2000, ma che poi si era perso (Calendar Girls, Sballati d'amore, $5 a Day), a questo giro fa centro in pieno, e va pure oltre.
Tratto, ancora una volta (come Calendar Girls) da un fatto realmente accaduto, sarà che si parla di un tema a me caro (il sindacato, quello vero, onesto, che lotta per i principi, e la parità dei diritti), sarà la sceneggiatura talmente ad orologeria che lo spettatore si ritrova facilmente ad intuire molti passaggi che verranno, ma non per questo ad amare di meno i protagonisti, sarà il cast composto da facce simpatiche ed oneste, che rilasciano prestazioni straordinariamente intense, a dispetto dall'atmosfera, che è tutto fuorché tragica, anche nei passaggi che ne vorrebbero l'uso, ma questo film, amici, è davvero qualcosa che ti prende il cuore e te lo rivolta come fosse un calzino.
L'approccio di Cole, come detto poc'anzi, è da commedia, ma i temi trattati non lo sono. La regia è di quelle che fanno dimenticare di trovarsi davanti ad uno schermo, completamente al servizio della storia. L'amore e l'amicizia, il senso di comunità e quello della famiglia, ma non solo. I princìpi e la dignità, davanti alle manovre politiche e all'interesse privato o di pochi, ma soprattutto il rispetto per la donna, questa figura senza la quale non esisteremmo. Lo so, la recensione è un po' come il film: retorica, prevedibile. Ma se il cinema è emozione innanzitutto, We Want Sex (titolo adottato non solo in Italia, ma quanto mai equivoco, giustificato solo da un episodio buffo, ma sintomatico, del film; avremmo preferito l'originale, titolo della recensione, Made In Dagenham) ve ne darà a pacchi. Se non sarà così, siete pronti per votare Berlusconi.
Cast a stragrande maggioranza inglese, naturalmente, dove spiccano giovani leve già attive in patria, oltre che Bob Hoskins (Albert), Geraldine James ((Connie), ma soprattutto una bravissima Miranda Richardson nei panni dell'allora Secretary Of State for Employment and Productivity (un po' come quel ministro del quale siamo stati "orfani" per diversi mesi), Barbara Castle (un personaggio che varrebbe un altro film, a quanto pare), nel governo laburista di Harold Wilson, e una straordinaria Sally Hawkins, un'attrice che spero sia giunta alla definitiva consacrazione con questo ruolo, perchè è davvero portentosa qualunque cosa faccia. Ottima anche Rosamund Pike (Lisa Hopkins).
Grande tocco, film imperdibile. Scena da ricordare: Rita che si presenta a casa Hopkins (Peter Hopkins, un discreto Rupert Graves, è un dirigente Ford, Lisa, sua moglie, è diventata amica di Rita, nonché una sua grande sostenitrice). Lo spettatore, a quel punto, sa già perchè, ma non importa. Dentro a quella scena, c'è tutto. Singhiozzi e lacrime obbligatorie (abbondanti durante tutto il film). Gioia assicurata per almeno una settimana. Il mio consiglio per Natale.

mente


Mastermind - Monster Magnet (2010)

Il discorso è questo. Bello il folk, le derivazioni country, l'avant-garde, il nu metal, il noise, il punk rock, il southern blues, la post new wave, tutto quanto. Ma quando ci vogliono un po' di chitarre distorte, dure, e assoli metal sempliciotti ma ben assestati, l'anima metallara risorge.
Ecco quindi, che ad ogni nuovo disco dei Monster Magnet, mi sento bene.
Dopo l'overdose che sul finire del 2006 ha strapazzato Dave Wyndorf, sacerdote tutelare dei magneti colossali, anche se la parte space rock è stata messa un po' da parte a favore di un hard rock massiccio, duro e concreto, 4 Way Diablo (il disco precedente a questo) incluso, la band continua imperterrita su un cammino classico, ma sicuro, e di grande presa per quelli, come me, che amano il metallo fuso e forgiato con tali fattezze.
14 pezzi con chitarre sferraglianti, assoli mirati e godibili, un basso di grande effetto, una batteria precisa e pestona, e la voce di Dave che mostra la via. Finché si manterranno su questo livello, a me va benissimo.

