No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120117

We Bought a Zoo





La mia vita è un zoo - di Cameron Crowe (2012)




Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)



Giudizio vernacolare: da teneroni




Benjamin Mee è un reporter avventuroso. Ha una splendida moglie e due fantastici bambini. Ma la moglie Katherine muore, troppo giovane, e Ben cerca di gestire come può la piccola Rosie, e, con maggiori difficoltà, l'ormai adolescente Dylan, che soffre enormemente la mancanza della madre. L'espulsione di quest'ultimo dalla scuola, dopo una lunga serie di intemperanze, convince Ben che è necessario un cambio radicale nelle loro vite. Si decide quindi a cambiare casa. Durante il giro di "perlustrazione" insieme a Mr. Stevens, agente immobiliare al suo primo giorno di lavoro, Ben e soprattutto Rosie si innamorano di una casa molto fuori città, che non è solo una casa: è uno zoo. Infatti, la condizione necessaria all'acquisto è rilevare il ristorante annesso e tutti i recinti con diverse centinaia di animali, tigri e leoni compresi. Le condizioni dello zoo, chiuso da qualche tempo, non sono buone, e se lo si vorrà riaprire, bisognerà lavorarci sopra, come pure passare dei controlli. Naturalmente, ci sono anche dei dipendenti da prendersi in carico, a meno che non si voglia dismettere tutto. Ma Benjamin Mee è uno a cui piacciono le sfide, e quindi...




Diavolaccio d'un Cameron Crowe, un regista, un tenerone, che di sicuro mi somiglia molto caratterialmente, e che pure se ha fatto un film brutto come Elizabethtown (ma tra tutti gli altri non ce ne sono brutti, seppur non abbia mai girato un capolavoro, sfiorato forse con Jerry Maguire), non riesce a starmi antipatico: stavolta, con un film sul quale non avrei giocato un euro, mi ha fatto piangere come un vitello. E' bene ricordare che siamo davanti all'ex giornalista musicale (per Rolling Stone) che, a noi ultra-quarantenni cresciuti col grunge, ha toccato il cuore con Singles, ribadendo il concetto del "cuore musicale" con Almost Famous, senza dimenticare che, ultimamente, ha celebrato i vent'anni (circa) dello stesso grunge con Pearl Jam Twenty. Uno che stavolta ha affidato la colonna sonora a Jonsi, che l'ha infarcita di pezzi intramontabili, vecchi e nuovi (da Hunger Strike dei Temple Of The Dog, a Holocene di Bon Iver), senza dimenticare qualcosa di suo e dei suoi pards.



Ispirato alla vera storia di Benjamin Mee, un giornalista inglese che aveva già raccontato la stessa storia nel libro We Bought a Zoo: The Amazing True Story of a Young Family, a Broken Down Zoo, and the 200 Wild Animals That Changed Their Lives Forever, romanzato (dove romanzare sta per "rendere romantico", e pure strappacuore la storia, e non solo trasporre dalla verità alla fiction) a puntino dalla ruffianissima sceneggiatura di Aline Brosh McKenna (Il buongiorno del mattino, 27 volte in bianco, Il diavolo veste Prada), che riesce ad innestare sugli eventi realmente accaduti (la morte della moglie, l'acquisto sconsiderato di uno zoo da riaprire) ben due-dico-due storie d'amore telefonatissime, il film, leggero ma non stupido, perché tratta il tema dell'elaborazione del lutto in modo delicato e commovente, fa centro con l'insieme di buoni attori (Matt Damon, per una volta amabile, in una parte che gli calza a pennello, Scarlett Johansson trasandata al punto giusto per essere casual-chic, Thomas Haden Church - lo vedemmo in Sideways - simpaticissimo, Elle Fanning - qui in una parte diversa da quelle alla quali ci ha abituato, ma ugualmente brava - da morsi, e una scoperta stupefacente, la piccola Maggie Elizabeth Jones, nei panni di Rosie Mee, ancora più da morsi della Fanning) che recitano per piacere e divertimento, una grande colonna sonora (alla quale ho già accennato), e un messaggio positivo, che potrà essere apprezzato tranquillamente da grandi e piccini, in un trionfo d'amore e buonissimi sentimenti.



Da segnalare, oltre ai già citati, la presenza in piccole parti, di Carla Gallo (Rhonda, l'abbiamo vista e apprezzata in Carnivale e in Californication), di John Michael Higgins (divertente nei panni del sovrintendente pignolissimo Walter Ferris), e di uno straordinario J. B. Smoove, comico statunitense a me sconosciuto, ma che qui è divertentissimo nei panni di Mr. Stevens, l'agente immobiliare chiacchierone e riverente, ma inesperto.



Non è un film da Oscar, non è un capolavoro, non parla di massimi sistemi, ma vi farà stare bene, e vi divertirà.

20120116

la dama di ferro


The Iron Lady - di Phyllida Lloyd (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: era sempati'a si...

Inghilterra. Una signora piuttosto anziana esce di casa per comprare il latte. Sembra vagamente infastidita dalla maleducazione di alcuni avventori del negozio. Rientra a casa e fa colazione con l'anziano marito, e lo rimbrotta amorevolmente. Ma poco dopo, ecco che arriva l'assistente della signora, e si scopre che la presenza del marito è solo un'allucinazione dell'anziana signora. Questa signora si chiama Margaret, e di cognome fa Thatcher: una donna che, senza dubbio ha segnato la storia politica del novecento, sia nel Regno Unito, sia a livello mondiale.

Ecco un altro film "confezionato" appositamente addosso ad un attore, in questo caso ad un'attrice, per concorrere ad uno degli Oscar più importanti (Leading Role, attore o attrice). Permettetemi una piccola digressione informativa: Meryl Streep, è ovviamente di lei che sto parlando, pensate, è stata candidata ben 16 volte, come miglior attrice protagonista o non protagonista, ed ha vinto due volte (Kramer contro Kramer e La scelta di Sophie); certo, l'ultima vittoria risale ormai al 1982, quindi è logico che ci provi ancora (essendo ancora molto, molto brava). Naturalmente, la Streep in questo caso interpreta Margaret Thatcher nel periodo che va dal 1970 in poi (nella versione "giovane" è interpretata da Alexandra Roach, convincente), ed è l'assoluta mattatrice del film in questione. Limite e grandezza al tempo stesso. Curiosa anche la scelta di affidare la regia ad un'esperta di musical (la Lloyd non ha solo diretto Mamma Mia!, ma anche molte opere sia a teatro che nelle trasposizioni soprattutto televisive). Per fortuna, mi vien da pensare, che la sceneggiatura sia di Abi Morgan, relativamente giovane, che però sono curioso di "vedere" all'opera con Shame (scritto a quattro mani con il regista Steve McQueen), anche se non mi aveva convinto troppo trasponendo Brick Lane (tratta dall'omonimo libro di Monica Ali, ma scritto insieme all'espertissima Laura Jones). Tutto questo panegirico per dire che il film è si interessante, soprattutto quando "entra" nella storia (fate attenzione in modo particolare alla scena della decisione che portò all'affondamento dell'incrociatore argentino General Belgrano, durante la guerra delle Falkland, alle discussioni in merito alla politica economica, o alle conseguenze della poll tax), ma la parte "privata", incentrata sulla figura del marito Denis, sul suo essere leale, solidale, parte integrante del suo successo, e quindi, dopo la sua morte, oggetto della nostalgia (o malattia) allucinatoria di Margaret, sa un po' troppo di sentimentalizzazione romanzata (e forzata). Ecco quindi che la (solita) grandiosa prova di Maryl Streep (e di quella ottima di Jim Broadbent nei panni di Denis), straordinaria se aveste l'occasione di vederla in versione originale, rimane un po' fine a se stessa, dato appunto che nella sua totalità, il film cerca un po' troppo le corde della commozione: la Thatcher è stata una figura politica importantissima, si condividano o no le sue posizioni o le cose che ha fatto, e non ha certo bisogno della nostra compassione. Del resto, la tagline del film recita: Never compromise.

20120115

Tinker Tailor Soldier Spy


La talpa - di Tomas Alfredson (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: popò d'attrighìo dé

Siamo all'inizio degli anni '70, la Guerra Fredda è la realtà di tutti i giorni. Dopo una missione disastrosa in Ungheria, il capo dell'MI6, il servizio segreto britannico, Control, e il suo braccio destro George Smiley, sono destituiti. Control muore contemporaneamente agli eventi, Smiley viene in pratica messo in semi-pensionamento. Ma presto si capisce che nella cupola del Circus (nome "alternativo" del direttivo dell'MI6), adesso costituito da Percy Alleline, Toby Esterhase, Roy Bland e Bill Haydon (quest'ultimo da sempre contrapposto a Smiley per questioni personali), c'è una talpa che passa informazioni al KGB, o addirittura prende ordini dal servizio segreto russo.
Direttamente dal Ministro addetto, tramite un potente politico, Smiley viene re-investito di poteri investigativi: è l'unico in grado di scoprire chi è la talpa, stanarla e metterla in grado di non nuocere.

