No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence.

20120206

NERD


The Big Bang Theory - di Chuck Lorre e Bill Prady - Stagione 2 (23 episodi; CBS) - 2008/2009

Lo ammetto: sono "indietro" con decine e decine di recensioni di film e qualche serie, e questa sarà molto semplice (e breve) da scrivere ed argomentare. Lo so che ho scritto della prima stagione solo pochi giorni fa. Che ci posso fare. Con questo voglio anche dire che la seconda stagione di TBBT, così come la prima, mi è piaciuta un bel po'. Vediamo i quattro nerd/scienziati/geek nei loro goffi approcci con l'altro sesso (beh, tre: Sheldon è escluso da questo argomento, anche se, per quanto riguarda Sheldon, sottolineo l'episodio 15, The Maternal Capacitance, dove facciamo conoscenza con la madre di Leonard, Beverly Hofstadter, psichiatra e neuroscienziata che risulta sorprendentemente simile a Sheldon, e con il quale instaura immediatamente un rapporto di reciproca confidenza, chiamiamola così. L'episodio in questione è senza dubbio uno degli highlights della stagione: da quell'episodio guarderete Wolowitz e Koothrappali con occhi diversi), la "storia" tra Leonard e Penny si muove alla velocità di una lumaca handicappata, ma si muove, si rivede Leslie Winkle che è un personaggio marginale ma che dà sempre una scossa positiva agli episodi, ci viene introdotto Barry Kripke, altra mina vagante piuttosto interessante, conosciamo un lato positivo e insospettabile di Sheldon (il completo disinteresse per il denaro) nell'episodio 14 (The Financial Permeability). Interessanti gli episodi con Stephanie (la dottoressa Stephanie Barnett, che Wolowitz rimorchia promettendole di farle guidare la sonda NASA su Marte, e che poi finisce a letto con Leonard, scatenando la trans-gelosia di Sheldon, che vuole Leonard con Stephanie perché è una delle poche donne che sopporta, e anche perché lo visita continuamente - Sheldon è pure un ipocondriaco non di poco conto -), apparizioni di Charlie Sheen (battuta spettacolare), Summer Glau (episodio spassoso sul treno), Analeigh Tipton (l'episodio dove Wolowitz e Koothrappali riescono a scovare la casa di America's Next Top Model), e addirittura del Nobel (vero) George Smoot (che domanda a Sheldon se per caso si è fatto di crack, dopo una di lui proposta... priceless!). Imperdibili gli scherzoni di Sheldon: bazinga!
Insomma, poi vi dirò se la serie si abbassa di livello o divertimento nel suo proseguo, ma quel che mi viene da pensare è che se da una parte TBBT fa molto ridere, dall'altra non posso fare a meno di riconoscermi (e quindi di provare una certa empatia, e per esempio, di partecipare attivamente alle esplosioni di ululati di approvazione registrati quando si verificano svolte improvvise, e soprattutto sentimentali, o semplicemente sessuali) in una parte dei caratteri dei protagonisti, naturalmente senza avere una minima parte della loro intelligenza scientifica. Anche io non sono un tipo da approccio al bar, anche io preferisco un film o una cena in casa. Magari è anche per questo che The Big Bang Theory mi piace così tanto.

20120205

cavallo da guerra


War Horse - di Steven Spielberg (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: un'antra favolona

Siamo nel 1914 nel Devon, nel Regno Unito. Il giovane Albert Narracott, figlio di contadini, assiste alla nascita di uno splendido cavallo. Poco tempo dopo, il padre Ted, spesso ubriaco ma mai cattivo, seppur costantemente ripreso dalla moglie Rose, vede lo stesso cavallo ad un'asta, e lo compra per una cifra che difficilmente potrà permettersi, sfidando Lyons, il proprietario terriero al quale deve già una somma considerevole. Albert è al settimo cielo, e promette al padre e alla madre che si prenderà cura del cavallo, che decide di chiamare Joey, e gli insegnerà a lavorare. Il primo, e non piccolo, problema, è proprio che Joey non è un cavallo da tiro, da lavoro, è una bestia nobile, da corsa: il suo posto dovrebbe essere negli ippodromi, tutt'al più. Lyons bracca la famiglia Narracott, fregandosi le mani, ma soprattutto Albert, spinto dal "tifo" di tutti i contadini vicini, riesce a far arare tutta la terra a loro disposizione da Joey. Le sfortune, si sa, non vengono mai da sole, e una tremenda pioggia distrugge l'intero raccolto. Ted, sull'orlo della bancarotta, è costretto a fare qualcosa, ma non la vuole dare vinta a Lyons. Ecco che, siccome il Regno Unito è appena entrato in guerra, vende Joey ad un Capitano della cavalleria dell'esercito, Nicholls, un uomo riservato, gentile, coraggioso e sensibile, che, toccato dall'attaccamento che Albert, saputo della vendita, dimostra cercando di impedire la vendita; Nicholls promette a Joey che lo tratterà bene e si prenderà cura di lui, accettando uno stendardo che Albert ha trovato tra le cose di suo padre, un ricordo della guerra boera, durante la quale Ted ha combattuto, è rimasto invalido (zoppica vistosamente), ma della quale non ha mai voluto parlare al figlio. Joey, dunque, diventa adesso un cavallo da guerra, ma nonostante la promessa di Nicholls, finisce, in terra francese, nelle mani dei tedeschi. Qui, prima trova un "amico", il cavallo Topthorn, del Maggiore Stewart, anche lui catturato dai tedeschi, e poi riesce ad entrare nelle simpatie di una coppia di giovanissimi fratelli, Gunther e Michael, arruolatisi nell'esercito teutonico, che disertano portando con loro la coppia di cavalli. I due fratelli vengono scovati e fucilati, ma i cavalli, rimanendo nascosti, non vengono requisiti dai tedeschi. Vengono invece trovati dalla giovane Emilie, orfana di entrambe i genitori, che vive e lavora nella fattoria del nonno, insieme a lui. Emilie si prende cura dei due cavalli, che rinomina François (Joey) e Claude (Topthorn), ma la sua frenesia di cavalcare Joey riporta i cavalli nelle mani dei tedeschi, che li utilizzano come cavalli da tiro per trasportare l'artiglieria. Nel frattempo, mentre si avvicinano gli scontri finali degli ultimi mesi del 1918, Albert si è arruolato, assieme a molti giovani del suo villaggio, e si sta distinguendo per coraggio e generosità.