20101207

ricoveri


Ricoveri virtuali e sexy solitudini - Marlene Kuntz (2010)

Non so a voi, ma tutto il percorso che i MK hanno fatto dall'uscita del precedente Uno, mi ha lasciato dapprima affascinato, poi, negli ultimi tempi, un po' interdetto, in maniera non proprio positiva. Ecco che quindi, l'appuntamento con il disco nuovo assume l'importanza non solo dell'evento, ma addirittura di una verifica.
Il risultato non è esaltante, ma certifica una band viva e vegeta, alla ricerca dell'ennesimo riposizionamento. Ricoveri suona come una mescola delle cose che la band cuneese ha fatto fino a adesso durante la sua carriera. I testi di Godano sono da sempre, a mio parere, indiscutibilmente poetici, il livello ancora una volta è buono ma non eccelso; per la prima volta mi è parso di cogliere, in alcuni passaggi, delle forzature "metriche", che non inficiano la riuscita delle canzoni, ma possono lasciare a volte interdetti. A livello musicale, pezzi come Oasi, L'artista, Pornorima (molto interessante il suo sviluppo quasi funky) e tutta la seconda parte del disco, rappresentano la vena più introspettiva, quasi cantautoriale, meno aggressiva e noise, che non convince ancora fino in fondo a causa di un uso smodato del falsetto di Cristiano, che risulta spesso ridicolo e inopportuno, e a livello musicale la ricerca melodica porta a volte linee già sentite e troppo pop. D'altro canto, Ricovero virtuale, Orizzonti (il classico pezzo in stile MK, direttamente mutuato dai Sonic Youth più simmetrici, e forse il pezzo migliore del disco), Io e me (che, come altre cose del passato, sa di Soundgarden), Vivo, ci e gli ricordano le radici, da dove sono venuti, una vena mai del tutto abbandonata, attualmente suonata con maggiore controllo e smussata quanto basta. Forse quel che manca è la giusta maniera di mettere insieme questi due poli. Pizzichi di etnicità e di elettronica (Un piacere speciale), e una ballata rock stile AOR (Paolo anima salva), seppure con punteggiature chitarristiche che ci ricordano chi è che suona, fotografano una band in movimento, come detto prima, per un disco che, evidentemente, non è l'apice della loro discografia, ma non sarà neppure il canto del cigno.

you will meet a tall dark stranger


Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni - di Woody Allen (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: è doventato di 'iesa?

Londra. Ambiente upper class. Helena è una ultra sessantenne che è stata di recente abbandonata dal marito Alfie. Alfie si è visto sfuggire la giovinezza, ed ha deciso di inseguirla: palestra, decappotabile, lampade solari, viagra, e "carne fresca". Helena non riesce a ricominciare da capo, delusa e ferita, e affoga la sua destabilizzazione nell'alcol e nei consigli di Cristal, una falsa veggente consigliatale da Sally, la figlia di Alfie ed Helena. I due hanno avuto anche un figlio maschio, morto da piccolo. Sally è un'esperta d'arte, e non è soddisfatta né del suo lavoro, né del suo matrimonio. Suo marito, Roy, detestato dalla madre, è un laureato in medicina non praticante, convinto di essere uno scrittore. In effetti, Roy ha pubblicato un romanzo d'esordio con un discreto successo, ma adesso pare non averne più, e non accetta neppure di fare un lavoro diverso o part-time, pur continuando a ricevere rifiuti per i suoi scritti. La crisi di coppia avanza, e prende una piega decisiva quando nell'appartamento di fronte si trasferisce Dia, una musicista bellissima che fa sognare Roy mentre la guarda dalla finestra. Nel frattempo, Sally trova un lavoro migliore, cominciando a collaborare con il ricchissimo Greg, proprietario di gallerie, appassionato d'arte, anche lui con una crisi matrimoniale in corso, e del quale Sally si invaghisce poco a poco.

Ogni anno esce un film di Woody, e negli ultimi tempi sono più le volte che ci ritroviamo a dire la stessa cosa che ultimamente diciamo su Kim Ki-duk: ma non potrebbe girare meno film, e metterci un po' più d'impegno? E dire che l'ultimo Basta che funzioni, mi aveva fatto sperare.
Siamo di fronte all'ennesimo film ben scritto, ben diretto, discretamente recitato, dove si ride il giusto e si riflette un minimo, ma del quale ci si dimentica dopo pochi minuti. Tra l'altro, questa volta Allen ci lascia con ben poche speranze, visto che gli unici che sembrano trovare un certo equilibrio, nonostante i finali siano tutti aperti, sono quelli che si comportano sempre bene e non fanno mai torto a nessuno, anche se a livello sentimentale, e anche se non è del tutto così. Una sorta di moralismo da strapazzo.
Quindi, riassumendo, la capacità registica di Allen non è in discussione, mentre quella di sceneggiatore si, nel senso che riesce sempre a mettere in scena storie piacevoli, divertenti ed attuali, ma spesso, come in questo caso, un po' tirate via e già viste, senza aggiungere niente di nuovo.
Il cast è come sempre ricco, anche se spesso le prove principali sono un po' piatte. Anche questo vorrà pur dire qualcosa. Appaiono sprecati Josh Brolin (Roy), Naomi Watts (Sally), e Anthony Hopkins (Alfie), che pur strappa qualche sorriso, data la parte. Assolutamente sprecata la presenza di Antonio Banderas (Greg): a parte l'innegabile charme, siamo ormai lontani dall'icona almodovariana, ma pure dal feticcio rodrigueziano.
Su Freida Pinto (Dia), c'è da dire che ormai, dopo qualche film, si capisce che la bellezza è indiscutibile e mozzafiato, ma l'espressività è piuttosto limitata. Direi che la palma del migliore, anzi, delle migliori, se la aggiudicano senza dubbio Gemma Jones (Helena, è stata la mamma di Bridget Jones nei due film a lei dedicati), superlativa, e Lucy Punch (Charmaine), grazie alla parte, e al doppiaggio italiano, che la rende davvero uno dei due personaggi che illuminano la scena ogni qualvolta appaiono (l'altro, ovviamente, è quello di Helena).
Direi che il film non aggiunge niente, e che quindi si può anche non vedere; certo che, visto l'arrivo dei cinepanettoni, se proprio avete voglia di andare al cinema può anche essere una soluzione limite.
A Woody suggerisco di tornare a New York, visto che il suo migliore film degli ultimi anni è stato girato proprio lì, da dove se n'è andato.