Non informatissimo sul film al quale avevo assistito (non è il mio genere favorito), quando ho letto la scheda di presentazione (in Spagna c'è pure questa ottima abitudine, all'ingresso, abitudine che in Italia esiste solo in qualche sala d'essai) stentavo a credere che il regista fosse lo svedese che, nel 2009, ci aveva "regalato" il ruvido, asimmetrico, interessantissimo Lasciami entrare. Non perché questo La talpa sia un brutto film, anzi, ma per la pulizia, l'attenzione ad una trama complessa, la direzione attenta di un cast di grandi e grandissimi attori. E invece, il regista è proprio lo stesso.
Tratto da un romanzo di John le Carré, e fortemente autobiografico, era già stato trasposto sullo schermo, quello piccolo, nel 1979, tramite una miniserie della BBC (solito titolo originale, solo con le virgole in più: Thinker, Tailor, Soldier, Spy, stesso titolo originale del libro, parafrasi di una filastrocca inglese per bambini, le cui parole vengono usate come soprannomi e abbinate ai sospettati, particolare che si capisce molto bene nella versione originale, non so che stratagemma sia stato adottato nella versione italiana, di certo non era una cosa semplice), il film è naturalmente uno spottone per la candidatura di Gary Oldman (George Smiley) all'Oscar (attore che, per quanto mi riguarda, avrebbe dovuto essere insignito della statuetta già ai tempi del Dracula di Coppola), ma è sicuramente un film che appassionerà gli amanti della spy-story. Elegante, british quanto basta, da quanto so piuttosto fedele al libro, è un film di ottima fattura, dal punto di vista tecnico, della fotografia e della sceneggiatura, forse un pochino tirato per le lunghe, che, proprio come il libro, tenta di disegnare la figura di questo agente segreto molto umano, non certo un James Bond, triste nell'anima per ragioni personalissime, ma ligio al dovere per quanto riguarda il lavoro. Teso, come dev'essere una storia ambientata nel mondo dei servizi segreti durante la Guerra Fredda, dal ritmo lento, complesso e naturalmente percorso da flashback, il film come detto vede un cast importante (Mark Strong, John Hurt, Toby Jones, Ciaràn Hinds, un ottimo Colin Firth nei panni del viscido Bill Haydon), dove oltre al già citato Gary Oldman brillano, in ruoli secondari ma importanti, il sempre elegante Benedict Cumberbatch (il grande Sherlock Holmes della miniserie BBC, un prodotto che secondo il mio modesto parere surclassa i due Holmes di Guy Ritchie) nei panni di Peter Guillam, e l'emergente (e onnipresente negli ultimi tempi, secondo solo a Ryan Gosling) Tom Hardy nei panni muscolari di Ricki Tarr. Cameo per John le Carré (è uno degli ospiti al party natalizio).

20120114

Hesher


Hesher è stato qui - di Spencer Susser (2012)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: vai coll'evimetaaaaa

Sobborghi di Los Angeles. TJ ha 13 anni, e sta affrontando una tragedia: ha perso la madre, in un incidente d'auto. Lui e il padre sono andati ad abitare con la nonna, molto anziana, con diversi acciacchi, ma in fondo ancora in gamba, e fin troppo amorevole. Ma Paul, il padre, è entrato in uno stato depressivo profondo. Non si alza mai dal divano, e si imbottisce di pillole. TJ, oltre al momento, sta attraversando un'età complicata, di passaggio, in cui avrebbe più bisogno che mai di una guida, di essere seguito con una certa cura. E invece, dopo essere stato dallo sfasciacarrozze, seguendo il carro attrezzi che rimorchia il rottame dove è morta sua madre, e aver fatto incazzare il giovane Dustin, che lavora lì ma, ahimé, va pure alla stessa scuola di TJ, eccolo qui che va a scuola con la sua amata bicicletta, passando attraverso alcuni cantieri. Terreno sconnesso, basta uno scalino non visto, e TJ cade. Si rialza e, arrabbiato col mondo, con una sassata rompe un vetro di una casa in costruzione. L'avesse mai fatto. In quella casa in costruzione, c'è Hesher. E chi diavolo è Hesher? Come scrive un anonimo su imdb.com, "Hesher è un solitario, odia il mondo e tutti quelli che lo popolano; ha lunghi capelli unti e tatuaggi fatti in casa (guardateveli attentamente, vi ribalterete sulla sedia). E' malnutrito e fuma una sigaretta dopo l'altra. Gli piace il fuoco e far saltare in aria le cose. Vive nel suo furgone, finché incontra TJ". Ma l'incontro non è "positivo", come potrebbe evincersi. Al contrario. Eppure...

Ecco qui un altro titolo che non dovete, secondo me, farvi assolutamente mancare in questi primi mesi dell'anno (dovrebbe uscire a fine gennaio/inizio febbraio). Commedia ma anche no, sentimentale ma anche no, dialoghi scurrili che più scurrili non si può, ma non vi fate ingannare, non siamo dalle parti di Judd Apatow ed i suoi compari, anzi: se il regista è un debuttante (videoclip musicali e corti), il suo compare di sceneggiatura è David Michod, il regista di Animal Kingdom, quindi di sicuro c'è ironia, battute, divertimento, gag scurrili (alcune indimenticabili), ma anche una certa dose di inquietudine (e naturalmente una discreta dose di violenza). Inoltre, il regista o qualcuno per lui, dev'essere uno che ama il metal: già dalla stilizzazione di Hesher nel titolo, potete intuire che tipo di musica troverete nella colonna sonora. Reggetevi forte, metallers: in questo film sentirete The Shortest Straw, Motorbreath, Battery, Fight Fire With Fire, Anesthesia (Pulling Teeth) dei Metallica (senza contare che in una scena Hesher canticchia Jump In The Fire, in quel momento assolutamente appropriata...), e Rock Out dei Motorhead!
Ma, chiusa la parentesi entusiastica a proposito di una soundtrack fin troppo gustosa, la bellezza di questo debutto di un regista evidentemente da tenere d'occhio, non è tutta qui. La storia coniuga questo personaggio selvaggio, che rilascia metafore sulla vita senza rendersene conto (e che metafore, vi accorgerete, sperando solo che il doppiaggio non le modifichi troppo), ma che è necessario a scuotere un'esistenza destinata all'autodistruzione, quella di Paul, e a trascinarsi dietro quella del figlio. Certo, c'è una buona dose di buonismo (il finale), ma sinceramente, se serve a lanciare un messaggio positivo sulla vita, contro i preconcetti e perfino contro l'abuso di psicofarmaci, ben venga. Ho riso e ho pianto abbondantemente guardando questo strano, rumoroso, esagerato film statunitense, e non mi vergogno ad assegnargli un punteggio alto.
Il cast è di tutto rispetto. Paul, il padre depresso, è l'emergente Rainn Wilson, che ultimamente abbiamo visto in Super, Juno, e che non dimenticheremo mai nei panni dello svitato Arthur in Six Feet Under. TJ è il piccolo Devin Brochu, che vi stupirà per intensità e carattere. Nicole è una deliziosamente nerd/loser Natalie Portman. La nonna di TJ è la grande Piper Laurie (per dire, la mamma di Sissy Spacek in Carrie, la fidanzata di Paul Newman ne Lo spaccone), svampita e dolcissima. Ed Hesher è Joseph Gordon-Levitt, sempre più grande attore, anche nelle scelte dei copioni. Davvero grande.
Nonostante tutte le gustose storie di Hesher, mi sembra giusto chiosare con una metafora della nonna di TJ: "Life is like walking in the rain... you can hide and take cover or you can just get wet". La vita è come camminare sotto la pioggia: puoi ripararti, oppure puoi semplicemente bagnarti.
Applausi.

