No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120413

The Goddess of 1967



La dea del '67 - di Clara Law (2001)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: io andavo un po' più lontano a comprà 'na macchina

Tokyo. JM, un giovane hacker ricco di famiglia, con una casa high-tech e una (forse) relazione fredda, sta cercando in rete una Citroen DS (pronuncia francese déesse, esattamente come dea). La trova presso un proprietario australiano. Dopo essersi accordati sul prezzo, JM sale su un aereo e vola in Australia. Quando arriva a destinazione, la situazione è a dir poco complicata. L'uomo ha prima ucciso la moglie, e poi si è suicidato, pare per soldi. In casa c'è una giovane ragazza cieca, BG, e una bambina, presumibilmente la figlia del suicida. JM è sconvolto, ma la sua voglia di possedere l'auto è ancora forte. Dopo averla provata, col permesso di BG, i due partono per un viaggio nell'outback, dopo che la donna si è raccomandata con la bambina di non confidare in nessuno. JM scoprirà il passato oscuro di BG.


Ricordavo che questo film aveva ottenuto consensi ad un lontanissimo Festival di Venezia (nel 2000), essendo stato nominato per il Leone d'Oro, e avendo fatto vincere la Coppa Volpi alla protagonista Rose Byrne (BG). A vederlo oggi, il film della regista originaria di Macao rimane impresso per la fotografia esageratamente satura di colore, fatto che contribuisce a lasciare in bocca un sapore un po' troppo falso, più che per la valenza della storia, scritta da lei stessa a quattro mani col marito Eddie Ling-Ching Fong, strampalata inizialmente, che procede a strappi, e che pare tentare di suscitare un minimo l'interesse con la terza parte, con BG che fa i conti col passato. Una sorta di lungo esercizio di stile, anche dal punto di vista registico, ma concordo con tutti i critici che ricordano soprattutto la scena del ballo di BG al suono di Walk, Don't Run nella versione dei The Ventures. Rose Byrne, bellissima attrice di origine australiana, la cui carriera sta lentamente prendendo quota in questi ultimi anni (Troy, Marie Antoinette, Sunshine, 28 settimane dopo, Insidious, Le amiche della sposa, X-Men: L'inizio), allora molto giovane, è piuttosto brava, e c'è pure, nella parte del nonno, l'inquietante Nicholas Hope, che qualcuno di voi ricorderà come il protagonista di Bad Boy Bubby, devastante film del 1993 partorito da quella mente contorta di Rolf De Heer.

20120412

four times



Le quattro volte - di Michelangelo Frammartino (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: portativi un thermosse di 'affé


Calabria, Italia. In un paesino svuotato, sulle montagne che però vedono il mare, un vecchio pastore è malato, ed è convito che la cura sia la polvere della chiesa locale, che beve ogni sera mischiata ad acqua, prima di coricarsi. Il suo corpo senza più vita viene seppellito nella terra, terra che un agnello nato durante la sua morte da una sua capra, farà crescere l'erba che questo stesso agnello brucherà. L'agnellino un giorno rimane indietro rispetto al gregge, e ripara sotto un grande abete; questo abete prima verrà tagliato dalla gente del luogo, per venire posato nella piazza principale in occasione di una grande festa, e poi diventerà carbone, fumo, aria, nella carbonaie lì vicino. Il ciclo della vita e della morte, della natura, si completa e si rigenera.



Un documentario ma di finzione? Forse, sicuramente difficilmente definibile, ma questo Le quattro volte è effettivamente un film, sicuramente fuori da ogni schema, senza dubbio pesante, lento, praticamente senza dialoghi ed interazioni tra protagonisti (spesso, come potrete intuire dalla trama, animali o addirittura alberi), ma superbo in quanto ad inventiva, potenza, espressività. Un film geniale, oserei dire, che naturalmente è passato come un fulmine nelle sale, ma che va assolutamente ri-scoperto, che ci fa conoscere un regista eclettico e validissimo, e ci fa prendere coscienza del fatto che in Italia c'è ancora del talento vero, anche in questo campo. Non aggiungo altro: se avrete fiducia, rimarrete stupiti di cosa si può fare con così (apparentemente) poco.

20120411

con quella faccia un po' così



La bocca del lupo - di Pietro Marcello (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: manfruiti d'artri tempi

La bocca del lupo, in realtà, è un romanzo di Remigio Zena, pseudonimo di Gaspare Invrea (mi par di capire, per quanto ne so, che da quanto amava Genova si chiamò come lei, visto che Zena o Xena è il nome della città in dialetto genovese), pubblicato nel 1892. Parlava di povera gente, e di come riusciva a sopravvivere, nella Genova di fine ottocento. Questo il titolo scelto dal documentarista Pietro Marcello, che su commissione (sorprendente, a dire il vero) della Fondazione gesuita San Marcellino, ha realizzato un docu-film che, parlando di una coppia quantomeno fuori dal comune, rende giustizia ad una Genova che probabilmente sta scomparendo, ma che forse aveva un fascino maggiore di quella moderna, e ci ricorda che c'è, anche in Italia, qualcosa che si può chiamare underclass: come dice lo stesso regista, "senza tetto, emarginati, raminghi e indigenti della città". La coppia in questione è quella formata da Vincenzo Enzo Motta, di origine siciliana ma cresciuto a Genova in via Prè, padre contrabbandiere, e pure lui finito nelle maglie della malavita, condannato a 27 anni di carcere per aver sparato a due poliziotti, e da Mary Monaco, transessuale di origini romane trapiantata anche lei a Genova per "liberare" la propria sessualità lontano dalla famiglia alto-borghese, ed ex tossicodipendente. Si conoscono in carcere, e si innamorano, follemente, sognano una vita insieme al di là delle sbarre, e quando lei esce, torna a Genova e aspetta che anche lui esca, tenendo viva la relazione con una fitta corrispondenza fatta di lettere e di cassette registrate; insieme vorrebbero riuscire a realizzare appunto il loro sogno di una casetta sui monti sopra Genova, dove invecchiare insieme, circondati da cani. Immagini d'epoca, scene di vita di tutti i giorni della coppia insieme dopo l'uscita dal carcere di Enzo, racconti della loro corrispondenza e un'intervista "doppia", stralci dell'opera di Remigio Zena, dello stesso regista e di Franco Fortini, compongono questo prodotto fuori dal comune, della durata inferiore all'ora e mezzo, che se da una parte ha il difetto di essere frammentario e molto lento nell'incedere, dall'altra stupisce per onestà e poesia, realismo e nostalgia di un tempo che fu. Due facce, anzi qualcuna in più (gli "amici" di Enzo e Mary), di un sottobosco che potrebbe benissimo popolare le canzoni di Tom Waits e Nick Cave, ma che ha ugualmente il diritto ad una vita dignitosa e ai sogni. Vincitore di diversi premi nel 2010, a Berlino, al Festival di Torino, ai David di Donatello, lascia un piacevole ricordo e ci consegna una voce fuori dal coro, nella persona di Pietro Marcello, documentarista borderline. Paolo Mereghetti e Goffredo Fofi scomodano Fassbinder e Pasolini: non a caso.

20120410

loneliness

La solitudine sta acquattata chissà dove. Ti arriva addosso inizialmente, quando meno te l'aspetti, ma purtroppo, dopo un po' inizi a capire i suoi movimenti; e la cosa brutta è che puoi fare poco per prevenire questo evento. La mia apparentemente, arriva con il buio, quindi d'estate arriva un po' più tardi. Ma arriva. A volte, arriva quando finisco di leggere un libro, quando mi sono particolarmente affezionato a qualche personaggio. E' peggio quando faccio una scorpacciata di una qualche serie televisiva, cioè mi vedo 20, 40, 80 episodi di una stessa storia. Le serie televisive ti danno assuefazione, lasciano che tu crei una speciale empatia con questo o quel personaggio, con le sue vicissitudini, la sua vita inventata. Quando arrivi alla fine, questo personaggio ti manca, perché in teoria, ne sei divenuto amico, la sua "presenza" ti rassicurava. Probabilmente, c'è più di questo: in realtà, mancandomi un pezzo di vita, assorbo quelle dei personaggi dei film o dei telefilm.
Il più delle volte, liberarsi di questa sensazione sgradevole è relativamente semplice. Basta accendere la televisione, così ti sembra che qualcuno sia in casa, uscire sul terrazzo a fumare una sigaretta per illudersi di essere parte di qualcosa. Però dentro ti rimane quel pensiero brutto, quel meccanismo che ti prefigura una lunga serie di serate in solitudine. Guardare scorrere altre vite, magari immaginarie, o leggerne, è spesso l'unica cosa che ti resta da fare.
Tutto questo ha un'ulteriore conseguenza: l'insonnia forzata. Ritardi sempre più il momento di spegnere le luci e mettersi a dormire, anche se stai crollando dal sonno. Perché quello rimane il momento in cui sei solo con i tuoi pensieri, e nessun agente esterno influisce sul risultato.
Ieri notte, poi, ho cominciato a provare un'ennesima sensazione, mai provata fino a adesso: la voglia di avere qualcuno lì, nel letto, accanto a me.
Non ho mai dormito con un animale di pezza, neppure da bambino. O almeno, non ne ho ricordo. Non vorrei dover cominciare adesso.