20101206

sonnambuli


Sleepwalkers - David Sylvian (2010)

Così come detto per altri "mostri sacri" della musica, anche ogni uscita di Sylvian è qualcosa di interessante; lo è anche in questo caso, seppure Sleepwalkers sia una sorta di summa dei suoi anni zero, con pezzi risuonati e ricantati, alcuni radicalmente diversi, altri meno.
Un solo inedito, Five Lines (con Dai Fujikura, compositore giapponese, un pezzo impressionante quanto angosciante), il resto è un resoconto delle sue varie collaborazioni.
Blues, jazz, noise, ambient, avant-garde, elettronica, e l'inimitabile, calda, possente, profonda, evocativa voce del signore inglese, dalla classe cristallina.
Le collaborazioni sono, come detto, molte. Suo fratello Steve Jansen, Joan Wasser (Joan As Police Woman), Takagi Masakatsu, Ryuichi Sakamoto, Jan Bang & Erik Honore, Arve Henricksen & Eivind Aarset, Christian Fennesz, Nine Horses (Sylvian stesso, Burnt Friedman e Jansen), Martin Brandlmayr.
Uscito alla fine di settembre, può essere anche un bel regalo di Natale.

una relazione


L'amore ritrovato - di Carlo Mazzacurati 2004


Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)

Giudizio vernacolare: è girato anco a Livorno maddé, come firme fa ca'à


1936, costa tirrenica tra Livorno e Grosseto; Giovanni, giovane impiegato di banca, sposato con un figlio di due anni, viene trasferito nel suo paese d'origine; lì, rivede casualmente Giovanna, suo amore di gioventù. Inizia una relazione contrastata, che alterna momenti felici a momenti burrascosi.


Tratto dal libro "Una relazione" di Cassola, il film risulta noioso come i libri di Cassola ai tempi delle superiori, ed in certi momenti viene il sospetto che sia solo un nuovo, enorme spot di Trenitalia, visto l'enorme numero di inquadrature dedicate al treno, e alle scene interamente girate tra carrozze e stazioni. Le aggravanti sono poi: il fatto che le storie di Cassola potessero risultare appassionanti solo alla sua epoca, e la faccia di Accorsi (Giovanni), che, ormai, pare aver dato tutto già da tempo (probabilmente con lo spot del gelato). Maya Sansa (Giovanna) fa quel che può.

Promettente l'inizio, ovviamente sul treno (quando ancora non se n'è avuto abbastanza), con "Le passanti" di De André a dare spessore, il film si perde durante la relazione, fino a risollevarsi leggermente all'addio definitivo (si crede) dei due (anche se siamo comunque a livelli di fiction tv). Crolla di nuovo con l'epilogo del dopoguerra, quando i due, di nuovo, si ritrovano.

Si salva, a parte la suddetta scena iniziale, la figura del ferroviere Franchino, un Marco Messeri poeta come sempre.

Passo falso di Mazzacurati, che ci aveva abituati a buonissimi film.