20120113

Madrid - gennaio 2012 - 2


Eccomi qua, atterrato da qualche ora. Sono stati 5 giorni densi, anche se vissuti da solo-soletto. Sono arrivato a Madrid Barajas lunedì verso le 13,00, e con dei comodi cambi di metro in una mezz'ora sono riuscito in superficie alla fermata Banco de Espana, quella che mi pareva più vicina all'albergo che avevo prenotato, in Calle Lope de Vega. Neppure 10 minuti a piedi, ed eccomi installato in albergo. Subito fuori per pranzare, scelgo La Cocina de Neptuno in Calle de Cervantes, e dopo un giro a piedi un po' alla cazzo, fino ad arrivare assolutamente per caso alla Puerta del Sol, un luogo dove ormai non so più quanti anni fa avevamo passato, io ed alcuni amici, la mezzanotte dell'ultimo dell'anno. Manco a farlo apposta, assolutamente per caso, mi imbatto nel Cine Ideal, in Calle del Doctor Cortezo. Mi studio il cartellone (nove sale) e gli orari. Prendo un caffé alla caffetteria vicina (non ricordo il nome), situata sull'angolo di detta via con Plaza Jacinto Benavente, fumo una sigaretta e diamo il via agli spettacoli. Prima Thinker Tailor Soldier Spy (in Italia è uscito oggi con il titolo La Talpa, speravo di darvi un'anteprima; in Spagna hanno scelto il titolo - rischioso, perché identico al delirio di Jodorowsky - El Topo), poi a ruota The Iron Lady, che qui uscirà il 27 gennaio. Già soddisfatto, torno verso l'albergo e mi mangio un pezzo di pizza in una delle due, mi pare, pizzerie al taglio che ci sono in Calle de las Huertas. Un po' di zapping tra i canali spagnoli, ci sono le partite di Copa del Rey, mi son simpatici quelli di Marca TV quando fanno le dirette senza immagini, con le sintesi immediate delle partite appena terminate.
Martedì ho l'ingresso alle 9,00 al Museo del Prado. Faccio una colazione solitaria all'hotel, che non l'avevo detto ma è il Lope de Vega, e scopro che non è compresa (la prenotazione non era chiarissima, o io ero un po' distratto), e arrivo con abbondante anticipo all'ingresso Puerta de los Jeronimos; non l'avevo detto, ma il giorno prima avevo avuto il tempo perfino di andare a vedere da dove dovevo entrare, e a chiedere se con la prenotazione via internet avrei dovuto cambiare il voucher con il biglietto o potevo entrare direttamente con la stampata (si entra direttamente con la stampata, troppo avanti). Attendo un po', e il bello è che ci sono due file separate per i gruppi e per gli ingressi individuali. Parto con la temporanea dell'Hermitage, non prima di aver ritirato l'audioguida. Interessante pure questo. Per farvela breve, dopo sono passato al Prado vero e proprio, ed è stato travolgente. Anche faticoso, sia chiaro, per uno come me che ha problemi di mal di schiena. Mi sono fermato spesso a riposare, a metà mattinata mi sono preso un caffé, ho pranzato al ristorante del museo, molto chic per essere un self service ma con prezzi più che abbordabili, e insomma, verso le 19,00 pensavo di aver visto tutte le sale. Visto che avevo un ingresso prenotato anche per il giorno seguente, ci ho dato un taglio, e sono andato a cena solo dopo aver fatto un riposino in camera, ero veramente distrutto. Ho mangiato giusto dietro l'angolo, alla Cafeteria Prado, ma pigramente ho mangiato una pizza (si, avevo mangiato pizza pure la sera prima ma sapete com'è, per me è una droga, ricordate che nel 2006 in Colombia mi nutrivo soprattutto di pizza), sbagliando, perché ho sentito persone mentre camminavo, che dicevano che lì si mangia bene, prima di entrare. Vabè, era giusto per non svegliarsi di notte coi crampi allo stomaco. Mercoledì ingresso alle 9,30 sempre al Prado, dopo colazione allo Starbucks di fronte alla maestosa Fuente de Neptuno, e oltre al ripasso generale (godersi Il giardino delle delizie di Bosch da solo nella sala non è cosa da tutti i giorni) mi sono accorto che avevo saltato alcune sale; sono salito al chiostro, ed ho "assaggiato" la zona riposo (ebbene si, c'è pure quella). Naturalmente, oltre ai lavori di Bosch, probabilmente il mio preferito (Il giardino delle delizie, ma anche I Sette Peccati Capitali e i Quattro Novissimi, una tavola che sembra un gioco dell'oca, Il carro di fieno - una delle due copie- , l'Adorazione dei Magi, L'estrazione della pietra della follia e le Tentazioni di Sant'Antonio - il "singolo", non il trittico - ), i grandi Goya (2 maggio 1808 e 3 maggio 1808, ma soprattutto tutte le tele del periodo de Las Pinturas Negras, l'inquietante Saturno, il bellissimo per me Il sabba delle streghe), il famosissimo Las Meninas di Velazquez, Il Trionfo della morte di Peter Bruegel il Vecchio, ma insomma, ci sarebbe da stendere un elenco lunghissimo, e non è il caso. Mi sono regalato un poster (naturalmente, de Il giardino delle delizie), e siccome era presto, sono passato a metterlo in camera, ho chiesto una mappa e indicazioni sul Reina Sofia. Siccome anche quello era vicinissimo, ho mangiato velocemente a un Burger King sul Paseo del Prado, e alle 13,00 ero già dentro. Enorme, modernissimo, organizzatissimo, centrato sul novecento (arte moderna e contemporanea), vi cito solo gli highlights: il Guernica di Picasso, la proiezione continua di Un chien andalou di Bunuel, ma pure di Nuit et brouillard di Resnais. Dicendo così dimentico un sacco di altre cose, ma che ci vogliamo fare. Mi ha colpito pure una temporanea a proposito dell'architetto Emilio Ambasz, che non avevo mai sentito nominare ma che invece ha realizzato diversi progetti in Italia, e che risiede anche nel nostro paese. Sono uscito alle 20,00, ed ero talmente stanco ed avevo talmente fame che non ce l'ho fatta ad aspettare che aprisse un ristorantino italiano esattamente di fronte al museo (apre alle 20,30), e quindi ho dato un'occhiata in giro ma ho ceduto per la seconda volta in un giorno: McDonald's all'angolo, e a letto prestissimo, distrutto ancora una volta.
Ieri, giovedì, solita colazione al solito Starbucks, e alle 10,00 ingresso al Thyssen-Bornemisza, inclusa la temporanea Arquitecturas Pintadas, con molti italiani e molte vedute italiane. Una collezione meno imponente delle altre due, ma non meno importante. Tra i "moderni", di tutto: Modigliani, Rothko, Magritte, Chagall, Gauguin, Monet, Hopper, Kandinskij, Toulouse-Lautrec, Picasso, Balthus, Dalì, Bacon, Cézanne, Klee, ma c'erano delle robe notevoli anche dal 1200 in poi, Tintoretto, Canaletto, El Greco, Carracci, Ghirlandaio, Rembrandt, Van Dyck. E chissà cosa mi dimentico. Verso le 13,30 ero pronto, quindi ho mangiato qualcosa al ristorante del museo, forse un pochino più caro di quello del Prado, ma va bene lo stesso, e addirittura un riposino in albergo. Dopo di che, sono tornato al Cine Ideal per un'altra doppietta. In realtà, ero partito per vedere solo un film, ma arrivato lì avevo sbagliato orario, e quindi ho ingannato il tempo recuperando Pina di Wenders, e devo dire che ho fatto bene a recuperarlo, e a ruota un'altra anticipazione, We Bought a Zoo di Cameron Crowe, che in Italia pare uscirà il 16 marzo. Ve ne parlerò. Uscito dal cine mi sono infilato subito nel café-ristorante dove avevo preso il caffè lunedì, questa volta per mangiare qualcosa e per concedermi, per la prima volta questa settimana, un bicchiere di vino (spagnolo, of course), e via a dormire.
Questa mattina check out, Starbucks, passeggiata all'alba (in Spagna alle 8,00 di questi tempi è ancora buio, ed il sole tramonta dopo le 18,00) fino alla Gran Via, e giù nella metro per l'aeroporto. A breve, recensioni dei film visti.

We Need to Talk About Kevin



...e ora parliamo di Kevin - di Lynne Ramsay (2012)

Giudizio sintetico: da non perdere (4/5)
Giudizio vernacolare: storiaccia dé

Eva Katchadourian è una scrittrice di guide turistiche newyorkese di successo. O meglio, era. Era una scrittrice, era newyorkese. Era moglie, era madre. Forse lo è sempre, queste due ultime cose, o forse no. L'inizio è incerto, onirico probabilmente, e ci introduce in un mondo dove il rosso, probabilmente il rosso del sangue, la fa da padrone. Adesso Eva vive in una piccola casa in provincia, e sta cercando lavoro. Si adatta a qualsiasi cosa, e infatti viene assunta appena si presenta in un'agenzia di viaggi del luogo. Ma Eva ha qualcosa di orribile nel suo passato, lo capiamo da come la guarda la gente, da alcuni episodi, da come si muove furtiva, piena di paure. Pian piano, con massicce dosi di flashback, la regista ci racconta qualcosa di Eva. Sposata con Franklin, un uomo molto diverso da lei ma pacato e positivo, i due hanno una buona intesa a letto. Hanno due figli: prima Kevin, poi Celia. A distanza di circa otto anni. Con Kevin, però, Eva non riesce ad avere un rapporto "normale", mentre Franklin si, anche se gliele dà tutte vinte. Kevin man mano che cresce sembra un essere maligno, sembra divertirsi a destabilizzare la madre. Finché...

