No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120320

games



Giochi di società - Offlaga Disco Pax (2012)



Comunque la si pensi sui reggiani, gli ODP sono una delle cose più belle partorite dall'underground (si dirà ancora?) italiano negli ultimi dieci anni. Facciamo dodici, per fare conto pari. E qualunque gradimento si possa avere verso i loro tre lavori, è innegabile che un po' tutti ci aspettavamo che la loro formula annoiasse già al secondo disco (Bachelite). Invece, sono qui che ascolto il loro terzo e nuovissimo Giochi di società, con un sorrisetto ebete sulle labbra, e un vago senso di malinconia misto a consapevolezza adulta, che mi assale ogni qualvolta arriva Sequoia. Il suono, se possibile, si è elettroni(ci)zzato ulteriormente, richiamando cose del passato new wave che fu, ma nonostante quel che si potrebbe supporre, l'atmosfera che i ragazzi riescono ogni volta a creare è caldo come un camino acceso in inverno, mentre fuori nevica. Che raccontino di concerti storici mai visti (Respinti all'uscio), imprese ciclistiche epiche (Tulipani) o di passioni politiche "indotte" dall'ambiente familiare (Palazzo Masdoni), gli ODP riescono ad affascinare l'ascoltatore attento con piccole storie quotidiane, che siano del passato o del presente poco importa. Meno rabbioso e più distaccato, quasi riflessivo rispetto alle opere precedenti, Giochi di società, anche quando i testi risultano meno immediati (Desistenza), riesce a risultare perfino elegante a livello musicale. E' importante che ci siano, gli Offlaga.

20120319

first sun, first love

Martedì scorso, approfittando di un giorno di ferie "di strascico" che mi ero preso (dal mercoledì precedente, che avevo usato per "salire" a Milano, per poi partire il giovedì alla volta di Istanbul - si, ok, ve ne parlerò, prima o poi - e tornare domenica, rimanere la notte a Milano, e scendere di nuovo verso sud il lunedì mattina), vista la splendida giornata, mi sono alzato presto, mi son visto gli episodi "persi" in quei giorni delle serie che seguo, sono andato in piscina verso le 13,00, e poco prima delle 14,00 ero in spiaggia, in costume (pantaloncino da mare, il costume non lo uso più da anni), a prendere il sole; ho fatto perfino un tuffo in mare (l'acqua era freddissima). Fuori stagione mi piace andare a Marina di Bibbona: la sabbia è vera (e non "riportata", come al paesello), la spiaggia è lunga, c'è pochissima gente, basta camminare un po' dopo aver parcheggiato l'auto. Il primo sole, come ormai avrà capito chi di voi legge il blog ogni giorno, è una di quelle piccole cose che per me rappresentano un passaggio simbolico, anche se non sono uno che d'inverno va in letargo e che preferisce l'autunno. E' una di quelle cose che ti piacerebbe condividere, ma che se sei solo devi abituarti a "festeggiare" per proprio conto, e questo ti deve bastare. Mi è bastato, me la son goduta.
Non so neppure perché vi racconti questa cosa, che magari ve lo potete pure immaginare, conoscendomi un po'. Vista l'ora "strana", mentre tornavo ad andatura lenta verso il paesello, alla radio c'era questo programma splendido, Io sono qui, di Matteo Caccia, una voce simpatica, brillante, che esprime concetti semplici, condivisibili, spesso profondi. L'argomento del giorno era il primo amore, più o meno. Il titolo era, per la precisione, La leggerezza dell'amore. Si leggevano dei racconti degli ascoltatori, alcuni bellissimi, e i commenti. I primi amori, spesso ad un'età nella quale non si capisce quasi niente, nonostante appunto la leggerezza, sono totalizzanti, sono esperienze che ti cambiano la vita, che ti rimangono in mente (che poi, magari è il secondo, o il quarto, che ti rimane in mente) per sempre. Ascoltavo questi racconti, mi passavano davanti delle immagini, il mio amore per quella biondina a 11, 12 anni, quella che adesso fa la poliziotta e che avevo visto proprio pochi giorni prima al Commissariato, dove ero andato a far timbrare il passaporto e lei mi aveva salutato sorridendo, lei che una notte mi fermò, di pattuglia, alle tre, e rideva mentre faceva finta di controllare i miei documenti, e poi le cose mi si sono confuse in testa e mi sono passate davanti quasi tutte. Ascoltavo le riflessioni del conduttore del programma, e mi sono trovato a pensare che, a 46 anni, quelle poche volte che mi capita di innamorarmi di nuovo, forse perché le donne di cui mi innamoro hanno questo bruttissimo vizio di non corrispondermi, lo faccio sempre come se fosse la prima volta, e ogni volta mi perdo nel mare dei sentimenti, ed ogni volta annego, ed ogni volta resuscito, magari boccheggiando, annaspando, e poi pian piano il ritmo del mio respiro torna normale. O quasi.
E poi mi sono accorto che stavo piangendo. Moderatamente.

32 agosto sulla Terra


Un 32 aout sur terre - di Denis Villeneuve (1998)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: assurdo

Montreal, Canada. Simone, circa trent'anni, una modella, ha un incidente d'auto, dal quale esce miracolosamente illesa. Il fatto la fa riflettere sul senso della sua vita: lascia il lavoro, rinuncia al viaggio in Italia per cui stava per partire, e decide di concepire un figlio. Essendo sola, decide che il padre dovrà essere il suo migliore amico, Philippe. Questo, quando è "informato", non sa cosa rispondere. Alla fine, decide: d'accordo, sarà il padre, ma dovrà essere concepito in un deserto. I due partono per Salt Lake City, per recarsi nel deserto del Gran Lago Salato lì vicino.

Denis Villeneuve, canadese del Québec, è un regista che mi piace. Ecco perché mi sono andato a cercare questo suo primo lungometraggio del 1998, un film che ottenne un discreto successo di critica, ma che a mio giudizio ha un registro decisamente surreale, molto diverso dai suoi film seguenti. La storia è scandita da un calendario inesistente, che comincia proprio col 32 di agosto, e va avanti col 33, il 34, il 35. Alterna scenari in interno a riprese in campo aperto di grande respiro, colori sfumati e luci tenue a botte di colore improvvise e quasi contundenti, per una storia fondamentalmente semplice come un bicchier d'acqua, che complica con espedienti non sempre funzionali, ma che divertono con, appunto, un pizzico di surrealismo.
Molto brava la protagonista Pascale Bussières (Simone), divertente il protagonista maschile Alexis Martin (Philippe). Un film decisamente solo per appassionati e fan del regista.

20120318

presa al collo


Half Nelson - di Ryan Fleck (2009)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: vedi a vorte l'insennianti...

Brooklyn. Dan Dunne è un insegnante di storia non ancora trentenne. Insegna in una scuola media con prevalenza di ragazzi neri e ispanici; fa anche l'allenatore della squadra di basket femminile della stessa scuola. Dan è, o meglio era, un idealista: voleva cambiare il mondo con la forza delle idee e del ragionamento. E' per questo, per questa reminiscenza, che adotta un metodo di insegnamento che gli crea problemi con i superiori. Preferisce la dialettica, il ragionamento, la spiegazione che è la politica, le tensioni tra i popoli, gli interessi economici, che determinano il corso della storia; cerca di insegnare questo ai suoi allievi, anziché fargli leggere i libri di testo perché memorizzino date e avvenimenti. Se da una parte il suo metodo non piace ai superiori, agli allievi piace e molto, anche se, e qui torniamo all'idealismo fallito, con situazioni familiari come le loro, in un ambiente come quello in cui vivono, le nozioni che Dan gli insegna, non servono granché. In una sorta di avvitamento comune, Dan si è da tempo rifugiato nelle droghe, che usa spesso quando non è a scuola. La sua vita è vuota, il suo rapporto coi genitori distante seppur cordiale, rimpiange la sua ex anche se non è riuscito a tenerla vicino a sé, non riesce ad avere rapporti duraturi quando si va oltre ad una serata divertente. Drey è una tredicenne nera, sua allieva e sua giocatrice nella squadra di basket. E' sveglia, intelligente, già scafata nella vita. Il padre è assente, la madre si fa in quattro letteralmente per lavorare più possibile e portare a casa i soldi necessari a mantenere lei e la figlia; suo fratello più grande Mike è in prigione, per una storia legata allo spaccio di droga per conto dello spacciatore del quartiere Frank. Frank è riconoscente verso Mike per non averlo tradito, e per questo pensa che la cosa migliore da fare sia proteggere Drey, e visto che la famiglia ha bisogno di soldi, di coinvolgerla pian piano nello spaccio. Tra Dan e Drey c'è già una simpatia sana, una sorta di rispetto che sicuramente va oltre il rapporto insegnante/allieva. Quando, una sera, dopo una partita, Drey sorprende Dan nei bagni a fumare crack, il rapporto, anziché cambiare, interrompersi, si evolve. Drey mantiene il segreto, forse perché capisce che nessuno più di lui può comprenderla, e anche Dan accetta di diventare sua amico più che suo insegnante, ma non per "comprare" il suo silenzio, bensì perché trova nella tredicenne una persona che può capirlo senza giudicarlo.