20101205

back from hell


Monster Magnet + Seventh Void, sabato 4 dicembre 2010, Firenze, Auditorium Flog

Per fortuna la pioggia dà un po' di tregua, per il freddo ci si attrezza, ed eccomi finalmente, dopo anni di appuntamenti mancati, al cospetto degli eroi dello space rock, degni eredi degli Hawkwind: i Monster Magnet di Dave Wyndorf (al quale è dedicato il titolo del post).
Naturalmente questo sabato, la Flog diventa una sorta di ritrovo di metallari, o meglio, di post-metallers, misti a bikers, un altro "genere" che è ovviamente molto attirato dai MM. Nonostante queste premesse, ed il fatto che questa sia l'unica data italiana del tour per il nuovo Mastermind, l'atmosfera è tranquilla, le presenze arriveranno a qualche centinaio, senza l'esaurito; il post-metallaro è, come già sviscerato in occasione della recensione di uno dei concerti degli AlterBridge, ben diverso dall'esemplare che si aggirava per le città negli anni '80, "guerreggiando" con i paninari (così voleva la leggenda).
Nonostante conosca gli orari del locale, entro appena apre: visto che i MM sono una delle band preferite da mio nipote, e anche se ha rifiutato l'invito a venire a vederli, spero di potergli comprare una maglia, taglie permettendo, quindi mi prendo tutto il tempo necessario al banchetto del merchandising. Qui, a parte l'atmosfera cordiale e tranquilla, ho la prima piacevole sorpresa. Quando il tipo mi chiede se tocca a me, io indico il tizio alla mia destra, che c'era prima di me, e il "venditore" mostra un pizzico di stupore misto ad apprezzamento divertito. Dice che la sera prima, in Svizzera, accadeva il contrario, fino a sfiorare la rissa. Gli suggerisco che siamo educati, e mi dimentico di aggiungere "nonostante Berlusconi". Trovo una stupenda maglia da girls, perfetta per Alessio, e me ne prendo un'altra per me (diversa, anche nella taglia). Salgo al piano superiore e mi metto a sedere. Mi godo il lavoro dei tecnici di palco, encomiabile, e finalmente verso le 22,15 salgono sul palco i Seventh Void. Altra sorpresa della serata: mai sentiti, avevo letto che erano formati da due ex Tipe O Negative, il chitarrista e cantante Kenny Hickey, ed il batterista Johnny Kelly, ma non mi sarei mai aspettato di passare così piacevolmente i 45 minuti a loro riservati. La definizione doom trovo gli stia un po' stretta, a parte l'influenza sabbathiana ci ho sentito Pantera, anzi i migliori Down, e qualcosa dei Black Label Society più duri. Un rifferama infernale, buoni assoli, sezione ritmica possente, cantato cattivo ma senza smagliature. Kenny si diverte, dice che sua madre è italiana e che lo ha preso a calci in culo da piccolo, invitando qualche signorina italiana a salire sul palco per fare lo stesso. Le ragazze delle prime file, numerose, si vergognano, quindi niente di fatto. Poco dopo un siparietto con il bassista Hank, evidentemente di origini russe (così dice Kenny), che dopo essersi sgolato in un urlo sovrumano, stramazza a terra un po' per scherzo, un po' per calo di pressione, e costringe i tecnici ad un po' di lavoro extra (nella caduta sposta qualche microfono ed il suo ampli). I due si ammazzeranno di risate anche a concerto terminato. Tre quarti d'ora concreti, ottima e convincente esibizione.
Cambio palco, e alle 23,35 circa ecco gli headliners. Non avevo visto video o foto degli ultimi quattro anni, dopo l'overdose di Dave, e quindi il primo impatto è scioccante. L'icona dello space rock moderno, adesso, ingrassato che ne so, di almeno 20, se non quasi 30 chili, sembra Dave Grohl nel video di Learn To Fly, versione signora cicciona. Non scherzo. Ma non appena si avvicina al microfono, la magia rinasce: la voce è sempre lì, intatta, potente, sensuale, definitiva: un crooner che innesta blues nel rock lisergico. Non c'è Ed Mundell, defezionario da qualche mese, i soli chitarristici se li spartiscono il nuovo Garrett Sweeny, e Phil Caivano.
Il resto è un'ora e mezzo abbondante di repertorio, con non molte concessioni al disco nuovo, nonostante sia un tour di ovvia promozione.
Ecco quindi che aprono con Nod Scene, dal primo EP omonimo del 1990, poi ripresa anche sul loro debutto Spine Of God, che quindi oltre ad essere una scelta che normalmente si fa per i bis, è anche un pezzo con una struttura non certo usuale per aprire un concerto, e poi via con Tractor, Dopes To Infinity, un "intermezzo" con due brani da Mastermind (Hallucination Bomb e la massiccia Dig That Hole), e poi giù ancora con Medicine, Look To Your Orb For The Warning (versione bellissima, probabilmente la cosa migliore della serata), Dinosaur Vacuum mescolata con Brainstorm, la cover di Robert Calvert The Right Stuff, Space Lord.
Le canzoni sono dilatate, ma solo perchè nascono già così; batteria dura ma semplice, basso virtuoso, chitarre puntuali, taglienti, muro di suono impressionante. Della voce di Dave ho già detto, prima categoria. Animale da palco, gli bastano pochi interventi per sobillare il pubblico, ringraziarlo, farlo sentire partecipe, averlo perfettamente in pugno. Fa niente se gli ultimi minuti di ogni pezzo li passa di spalle, davanti alla batteria. Imbraccia anche lui la chitarra, ma ho il sospetto che non sia neppure amplificata. Fa niente: è comunque rock and roll.
I bis sono, ancora una volta, scelti stranamente. Due pezzi nuovi: Gods And Punks e Bored With Sorcery, e gran finale con Crop Circle e a ruota Powertrip.
Un'ora e mezzo circa, che mi riconcilia con la musica suonata non per piacere agli altri, ma prima di tutto per far piacere a se stessi.