Mi sbaglierò, ma penso che questo film, tratto dal romanzo Dobbiamo parlare di Kevin (la traduzione italiana del titolo del libro è identica a quella originale, e non lascia troppo spazio a dubbi, mentre la traduzione del titolo del film, invece, con quei puntini di sospensione, trovo sia ingannevole), della scrittrice statunitense Lionel Shriver, sarà uno dei film che segneranno la stagione 2012. Farà discutere, scioccherà, dividerà le opinioni, non sarà probabilmente visto da un pubblico vastissimo, ma se vi fidate dei miei consigli, dovrete vederlo assolutamente.
Non ho letto il libro, ma se ho capito bene senza dubbio, come capita sempre, il libro è superiore, maggiormente intenso, destabilizzante (probabilmente, da quello che si intuisce in rete dai commenti, più per le donne), però l'approccio scelto dalla regista scozzese, qui alla sua terza
prova dopo un paio di film semisconosciuti (Morvern Callar e Ratcatcher - L'acchiappatopi), secondo me è indovinato, ugualmente forte ma, dove il libro si affida alle lettere di Eva al marito, qui la Ramsay si affida alle immagini, ai colori (predominante e a tratti debordante il rosso, come detto in apertura), e soprattutto ad una superlativa ed ennesima interpretazione monster di Tilda Swinton, nei panni di Eva Katchadourian.

Voglio cercare di non fare spoiler, nel caso non conosceste il libro e non voleste in alcun modo leggere la trama su altri siti. Però il film è costruito bene, anche se il "fatto" si intuisce fin dall'inizio; il montaggio alterna due piani temporali, il presente e i flashback, ma li fa procedere cronologicamente, quindi con i flashback si ricostruisce il passato in maniera esauriente, senza esagerare con immagini scioccanti, mentre con le vicissitudini del presente si assiste alla dura prova alla quale è sottoposta la donna, per riuscire ad andare avanti con la sua vita.
Fondamentali, per la riuscita e per l'atmosfera del film, sia la fotografia, molto accesa per assecondare il dominio dei colori, sia le musiche, che colpiscono per eleganza ed efficacia, a cura di Jonny Greenwood dei Radiohead. Detto e ribadito della superba prova di Tilda Swinton, si
apprezza pure il sempre bravo John C. Reilly nei panni di Franklin, a cui è richiesta una prova "leggera", di un personaggio, come detto, da contrapporre completamente a quello della moglie, ma soprattutto di tutti e tre gli interpreti di Kevin, il piccolo Rock Duer, il più grandicello Jasper Newell, ed infine il migliore (dei tre), l'inquietante Ezra Miller (lo abbiamo visto in Californication 2, era Damien, il fidanzatino di Becca), viso androgino (così come la Swinton, del resto) e glaciale, perfetto per la parte. Bellissima la piccola Ashley
Gerasimovich nei panni di Celia.
Se amate il cinema forte, quello che vi procura emozioni non scontate, non commoventi, ma violente a livello cerebrale, dovete vedere questo film. Io, intanto, mi procuro il libro.

20120112

la razza


La Raza - Armored Saint (2010)

Un passo indietro, seppur breve. Mi sono tornati alla mente gli Armored Saint mentre scrivevo a proposito dell'ultimo disco degli Anthrax, ed ho scoperto che non solo si erano riformati nel 1999 (poi risciolti, poi riformati, insomma, una band "a gettone"), ma che avevano fatto uscire due dischi di inediti, uno nel 2000 (Revelation), ed uno nel 2010. Ho ascoltato, per il momento, quest'ultimo, intitolato La Raza, in spagnolo, anche se i pezzi del disco sono tutti in inglese. Le origini dei componenti della band sono, suppongo, anche messicane (i due fratelli fondatori fanno Sandoval di cognome, il bassista, vi ricordo, si chiama Vera, sempre di cognome), e nel precedente Revelation c'era pure un tentativo, neppure troppo male, di cantare in spagnolo (No Me Digas).
Il disco è davvero piacevole, per chi ama il metal tradizionale. Anzi, è un po' una lezione di come possa e debba suonare. Il tiro della maggior parte dei pezzi è intenso, la voce di John Bush sempre sugli scudi, il songwriting ancora piuttosto fresco. Pezzo preferito Head On, ma pure la sua naturale prosecuzione Left Hook From Right Field, l'altrettanto ottima Blues, la bella semi-ballad Chilled, l'epica apertura di Loose Cannon, sono la dimostrazione che per questa band, da sempre sottovalutata, sempre coerente (negli anni dell'avvento del thrash metal loro continuarono imperterriti a suonare classic), suonare heavy metal è come andare in bicicletta: passi quel che passi, non si dimentica.

20120111

telefonata

vi capita mai di fare una telefonata e, già sentendo il suono del primo squillo, capire che nessuno risponderà a quella telefonata?

moneyball


L'arte di vincere - di Bennett Miller (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: e io che penzavo ci volesse la larea solo per capillo 'r besbol... invece ci vole anco per fa 'r dirigente!

USA, 2001. Billy Beane è il General Manager degli Oakland Athletics, squadra di baseball, e sta cercando di fare buon viso a cattivo gioco. Gli Athletics hanno perso contro i New York Yankees nella postseason (i play off nel baseball statunitense si chiamano così, la finale viene chiamata World Series), sono in procinto di iniziare la nuova stagione senza le loro tre stelle, Jason Giambi, Johnny Damon e Jason Isringhausen, e il budget non permette alla squadra di rimpiazzare questi giocatori, o di pagarne comunque di nuovi che abbiano un certo nome. In un incontro con i dirigenti di una squadra avversaria per trattative su alcuni giocatori, rimane colpito da un giovane consulente di tali dirigenti. Scambia due chiacchiere con lui, si chiama Peter Brand, è laureato a Yale in economia, ed ha un approccio sabermetrico al baseball: una serie di statistiche possono, secondo questa teoria, stabilire quali giocatori sono sia più utili ad una squadra, sia più economici e maggiormente redditizi. Billy torna ad Oakland ed assume Peter come suo assistente personale. Qui comincia la prima battaglia: Billy sposa completamente l'approccio sabermetrico di Peter, e così facendo taglia fuori l'intera "corte" di consulenti della squadra. Vengono selezionati i giocatori da comprare, con un budget ridicolo se confrontato con quello delle altre squadre; alcuni di questi giocatori non riescono neppure a credere di essere contattati da una squadra della Major League. Cominciano gli allenamenti, poi la stagione. I risultati sono deludenti, perfino Casey, la figlia di Billy, è preoccupata del fatto che il padre possa perdere il lavoro. Billy la tranquillizza, ma effettivamente la situazione è tesa. Billy e Peter cercano alacremente di capire cosa non funziona: alcuni giocatori non occupano il ruolo che, secondo loro, dovrebbero. Ma è l'allenatore, Art Howe, è quello che decide le posizioni in campo e i cambi; Billy e Art hanno già delle frizioni a causa del contratto dell'allenatore, Billy "suggerisce" queste modifiche ad Art, ma Art rimane sulle proprie posizioni. Beane, per tutta risposta, scambia tre giocatori con altri, pur di mettere in crisi Art, e costringerlo a fare le modifiche che lui e Peter vorrebbero. La situazione ancora non migliora, finché...

Grande dispiego di mezzi, puntando naturalmente agli Oscar, per questo Moneyball, che in Italia si intitolerà L'arte di vincere. La storia si basa su fatti e persone vere (come potete verificare dalle schede Wikipedia linkate), e soprattutto sul libro Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game di Michael Lewis, autore tra l'altro anche di The Blind Side: Evolution of a Game, libro dal quale John Lee Hancock ha sceneggiato e diretto, appunto, The Blind Side, film che ricorderete per aver permesso di vincere l'Oscar a Sandra Bullock. Fotografia pulita e luminosa, ampio uso delle panoramiche aeree che spesso fanno da contrappunto o da introduzione ai numerosi eventi della storia, il regista di Truman Capote - A sangue freddo (e ci risiamo, film che fece vincere l'Oscar a Philip Seymour Hoffman, qui nei panni dimessi di Art Howe, in una prestazione tutto sommato incolore) dimostra di essere un bravo mestierante, ma niente di più. Il film, sceneggiato dalla coppia formata da Steven Zaillian (autore di grandi sceneggiature per grandi registi, Schindler's List, Gangs of New York, American Gangster, Il gioco del falco, e che ha diretto pure qualche film, come ad esempio Tutti gli uomini del re) e dal famoso Aaron Sorkin (come vi ho detto altre volte, un maniaco dei dialoghi, esempi classici la sua serie Studio 60 ed il recente The Social Network), va pure contro una delle leggende statunitensi, quella che chi fa un film sul baseball va incontro alla rovina. Il film non è una rovina, anzi, la storia è pure molto interessante ed ideologicamente ammirevole (la morale è "mai prendere decisioni dettate dai soldi"), forse eccessivamente tecnica, e sicuramente di difficile comprensione per un italiano medio, che di baseball non ne capisce un acca, ma alla fine non troppo entusiasmante. Anche le prove del cast, relativamente importante (Brad Pitt - Billy Beane -, il già citato Philip Seymour Hoffman - Art Howe -, Jonah Hill - Peter Brand -, Robin Wright - Sharon, la ex moglie di Billy -) , non sono particolarmente da sottolineare. Ci fa un figurone Kerris Dorsey, qui nei panni di Casey, la figlia di Billy, già Paige in Brothers & Sisters, con apparizioni in Sons of Anarchy e in Walk the Line, qui perfino alle prese con una cover di The Show di Lenka (due curiosità: la prima, il pezzo è del 2008 e il film si svolge nel 2001, sui goofs di imdb.com sono impazziti; la seconda, gustatevi - sperando che non doppino pure questo - il testo della strofa finale aggiunto dal personaggio di Casey nella registrazione, sui titoli di coda del film): la ormai tredicenne non è neppure bellissima, ma mi pare avviata verso una carriera quantomeno solida. Altre curiosità: Joe Satriani si intravede in un cameo nei panni di se stesso, e Spike Jonze interpreta, in una scena, il "nuovo" marito di Sharon, con indosso un paio di ciabatte assolutamente inguardabili.
Ve lo dico fin da adesso: se l'Academy assegnasse a questo film qualche Oscar, mi troverebbe in disaccordo. Soprattutto per le ciabatte di Jonze.