Proseguo imperterrito nell'esaminare, non senza difficoltà oggettive, dato che molti dei film non sono ancora distribuiti in Italia, i lavori nominati per gli Oscar dell'Academy, almeno nelle categorie meno tecniche e quindi più rilevanti (anche se in questo caso War Horse è stato nominato più per categorie tecniche: scenografia, fotografia, colonna sonora originale, sound editing e sound mixing, oltre che miglior film) per il grande pubblico. E' lecito aspettarsi grande cinema da Spielberg, stesso discorso fatto qualche giorno fa per Hugo e per Scorsese, e Spielberg è sempre lieto di rispondere presente (anche se qualche film, negli ultimi dieci anni, mi ha un po' deluso, penso a La guerra dei mondi o a A.I. Intelligenza Artificiale) alla sua maniera. Se nel caso di Scorsese siamo di fronte ad una grande favola, che gli serve per fare un film sul cinema e sulla sua storia (e su tutte le sue fascinazioni), nel caso di Spielberg ci troviamo davanti ad un film che, in un certo qual modo, riassume due dei temi a lui cari: la guerra e la favola emozionante ed educativa (un binomio che si porta dietro temi e valori quali l'eroismo, la dignità, l'onore, il coraggio, l'altruismo). Tratto dall'omonimo romanzo per ragazzi War Horse, dell'autore inglese Michael Morpurgo (curiosità dai trivia di imdb.com: appare in un cameo, nella scena della prima asta di cavalli, accanto da David Thewlis), che dal 2007 è stato adattato per il teatro da Nick Stafford, e nel 2008 anche per la radio inglese (il grande Timothy Spall prestava la voce a Joey), scritto per il cinema da Lee Hall (Billy Elliot) e Richard Curtis (I Love Radio Rock, del quale è stato anche regista), Spielberg trasforma War Horse in un film dal respiro epico, con reminescenze western trasposte nella verde Inghilterra o, alternativamente, nelle trincee francesi, dove il vero protagonista è davvero lo splendido (in realtà ben 14 cavalli si sono alternati nella parte di Joey) cavallo, con un ricchissimo cast, prevalentemente inglese, che gli gira intorno con ottime interpretazioni. Dopo aver sviscerato in ogni modo possibile la seconda guerra mondiale (Schindler's List, Salvate il soldato Ryan, Band of Brothers, The Pacific), "affronta" la prima da un punto di vista particolare, appunto quello di un cavallo, che, alla fine, così come gli esseri umani soffre per la follia (tutta umana) della guerra. La storia è ovviamente piena di avvenimenti e snodi forzati ed esageratamente commoventi, ma necessari allo scopo: è sempre cinema, è sempre una favola, e nessuno può mettere in dubbio la valenza del messaggio positivo che Spielberg vuole lanciare con questo film. Fa un po' strano, guardandolo in lingua originale, sentire inglesi, francesi, tedeschi, parlare tutti inglese (e spesso, tra i tedeschi, senza neppure un tentativo di accento diversificato), ma qui dovremmo aprire un discorso troppo ampio (oppure fare tutti come Mel Gibson - o tornare al cinema muto, e qui Hazanavicius insegna -), ma fa piacere vedere ancora sullo schermo talenti quali quelli di Peter Mullan (Ted Narracott), Emily Watson (Rose Narracott), David Thewlis (Lyons), Tom Hiddleston (Capitano Nicholls), Benedict Cumberbatch (Maggiore Stewart), David Kross (Gunther), Niels Arestrup (il nonno di Emilie). Due scoperte, due debutti: il vibrante Jeremy Irvine è Albert Narracott, e la dolcissima e giovanissima Celine Buckens è Emilie.
Preparate i fazzoletti.