Letters to a Young Contrarian



Consigli a un giovane ribelle - di Christopher Hitchens (2001)



Per anni, quando mi recavo a rinnovare la tessera d'ingresso annuale al Senato degli Stati Uniti, venivo invitato a compilare due moduli. Il primo richiedeva dettagli biografici, il secondo doveva certificare che avevo firmato il primo sotto giuramento. Ero ben felice per il secondo, perché dove si richiedeva di definire la mia "razza", scrivevo sempre "umana" nell'apposita casella. Ogni volta si arrivava a un battibecco. "Metta "bianca", mi fu detto una volta - da un impiegato afroamericano, mi si consenta di aggiungere. Spiegai che il bianco non è neppure un colore, figurarsi una razza. Attirai anche la sua attenzione sulla clausola del giuramento che mi obbligava a dichiarare unicamente la verità. "Metta "caucasica", mi fu suggerito in un'altra occasione. Risposi che non avevo legami con il Caucaso e che non credevo affatto in quella antiquata categoria etnologica. Le cose andarono avanti così finché un anno nel modulo non comparve più lo spazio per la razza. Vorrei essere creduto, anche se non è facile. Ti faccio dono di questa storia anche come invito a fare il piantagrane tutte le volte che le probabilità sono favorevoli e talvolta anche quando non lo sono: è un buon esercizio.



Questo breve passaggio, a pagina 90, potrebbe benissimo riassumere sia il contenuto di questo libriccino, sia il personaggio Hitchens, scomparso nel dicembre del 2011 a soli 62 anni, e del quale, faccio ammenda, ho "preso coscienza" solo, appunto, dopo la sua morte, imbattendomi in molti scritti che lo celebravano. In una serie di lettere immaginarie ad uno studente, Hitchens filosofeggia sull'essere contro: in effetti, pochi come lui possono dire di esserlo stati veramente (e costantemente), ad un certo livello di notorietà, soprattutto nella cosiddetta società occidentale. E' una lettura non sempre semplicissima, ma molto interessante, che fa riflettere e spesso fa sorridere (verso la fine Hitchens si occupa dell'importanza dell'umorismo: citazioni di personaggi storici e sue personali riflessioni, fanno si che quest'ultima parte risulti decisamente spassosa, rimanendo profondamente intelligente). Dà la misura della grandezza del personaggio, e chiosa al meglio una sorta di vademecum della dissidenza, ma soprattutto, uno scritto che ricorda di pensare sempre con la propria testa. Piacevole e stimolante.

20120409

miele


Bal - di Semih Kaplanoglu (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ma siamo siuri che l'hanno girato 'n Turchia? Par d'essé all'abetone...

Turchia, lontano dalla capitale, in una regione montuosa, lontana dalla civiltà che conosciamo, in un tempo che probabilmente è situato qualche decina di anni fa. Yusuf, circa sei anni, vive con la madre Zehra, umile ed efficiente donna di casa contadina, ed il padre Yakup, apicultore vecchia maniera (il che vuol dire che pone le arnie sugli alberi nei boschi della zona), più che un padre, un amico per il piccolo. Yusuf va volentieri a scuola, ma ha problemi ad imparare a leggere, e la cosa lo frustra. I tempi sono duri, le api sono sempre meno, e Yakup comincia ad andare sempre più lontano per mettere le arnie.

Chiusura della Trilogia di Yusuf con, probabilmente, il più bello dei tre film, che non per niente vinse l'Orso d'Oro a Berlino nel 2010. Il regista, con una fotografia finalmente come si deve, e con delle location incredibilmente belle (segnatevi questo luogo: Camlihemsin, Turchia), ci racconta l'infanzia e i primi traumi di Yusuf, così come, magari, i luoghi e le esperienze che fanno nascere in lui l'ispirazione per diventare un poeta. Torna l'incedere lento, lentissimo, uno sguardo (ancora una volta) poetico, una storia di dolore ma soprattutto d'amore, di grande semplicità ma di valori veri, inossidabili. A volte, per fare un bel film, per affascinare lo spettatore, per suscitare emozioni, basta poco, una storia piccola, una buona mano, attenzione ai particolari, delle facce difficili da dimenticare. Torna Tulin Ozen, stavolta in una parte fondamentale, quella di Zehra, la madre di Yusuf, ma buona parte del film (che, fateci caso, si chiude quasi in una maniera contraria a Sut) è retta dal piccolo (e straordinario) Bora Altas, magnifico Yusuf in erba. Niente da aggiungere, solo da vedere.

20120408

latte


Sut - di Semih Kaplanoglu (2008)

Giudizio sintetico: da vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: l'amore un ha stagioni

Yusuf è all'incirca diciottenne, e vive con la madre in una decentrata regione della Turchia, non lontana però da Smirne. Ha concluso le scuole superiori, e sta tentando di passare l'esame di ammissione per l'Università. Insieme alla madre, cercano di far quadrare il bilancio vendendo soprattutto latte e, in misura minore, formaggio, dandosi da fare il più possibile, andando presso tutti i mercati, vendendo il latte porta a porta. Yusuf però, in realtà, scrive poesie, ed è riuscito a pubblicarne alcune su riviste lette esclusivamente da appassionati. La madre Zehra, vedova da anni, è però ancora una bella donna; e quando tra lei ed il capostazione (anche lui vedovo, con una figlia più piccola di Yusuf) scocca la scintilla, comincia una relazione che i due cercano di tenere nascosta. Ma Yusuf se ne accorge casualmente, e la cosa lo destabilizza...

Seconda parte della Trilogia di Yusuf del turco Kaplanoglu, con un passo indietro nella vita del protagonista. Stesso tocco poetico-bucolico, stesso ritmo lento (c'è da dire, forse, che tra i tre film della trilogia, questo è quello che procede più spedito), forse un eccessivo uso di simbolismi un po' troppo criptici, ma nonostante questo, il regista riesce perfettamente a raccontare allo spettatore l'inquietudine del passaggio dall'adolescenza all'età adulta, unita a quella della speranza in un futuro migliore, nella realizzazione delle proprie aspirazioni artistiche, e la frustrazione di non riuscire a vedere più in là di un orizzonte che si percepisce troppo stretto. Piccolezze che contribuiscono a farne uno di quei film che piacciono agli appassionati: torna la stupenda Saadet Aksoy, ma nella parte di un altro personaggio, che non c'entra apparentemente niente con quello interpretato in Yumurta; piccola parte per Tulin Ozen, che se non vado errato, sarà l'unica ad apparire in tutti e tre i film della trilogia (anche lei in parti diverse). Paesaggi duri ma affascinanti, una fotografia non eccezionale, alcuni interpreti non troppo a loro agio, ma nel complesso un buon film, con quel tocco di assurdità che piace, anche se, come anticipato, forse il meno bello dei tre. Yusuf è qui interpretato da Melih Selcuk, non eccezionale ma con una bella faccia, mentre la madre Zehra è interpretata da Basak Koklukaya che, pensate un po', era in Il bagno turco, il debutto di Ferzan Ozpetek del 1997, e in Un tocco di zenzero, film greco uscito in Italia nel 2005.

20120407

uovo



Yumurta - di Semih Kaplanoğlu (2007)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: essendo turchi, penzavo fumassero di più


Istanbul, Turchia. Yusuf è un poeta che lavora in una libreria della capitale. All'improvviso, riceve una telefonata che gli annuncia la morte della madre. A quel punto, deve recarsi a Tire, nella provincia di Smirne, per il funerale e la burocrazia del caso. Sono anni che non mette piede nei luoghi della sua adolescenza, e il tumulto interno che il ritrovarsi nel mezzo a tanti ricordi, in un'occasione tanto triste, gli provoca un attacco epilettico. Inoltre, rientrando a casa, scopre che una sua giovane cugina, Ayla, una ragazza molto bella tra l'altro, che sta studiando per entrare all'Università ed andarsene da Tire, si è presa cura della madre per gli ultimi cinque anni. Tra i due si crea subito uno strano rapporto, di cortesia e rispetto, ma forse anche di qualcosa d'altro. Ayla, oltre che mandare avanti la casa e accudire la madre di Yusuf, è la depositaria delle ultime sue volontà, e le comunica al figlio: deve sacrificare un agnello, in un luogo sacro. Nonostante Yusuf provi a scansare questa responsabilità, l'attrazione per Ayla e per il proprio passato lo portano ad intraprendere un breve viaggio assieme alla cugina, per compiere il rito.


Come spesso (mi) succede, riassumendo la trama di film come questo, ad un certo punto devo fermarmi perché mi accorgo che altrimenti racconterei tutto il film, senza paura di fare spoiler, perché in realtà il fattore sorpresa sembra non esistere: i film, le storie, dal ritmo asiatico, come amo definirli generalizzando ma non troppo (perché in realtà, il ritmo dei film di un certo tipo, siano turchi, iraniani, coreani, taiwanesi, vietnamiti, è diverso da quello dei film che arrivano dall'Europa, dal Nord America, o dall'Oceania; opinione personalissima), hanno un ritmo che ricorda da vicino quello della vita che noi avevamo molti decenni fa, un ritmo che oserei definire "di campagna", rurale, anche antico se volete. Un ritmo che fa si che lo spettatore sia convinto che non stia accadendo niente, proprio mentre succede. Le cose scorrono lente, ma inesorabili. Soprattutto, difficilmente sono dette, le cose. I dialoghi sono pochi, sembrano di poco conto, ma significano sempre qualcosa di più. E poi le facce. Facce che parlano da sole. Capisco che è sempre difficile, affrontare film come questo se non ci si è almeno un poco abituati. Ma, come ho avuto occasione di dire per altri esemplari di cinema "dell'altro mondo", basta un piccolo sforzo, che verrà ripagato da una grande soddisfazione. Kaplanoğlu paga ovviamente dazio al più esperto compatriota Nuri Bilge Ceylan, così come ad altri registi che fanno parlare molto più le immagini rispetto ai dialoghi dei personaggi, mostrando uno spiccato gusto per l'inquadratura ad effetto, che funziona anche senza una fotografia straordinaria (grazie a panorami mozzafiato, di una terra che evidentemente, ne offre a profusione), e risulta perfino più delicato, sempre rispetto al più conosciuto connazionale. Non gli manca l'ironia, ma la dosa con molta parsimonia. Il film sembra non concludersi (e, in effetti, alla luce del fatto che sia la prima parte di una trilogia, potrebbe farla sembrare una cosa logica, ed invece non lo è, visto che la trilogia va in ordine cronologico inverso), lascia allo spettatore la soddisfazione di immaginarsi il proseguimento degli accadimenti, ma riesce ad affascinare anche nel suo svolgimento. La nostalgia del ritorno, dei tempi della giovinezza, e al tempo stesso la speranza di un futuro condiviso, di andare avanti senza dimenticare il passato. Specchiarsi in un avvenimento in cui ci si imbatte casualmente. Camminare nella neve. Gli occhi, splendidi, di una donna giovane ma fortissima e delicata al tempo stesso (una davvero meravigliosa Saadet Aksoy nei panni di Ayla, una specie di Nelly Furtado di campagna, due occhi che ti fulminano), che ti stregano. Un pianto liberatorio. Tutto questo è Yumurta.