20120110

Randy


Live in London - Randy Newman (2011)

Randy Newman è un grande, chiariamolo subito, a beneficio di chi non avesse idea di chi fosse. Certo, è anziano: ha 68 anni. Lo dice lui stesso, fateci caso, se ascoltate bene la traccia numero 15, senza titolo perché è una di quelle dove Randy parla, fa cabaret tra un pezzo e l'altro, definendo se stesso (ed altri) geriatric rock. Ma, incluso da quando ha deciso di fare i soldi con le colonne sonore, ha sempre fatto grande musica (ha vinto due Oscar, per dire): e la grande musica non invecchia. Se mi mettessi a fare l'elenco di suoi pezzi diventati famosi, senza che la maggior parte delle persone sapesse che erano sue, faremmo notte. E badate, che neppure io sono un esperto di Newman.
Ecco perché, incuriosito dalla recensione tratta da Mojo, a cura di Jeff Tamarkin (ovviamente su Internazionale), mi sono procurato questo live, che a mio parere è perfetto perfino per quelli che non hanno la più pallida idea di chi sia Randy Newman.
Niente di più lontano dal rock, potremmo definirlo un cantautore con una vena caustica inesauribile [divertitevi a leggere i testi dei suoi pezzi più famosi, come Sail Away, God's Song (That's Why I Love Mankind) o Political Science, per non parlare di alcune di quelle più "recenti", tipo A Few Words In Defense Of Our Country], amante del ragtime e avvicinabile senza paura a Gershwin (un Gershwin con una lingua più che tagliente, direi), con una voce che sembra spesso sul punto di non farcela, ma che alla fine ce la fa sempre, accompagnato per l'occasione dalla BBC Concert Orchestra (e sono d'accordo con Tamarkin, anche se l'orchestra è sobria, spesso si preferiscono i pezzi dove Newman suona da solo col suo piano) diretta da Robert Ziegler, registrazione del 2008 del concerto svoltosi presso la London Symphony Orchestra St. Luke's (una chiesa anglicana del diciottesimo secolo restaurata appunto dalla LSO per usarla nei programmi di educazione musicale), e che esce pure nella versione dvd (il concerto è stato trasmesso dalla BBC... un po' come la RAI), questo disco è un'occasione magnifica per conoscere, approfondire o confermare, come dicevo in apertura, la grandezza di Randy Newman.
Il Sunday Times ha descritto questo lavoro "essential listening for anyone who cares about the art of songwriting", e devo dire che non posso che concordare anche con questo. Per approfondire, vi consiglio di leggere pure la bella recensione di Alfredo Marziano su rockol.it.

20120109

Tamara Drewe


Tamara Drewe - Tradimenti all'inglese - di Stephen Frears (2011)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: ganzetto

Ewedown, Dorset, Regno Unito. Meravigliosa e bucolica campagna inglese, ritiro per scrittori in cerca di ispirazione e con l'eventuale blocco (e il ritiro esiste davvero, gestito dagli Hardiment, o meglio da Beth, moglie devota e pure un po' ingenua di Nicholas, scrittore di best sellers famosissimo, donnaiolo incallito, pieno di sé, ma che da solo non saprebbe togliersi il famosissimo dito dal sedere), sperso buco del culo del mondo per i giovani che sono nati lì, e che proprio lì sono costretti. Il pub è frequentato dalle stesse poche persone che gironzolano e lavorano nei paraggi.
Mentre Nicholas è alle prese con l'ennesima complicazione data dalle sue scappatelle, ecco che all'improvviso in paese arriva, o meglio, torna, Tamara Drewe. Tamara è nata e cresciuta lì, era una ragazzina bruttina e rompipalle, adesso è una giornalista di successo in un corpo più che desiderabile. Naturalmente, anche il carattere mica è più lo stesso. E' lì perché, morta la madre, si vuole disfare della proprietà che ha ereditato. Le cose andranno diversamente, anche perché il suo arrivo riesce a destabilizzare tutta una serie di vite che sembravano ormai destinate alla cristallizzazione...

Basato su una striscia a fumetti, pubblicata da Posy Simmonds su The Guardian, che si basava su Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, il film diretto da un sempre brillante Stephen Frears è una di quelle commedie che ti rallegrano la serata. Brillante, appunto, ritmata, sboccata il giusto, mai stupida anche se si concede frivolezze, amenità, un pizzico di prevedibilità e di luoghi comuni.
Splendidi scenari, intelligenti prese in giro di stereotipi (la rock/pop star, lo scrittore di successo), attori bravi perfettamente calati nelle rispettive parti. C'è perfino un finale all'insegna dell'umorismo macabro, che sorprende, ma fino ad un certo punto.
Gemma Arterton (Tamara) meravigliosa protagonista, quasi irriconoscibile rispetto alla Kelly Jones dei due St. Trinian's (era anche in particine in RocknRolla e in I Love Radio Rock), e molto bravo pure l'emergente (ma forse ormai il termine è superato) Dominic Cooper (qui è Ben Sergeant, ma l'abbiamo visto in An Education, La duchessa, Captain America, come pure nel cult The Escapist).
Delizioso.

20120108

Madrid - gennaio 2012


Vi saluto per qualche giorno. Domattina volo a Madrid e torno venerdì. Tre giorni e mezzo, due prevedo di passarli nel Museo del Prado, e uno al Thyssen-Bornemisza. Finalmente spero di riuscire a gustarmi opere importanti di Hieronymus Bosch e di Francisco Goya.
Ci risentiamo presto, ma come sempre, vi lascio un post al giorno.

The Singular Life of Albert Nobbs







Albert Nobbs - di Rodrigo García (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: tristezza dé





Dublino, Irlanda, diciannovesimo secolo. Albert Nobbs è uno dei camerieri/maggiordomi di un piccolo ma elegante albergo della città, diretto con mano ferma dall'inflessibile Mrs. Baker. Nobbs è un taciturno, impeccabile lavoratore, sempre serio, il resto della servitù (è il caso di usare questa definizione) vede in lui un punto fermo, così come la signorina Baker. Nobbs, che conosce a memoria ogni preferenza, ogni abitudine dei clienti regolari, riceve una buona quantità di mance; ogni sera alza un asse del pavimento della sua camera, e su un quadernino fa i conti. Il suo sogno è comprare un edificio in disuso, ha già eletto quale, riadattarlo ed aprire una tabaccheria. C'è un piccolo particolare: Albert Nobbs non è un uomo, bensì una donna, che ogni mattina si stringe il petto in una strettissima fasciatura, si veste da uomo, e comincia a lavorare. Non si ricorda nemmeno più da quanto finge. Non ha quasi più emozioni, solo l'obiettivo della tabaccheria.





Un giorno, per alcuni lavoretti di tinteggiatura da svolgere in albergo, arriva il signor Hubert Page, e, visto che abita lontano ed il lavoro non è brevissimo, la signorina Baker lo fa rimanere per la notte. A corto di stanze per il personale, lo destina a dividere il letto con Nobbs. Nobbs non sa cosa fare, decide di dormire vestito, ma una pulce svela il suo segreto. Page condiscendente, promette di non rivelare niente. Nei giorni seguenti, Nobbs continua a coprire di attenzioni Page, per essere certo che non parlerà. Page gli rivela un segreto grande come quello di Nobbs, per convincerlo che non lo metterà in difficoltà. Nasce una specie di amicizia, e la situazione di Page, unita al differente approccio alla vita dei due, convince Nobbs a tentare di corteggiare la giovane Helen, una delle cameriere, che però ha già una relazione con l'altrettanto giovane e aitante Joe, tuttofare dello stesso albergo.