Il poster allegato è preso da http://www.offbeat.com.au/news.htm

Gori vatra


Benvenuto Mr. President - di Pjer Zalica 2004


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ganzetto


Ecco un ottimo esempio di come un trailer possa essere fuorviante.


Tesanj, Bosnia-Erzegovina; la guerra si è appena conclusa, le ferite ancora aperte, i vari gruppi etnici si odiano, ma sono costretti dagli accordi di Dayton a convivere e, nello specifico, dalla imminente visita di Clinton, allora presidente USA, proprio a Tesanj, a "stringere" i loro rapporti.


Il trailer lo presenta come un film divertente e stramplalato (ormai un classico balcanico), invece questo "piccolo" film, anche se a tratti diverte molto ed offre ottime e taglienti battute, risulta un convincente spaccato della realtà bosniaca del '95, con un tocco amaro ma mai patetico. Certo, c'è del surrealismo, ma il risultato è piuttosto personale; si incrociano e si affiancano parecchi personaggi e le loro storie, alcune ben definite, altre appena accennate, ma tutte quante ottimamente disegnate sullo schermo. E l'incredulità per quella sanguinosa guerra, a noi così vicina, si riesce a sentire perfino nel tocco del regista che, evidentemente, ne sa più di noi.


Molto interessante.

20101204

mosse speciali


Special Moves - Mogwai (2010)


Primo disco dal vivo per i ragazzi di Glasgow, celebrazione degna di una carriera fatta da concerti intensi ed emozionali, e da dischi monolitici. Versione da undici tracce, da diciassette, e versione corredata da dvd, il disco rende abbastanza giustizia ai live show dei Mogwai, ma se vi piacciono e non li avete mai visti non esitate a vederli almeno una volta.

Detto ciò, il disco rappresenta quello che i Mogwai sono adesso: una band padrona del genere che ha contribuito a creare, un rock che oserei definire onirico, fatto di pochi cantati (e quei pochi, filtrati da effetti vari), da arpeggi ripetitivi fino a divenire lisergici, da tappeti di chitarre che trasformano il rumore di fondo in protagonista, da sonnolente ripetizioni armoniche e da esplosioni noise inarrestabili.

Non violento come potevamo immaginarci dalle loro prime produzioni, ma senza dubbio non meno emozionante.

um filme falado


Un film parlato - di Manoel De Oliveira (2004)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: t'addormentano da' discorzi

Ho spesso avuto problemi a rapportarmi ai film di De Oliveira, ma questa volta sono uscito dal cinema soddisfatto, e vi invito ad andare a cercare questo film ed a porvi alla visione coscienti del fatto che, nonostante il regista avesse, all'epoca di questo film, 95 anni (è ancora vivo e ne ha 101 "suonati"), vedrete un film fuori dagli schemi (o, forse, proprio perchè ha 95 anni).

Una distinta, giovane e carina professoressa portoghese si imbarca con la piccola figlia su una nave da crociera che dal Portogallo raggiungerà Bombay, dove raggiungeranno il marito, pilota aereo. Durante la navigazione, e soprattutto durante le tappe (Marsiglia, Napoli, Atene, Il Cairo, Istanbul, Aden), spiega con devozione alla figlia gli intrecci tra storia, cultura e religione, le parla delle varie civiltà e, quindi, inizia una riflessione sul mondo occidentale. Vi assicuro che già questa cosa, che pare molto didascalica, vi può toccare nel profondo. Sulla nave poi, ospiti tutte le sere al tavolo del comandante (John Malkovich "dandy" più che mai), statunitense di origine polacca, tre donne famose, una francese, una italiana e una greca (Deneuve, Sandrelli, Papas), che danno vita a riflessioni più o meno profonde sulla vita, ognuno rigorosamente nella propria lingua (il film è ovviamente sottotitolato e non doppiato).

Arte, filosofia, buone maniere, dialoghi elegantissimi, incedere lento, e un finale soprendente che, come un macigno, ci obbliga ancor di più a riflettere su tutto quello che è stato detto durante il film, che, ricordiamolo, si chiama "Un film parlato", e che quindi, è fatto di parole.
Mai dette a caso.

