No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20090114

problems





Eh si, son problemi eh.

capita


Capita anche questo, a doppiare i film, anche a una distributrice attenta come la Lucky Red. Leggete qui. In effetti l'errore è grave e potrebbe stravolgere il senso, ma la scena è effettivamente concitata e rumorosa, e io non ci ho neppure fatto caso.


Nella foto, la meravigliosa Freida Pinto, protagonista femminile di The Millionaire.

waltz with bashir


Valzer con Bashir - di Ari Folman 2009


Giudizio sintetico: da vedere


Israele, oggi. Un amico del regista Ari Folman lo chiama per raccontargli un suo sogno ricorrente: un branco di 26 cani rabbiosi terrorizza la città e si ferma davanti alla sua finestra. L'amico ricollega il sogno alla guerra in Libano e alla strage di Sabra e Chatila, quando anche Ari era nell'esercito col suo amico. Ari si accorge di avere completamente rimosso la cosa. Comincia un percorso a ritroso nel tempo, con l'aiuto dei racconti di amici, commilitoni, terapeuti e giornalisti, per ricostruire la memoria del regista ed, in un certo qual modo, elaborare il lutto. Ne esce fuori un documento agghiacciante sulle responsabilità e le corresponsabilità dei fatti accaduti nel 1982.


Un esperimento riuscito, potremmo liquidare in questo modo Valzer con Bashir, che possiamo considerare come il debutto internazionale di Folman, anche se non è propriamente così. Cercando il pelo nell'uovo, politicamente, si potrebbe discutere sull'intenzione; in pratica, il film sottolinea che l'esercito israeliano, nel caso specifico di Sabra e Chatila, non è colpevole (ma questo già lo si sapeva), ma testimone inerte, e quindi complice. Ma, purtroppo, e sottolineo purtroppo, Sabra e Chatila è solo una delle innumerevoli tappe dell'orrore nella Via Crucis del focolaio medio-orientale. Leggiamo quindi Valzer con Bashir come un film, fortunatamente uno dei tanti, contro tutte le guerre, contro la violenza, contro la stupidità del genere umano. Fa piacere che venga da un israeliano, che ha prestato servizio nell'esercito.

Detto questo, il film di Folman è ottimo. L'attitudine è positiva, pacata, riflessiva, e piace. La struttura è duplice, e interessante. L'incipit, come già descritto, è "confidenziale" e "privato", il regista, diciamo, ci mette la faccia. L'indagine, se così la vogliamo chiamare, fa da filo conduttore, e ci porta anche in giro per l'Europa. Le interviste sono in classico stile documentaristico, ma divertono perchè ovviamente a disegni animati (Come tutto il film, escluso gli ultimi secondi, fatti da immagini di repertorio del dopo-massacro. A questo proposito, ho letto che il regista, su quelle immagini avrebbe voluto usare Masters Of War di Dylan). Nel mezzo (meglio, qua e là) c'è la parte onirica che si mischia a quella personalissima dei ricordi del regista. Il tutto si amalgama bene, nonostante un po' di stanchezza affiori nella parte centrale.

Due punti fondamentali, che sono sicuramente il valore aggiunto di questo lavoro, sono l'animazione e la colonna sonora.

L'animazione è "imprecisa" nei movimenti dei corpi, sia umani che animali, che nelle macchine, mentre è superlativa nei visi delle persone. La cosa che stupisce è che la tecnica non è quella del Rotoshop, per intenderci quella usata da Linklater in Waking Life e A Scanner Darkly, bensì un mix di animazione tradizionale, animazione in Flash e in 3D, che alla fine ricorda vagamente quella delle marionette elettroniche, soprattutto nei movimenti della bocca. Il punto fondamentale, però, non è quello della tecnica dei movimenti, ma nei colori. La scelta, appunto, dei colori, degli sfondi, del colpo d'occhio, dei giochi d'ombra e dei chiaroscuri, è eccezionale, e contribuisce non poco a delineare l'atmosfera del film nella sua interezza. Alcune scene sono impossibili da rimuovere dalla mente, e non ve le anticipo proprio perchè sarà un godimento per ogni spettatore.

La colonna sonora è parte integrante del film, e corre in bilico tra hard rock, elettronica, pop datato e musica popolare israeliana. Ottima, del resto da uno che intitola il suo primo lavoro Comfortably Numb ci si aspettano grandi cose dal punto di vista della musica.

Comprensibile il lato "psicologico" della storia, dato anche che Folman ha collaborato alla sceneggiatura di BeTipul, la serie da cui HBO ha tratto spunto per In Treatment.


Alla fine si esce dal cinema, una volta di più, con la certezza che ci stiamo autodistruggendo, e che solo il buon senso ci può salvare. Di certo, non la religione.

Documento importante, suggestiva realizzazione.

20090113

a pezzi


Allora, dico, è proprio vero che al peggio non c'è mai fine. Ferrero che licenzia Sansonetti, Vendola Bertinotti e Giordano che danno il la ad una nuova scissione da Rifondazione Comunista. "Cambiamo casa per rifondare la sinistra" dice Vendola.


Ma fatela finita, per cortesia.

scusate il ritardo


Si, è vero, potevamo anche spendere meno, gestendo il riscaldamento meglio e magari anche i caminetti.

Potevamo anche vedere La Madonna del parto e molte più cose, svegliandoci prima. Potevamo aver mangiato gli gnocchi fatti da Giorgino dell'ipercoppe e dalle sue manine sante. Potevamo aver deciso di girare ad un altro incrocio per tornare indietro il sabato sera, per fare la spesa. Potevamo capitare anche in un luogo dove prendeva meglio il cellulare. O anche no.


Ma va bene così. Abbiamo condiviso. Che parola importante. Spesso non ci si sofferma abbastanza sul significato delle parole. Condiviso il tempo, la casa, la tavola, i sorrisi, la musica. Perfino qualche rumore strano e degli afrori indefiniti.


Senza affanni. Senza l'obbligo del divertimento a tutti i costi. E' stato bello finire e cominciare insieme a voi.


Possiamo rifarlo. Yes we can.

Grazie a Giangio, Sara, Giovanni, Carlotta, Iore', Giorgino dell'ipercoppe, Susanna l'amica di Sgarbi, Gulli, Filippo belin era incazzata come un antifurto, Anita, Daliata, Matteo e la chitarrina, Fabbio, Francy.

stone(r)


Vi piacevano i Pink Floyd e anche i Kyuss? Date una chance agli Earthless. Non sono ancora riuscito a recuperare il loro ultimo (e, pare, impressionante, doppio live Live At Roadburn) lavoro, ma ascoltando solo il primo (dei tre!) pezzi del loro Rhytms From A Cosmic Sky del 2007, dal titolo Godspeed, sono stato travolto. Una cavalcata incessante di 20 minuti e 55 secondi senza cantato (e questo è normale per gli Earthless, che non prendono in considerazione il canto nella loro musica) con un assolo finale che dura circa la metà del pezzo.

Space rock rules!

stai Stella stai


Stella - di Sylvie Verheyde 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Siamo a Parigi nel 1977. Stella ha 11 anni e i suoi genitori sono due giovani proprietari di un bar in un quartiere operaio, passano tutto il tempo lì dentro e anche per Stella è così, al di fuori della scuola. La scuola, appunto. I genitori, non si sa come, sono riusciti ad iscrivere Stella ad un istituto prestigioso in un arrondissement centrale. Stella, dopo le difficoltà iniziali, soprattutto nel relazionarsi con gli altri, visto le estrazioni decisamente differenti, capisce che è una grande opportunità da non sprecare, e insieme all'amicizia di Gladys, sua compagna di classe, ebrea argentina con genitori intellettuali, capirà che la vita le offre orizzonti molto più ampi di quelli definiti dalle pareti del bar.


Sylvie Verheyde ha fatto per lo più film per la tv, e alla luce di questa cosa in effetti, si coglie un qualcosa di televisivo nel film, ma sono solo sensazioni positive: dimostrazione che la tv all'estero è spesso migliore della nostra in Italia. Detto questo, Stella è un film interessante, onesto, ben fatto, ben recitato e ben diretto. La scrittura viene un po' da sé, essendo la trama esile, seppur "di formazione", ma anche questo ci piace. Tutto quello che accade attorno a Stella (a parte la presa di coscienza della possibilità che le offre quella scuola, a livello di "riscatto sociale", nocciolo della storia) non è funzionale, ma descrittivo in modo brutale ma anche poetico. E' la definizione di un mondo, di uno status, al quale Stella capisce di potersi sottrarre con l'istruzione e la cultura, non dimenticando le sue radici. Gli anni '70 sono descritti con leggerezza, attraverso i vestiti, la musica e le sigarette selvagge, la promiscuità sessuale (la famiglia di Stella) da una parte, l'apertura mentale dall'altra (la famiglia di Gladys); non, quindi, in maniera esauriente, ma del resto il film non è politico, ma "sociale", se vogliamo, e sceglie una via non esageratamente cerebrale, bensì semplice, forse meno impegnata, ma piuttosto delicata e perfino toccante.