Intrigante storia tratta dal racconto breve The Singular Life of Albert Nobbs dello scrittore irlandese George Moore, il film è stato fortemente voluto dalla protagonista Glenn Close. L'attrice statunitense infatti, aveva infatti interpretato il ruolo di Nobbs in teatro nel 1982, e da allora ha tentato per anni di realizzarne un film; una decina d'anni fa il progetto sembrava essere in partenza, con la regia di István Szabó, ma mancarono i finanziamenti. Nel dicembre del 2010 sono poi partite le riprese, sotto la direzione di Rodrigo García, che, come ricordato più volte, è il figlio dello scrittore García Márquez, e che ha già diretto la Close in due film che personalmente ho apprezzato molto, Nove vite da donna e Le cose che so di lei (più il secondo del primo). Glenn Close è qui produttrice, protagonista e perfino sceneggiatrice (insieme a John Banville e Gabriella Prekop). C'è da dire che nonostante la complessità della storia, la mano di García infonde un'impronta piuttosto asettica al tutto, e purtroppo il tenore del film rimane, un po' come l'umanità e soprattutto la femminilità di Nobbs, freddo. I sentimenti di Nobbs, nascosti per decenni sotto abiti e movenze maschili, non riescono a riaffiorare, neppure stimolati in diversi contesti; la mano del regista fa la stessa cosa con l'atmosfera del film, e perfino con la direzione del cast, dove forse per la prima volta appare una Mia Wasikowska (Helen) sottotono. C'è pure Aaron Johnson (Kick-Ass, Nowhere Boy), Brendan Gleeson (Dottor Holloran), Jonathan Rhys Meyers (visconte Yarrell). Brave Janet McTeer (Hubert Page) e Bronagh Gallagher (Cathleen), bravo Mark Williams (Sean). Tipico caso di nepotismo: nel cast c'è anche Annie Starke (Aileen): è la figlia di Glenn Close. La prova della Close è ottima, ma come il resto del film appare eccessivamente controllata; di certo, una parte fatta apposta per un Oscar.





Sono del parere che una storia del genere avrebbe potuto emozionare di più.

20120107

il cospiratore


The Conspirator - di Robert Redford (2011)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: boia, se ci 'apitava sirvio 'n que' tempi lì l'aveva bell'e scampata la forca



Mentre la Guerra di secessione americana stava terminando, la sera del 14 aprile 1865, a Washington, un gruppo di Confederati tentò di assassinare il Presidente Abramo Lincoln e altri componenti del governo: solo il Presidente, dopo alcune ore di coma, morì. John Wilkes Booth, attore di teatro piuttosto famoso, che sparò a Lincoln, fu scovato ed ucciso. Altri sette cospiratori furono catturati e processati. Uno di loro, John Surratt, riusci a fuggire, e rimase per molto tempo latitante. Ma sua madre, Mary Surratt, fu catturata ed accusata di aver partecipato attivamente al complotto, in quanto proprietaria della pensione dove si erano riuniti i cospiratori.

Il processo fu pilotato, soprattutto per volere del Segretario di guerra Edwin Stanton; la Surratt fu difesa dal senatore nonché avvocato Reverdy Johnson, che delegò la difesa ad un suo associato, Frederik Aiken, un giovane avvocato che aveva servito come colonnello, fino a pochi giorni prima, nell'esercito unionista. Aiken, naturalmente riluttante in principio, a difendere la Surratt, convinto della sua colpevolezza e visto come un traditore dall'opinione pubblica nordista, si convinse pian piano della necessità di difendere la donna, e si rese conto che il processo era pesantemente falsato. Questo gli causò ancor più problemi, anche con i suoi affetti più cari. Alla fine, però...



Il grande Redford torna alla regia, e naturalmente prende a pretesto una storia del passato per accendere un dibattito sul presente. Curiosamente, ho visto questo film in ritardo, poco prima di vedere J. Edgar di Eastwood, sulla figura di John Edgar Hoover, e pur svolgendosi a 100 anni circa di distanza l'una dall'altra le storie, convergono su una specie di strategia della paura, attuata dai governanti degli Stati Uniti d'America nei confronti dei loro cittadini.

Il film di Redford, che difetta forse un poco nell'eccessiva lunghezza, e soprattutto nell'uso di una fotografia esageratamente "smarmellata" (vedi Boris e il direttore della fotografia Duccio Patané), è invece ottimo sia nella ricostruzione storica (guardatevi, per dirne una, la fotografia della pensione della Surratt, e confrontatela con quella del film), sia nell'atmosfera, nella scelta del cast, e come detto, nell'instillare una profonda riflessione sulla giustizia, in generale e statunitense, e sulla gestione del potere in ogni epoca storica. Ottima la scelta della figura del protagonista Aiken, eroe nordista che si trova a dover (dapprima) difendere una sudista; inizialmente viene forzato da Reverdy Johnson, perché ognuno dovrebbe avere un processo giusto, poi, col passare del tempo e degli eventi, Aiken si convince della giustezza dell'incarico che Johnson gli ha affidato, a dispetto dei suoi sospetti sul coinvolgimento della Surratt, e di tutti quelli che lo vedono come un traditore, o anche solo in una posizione sconveniente. Dilemma etico, umano, quindi, oltre che "nazionale".

Bravi McAvoy (Aiken) e la Wright (Mary Surratt), un grande cast di contorno, sia di stelline (Evan Rachel Wood, Alexis Bledel, Johnny Simmons, Justin Long), sia di ottimi caratteristi vecchi e giovani (Tom Wilkinson, Danny Huston, Colm Meaney, James Badge Dale). Ottimo pure Kevin Kline nei panni di Edwin Stanton.



PS allego la locandina statunitense, molto più bella di quella italiana.

20120106

musica di culto




Worship Music - Anthrax (2011)








Pensavo non mi potesse più capitare, di ascoltare un nuovo disco degli Anthrax. E invece mai dire mai. Prendo a pretesto l'uscita (l'anno passato) di questo Worship Music, per sciorinare la mia conoscenza di qualche leggenda del metal. Sofferta e complicata, la storia della band di Scott Not Ian, unico membro rimasto inamovibile (anche se, in occasione della nascita della figlioletta, avuta, pensate un po', dalla figlia di Meat Loaf, anche lui si è fatto sostituire in tour) fin dal lontano 1981. Per questo disco tornano per quattro quinti nella formazione del loro momento di maggior fama (dal 1984 al 1992): Joey Belladonna alla voce, Charlie Benante alla batteria, il di lui nipote Frank Bello, naturalmente Scott Ian a una delle chitarre, ed infine l'altro chitarrista Rob Caggiano, con loro "solo" dal 2003.




Band seminale del thrash metal, il tempo ha riservato loro meno fortuna rispetto ai Metallica, i più ricchi e famosi, agli Slayer, trasformatisi in band di culto, con uno zoccolo duro di fans difficilmente riscontrabile per altri casi, ponendoli forse al pari dei Megadeth, con i quali condividono gli innumerevoli cambi di formazione, ma non la presenza costante e direi dittatoriale di un leader incontrastato: di certo Scott Ian non ha il carattere di Dave Mustaine! E pensare, riflettevo dando un'occhiata alla timeline dei componenti (sulla scheda Wikipedia), che quasi per uno scherzo del destino, gli Anthrax hanno, seppur per un brevissimo periodo, avuto in formazione il nucleo originario e fondamentale dei mitici Armored Saint, il cantante John Bush ed il bassista Joey Vera, ai tempi due oggetti del desiderio dei "rivali" Metallica. Appunto, la leggenda vuole che lo stesso James Hetfield, conscio di non essere un cantante (almeno, fino al Black Album), abbia, insieme agli altri componenti dei Four Horsemen, ripetutamente tentato di convincere Bush ad unirsi, come voce solista, ai Metallica, abbandonando gli Armored Saint, che sono rimasti una band dallo scarso successo commerciale. Non solo. Immediatamente dopo la tragica morte di Cliff Burton, la "prima scelta" cadde naturalmente su Joey Vera: questo perché Metallica ed Armored Saint erano strettamente legati da amicizie incrociate; si trattava quindi più di dare un'opportunità agli amici, più che di un tentativo di screditare la band. Sia Bush che Vera si negarono per l'attaccamento viscerale che nutrivano per la loro "creatura": come siano poi finiti negli Anthrax, sarebbe da indagare. Molto probabilmente, il tempo e lo scarso successo hanno influito sulle scelte.




Chiusa questa lunghissima parentesi, parliamo brevemente del disco. Non siamo più nei primi '90, di musica così come d'acqua sotto i ponti, ne è passata tanta. Ecco che Worship Music suona come un album di metal moderno, fondendo elementi di speed/thrash (Earth On Hell) con quelli di hard rock o di classic heavy metal: quando la band riesce a trovare una giusta miscela, il risultato è dannatamente catchy e duro al tempo stesso, come in The Devil You Know o Fight 'Em 'Til You Can't (scelti infatti come singoli). Molto belle anche I'm Alive ed In The End. La hidden track è New Noise dei Refused, la band di Dennis Lyxzén, poi nei The (International) Noise Conspiracy. Sempre portentose le ritmiche di Ian, sempre piacevole la voce di Belladonna. Impressionante, a questo proposito, il fatto che questo disco dovesse in prima battuta essere cantato da Dan Nelson, poi da John Bush, e alla fine sia stato invece cantato da Joey Belladonna: in breve, la storia degli Anthrax. Chiaro che la maggior parte del materiale sia stata riscritta; c'è una discreta coesione nel materiale, anzi, forse il maggior difetto è una certa monocorde uniformità dei pezzi.