20120406

Yusuf Üçlemesi



Complice, forse, il weekend lungo ad Istanbul (ma mica è vero, che avevo già cominciato molto prima di decidere di andare), ho completato la visione di questa trilogia di un interessante regista turco che si chiama Semih Kaplanoğlu. Nei prossimi giorni vi parlerò nel dettaglio dei tre film che la compongono. Giornalista, scrittore, ex pubblicitario, dopo un paio di documentari pluri-premiati, un lavoro per la televisione e due film, il primo nel 2001 ed il secondo nel 2005, fonda la sua casa di produzione e si lancia in questa impresa, facendo uscire Yumurta (uovo) nel 2007, Süt (latte) nel 2008 e Bal (miele) nel 2010, e con quest'ultimo vince l'Orso d'Oro a Berlino, appunto nel 2010, ed ottiene un minimo di notorietà anche da noi. La trilogia si chiama La trilogia di Yusuf, dal nome del protagonista (interpretato da diversi attori nel corso dei tre film), ed ha una particolarità interessante: cronologicamente, va all'indietro. Infatti, in Yumurta Yusuf è adulto, e lavora ad Istanbul in una libreria. In Sut sta per partire per il servizio militare, ed aiuta la madre con la vendita del latte e di altri prodotti caseari, in una località imprecisata abbastanza lontana dalla capitale, mentre in Bal Yusuf è appena un bambino, con problemi di apprendimento, e vive in una Turchia rurale, sulle montagne, dove il padre fa l'apicultore in un modo che definire rudimentale è poco. La trilogia nel suo complesso è da 4 su 5, a mio modo di vedere, e posso anticiparvi che probabilmente, il film più debole risulta essere Sut, seppure conservi tutta quella poesia che è propria di filmografie di questo tipo. Intendiamoci, debole ma sempre ampiamente sufficiente, e senza dubbio interessante. Naturalmente, i film suddetti non mi risulta abbiano avuto una distribuzione italiana, ma hanno circolato in diversi festival nostrani. Su amazon si trova in vendita la versione sottotitolata in tedesco, per cui sapete cosa dovete fare se vi venisse voglia di vedervi questi film e seguire il mio consiglio. Nel caso, armatevi di pazienza, predisponetevi alla poesia e ad una sorta di viaggio psicologico alle radici del personaggio Yusuf. Buona visione.

20120405

The Guard




Un poliziotto da happy hour - di John Michael McDonagh (2011)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)


Giudizio vernacolare: ce ne fusse di pulizziotti 'osì



Il sergente Gerry Boyle, garda irlandese in un piccolo villaggio della contea di Galway, è un uomo di mezza età sicuramente non convenzionale. Poliziotto con una passione per le prostitute di un certo livello, che tratta con signorilità divertendocisi insieme, single, intelligente e fisicamente indistruttibile, massiccio, con un senso dell'umorismo caustico, disinteressato a quello che accade fuori dal suo piccolo mondo, si ritrova affiancato dall'agente dell'FBI Wendell Everett, nell'ambito di un'operazione tesa a sgominare un traffico ingente di droga che comincia a coinvolgere anche un paese apparentemente tranquillo come quello di Boyle. Lui inizialmente prende tutto molto poco seriamente, ma dopo la scoperta di uno stranissimo omicidio proprio da quelle parti, Gerry cambia lentamente idea.



E' stata una delle sorprese del 2011, questo debutto nel lungometraggio del londinese di origini irlandesi McDonagh. Un film che mescola le carte ed i generi, una commedia nera per nulla stupida, divertente quanto fuori dagli schemi, che fa riflettere su alcuni luoghi comuni sulla cosiddetta integrità di una persona che occupa un posto da funzionario dell'ordine. Ben diretto, sullo sfondo gli scenari affascinanti della contea sopra citata, con una prestazione maiuscola dell'enorme (in tutti i sensi) Brendan Gleeson (Gerry Boyle), e dove Don Cheadle (Wendell Everett) accetta di essere quasi "oscurato" dall'irlandese, e di fargli da spalla come nella migliore tradizione comica. Cast importante anche nei ruoli marginali, con Liam Cunningham (Francis Sheehy) e Mark Strong (Clive Cornell) in due ruoli che ricordano i gangster di Tarantino.


Aspettiamo con curiosità l'opera seconda di questo regista, Calvary, che dovrebbe vedere la luce nel 2013, dove il solito Gleeson interpreterà un prete bonario, minacciato da forze oscure.

20120404

l'età d'oro


L'age d'or - di Luis Buñuel (1930)



Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: o questo chi l'ha sciorto?


Due giovani sono innamorati l'uno dell'altra; ma la loro storia, che attraversa molte epoche, è continuamente ostacolata da famiglia, istituzioni, o dalla Chiesa.

Cerco di superare la soggezione, e provo a scrivere qualcosa che di certo non può e non vuole essere una recensione, bensì un qualcosa che possa dare dei suggerimenti a chi non ha visto questo o altri film dell'artista di origini spagnole. L'age d'or è la sua seconda direzione registica, dopo Un chien andalou; questo primo lavoro si considera un cortometraggio, in quanto dura 16 minuti, ma L'age d'or si può già considerare un film, visto che la durata è di un'ora tonda. E' certo, però, che è impossibile riassumere una trama, come si intende di solito. Si comincia con un documentario sullo scorpione, vecchio documento girato da Buñuel stesso, a cui viene aggiunto un commento sul comportamento dell'animale quando si trova davanti ad un topo; poi si passa su una spiaggia spagnola, con un uomo armato, che vede dei prelati in preghiera, l'uomo arriva a una vecchia casa dove trova altri uomini armati, di lì a poco arrivano delle barche che attraccano, gli uomini armati se ne vanno dalla casa, dalle barche scendono autorità ben vestite o addirittura in uniforme, e si capisce dalle loro parole che sono lì per fondare la futura Roma. Si scopre una coppia che amoreggia, li si divide con la forza, scoppiano tumulti. Ecco poi Roma, l'uomo ancora scortato dagli uomini che lo hanno portato via dalla sua amata, ecco vacche in camere da letto, castelli e orge.

Soluzioni surreali, continuità apparentemente assurde, un filo conduttore sottile, ma i bersagli preferiti che già si delineano ben chiari. Se vi chiedete da dove deriva la vena stramba di David Lynch (e di chissà quanti altri), eccovi serviti. Se, come me, dentro l'opera di Buñuel trovate De Sade, Marx e perché no, Freud, siete già a buon punto. Sceneggiatura dello stesso Buñuel insieme all'amico Salvador Dalí.

Da vedere, come tutti i suoi lavori, senza porsi domande.

20120403

good


Good - L'indifferenza del bene - di Vicente Amorim (2010)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: lulì era più duro der granito dé

Germania, 1933. Il professor John Halder, che insegna letteratura all'Università con passione, è un uomo tranquillo, buono e compassionevole, quello che si definirebbe senza dubbi una brava persona, con diversi problemi familiari. La moglie Helen è fragilissima di nervi, i due figli reclamano attenzioni, e la di lui madre, che vive con loro, è affetta da demenza senile. Il tutto fa si che la sua vita sia piena e soddisfacente solo nella solitudine del suo studio, oppure durante le sue ore a scuola. Ha un grande amico, Maurice, uno psicologo di origine ebrea, con il quale condivide passioni, felicità ed inquietudini. La vita di John comincia a prendere una strada diversa quando pubblica un libro, che prendendo spunto dalla sua travagliata vita familiare, suona come un qualcosa pro-eutanasia. Mentre la dirigenza del Partito Nazista si rivela interessata alle teorie di Halder (per sostenere la propria propaganda) e dunque ad arruolare il suo autore, facendolo divenire una figura importante, John cede alle attenzioni a lui rivolte da una sua giovane, bella ed intraprendente alunna, Anne, e l'amico Maurice comincia a preoccuparsi seriamente per l'insostenibilità delle persecuzioni contro gli ebrei da parte del regime. Sorprendentemente, John sembra non accorgersi dell'abisso verso il quale quegli uomini stanno trasportando la nazione e buona parte del mondo...