Film decisamente interessante questo debutto nel lungometraggio fiction (prima c'erano stati corti o documentari), che nominalmente vede alla regia Ryan Fleck, che cura la sceneggiatura insieme alla fedele amica Anna Boden (in realtà c'è chi dice che è un lavoro di co-regia, come per il recente It's Kind of a Funny Story, che, scopro adesso, in italiano si chiama o si chiamerà 5 giorni fuori, secondo imdb.com, anche se non c'è una data di uscita italiana), tanto è vero che nel 2007 ottene una nomination agli Oscar (per il miglior attore protagonista, Ryan Gosling). Film del 2006, in Italia uscito direttamente in dvd nel 2009, Half Nelson (da una presa di wrestling) riprende la storia che Fleck e Boden avevano accennato nel corto del 2004 Gowanus, Brooklyn, ed è un film che, come giustamente hanno sottolineato molti critici ben più accreditati di me, lascia molto spazio allo spettatore, nel senso che i dialoghi sono presenti, ma non dicono mai tutto, così come le azioni e le cose della vita dei due protagonisti che ci vengono mostrate. Non c'è un giudizio sommario, ma solo l'insinuarsi del dubbio: oltre che l'apparenza può ingannare, in fondo una persona può non essere completamente da buttare anche se spaccia o consuma droga. Certo, alla fine il personaggio più maturo risulta essere quello di Drey, 13 anni, rispetto a quello di Dan, suo insegnante, di quasi 30 anni. Ma la vita riserva, oltre che sorprese, anche delusioni, dolori, impotenza di fronte agli eventi. E chissà che da una strana amicizia, non possa uscire qualcosa di migliore.
Oltre al "solito" grande Ryan Gosling, nei panni di Dan Dunne, sempre col suo registro sottotono, è impressionante la prova di Shareeka Epps (Drey), qui al debutto, riprendendo il suo ruolo del corto citato poc'anzi. Facce note sono quelle di Anthony Mackie (8 Mile, The Manchurian Candidate, Lei mi odia, Million Dollar Baby, The Hurt Locker, I guardiani del destino, Real Steel) che interpreta Frank, Tina Holmes (Six Feet Under, Taken, Storytelling) nei panni di Rachel, la ex di Dan, e Monique Gabriela Curnen (Lie To Me, Sons of Anarchy, Contagion) che qui è Isabel, una collega di Dan.
Regia "irregolare" (molta camera a mano), ma in questo caso adeguata. Film dall'incedere lento, ma vibrante (anche) di sincerità.

20120317

un elogio per i dannati



A Eulogy for the Damned - Orange Goblin (2012)






Il settimo disco degli inglesi Orange Goblin è, direi finalmente, il primo disco uscito nel 2012 che riesce ad interessarmi un minimo, e nello specifico che è riuscito a distogliermi da un best dei Depeche Mode. Son cose che capitano. Gli OG, capitanati dalla massiccia figura di Ben Ward, partono nel 1995 come stoner band, inglobando via via altri elementi ed influenze, sempre rimanendo nell'ambito metal, fino ad arrivare ad un ibrido che, intendiamoci, non ha nulla di particolarmente innovativo o rivoluzionario, ma che funziona alla grande. Reminiscenze stoner-doom fanno da sfondo ad un songwriting che occhieggia a strutture quasi progressive come quelle dei primi Mastodon (Red Tide Rising, Death of Aquarius), fino allo street-metal più sbarazzino (The Filthy & The Few, Save Me From Myself addirittura con corettini che sostengono il chorus): The Fog, ad esempio, è un ottimo esempio di crossover tra questi due estremi, ma anche altri pezzi potrebbero ben rappresentare questo ibrido. Sostenuto dalla chitarra di Joe Hoare, compressa e pompata al punto giusto, che inanella riff risentiti ma sempre ben eseguiti, il cantato di Ward, grezzo e potente, si disimpegna più che discretamente, mentre per quanto riguarda la sezione ritmica la batteria di Christopher Turner fa il suo dovere, mentre il basso di Martyn Millard qua e là si concede qualche gustosa divagazione tecnica (la parte di basso del pezzo di apertura Red Tide Rising, la parte centrale di Save Me From Myself, ). E' pressoché inutile sottolineare che tutto ciò non avrebbe potuto esistere senza i Black Sabbath, ma ormai dovreste averlo capito anche voi poppettari.

20120316

The Elmira Express


The Express - di Gary Fleder (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: speriamo siano finiti ve' tempi

Ernest Ernie Davis nacque nel 1939 a New Salem, Pennsylvania, e si trasferì un paio di volte, fino a stabilirsi ad Elmira, New York. Nero di famiglia modesta, eccelleva negli sport ed era un corridore fenomenale. Completata la high-school, essendo già un ottimo running back di football americano, si iscrisse alla Syracuse University, su consiglio di Jim Brown, uno degli allora pochi giocatori professionisti neri di football, che era andato alla Syracuse. Il suo coach fu Ben Schwartzwalder, un allenatore duro ma senza dubbio capace. Davis è famoso per essere stato il primo giocatore di colore ad aver vinto l'Heisman Trophy, un prestigioso premio per il miglior giocatore di football dei college, che, per questo motivo, fu seguito perfino dal presidente Kennedy, che ai tempi di questo premio chiese di incontrarlo. Davis fu prima scelta dei professionisti, alla fine del college; ma non giocò mai nessuna partita da professionista.

Una sorta di biopic, questo film del 2008 (da noi uscito direttamente in dvd nel 2009) del regista Gary Fleder, autore di Cosa fare a Denver quando sei morto e La giuria, poi dedicatosi soprattutto alla televisione, su una figura naturalmente a noi italiani del tutto sconosciuta; la sua storia è rappresentativa, un po' come più di recente con The Help, degli anni bollenti a causa degli strascichi razzisti negli USA. Il film è sceneggiato da Charles Leavitt (Blood Diamond), che ha adattato il libro di Robert C. Gallagher The Elmira Express: the Story of Ernie Davis. Il film è una sorta di compitino ben svolto, e lo dico senza volergli troppo male. Manca di enfasi epica dove avrebbe dovuto esserci, non è accuratissimo (ad esempio nei dettagli personali della - spoiler alert - breve vita di Davis), a volte si ha l'impressione che l'argomento razzismo non sia centrale. Però è ben fatto, la storia in fondo è bella, educativa e positiva, è ben girato (le scene di gioco sono davvero ottime), il cast è discreto, anche se qua e là si ha l'impressione che sia un po' ingessato.
Rob Brown è il protagonista Ernie Davis. Brown ve lo ricorderete tutti in Scoprendo Forrester, il suo esordio, e qualcuno saprà che, cresciuto (anche rispetto a questo The Express), è il Delmond Lambreaux di Treme. Coach Schwartzwalder è impersonato dall'immarcescibile Dennis Quaid. Vi do una ragione in più per vedere, anche distrattamente, questo film: Sarah Ward, la fidanzata di Ernie, è interpretata da Nicole Beharie. Non sapete chi è? Rileggetevi la recensione di Shame.

20120315

tirannosauro


Tyrannosaur - di Paddy Considine (2011)




Giudizio sintetico: da vedere (4/5)


Giudizio vernacolare: artro che discorzi...





Leeds, West Yorkshire, England, UK. Joseph è un uomo che ha perso quasi del tutto la propria umanità. Devastato dall'alcol e soprattutto dalla rabbia, è una persona inavvicinabile, una calamita per risse e guai. Il film ce lo mostra fin dall'inizio come una macchina da demolizione: esce rabbioso da un pub dove evidentemente ha appena perso dei soldi per una scommessa, e se la prende col suo amato cane. Lo uccide con un calcio. Poi però lo seppellisce nel giardino della sua casetta, altro residuato d'umanità, dove vive da solo. L'unica persona che pare saper trattare con lui da umano è il piccolo vicino di casa Samuel; naturalmente, la madre del piccolo non vuole che parli con Joseph. Sempre più incattivito, Joseph, in fuga da una rissa, si nasconde nel primo negozio che trova aperto. E lì conosce Hannah, una donna dolce e profondamente credente, che nonostante sia immediatamente derisa e trattata male dal sempre più rabbioso Joseph, prega per lui e gli offre una tazza di té. Joseph, il giorno seguente, torna al negozio (un charity shop in realtà) di Hannah per scusarsi, ma Hannah non è più dell'umore, oltre ad avere un occhio nero. Ebbene si, anche Hannah ha il suo "lato oscuro": il marito James è un mostro violento e represso, che non esita a trattarla in maniera inenarrabile. Che cosa può uscire da due vite talmente distrutte?


Esordio nella regia di un lungometraggio del giovane attore caratterista inglese Paddy Considine (che, lo confesso, ho spesso scambiato per Sam Rockwell), con un film potentissimo del quale scrive anche la sceneggiatura. Un film che si affida, è vero, ad un pugno di attori super affidabili, ma che con uno stile minimale e diretto, conduce con mano ferma e coraggiosa, raccontando una storia dolorosa e toccante senza ricercare la commozione facile. Il risultato è scintillante e poderoso, un film da vedere tutto d'un fiato e da amare all'istante. Naturalmente, non è uscito in Italia e chissà se uscirà mai. Però, se cercate piccole gemme, non desistite e cercatelo.