In conclusione, ci fa piacere che i ragazzi siano ancora vivi, ed abbiano ancora passione. Il disco non è niente male, sia per i vecchi appassionati, sia per chi si avvicina solo adesso a sonorità più dure. Un po' di stabilità potrebbe far si che il prossimo disco risulti sorprendente.

20120105

alice

m'è ritornata voglia di alice.

Hoover




J. Edgar - di Clint Eastwood (2012)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: l'omo che ha 'nventato le spie di vestura



John Edgar Hoover, nato (e morto) a Washington D. C. il primo gennaio 1895, è stato un importantissimo funzionario statunitense. Lavorò per il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti d'America fin dalla prima guerra mondiale, passando presto in forza al BOI (Bureau Of Investigation), agenzia che cambiò un paio di nomi prima che, sotto la sua direzione, assumesse quello che conserva fino ad oggi, FBI, Federal Bureau of Investigation. Nelle sue mani, capaci, forti, tenaci, caparbie, ma pure capricciose, egocentriche, quasi maniacali, l'FBI è diventato una potenza capace di destabilizzare perfino il Presidente degli USA. Hoover rimane a capo dell'organizzazione fino alla sua morte, avvenuta il 2 maggio 1972, dopo 48 anni di comando, mentre a capo degli USA si erano succeduti ben otto presidenti.




Ebbe un rapporto strettissimo con la madre Anna Marie Scheitlin, non si sposò mai ma visse come in simbiosi col suo vice Clyde Tolson; questa cosa, i sospetti mai chiariti che fosse gay, uniti alla gestione non sempre cristallina dell'enorme mole di informazioni, i grandi successi nella lotta alla criminalità organizzata, l'uso disinvolto della violenza, i rapporti privilegiati ma pure contraddittori con i vari politici e i presidenti stessi, hanno da sempre generato molte leggende sulla sua figura, sia nel bene che nel male.



Eastwood, con la sceneggiatura del giovane Dustin Lance Black (ex mormone, attivista gay e specializzato in sceneggiature a proposito di personaggi gay, Oscar per la sceneggiatura di Milk), ci racconta circa 50 anni di vita di Hoover, da poco prima della creazione dell'FBI alla di lui morte.



E' un film scuro, questo J. Edgar, dove Eastwood e Black scelgono di dire e non dire: la gaytudine di Hoover non è dichiarata, rimane sottotraccia, anche se è evidente, e possiamo anche credere che sia davvero stata vissuta così (erano altri tempi, e come sostiene Black, Harvey Milk ancora non aveva "liberato" né lui, né altri gay); certo che, messa così, si è quasi portati a credere che tutta questa paranoia, questa tendenza ad accumulare segreti (suoi e degli altri), sia in gran parte dovuta al rapporto con la madre. Come che sia, se da una parte J. Edgar è senza dubbio un film ben girato, e che tenta di raccontare una figura importantissima per gli USA e, di conseguenza, per il mondo intero, con una ennesima sontuosa interpretazione da parte di Leonardo DiCaprio nella parte dell'assoluto protagonista (anche qui, perdonate la pedanteria, c'è da sottolineare che ci sarà da vedere come sarà doppiato in Italia; l'attore ha lavorato molto sul modo di parlare, cosa che "perderemo" nella versione italiana), dall'altra non l'ho trovato eccezionale, e con numerosi difetti. Il primo, il trucco, brutto, soprattutto nell'invecchiamento di Armie Hamer (vi ricordate i gemelli Vinklevoss di The Social Network?) nella parte di Clyde Tolson, assolutamente inguardabile (e che, mi è parso di vedere, creava qualche problema all'attore nei movimenti). Il resto, la mancanza di emozione che questo film trasmette, è forse dovuta alla figura stessa di Hoover, un personaggio talmente impermeabile, e pure un po' viscido, al punto che la sua figura non riesce a toccare nemmeno un po'. E pensare che è talmente ingombrante da offuscare, e lasciare senza spazio alcuno, le figure di contorno. Se sia colpa del regista o dello sceneggiatore, è difficile da dire, anche se propendo per una co-responsabilità dei due.


Questa freddezza generale, a mio giudizio, congela un po' anche gli spunti di riflessione, spunti che la gestione delle informazioni di questo tipo potrebbe e dovrebbe generare. Anche se è chiaro che stiamo parlando della same old shit: così è la politica, così è il potere, baby.


Poteva essere un biopic da urlo? Forse. A me pare "solo" un buon film, un'occasione per saperne di più su una figura comunque importante. Ci sarà sicuramente chi rimarrà maggiormente impressionato, dall'ultima fatica dell'uomo dalla cravatta di cuoio. A me ha lasciato, come detto, piuttosto freddino.



PS i truccatori nell'invecchiamento di DiCaprio si sono sicuramente ispirati a Marlon Brando.

20120104

gennaio

in questo periodo di vacche magre mi da soddisfazione solo l'euribor.

Almanya - Willkommen in Deutschland


Almanya - La mia famiglia va in Germania - di Yasemin Samdereli (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: vando gireranno un firme 'osì sull'immigrazzione in Italia, sarà sempre troppo tardi

Monaco, Germania. Dopo 45 anni, molti dei quali passati a lavorare, Huseyin, turco della regione dell'Anatolia, sta per diventare cittadino tedesco a tutti gli effetti, e con lui la moglie Fatma. Huseyin, ormai in pensione, ha avuto con Fatma quattro figli: Veli, Muhamed e Leyla, nati in Turchia, e Ali, il più giovane, nato quando la famiglia si era già trasferita in Germania. Tutti si sono fatti una vita "tedesca", al punto che il nipotino Cenk, figlio di Ali e della moglie (tedesca) Gabi, è talmente confuso sulle sue origini che non sa se, con i compagni di scuola che giocano a pallone, deve schierarsi tra i turchi o tra i tedeschi; confusione che aumenta quando, sollecitato dalla maestra a parlare delle origini della propria famiglia, quando lui risponde "Anatolia", la maestra è costretta a porre la bandierina di provenienza fuori dalla mappa, visto che è una mappa europea.
Huseyin, nonostante il passaporto (e la cittadinanza) tedesco nuovo di pacca, non ne vuol sapere di sentirsi tedesco, tanto è che comunica alla famiglia radunata per un pranzo, che ha appena acquistato una casa in Anatolia, e vuole che per le vacanze estive tutta la famiglia vada con lui a vederla, e a dargli una mano per i lavori di ristrutturazione. Tra quelli che non sono troppo convinti di questa gita di famiglia, la nipote Canan, figlia all'incirca diciottenne di Leyla, che scopre di essere incinta del fidanzato inglese David, e che non sa come dirlo alla madre, e al resto della famiglia. Sarà però proprio Canan, attenta "tesoriera" della storia della famiglia Yilmaz, che aiuterà Cenk a schiarirsi le idee sulle sue origini, raccontandogli la storia di Huseyin, Fatma, e della relazione "privilegiata" tra la Germania e la Turchia, e di come, dal dopoguerra ad oggi, le cose siano cambiate.

Non so com'è, ma le delizie della stagione cinematografica arrivano quasi sempre tra dicembre e gennaio. Fateci caso. Certo è che, quando arrivano, quando vi stai assistendo, te ne rendi conto. Io personalmente vivo uno strano stato di eccitazione e commozione singhiozzante, naturalmente unita a pianti a dirotto, che a stento riesco a trattenere, cercando invano di non rendermi ridicolo al cospetto degli altri spettatori che, non so come facciano, si commuovono sempre molto meno di me. E quando scorrono i titoli di coda, mi sento meglio, soddisfatto come se avessi guadagnato mille euro in un'ora e mezzo. E invece, ho solo pagato il biglietto di una sala cinematografica.
Scuserete la pallosa introduzione, ma sono certo che la confronterete con le vostre sensazioni, dopo che avrete visto Almanya (per chi proprio non ci arrivasse, Germania in turco). E' uno di quei film "piccoli", delicati, deliziosi, soddisfacenti appunto, che uno si aspetta sempre di "scoprire" dentro ad un cinema che magari è sempre sul punto di chiudere (poi, magari lo proietteranno anche dentro ai multisala, ma non sono sicuro che risulterebbe avere lo stesso gusto). Purtroppo, come ho già espresso sia nella top ten, sia nel giudizio vernacolare, questo tocco levigato e dal tono riconoscente (verso la Germania, paese che ha "richiesto" e accolto centinaia di migliaia di gastarbeiter, cambiando le loro vite, quelle delle loro famiglie, quelle dei loro paesi di origine e, ovviamente, quelle della stessa Germania), non mi risulta che sia mai stato usato da un qualsiasi figlio, nipote, discendente di lavoratore immigrato, nei confronti dell'Italia: quando accadrà, a parte che sarà sempre troppo tardi, potremo ritenerci soddisfatti, non più razzisti, e sicuramente saremo un popolo migliore.
Ma mi rendo conto che sto perdendo di vista il punto: tutto merito di Almanya, e di queste due stupende persone, Yasemin Samdereli, regista, e della sorella Nesrin, co-sceneggiatrice (insieme a Yasemin), perché per fare un film così bello bisogna essere per forza anche belle persone, turco-tedesche di ennesima generazione, che si sono impegnate (da sempre) nel de-drammatizzare la visione che i tedeschi avevano della famiglia tradizionale turca. E ci sono riuscite perfettamente, miscelando con sapienza commedia e dramma, storia ed attualità, road-movie e sit-com, con una visione che dovrebbe essere quella europea, per un'Europa migliore.
Fotografia brillante, ritmo fresco senza un cedimento, interpreti stupendi ed ottimamente diretti, sceneggiatura all'apparenza semplice ma invece ben strutturata, le due sorelle ci regalano un gioiellino che sarà difficile dimenticare, per chiunque lo vedrà.
Il tutto si chiude sulla citazione dello svizzero Max Frisch, proprio sull'immigrazione (lui pare si riferisse a quella italiana in Svizzera): "Wir reifen arbeitskrafte und es kamen menschen", se ho ben capito più o meno "Cercavamo lavoratori e sono arrivate persone".
Ce ne fossero, di film così.