Good è uno di quei film potenzialmente buoni, ma effettivamente mal riusciti e che difficilmente possono piacere fino in fondo, per i quali se si scava un po', si riesce a capire qualcosa sul perché, visto che è un po' difficile spiegarlo: la storia è interessante, gli attori sono bravi, il film non è girato male, ma, a guardarlo, dà esattamente l'impressione di un'occasione perduta. Ecco quindi che le voci e le curiosità che si trovano, ad esempio, su imdb.com, possono aiutare. Il film, ispirato alla pièce teatrale dell'inglese C.P. Taylor e sceneggiato da John Wrathall, doveva essere diretto dalla danese Lone Scherfig (An Education, Italiano per principianti), ma è stato poi affidato allo sconosciuto Amorim, regista nato in Austria ma cresciuto in Brasile. I due ruoli principali, quelli di John Halder e dell'amante Anne, dovevano essere interpretati rispettivamente da Hugh Jackman e da Romola Garai: per motivi diversi i ruoli sono poi andati a Viggo Mortensen e Jodie Whittaker. Seppure quest'ultimo cambio potrebbe anche essere visto come positivo, non è detto che lo sia. Il film, interamente girato in Ungheria, non decolla mai; l'espediente narrativo della musica nei momenti topici non conferisce pathos, l'interpretazione più sentita pare essere quella dell'ottimo Jason Isaacs (Maurice), che purtroppo la parte relega in una parte importante ma tutto sommato marginale. Insomma, un film non troppo riuscito, forse a causa dei troppi passaggi di mano. Nel cast anche Mark Strong nella parte di Bouhler. In Italia è uscito direttamente in dvd.

20120402

fortuna


Luck - di David Milch - Stagione 1 (9 episodi; HBO) - 2011/2012

La notizia, che gli interessati avranno saputo (è stato deciso tra la messa in onda dell'episodio 7 e quella dell'episodio 8), è che la HBO ha deciso di cancellare Luck, nonostante avesse già rinnovato l'impegno per una seconda stagione di 10 episodi. Ufficialmente il motivo è la morte del terzo cavallo durante le riprese, quindi per evitare proteste di associazioni animaliste; come fanno notare gli esperti del ramo, in gioco però c'erano altissimi costi di produzione, e share non esaltanti. Per quando riguarda gli share, non stento a crederci: l'appeal di una serie atipica come Luck, per lo spettatore medio, stava tutta nei nomi del cast. Facciamo un passo indietro: di cosa parla la serie? Tutto ruota attorno all'ippodromo Santa Anita Park di Arcadia, California (che, pensate, durante la Seconda Guerra Mondiale fu uno dei campi di concentramento per giapponesi istituiti dal Presidente Roosevelt), e alla figura di Chester Ace Bernstein (Dustin Hoffman), apparentemente un ricco imprenditore, che in realtà ha fatto i soldi gestendo un'organizzazione malavitosa, che proprio mentre la serie comincia, esce di prigione, atteso dall'amico, autista, scagnozzo, guardia del corpo, tirapiedi, e chi ne ha più ne metta, Gus Demitriou (Dennis Farina). Ace vive in una lussuosa suite nell'hotel più prestigioso del luogo, e a suo dire si è fatto questi tre anni dentro per difendere il nipote, incastrato per una storia di droga dal suo acerrimo rivale (ma inizialmente suo partner in affari), Michael Mike Smythe (Michael Gambon), ed è determinato a vendicarsi, non in maniera violenta, bensì in un modo sottile e complesso, mettendo in piedi un affare molto costoso, ma pure molto redditizio, che coinvolge l'ippodromo stesso e l'allargamento del gioco d'azzardo dentro la struttura. Per finire, Ace è il proprietario occulto di un forte cavallo che "risiede" nelle scuderie del Santa Anita, l'irlandese Pint of Plain. Il prestanome è l'amico Gus. Il cavallo è allenato da Turo Escalante (John Ortiz), un rude ma efficace allenatore di cavalli, di origine peruviana, che allena anche Mon Gateau, un cavallo meno forte acquistato di recente (la dinamica è una delle molte cose difficili da comprendere, presenti nella serie) da quattro scommettitori incalliti, che di recente si sono, diciamo, messi in società, e sono riusciti a vincere una somma che non avrebbero mai immaginato di avere nella loro vita: Marcus (Kevin Dunn), esperto scommettitore in sedia a rotelle, Lonnie (Ian Hart) e Renzo (Ritche Coster), due perdigiorno molto meno esperti, e il giovane e belloccio Jerry (Jason Gedrick), la mente "matematica" delle scommesse vincenti, con il vizio del gioco, qualsiasi esso sia. Tra le scuderie dell'ippodromo si aggira costantemente il vecchio Walter Smith (Nick Nolte), allenatore e proprietario di un altro cavallo formidabile, Gettn'up Morning, regalatogli dal suo vecchio datore di lavoro, la cui proprietà gli è insidiata dal nipote di quest'ultimo, la veterinaria Jo Carter (Jill Hennessy), che ha uno strano rapporto con Escalante, Joey Rathburn (Richard Kind), un balbuziente manager di fantini, e i fantini Ronnie Jenkins (il vero fantino Gary Lynn Stevens, già attore in Seabiscuit, guarda caso proprio il cavallo la cui statua si intravede spesso negli episodi di Luck, al centro della pista dove i cavalli sfilano nel pre-gara), bravo ma col vizio dell'alcool e delle droghe, Leon Micheaux (Tom Payne), di origini francesi e sempre in una lotta distruttiva col suo peso, e Rosie Shanahan (Kerry Condon), irlandese, alla ricerca di un posto al sole.
Le storie di questi personaggi si intrecciano, in questi nove episodi da quasi un'ora (il primo e l'ultimo sono addirittura più lunghi di un'ora), tessendo una tela complessa, spesso usando termini tecnici, mostrando un sottobosco di varia umanità quantomeno interessante. Il respiro è molto cinematografico, la mano dei registi che si avvicendano alle direzioni molto morbida, la fotografia curatissima. Uso (e abuso) del ralenti durante le gare, primi piani dei cavalli protagonisti, dei loro corpi elastici, vigorosi e bellissimi. La serie è, come dice lo stesso creatore, un atto d'amore verso le corse dei cavalli, anche se la morte di tre di loro durante le riprese può sembrare un po' un paradosso, e un po' una beffa. E' un prodotto elegante, stiloso, la sceneggiatura è come detto complessa, e, questo è un po' il "difetto" che secondo me la serie ha nei confronti dello spettatore statunitense medio (che, alla fine, è quello che determina la sopravvivenza di una serie statunitense), lo sviluppo della trama si prende tutto il tempo necessario, e anche qualcosa di più. L'incedere è dunque molto lento, e devo dire che a volte riesce a sfinire pure il grande appassionato di prodotti di qualità.
Il cast, come detto e scritto, è grandioso, e c'è da citare pure Joan Allen (Claire Lachay), un irriconoscibile e impomatato Patrick J. Adams (Nathan Israel), una bella scoperta, almeno in fatto di estetica, la polacca Weronika Rosati (Naomi) e Ted Levine (Isadore Cohen); le prove di Hoffman e Nolte sono davvero molto intense, da grandi applausi, ma anche gli altri si difendono alla grande. Grande attenzione alla colonna sonora.

20120401

war


Non è un pesce d'aprile. Stasera, il primo episodio della seconda attesa stagione di Game of Thrones.

specchio nero



Black Mirror - di Charlie Brooker (2011)

Miniserie in 3 episodi - Channel 4



Traducendo letteralmente le parole del creatore, lo specchio nero del titolo è quello che "troverete su ogni muro, su ogni scrivania, nel palmo di ogni mano: il freddo e lucido schermo di un televisore, di un monitor di un computer, di uno smartphone". Black Mirror, miniserie che in molti hanno paragonato a The Twilight Zone (la serie), è una riflessione, spesso amara, in tre atti, sul nostro rapporto con la tecnologia ed i nuovi media, su come è morbosa e come potrebbe diventare debordante. Tre episodi molto diversi tra di loro, con cast completamente diversi, con storie che non hanno niente in comune tra di loro, ma conservano quell'idea di fondo espressa prima. Per gli appassionati di cinema e/o televisione ben fatta, è un esempio di quello che potremo chiamare concept-tv series; soprattutto, sono tre mediometraggi indipendenti l'uno dall'altro, tutti e tre di altissimo livello qualitativo. Per chi non lo avesse ancora capito, è un prodotto inglese (per l'ennesima volta, un ottimo prodotto di Channel 4).

Si comincia con l'episodio 1, The National Anthem, che scompagina immediatamente le carte in tavola: il Primo Ministro inglese viene svegliato nel cuore della notte. La Principessa reale Susannah (tutti personaggi fittizi ma tutti estremamente credibili) è stata rapita da uno sconosciuto, che ha caricato un video su youtube dove le fa leggere un comunicato. Entro le 16 di quel pomeriggio, lo stesso Primo Ministro dovrà fare sesso con un maiale, in diretta televisiva; in caso contrario, la Principessa verrà uccisa. Non vado oltre, ma vi posso dire che siamo di fronte a grande televisione con grandi idee. Cast non molto conosciuto da noi, il PM inglese è interpretato da un ottimo Rory Kinnear, attore inglese molto attivo in teatro ed in televisione.

L'episodio 2, 15 Million Merits, è a mio parere quello con meno impatto immediato tra i tre. Decisamente fantascientifico, ma ambientato in un futuro prossimo, racconta di un mondo in cui la maggioranza delle persone vive in un ambiente chiuso ed è costretta a pedalare per generare energia. Pedalando, accumula crediti virtuali che può spendere per mangiare, comprarsi cose virtuali per il proprio avatar, o per evitare di sorbirsi pubblicità o programmi sgraditi (si hanno davanti costantemente dei monitor). L'unica possibilità di sottrarsi a questo destino di lavoro pare essere una sorta di talent show chiamato Hot Shot. Per accedere alle selezioni occorrono 15 milioni di crediti, da qui il titolo. Come detto, costruzione lenta e impatto non immediato, ma conclusioni molto interessanti. Uno dei giudici del talent show è un super cinico Rupert Everett.