La scelta dell'uso intenso della voce fuori campo di Stella è rischioso, come sempre, ma paga, alla fine, essendo il personaggio della bambina abbastanza schivo, per cui conoscere il suo pensiero diventa necessario.

Volutamente kitsch, raggiunge probabilmente il massimo nella scena alla quale fa da sottofondo (anzi, da protagonista) Ti amo di Umberto Tozzi (sembra quasi una citazione de Il tempo delle mele). Cast buono, tutti piuttosto naturali; nota di merito, purtroppo postuma, a Guillaume Depardieu, nei panni di Alain, un bulletto di quartiere sempre stropicciato, l'unico adulto che riesce ad entrare in sintonia con Stella, figura struggente soprattutto se vista attraverso la lente della realtà (e della fine che ha fatto veramente). Eccellente la prova della protagonista, debuttante, Léora Barbara, da sola vale il prezzo del biglietto.

una fortezza intorno al mio cuore


Vi parlai della ragazza tempo fa, qui. E' norvegese ma la scena musicale svedese l'ha adottata. E' uscito il primo disco, e s'intitola Fortress Round My Heart (un verso del devastante e trascinante singolo Oh My God). Lei è Ida Maria, ed ha grinta da vendere, la musica non è niente di speciale, solo rock, ma è suonata con passione. Per chi conosce i suoi singoli ci sono pochissime novità. Chi invece se l'è persa, potrà passare una buona mezz'ora con questo disco.


Ida Maria - Fortress Round My Heart

the boy in the striped pyjamas


Il bambino con il pigiama a righe - di Mark Herman 2008


Giudizio sintetico: si può vedere


Berlino, durante la Seconda Guerra Mondiale. Bruno ha 8 anni e suo padre è un soldato. Ha una madre con gli occhi bellissimi e una sorella più grande che gli vuole bene. Dopo una grande festa nella sua casa sfarzosa con tanti servitori, il padre gli comunica che dovranno andare a vivere in campagna. Bruno non è felice, perchè dovrà lasciare gli amichetti.

In campagna, Bruno è solo. La sorella fa amicizia con il giovane attendente di suo padre, un biondino dallo sguardo diabolico, e lui si sente solo, nonostante prenda confidenza con uno strano servitore che porta il pigiama, sbuccia le patate, è magro magro e dice di essere un dottore. Un bel giorno, visto che da grande Bruno farà l'esploratore, in barba alle raccomandazioni di padre e madre, fugge dal recinto della grande casa e va verso la "fattoria". Quando arriva lì vicino, si accorge che intorno alla fattoria c'è uno strano recinto, fatto di filo spinato elettrificato; conosce un bambino della sua età, che si chiama con un nome strano, Shmuel, anche lui è magro magro, porta il pigiama, ha i capelli rasati ed ha sempre fame. Diventeranno molto amici.


Sono dell'opinione, e mi pare di avervelo già detto, che dei film sull'Olocausto non se ne ha mai abbastanza: la memoria va tenuta viva, in caso contrario sappiamo cosa accade (in Italia lo vediamo ogni giorno). Questo lavoro dell'inglese Mark Herman, regista di film quasi mai arrivati in Italia, si basa sull'omonimo libro di John Boyne, e parte da un espediente narrativo interessante (anche se non originalissimo), la Shoah vista dal punto di osservazione di un bambino, appunto, di 8 anni, e si sviluppa non proprio brillantemente, aiutato da una buona fotografia e da una discreta ricostruzione storica degli ambienti e dei "costumi", avvalendosi di una prova recitativa del cast senza infamia e senza lode (la lode va soprattutto ai due bambini). Insomma, nonostante la spregevolezza estrema del tutto, cosa che, spero, suscita sempre una certa rabbia interiore nello spettatore, affiora un po' di noia.

E' il "colpo di scena" finale, che a mio parere risolleva discretamente il giudizio generale sul film.

Promemoria.

playlist - nella chiavetta usb

Aggiunta all'ultima:

Franz Ferdinand - Tonight: Franz Ferdinand

20090112

ipse dixit


Don Draper: Perchè non ti sei sposata?

Rachel Menken: Perchè? Perchè non mi sono mai innamorata!

Don: La ragione per cui non ti sei mai innamorata è che l'amore non esiste. Quello che tu chiami "amore" è stato inventato da quelli come me per vendere calze alle donne.
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da Mad Men

serial fever


Il vostro cronista preferito continua il viaggio nei serial americani, di qualità (o meno). Vi aggiorno, vi do qualche giudizio, cerco di non fare spoiler.


Ho terminato la terza (e al momento ultima disponibile) stagione di Dexter. Mi ha interessato l'intreccio, mi incuriosiscono le sottotrame, mi piace moltissimo la fotografia così luminosa, non ho trovato, come sosteneva l'amico Ndru, una certa fretta di fondo nel tirare le fila negli ultimi episodi, anche se il finalino è sempre molto consolatorio e rassicurante, il che si addice poco al tema; la mia preoccupazione è soprattutto che lo schema tende a ripetersi, il che fa presagire un certo calo d'interesse nella prossima, o nelle prossime, serie.


Ho visto, come vi avevo già accennato, l'intera prima stagione di Tell Me You Love Me, 10 episodi, per adesso gli unici. Mi ha appassionato veramente molto. Lo schema è quello di 3 coppie, anzi praticamente 4 (la quarta è formata da Jamie - la bella Michelle Borth - e Hugo - Luke Farrell Kirby - ma è, diciamo così, in "formazione"), nei vari "step" (formazione, appunto, messa in cantiere di un figlio, figli già adolescenti o pre-adolescenti e conseguente caduta del desiderio, anzianità serena - la donna di quest'ultima coppia è inoltre la terapista delle altre 3 coppie -) della vita insieme. E' bellissimo (e anche soft-porno, nei momenti di intimità, e mi ricorda sempre molto il film Intimacy) e al contempo straziante, quando sorgono problemi (praticamente sempre). E poi c'è la scelta delle musiche che dimostra un'attenzione all'attualità veramente encomiabile, piena di buon gusto e conoscenza. Sul sito ufficiale potete rendervi conto, cliccando su music credits e scorrendo gli episodi, della bontà di queste scelte. Ovviamente dovete sentirle associate ai "momenti" della serie. Davvero coinvolgente, per uno che si fa un sacco di seghe mentali come me.


Ieri poi, mi sono sparato gli episodi conclusivi della seconda stagione di Californication. Su questa serie forse è meglio che non dica più alcunché: sono troppo di parte. Hank Moody è un dio, che fa tutte quelle cazzate che vorrei aver fatto io ma l'altro sesso non me ne ha mai dato la possibilità. E, scusate il piccolo spoiler, il flashback con la morte di Cobain legato ad un episodio fondamentale della storia tra lui e Karen lo rende impossibile da non amare (bella questa doppia negazione eh?). I dialoghi, continuo a sostenere, sono tra i migliori sentiti in tutta la storia della televisione, e sinceramente gli si perdona qualche finale accomodante, soprattutto perchè quello di questa seconda stagione apre un milione di possibilità. I'm lookin' forward.


Siccome la domenica, da quando la serie B gioca di sabato, è sacra e fondamentalmente dedicata all'assoluto riposo, mi sono avventurato in Mad Men, prima stagione. Ho visto i primi 5 episodi, purtroppo, per me che sono un purista, doppiati. La serie è fascinosa, non diventerà una delle mie preferite, ma sicuramente la figura di Don Draper (un grande Jon Hamm) merita, e si intuiscono possibilità di sviluppo trama interessanti. Ho rivisto con piacere January Jones nei panni di Betty, la moglie di Don, che vi segnalai qui, e si fa notare, al momento, Maggie Siff nei panni di Rachel Menken. Interessanti, inoltre, le dinamiche uomo/donna, con il ruolo della donna che comincia timidamente ad emanciparsi, e quella di una società che ha ancora molti tabù, che oggi sono caduti (uno su tutti il pensiero che andare dallo psicologo sia da malati di mente, e questo tanto per chiarire che nelle serie americane non c'è n'è una che non presenti personaggi in terapia), ma che all'epoca erano piuttosto forti.