Peter Mullan (quasi onnipresente nei film inglesi, affezionata presenza anche con Ken Loach, e ultimamente perfino in War Horse di Spielberg) è un Joseph potente e distrutt(iv)o come il film. Olivia Colman è per me una scoperta sensazionale (ma scorrendo la sua filmografia mi accorgo che l'avevo vista da poco in The Iron Lady, dove recitava la parte di Carol, la figlia di Margaret Thatcher), la sua interpetazione di Hannah è da spellarsi le mani; tra l'altro, recitava già in Dog Altogether, il primo cortometraggio di Considine, praticamente il bozzolo di questo Tyrannosaur (stessa storia, a giudicare dalla sinossi di imdb.com). Ci sono poi Eddie Marsan (caratterista inglese, anche lui visto spesso, ed ultimamente anche lui in War Horse) nella parte di James, Ned Dennehy (stesso discorso fatto per Marsan, lui ultimamente in Jane Eyre e in The Eagle) nella parte di Tommy, e Sally Carman (la "professionista" Kelly di Shameless UK) nella parte di Marie.


Film molto, molto bello, esordio che lascia intravedere una carriera da regista più incisiva rispetto a quella avuta da attore (che comunque è, finora, stata dignitosa), per Considine.

20120314

la promessa


The Promise - di Peter Kosminsky (2011)
Miniserie in 4 episodi - Channel 4



In Inghilterra, nel 2005, Erin Matthews, 18 anni, sta decidendo cosa fare nel suo gap year (l'anno sabbatico tra la scuola secondaria e l'università). Suo nonno ormai ottantenne, nel frattempo, è stato colpito da un grave ictus, ed è paralizzato in ospedale. L'amica Eliza, che ha la doppia cittadinanza israeliana e inglese, la invita a casa sua, a Caesarea, visto che lei deve compiere la sua formazione di base nell'esercito israeliano. Mentre Erin pulisce la casa del nonno, insieme alla madre Chris, trova un diario, che suo nonno ha tenuto cominciando verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Era infatti un sergente della sesta Divisione Airborne dell'esercito inglese. La madre vuole che lo butti, ma Erin lo nasconde e lo conserva; decide di andare in Israele con Eliza, e mentre le due amiche sono sul volo di andata, comincia a leggere il diario, che inizia con quello che Len Matthews, il nonno di Erin, descrive come il peggior giorno della sua vita finora: la liberazione del campo di concentramento di Bergen-Belsen, e continua raccontando quello che gli accadde dopo, durante il Mandato britannico della Palestina; Erin si appassiona alla storia di quella terra, e alla figura a lei praticamente sconosciuta, del nonno. Ancora, però, non sa niente della guerra infinita tra i palestinesi e gli israeliani. Al suo arrivo, trova una famiglia apparentemente felice, che vive con tutti gli agi in una villa splendida sul mare. Conosce Paul, il fratello di Eliza, che ha idee diverse dal padre, ex generale. Mentre continua a leggere il diario del nonno, conosce Omar, un amico di Paul, cristiano palestinese: una vita parecchio diversa da quella dei Meyer, la famiglia di Eliza e Paul. E poi, mentre sta cominciando a conoscere la realtà a dir poco complicata di quella terra, mentre esce da un locale dove ha bevuto una birra insieme a Paul, nota una coppia che sta entrando: la ragazza è strana, tesa, stranamente legnosa. Quando arrivano all'auto, Paul si accorge di aver dimenticato le chiavi nel locale, e torna indietro. E...



Una delle prime cose che mi viene da pensare quando vedo prodotti come questi, curati da una televisione straniera, è: "ma in che paese viviamo?". La riflessione si fa ancora più profonda, se pensate che questa storia, scritta e diretta da Kosminsky (White Oleander), che sicuramente è più pro-palestinese che israeliana, è bene dirlo subito, è soprattutto una presa di coscienza inglese sugli errori commessi da loro stessi durante quel mandato, e più in particolare immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Detto questo, questa miniserie andata in onda su Channel 4 nel Regno Unito lo scorso anno, divisa in quattro puntate (3 da un'ora e venticinque minuti circa, più una conclusiva della durata di quasi due ore, per un totale di oltre sei ore di durata), che ho "scoperto" seguendo il programma The Fabulous Picture Show su Al Jazeera English (e che mi ha ricordato vagamente La donna che canta, ma forse solo perché i registi e una lunga intervista in proposito sono andate in onda a distanza di poche settimane dentro lo stesso programma), è uno splendido prodotto televisivo, con qualche concessione drammatica e qualche ridondanza (esempio pratico, la ripresa dell'ultima scena dell'episodio precedente sui titoli di testa di quello seguente) di troppo, ma senza dubbio ben girato, ben scritto, ben recitato, che affronta come detto un argomento delicato in maniera coraggiosa (così come il regista, sempre nell'intervista di cui prima, interviste che si svolgono sempre di fronte ad un piccolo pubblico, ha affrontato in maniera coraggiosa gli spettatori, chiaramente ebrei, che lo accusavano di aver fatto un film, o meglio una miniserie, filo-palestinese). L'espediente narrativo del diario permette al regista di portare avanti due film, o meglio due storie, che si svolgono a distanza di circa 60 anni, ma che sono strettissimamente legate (anzi, a dire il vero la storia più vecchia determina le scelte che dettano il "cammino" della storia più recente); le storie sono ottimamente sviluppate, e sono un mezzo per raccontare appunto l'inizio delle ostilità tra arabi ed israeliani nel 1948, e contemporaneamente per mostrare la vita di tutti i giorni di adesso in Israele, a Gaza, a Hebron, nel West Bank, ai check point umilianti a cui sono costretti i palestinesi ogni giorno.

Belle e convincenti le prove dei due protagonisti, entrambi molto giovani e quindi promettenti: Christian Cooke è Len Matthews da giovane, bello aitante e costantemente messo alla prova dalla vita; Claire Foy (già ne L'ultimo dei templari), bellezza asimmetrica e molto british, è Erin Matthews, un personaggio che, come dice ai Meyer prima di lasciare la loro splendida villa, durante la storia ha imparato molto. Comprimari non conosciutissimi, ma variegati ed interessanti. Itay Tiran, israeliano, è Paul (l'abbiamo visto in Lebanon); Katharina Schuttler, tedesca, è Clara (l'abbiamo vista in Carlos); Haaz Sleiman, libanese, faccia indimenticabile, è Omar (l'abbiamo visto in L'ospite inatteso; è anche in Nurse Jackie); Ali Suliman, palestinese, altra faccia riconoscibile, è Mohammed (l'abbiamo visto in grandi film quali Il tempo che ci rimane, Il giardino di limoni, Paradise Now, La sposa siriana, e anche in Homeland); particina breve, nella irriconoscibile parte di Jawda da vecchia, per la grande Hiam Abbass.

Ottima colonna sonora (c'è pure Bon Iver). Lo trovate in dvd su Amazon, oppure direttamente sul sito di Channel 4, ma attenzione, per quello che ho capito ci sono solo i sottotitoli inglesi (la serie è soprattutto in inglese, con alcune parti in ebraico ed in arabo). Se fosse un film, il voto sarebbe un 3,5/5.

20120313

The Squid and the Whale


Il calamaro e la balena - di Noah Baumbach (2006)


Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: come si rovinano i fillioli



New York, anni '80. Bernard Berkman è un insegnante di scrittura creativa, una volta scrittore di successo, adesso in declino, inaridito a livello di scrittura, che da una parte prova a crogiolarsi nel ricordo di quando era grande, e dall'altra assiste con enorme invidia allo sbocciare del talento da scrittrice della moglie Joan, tentando di frustrare i suoi tentativi. Ma Joan non si lascia scoraggiare, e consegue il successo. A questo punto, tentando di nascondere che la ragione è soprattutto quella, si separano, provando a farlo in modo civile. Bernard e Joan hanno due figli: Walt, adolescente, e Frank, poco più che un bambino. Inizialmente, Walt decide di vivere col padre, e Frank rimane con la madre. La situazione non piace a nessuno, e intanto Bernard prova ad avere altre relazioni, Joan ne inizia una con l'insegnante di tennis, Walt si fa una fidanzatina, e Frank comincia a sperimentare la sua sessualità...



Quarto lungometraggio per l'ormai ex marito di Jennifer Jason Leigh, conosciuto per essere stato co-sceneggiatore de Le avventure acquatiche di Steve Zissou, e regista in tempi più recenti di Lo stravagante mondo di Greenberg. Regista e sceneggiatore ben introdotto, amicone di Eric Stoltz, che per la prima volta non appare in un suo film, ma che però ha passato la sceneggiatura alla protagonista Laura Linney (Joan), che ha subito accettato. Il film pare sia basato sulla reale esperienza di Baumbach bambino, ed ha un tocco interessante, divertente in modo molto amaro, sarcastico verso i personaggi, soprattutto quello di Bernard, intellettuale spocchioso che detesta i "filistei", persone che non amano lettura e cinema, senza cultura, ma che in realtà è solamente pieno di rabbia e di invidia, frustrato per la perdita di notorietà e del controllo della sua vita. Girato in soli 23 giorni, fotografia "sporca", buona tecnica, e un cast di notevole peso, con qualche scommessa. Un Jeff Daniels bravo nel farsi detestare, nei panni di Bernard, ha accettato il ruolo che era stato proposto in un primo momento a Bill Murray, che ha dovuto rinunciare per girare Broken Flowers. Laura Linney, come detto, è un'ottima Joan. Jesse Eisenberg è Walt, e il giovanissimo Owen Kline, il figlio di Kevin Kline e Phoebe Cates, è lo spassoso Frank. William Baldwin è Ivan, il maestro di tennis, altro personaggio molto divertente. Anna Paquin è Lili, Halley Feiffer, che rivedremo nel seguente film di Baumbach, Il matrimonio di mia sorella (recensione tra qualche giorno), e anche in Bored to Death ultimamente, è Sophie. Baumbach non voleva dirigere questo film, ma farlo dirigere dall'amico Wes Anderson.