20101203

dog world


Mondo Cane - Mike Patton (2010)

Secondo me, quelli che raccontano della simpatia di Michael Allan Patton mentono. A me ha sempre dato l'impressione di uno di quelli davvero antipatici, uno di quelli che da tanto sono bravi e lo sanno, possono solo essere antipatici.
A parte le chiacchiere, questo Mondo Cane, uscito a maggio per la (sua) Ipecac, è l'ennesima dimostrazione che nonostante abbia divorziato dalla moglie italiana, l'Italia lo ha affascinato anche per cose apparentemente meno artistiche.
Registrazione che è un seguito ai tre concerti del 2007, suonata con un'orchestra di 65 elementi, atmosfera impeccabile ed ariosa, Patton, che non ha più bisogno di dimostrare le sue qualità, lascia comunque sorpresi per la padronanza della voce anche confrontandosi con (tutto sommato) canzonette, seppure la scelta sia curiosa, variegata ed interessante. L'unica cosa che, a lungo andare, lascia un po' straniti, è la pronuncia (molto) americana dell'italiano, che pur Patton conosce piuttosto bene, da quanto risulta. Non è che siamo a Sanremo quando si cantava a coppie con gli artisti stranieri: per un pezzo va bene ascoltare "ciuciu quant" (tutto quanto), ma ascoltarlo per undici pezzi genera un effetto vagamente ridicolo.
Mike non si fa mancare niente: da Il cielo in una stanza (per inciso, "la canzone" dei miei genitori) a Scalinatella (di Roberto Murolo, e qui, alle prese col napoletano, davvero l'effetto ridicolo della pronuncia fa sorridere, ma in fondo Dean Martin era quasi peggio), da Senza fine a L'uomo che non sapeva amare (Nico Fidenco), da Che notte! di Buscaglione a cose molto meno conosciute come Urlo negro (l'originale era L'urlo negro) dei The Blackmen, queste due probabilmente le cose migliori del disco, e molte altre cosette gustose, che potrete scoprire ascoltandolo.

he's a real nowhere man


Nowhere Boy - di Sam Taylor-Wood (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: nonostante tutto un ha avuto tanta fortuna nella vita



John Winston Lennon, Member of the Order of the British Empire (titolo restituito), nasce a Liverpool (il cui aeroporto, oggi, è a lui intitolato) il 9 ottobre del 1940 da Julia Stanley, ma viene cresciuto, a partire dall'età di 5 anni, dalla zia Mimi e dal marito George. Il perchè, ce lo spiega, tra le altre cose (oltre all'avvicinamento alla musica, l'avversione per le regole, la nascita del sodalizio con Paul McCartney, l'inizio, e solo l'inizio, di una carriera con una della band più famose del mondo), questo delicato film di debutto dell'artista videoconcettuale londinese Sam Taylor-Wood. La storia arriva fino al momento in cui John parte per Amburgo, nel 1960.


E' proprio un bel film questo Nowhere Boy. E sinceramente non ho capito alcune critiche mossegli, perchè in pratica non usa canzoni dei Beatles, e non sfiora neppure il periodo in cui nasce il mito, ed arriva in successo di proporzioni colossali. Io trovo sia una delle cose positive della pellicola: una storia semplice, triste, di una persona che ha scritto pagine indimenticabili nella storia della musica, e che ha subito grandi delusioni, insomma, non ha avuto una vita facile, ma una grande tenacia, oltre che il dono del genio.

La regista infila con nonchalance episodi e frasi, perfino versi di canzoni "mascherate", nella narrazione, grazie soprattutto alla sceneggiatura di Matt Greenhalgh (Control), che si basa sulle memorie di Julia Baird, una delle sorellastre di John, e amalgamando questo con una regia semplice ma efficace, alternando momenti intensi (il climax è il confronto tra John e le due "madri", quella biologica e quella che lo ha cresciuto con rigidità, la zia Mimi) a episodi divertenti, sogni a panorami bucolici, rende il tutto fluido e molto godibile. Fotografia apprezzabile, ricostruzione d'epoca interessante.

Il protagonista Aaron Johnson (nonostante i 23 anni di differenza, durante la lavorazione è diventato il partner della regista, con la quale ha avuto poi una figlia) è proprio bravo e intenso. Gli tengono degnamente testa le due protagoniste femminili, Anne-Marie Duff (Julia, la madre biologica, vista in Magdalene) e Kristin Scott Thomas (la zia Mimi), come sempre superlativa.

20101202

capitali del nord


Copenhagen - Micol Martinez (2010)


Personaggio poliedrico, la milanese Micol Martinez debutta con un full length che richiama moltissimo le prime cose di Cristina Donà, e mi scuserà se comincio con un paragone, che però trovo positivo.