Come nella musica, c'è anche la serie un po' più nazional-popolare, non impegnatissima, ma piacevole e leggera. Sto parlando di Brothers And Sisters, suggeritomi dall'amico Ale, di cui vedete il cast nella foto, serie giunta alla terza stagione negli USA, che parla di una agiata famiglia (allargata) californiana, i Walker, partendo dalla morte del capostipite e raccontandoci le storie della vita dei componenti. Seppur raccontata con esagerazioni melò e con i classici tranelli per piangere e commuoversi (personalmente, e regolarmente, al 30esimo dei 40 minuti di ogni episodio io o inizio a piangere, o mi sto asciugando le lacrimucce da un po') da telenovela (un genere assolutamente da rivalutare, e ve lo dice uno che in Colombia ne ha viste), e pure con gag comiche divertenti ma ovviamente riviste, ci sono gli spunti per parlare della classe media statunitense. C'è molta politica, sia "da bar" che vera, ci sono gli umori della gente comune (e non) su Iran, Afghanistan e 11/09 (Kitty, la rediviva Calista Flockhart, è a 6 isolati dalle torri l'11/09/2001, di conseguenza il fratello piccolo Justin si arruola volontario e parte per l'Afghanistan), scontro e confronto tra repubblicani e democratici (sempre Kitty lavora per un senatore repubblicano - un altro redivivo, Rob Lowe - che si candida alla presidenza USA, mentre la famiglia tendenzialmente è democratica), ovviamente ci sono dinamiche gay (il fratello Kevin è un avvocato gay) e di coppia in generale (psicoterapeuta compreso, of course). E' in generale meno impegnativo di altre serie, e spesso mi guardo un episodio mentre mangio. Piacevole (ri)vedere sullo schermo Sally Fields (la campofamiglia Nora), Rachel Griffiths (la sorella maggiore Sarah), indimenticabile Brenda di Six Feet Under, Ron Rifkin (il fratello di Nora, Saul), grandissimo caratterista dal curriculum sterminato. Molto figa Sarah Jane Morris (Julia, la moglie di uno dei fratelli Walker), vista al cinema nel cult Coyote Ugly (scherzo) e in tv in Dark Angel, ma sinceramente poco espressiva. Carina la colonna sonora, ma troppo virata verso lo sdolcinato e l'emo-folk.

playlist - nella chiavetta usb

30 Seconds To Mars - A Beautiful Lie
AC/DC - Higway To Hell
AC/DC - Back In Black
Airbourne - Running Wild
Alice Russel - Pot Of Gold
Ancestors - Neptune With Fire
Antony & The Johnsons - The Crying Light
Basia Bulat - Oh My Darling
Brandy - Human
Earthless - Rhythms From A Cosmic Sky
Earthless - Sonic Prayer
Green Day - Dookie
Green Day - Nimrod
Green Day - American Idiot
Holy Martyr - Hellenic Warrior Spirit
Ida Maria - Fortress Round My Heart
Intronaut - Prehistoricism
Kid Rock - Rock N Roll Jesus
Kings Of Leon - Only By The Night
Le luci della centrale elettrica - Canzoni da spiaggia deturpata
Los Campesinos! - We Are Beautiful We Are Doomed
Lykke Li - Youth Novels
Mavis Staples - We'll Never Turn Back
Michael Franti & Spearhead - All Rebel Rockers
Moltheni - I segreti del corallo
My Chemical Romance - Life On The Murder Scene (Live)
My Chemical Romance - The Black Parade
Naive New Beaters - Bang Bang EP
Neil Young - Sugar Mountain Live At Canterbury House 1968
Nickelback - Dark Horse
P.O.D. - When Angels And Serpents Dance
Pretty Things - S.F.Sorrow
Raf - Metamorfosi
Santogold - Omonimo 2008
Snow Patrol - Eyes Open
Snow Patrol - A Hundred Million Suns
The Black Angels - Directions To See A Ghost
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.1
The Hellacopters - Cream Of The Crap Vol.2
The Killers - Day And Age
The Pogues - The Ultimate Collection Disc 1
The Pogues - Live At Brixton Academy Disc 2
The Pogues - The Best Of
The Pogues - The Essential Pogues
Tonino Carotone - Ciao Mortali
Underoath - Define The Great Line
Underoath - Lost In The Sound Of Separation
Underoath - They're Only Chasing Safety
Vinicio Capossela - Da solo

Björk - Jóga

Concludo i clip inerenti alla top 5 da funerale (vedi post precedenti). Un'accoppiata musica/immagini da brividi persistenti.

20090111

estere-strega


ecco il nuovo ep della banda.
il titolo è strega.
4 le canzoni:
blu
gialla
verde
comanda colore

davide voce
feo batte
sbresi basso
livio chitarre

per chi vuole diventare fan, c'è la pagina su facebook delle sorelle.
e il sito.

per info e acquisti estereestere@yahoo.it

the answer is blowin' in the wind 10


La nona parte è stata pubblicata ieri


La nuova società degli uguali


La Svizzera punta a ridurre di un terzo i suoi consumi energetici entro il 2050. Una sfida tecnologica, politica e culturale. Ma è davvero possibile?


MARCO MOROSINI PER INTERNAZIONALE


E' un obiettivo ambizioso, da realizzare entro il 2050: garantire a un paese industrializzato tutti i beni e servizi di cui ha bisogno usando la stessa quantità di energia per abitante che usava negli anni sessanta. Dieci anni fa, adottando l’idea-guida di una società a 2.000 watt, la Svizzera ha accettato la sfida: la Confederazione punta ad abbattere i consumi energetici passando dall’attuale uso continuo di energia (non solo elettrica) di 6.000 watt per abitante a 2.000 watt nel 2050, pari a 18.000 chilowattora o due tonnellate equivalenti di petrolio all’anno. Di questi 2.000 watt, 1.500 verranno da energie rinnovabili e 500 da combustibili fossili, in modo da ridurre le emissioni di CO2 a una tonnellata per abitante. Ma l’obiettivo dei 2.000 watt è realistico in un mondo che consuma sempre più energia? In un’epoca in cui quasi tutti gli economisti, e i mezzi di comunicazione che gli fanno eco, sono convinti che per garantire il benessere delle persone si debba per forza aumentare i consumi energetici, anche dei paesi più ricchi? In Svizzera sono in molti a pensare di sì: i due politecnici federali, cinque dei più importanti istituti di ricerca della Confederazione, la società degli ingegneri e degli architetti, l’ente federale dell’energia e molti enti locali, tra cui le città di Berna, Basilea e Zurigo.
Anche il governo federale, che ha redatto la sua Strategia di sviluppo sostenibile 2002 sulle linee guida della Società a 2.000 watt, pensa che la sida si possa vincere. In realtà l’obiettivo dei 2.000 watt implica tre sfide: una tecnologica, una politica e una culturale. Riportare la Svizzera ai livelli di consumo energetico degli anni sessanta senza perdere benessere vuol dire ridurre gli sprechi d’energia primaria usando le tecnologie migliori. Oggi nel mondo l’uso medio di energia pro capite è di 2.000 watt: in Bangladesh è di 500, in Europa di 6.000, negli Stati Uniti di 12.000 watt.
Il tetto di 2.000 watt esprime indirettamente la necessità di equiparare i consumi energetici a livello mondiale: una grande sfida politica. Infine, associare la riduzione di un bene materiale all’idea di progresso ribalta quella mentalità di accrescimento su cui, nell’ultimo cinquantennio, abbiamo costruito la nostra società. L’ostacolo principale sulla strada dell’autolimitazione dei consumi energetici è di tipo culturale: la contraddizione tra efficientismo ed edonismo.
Per ora, l’idea di una società a 2.000 watt si basa molto sui watt e poco sulla società. È un progetto nato in una scuola d’ingegneria, ideato da scienziati che sanno come migliorare le tecnologie e ridurre i consumi. Ma l’aumento della domanda di servizi, che fa crescere i consumi energetici, dipende da fattori psicologici, culturali e commerciali. La promessa di una società a 2.000 watt “senza rinunciare al benessere” sembra implicare la stabilità dei desideri umani.
I desideri, invece, crescono sull’onda di due spinte diverse. Da un lato c’è il miglioramento delle tecnologie e la loro maggiore ecoefficienza, che rendono più accessibili servizi un tempo riservati a pochi. Dall’altro c’è la pressione culturale: la moda, la tendenza generalizzata a emulare i ricchi, un’industria pubblicitaria da mille miliardi di euro all’anno che pervade la vita quotidiana. Gli scienziati potranno anche rendere i viaggi spaziali dieci o cento volte più efficienti di oggi, ma se questo svilupperà un turismo spaziale di cui prima non si sentiva il bisogno, i consumi energetici continueranno ad aumentare. Senza ecosufficienza, cioè senza rinunciare non solo ai viaggi spaziali ma a una parte dei servizi a cui oggi siamo abituati, l’ecoefficienza non basterà e in certi casi sarà addirittura controproducente. Se vogliamo raggiungere l’obiettivo dei 2.000 watt nei paesi industriali, dobbiamo smettere di investire miliardi per creare desideri e trasformarli in bisogni. Se vogliamo affrontare davvero la questione della sostenibilità, nei prossimi quarant’anni dovremo imparare a essere felici senza pretendere più energia degli altri nove miliardi di abitanti del pianeta.


Marco Morosini è analista socio-ambientale. Ha insegnato al politecnico federale di Zurigo e in alcune università italiane


fine

incesticide!

Grazie all'amico Ndru per la segnalazione, questa è una notizia quantomeno curiosa: Michael C.Hall, il Dexter della serie omonima, ha sposato Jennifer Carpenter, che nella serie interpreta sua sorella.
Per il momento, ci fermiamo qui. Torneremo sopra all'argomento Dexter, visto che qualche giorno fa ho terminato di vedere la terza stagione.

20090110

giorno verde


I Green Day sono stata una band che all'inizio mi vergognavo di amare. Non so perchè, forse perchè mi sembravano troppo leggeri, o magari era solo il solito senso di colpa cristiano. Fatto sta che Dookie l'ho macinato, e quando universalmente, dopo 10 anni, con American Idiot tutti, ma proprio tutti, hanno riconosciuto il valore di questo trio, fortissimamente influenzato dal punk californiano (ma non solo), e soprattutto dai Bad Religion, sono stato contento.