Interessante e con personalità. Nel 2006 candidato all'Oscar nella categoria miglior sceneggiatura originale.

20120312

(senza) vergogna inglese



Shameless - di Paul Abbott - Stagioni dalla 1 alla 8 (104 episodi; Channel 4) - 2004/2011

Incuriosito dal fatto che ne abbiano fatto un remake (anche se non è l'unico caso) statunitense, dai commenti letti in giro, e pure alla recensione proprio della prima stagione del remake, mi sono avvicinato alla ormai monumentale serie inglese, creata dallo stesso Paul Abbott, e per la quale ha continuato a collaborare come produttore esecutivo, e scrivendo sporadicamente qualche episodio (me ne ricordo uno nell'ottava stagione); dico monumentale visto che è attualmente in programmazione, sempre su Channel 4, la nona stagione. Come scritto, il totale degli episodi che costituiscono le prime otto stagioni, è di ben 104 (7 per la prima stagione, con un episodio speciale per Natale che ha fatto da congiunzione tra questa e l'inizio della seconda, altre 10 per la seconda, 8 per la terza e per la quarta, ben 16 per la quinta, la sesta e la settima, addirittura 22 per l'ottava, divisi in una prima tranche da 13 ed una seconda da 9; per la nona, in corso, sono state previsti altri 22 episodi). Spendiamo qualche parola su Abbott, che fu già autore di State of Play, miniserie già recensita, e che è divenuta oggetto di remake per un film statunitense. Nato nel Lancashire, settimo di otto figli, conosce bene quello di cui parla in Shameless: la madre ha prima abbandonato il tetto coniugale per stare con un altro uomo (con prole), il padre è poi andato via, la madre faceva tre lavori per sostenere i figli, la sorella di Abbott è rimasta incinta a 16 anni. I fratelli si sono presi cura della sorella in maniera illecita: avrebbero dovuto essere affidati ai servizi sociali (lo spauracchio dei Gallaghers quando uno dei due genitori sparisce). Abbott ha poi tentato il suicidio, fallendo; è stato in un ospedale psichiatrico (vediamo anche questo, in Shameless), ed è poi stato affidato ad una famiglia molto più stabile e abbiente.
Shameless è basicamente una commedia, con risvolti spesso neri, ambientata in quelle che in inglese si definiscono underclass e working class. Il protagonista principale, anche se ci sarà da chiarire meglio questa definizione, è Frank Gallagher, un cinquantenne che probabilmente nella vita non ha mai lavorato. Disoccupato, alcolista, consumatore di droghe (pastiglie di ogni genere), non ha avuto un buon rapporto col padre, e ufficialmente ha, all'inizio della serie, 6 figli; scopriremo che questo numero è molto variabile in realtà. I figli ufficiali di Frank, Fiona, Lip (Philip), Ian, Debbie, Carl e Liam, vivono insieme a lui nel quartiere (fittizio) di Chatsworth, Manchester. Sono stati abbandonati dalla madre Monica, che ha lasciato Frank per Norma, una camionista nera; Frank vive soprattutto al pub, il Jockey, per cui Fiona, la figlia più grande, è diventata come la madre degli altri cinque fratelli. Da questa "base" partono una serie di peripezie "giornaliere" della famiglia Gallagher ma anche dei vicini, che durante le stagioni cambiano, e la serie racconta le avventure anche dei componenti di queste altre famiglie, che insieme ai Gallagher formano una comunità eterogenea, divertente, piena di problemi, ma alla fine sempre molto unita. La serie è innanzitutto sessualmente molto disinibita, e presumo abbastanza esplicativa della situazione delle classi meno abbienti inglesi. Da una parte c'è questa mancanza cronica di lavoro, quindi le fonti di sostentamento sono i sussidi statal-sociali (essere foster-parents è considerato prima di tutto un lavoro, e poi un qualcosa di solidale), gli espedienti giornalieri, e spesso la micro-criminalità, le truffe, lo spaccio, dall'altra c'è la cultura del pub, questa forma di aggregazione che a volte porta all'ubriachezza molesta e di conseguenza alla rissosità, ma che è considerata sacra. Ognuno ha grandi difetti, e via via che le stagioni si susseguono, gli episodi si dedicano a questo o a quel personaggio, il sesso senza precauzioni tra i minori è diffuso (e sappiamo bene che in Inghilterra questa cosa è divenuta quasi una piaga), le morali sociali sono limitate: non è raro che ci siano coppie più o meno di fatto, con grandi differenze d'età tra i due partner. Frank Gallagher, interpretato da un immenso David Threlfall (per me una scoperta assoluta, sebbene non giovanissimo, attore di teatro piuttosto quotato in patria; nelle ultime stagioni ha diretto anche diversi episodi da regista), è un personaggio che incarna contemporaneamente la poesia dell'ubriachezza, la causticità del disoccupato cronico, la debolezza del disoccupato che non cerca il lavoro, e una visione paradossalmente piuttosto lucida della società inglese; i suoi monologhi da ubriaco, che caratterizzano anche gli opening titles (che cambiano di stagione in stagione), sono come perle in una porcilaia. La presenza di Frank è spesso, durante le ultime stagioni, ridotta come minutaggio, per lasciare spazio ad altri personaggi, a volte ottimi, a volte meno, ma anche elevata ad irrinunciabile "cornice" di un prodotto che, per certi versi, si è andato anche raffinando, introducendo critiche sociali dirette.
Come potrete immaginare, il campionario dei personaggi, durante otto stagioni, è immenso, e c'è una grande possibilità di "scelta" (ognuno può simpatizzare per qualcuno in particolare, o "eleggere" il proprio personaggio preferito); la maggiorazione del numero degli episodi permette naturalmente l'approfondimento, o quantomeno di aumentare il minutaggio dedicato ai vari caratteri. Farò solo un esempio: Mickey Maguire, interpretato da Ciaran Griffiths, un personaggio che mi fa scompisciare dalle risate anche quando tace. Naturalmente, l'impegno così lungo, fa si che non è raro che alcuni personaggi, anche particolarmente importanti, scompaiano da una stagione all'altra.
Come dicevo, durante le stagioni la serie mi pare migliorata anche tecnicamente e come qualità video; guardando le varie stagioni, si possono capire le differenze con il remake USA, si può provare ad immaginare se gli sceneggiatori vorranno dargli un taglio o una direzione diversa, ma è ovvio che ci abbiano visto un'enorme potenziale. In Shameless c'è un po' di tutto: gangster, omaggi cinematografici, citazioni varie, storie familiari, dramma, divertimento, critica sociale, la faccia peggiore della crisi economica, amore, sesso, vita e morte. E' superfluo far notare che la versione USA sia più patinata (ma, nota personalissima, le scarpe delle donne protagoniste, che inizialmente erano state fonte di - mio - rigetto per la versione UK, sono molto molto migliorate con l'andare delle stagioni). Tra l'altro, ci si può immaginare anche l'origine di certi personaggi della versione statunitense, che sono un mix tra i vari personaggi di 8 stagioni inglesi (esempio abbastanza chiaro: i vicini di casa dei Gallagher). La differenza sostanziale nella sceneggiatura delle puntate, mi pare, è che nella versione UK si portano avanti 2, massimo 3 storylines ad episodio, lasciando cadere tutte le altre intrecciate prima, mentre in quella USA si prova a portare avanti tutto un po' alla volta.
Il cast è fatto da attori poco o per niente conosciuti in Italia, esclusi Anne-Marie Duff (Fiona Gallagher), vista in Nowhere Boy e in The Last Station, e James McAvoy, visto in molti film, anche di produzione statunitense, come pure nel già citato State of Play (la miniserie); curiosamente, i due sono felicemente sposati nella vita reale, e nella serie i loro caratteri si fidanzano e poi si sposano. Si sono conosciuti proprio sul set di Shameless, e si può dire che le loro rispettive carriere sono da lì decollate. Hanno recitato insieme anche in The Last Station.
Mi sembra fisiologico che Shameless, ed i suoi 104 episodi fino all'ottava stagione, non siano sempre eccelsi, ci siano alti e bassi, e perfino personaggi riusciti meglio e riusciti peggio; ma credo che sia una serie che valga la pena di vedere. Aggiungerò che a mio giudizio, si possono amare entrambe le versioni.