A livello musicale definirlo rock sarebbe riduttivo, e anche dire che ci sono influenze noise e free jazz non renderebbe bene l'idea. Gli arrangiamenti sono interessanti, anche se le strutture tendono ad essere scarne, vagamente alla Bone Machine di Waits, per capirsi. Molti la accostano, oltre alle poche cantautrici nostrane valide, a PJ Harvey, e non sbagliano. Forse la Martinez è più raffinata, meno apparentemente tormentata.

I testi, interessanti, sono molto femminili, nel senso che hanno una visione da donna, forte ma sensibile, e c'è un filo amaro che li lega: l'atmosfera è completata dal mood della musica, che seppur variegata, risulta appartenere ad un blocco unico e riconoscibile.

Ottimi i musicisti, tutti del "giro" milanese, produzione di Luca Recchia e Cesare Basile (che suonano anche su diversi pezzi). Debutto decisamente interessante.

avvoltoio


Carancho - di Pablo Trapero (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: popo' di botte

Buenos Aires. In Argentina gli incidenti stradali, e le conseguenti invalidità, sono un business dove girano un sacco di soldi. La corruzione è ai massimi livelli. Sosa è un legale che ha perso la licenza, e si appoggia ad una fundación, gestita ai margini della legalità, che lavora pagando tangenti alle forze dell'ordine ed intascando parte dei rimborsi che le assicurazioni corrispondono agli incidentati. La notte è spesso in giro, si sa, la notte cala l'attenzione, il sonno spesso prende il sopravvento, e gli incidenti sono più probabili. E' un carancho, un avvoltoio, che appena annusa un incidente è lì pronto per farsi delegare per agire legalmente.
Una notte, mentre sta soccorrendo una persona (arriva sul posto sempre per primo, grazie ad agganci e al fatto che ascolta le frequenze della polizia), ecco che arriva l'ambulanza. La guida un conoscente, ormai sono anni che entrambi fanno il loro lavoro, mentre la dottoressa è una giovane donna, Luján, che per avanzare di carriera si sobbarca turni di notte con l'assistenza sulle ambulanze e turni regolari al pronto soccorso di un ospedale della periferia. Per resistere, si inietta regolarmente calmanti nei piedi, per occultare segni di siringa.
Sosa si invaghisce immediatamente, Luján è diffidente e costantemente stanca. Sosa insiste, e due anime solitarie si incontrano. La cosa si fa seria. Ma una sera, Sosa, sempre più voglioso di riscattarsi dal padrone della fundación, e di fare le cose per il verso giusto, ne fa invece una molto sbagliata...

Probabilmente sono troppo sensibile a tutto quello che viene dall'Argentina, perchè per ragioni che non vi sto a spiegare sono molto legato a questa terra. Però il fatto è questo: Trapero è un regista (e sceneggiatore) che sa veramente il fatto suo; Darín (qui nella parte di Sosa, leggermente ingrassato) è probabilmente il mio attore preferito, e Martina Gusmán (moglie del regista, qui è Luján, ed è davvero brava), oltre che essere bella di una bellezza vera, sempre "mascherata" per i film del suo uomo, e spesso "marcata" per le botte che prende, ha il suo dannato perchè. Prendendo spunto da un tema socialmente rilevante in Argentina, e denunciando poi tutta una serie di commistioni losche, Trapero mette in scena un (ennesimo) film duro, praticamente senza speranza, con un ritmo sostenuto, un uso della macchina da presa spesso invasivo, dritto nell'azione ed in mezzo ai protagonisti, non risparmiando una elevata dose di violenza, ed usando i due protagonisti senza passato (e senza futuro) per creare empatia tra il film e lo spettatore, mettendolo così a disagio per tutta la durata della pellicola. E' un gran risultato, credetemi.
Che avesse dei numeri, si capiva fin dal debutto sulla lunga durata, Mundo Grúa, che uscì anche da noi nel 2000 e vinse un premio a Venezia; con i suoi ultimi film, Leonera (anche lì c'era la Gusmán, bravissima) e questo Carancho, mette a punto uno stile personale, e al tempo stesso guarda a riferimenti importanti. La cosa funziona. Il film è stato scelto per rappresentare l'Argentina agli Oscar, e c'è Darín, che vinse l'edizione passata con Il segreto dei suoi occhi: chissà che non porti fortuna.
Un'ultima raccomandazione: se avrete la fortuna di vederlo (ovviamente al momento non è uscito in Italia), non vi appassionate troppo: potreste rimanerci male.