Di recente vi ho citato il loro pezzo Nice Guys Finish Last, e l'amico Samu ha sostenuto che Nimrod è il suo disco preferito, a proposito dei Green Day. Ecco, l'ho riascoltato dopo un po' di tempo, è, come capita spesso con loro, piacevolissimo, e come sempre contiene quei 3-4 pezzi che li senti e dici (almeno, io lo faccio) "cazzo, quanto vorrei averlo scritto io". E, intendetemi, sono quei pezzi che non sono niente di che, ma arrivano dritto al cuore con 3 accordi. La già citata prima Nice Guys, che apre l'album, Worry Rock, Scattered. Un pezzo come Uptight lo poteva scrivere Bacharach. E non sto scherzando.

microonde

ho comprato il forno a microonde un paio di settimane fa..
ci faccio scoppiare dentro le cimici...
esplodono in fuochi artificiosi.

the answer is blowin' in the wind 9


L'ottava parte è stata pubblicata ieri



Finora nessuno ha formulato un’ipotesi seria sui costi economici del passaggio a 2.000 watt. Gli studiosi tendono piuttosto a calcolare quanto costerebbe stabilizzare i livelli di anidride carbonica nell’atmosfera a una certa concentrazione: diciamo 550 parti per milione, che è il doppio dei livelli preindustriali, o 450, che secondo molti scienziati è il livello più alto consigliabile. Forse lo studio economico più citato è il rapporto Stern, che è stato commissionato dal governo britannico e prende nome dal suo coordinatore, Nicholas Stern, un ex capo economista della Banca mondiale. La conclusione del rapporto, pubblicato nell’ottobre del 2006, è che i livelli di gas serra potrebbero essere stabilizzati a meno del doppio delle concentrazioni preindustriali con una spesa
annuale pari all’1 per cento del prodotto interno lordo globale (il rapporto non tiene conto solo dell’anidride carbonica, ma anche di altri gas serra, come il metano e il protossido d’azoto).
Un’analisi pubblicata l’anno scorso dalla Vattenfall, una società di servizi svedese, con la consulenza dell’americana McKinsey & Company, è arrivata a conclusioni simili. Gli autori hanno appurato che molti metodi per ridurre le emissioni di carbonio, come migliorare l’isolamento delle costruzioni, porterebbero a un risparmio, mentre altri, come installare turbine a vento, avrebbero un costo. Secondo il rapporto della Vattenfall, “se si sfruttassero tutte le possibilità
a basso costo”, i livelli di CO2 potrebbero essere stabilizzati a 450 parti per milione con una spesa annua dello 0,6 per cento del prodotto interno lordo globale. Anche se è una bella cifra, in fondo l’1 per cento del pil mondiale è una spesa ragionevole. È circa un nono di quello che attualmente viene stanziato per l’assistenza sanitaria, un settimo di quello che spendiamo per il petrolio e metà di quello che investiamo nella difesa. Soprattutto, è molto meno di quanto ci costa non fare nulla. Il rapporto Stern prevede che, se l’attuale livello di emissioni non verrà ridotto, alla fine i danni prodotti dal cambiamento climatico “equivarranno a una perdita del 5 per cento del pil globale ogni anno, da oggi e per sempre”. E che “se si tiene conto di tutti i possibili rischi, si potrebbe arrivare al 20 per cento”.


Agire subito

Vent’anni fa, il principale esperto di climatologia della Nasa, James Hansen, avvertì Washington dei pericoli del riscaldamento globale. All’inizio di luglio Hansen è tornato al congresso americano
per ripetere lo stesso avvertimento. “Oggi, come allora, l’analisi dei dati scientifici porta a conclusioni che sconvolgono i politici”, ha detto. “Oggi, come allora, posso affermare che queste conclusioni sono certe al 99 per cento. La differenza è che oggi non abbiamo più molto tempo”.
Hansen ha aggiunto che l’unico modo per evitare un cambiamento climatico “disastroso” è che il presidente e il congresso facciano subito qualcosa per ridurre le emissioni. Forse negli Stati Uniti non ci sono regioni ventose come Samsø o ben organizzate come la Svizzera, ma quasi ovunque è possibile produrre energia in modo più creativo e usarla con più intelligenza. Capire come è possibile farlo richiederà un grande sforzo. Potremmo anche decidere di non farlo. Ma se continueremo a rimandare, prima o poi i danni diventeranno irreversibili.

© 2008 by Elizabeth Kolbert. Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto
Santachiara.


L'autrice

ELIZABETH KOLBERT (foto) è una giornalista del New Yorker. In Italia ha pubblicato Cronache da una catastrofe (Nuovi Mondi media 2006).


continua domani

20090109

c(h)arme


Quando ho letto questa notizia, quella delle polemiche su come era vestita la ministra spagnola della Difesa Carme Chacon alla cerimonia della Pasqua militare, ho pensato due cose: che la mamma dei cretini è sempre incinta, e che a volte è un sollievo sapere che gli scemi non stanno tutti in Italia.

il meglio del 2008 - cinema - top 10 (+1)


Ed eccoci alla top 10 cinematografica. Sono dispiaciuto, ho dovuto lasciar fuori più di 10 film che ho ritenuto validi nel 2008, ma è un lavoro duro e qualcuno lo deve fare. Cliccando sul titolo arrivate alle recensioni. A voi.



Commedia agrodolce e surreale, un indipendente americano che pare un film scandinavo, con un Ryan Gosling ai confini della realtà.



Frank Capra anfetaminico, sceneggiatura geniale. Alto budget non sprecato.



Sorrentino al top dello stile, Andreotti stile Nosferatu. Molto rock.



Tema controverso svolto con assoluta brillantezza. Ellen Page ma pure Michael Cera indimenticabili.



Un altro prodotto statunitense delicato e toccante. Un altro regista promettente.



L'eterno e irrisolvibile conflitto palestinese affrontato tramite una piccola storia. fatalismo (ma anche forza) mediorientale e, come nel film alla posizione 5, una immensa Hiam Abbass.



Affresco agghiacciante per una presa di coscienza nazionale. Nient'altro da aggiungere.



Ancora Israele, una storia dal ritmo lento per un film amabile e kaurismakiano dove si ride e si piange. Interpreti straordinari.



Già detto milioni di volte, Virzì è l'unico depositario della commedia all'italiana che diverte ma graffia profondamente. Qui al suo top.



Come per contraddire l'affermazione di cui sopra, un piccolissimo film italiano, fatto al 90% da attrici anzianissime, assolutamente delizioso.


Per concludere, tra gli oltre 10 film che sono stato costretto a lasciar fuori, voglio segnalarvene solo uno che esula dai miei generi preferiti, ma che a mio giudizio ha spunti geniali e, al tempo stesso, da veri amanti del cinema:



Una specie di horror dannatamente adrenalinico. Schizzerete in aria più volte.

the answer is blowin' in the wind 8


La settima parte è stata pubblicata lunedì 5 gennaio



Senza rinunce

Mentre ero in Svizzera, ho cercato persone che vivessero veramente con 2.000 watt. “Io ci sono molto vicino, se non si contano i viaggi aerei”, mi ha detto Gerhard Schmitt, il vicepresidente per la pianificazione e la logistica dell’Istituto federale di tecnologia. “Ma basta che vada una volta a Shanghai e non ci rientro più” (un volo di andata e ritorno da Zurigo a Shanghai equivale all’uso continuo di 800 watt per un anno). L’unica persona con cui ho parlato che sembra veramente condurre una vita a 2.000 watt, o qualcosa che le si avvicina molto, è un ingegnere di nome Robert Uetz. Uetz lavora nello stesso edificio di Stulz, e quando siamo tornati dal centro Eawag, alle sei passate, era ancora in ufficio. “Non la sentiamo come una limitazione”, mi ha detto Uetz quando gli ho chiesto com’era la sua vita a 2.000 watt. “Al contrario. Non mi sembra di rinunciare a niente”. Uetz e sua moglie, che è dentista, vivono con due figli a Winterthur, vicino a Zurigo. Una decina di anni fa hanno comprato una casa di 600 metri quadrati in un nuovo complesso abitativo a risparmio energetico. La casa è riscaldata da una pompa di calore geotermica (“Riscaldare una casa con i combustibili fossili è una follia”, dice Uets) ed è dotata di un sistema solare per la produzione di acqua calda. Uetz ha aggiunto alcuni pannelli fotovoltaici sul tetto per l’elettricità. D’inverno ne producono un po’ meno di quella che serve e d’estate ne producono un po’ di più, così che nel corso dell’anno si pareggiano i conti. In casa le lampade e gli elettrodomestici sono tutti a basso consumo. “La decisione più importante che abbiamo preso è stata di non avere la macchina”, mi ha detto Uetz. “Per questo abbiamo scelto di abitare dove non serviva”. Se si usa molto l’automobile (che resta il veicolo a più basso consumo di energia che esista, almeno secondo gli standard di oggi), è dificile rimanere entro i 2.000 watt. Una persona che fa 15mila chilometri all’anno con un’auto di media cilindrata consuma più o meno 850 litri di benzina, che equivalgono a circa 8.000 chilowattora. “È una questione di abitudini, ma trovo che andare in treno sia più piacevole che guidare”, ha spiegato Uetz. “Sul treno posso lavorare e rilassarmi. Se andassi in auto, dovrei preoccuparmi del traffico, del parcheggio, della pioggia, della neve e di quelli che non sanno guidare ma girano comunque per le strade”. Anche quando vanno in vacanza, Uetz e la sua famiglia usano il treno. “L’unica vera limitazione è che non possiamo volare”, ha aggiunto. “Ovviamente, i posti raggiungibili in treno non sono molti. Non possiamo andare in Cina o, meglio, per andarci ci metteremmo una settimana”. “Non è una religione”, ha detto alla fine. “Non lo farei se mi creasse dificoltà. È proprio così che mi piace vivere”. Secondo i conti della Società a 2.000 watt, ridurre i consumi è solo la metà – o forse un quarto – di quello che dovremmo fare. L’obiettivo finale del progetto è un mondo dove le persone non consumano più di 2.000 watt a testa e dove 1.500 di quei watt provengono da fonti di energia che non emettono carbonio. In quel mondo tutti risparmierebbero energia, come fa Robert Uetz, e userebbero fonti rinnovabili, come fa Jørgen Tranberg. In quel mondo, pieno di mulini a vento e di case a risparmio energetico, le emissioni di carbonio sarebbero notevolmente ridotte e la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera scenderebbe lentamente. Ma quanto è realistico un progetto del genere?