La miniserie si conclude con il terzo episodio intitolato The Entire History of You, ambientato anche questo in un futuro prossimo, un futuro in cui ognuno si potrà impiantare un microchip (nella versione originale si chiama grain) dietro l'orecchio, che conterrà l'intero arco dei propri ricordi archiviati, con la possibilità di rivederli sia con i propri stessi occhi, oppure su uno schermo. La cosa sembra apparentemente positiva, ma l'episodio mostra le complicazioni a cui potrebbe portare questa "modifica". L'idea ne ricorda molte altre (una su tutti, a me personalmente, quella dei wire-trip clips di Strange Days), ma applicata ad un rapporto di coppia la rende magnificamente credibile. Bravi i due protagonisti interpretati da Toby Kebbell (RocknRolla, The Conspirator, War Horse) e Jodie Whittaker (Venus, St. Trinian's, Good).

Il creatore, Charlie Brooker, che è sceneggiatore degli episodi 1 e 2, è un personaggino niente male, giornalista, sceneggiatore e produttore tv, con un senso dell'umorismo sicuramente caustico e fuori dal comune. Nel Regno Unito lo conoscono bene, e sicuramente sentiremo parlare ancora di lui anche al di fuori di quei confini. Consiglio caldamente la visione di questa miniserie (che trovate già in dvd). Channel 4 sta diventanto uno dei miei canali preferiti, sicuramente dovrò informarmi se lo posso ricevere sul mio televisore.

20120331

ballata per tre uomini e una donna



La cotogna di Istanbul - di Paolo Rumiz (2010)






Max Altenberg fu un ingegnere austriaco, nato a Zwentendorf sul Danubio nel 1941, figlio di Hans, che durante la Seconda Guerra Mondiale aveva militato nella Wehrmacht. Max, sposato e divorziato, con quattro figli grandi, nel 1997 si recò a Sarajevo per lavoro, poco dopo la fine della guerra. Amava quella terra e quella città, ci era stato altre volte. Quel viaggio, che iniziò con un cattivo auspicio, finì per cambiargli completamente la vita. Conobbe una donna, di nome Masa, che aveva alle spalle una storia che definire rocambolesca sarebbe riduttivo. Quella donna gli cantò una canzone, Zute dunje iz Stambola (Le gialle cotogne d'istanbul), e lui se ne innamorò perdutamente.






Malvolentieri i serbi se ne andarono

e quando la sala rimase vuota

Maja gli disse che c'era una donna

giovane, ferma, accanto alla porta,

che chiaramente lo stava aspettando.

Max alzò gli occhi e restò fulminato

da un viso forte, di Persia montana;

lei si avvicinò con passo leggero

e gli disse: "Sono Amra, la figlia

che tu non hai ancora conosciuto".

Lui la guardò, e si sentì morire

tanto era simile a chi conosceva:

stessi zigomi, stesse sopracciglia

distanti dalla radice del naso,

stessa cautela nel muover le mani.



So che la cosa non fa testo, visto che ormai mi conoscete, ma non riesco a rileggere questo passaggio del libro in questione senza piangere. Possiamo dire che sono un fan di Paolo Rumiz, giornalista, scrittore, viaggiatore, grande conoscitore di Balcani ed Oriente, avevo comprato un paio di suoi libri che mi mancavano, ed ho deciso qualche settimana fa di mettere nello zaino questo, visto che stavo partendo per un fine settimana lungo ad Istanbul, il titolo mi pareva appropriato (anche se in realtà, Istanbul c'entra di rimbalzo nella storia). Un normale Intercity italiano, da Livorno a Milano impiega tra le quattro e le cinque ore; ho cominciato a leggere il libro poco dopo la partenza, interrompendolo per sonnecchiare e, man mano che la storia si sviluppava, spesso smettevo per non far accorgere a chi era nello scompartimento con me, che stavo piangendo copiosamente. Nonostante tutto ciò, prima di Pavia avevo già terminato questo libriccino di neppure 200 pagine, che definire bellissimo è il minimo, e che conferma da una parte la passione balcanica di Rumiz, dall'altra la sua vena di scrittore capace di trasmettere grandi emozioni e di raccontare grandi storie. Curiosamente, la forma che Rumiz ha deciso di dare alla scrittura è quella di una ballata, quindi richiedente uno sforzo ulteriore, perché, come detto prima, l'espediente narrativo, il detonatore di questo amore che oserei definire trascendentale, è proprio quella canzone. La cosa potrebbe spaventare, inizialmente, ma si rivela perfino affascinante, andando avanti con la lettura. Altra cosa decisamente coinvolgente, toccante, appassionante, riguardo al libro, è che questa storia pare sia vera, il protagonista la raccontava spesso, e Rumiz essendo stato amico di Altenberg, che però non si è mai deciso a scrivere di questo in particolare (anche se, come vedrete, oltre ad essere ingegnere è stato giornalista e scrittore, proprio a proposito dei Balcani), dopo la sua morte si è deciso a metterla sulla carta, a futura memoria. La scelta si rivela decisamente azzeccata, e, seppur sia difficile rivendicare una certa mia obiettività di fronte agli scritti dell'autore triestino, il libro in questione è di una bellezza travolgente. L'amore che racconta, sullo sfondo di tutta una serie di suggestioni balcanico-orientali tanto care a Rumiz, è potente, ti abbraccia, ti avvolge, ti scuote l'anima. Ti mette voglia di innamorarti, e al tempo stesso ti mette paura, tanto può essere devastante e sconvolgente questo sentimento.

Grande libro.

20120330

Des hommes et des dieux



Uomini di Dio - di Xavier Beauvois (2010)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: di 'iesa o no, grand'omini


Tibhirine, Médéa, sui monti dell'Atlante in Algeria. E' il 1996, e nell'Abbazia di Notre-Dame de l'Atlas, otto monaci francesi (in realtà erano nove, è una storia vera) portano avanti la tradizione, lavorando, pregando, dando lavoro alla povera gente del luogo ed intrattenendo rapporti di profonda amicizia e rispetto con loro, seppur di diversa religione. L'Atlante è un luogo idilliaco, ma la guerra civile algerina, che andò avanti dal 1991 al 2002, infuriava tutto intorno, e pian piano arrivò anche lì. I fondamentalisti islamici fecero una "visita", non proprio cordiale, all'abbazia; i monaci erano già da prima coscienti del pericolo che correvano, ma dopo quel primo incontro lo furono ancora di più. Il film prova ad immaginare i sentimenti provati dagli otto, prima e dopo il fatto, che portò poi (spoiler alert) ad un rapimento di sette di loro, nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, e alla loro successiva uccisione.


E' davvero un bel film questo lavoro dell'attore, sceneggiatore e regista francese, a dire il vero poco conosciuto fuori dalla Francia, almeno fino all'uscita di Uomini di Dio. E' naturalmente una storia tragica e straziante, quella vera del rapimento e del massacro (furono ritrovate solo le loro teste) degli otto monaci francesi, ma è ammirevole come Beauvois la tratta. Passa una buona prima parte del film a raccontarci la vita, semplice e piena di fede e di lavoro, dei monaci, e soprattutto della loro completa integrazione e interazione con la popolazione locale, con scene anche molto poetiche. Poi, nella seconda parte, il regista è bravo a condurre in avanti due sentimenti forti: il primo, la tensione, la certezza di essere un bersaglio, il secondo, la forza della fede e la (ancora una volta) certezza di essere nel giusto rimanendo, no matter what. Bravi, tutti, gli interpreti francesi, Lambert Wilson (Christian; l'avete visto, utilizzato spesso nelle parti da cattivo, anche a Hollywood) e Michael Lonsdale (Luc) i più riconoscibili anche dai meno esperti. Un film sulla fede anche per chi ne sta normalmente lontano.

20120329

provincia

Di recente, ho letto questa cosa, in un'intervista allo scrittore Fabio Genovesi (curiosamente, un paio di cose non superficiali della sua biografia combaciano con le mie esperienze), nativo di Forte dei Marmi, che mi ha convinto a leggere i suoi libri, sui quali fino ad ora ero dubbioso. Questo passaggio, che vado a riportarvi, mi è piaciuto perché in pratica mi ha spiegato la motivazione di alcuni miei comportamenti quando viaggio, come se mi fossi specchiato nella filosofia di Genovesi.

La provincia è il mio posto. Anche quando viaggio evito le grandi città, non mi parlano, non mi mostrano nulla. In America, New York non mi ha dato quanto Walla Walla, Los Angeles non mi è rimasta dentro come Leavenworth. Spesso la provincia in Italia è impiegata solo come luogo del buffo, dello strambo, dello sfigato, e questa cosa ci rovina. I piccoli centri hanno una forza, hanno vite, speranze, storie, traiettorie, che se li sappiamo raccogliere diventano materiale incendiario.

Genovesi ha scritto Versilia Rock City ed Esche vive. Vi farò sapere.

Margot at the Wedding



Il matrimonio di mia sorella - di Noah Baumbach (2008)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: fratelli cortelli


Margot è una bella donna (con evidenti ritocchi estetici). E' una famosa scrittrice, di discreto successo, un marito, Jim, che le vuole bene, ed un figlio pre-adolescente, Claude, alle prese con i primi problemi della crescita. Il suo rapporto con la sorella Pauline è sempre stato tormentato, conflittuale, problematico, e da come lo racconta lei, tutto a causa delle continue scelte sbagliate di Pauline, e del suo volerle troppo bene. Approfittando di un viaggio di lavoro di Jim, Margot, che ha un impegno in zona, decide di andare a far visita a Pauline (che vive in una casa sul mare nello stato di New York), che ha annunciato di volersi risposare, così da conoscere il promesso sposo, Malcolm. In verità, Margot ha una relazione con Dick Koosman, che abita vicino a Pauline. Appena conosce Malcolm, Margot comincia a distruggere le certezze di Pauline, ritenendolo a lei inadatto. Tutte le tensioni del passato vengono a galla, ed esplodono quando...