20120311

le sorelle estere dal vivo

finalmente si suona di nuovo dal vivo. di nuovo in tre, questa volta con sbresi alla voce. essiateci!

l'ultima stazione


The Last Station - di Michael Hoffman (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: un grandamore

Russia, 1910. Nella sua tenuta di famiglia di Jasnaja Poljana, Lev Tolstoj, quasi 82enne, riceve il suo nuovo segretario personale, Valentin Bulgakov, raccomandato da Vladimir Certkov. E' in corso una sorta di lotta di potere, in seguito agli ultimi cambiamenti, sempre più radicali, nelle convinzioni del grande scrittore russo; Tolstoj, infatti, dopo aver lanciato ripetuti appelli al governo per l'abolizione della proprietà privata (per scongiurare una rivoluzione), abbraccia la fede cristiano-anarchica, il vegetarianesimo ed il pacifismo, ma soprattutto era intenzionato a cambiare il suo testamento, e a rinunciare al diritto d'autore sulle sue opere, per lui e per i suoi eredi (moglie e figli). Alcuni dei figli, convinti delle idee del padre, erano d'accordo, e Certkov spingeva per questa soluzione, visto che lui sarebbe stato il gestore del patrimonio, per la diffusione del tolstoismo. La moglie, Sofja Andreevna Bers, che amò alla follia il marito per 48 anni e al quale diede 13 figli nonostante le grandi differenze di pensiero, era fortemente contraria. Questa lotta, della quale fu appunto testimone Bulgakov (che nel frattempo si era innamorato profondamente di Masha, un'attivista tolstoiana che viveva in una sorta di "comune" vicino a Jasnaja Poljana), portò all'abbandono della tenuta da parte di Tolstoj, in treno, verso la Crimea. La moglie, appena resasi conto della "fuga", gli corse dietro. Lo scrittore, vecchio e malato, dovette fermarsi alla stazione di Astapovo, rinominata nel 1918 Lev Tolstoj.

Bulgakov scrisse, su questa esperienza, il libro L'ultimo anno di Lev Tolstoj; Jay Parini, ispirandosi a questo, nel 1990 scrisse The Last Station: A Novel of Tolstoy's Last Year. Questo film è la sua trasposizione cinematografica, che nel 2010 si guadagnò due nomination agli Oscar, una per Helen Mirren (miglior attrice protagonista, nella parte di Sofja), l'altra per Christopher Plummer (miglior attore non protagonista, nella parte di Tolstoj). Il film è, in effetti, un film fatto da grandi e vibranti interpretazioni, un cast vasto e ben diretto che mette in scena personaggi storici di sicura rilevanza. La regia di Michael Hoffman, sicuramente l'apice (fin'ora) della sua carriera, è diligente ed efficace; gli scenari tedeschi suggestivi, la fotografia discreta. La prima parte ci mostra la figura direi gigantesca di Tolstoj, con tutte le sue convinzioni senza dubbio visionarie ed in anticipo sui tempi, mentre la seconda diventa tesa ma anche piena di questo amore forte e senza fine. Il ricco cast, oltre alle due stelle citate prima (che hanno preso il posto di Meryl Streep ed Anthony Hopkins), è molto vario. James McAvoy è Bulgakov; sua moglie (nella vita) Anne-Marie Duff è Sasha, una dei figli di Tolstoj; Paul Giamatti è Certkov; Kerry Condon è Masha. Cameo per una discendente di Tolstoj, Anastasia.
Un buon film, ovviamente valido anche a livello storico.

20120310

grande amore


Big Love - di Mark V. Olsen e Will Scheffer - 5 stagioni (53 episodi) - 2006/2011

Una delle tante cose che mi giravano per la testa mentre stavo terminando di vedere le 5 stagioni di Big Love, era che uno come me, che non ha moglie, può perfino essere scoraggiato dal vedere come può essere la vita di uno che ne ha tre. Scherzi a parte, l'idea di Big Love, da quando casualmente ne ho letto, mi stuzzicava: la vita di Bill Henrickson, un mormone poligamo "rispettabile", che prima si preoccupa per assicurare un futuro alla sua (imponente) famiglia (tre mogli, come detto, e otto figli, tre con la prima moglie Barb, due con la seconda Nicki, tre con la terza Margie), e poi, durante la serie, combatte da una parte per sradicare la poligamia "selvaggia" (a livelli di pedofilia, nel senso che nei compound mormoni le mogli si "assegnano" - e spesso si ri-assegnano a piacimento del "profeta" di turno - quando sono ancora minorenni) soprattutto dal suo vecchio compound, Juniper Creek, e dall'altra per fare coming out e riuscire a vivere tranquillamente la sua poligamia, come detto prima "rispettabile", visto che non è il solo a viverla. Dove poteva essere ambientata questa storia, se non nello Utah? Gli Henrickson infatti vivono in tre case (una per moglie) con giardino comunicante, a Sandy, un sobborgo di Salt Lake City. Come detto, mi ci sono avvicinato per curiosità; la curiosità è aumentata quando ho letto che, per le prime due serie se non erro, nello staff degli sceneggiatori c'era anche Dustin Lance Black (ex mormone). Solo dopo aver terminato di vederlo, ho scoperto che i creatori, Mark V. Olsen e Will Scheffer, sono una coppia apertamente gay, e regolarmente sposata. E' un dettaglio, ma magari non insignificante (lo capirete se vedrete la serie, se l'avete già vista sapete di cosa parlo). Tra i produttori c'è anche Tom Hanks, tra i registi anche Rodrigo Garcia.
La serie ha un discreto lavoro di ricerca dietro, e un ottimo lavoro di sceneggiatura, anche se a volte ci si ritrova a paragonarla ad una telenovela, visto che spesso si ripetono delle situazioni, cambiate solo di poco. Ma chiaramente, per mandare avanti una serie per cinque stagioni, è necessario creare delle storylines parallele. L'atmosfera passa da quella "familiare", e appunto spesso da telenovela, a quella inquietante delle storie da compound, di "ordinaria" prevaricazione, da un'atmosfera in bilico tra la spy-story e il gangsterismo, gli intrighi economici degli interessi mormoni, a quella mistica delle rivelazioni e del mondo a dir poco contorto di un reticolo di religioni (vivere nello Utah dev'essere quantomeno bizzarro), dallo stress da famiglia numerosa al lobbysmo, e un'altra discreta quantità di temi interessanti.
C'è un cast di tutto rispetto, che svolge alla grande il suo lavoro. Bill Paxton è Bill Henrickson, convincente nel suo maschilismo buonista. Jeanne Tripplehorn è una meravigliosa (il personaggio che ho più amato, nella sua sofferenza e nella sua voglia di "liberazione" anche all'interno della selva religiosa) Barb. Chloe Sevigny è eccezionale nell'interpretare Nicki Grant, un personaggio che ho odiato dall'inizio della serie fino all'ultima inquadratura. Ginnifer Goodwin è perfetta nella parte di Margie, giovane, sessualmente (troppo) disinibita e dall'intelletto davvero limitato, ma dal cuore d'oro. Poi c'è la faccia di Harry Dean Stanton che è Roman Grant, un personaggio che definire sgradevole sarebbe fargli un complimento. Eccezionale anche Grace Zabriskie (un'attrice molto "usata" da Lynch) nella parte di Lois, la madre di Bill. Potrei continuare per ore. Mary Kay Place (Adaleen, la madre di Nickie), Melora Walters (Wanda, la moglie del fratello di Bill), Daveigh Chase (Rhonda Volmer), Matt Ross (Alby Grant), interpretano tutti dei personaggi fenomenali, completamente fuori di testa ma credibili nel loro delirio "indotto". Ci sono anche Amanda Seyfried (Sarah, la primogenita di Bill), Branka Katic (Ana) e Aaron Paul (Scott), il protagonista di Breaking Bad. Come ormai sempre più spesso accade, molti sono stati i canali pubblicitari. Brevi episodi (gli ormai comunemente conosciuti webisodes), in questo caso precedenti alla serie (si trovano su youtube), il blog di Margie (Margene's Blog) con annesso Vlog (anche questi brevi episodi reperibili su youtube). Musica varia, con prevalenza di country; nella seconda serie addirittura è stata curata da David Byrne.
Non ci credevo inizialmente, ma anche questa è una buona serie (ormai conclusa), appassionante a volte in maniera incredibile, e dannatamente ben recitata, che tratta di un argomento per noi curioso, ma che probabilmente negli USA, e soprattutto in quelle zone, è parecchio sentito.

20120309

la mia settimana con Marilyn


My Week with Marilyn - di Simon Curtis (2012)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: la più grande arrizza'azzi della storia

Nell'estate del 1956, in Inghilterra, il ventitreenne Colin Clark, beneducato e di ottima famiglia, interessato ad entrare nel mondo del cinema e amico di famiglia di Vivien Leigh, moglie di Sir Laurence Olivier, viene assunto dallo stesso Olivier come terzo aiuto regista, in pratica addetto alla produzione, nella lavorazione del film Il principe e la ballerina. Nel cast, oltre a Laurence Olivier che era regista oltre che protagonista, le due protagoniste femminili erano Sybil Thorndike, anziana ed esperta attrice inglese, e Marilyn Monroe, allora trentenne, già sex symbol universalmente riconosciuto, ed appena sposatasi (era il suo terzo matrimonio) con il famoso scrittore statunitense Arthur Miller, insieme al quale arrivò in Inghilterra qualche giorno prima dell'inizio della lavorazione. Marilyn impersonava già lo stereotipo della star bizzosa: sempre in ritardo, spesso ubriaca, dipendente dai medicinali, incontrò difficoltà all'inizio della lavorazione, essendo insicura del suo talento e non sentendosi all'altezza di un'icona come Laurence Olivier (il quale viveva il suo rapporto con lei al tempo stesso arrabbiandosi per la sue bizze, ma ammirandola per il suo talento assolutamente naturale). Il suo rapporto con Miller, contemporaneamente, incontrava già qualche problema, e lo stesso scrittore ritornò negli USA dopo pochi giorni sentendosi soffocato e non potendo lavorare come voleva. Marilyn, sentendosi sola, individuò in Clark una figura a metà tra il fidanzatino e l'accompagnatore galante, traendo da lui la forza per esprimersi al meglio come attrice; per Clark, che in quei giorni stava cominciando ad uscire con Lucy, una guardarobiera dei Pinewood Studios, quella settimana con lei fu come un sogno ad occhi aperti.