continua domani

ultimo arrivederci

Mi ricordo la prima volta che ascoltai questo pezzo di Buckley vagamente. Probabilmente è il più accessibile di Grace, quindi per questo fu il primo singolo. Me ne innamorai all'istante, così delicato. Poi mi resi conto di cosa parlava, e probabilmente caddi in ginocchio, se non fisicamente, almeno per metafora.

Questo è il nostro ultimo addio
Odio sentire che l'amore tra noi due finisca
Ma è finito
Ascolta solo queste parole e poi me ne andrò
Mi hai dato qualcosa in più per cui vivere
Molto più di quanto tu possa immaginare

Questo è il nostro ultimo abbraccio
Devo sognare e vedere per sempre il tuo volto?
Perché non possiamo superare questo muro?
Ecco, forse è proprio perché non ti conoscevo per niente

Baciami, per favore baciami
Ma baciami senza desiderio, bimba, e non un bacio di consolazione
Sai che mi fa così arrabbiare perchè so che tra un po'
Ti farò soltanto piangere, questo è il nostro ultimo addio

Hai detto "no, questo non può succedere proprio a me"
E sei corsa al telefono per chiamare?
C'era una voce fastidiosa nella tua testa
che ti diceva che forse non lo conoscevi per niente?
Non lo conoscevi per niente, oh, non lo conoscevi

Ecco, le campane fuori in cima al campanile
Indizi che bruciano dentro al mio cuore
pensando ardentemente ai suoi occhi dolci e i ricordi
mi offrono i segni per dire che è finita...è finita

Mi ricordo che comprai la musicassetta. Forse ce l'ho ancora. Sono passati 15 anni.
Il clip originale:

http://uk.youtube.com/watch?v=h1PqtASqzO0&feature=related

Jeff Buckley - Last Goodbye

20090108

still into my arms

A proposito del pezzo Into My Arms di Nick Cave, questo il testo tradotto:

Non credo in un Dio che interviene
ma so cara, che tu lo fai
ma se io volessi inginocchiarmi e chiedergli
di non intervenire quando viene da te
di non toccare un capello sulla tua testa
di lasciarti come sei
e se Lui sentisse di doverti dirigere
dirigerti tra le mie braccia

Tra le mie braccia, o Signore

E io non credo nell'esistenza degli angeli
ma guardando te mi chiedo se è vero
ma se volessi radunarli tutti
per chiedere loro di vegliare su di te
accendere una candela ad ognuno di loro per te
per far diventare chiaro e splendente il tuo cammino
e camminare, come Cristo, in grazia e amore
e guidarti tra le mie braccia

Tra le mie braccia, o Signore

E credo nell'amore
so che anche tu ci credi
e credo in alcuni tipi di sentieri
che possiamo percorrere, io e te
tengo accesa la tua candela
fai che il suo viaggio sia splendente e puro
in modo che lei possa tornare
sempre e ancora

Tra le mie braccia, o Signore

Bene, insomma, credevo di avervelo già raccontato, ma al contrario, a meno che la ricerca del blog non mi inganni, pare di no.
Molti anni fa, mi ero invaghito di una giovanissima pulzella, altissima e graziosissima. Io ero già trentenne. Per il suo compleanno le regalai il vhs di Clerks e, come biglietto di accompagnamento, il testo tradotto di questo pezzo.
La pulzella (lo posso dire perchè dopo anni ne abbiamo amabilmente chiacchierato) si spaventò, e non mi rivolse la parola per anni.
Che strani meccanismi abbiamo noi umani.

Nick Cave - Into My Arms

il guardiacoste


The Coast Guard – di Kim Ki-duk 2001

Giudizio sintetico: da vedere

Corea del Sud, un villaggio vicinissimo al 38esimo parallelo, il confine che separa le due Coree. Un tratto di costa meraviglioso è bordato dal filo spinato e presidiato da una caserma con un contingente di militari, addestrati a sparare a vista verso chiunque superi il limite invalicabile, da qualsiasi parte venga. Kang è un soldato un po’ esaltato, fin troppo osservante delle regole militari e, soprattutto, del confine. Sogna di uccidere una spia che valichi il confine oltre il quale, appunto, lui ha l’ordine di sparare per uccidere, e ricevere onore e gloria. Nel villaggio vicino, poverissimo, la vita cerca di fare il suo corso. Si lavora, soprattutto con la pesca, si gioca a carte, a biliardo, si beve e ci si sbronza, si flirta. Mee-young e il suo ragazzo, una sera amoreggiano in spiaggia, vicino al limite. Un po’ su di giri, lei oltrepassa il limite e sfida il ragazzo a farlo anche lui, se la vuole. Lo fa, e iniziano a fare l’amore. Il soldato Kang è di guardia in garitta, e come vede movimenti sospetti fa fuoco, finendo il sospettato con una bomba a mano. La tragedia è consumata: Mee-young rimane con un braccio dell’amato in mano, Kang è sconvolto. E’ l’inizio del baratro: i rapporti tra l’esigua cittadinanza si fanno tesissimi, il soldato Kang viene insignito di un premio insieme a una licenza premio, durante la quale la sua ragazza lo lascia e lui si accorge di avere enormi sensi di colpa, ma di non aver altro posto che la caserma; rientrato alla base, viene congedato per palese instabilità, e la spirale della follia per lui si fa più profonda. Mee-young impazzisce subito, invece, vagando intorno alla base in cerca del fidanzato morto, e concedendosi a chiunque. Non è finita qui.

Bisogna dire innanzitutto, che è difficile giudicare il lavoro di un regista contemporaneo quando si è costretti a salti mortali per assistere alle sue pellicole, ma soprattutto a salti temporali avanti e indietro, viste appunto le difficoltà di reperibilità. Certo è che, pur se “The Coast Guard” non è il suo miglior film, Kim riesce sempre a scegliere storie difficili e dure da raccontare, storie che a raccontarle parrebbero quasi noiose, ma che a vederle non ti accorgi del tempo che passa, da quanto riesce a coinvolgere lo spettatore. Meno irreale del suo solito standard, il film racconta, un po’ come “Indirizzo sconosciuto”, l’enorme disagio di vivere in Corea, e stavolta non per colpa dei militari americani, bensì proprio di quelli coreani. Soprattutto, racconta la follia, e la violenza che ne deriva è stupefacente, anche se ormai Kim ci ha quasi assuefatti alla violenza dei suoi film.
Il capolavoro, stavolta, sta nel saper rendere magicamente fluida una storia contorta, assurda da immaginare per chi vive in pace. Forse a causa di questa fluidità, solo riflettendoci a bocce ferme ci si rende conto di quanto sia agghiacciante il racconto.
Anche se, ripeto, non siamo ai suoi massimi livelli, un tassello importante in una filmografia di un cineasta che ha davvero qualcosa da dire.

20090107

mare

Ieri, mentre il Nord Italia era sepolto dalla neve e il mio co-blogger aiutava Manuel Agnelli a spingere la macchina dentro il cortile, io ero a fare compagnia a mia sorella che era con mio nipote in riva al mare. Mio nipote si rotolava sulla sabbia allegramente, seppur vestito pesante come noialtri. Spettacolare il mio arrivo, con la mia sandy bike sulla passeggiata a mare e mio nipote con la manina a fare wave goodbye. Quando arrivo vicino gli dico "voi fa' un giro?" e lui "eh?".

Io naturalmente, spinto da un impulso quasi primordiale, gli ho rivolto il classico PUPPA!!

Manowar - Metal Daze

Tamarri as usual, ma intramontabili. Pezzo che tra l'altro ha fatto parte della sigla del mio programma radiofonico, molti molti anni fa. Peccato che in questo video live manchi Ross The Boss, il chitarrista originale.