Baumbach continua a sviscerare la famiglia, dopo il precedente Il calamaro e la balena, e continua a farlo alternando dramma e comicità caustica. Una fotografia dimessa e una regia non certo virtuosa in inficiano la validità anche di questo film, che riesce a toccare momenti intensi e drammaticamente vibranti, così come altri molto divertenti; gli si mette a disposizione un cast importantissimo, davvero soprendente per un film in teoria indipendente. Nicole Kidman (Margot), Jennifer Jason Leigh (Pauline, fino al 2010 moglie del regista), Ciarán Hinds (Dick Koosman), John Turturro (Jim) e Jack Black (Malcolm) in una parte che mi ha fatto pensare a quello che diceva l'amico Monty qualche giorno fa: Black interpreta sempre se stesso (ci sono molti attori che hanno questa particolarità, che ancora non so se definire pregio o difetto), ma se inserito in un contesto differente, può diventare, come in questo caso, una figura tragica e decadente, così come Nicole Kidman, per come la utilizza il regista in questo film. Forse un poco inferiore al film precedente, questo film comunque interessante è uscito in Italia direttamente in dvd.

20120328

verso nord



Nord - di Rune Denstad Langlo (2009)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: portazzi l'occhiali dassole


Jomar Henriksen ha un passato sportivo importante (quando inizia il film non lo sappiamo), ma, in seguito ad un brutto esaurimento nervoso, si è ridotto a fare il guardiano di un impianto sciistico, e passa molto tempo da solo, abbrutendosi, divenendo sempre più scontroso anche con quei pochi clienti che riceve, nutrendosi di scatolette, facendo fatica anche a salire una scala. Un bel giorno, si presenta alla sua porta il suo ex migliore amico Lasse, proprio colui che gli ha "rubato" la donna. E' lì per comunicargli che il figlio di quattro anni non è di Lasse, bensì di Jomar. Dopo alcuni momenti di comprensibile smarrimento, Jomar sale sulla sua motoslitta, distrugge la casa dove viveva, e parte alla volta del profondo nord, dov'è sua figlia. Il cammino sarà lungo, accidentato, Jomar conoscerà persone diverse, ognuna con la sua solitudine ed i suoi errori. Da ognuna imparerà qualcosa, ad ognuna lascerà qualcosa.


Ci sono film che non solo io tendo a definire "piccoli", e che in realtà sono davvero grandi; ci sono film che vengono da posti lontani, e che piacciono solo per il fatto di rappresentare una realtà profondamente differente. Ci sono film che sembrano dire poco con i dialoghi, ed invece dicono un sacco di cose con i silenzi e le inquadrature; ci sono film che ti piacciono anche se non riesci a capire dove diavolo il regista e lo sceneggiatore vogliono andare a parare fino ad oltre la fine, e che spesso non riesci a spiegare perché ti piacciono. Nord è tutto questo. Viene naturale l'accostamento a Kaurismaki, e non solo perché vengono da paesi vicini ed accomunati dal freddo e dalla neve, dall'amore per l'alcol e dall'umorismo spesso macabro, comunque caustico. Non è un difetto: ce ne fosse.

Il regista viene dai documentari, e questo è il suo primo lavoro di fiction; il respiro delle immagini in campo aperto è liberatorio, ma riesce a trasmettere pure sensazioni di inquietudine in alcune situazioni meno positive. Lo sceneggiatore Erlend Loe è un affermato scrittore, e viste le sue note biografiche, il tono del film riflette le sue convinzioni ed i suoi riferimenti. Il film che ne risulta è molto lento, molto breve, molto intenso senza essere pressante, divertente e contemporaneamente drammatico in senso, se possibile, buono, filosofico. E', secondo me, un film da vedere, che certo richiede un minimo di impegno, ma che ripaga lasciando nello spettatore un senso di pace.

20120327

il giorno del giudizio



Doomsday - Il giorno del giudizio - di Neil Marshall (2008)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: meno male c'è leilì


Nel 2008, dalla Scozia si diffonde un virus chiamato Reaper (Il mietitore). Non riuscendo a trovare una cura valida, e vedendo la popolazione decimata, il governo decide di "murare" la Scozia erigendo un nuovo Vallo di Adriano e minando le acque marine. La decisione isola il Regno Unito dalla comunità internazionale, generando una enorme crisi economica. Mentre vengono dati gli ultimi punti di saldatura alle lamiere che formano il muro, una donna disperata, con la giovanissima figlioletta ferita ad un occhio, riesce a far passare il muro alla piccola tramite un soldato che sta rientrando alla base, salvando così almeno la bambina. Il governo crede che così facendo, col passare del tempo la popolazione al di là del muro si estinguerà. Una trentina d'anni dopo, il virus riappare a Londra; a quel punto, il Premier John Hatcher ed il suo braccio destro Michael Canaris, tramite l'appoggio del capo della sicurezza interna, capitano Bill Nelson, decidono di inviare al di là del muro una squadra di soldati. La squadra dovrà mettersi sulle tracce del dottor Kane, che lavorava allo studio di un antidoto poco prima della chiusura del muro, e verificare se esista appunto questo antidoto. Nelson, per guidare la squadra, sceglie Eden Sinclair, una soldatessa giovane ma già molto esperta e spietata. Eden ha una particolarità: le manca un occhio, perduto da piccola; l'occhio è stato sostituito da un equivalente cibernetico, e il fatto è un valore aggiunto per lei come soldato. La missione ha inizio.


Nuovo (relativamente) alfiere del cinema muscolare inglese, Marshall non si smentisce di certo: poche riflessioni, qualche spunto politico tanto per, ma soprattutto, amore per il cinema di questo genere, botte da orbi, splatter, teste mozzate, fuoco, fiamme, esplosioni, sesso accennato. Dopo il claustrofobico The Descent, opera seconda dopo l'osannato debutto Dog Soldiers (che andrò a vedere ed a recensirvi prossimamente, abbiate fiducia), e prima di portare nella storia il suo tocco personale con Centurion, si colloca questo apocalittico Doomsday, che puntualizza i riferimenti personali di Marshall: George Miller e i suoi Mad Max, John Carpenter di 1997 - Fuga da New York (Miller e Carpenter si chiamano due dei componenti della squadra), James Cameron di Aliens. Senza dimenticare che, come in ogni film d'azione che si rispetti, c'è l'inseguimento nel pre-finale, che per un regista d'azione è come misurarsi il pene con quello di William Friedkin, per l'inseguimento de Il braccio violento della legge (The French Connection, 1971). Malcolm McDowell è il dottor Kane, Bob Hoskins è il capitano Bill Nelson. Rhona Mitra (Eden Sinclair) con l'occhio bionico in tuta militare, se la gioca con la Kate Beckinsale/Selene della saga di Underworld e i suoi completini di latex.

Nonostante ciò, la fama da regista d'azione di Marshall rimane importante: pensate che è già stato programmato come regista dell'episodio 9 della seconda stagione di Game of Thrones, che si intitolerà Blackwater ed andrà in onda il 27 maggio 2012 (HBO USA), e sarà l'unico scritto direttamente dall'autore della saga George R. R. Martin (che scrisse un episodio anche per la prima stagione).

20120326

Thumbsucker


Thumbsucker - Il succhiapollice - di Mike Mills (2006)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: ganzetto

Cittadina di provincia nell'Oregon, USA. Justin Cobb è un adolescente timido, che ancora, in alcuni momenti, tende a succhiarsi il pollice. E' innamorato della compagna di classe Rebecca, ma non riesce a capire se lui le interessi veramente, o se passa del tempo con lui solo perché anche lei ha qualcosa di strano. I genitori non sanno bene come affrontare le difficoltà di adattamento e di crescita del figlio, forse perché loro per primi ancora non sono riusciti a capire cosa fare delle loro vite. La madre Audrey è una casalinga che maschera la sua insoddisfazione, e persegue il suo sogno di diventare infermiera professionale, il padre Mike è un mancato giocatore di football professionista, a causa di un infortunio, ed è incastrato in un impiego sicuro ma insoddisfacente. Justin riesce ad aprirsi, e ad accettare consigli, solo da un amico del padre, il dentista hippy Perry Lyman, che con un taglio zen prova a spronare il ragazzo e a risolvere il vizio di succhiarsi il pollice. L'insegnante, Mr. Geary, è insoddisfatto dei risultati e del comportamento di Justin, e lo spedisce dallo psicologo della scuola, che gli diagnostica una sindrome da deficit di attenzione, e gli prescrive psicofarmaci. Improvvisamente, la vita di Justin cambia in meglio, ed ha una netta impennata. Diventa un mago delle gare di dibattito, lucidissimo, informato, concentrato, con una strepitosa capacità di linguaggio e un vocabolario invidiabile. Smette di succhiarsi il pollice, si dimentica quasi di Rebecca, che nel frattempo diventa una mezza tossica.

Come sempre più spesso mi succede, incuriosito dal nuovo lavoro di Mike Mills Beginners, sono andato a cercarmi il suo debutto Thumbsucker. Devo ammettere che questo suo primo film mi è piaciuto altrettanto, se non di più. Girato con delicatezza ed attenzione, con mano calma e rilassata, con sullo sfondo uno scenario pieno di verde, disegnando personaggi divertenti ma con enormi conflitti irrisolti senza per questo crocifiggerli, ma semplicemente concedendo ad ognuno una possibilità, Mills mette in scena, adattando lui stesso l'omonimo libro di Walter Kirn, una storia che ci parla sia della difficoltà di crescere e di esprimersi per quello che si è, sia della difficoltà di realizzare i propri sogni, oltre al dramma di affrontare la delusione che deriva dall'affrontare l'impossibilità di realizzarli. Un film davvero delicato e al tempo stesso intenso seppur sussurrato, che affascina per lucidità. E' bravissimo il protagonista Lou Taylor Pucci (Justin), e il regista usa con parsimonia un buonissimo cast di non protagonisti: Vincent D'Onofrio è Mike, il padre di Justin, una sempre convincente Tilda Swinton è Audrey, la madre, un divertente Keanu Reeves è Perry il dentista (che pronuncia la massima del film: "il trucco è vivere senza una risposta... credo"), Vince Vaughn è Mr. Geary, l'insegnante, Kelli Garner è la bella Rebecca. Spassoso anche il personaggio del fratello piccolo di Justin, Joel, interpetato dal giovanissimo Chase Offerle. Bella colonna sonora, con alcuni brani di Elliott Smith. Da recuperare.