Mi aspettavo un buon film, soprattutto per le due candidature, Kenneth Branagh nella categoria miglior attore non protagonista, e Michelle Williams nella categoria miglior attrice protagonista, ma sinceramente non così bello ed empatico. Curtis, esperto regista televisivo, con la sceneggiatura di Adrian Hodges che adatta i due libri che Colin Clark ha scritto su questa sua esperienza (The Prince, the Showgirl and Me e l'omonimo My Week with Marilyn), confeziona un prodotto che non ricorda per niente qualcosa di televisivo, ed anzi, regala allo spettatore un'ora e mezzo di magia cinematografica, e soprattutto, riesce perfettamente, con l'aiuto di una spettacolare Michelle Williams (la crescita di questa attrice, oggi trentunenne, è sinceramente ammirevole, e questo credo proprio sia il ruolo che la consacra nell'ambito delle grandi attrici), a rendere l'idea di quanto potesse essere magnetica e carismatica, probabilmente suo malgrado, nel senso che non so quanto ne fosse cosciente, una stella che ancora oggi viene rimpianta, come quella di Marilyn Monroe. Naturalmente l'intero cast contribuisce a raggiungere l'obiettivo: Julia Ormond è Vivian Leigh, Emma Watson (proprio lei, Hermione, cresciuta, ventunenne, e carinissima) è Lucy, Eddie Redmayne è Colin Clark, poi ci sono Toby Jones, Dominic Cooper, una sempre straordinaria Judi Dench (è Sybil Thorndike), un'ottima Zoe Wanamaker nei panni di Paula Strasberg, e, bravissimo pure lui, Kenneth Branagh nei panni di Sir Laurence Olivier. La figura di Marilyn è, forse, proprio così come l'immaginario collettivo la immagina, ma insomma, la magia del cinema è anche questa. Credeteci o no, solo con un neo disegnato e l'aiuto della parrucchiera (oltre, ovviamente, ad un training suppongo intenso), la Williams disegna una Marilyn Monroe sensuale, indifesa, spersa, bisognosa di attenzioni e quasi schiava del suo destino, che però appena la telecamera parte, la cattura e la rilascia solo quando viene spenta. Molto belli anche i rapporti sul set tra gli attori, e le riflessioni da camerino. Gran bel film.
Ancora non se ne conosce la data di distribuzione italiana.

20120308

The Wackness


Fa la cosa sbagliata - di Jonathan Levine (2009)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: ammicciaaaaaa!

Inizio dell'estate del 1994, New York. Luke Shapiro sta per finire il liceo, ed è quindi in procinto di andare all'università. E' un tipo solitario, non molto popolare, non ha un grande successo con le ragazze anche se di certo non è un brutto ragazzo. Però ha una qualità innegabile: è un bravissimo spacciatore d'erba, prodotto che gli piace anche consumare. I suoi genitori litigano continuamente, e lui copre i rumori con l'hip-hop, la musica che preferisce. Uno dei suoi clienti preferiti è il dottor Squires, uno psicanalista che praticamente gli paga la roba con delle sedute: non avendo amici, Luke parla volentieri con lui. Squires ha anche lui i suoi problemi: ormai non ha più rapporti con la sua attuale moglie. La cosa è ancora più complicata: a Luke piace Stephanie, la figliastra del dottor Squires, una ragazza molto carina, al contrario di Luke molto popolare. Anche a lei piace l'erba.

Come promesso, ho recuperato questo film di Levine, che si posiziona cronologicamente nella sua filmografia dopo All The Boys Love Mandy Lane e prima 50/50. Così come 50/50, a suo modo pure questo The Wackness è un film di bromance, uno stretto legame amicale tra due uomini. Ci sono anche le due relative (dei due uomini in questione) storie d'amore, un estemporaneo inno alla marijuana (e alle droghe in genere, cosa che ho apprezzato meno), e anche una sottile ma continua critica alla gestione Giuliani e alla tolleranza zero. E' un film carino, nemmeno troppo leggero, e che quasi sorprendentemente, riserva nel finale le sue cartucce migliori: il duetto nel pre-finale tra Ben Kingsley (Squires) e Josh Peck (Luke Shapiro), è tanto divertente (ci sono una serie di battute davvero ottime) quanto semplice e toccante sul senso della vita. Nel cast ci sono anche Famke Janssen (la signora Squires), la deliziosa Olivia Thirlby (Stephanie), e in piccole parti Mary-Kate Olsen (Union), Jane Adams (Eleanor), Talia Balsam (la mamma di Luke) e Method Man (Percy). Il film, dunque, non è eccezionale, ma semplice ed apprezzabile; inoltre, vedere Kingsley che fa lo stonato non è qualcosa che si vede spesso.

20120307

Planet of the Apes - reboot


Planet of the Apes - Il pianeta delle scimmie - di Tim Burton (2001)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: mi par d'avetti rivisto... un sara' mi'a vello che mi caò sull'uscio?

2029. Il capitano Leo Davidson, in volo su una missione spaziale su un'astronave che comprende, come equipaggio, anche delle scimmie, disobbedisce agli ordini che gli arrivano in seguito all'avaria di un modulo spaziale comandata da Pericle, uno scimpanzé a lui particolarmente simpatico, e salendo su un altro modulo va alla sua ricerca. Incappato però in una tempesta elettromagnetica, Leo "naufraga" su un pianeta chiamato Ashlar nell'anno 5021. Dopo poco tempo, capisce che il pianeta è comandato da scimmie evolute col dono della parola, che spadroneggiano sugli umani, trattati come schiavi. Leo finisce in gabbia, con altre decine di umani, uomini donne e bambini, e viene appunto trattato come merce da Limbo. Con l'aiuto di Ari, una scimpanzé "attivista" per i diritti degli umani, figlia del Senatore Sandar, e il di lei servitore Krull, un gorilla ex militare, che cova del risentimento verso l'attuale dirigenza dell'esercito, Leo e un piccolo gruppo di umani fugge e cerca di sottrarsi ad una nuova cattura. Ari è però l'oggetto del desiderio dello spietato Generale Thade, che sta cercando un modo per sobillare un golpe ed instaurare un regime militare, a capo del quale ovviamente ci sarebbe lui, ed è pure la persona che ha ridotto a fare il servo Krull. Thade e il suo fido braccio destro, il colonnello Attar, muovono l'esercito per fermare la fuga degli umani e dei loro alleati scimmie.

Forse criticato più per le altissime aspettative che avevano critica e spettatori, da un regista considerato un genietto, che per la reale pochezza di questo reboot (che, in realtà, Burton non considerava, quantomeno nelle sue dichiarazioni, un remake, bensì una re-immaginazione dell'originale, ispirato al libro di Boulle, al quale per assurdo si avvicina di più rispetto al film del 1968), Planet of the Apes 2001 è effettivamente uno dei peggiori lavori di Tim Burton. Visivamente, ovviamente, superiore all'originale, il film si perde in preamboli piuttosto inutili e soffoca in un interminabile pre-finale "da combattimento"; perde qualcosa mascherando la parte migliore del cast (Tim Roth, ugualmente bravo, è il Generale Thade, Helena Bonham Carter è Ari, Michael Clarke Duncan è Attar, Paul Giamatti è Limbo), e prova a dare, appunto, una re-interpretazione, inserendo qualche similitudine attuale, ma non riesce né a mordere, né a risultare realmente appassionante. Mark Wahlberg è l'interprete principale nella parte di Leo Davidson, prova incolore, ed Estella Warren, tanto bella quanto inespressiva, è Daena. C'è perfino Kris Kristofferson (Karubi), l'immancabile Lisa Marie nella parte di Nova (gli storici del gossip dicono che su questo set Burton abbia fatto lo switch: da Lisa Marie a Helena Bonham Carter), e addirittura Linda Harrison (la Nova dell'originale) in un cameo, nonché Charlton Heston, irriconoscibile stavolta nei panni di una scimmia, Zaius, il vecchio padre di Thade.

20120306

Die Papstin


La papessa - di Sonke Wortmann (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: saranno anco bugie...