Green Day - Nice Guys Finish Last

Armonie fantastiche.

funeral for a friend

Mi è capitata sott'occhio una top 5 di più di un anno fa, espressa su richiesta dell'amico Filo in High Fidelity-style: le 5 canzoni che vorreste suonate al vostro funerale.

Le mie 5 erano, e rimangono, le seguenti:

Into My Arms - Nick Cave
Last Goodbye - Jeff Buckley
Nice Guys Finish Last - Green Day
Joga - Bjork
Metal Daze - Manowar

Una, per me ovviamente, perfetta combinazione di stili musicali differenti, come piace a me, di belle canzoni e testi inerenti a me, alla mia persona, alla mia vita, al mio pensiero. Più o meno.
Allegherò man mano alcuni videoclip esplicativi.

cattivo ragazzo


Bad Guy – di Kim Ki-duk 2001

Giudizio sintetico: da non perdere

Han-ki è un Bad Guy. E’ il boss del quartiere a luci rosse, non parla mai, ti incenerisce con lo sguardo, è violento e spietato. Appena vede Sun-hwa sembra leggerle dentro, anche se lei non se ne rende conto. Le si avvicina, lei impaurita si allontana. Allora lui le si avvicina ancora, e quando arriva il suo ragazzo tenta di baciarla con la forza. Deve intervenire la polizia, e massacrarlo di botte. Lei chiede le sue scuse, che puntualmente non arrivano. Lei gli sputa in faccia. La vendetta di Han-ki sarà tremenda, senza sconti. Con un abile raggiro, la costringerà a prostituirsi per lui, forse per sempre. Ma è vendetta, se lui ogni volta che lei è nella sua stanza “di lavoro”, si nasconde dietro ad uno specchio e la osserva, sia che scopi con un cliente, sia che dorma, sia che pianga per la sua infima condizione? Il fascino di Sun-hwa colpisce anche uno degli scagnozzi di Han-ki, fatto che non fa altro che aggravare la situazione. Finirà inaspettatamente.

Prendete l’imprevedibilità e l’inspiegabilità della filmografia di David Lynch, la violenza senza frontiere di Quentin Tarantino, l’epica western di Sergio Leone, frullate tutto in salsa orientale, e avrete “Bad Guy” dell’impenetrabile Kim. E’ sempre difficile tentare di spiegare un suo film, più che mai questo. Spesso ci innamoriamo dei film e dei registi che riescono a caratterizzare i personaggi delle storie, conveniamo che un ottimo film è quello dove le psicologie dei caratteri vengono disegnate abilmente con dialoghi e comportamenti sullo schermo. Kim demolisce tutte queste teorie. Han-ki (un Cho Jae-hyun spettacolare, assolutamente imbattibile, un colosso che sorregge un intero film di questo spessore sulle sue spalle e, soprattutto, sulla sua faccia, se contiamo che in tutto “Bad Guy” dice tre parole, nella stessa scena, tre improperi, per giunta con una voce ridicola, un’altra di quelle cose che potrebbero far crollare il castello di carte costruito dallo spettatore sopra un personaggio spietato, e invece questo piccolo particolare lo costringe ad ulteriori congetture sulle motivazioni che hanno portato a un soggetto di questo calibro) è un esagerato magnaccia dai modi spiccioli, oppure è un disperato e romantico sognatore, che si trova a recitare la parte del duro per forza da una realtà ingrata? Non sarà uno scafato pezzo di merda, abilissimo nel riconoscere la puttana che c’è dentro una donna? E Sun-hwa, è una santa, una zoccola, una pervertita che ammira i dipinti di Schiele, una masochista inconsapevole?
Non ci sono le risposte, e Kim si guarda bene anche solo dal suggerirle. C’è solo l’urgenza di comunicare l’incomunicabile. E Kim Ki-duk lo fa magistralmente, lasciandoci spossati.

20090106

ma quanta neve c'è

cambia il paesaggio, sembra di vivere in un posto diverso.
tutto bianco. silenzioso. 
siamo andati a sbaloccarci lungo il naviglio, una passeggiata a fare foto in sfondo bianco.
abbiamo incontrato anche manuel agnelli, sapevo che abitava qui vicino, ma adesso so dove, l'abbiamo aiutato a spingere la macchina dentro il suo cortile e scambiato qualche chiacchiera da buoni vicini.
è un quadro splendido, qui in campagna col naviglio sembra di essere dentro un presepe.
d'altronde se non nevica in inverno...

a proposito di morte 6

La quinta parte il 4 gennaio 2009

I film e le ultime cose

"Volevo rompere il silenzio, perché parlare di malati terminali è un fatto di civiltà".

Dice così Francesca Catarci, la regista di RaiTre che ha realizzato il documentario Intorno alle ultime cose dove intervista due malati oncologici negli ultimi mesi di vita.

"Ci ho messo un sacco di tempo - mesi - per far passare la mia idea, sembrava che non interessasse a nessuno. Parlare della morte è considerato sconveniente".

Così ha scelto due pazienti consapevoli di quello che stava per accadere, che riescono a raccontare l'ultimo pezzo di vita con una certa serenità. Gianni, uno dei due malati terminali di cui il film racconta la storia, diceva:
"Io voglio morire vivo, non da pre-morto. E questa speranza posso alimentarla soltanto qui, in questo hospice. La vita è prima di tutto relazioni. Anche i trattamenti teraputici sono relazioni, solo una piccola parte è sostanze, terapie, macchinari". Oggi quel documentario "vive di vita propria", continua Catarci. "E continuano a chiedermelo da scuole, università, associazioni".

What do you see, cosa vedi, è la domanda che pone la regista inglese Amanda Waring. Ovvero: riusciamo a vedere delle persone oltre i corpi martoriati dalla vecchiaia e dalla malattia? Dieci minuti di film girati in un hospice e dedicati alla mamma, l'attrice inglese Dame Dorothy Tutin, che al termine della vita è stata assistita in un ospedale londinese da persone che non la guardavano nemmeno in faccia. Amanda l'ha spostata in un'altra struttura. Dopo la sua morte, ha tirato le somme di una società ancora parzialmente incapace di difendere i malati terminali dall'onta dell'invisibilità sociale. Ha venduto la casa dove abitava per fare quel film, poetico e toccante - drammatizzazione della poesia di un'infermiera inglese negli anni '60 - che oggi ha raggiunto quasi un milione di persone.
"Perché ero convinta della sua giustezza, della forza del suo messaggio: alla fine della vita serve dignità come e più di prima, rispetto e umanità da chi si prende cura di te".
Dietro a questo piccolo grande film c'è, in verità, il cambiamento di coscienza di una società, quella inglese:
"Oggi il person centered care è entrato nella coscienza di molti e sono stati definiti standard assistenziali precisi, monitorati ogni nove mesi. Inoltre esistono già alcune strutture che da anni mettono le persone al centro dell'assistenza, come le McMillan Nurses che si occuparono anche di mia madre".
Waring non ha abbandonato l'impegno. Conferenze e incontri - il prossimo al British Institute for Human Rights - e persino un festival nel 2010 per celebrare, nel West Sussex, le diverse generazioni a confronto. Intanto, al primo film se ne aggiungeranno altri: The Big Adventure, sul valore trasformativo della morte, e No Regrets, sul sentimento di colpa dei parenti.

Giuliano Di Caro

fine

20090105

puntualizzazione

Chi ci capisce qualcosa è bravo. Il nuovo film di Oliver Stone, "W", si vedrà al cinema e non solo su La7 e su AliceHometv. Grazie a Monty che segnala questo articolo, che smentisce quello che avevamo pubblicato giorni fa qui. E decidetevi una buona volta!!

il meglio del 2008 - musica - top 10 (+5)




E' arrivato il momento fatidico. Ecco i 10 dischi preferiti del vostro blogger preferito per l'anno solare 2008. Seguono altre 5 segnalazioni "minori".






Per la prima volta in tre anni un disco che mette d'accordo me e il mio co-blogger. Disco maturo e incasellabile. Grande groove.






Come recita in uno dei pezzi dell'album, Unstoppable, inarrestabile e travolgente. Un frullato di hip hop, punk, reggae, dance. Genietto.




3) Da solo Vinicio Capossela


Come non ripetersi rimanendo sempre se stessi, mantenendo riferimenti fissi ma guardandosi continuamente intorno. Ossimoro. Il paradiso dei calzini è già storia.






Un disco di metal evoluto che non ti dà tregua. Per ascoltarlo tutto d'un fiato bisogna avere una buona scorta d'ossigeno, oppure ottimo fiato. Estenuante nell'accezione positiva del termine.






Il metal è vivo, e band come queste lo dimostrano. Si evolve, parte dal versante più pop, ingloba il "trend" emo, lo trasforma in screamo, guarda agli avamposti (Dillinger Escape Plan, Converge), e confeziona dischi di assoluto rispetto. Dalla rarefazione alla decomposizione (sonora).






A partire dalla copertina, opera del grande Gipi, un disco splendido e graffiante, attuale, pieno di amarezza e verità italiana. Irriverente. Vasco Brondi è una promessa.