20120204

giovani adulti


Young Adult - di Jason Reitman (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: da rinchiudé lelì

Mavis Gary vive a Minneapolis (per le persone, come lei, nate in "provincia", è the Mini-Apple, un po' come dire che si, non è New York, ma è pur sempre una città) è una persona antipatica. Ghost writer (il suo nome appare scritto in piccolo dentro i libri, la creatrice è un'altra) di una serie di libri di young-adult fiction, ex reginetta di bellezza ai tempi della scuola (a quei tempi era popolare, un po' sgualdrina, ma desiderata da tutti), è alle prese con una crisi dalle molteplici cause. Ha divorziato di recente, sta diventando una di quelle alcolizzate che, per il momento, riesce ancora a nascondere il problema, è fondamentalmente sola col suo cane, e il suo appartamento è un mezzo disastro. Ciliegina sulla torta, alle prese con l'ultimo libro della serie, che sta per essere chiusa, ha il blocco dello scrittore, e l'editore la bracca a più non posso. Esasperata da tutto ciò, ma convinta che nulla le sia precluso (una sorta di delirio di onnipotenza, esatto), stimolata dall'arrivo di una email che annuncia la nascita della prima figlia del suo fidanzatino storico della high school, decide di tornare in provincia, al suo paese natale, per riconquistare proprio Buddy Slade. Che, naturalmente, è felicemente sposato.

Chissà, magari Jason Reitman sta cercando di fare un film su ogni dipendenza che assilla gli statunitensi. Thank You For Smoking su quella da tabacco, Tra le nuvole su quella da lavoro, Young Adult su quella da alcol. E Juno, direte voi? Boh, magari sulla fissa dell'aborto, ma non ne sono così sicuro. Sto esagerando, ma quel che è sicuramente vero, è che difficilmente i caratteri degli attori protagonisti (sempre a parte Juno) dei film di Reitman, risultano delle persone simpatiche. Certo, questa volta davvero è impossibile parteggiare per Mavis Gary, nonostante sia impersonata dalla sempre splendida Charlize Theron, che, diciamolo subito anziché attendere le ultime righe, anche stavolta fa un lavoro stupendo nel caratterizzare una persona resa instabile dalla sua insicurezza, dal suo arrivismo, e, come dicevamo, dall'alcol. Alla sceneggiatura, torna a lavorare per Reitman Diablo Cody, dopo la sbandata di Jennifer's Body e la creazione di United States of Tara. E c'è da dire che, in qualche passaggio, proprio la sceneggiatura è prevedibile, e lascia un po' perplessi. Nonostante questo, il film, ben diretto, ben recitato (Patrick Wilson - Buddy - fa sempre il suo dovere, Patton Oswalt - Matt Freehauf - è sempre divertente da vedere), e sostenuto da una colonna sonora alternative rock (e come poteva essere altrimenti; la canzone che Mavis suona di continuo mentre viaggia, e che poi... no, è uno spoiler!, è The Concept dei Teenage Fanclub), scuote abbastanza per come disegna un certo tipo di statunitense di medio successo; e neppure il finale è conciliante, come potrebbe sembrare in un primo momento (il discorso consolatorio di Sandra, la sorella di Matt, a Mavis). Qui, anzi, la sceneggiatura e i dialoghi (quello già citato e l'espediente della voce fuori campo di Mavis che scrive un libro "truccando" quello che gli sta accadendo), contribuiscono a rialzare la media finale del film, regalandoci un finale che io ci ho messo anche po' a capire.

20120203

errata corrige

Colgo l'occasione per ringraziare coloro che, spesso o di rado, correggono i miei errori nei post e me lo fanno notare: fate bene, anche a me dà fastidio. Potrei dare la colpa alla febbre, ma di errori, spesso dovuti alla condizione non perfettamente concentrata con la quale scrivo i post, ne faccio sempre. Spero che comunque apprezzerete lo sforzo. E grazie ancora.

The Girl with the Dragon Tattoo


Millennium - Uomini che odiano le donne - di David Fincher (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: si e lo so che lo di'o spesso maddé...ma un s'era già visto?

Svezia. Il giornalista investigativo Mikael Blomkvist, dopo essere stato citato in giudizio dal potente imprenditore Hans-Erik Wennerstrom, sul quale aveva pubblicato un duro e accusativo reportage che lo accostava alla malavita, perde il processo. Millennium, il giornale che possiede inseme all'amante Erika Berger, sta affondando, e lui non ha più un soldo. Il rapporto con la moglie e con la figlia è deteriorato, la sua reputazione è andata. Ma, nel frattempo, Dirch Frode, il legale del ricco Henrik Vanger, ha commissionato un'approfondita indagine privata dalla Milton Security, e vuole conoscere la persona che ha curato questa indagine: Lisbeth Salander, una giovane orfana, con un passato turbolento e doloroso, immagine punk, piena di piercing, vestita perennemente di nero. Accertato che Blomkvist è onesto, pulito e trasparente, Vanger lo convoca proponendogli un'offerta che non può rifiutare. Una paga che gli permetterà di rialzarsi in piedi, per scoprire qualcosa di più sul mistero dei Vanger, potente famiglia industriale svedese, e sulla nipote prediletta da Henrik, Harriet, scomparsa 40 anni prima, senza lasciare traccia. Henrik è convinto che sia stata uccisa, ma c'è un particolare inquietante: Harriet era solita regalare allo zio un fiore essiccato, ogni anno in occasione del suo compleanno, e nonostante la sua scomparsa, Henrik, ogni anno, continua a ricevere un fiore essiccato.