Agli inizi dell'800, nei pressi di Ingelheim (nell'attuale Renania, Germania), nasce Johanna. Il padre, il prete del villaggio, voleva in realtà un maschio, e Johanna soffre di questa cosa, ma al tempo stesso, essendo una bambina intelligente e curiosa, cresce sviluppando una conoscenza della Bibbia stupefacente. Dato che alle donne è proibito imparare a leggere, si fa insegnare dal fratello più grande. Si accorge delle grandi potenzialità di Johanna il maestro Esculapio, in visita ad Ingelheim, e decide, contro tutte le convenzioni dell'epoca, di dare il suo assenso a farla entrare alla scuola della cattedrale di Dorstadt, anche se il padre farà di tutto per impedirlo. A Dorstadt Johanna viene affidata alla famiglia del conte Gerold, che dopo qualche anno, quando Johanna sarà ormai adolescente, si innamorerà, ricambiato, di lei. L'Europa, in quei tempi, era attraversata da venti di guerra, per cui Gerold parte per la guerra. Durante la sua assenza, la moglie di Gerold, resasi conto di quello che stava accadendo, organizza un matrimonio per Johanna, per liberarsene. Durante il matrimonio, i Normanni irrompono nel luogo dove si sta celebrando, facendo un massacro. Johanna fugge, e si rifugia nel monastero benedettino di Fulda, dove assume l'identità di un uomo, e diventa monaco. Qui, mette a frutto le conoscenze mediche, usando le erbe, che le insegno la madre, che segretamente continuava a venerare il dio pagano Odino. Riesce a curare molta gente, ma mette continuamente in pericolo la sua identità. Qualcuno, pur conoscendo il suo segreto, la aiuta. Dopo aver avuto una grave malattia, dopo aver recuperato la salute, si decide a recarsi a Roma in pellegrinaggio. Lì cura molta gente, e la sua fama si fa di giorno in giorno sempre più grande, finché viene chiamata per curare papa Sergio II, anche lui gravemente malato. E qui...

Pieno di difetti, ma comunque interessante, questo lavoro del regista tedesco Sonke Wortmann, piuttosto esperto ma poco conosciuto all'estero. Interessante, almeno per me, perché prendendo spunto dal libro omonimo di Donna Woolfolk Cross, ci racconta una storia che non è certa, e che ovviamente è liquidata dalla chiesa come leggenda, ma che senza dubbio solletica una certa curiosità, e contribuisce a sottolineare alcune gravi "differenze di trattamento" tra uomini e donne all'interno della religione cattolica. Il film è molto lungo, circa due ore e mezzo, ma del resto prova a raccontare una storia piuttosto complessa, che procede a strappi, ma che alla fine, per chi quantomeno dubita della "purezza" della chiesa romana. Assoluta protagonista, molto brava, un'attrice che personalmente apprezzo parecchio, Johanna Wokalek, che abbiamo visto ne La banda Baader Meinhof ed in North Face; ci sono poi John Goodman (papa Sergio II), che in realtà pare avesse abbandonato il progetto, per poi essere richiamato all'ordine dal contratto, Ian Glen (il padre di Johanna), e David Wenham (Gerold). Personalmente sono rimasto impressionato positivamente anche dalla prova della giovane Lotte Flack, che interpreta Johanna tra i 10 e i 14 anni. Direzione nella norma, un po' circense la descrizione della Roma dell'epoca, un film che, come già detto, racconta una curiosità storica che però sottolinea, se ancora ce ne fosse bisogno, la misoginia della chiesa cattolica, certo in una maniera inusuale.

20120305

inno coreano


Arirang - di Kim Ki-duk (2011)

Giudizio sintetico: strettamente per appassionati (3,5/5)
Giudizio vernacolare: boia, io penzavo che era svarvolato ma mi'a a questo livello

Come vi avevo riferito, dopo averlo saputo mentre facevo delle piccole ricerche proprio per quella recensione, nel commento del film Bimong, il regista coreano ormai famoso in tutto il mondo, quantomeno per gli appassionati di cinema, dopo aver girato quel film, durante le cui riprese una delle attrici protagoniste ha rischiato di morire per la scena in cui si impicca, è caduto in una sorta di depressione che lo ha portato a fermarsi per un periodo di circa tre anni. Durante questo tempo si è ritirato in un luogo di montagna, in Corea del Sud, il suo Paese, dove viveva (usiamo il passato, ma non ci è dato sapere se sia tornato alla "normalità", o se continui a vivere così) isolato, solitario, in una piccola casa di legno con una tenda a igloo montata all'interno, che gli faceva da camera da letto, costruendo macchine per fare il caffè, scongelando la neve per ricavarne l'acqua per cucinare, e cose del genere. Kim Ki-duk, personaggio straordinario, eccessivo, estremo, particolarissimo, si è ripreso durante una parte di questo periodo da eremita, e ne ha tratto una sorta di diario/documentario. In questo Arirang, titolo di una canzone popolare considerata l'inno nazionale non ufficiale coreano, una parola di coreano antico che non ha traduzione nella lingua moderna, che il regista/protagonista canta ripetutamente durante il documento filmato che dura 100 minuti, film che è stato presentato a Cannes nel 2011 e che sono sicuro ha spiazzato ma affascinato la platea, Kim Ki-duk si mette a nudo come persona e come regista/artista, con il suo consueto stile che non permette mai di comprendere fino in fondo se c'è o ci fa, e prova a sviscerare il senso di fare cinema, durante lunghissimi monologhi nei quali urla, piange, ripete frasi e parole, prende in giro lo spettatore e si prende in giro da solo, riflette, inveisce, ripensa al passato, alle persone che lo hanno apprezzato, ai suoi ammiratori, al suo successo, ai suoi collaboratori, a quelli che lo hanno sempre seguito, a quelli che lo hanno abbandonato, ponendosi delle domande curiose, intelligenti, appassionanti, che quasi mai hanno risposta, ma che permettono di comprendere i tormenti interiori che lo stesso regista è riuscito, in questi anni, a trasportare sullo schermo con i suoi film, numerosi, invadenti, violenti, vibranti, ma che hanno sempre quantomeno cercato di comunicare sentimenti profondi, e per questo, sempre apprezzabili anche quando meno riusciti.
Un documento, al momento non distribuito in Italia, che certo non è scorrevole, non è certo una commedia o un film d'azione, ma che almeno chi ha amato ed apprezzato i film di questo regista senza dubbio fuori dal comune, apprezzerà, perché riesce a descrivere l'inquietudine di una persona, un artista, che di sicuro nel suo lavoro mette l'anima.

20120304

Dot.com


Aguasaltas.com - Un villaggio nella rete - di Luìs Galvao Teles (2011)

Giudizio sintetico: si può perdere (1,5/5)
Giudizio vernacolare: però è un ber posto

Aguas Altas è un villaggio minuscolo, nell'interno del Portogallo, immerso in un paesaggio paradisiaco. In mezzo al verde, vicino ad un lago, si raggiunge tramite una tortuosa strada sterrata, è abitato da poche persone, tranquille e felici, tutti si conoscono, nessun problema di sorta. Pedro è un giovane ingegnere civile che sta lavorando alla modernizzazione della strada che, appunto, porta al villaggio. E' fidanzato con Ana, che lavora come anchor woman nella più importante televisione portoghese, ed è autore del sito aguasaltas.com, che naturalmente pubblicizza il villaggio. E' lui che lo ha creato e che lo aggiorna, ma per usarlo ha chiesto il permesso di tutto il paese. Il caso vuole che una multinazionale spagnola, che vende acque minerali e bevande, annoveri tra i suoi prodotti un'acqua minerale che si chiama esattamente come il villaggio. La multinazionale fa causa al sito e chiede 500mila euro di risarcimento. Pedro vorrebbe chiudere immediatamente il sito, ma bisogna votare. Ma comincia a diffondersi la convinzione che se la posta in gioco sono 500mila euro, il sito possa valere di più; il "fronte del no" si diffonde, ed il caso assume una risonanze internazionale. Ecco che ad Aguas Altas finisce la tranquillità, arrivano inviati di giornali, televisioni, e perfino esponenti del governo portoghese.

Strana storia, quella di questo "piccolo" film portoghese, così come si evince già dal fatto che su imdb.com sembra quasi che ne esistano due (tanta è la pochezza di informazioni, ed il fatto che come sempre, gli è stato cambiato il titolo originale). Il film è del 2007, regista un esperto ma sconosciuto portoghese, e non si sa tramite quale tortuosa strada, sul finire del 2011 viene distribuito in Italia (pare che sia stato distribuito solo in patria e nel nostro Paese) dalla Kitchen Film. Naturalmente con pochissime copie, in un periodo affogato dai cinepanettoni, il film si converte in oggetto di culto. Per assurdo, il film è tutto fuorché un culto. Una commedia leggerina, che solo marginalmente affronta una riflessione sul potere devastante dei media (e di internet), una commedia come tante, recitata così così da un cast quasi interamente portoghese e da qualche eccezione spagnola (Marìa Adànez nei panni di Elena, la "inviata" della multinazionale che "cambia" sponda dopo un soggiorno nel villaggio), con una regia da cartolina, film, alla fine, che ha il solo pregio di farci "scoprire" un angolo di vero paradiso, la zona di Ferreira do Zezere, non lontana da Ourém.