20120103

oh my darling

Chissà che non abbiamo trovato uno dei dischi dell'anno prima ancora che esca. E' prevista per il 30 gennaio 2012 l'uscita del primo album di Lana Del Rey, dal titolo Born To Die (in realtà ci sarebbe un altro album, ma ha una storia strana, se vi interessa leggetela qui, meglio nella versione inglese). Ho "scoperto" per caso l'esistenza di questa meravigliosa creatura, dalla voce che pare inferiore solo al suo aspetto. Allego il videoclip della canzone Video Games, ma se andate sul suo sito potete trovare anche il nuovo dell'ulteriore singolo Born To Die. Non fermatevi all'aspetto esteriore, che ovviamente non guasta.




Jodaeiye Nader az Simin


Una separazione - di Asghar Farhadi (2011)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: popo' di cervello ti cià 'r regista

Teheran, Iran. Nader e Simin sono una coppia sposata da 14 anni, dell'alta borghesia iraniana della capitale. Vivono in una bella casa, hanno una figlia preadolescente, Termeh. La coppia è sull'orlo della separazione: Simin è stanca di vivere nelle condizioni dell'odierno Iran, e non vuole che Termeh cresca qui. Nader non è affatto d'accordo, e vuole rimanere accanto al vecchio padre, ormai non più autosufficiente a causa dell'Alzheimer. Nonostante tra i due esista ancora qualcosa, la divergenza sul loro futuro è irreparabile: Simin chiede il divorzio, e lascia la casa, tornando momentaneamente a vivere con i di lei genitori.
Termeh è devastata dalla lotta dei genitori. Nader, su consiglio della moglie, assume Razieh, una donna proveniente dalla periferia povera di Teheran, sposata, molto osservante della propria religione, per assistere il padre, mentre lui espleta il suo lavoro di bancario. La richiesta di divorzio di Simin viene rigettata dai giudici (motivazioni non gravi per giustificare il divorzio); la tensione tra i due rimane alta, le condizioni del padre di Nader peggiorano; inoltre, Razieh è incinta, ma non lo ha detto al momento dell'assunzione, il viaggio per arrivare a casa di Nader la sfianca, e ha accettato il lavoro senza chiedere il permesso dell'irascibile (senza lavoro e pieno di debiti) marito Hodjat.

Film da non perdere, regista da seguire con grande attenzione, Una separazione ha già vinto l'Orso d'Oro all'ultimo festival di Berlino, è candidato ai Golden Globe e probabilmente entrerà nella cinquina per l'Oscar al miglior film di lingua non inglese. Dovrebbe bastare questo, ma siccome mi piace pensare di capire qualcosa di cinema, anche se non è vero, vi assicuro, se ancora non l'aveste visto, che è un film spiazzante, interessantissimo, sorprendente, così come il precedente, About Elly, che riscosse un discreto successo anche in Italia nel 2010.
La costruzione infatti pare identica, quasi "concentrica", se mi passate il termine, anche se lo sfondo è diverso. Rimaniamo nella classe medio-alta iraniana, ma qui si entra in casa di una coppia sposata. Si tocca con mano l'insoddisfazione delle persone, la povertà diffusa (entrando in contatto con un'altra famiglia), le innumerevoli difficoltà che l'osservanza stretta della religione musulmana comporta nella vita di tutti i giorni.
La messa in scena è volutamente povera, realista, senza sconti, con una fotografia che rende bene l'idea della realtà iraniana. Gli attori sono tutti molto convincenti, e la faccia del protagonista, Peyman Maadi (Nader), già visto in About Elly (era Peyman, guarda caso), è particolarmente espressiva. Anche la sua partner, Leila Hatami (Simin), così come Sareh Bayat (Razieh), svolgono un ottimo lavoro. Nella parte di Termeh, il regista fa debuttare sua figlia, Sarina Farhadi.
La sceneggiatura è geniale nel complicare sempre più la storia, ed introdurre elementi che arricchiscono la complessità dello svolgimento; che però, alla fine, si "riduce" ad un dramma umano ed etico, dopo una lunga serie di sotterfugi, bugie, fraintendimenti, miserie. La scena di chiusura è degna dei maestri del cinema, e lascia davvero senza fiato, senza per questo essere Mission Impossible.
Grande.

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top ten movies 2011


1) La donna che canta (Incendies) - di Denis Villeneuve

Un film che ti prende al cuore e alle viscere. Grande cinema.







Minimale, forte, duro, dolcissimo. Come piace a noi.







Geniale.







Sfrontato, scorretto, spiazzante.







Cinema ruvido (non rozzo) ma efficace.







Stesso schema del film precedente, cambio di scenario, stessa sceneggiatura ad orologeria. Hitchcock meets Makhmalbaf, ed è ancora grande cinema. Recensione domani, martedì 3 gennaio.







Lezione di cinema.







A fassbinder è piaciuto più quest'albero che quello di Malick. E parla, in fondo, delle stesse cose.







Acerbo ma personale. I fans ringraziano.







Fresco, divertente, commovente. Quando un regista di origini extracomunitarie girerà un film del genere con l'Italia (e gli italiani) sullo sfondo, dipingendoli come la Samdereli racconta i tedeschi, vorrà dire che avremo fatto dei grandi passi avanti. Recensione dopo domani, mercoledì 4 gennaio.

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c'erano


Delle morti del 2011, una mi ha colpito particolarmente: quella di Vaclav Havel. Non so perché, non ero un conoscitore delle sue opere (per niente), teatrali o scritte, mi è capitato solo di leggere qualche suo articolo o di leggere quello che i giornalisti scrivevano di lui, ma mi ha sempre dato l'idea di una di quelle persone che lasciano un vuoto incolmabile quando se ne vanno.
Per rendere l'idea, ho pensato di citare un titolo di un suo scritto:
La magistratura è il potere dei senza potere.

Se lo confrontate con tutto quello che pensa (e che dichiara) Silvio Berlusconi della magistratura, potrete evincere la grandezza dell'uomo. Quale, decidete voi.

top ten records 2011


1) El Camino - Black Keys
Magari è uscito proprio nel momento giusto. Magari è un disco ruffiano. Magari è semplice. Magari sono hip. Però, se in pochi secondi dovete pensare ad un disco del 2011 che vi dia gioia ed energia, El Camino è la risposta.

Grinta, bellezza, ispirazione, charme. Debutto dell'anno, e c'era chi se lo sentiva.

Uno di quei dischi che non ti aspetti, ma che ti fa battere il piedino tutto l'anno. Ed oltre.

Le manca solo il capolavoro, ma secondo me non ci sarà da aspettare molto.

Una crescita vertiginosa. Un futuro radioso. Non dimenticate dove avete letto il suo nome le prime volte.

Quando la musica riesce a trasmettere emozioni che toccano le corde del cuore.

Disco avvolgente, così come la band che lo suona. Echi di terre lontane, eppure vengono da Denver, Colorado.

Disco non immediato, ma di classe cristallina. Altra signorina di sicuro avvenire.

L'emo che ci piace. Tanto.

Era impossibile lasciarlo fuori dai primi dieci dischi dell'anno. Un disco incredibilmente complesso, strutturato, stratificato. Una grande artista che non ha più niente da dimostrare, ma continua a lavorare sodo.

preghiera

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preghiera

amore mio questa è l'ultima preghiera
per salvare il tuo cuore
il cuore non è semplice come pensi
lui contiene tutto quello che non ci sta nella dispensa

ci sta il mio amore!
ci stanno tre vite intere
ci sta un mobiletto per il trucco
ci stiamo noi due

ci sta perfino il mio amore
questa è l'ultima preghiera
per salvare il tuo cuore
il cuore non è semplice come pensi
lui contiene tutto quello che non ci sta nella dispensa

ci sta il mio amore!
ci stanno tre vite intere
ci sta un mobiletto per il trucco
ci sta questa preghiera







Segnalato da Internazionale.