Remake praticamente instant (a poco più di due anni di distanza), dell'ottimo Män som hatar kvinnor (in Italia uscito come Uomini che odiano le donne), del danese Niels Arden Oplev, tratto a sua volta dal primo capitolo della trilogia Millennium, Uomini che odiano le donne, dello svedese Stieg Larsson, libri che hanno riscosso un successo enorme e planetario, e che forse per questo, col mio solito comportamento da snob, inconscio e ingiustificato, io non ho letto. Rifacimento in inglese, che però conserva l'ambientazione svedese, usando un cast importante (Daniel "Bond" Craig è Blomkvist, Christopher Plummer è Henrik Vanger, Stellan Skarsgard è Martin Vanger, Robin Wright è Erika Berger, Joely Richardson è Anita Vanger), e un volto nuovo, da lanciare, quella Rooney Mara che in The Social Network era la Erica Albright che "scatena" l'accadimento (la ragazza che rompe con Mark Zuckerberg proprio sui titoli di testa), che se la cava discretamente, nei panni di quella Lisbeth Salander che molti fan aspettavano, visto che l'attrice che ha interpretato questo ruolo nei tre film svedesi della trilogia è diventata una celebrità pure negli USA (e le era stato proposto il ruolo anche in questo film). Se la cava bene, visto che è stata nominata per un Oscar, ma vi dirò che non mi trovo d'accordo con la nomination, che però era di facile previsione, visto che è il personaggio in sé che solletica l'interesse lasciatemi definire morboso, del pubblico, e che non vedo la necessità di rifare un film con parametri del genere (come detto, rifacimento in inglese ma ambientato ugualmente in Svezia, e che si distanzia pochissimo - sicuramente in peggio - dall'originale). Come al solito, questo fatto farà si che chi ha visto l'originale, rimanga un po' deluso, e chi non l'ha visto, se non ha problemi di tempo o di mente, andrà a vedersi l'originale. Ovviamente il film è ben recitato e ben diretto, ma non esaltante, se non per la storia, costruita benissimo, e di certo non dovuta al regista o allo sceneggiatore. Naturalmente, non è che Fincher sia improvvisamente diventato un brocco: al contrario. Guardatevi i titoli di testa, con la cover di Immigrant Song (Led Zeppelin) suonata da Trent Reznor (Nine Inch Nails) e cantata da Karen O (yeah Yeah Yeahs), probabilmente la parte migliore del film. Reznor cura la colonna sonora insieme all'altro fedelissimo di Fincher, Atticus Ross (minimale, sottotraccia ma perennemente presente).

20120202

Hugo



Hugo Cabret - di Martin Scorsese (2012)

Giudizio sintetico: da vedere grandi e piccini (3,5/5)
Giudizio vernacolare: favolone


Parigi, 1930. Hugo Cabret è un ragazzino di dodici anni, orfano, che vive nella Gare de Paris Montparnasse, nell'antro ricavato dietro il grande orologio, del quale cura la manutenzione. In realtà, la manutenzione è affidata a suo zio Claude, un anziano alcolizzato che lo ha preso in custodia quando suo padre è morto, ma da qualche tempo è sparito nel nulla. Il padre, anche lui orologiaio, appassionato di meccanismi, è morto tragicamente in un incendio, lavorando in un museo; ma ha lasciato a Hugo un automa, ritrovato proprio in quel museo, abbandonato. Hugo ruba il cibo, tiene l'orologio della stazione preciso, e vaga in quel piccolo mondo, facendo attenzione a non dare nell'occhio, soprattutto all'Ispettore Gustav, supervisore del luogo, sempre impegnato a raccogliere orfani da destinare all'orfanotrofio. Hugo ruba anche dei piccoli pezzi meccanici che gli servono per continuare a riparare l'automa, finché il proprietario del negozio di giocattoli (sempre della stazione) non se ne accorge. Sarà l'inizio di un'avventura a dir poco straordinaria, perché l'uomo non è esattamente solo il proprietario di un negozio di giocattoli, e la sua figlioccia Isabelle accompagnerà Hugo passo per passo.


Martin Scorsese è garanzia di grande cinema, anche quando fa la televisione (vedi Boardwalk Empire), ma a dire il vero gli ultimi suoi lavori, senza dubbio interessanti e di successo (Shutter Island, The Departed, The Aviator), mi avevano sempre lasciato l'impressione che gli mancasse qualcosina. Invece, con questo nuovo Hugo (nella versione originale il titolo è senza cognome), che in principio mi appariva come un film da bambini, realizza non solo una bella e appassionante favola, ma anche uno straordinario omaggio al cinema, prendendo spunto da The Invention of Hugo Cabret di Brian Selznick, e omaggiando l'importantissima figura di Georges Méliès.

Già dall'introduzione (ci sono almeno 8 minuti prima che appaia il titolo), un piano sequenza aereo che ci porta dal panorama di Parigi fin dentro il rifugio del piccolo protagonista, si capisce che oltre a mostrarci un gran bel film, Scorsese si è pure divertito a girarlo.