20101201

december

Tanto per confermare la mia indole di inguaribile romantico onanista, pensate un po' cosa mi ha fatto venire in mente la cosa che oggi è dicembre. Era il 1989.


pionieri


Micah P. Hinson And The Pioneer Saboteurs - Micah P. Hinson (2010)

I sabotatori dei pionieri, quindi del sogno americano, sono comandati da Obama, secondo Micah P. Hinson. Che, così come sua moglie, pur discendendo da nativi americani, sostengono che, per dirne una, la sanità gratuita per tutti sia contro l'American Dream. Politica e paradossi a parte (le sue visioni politico-sociologiche non sono gli unici, se leggete la sua biografia ve ne accorgerete), l'osannato Micah, ambizioso quasi quanto un Sufjan Stevens, rilascia questo ennesimo disco che, partendo dalla poesia di Walt Whitman (Pioneers! O Pioneers!), arricchisce il folk di venature dark, che lo portano a ricordare perfino Neil Young nella prima parte di The Returning, cinque minuti di reverberi e distorsioni, che poi improvvisamente sfociano in altri cinque minuti d'archi (bellissimi). Archi che sono disseminati lungo tutto il disco, e che lo rendono senza dubbio un qualcosa di fuori dagli schemi, da un lato dark, come detto, dall'altro soffice e vellutato, senza dubbio ricercato. L'apertura, infatti, dal titolo A Call To Arms, e con un titolo così uno si aspetta almeno un pezzo tirato, è un altra canzone interamente strumentale per violino. La voce di Hinson è straordinariamente e dannatamente profonda, e pure se non c'entra niente musicalmente (beh, alla fine non è proprio esattamente così), mi ha ricordato, tra tutti i "vocioni" dell'ambito musicale, in molti passaggi quella di Sivert Hoyem dei compianti norvegesi Madrugada. Disco come dicevo strano e variegato. Ci sono perfino suggestioni morriconiane (2s And 3s), ovviamente western, c'è Johnny Cash (Seven Horses Seen), insomma tante influenze, ma padroneggiate molto bene, per un disco che, come la Vecchia Romagna ("il brandy che..."), crea un'atmosfera e non lascia sicuramente indifferenti.

first line


La Prima Linea - di Renato De Maria (2009)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: i companni che sballiano


Italia, 1983. Il 15 gennaio 1983 a Milano viene arrestato Sergio Segio, ex Prima Linea, organizzazione armata di estrema sinistra che si è macchiata di molti omicidi e gambizzazioni politiche. Flashback su flashback, il film ricostruisce l'evasione dal carcere di Rovigo del 3 gennaio 1982, di Susanna Ronconi ed altre tre detenute politiche, da lui organizzata, assieme ad altri militanti di estrema sinistra, e, andando ancora indietro nel tempo, la formazione di Prima Linea, l'incontro tra Sergio e Susanna, il loro legame, le organizzazioni delle azioni terroristiche, il lento distacco e la presa di coscienza dell'errore macroscopico, da parte di Segio.


Il film che, come sempre in Italia, è stato preceduto da infinite polemiche, tenta una lettura di una piccola parte del nostro recente passato: non è la prima volta, non sarà certo l'ultima, ed è bene che sia così. Ogni paese deve fare i conti col suo passato, antico e recente, ed ognuno è libero di farlo a modo suo.

Dal punto di vista strettamente tecnico, è bene dire che la pellicola risente di un difetto comune a molti film italiani: le scene d'azione, e questo film ne è fornito, sono poco credibili, piatte, asettiche. Non ci è dato sapere se, alla fine, sia stata una scelta registica, per evitare di mitizzare o rendere anche solo lontanamente a rischio emulazione, l'organizzazione terroristica in questione. Fatto sta che il film soffre innanzitutto di questo problema.

Dal punto di vista dei contenuti, il film si basa in parte sul libro Miccia corta, dello stesso Segio, e, a mio avviso giustamente, tenta di umanizzare le figure soprattutto dei due terroristi, anche se le figure di contorno risultano un po' troppo sbiadite e stereotipate, a parte forse quella dell'amico Piero. Il problema del "contorno" travalica i personaggi, ed anche il contesto viene edulcorato: in parte, la contestazione mossa da Segio stesso (che, esagerando, ha accusato il film di presentare la versione maccartista della verità). Sarà che c'erano troppe cose da raccontare, sarà che non era il film adatto ad un regista come De Maria (che però con Paz! se l'era cavata bene, anche se non si trattava certo di terrorismo), sarà la scelta degli attori protagonisti, Giovanna Mezzogiorno è Susanna Ronconi, Riccardo Scamarcio è Sergio Segio, fatto sta che il film è senza infamia e senza lode, ma consiglio ugualmente di vederlo perchè i racconti storici, anche se parziali e filtrati dai punti di vista, servono sempre.

Le recitazioni dei protagonisti sono come il film: si vede che ci provano, questo va detto. La Mezzogiorno prova a non usare i suoi soliti due unici registri (l'urlato e il sottovoce), e non è male. Scamarcio prova a lavorare per sottrazione, ma il risultato è che soprattutto lui, spesso sembra che reciti le battute in maniera troppo meccanica. Bravo Lino Guanciale, nei panni di Piero.