20120325

Morning Glory


Il buongiorno del mattino - di Roger Michell (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: alla rai dev'esse la stessa zuppa

Becky Fuller è una giovanissima produttrice televisiva, grande lavoratrice, che cura un programma di informazione che va in onda prestissimo al mattino, in un canale tv non molto grande. Nonostante si aspetti una promozione da un momento all'altro, la crisi invece fa si che venga licenziata. Alla disperata ricerca di un lavoro, sopportando a fatica l'incomprensione della madre che vorrebbe per lei un marito e dei figli, viene convocata da una rete molto più importante, che sta disperatamente cercando di risollevare gli ascolti del notiziario del mattino. Becky accetta immediatamente, e si mette al lavoro con il suo solito entusiasmo. Il primo scoglio è uno della coppia di conduttori, Paul McVee, sessista è pieno di sé: Becky lo fa fuori, impressionando per la prima volta l'intero staff. Il rapporto con la conduttrice, l'esperta Colleen Peck, è buono; ma adesso l'ideale è affiancargli un conduttore maschio. Becky scopre che la rete ha ancora sotto contratto Mike Pomeroy, una sorta di leggenda. Un giornalista televisivo d'inchiesta, anziano, un uomo indurito dalla vita e continuamente innervosito dalla superficialità degli argomenti affrontati oggi giorno dalla televisione d'informazione. Becky lo costringe ad accettare di condurre il notiziario, ma naturalmente cominciano gli scontri di Mike con Colleen. Un po' alla volta, ma non troppo, perché gli ascolti non sono ancora soddisfacenti, Becky cerca un compromesso tra la linea dura di Pomeroy, sfruttando la sua caparbietà e la sua esperienza, cercando di addolcirlo ma anche dandogli la possibilità di affrontare notizie importanti.

Il sudafricano di nascita Michell, che abbiamo apprezzato per il suo trittico precedente composto da The Mother, L'amore fatale e Venus, torna alla commedia leggera, ricordiamoci che è il regista di Notting Hill, con questo Morning Glory (in originale). Michell è un regista che sa il fatto suo, e si trova senza dubbio a suo agio un po' con tutti i generi. Nonostante il cast ricco, e un minimo di critica al mondo dell'informazione, la prevedibilità della sceneggiatura, scritta da Aline Brosh McKenna (Il diavolo veste Prada, 27 volte in bianco, Ma come fa a far tutto? e La mia vita è uno zoo), ed il finale accomodante, non possono fare di questo film un qualcosa da vedere a tutti i costi. Rachel McAdams (Midnight in Paris) è la deliziosa ma schizzatissima protagonista Becky, Harrison Ford è un burbero Pomeroy, Diane Keaton è Colleen Peck, Patrick Wilson (Watchmen) è Adam. C'è pure Jeff Goldblum nei panni di Jerry Barnes. L'antipaticissimo Paul McVee è Ty Burrel, il Phil Dunphy di Modern Family. Niente di che. Della serie "che s'ha da fare per campare".

20120324

Otello

Mentre il mio co-blogger (che ormai usa il blog esclusivamente a scopi personali... un momento, ma il blog è una cosa personale!) si prepara per tornare a suonare dal vivo, oggi 24 marzo è il compleanno di mio padre. Essendoci 30 anni di differenza tra me e lui, oggi ne compie 76. E' una bella cifra. Lui oggi non c'è, è in crociera (nonostante la veneranda età, è un tipo a suo modo sprezzante del pericolo), e in questo momento dovrebbe essere all'altezza di Istanbul. Questa mattina mi ha mandato un mms (sprezzante del pericolo ma pure altamente tecnologico, sempre a suo modo) in cui si vedeva una nave in mezzo al mare. Mi sono ricordato che mi stavo dimenticando di fargli gli auguri, e allora gli ho mandato un sms.

Io: "Mi piace pensare che abbiamo fatto ognuno il suo percorso, ma che un pezzo di strada lo abbiamo fatto insieme. Tanti auguri, e che ci sia tempo di fare un altro po' di strada"

Lui: "Alla mia età queste parole fanno piacere"

fino all'osso



Down to the Bone - di Debra Granik (2004)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: messi male eh...


Siamo in una piccola cittadina dello stato di New York, classica provincia del nord est degli USA. Irene sembra una normalissima e tranquilla cassiera di un mini-market del luogo, dimessa ma molto bella. Figli, una situazione familiare quasi noiosa. Ma sia Irene che il marito Steve sono consumatori di droghe, ma Irene ci va più pesante, ed il rischio di sprofondare nella dipendenza è continuamente dietro l'angolo. Infatti, dopo qualche tempo è costretta ad entrare in un programma di riabilitazione. Lì conosce Bob, un infermiere apparentemente pulito, e tra i due nasce una simpatia. Quando esce dal programma di riabilitazione, Irene torna al suo lavoro, ma dopo un po' la costringono a lasciarlo. Lucy, un'amica conosciuta in riabilitazione, l'aiuta, e Irene comincia a lavorare facendo pulizie nelle case private. Ma l'attrazione per Bob la spinge ad iniziare una relazione con lui, e dopo un po', Irene scopre che anche Bob, come si dice, c'è dentro fino al collo...


Debutto sulla lunga distanza di Debra Granik, regista nata nel Massachussetts e cresciuta nei sobborghi di Washington D.C., che il grande pubblico ha conosciuto ed apprezzato col suo secondo lavoro Un gelido inverno (traduzione così così del titolo originale Winter's Bone). Un debutto che, come spesso accade, riprende i temi e i personaggi, in questo caso anche il nome della protagonista, del suo cortometraggio del 1997 Snake Feed, col quale vinse il Sundance nell'apposita categoria. Questo Down to the Bone, film rarefatto, pieno di silenzi, con atmosfere ovattate dall'ambientazione invernale (evidentemente cara alla regista), ma che affronta drammi esistenziali e al tempo stesso fisici, è anche l'occasione di vedere finalmente in un ruolo da assoluta protagonista la stupenda Vera Farmiga, qui nei panni di Irene, sofferente e passionale, tesa come una corda di violino e devastata da una vita al limite. La regista, che partecipa alla stesura della sceneggiatura con un team corposo, dirige il film con buona mano, insistendo nei primi piani come per riuscire ad entrare ancora più dentro la storia e la sofferenza dei personaggi; tra esplosioni di violenza improvvise e scene di sesso trafelate e per questo molto reali, la Granik impressiona fin dal debutto, quindi, e si capisce bene perché il suo secondo film abbia lasciato il segno. Oltre alla Farmiga c'è un buon cast di contorno, dove spiccano il caratterista di film d'azione Hugh Dillon nei panni di Bob (una sorta di Bruce Willis dei poveri, se lo guardate adesso che è calvo), e l'artista multimediale Caridad La Bruja De la Luz (vista anche in Bamboozled di Spike Lee) nei panni di Lucy. Intenso.

20120323

le sorelle estere back in town

domani sera torniamo a suonare dal vivo.
di nuovo in tre.
sbresi al basso e alla voce.
per la prima volta sarà lui la voce del gruppo.
ancora in tre.
dopo che ci sembrava di aver trovato il cantante giusto,il quarto componente mancante, ci siamo ritrovati orfani.
ma stiamo bene così.
felici, carichi.
suoneremo alcuni pezzi nuovi ed un paio di vecchi.
non abbiamo ruggine.
abbiamo tendini tirati e muscoli da mostrare, come giovani innamorati.
suoneremo per chi ci sarà, al paz di castano primo.
è un circolo arci, serve la tessera.
feo con un nuovo tatuaggio polinesiano.
sbresi con occhi di tigre.
ed io con una montagna di capelli.
perchè andrè agassi è sempre dentro di me.
chi c'è c'è, chi non c'è escherichia lo colga!!!!
olè!

il ritorno dei morti che camminano




The Walking Dead - di Frank Darabont - Stagione 2 (13 episodi; AMC) - 2011/2012



E chissà se si potrà ancora scrivere "di Frank Darabont", dopo il suo allontanamento dalla serie, avvenuto all'incirca nella pausa che c'è stata tra i primi sette episodi di questa seconda stagione (andati in onda nel 2011), e gli ultimi sei (andati in onda nel 2012). Il gruppo di sopravvissuti guidati dall'irreprensibile (ex) sceriffo Rick Grimes, scampati all'autodistruzione del CDC (Centre for Disease Control and Prevention, che esiste veramente, e beccatevi il blog a loro cura su un'eventuale apocalisse zombistica) che chiude la prima stagione, decide di dirigersi verso Fort Benning. Ma gli erranti (una delle traduzioni più poetiche dell'originale walkers) sono ovunque. A causa di una loro orda, bloccato il gruppo in un ingorgo autostradale, causato naturalmente da vetture ormai ferme da mesi, la piccola Sophia si perde nel bosco adiacente, e il gruppo non riesce a ritrovarla subito. Durante le ricerche, uno sparo mette ko l'altro piccolo, Carl, il figlio di Rick. Gli espedienti appena detti portano il gruppo alla fattoria di Hershel, un anziano capofamiglia che è riuscito a conservare una parvenza di normalità e di unità familiare, in un luogo apparentemente isolato da quello che sta accadendo nel mondo, ma che nasconde pure lui un segreto inenarrabile. Il dualismo tra Rick e Shane si acuisce, soprattutto dopo la notizia che Lori...