Con un cast dove le superstar ci sono, ma non monopolizzano il film (Ben Kingsley è Georges Méliès, Jude Law è il padre di Hugo, Christopher Lee è il bibliotecario Monsieur Labisse), c'è spazio per facce meno conosciute, ma non meno ammirevoli. Asa Butterfield è Hugo (era il protagonista, Bruno, ne Il bambino con il pigiama a righe, e pure nel brutto Wolfman), e la sempre più brava Chloe Grace Moretz è Isabelle (ve la ricordate straordinaria in Kick-Ass, e sanguinaria in Blood Story). Emily Mortimer (Lars e una ragazza tutta sua, City Island, Shutter Island, Match Point, prossimamente in Quell'idiota di nostro fratello) è la fioraia Lisette, Helen McCrory (diversi Harry Potter, era Cherie Blair in The Queen) è Mama Jeanne, la moglie di Méliès, Michael Stuhlbarg (attore sopraffino, ricordatevelo: protagonista sensazionale di A Serious Man, è il glaciale Arnold Rothstein in Boardwalk Empire) è Rene Tabard (nome preso da un film di Jean Vigo del 1933, Zero de Conduite), lo storico cinematografico fan di Méliès, e soprattutto un'ancora una volta stre-pi-to-so Sacha Baron Cohen (Borat, Ali G) nei panni dell'Ispettore Gustav.

Un film per grandi e piccini, un gran film di grande cinema, una bella fiaba per chi ama la settima arte, al quale non do 4 su 5 per l'eccesso di melassa (tutti trovano - o ritrovano - l'anima gemella, perfino i cani). Cameo per Scorsese stesso (fateci caso, è il fotografo sul set di Méliès), omaggio a Django Reinhardt (il chitarrista dell'orchestrina che si intravede in qualche scena, interpretato da Emil Lager).

20120201

darsi alla macchia



Given to the Wild - The Maccabees (2012)






Molto interessante questo terzo disco della band inglese, il primo che ascolto a dire il vero. L'immediato riferimento a cui viene da pensare sono naturalmente i Coldplay, ma, come ho avuto modo di dire scherzando (fino ad un certo punto), ricordano i Coldplay si, ma quelli che conoscevamo prima che loro stessi "perdessero l'innocenza" (e magari duettassero con Rihanna). Però, grazie anche alla voce particolare di Orlando Weeks, ci sono dei passaggi in cui personalmente penso addirittura a Mr. Bryan Ferry e ai mai troppo rimpianti Roxy Music. Pezzi strutturati (o imprevedibili, come dice, anche lui correttamente, l'amico Matteo) Se ho ben capito da quel che ho letto, i Maccabees hanno un po' messo da parte i suoni elettronici dei primi due lavori, che rimangono in sottofondo e in numerosi passaggi; fatto sta che l'album in questione risulta sinuoso, frutto di un lavoro intenso, pieno di particolari, piacevole e perfino rilassante all'ascolto, omogeneo dal punto di vista della media dei pezzi (piuttosto alta), con qualche punta sopra la media. Penso alla conclusiva Grew up at Midnight, che inzialmente fa pensare al falsetto di Bon Iver, o alla straordinaria Forever I've Known, con passaggi chitarristici che ricordano The Edge (in Unknow la cosa a tratti si fa imbarazzante, ma del resto in tanti sono stati influenzati da quello stile), un pezzo da inserire in qualsiasi instant compilation attualmente in produzione; ma pezzi come Ayla o Feel to Follow non sono da meno. Insomma, vi dico, anche se, come me, non li conoscevate per niente, ascoltateli, sentite questo disco. Potrebbe essere una piacevole sorpresa.

20120131

na putu



Il sentiero - di Jasmila Žbanić (2012)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: av'a ragione marz


Sarajevo, Bosnia-Erzegovina, oggi. Luna e Amar sono una coppia giovane e innamorata; sono bosgnacchi (la maggioranza, in Bosnia), diciamo musulmani non praticanti. Lei è hostess della compagnia aerea della Bosnia-Erzegovina, lui è controllore di volo presso l'aeroporto di Sarajevo. Stanno provando ad avere un figlio, c'è qualche problema e stanno pensando di passare alla fecondazione assistita. Amar, però, ha qualche problema con l'alcol, e, dopo una serata di bagordi con gli amici, mentre Luna è fuori città per lavoro, il giorno seguente va a lavorare non particolarmente lucido, tant'è che il suo collega, sbagliando tazza, beve dalla sua, accorgendosi che sta bevendo un super alcolico, e fa rapporto. Amar viene sospeso da lavoro, obbligato a frequentare un gruppo di recupero nel caso volesse conservare il posto all'aeroporto, ma nel caso fosse reintegrato verrebbe cambiato di ruolo. Luna è preoccupata, e prega Amar di seguire il gruppo di recupero. Casualmente, in un giorno di festa, mentre sono a divertirsi con un'altra coppia di amici, Amar incontra Bahrija, un vecchio amico nonché compagno d'armi in guerra. Bahrija è diventato un wahabita, ma non si è dimenticato di Amar, e i due decidono di rivedersi per aggiornarsi sulle loro vite. Visto che Amar ha molto tempo libero, l'incontro avviene presto. Dopo questo, Amar annuncia a Luna che ha trovato un lavoro: Bahrija gli ha proposti di insegnare basi informatiche ai giovani wahabiti, in un loro campo scuola, sulle rive del lago Jablanica (come potrete notare dal link, la cosa riprende un curioso fatto di cronaca di qualche anno fa), un luogo molto bello ma piuttosto fuori mano rispetto a Sarajevo, per cui dovrà stare via alcuni giorni. A Luna la cosa comincia a non piacere, ma l'amore è sempre forte, per cui accetta la situazione. Ma quando decide di andare a trovare Amar presso il lago, la cosa comincia a destabilizzarla. Accompagnata dalla moglie di Bahrija, Nadja, coperta completamente dagli abiti, meno gli occhi, così come vuole, appunto, la concezione wahabita dell'islam, si accorge che il campo scuola wahabita è un luogo dove l'osservanza della religione è strettissima, e le sue abitudini cozzano pesantemente con quelle dei presenti, sia degli uomini che delle donne. Amar sembra non dar peso alla cosa, ma Luna comincia a nutrire dei dubbi su come possa proseguire la loro relazione. Amar, nel giro di poco tempo, diventa sempre più osservante, e la situazione si avvia ad un punto di non ritorno.