20120303

la terra dell'avventura


Adventureland - di Greg Mottola (2009)

Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)
Giudizio vernacolare: sa di po'o

Estate del 1987, Pennsylvania. James Brennan, aspirante giornalista, ha appena terminato le superiori, e dopo l'estate andrà alla Columbia University, a New York. E' ancora vergine, e la cosa gli crea qualche problema. In estate ha in programma un giro in Europa, insieme ad un amico. Ma qualche problema economico del padre, gli preclude la vacanza. James quindi deve trovarsi un lavoro, ma l'unico che riesce a trovare è quello di inserviente ad Adventureland, un parco divertimenti vicino a casa sua. Lì, nonostante il lavoro noioso, conosce i gestori Bobby e la moglie Paulette, strani ma divertenti, diventa amico di Joel, apparentemente sfigato ma di grande intelligenza, ed Emily detta Em, con la quale scatta subito una simpatia particolare. Nel parco c'è anche Mike Connell, uomo delle riparazioni e musicista a tempo perso, che seppur sia sposato, ha una relazione con...

Dopo SuXbad, film che personalmente ha deluso molto, Mottola insiste sulle storie adolescenziali, stavolta solo alzando di poco l'età "media" dei protagonisti, raccontando una love story un po' travagliata, lasciando sullo sfondo temi quali la crisi economica o le difficoltà di integrazione tra i giovani, mettendo in scena un filmettino leggero e impalpabile come il borotalco, innocuo e che non riesce a creare empatia. Neppure la presenza di Kristen Wiig (Le amiche della sposa), nella parte di Paulette, la svitata moglie dello svitato Bobby (interpretato da Bill Hader, altro comico della "scuderia", che ricordiamo in coppia con Seth Rogen nel precedente SuXbad nei panni del poliziotto), e della coppia di giovani dal sicuro avvenire, i protagonisti Jesse Eisenberg (The Social Network, 30 Minutes or Less) e Kristen Stewart (inutile, credo, citare qualche film, credo che ormai la conoscano tutti), nei panni di James ed Em (brava soprattutto lei), fa si che il film si elevi sopra ad una mediocrità a tratti sconcertante.

20120302

nostalgia canaglia



Grazie a Massimo che, con certosina pazienza, oltre a lavorare raccoglie vecchie foto dello scoutismo al paesello. Perché si, sono stato boy-scout e non me ne frega niente se vi fa ridere.



La cosa che fa più ridere è che questa foto è di 34 dico TRENTAQUATTRO anni fa.

Extremely Loud, Incredibly Close



Molto forte, incredibilmente vicino - di Stephen Daldry (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: portativi i farzolettini mi raccomando

Oskar Schell, un bambino di nove anni fin troppo intelligente e sensibile, vive a New York col padre Thomas e la madre Linda, proprio nel palazzo di fronte a quello dove abita la nonna paterna, con la quale comunica tramite walkie-talkie guardandola dalla finestra. Oskar ha col padre, di origini ebreo-tedesche, un rapporto stupendo, complice, stimolante e appassionante. Ma è l'11 settembre 2001, e Thomas, gioielliere per mantenere la famiglia (perché in realtà voleva fare lo scienziato), ha una riunione in una delle due torri gemelle. Oskar, così come i compagni, viene mandato via da scuola, senza rendersi conto di quel che sta accadendo, mentre il padre disperato senza volerlo far apparire, lascia messaggi sulla segreteria telefonica di casa Schell. Oskar e la madre si allontanano, ognuno elabora il lutto a modo suo. Oskar, sveglio ma traumatizzato, ritrova tra le cose di suo padre una chiave e una scritta: Black. Decide di contattare tutti gli abitanti di New York che fanno Black di cognome, in cerca di qualcosa che leghi questa ipotetica persona a suo padre. Contemporaneamente, in casa della nonna appare un inquilino, un signore anziano che ha smesso di parlare volutamente, che decide di aiutarlo nella sua ricerca. Quale dei Black avrà conosciuto suo padre? Cosa li legava? Ma soprattutto, chi è l'inquilino di sua nonna?


Extremely Loud, Incredibly Close di Jonathan Safran Foer, checché ne dica certa critica un po' snob, è uno dei libri più belli, emozionanti e commoventi degli ultimi 10 anni, certamente un lavoro che rende omaggio alle vittime di una tragedia che ha segnato la società occidentale. Ma è anche un libro fatto di tante parole (Oskar è un bambino che, oltre ad essere intelligentissimo, è incontinente sia a livello verbale che a livello di pensiero), e poi anche di disegni, di invenzioni grafiche. Non era certamente facile trasportarlo sul grande schermo, e c'era da aspettarsi una certa dose di semplificazione. Io, che ho amato molto il libro, ho apprezzato il film, mi sono commosso singhiozzando come nella mia migliore tradizione, e pure rileggerei il libro dalla curiosità di provare ancora quelle cose che il film non riesce a darti, per motivi di tempo e di "profondità". Eric Roth, sceneggiatore esperto, ha curato l'adattamento dal romanzo, Daldry come regista è una scelta che mi pare indovinata (Billy Elliot, The Hours, The Reader) per un film adatto a tutti, un regista che sicuramente sa come toccare le corde del sentimento, e che si, è vero, forse si è concentrato un po' troppo su Oskar tralasciando il background della famiglia Shell. Forse poteva uscirci qualcosa di meglio, effettivamente. Candidatura all'Oscar, come non protagonista, per "l'esorcista" Max von Sydow (l'inquilino), di certo sempre grande, ma davvero impressionante la prova del protagonista, il debuttante Thomas Horn, quindicenne di madre croata, che lascia basiti per la sicurezza. Il resto del cast, molto ricco, fa da semplice contorno. Tom Hanks è Thomas Schell, Sandra Bullock è Linda Schell, John Goodman è Stan il portiere, Viola Davis è Abby Black e Jeffrey Wright è William Black. Se in qualche scheda troverete pure James Gandolfini nel cast, sappiate che la sua parte è stata tagliata. Musica di Alexandre Desplat, costante ma mai troppo invadente, che naturalmente partecipa alla creazione dei momenti più intensamente emotivi. Uscita italiana venerdì 13 aprile 2012.

20120301

The Escapist




Prison Escape - di Rupert Wyatt (2010)



Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)


Giudizio vernacolare: ganzetto



Prigione di Londra. Frank Perry è un ergastolano, dentro già da 14 anni. Uomo anziano, rassegnato a finire i suoi giorni in carcere, prende la vita come viene: non può fare altro. Attorno a lui, il mondo del carcere è spietato, soprattutto con Lacey, il suo nuovo e giovane compagno di cella. Il capo incontrastato di quel micro-mondo è Rizza, la mina vagante è Tony, il fratello tossico di Rizza. Quando Frank riceve la notizia che la figlia, con la quale ormai non ha rapporti, anche lei tossica, sta rischiando di morire, sente, forse per la prima volta, la necessità impellente di uscire e di cercare una riparazione dell'ultimo minuto. E' a questo punto che mette in piedi una squadra ed un piano di fuga. Suoi complici saranno Lenny Drake, boxeur fallito e scassinatore provetto, Viv Batista, lo spacciatore ufficiale del carcere, Brodie, un vecchio amico di Frank. Lacey, dapprima non considerato, riesce a convincere Frank a farlo unire al gruppo. Non sarà certo una passeggiata, ed il piano è lungo e complesso...



Interessante e davvero ben fatto questo debutto (sul lungometraggio) dell'inglese che ha poi diretto L'alba del pianeta delle scimmie. L'ambientazione carceraria richiama un po' i film di genere, e un po' anche scenari postatomici, la regia è molto dinamica e il montaggio serratissimo. Largo uso di flashback e flashforward, necessita di un pizzico d'attenzione, ma riesce alla fine a portare avanti in maniera più che dignitosa tre storyline: quella personale del protagonista, quelle diverse dell'ambiente carcerario con le sue gerarchie e i suoi "vizi", quella della fuga. Il cast, tutto britannico ad eccezione di Seu Jorge (Viv Batista, già visto sia in City of God che in Tropa de Elite 2, oltre che ne di Le avventure acquatiche di Steve Zissou), è d'eccezione, in bilico tra vecchie glorie e giovani promesse. La parte principale, quella di Frank Perry, è affidata alla faccia brandiana di Brian Cox (pensate: la sua filmografia ufficiale, da imdb.com, conta 178 - centosettantotto - film). Quella del suo amico più stretto, Brodie, è incarnata da un'altra faccia, un po' meno anziana, ma non meno conosciuta, quella di Liam Cunningham (ultimamente anche nella parte di Ser Davos Seaworth in Game of Thrones), che secondo me somiglia molto al nostro Marco Paolini, non so se ne convenite. La squadra della fuga è completata da un Joseph Fiennes piuttosto in forma (un Lenny Drake tenebroso e di poche parole), e dall'emergente Dominic Cooper (Lacey), un attor giovane sempre più gettonato negli ultimi tempi (ne riparleremo a breve in occasione della recensione dell'inedito in Italia The Devil's Double), che riesce a farsi notare positivamente anche qui, in mezzo a cotanti giganti. Per finire, nella parte del "dittatore" della prigione, abbiamo nientemeno che Damian Lewis, che ultimamente ci ha esaltato con la sua parte del marine Brody in Homeland. Il film, del 2008, è uscito in Italia direttamente in dvd nel 2010, con l'incomprensibile titolo di Prison Escape, senza conservare l'originale The Escapist. Nella colonna sonora, oltre a The Partisan di Leonard Cohen, c'è The Escapist (appunto) dei Coldplay, scritta proprio per il film.