Devo dire che ho letto con una certa soddisfazione alcune critiche impietose, da parte di critici statunitensi, a The Walking Dead. Quel qualcosa che non mi convinceva nella prima stagione, nella seconda diventa vero e proprio fastidio. La lentezza dell'azione, e lo schema ormai ripetuto all'infinito, di non far accadere assolutamente niente per i primo 40 minuti dei 42 totali di ogni episodio, ha fatto di questa stagione un vero e proprio calvario. Il licenziamento di Darabont (che pare avesse licenziato l'intero staff di sceneggiatori della prima stagione, per usarne uno di freelance per la seconda) è sembrato dare alcuni frutti, visto che i sei rimanenti episodi per concludere i 13 totali hanno visto qualche movimento in più rispetto alla prima parte, ma la struttura di cui sopra rimane, a parte il season finale, lo scoppiettante Beside the Dying Fire (che ci proietta direttamente dentro la terza stagione, ed introduce uno dei personaggi attesi dai fan della graphic novel alla quale la serie è ispirata). Ripeto, visto che di solito quando inizio a vedere una serie televisiva, anche se non mi fa impazzire continuo ugualmente a vederla, stagione dopo stagione, la visione di buona parte degli episodi di questa seconda di TWD è stata spesso estenuante in negativo, per me. Leggendo, a mio rischio e pericolo, alcune delucidazioni sui (spoiler alert!) personaggi che saranno introdotti nella terza stagione, non conoscendo la graphic novel, mi attendo una decisa impennata di ritmo e divertimento a partire dal prossimo autunno (la terza stagione consterà di ben sedici episodi). Cominciando con un bel ripulisti di personaggi ormai pallosissimi ed inutili, visto che (spoiler alert!), come detto prima, i due personaggi che verranno sicuramente introdotti (uno lo avete già visto nel season finale) dalla prossima stagione (gli appassionati della graphic novel spingono per un terzo, che reputano fondamentale, ma ancora non c'è niente di certo), promettono, come si suol dire, fuoco e fiamme. Animo sceneggiatori, questa non è una soap-opera!

20120322

Il reparto



The Ward - Il reparto - di John Carpenter (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)

Giudizio vernacolare: ma chi è l'assassino?


North Bend, Oregon, 1966. Mentre nel locale ospedale psichiatrico, la giovane paziente internata Tammy viene uccisa misteriosamente nella notte, la bella e altrettanto giovane Kristen, in evidente stato confusionale dopo una fuga e una colluttazione, dà fuoco ad una fattoria abbandonata. La polizia la coglie praticamente sul fatto, e la porta nello stesso ospedale psichiatrico dove è appena morta Tammy. Lì, dopo aver fatto conoscenza con le altre pazienti, Iris, Sarah, Emily e Zoey, viene destinata alla ex stanza di Tammy e sedata. Durante la notte, una forza misteriosa le toglie la coperta e gliela nasconde sotto al letto. La mattina dopo Kristen, mentre recupera la coperta, trova un braccialetto. Poco dopo fa la conoscenza del dottor Stringer; questi le dice che il giorno prima aveva l'indirizzo della fattoria abbandonata scritto sulla mano, e le chiede che cosa ricorda, perché abbia dato fuoco a quel posto. Kristen non ricorda nulla, ma insiste nel sostenere che non è pazza. La stessa notte tenta di fuggire, ma viene presa e riportata nella sua stanza, e durante il dormiveglia intravede un essere orribilmente sfigurato che la sta fissando dalla finestrella sulla porta.


Molte furono, all'epoca della sua uscita, le recensioni positive e le lodi al ritorno del maestro Carpenter, che solo per due film come Halloween e 1997 - Fuga da New York andrebbe imbalsamato a futura memoria. Visto e lasciato decantare a distanza di mesi, direi che The Ward è un prodotto decente, ma niente di più. Claustrofobico ma mai abbastanza terrorizzante, recitato tutto sopra le righe per l'intera durata, con una struttura che definirei a spirale, più che a sorpresa, girato naturalmente con grande destrezza, alla fine si ricorda più per le belle interpreti che per un segno lasciato. Amber Heard (Kristen) svolge con diligenza il suo compitino, le altre bellezze sono Danielle Panabaker (Sarah), Laura-Leigh (Zoey) e Lyndsy Fonseca (Iris). Mamie Gummer (Emily) è forse meno avvenente, ma più convincente nella sua prova. C'è pure Jared Harris (Lane Pryce in Mad Men), nei panni del dottor Stringer.

20120321

The Adjustment Bureau



I guardiani del destino - di George Nolfi (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ganzetto


2006, New York. David Norris è il più giovane membro del congresso (25 anni, più o meno), ed è in corsa per una poltrona al Senato. David è orfano sia di suo padre che di sua madre, ed ha perso pure il fratello più grande; ha grande determinazione, ma conserva sempre un carattere giocoso e a volte troppo casinista, che, visto il puritanesimo imperante negli USA, gli fa sfuggire sempre il traguardo quando ci arriva vicino. Anche stavolta, una sua foto con i pantaloni abbassati ad un festeggiamento, compromette la sua corsa al Senato proprio sul filo di lana. Al momento di ammettere la sconfitta, si ritira nei bagni dell'albergo dov'è alloggiato il suo comitato, per preparare il suo discorso. Si assicura che non ci sia nessuno, e comincia a ripassare. Dopo un po', dal bagno (degli uomini!) esce una giovane e bella ragazza, che si era imbucata ad una festa, quindi poi nascosta nel bagno degli uomini per sfuggire alla sicurezza, e, imbarazzata, non aveva in un primo momento risposto all'appello di David per capire se il bagno era vuoto. Tra i due scocca immediatamente la scintilla, il colpo di fulmine. David ispirato fa il suo discorso a braccio, sconvolgendo le previsioni, e questo gli dà la forza di tener duro e ricandidarsi 4 anni dopo, mentre nel frattempo comincia un nuovo lavoro. La ragazza misteriosa se n'è andata senza nemmeno fargli sapere il suo nome, ma casualmente, la mattina seguente David si imbatte in lei sull'autobus. A quel punto, si presentano, ed Elise, questo il suo nome, gli dà il suo numero di telefono. Strani personaggi col cappello, nel frattempo, stanno tramando per non farli incontrare di nuovo, ma Harry, quello che pare doversi occupare di David, si assopisce su una panchina del parco di fronte alla fermata dell'autobus, e l'incontro avviene. David quindi arriva a lavoro ed entra nella sala riunioni, dove trova una situazione a dir poco strana. Non si è accorto, al settimo cielo per aver incontrato nuovamente Elise, che tutte le persone nell'edificio sono come paralizzate; nella sala riunioni ci sono questi strani personaggi col cappello, insieme ad altri personaggi in tute da combattimento, che stanno scannerizzando l'amico e consulente per la sua campagna Charlie, anche lui paralizzato. Bloccato David dopo una breve fuga, quello che sembra il capo, Richardson, gli spiega la situazione. David, visto l'errore di Harry, ha assistito ad una cosa che nessuno dovrebbe vedere. Loro sono i guardiani del destino (the adjustment bureau), e si assicurano che tutte le persone seguano il piano che il Chairman (nella versione originale) ha scritto per tutta l'umanità; David ed Elise non sono destinati a stare insieme, secondo il piano. Lui non la deve richiamare, non la deve rivedere, non deve neppure provarci: non è scritto. Richardson brucia il biglietto col numero di Elise, e minaccia David: se ci proverà, verrà resettato. Memoria cancellata, dovrà ripartire da zero. L'amore di David sarà più forte di questa minaccia?


Intrigante storia tratta da un racconto breve del sempre validissimo Philip K. Dick, Adjustment Team, in italiano Squadra riparazioni; George Nolfi debutta alla regia rimanendo sceneggiatore (come sceneggiatore è autore di Timeline, Ocean's Twelve, The Sentinel e The Bourne Ultimatum), prendendosi molta libertà rispetto al racconto, attualizzandolo e romanticizzandolo, confezionando un prodotto dinamico, elegante, ironico e coinvolgente, che lascia poco spazio alla riflessione durante, ma, grazie al senso del racconto originale, spalanca grandi interrogativi per il dopo-film. Il cast vede come protagonisti principali il sempre un po' impacciato ma sempre simpatico Matt Damon, nei panni di David Norris, un politico che tutti vorremmo votare, e nella parte di Elise Sellas la sempre più stupenda Emily Blunt, di certo più espressiva di Damon, e della quale, se vi piacciono le donne e non le vamp, e non ve ne siete già innamorati con i suoi film precedenti, comincerà a mancarvi già sui titoli di coda (musicati da Richard Ashcroft). Tutti bravi i caratteristi di contorno, Michael Kelly è Charlie (ve lo ricordate in The Sopranos? Era l'agente Goddard), Anthony Mackie è Harry, John Slattery (il Roger Sterling di Mad Men, serie per cui si diletta pure a dirigere qualche episodio) è Richardson. Piccola ma importante parte per Terence Stamp (Thompson), per i più curiosi ci sono anche personaggi statunitensi famosi nei panni di loro stessi: Michael Bloomberg, come pure diversi giornalisti televisivi, Dan Bazile (WNYT), Betty Liu (Bloomberg Television), Jon Stewart (The Daily Show su Comedy Central), Chuck Scarborough (WNBC-TV ed NBC News) e alcuni consulenti politici quali Mary Matalin e James Carville.