Uscito in Italia venerdì scorso (27 gennaio) il secondo film della regista bosniaca, che "annunciai" già nel 2009, recensendo il suo ottimo debutto Grbavica. Meno "forte" questo secondo lavoro, ma solo in apparenza, il film parte da una storia d'amore per analizzare nello specifico il fenomeno wahabita, ma che volendo possiamo allargare all'applicazione estrema di ogni religione, e di come la cosa possa creare enormi problemi a partire dal nucleo familiare. La regista, ancora una volta anche sceneggiatrice, affronta il tema con grande equilibrio, e prosegue il suo personale discorso tutto al femminile, contestualizzandolo nella sua terra, dove le ferite della guerra sono ancora aperte. Ogni pezzo del puzzle, ogni scena, è funzionale o alla determinazione della scelta di Luna, oppure importante per far capire allo spettatore che l'amore che lei prova per Amar è vero e profondo. La regia è attenta ai particolari, la fotografia e gli scenari ci rendono partecipi di una Bosnia-Erzegovina rigogliosa nelle campagne, tranquilla nelle province, e di una Sarajevo viva e vogliosa d'Europa, e il cast, composto in buona parte da attori e attrici già visti anche in Grbavica, è ben diretto, riuscendo a fornire un'ottima prova corale, credibile, senza sensazionalismi ma funzionale. Leon Lucev (Amar), che avevamo visto in Grbavica (era Pelda), è convincente, Zrinka Cvitesic (Luna) è molto bella e molto semplice. Interessante anche Ermin Bravo nella parte di Bahrija, brava come sempre Mirjana Karanovic (Nadja).

Apprezzabile anche perché non cerca sensazionalismi, ma solo storie significative, sarà difficile incontrare un cinema che lo proietti, tra candidati agli Oscar e scarti di cabaret all'italiana, ma se vi capita, vedetelo.

20120130

Escape from the Planet of the Apes




Fuga dal pianeta delle scimmie - di Don Taylor (1971)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: un è malaccio


Poco prima del momento in cui esplode il pianeta (alla fine del film precedente, L'altra faccia del pianeta delle scimmie), pianeta che, ormai l'hanno capito tutti, è la Terra stessa, Cornelius, Zira ed il dottor Milo, avendo velocemente riparato l'astronave con la quale Taylor arrivò sul pianeta stesso, partono mettendosi in salvo. L'astronave viaggia a ritroso nel tempo, ed i tre si ritrovano sulla Terra, negli anni '70, poco dopo la partenza di Taylor. Dopo l'ammaraggio vengono messi in salvo dall'esercito statunitense, e visto che le tre scimmie fingono di non saper parlare, vengono messe in gabbia nell'infermeria dello zoo di Los Angeles, sotto osservazione di una coppia di scienziati veterinari dell'esercito, Stephanie Brenton e Lewis Dixon. Qui, vengono sottoposte a dei test troppo semplici, che fanno innervosire Zira, che sbotta lamentandosi, rivelando così la capacità di parlare. Stephanie e Dixon, affascinati, concordano che ancora non è il momento di rivelare la cosa, e lasciano le tre scimmie ancora qualche giorno in quella sistemazione: purtroppo, proprio a causa di ciò, il dottor Milo sarà ucciso da un gorilla sistemato nella gabbia a fianco. Il governo forma una commissione presidenziale, che dovrà indagare sul ritorno della navicella, e sulla sorprendente intelligenza delle scimmie che sono arrivate con lei; Stephanie e Lewis portano Cornelius e Zira di fronte alla commissione, e qui rivelano all'opinione pubblica la loro capacità di parola. In privato, la coppia di scimmie rivela alla coppia di veterinari quello che sanno su Taylor, sul loro pianeta, e sulla fine della Terra; i quattro decidono di non farne parola con nessuno. Zira e Cornelius diventano delle celebrità, ma sotto i riflettori, Zira, in un momento di ebbrezza, confiderà al già sospettoso dottor Otto Hasslein, il consulente scientifico del Presidente, un fatto che metterà ancor più paura ad Hasslein, che da quel momento, diviene determinato a tenere strettamente sotto sorveglianza le due scimmie.