Difficile trovare ancora parole per descrivere gli islandesi, che ormai hanno un seguito sterminato. Tra le poche band che riescono ancora a stupire disco dopo disco. La quiete dopo la tempesta, e viceversa.






Non sono molti, ma neppure pochi, i cesellatori di storie musicali intriganti in Italia. Benvegnù è uno di questi, e merita più attenzione. Il disco di quest'anno è splendido. Ragguardevole.




9) A Hundred Millions Suns Snow Patrol


Li ho scoperti tardi, e chiedo venia. Tutto quello che i Travis non sono riusciti ad essere, con una continuità di songwriting invidiabile. Con le chitarre distorte come plus. Quando vi stancherete dei Coldplay, gli Snow Patrol vi scalderanno gli inverni.






L'essenza del rock and roll si può trovare nelle discografie degli AC/DC e degli Hellacopters, ma anche nei dischi di sbarbati come Stonerider o Airbourne. A me è piaciuto molto quello dei georgiani (USA). Play it loud.




Mi sono piaciuti anche:




11) Prehistoricism Intronaut


Prog-metal con growling e, al tempo stesso, con basso jazz. Più in là di Tool, Meshuggah e Mastodon.






Piacevolissimo e ruffiano. Da ascoltare senza riflettere sui testi.






Intensi fino alle lacrime, divertenti fino alle stesse. Una conferma.






I ragazzi di Southtown scrivono sempre canzoncine semplici che a me piacciono. Da cantare in auto.






E chi se ne frega se molti lo considerano un fighetto a cui non dare credito. Lui ci crede, e fa il suo lavoro. E a me la sua voce piace molto.

la voce di oggi

ragguardevole

aggettivo (plurale ragguardevoli)

1 Degno di considerazione, di riguardo, di rispetto, di stima: una persona molto ragguardevole

sinonimi: notabile, rispettabile, stimabile

2 Di cosa, notevole, considerevole, importante, rispetto alla quantità e alla qualità: spesa, somma ragguardevole; una proposta ragguardevole; ha doti artistiche ragguardevoli

sinonimi: cospicuo, ingente

etimologia: derivato di ragguardàre

il peggio del 2008 - musica


Il disco più brutto che abbia ascoltato nel 2008: Detours di Sheryl Crow. Tanto brutto che non ce l'ho fatta a scriverci niente in proposito.

il peggio del 2008 - cinema


Premio come peggior film del 2008 a Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek. Poco altro da aggiungere se non quello già detto nella recensione a suo tempo.

the answer is blowin' in the wind 7


La sesta parte è stata pubblicata venerdì 2 gennaio 2009



Una questione di equità


Un modo di pensare alla Società a 2.000 watt è in termini di lampadine. Immaginiamo di accendere venti lampadine da 100 watt: in tutto, fanno 2.000 watt. Se le lasciamo accese un giorno, consumeranno 48 chilowattora di elettricità. Se le lasciamo accese un anno, ne consumeranno 17.520. Per tutte le sue attività – lavorare, mangiare, viaggiare – una persona che conduce una vita a 2.000 watt consumerebbe la stessa quantità di energia di quelle 20 lampadine, cioè 17.520 chilowattora all’anno. La maggior parte degli abitanti del pianeta ne consuma molti di meno. Un bangladese, per esempio, consuma in media solo 2.600 chilowattora all’anno (comprese tutte le forme di energia, dall’elettricità al carburante per i trasporti), il che equivale più o meno a usare 300 watt continuamente. Un indiano consuma in media 8.700 chilowattora all’anno, contro i 13.000 di un cinese. L’India, quindi, è un paese da 1.000 watt, la Cina da 1.500 watt. Quelli di noi che vivono nel mondo industrializzato, invece, consumano molto più di 2.000 watt. La Svizzera, per esempio, è un paese da 5.000 watt. La maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale sono da 6.000 watt. Gli Stati Uniti e il Canada ne usano 12.000. Uno dei princìpi fondanti della Società a 2.000 watt è che questa disparità è insostenibile in sé. “È una questione di equità”, dice Stulz. Ma aumentare il consumo di energia nei paesi in via di sviluppo per equipararlo a quello dei paesi industrializzati sarebbe inaccettabile sul piano ecologico. Se la domanda pro capite dei paesi in via di sviluppo raggiungesse gli attuali livelli europei, il consumo di energia globale raddoppierebbe, mentre se dovesse raggiungere quelli americani, diventerebbe più del triplo. La Società a 2.000 watt stabilisce un obiettivo di risparmio per i paesi industrializzati e un limite di crescita per quelli in via di sviluppo. L’ultima volta che la Svizzera è stata un paese a 2.000 watt era l’inizio degli anni sessanta. Alla fine di quel decennio il consumo di energia aveva raggiunto i 3.000 watt, e a metà degli anni settanta era già salito a 4.000. Questo rapido aumento dei consumi è probabilmente dovuto ai progressi della tecnologia – le automobili, i jet, gli apparecchi elettrici ed elettronici – o forse proprio al contrario, cioè al fatto che la tecnologia non è usata dove serve davvero. Qualche anno fa un gruppo di scienziati svizzeri ha pubblicato uno studio sulla possibilità di realizzare un mondo a 2.000 watt. Sulla base di dati ampiamente condivisi, ha calcolato che due terzi dell’energia primaria consumata oggi nel mondo vanno sprecati, soprattutto sotto forma di calore che nessuno vuole o usa (l’energia primaria è quella contenuta, per esempio, in un pezzo di carbone, l’energia utile è la luce emessa da una lampadina dopo che il carbone è stato bruciato per produrre vapore, il vapore è stato usato per far girare una turbina e l’elettricità prodotta è stata trasmessa attraverso la rete per arrivare a riscaldare il filamento della lampadina). Gli autori dello studio concludevano che, con le tecnologie a disposizione oggi, il consumo di energia nelle case potrebbe diminuire dell’80 per cento, nelle automobili del 50 per cento e nei motori del 25 per cento. Oggi in media ogni svizzero consuma energia in queste proporzioni: 1.500 watt al giorno per il riscaldamento e l’acqua calda di case e uffici, 1.100 watt per gli alimenti e i prodotti di consumo, 600 watt per l’illuminazione e le apparecchiature elettriche, 500 watt per i viaggi in automobile, 250 watt per i viaggi aerei e 150 watt per il trasporto pubblico. Inoltre, la quota di infrastrutture pubbliche previste per ogni cittadino svizzero, che comprende servizi come l’acqua e gli impianti per il trattamento dei rifiuti, è di circa 900 watt. Per ridurre questi 5.000 watt a 2.000 bisogna quindi fare tagli significativi in tutti i settori. Supponendo che il consumo legato alle infrastrutture possa essere ridotto a 500 watt, una persona che continuasse a usarne 1.500 per la casa e l’ufficio non avrebbe a disposizione più nessun watt per il cibo, l’elettricità e i trasporti. Allo stesso modo, una persona che continuasse a viaggiare e a usare la quantità di elettricità attuale consumerebbe 2.000 watt senza avere niente da mangiare e nessun posto dove vivere o lavorare.


continua venerdì 9 gennaio

20090104

a proposito di morte 5

La quarta parte ieri

"Siediti. Ascolta. Tocca"

"C'è un grande fraintendimento culturale sugli hospice. Per la gente sono l'ultima risorsa. Se qualcuno ci finisce significa che non c'è speranza. Per me non è così. Sono posti adatti per avere una cura intensiva e senza interruzioni in una parte importante della vita".

Frank Ostaseski, autore di Saper accompagnare (Mondadori), ex direttore dello Zen Hospice di San Francisco, ha fondato una scuola, la Metta, parola indiana che significa amorevole gentilezza, per insegnare a medici e infermieri come si assiste psicologicamente e spiritualmente chi muore.

Anche negli Usa i pazienti arrivano tardi?

"Sì, anche qui il tempo di degenza media è due settimane: troppo poco per sviluppare una relazione. Ma quando dirigevo lo Zen Hospice era due mesi, davvero inusuale. Ci sono tanti fattori che contribuiscono al ritardo: il tabù di cui parlavo prima, la rete assistenziale domiciliare che anche se non funziona bene è preponderante. Gli stessi ospedali che perdono - anche economicamente - un paziente. E la cultura medica che vede le cure palliative come una sconfitta".

In Italia c'è grande imbarazzo ad affrontare l'argomento.

"Siete un Paese ad alta emotività. Non ammettete la paura. Negli Usa se ne parla spesso. C'è grande attenzione mediatica sugli hospice".

Quando parla di cura intensiva a cosa si riferisce?

"Dobbiamo capire che l'assistenza medica - e parlo anche di cure palliative - non basta. Morire è un atto sacro, non solo un evento medico. In quei momenti bisogna avere vicino anche una presenza compassionevole, attenta, calma e degna di fiducia che parli senza tabù. Se tutti colludiamo nel tabù il paziente viene isolato nella paura".

Molta gente non sa che sta per morire.

"Nella mia esperienza, nel 90% dei casi sa. O sospetta. Mi ricordo una famiglia di Latinos: mi chiedevano di non dir nulla al padre per non fargli paura. Promisi. Quando parlai con lui mi disse che si aspettava di morire ma di non dire nulla alla famiglia perché aveva paura. Era una situazione con risvolti comici. Ma alla fine riuscirono a comunicare".