Decisamente niente male questo secondo sequel della saga del pianeta delle scimmie, ed è probabile che da una parte lo sceneggiatore si sia dato una svegliata (Paul Dehn, autore delle sceneggiature dei quattro sequel), dall'altra il regista di questo episodio vi abbia infuso una certa dinamicità, l'ex attore Don Taylor (Il padre della sposa di Vincente Minnelli, Stalag 17 - L'inferno dei vivi di Billy Wilder), passato dietro alla macchina da presa, ed interessato alla fantascienza (dirigerà anche L'isola del Dottor Moreau del 1977). Divertente (la parte centrale, quella della celebrità di Cornelius e Zira), metaforico (la parte pre-finale) e pure, come accennato, in qualche modo dinamico (il finale), non annoia e naturalmente, lascia la porta aperta per un proseguimento, che analizzeremo tra un po'. Ancora un po' ingessate le recitazioni, ma si comincia ad intravedere qualcosa di più sciolto.

20120129

smells like 2 times

la teoria del Big Bang



The Big Bang Theory - di Chuck Lorre e Bill Prady - Stagione 1 (17 episodi; CBS) - 2007/2008






Ne avevo sentito parlare, ma del resto, se come me, siete appassionati di schermi (piccolo e grande), di musica, vi piace pure leggere e viaggiare, e, purtroppo, dovete lavorare, di tempo non ce n'è in misura indefinita. Approfittando della sospensione natalizia di quasi tutte le serie che mi interessano, ho provato a dare un'occhiata a questo The Big Bang Theory, e devo dire che a livello di sit-com mi ha fulminato: grasse risate, spesso intelligenti, a volte grette, dialoghi micidiali. L'idea sembra semplice, ma Lorre e Prady (gli stessi di Dharma & Greg) ci hanno pensato prima: a Pasadena, California, Sheldon Cooper, un giovane fisico teorico di origine texana, precocissimo negli studi e dal QI altissimo, divide l'appartamento con Leonard Hofstadter, un fisico sperimentale meno intelligente di Sheldon, ma più realista: timidissimo, costantemente imbarazzato, si vergogna della sua nerditudine. Sheldon vive nel suo mondo fatto di tecnica e di logica, e parrebbe soffrire della sindrome di Asperger, se non fosse che non è per niente timido: ha solo un modo di ragionare lontano dalle convenzioni sociali, e soprattutto non è per nulla interessato a relazionarsi soprattutto con le donne, a differenza di Leonard; Sheldon, inoltre (spesso a ragione), è convinto che chiunque sia meno intelligente di lui. I due amici ne hanno altri due: Howard Wolowitz, ingegnere aerospaziale di famiglia ebrea, costantemente arrapato e vagamente alla moda, e Rajesh Koothrappali, astrofisico indiano che in presenza di una donna ammutolisce letteralmente. I quattro condividono i classici, e, diciamolo, stereotipati interessi nerd/geek: fumetti, fantascienza (film e telefilm), giochi di ruolo e videogiochi. Quando il loro mondo entra in contatto con quello frivolo, superficiale, ma assolutamente reale di Penny, bionda, carina, originaria del Nebraska, aspirante attrice ma attualmente cameriera, che affitta l'appartamento di fronte a quello di Sheldon e Leonard, le scintille si sprecano. Leonard si innamora all'istante di Penny, mentre Sheldon non cambia di una virgola il suo comportamento, pur acquistando una certa familiarità con Penny. Howard la corteggia costantemente, alla sua maniera (una maniera che a Penny fa orrore), Raj ammutolisce.



Si, ci sono le risate fuori campo. E si, tutto si svolge nell'appartamento dei due nerd, e in pochi altri ambienti. Ma i dialoghi, le battute, le situazioni divertentissime, sono copiose e ti acchiappano all'istante. Il formato degli episodi, 20 minuti circa, invoglia alla visione, i momenti di stanca sono inesistenti. Sheldon è un personaggio fantastico, e Jim Parsons che lo interpreta, attore anche di teatro (al cinema lo abbiamo visto in una piccola parte in La mia vita a Garden State), è il valore aggiunto di questa sit-com. Molto, molto divertente.

20120128

The Descendants



Paradiso amaro - di Alexander Payne (2012)


Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)

Giudizio vernacolare: ci si sta gobbi all'auai


E' vero: siamo tutti convinti che le Hawaii siano un paradiso. Eppure, le persone che vivono lì, seppur abbigliate con camicie che ormai noi non indosseremmo più neppure per una festa di carnevale, conducono un'esistenza (quasi) normale, su uno sfondo paradisiaco, sia chiaro. Matt King è un avvocato importante, gran lavoratore nonostante sia ricco sfondato di famiglia: è infatti discendente di un missionario e di una principessa hawaiana, e, anche se la famiglia ha proliferato (e sperperato, a parte lui) sulle varie isole dell'arcipelago, possiedono ancora una spiaggia mozzafiato, con annesso entroterra, sull'isola di Kauai; terra però che sono obbligati, da una legge, a vendere entro pochi anni. Il fatto che tutti i cugini siano pressoché in bancarotta, ma che Matt, oculato per non dire tirchio, e quindi senza troppi problemi, sia però l'unico con diritto decisionale, complica non di poco le cose. Ora, non è che Matt stia passando un bel periodo. E' sempre stato talmente immerso nel lavoro, che non si è reso conto che la sua famiglia si stava disgregando completamente. La bella e adrenalinica moglie Elizabeth, dopo un incidente occorsole mentre praticava uno degli innumerevoli sport estremi da lei prediletti, è in coma, e il dottor Johnston, anche amico di famiglia, ha appena comunicato a Matt che è irreversibile; dato che Elizabeth ha lasciato un testamento biologico, la staccheranno dalle macchine, per cui al massimo entro un paio di settimane morirà. Le due figlie sembrano ingestibili, e soprattutto, lui non lo ha mai fatto. Alexandra, 17 anni, flirta con alcol e droghe, e da qualche mese non parla(va) più con la madre; si è allontanata anche fisicamente, dato che studia a Big Island, ed è convinta che il padre non ricordi nemmeno il suo nome. Scottie, 10 anni, è bisognosa di attenzione costante, molto sveglia, e piuttosto bizzosa. L'insopportabile suocero Scott lo tratta come se l'incidente della figlia fosse colpa sua. Come se non bastasse, mentre Matt comunica ad Alexandra per prima, l'imminente morte della moglie, lei gli rivela che la madre lo tradiva. Appurato che Elizabeth gli avrebbe chiesto il divorzio, destabilizzato ma sempre assolutamente ragionevole, Matt inizia una sorta di road trip in compagnia di Alexandra, Scottie e Sid, un caro amico di Alexandra, durante il quale non solo comunicherà a familiari ed amici stretti che Elizabeth morirà, ma, appurata l'identità dell'uomo con cui la moglie lo tradiva, lo rintraccerà e si confronterà con lui, scoprendo in qualche maniera che questi è in qualche modo legato anche al tema della vendita della terra di famiglia.