Secondo lei è importante essere consapevoli?

"Sì, perché è un momento fondamentale per guardare indietro senza giudicare cosa si è fatto e curare vecchie ferite".

Sembra una cosa difficile da realizzare.

"Noi abbiamo un rapporto ambiguo con la morte. Da una parte la neghiamo e non vogliamo parlarne, dall'altra siamo curiosi. Facciamo lo stesso con gli incidenti stradali: non vogliamo guardare, ma poi con la coda dell'occhio... Per questo è importante saper parlare ad anima aperta. Molti pazienti parlano con me perché io non ho paura".

E cosa fa?

"Chiedo come si sentono, cosa pensano stia accadendo. Se hanno paura, di cosa. E da lì cominciamo una conversazione che tocca anche il territorio del mistero e delle domande senza risposta, perché anche cosa pensano succederà "dopo" influenza la maniera di andarsene".

Cosa consiglia ai suoi allievi?

"Siediti, non stare in piedi, stabilisci una relazione alla pari. Parla - con gentilezza - meno e ascolta di più. E tocca il paziente se ti sembra appropriato. Non lasciarlo solo, sii come una mamma che accompagna un bambino in un territorio inesplorato, senza imporre nulla".

M.A.

continua il 6 gennaio 2009

20090103

le persone si dividono in

chi si lava i denti appena alzati prima di fare colazione
e
chi si lava i denti dopo la colazione

a proposito di morte 4

La terza parte il primo gennaio 2009

Un modello per il futuro

"Chi sta morendo ha diritto ad avere cure che non lo facciano soffrire. A scuola insegniamo che cosa è giusto fare per un determinato paziente, in modo che sia lui a decidere quando e in che misura vuole essere curato".

Michele Gallucci è un medico palliativista che insegna alla Simpa (Scuola Italiana di Medicina e Cure Palliative) di Milano.

Che cosa fa un palliativista?

"Cura la qualità della vita del paziente togliendo i motivi di sofferenza, in parte con i farmaci. In Italia facciamo fatica a dare al malato la proprietà delle sue decisioni. La fine della vita deve avvenire con dignità, siamo d'accordo. Ma chi decide la dignità? Il medico? Il familiare? In Italia non è certo il malato".

Come è nato il suo interesse per queste cure?

"Sin da quando studiavo Medicina mi è sempre interessato il tema della morte, anche se nel corso di laurea non viene mai menzionata, come se non esistesse. Vinsi una borsa di studio all'Istituto Tumori, e cominciai a occuparmi di terapia del dolore e cure palliative. Nell'82 sono stato il primo a fare assistenza domiciliare a Milano. Non c'erano gli hospice e distribuivo lo sciroppo di morfina. Fu l'inizio di un'avventura rivoluzionaria".

Le pesa fare questo lavoro?

"È un lavoro che deve essere fatto. Tutti i medici che lavorano in un luogo dove si muore devono avere una competenza per curare le persone che muoiono".

Che cosa si farà nei prossimi anni?

"Siamo bravi a curare la fase terminale di un cancro, non di malattie neurologiche, polmonari, cardiache... Questi pazienti hanno un percorso diverso per cui è necessario elaborare un modello diverso".

M.A.

continua domani

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il meglio del 2008 - live act


Ecco i tre migliori concerti del 2008:


1) The Dillinger Escape Plan, 22 marzo 2008, Cesena - Vidia

2) Tiny Masters Of Today, 22 febbraio 2008, Torino - Spazio 211

3) Los Natas, 31 ottobre 2008, Genova - Buridda


Foto dei Dillinger tratta da qui.

il meglio del 2008 - live record


Il premio come miglior disco live del 2008 va a Guilty Guilty Guilty di Diamanda Galás. Da brividi. Qui la recensione.

il meglio del 2008 - come una cover band


Premio al miglior disco di cover a Head Off degli Hellacopters.

Un premio ovviamente creato apposta per il canto del cigno di questa rock and roll band eccelsa e dalla carriera indimenticabile.
Qui potete rileggere una malinconica recensione di un concerto del loro ultimo tour.

il meglio del 2008 - scusate il ritardo


Premio scusate il ritardo a Caramel, lo splendido film libanese che, uscito a cavallo della fine del 2007, non ce l'ha fatta a rientrare nelle top 10 dello scorso anno, e ovviamente non può rientrare in quelle del 2008. Ma se lo sarebbe meritato.

Recuperate questo film se non lo avete ancora visto.

fai te

l'ultima volta che ho messo la cravatta...
mi sono sposato...

the answer is blowin' in the wind 6


La quinta parte è stata pubblicata martedì 30 dicembre 2008



Duemila watt a persona

Più o meno nello stesso periodo in cui la Danimarca nominava Samsø isola dell’energia rinnovabile, un gruppo di scienziati svizzeri che studiava gli stessi problemi ha avviato una ricerca. I ricercatori, che lavoravano tutti per l’Istituto federale di tecnologia svizzero (Eth), si sono chiesti quale fosse il massimo livello di consumo d’energia sostenibile, non solo per un’isola o per un piccolo paese europeo, ma per tutto il mondo. La risposta che hanno trovato – duemila watt a persona – ha dato il nome a un nuovo progetto: la Società a 2.000 watt, finanziato in parte dall’Istituto federale di tecnologia e in parte da donazioni private. “La cosa più importante da sapere è che il nostro non è un programma che prevede grossi sacrifici”, mi ha spiegato il direttore del progetto, Roland Stulz, quando sono andata a trovarlo nel suo ufficio di Dübendorf, alla periferia di Zurigo. “Nessuno sostiene che dobbiamo Gürtel enger schnallen (stringere la cinghia), come diciamo noi. E neanche morire di fame o divertirci di meno. È solo un approccio più creativo al futuro”. Stulz ha 63 anni. È un uomo affabile con i capelli scuri ondulati e i baffi sale e pepe. È laureato in architettura e a un certo punto ha cominciato a interessarsi agli edifici a risparmio energetico. Nel 2001, quando è stato nominato presidente della Società a 2.000 watt, il suo mandato era quello di trasformare la teoria in pratica. Aveva cominciato a organizzare incontri tra i ricercatori e i funzionari governativi di Zurigo e Basilea. “Li ho divisi in gruppi di lavoro”, ricorda, “e gli ho detto: ‘Alle quattro ogni gruppo deve comunicare all’assemblea quale progetto vuole realizzare e chi sarà il responsabile’. All’inizio mi hanno risposto che non era possibile. Ma alle quattro sono arrivati tutti con un progetto. E così abbiamo cominciato”. In seguito i cantoni di Ginevra e Basilea Città e il municipio di Zurigo hanno sottoscritto le finalità della Società, come anche il ministero dell’ambiente e quello dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni. “A prima vista l’obiettivo della Società a 2.000 watt sembra poco realistico”, osserva il capo del dipartimento federale Moritz Leuenberger. “Ma la tecnologia necessaria esiste già”. Un pomeriggio Stulz mi ha portato a visitare la sede dell’Eawag, un istituto di ricerca sulle acque che è responsabile della realizzazione degli obiettivi di risparmio energetico della Società (Eawag è l’acronimo di un nome tedesco così complicato che neanche gli svizzeri se lo ricordano). Siamo andati con la sua Volvo, che viaggia a gas naturale compresso prodotto in parte dalla decomposizione di materiale vegetale. Quando ho visto il palazzo ho pensato che fosse coperto di striscioni: in realtà erano pannelli di vetro scuro. All’interno, appesa a una serie di catene nel grande atrio, c’era una specie di gigantesca scultura d’insetto: era il modello di una molecola d’acqua ingrandita dieci miliardi di volte. Nella sede dell’Eawag mancano molte delle cose che si trovano normalmente in tutti gli edifici. Il palazzo, inaugurato nel 2006, non ha caldaie: è isolato talmente bene che per la maggior parte del tempo il calore emesso dalle apparecchiature degli uffici e dalle duecento persone che ci lavorano basta a mantenere una temperatura confortevole. Un altro po’ di calore arriva dal sole (d’inverno i pannelli s’inclinano all’esterno per catturare la massima quantità di luce) e dall’aria che viene dal sottosuolo. Non c’è neanche l’aria condizionata: d’estate i pannelli si spostano per fare ombra, e se durante il giorno l’ediicio si riscalda, di notte le finestre sul tetto dell’atrio si aprono per far uscire l’aria calda. Circa un terzo dell’elettricità che serve all’edificio proviene dai pannelli fotovoltaici installati sul tetto, mentre l’acqua calda è prodotta da collettori solari. I bagni sono dotati di un dispositivo che permette di separare l’urina, che contiene fosforo e azoto potenzialmente utili, da tutto il resto. “Realizzare un edificio del genere non ha nulla di miracoloso”, mi ha detto Stulz mentre prendevamo un caffè nella caffetteria in stile modernista del centro. “Basta mettere insieme in modo intelligente una serie di elementi intelligenti”. Fuori pioveva e c’erano 6 gradi, ma dentro il palazzo c’era una piacevole temperatura di 21 gradi.


continua lunedì 5 gennaio 2009