Non è che sia un brutto film, The Descendants (orribile, davvero orribile il titolo italiano, mi rifiuto di scriverlo ancora). Affronta un tema tutto sommato semplice, già affrontato, con estrema franchezza, probabilmente nel modo più reale possibile: alla fine, che devi fare, quando ti muore la moglie, scopri che ti tradiva, e che le persone, anche i parenti, da te vogliono solo un modo per far soldi? Ti attacchi a quel che rimane, in questo caso, in quello di Matt King, le figlie. Certo, di temi ne lascia per strada diversi, come per esempio il testamento biologico, ma perché dovrei accanirmi su un film, quando neppure Elizabeth voleva che i macchinari si accanissero su di lei?

The Descendants ha pure ricevuto un bel po' di nominations agli Oscar: sceneggiatura non originale (è tratto dal romanzo omonimo di Kaui Hart Hemmings, che recita in un cameo, nella parte della segretaria di Matt), montaggio, regia, attore protagonista (George Clooney, che è naturalmente Matt King; bravo, innegabilmente, misurato, pure troppo a mio avviso, meno faccine del solito e più fisicità impacciata - la scena della corsa verso la casa degli amici per domandare con chi lo tradiva la moglie, inserità anche nel trailer, è davvero divertente, anche se poi, a ripensarci, è uno dei momenti più tristi -), miglior film. La storia è commovente, ti tocca, il protagonista si comporta esattamente come uno si immagina: qui, forse, sta il limite, anche del lavoro complessivo, di Payne come regista, almeno ai miei occhi. Dopo qualche minuto, qualche secondo del film, si sa esattamente cosa succederà. Fin nei minimi particolari. Magari è "colpa" del romanzo, ok. Di certo Payne, col suo stile diligente, rallentato, dilatato, rilassato, che lo sfondo meraviglioso delle isole Hawaii esaltano a dismisura, non fa niente per sorprendere lo spettatore. Magari non c'è bisogno di soprenderlo. Però, così come non riuscii a giustificare, dopo averlo visto, le lodi sperticate lette ed ascoltate prima di vedere Sideways, anche in questo caso sono certo che ricorderò questo film più per le orribili camicie hawaiane (ma le ho portate anch'io, lo confesso, come tutti quelli della mia età, ad un certo punto della vita) o per gli splendidi panorami, che per l'interezza del film.

Di sicuro Payne è un bravo direttore di attori. Detto di Clooney (candidatura/prova superiore a quella del Pitt di Moneyball, ma inferiore a quelle di Oldman e Dujardin, ancora da verificare com'è messo rispetto a quella di Bichir), sottolineerei le prove dell'anziano Robert Forster nei panni dell'antipaticissimo suocero Scott, e della giovane ma promettente Shailene Woodley nei panni della figlia maggiore di Matt, Alexandra, uno dei fulcri del film. Beau Bridges (che, come il fratello, ha ancora un sacco di capelli, almeno così pare) è il cugino Hugh, e nei panni del pilota del motoscafo dell'incidente di Elizabeth, Troy, c'è il mitico Laird Hamilton.

Non so, forse è un problema mio nei confronti di Alexander Payne, ma anche stavolta non mi ha convinto fino in fondo.

20120127

sveglio





Awake - Trash Talk (2011)










Il luogo comune vuole che "meglio tardi che mai". Concordo.





Dopo tre full-length (Walking Disease del 2007, Trash Talk del 2008 e Eyes & Nines del 2010), il quartetto di Sacramento, California pubblica un EP, la prima roba che ascolto in vita mia di loro, e devo dire che l'EP in questione è composto da cinque pezzi killer. Un hardcore punk rotondo, moderno, incrociato con tutte quelle derivazioni crust punk che arrivano dal metal estremo. Ecco perché li troverete solo leggermente diversi dai Converge, per fare un esempio, meno apocalittici, leggermente meno veloci ma non meno violenti. Naturalmente, a parte l'estrema brevità delle canzoni, e l'uso della voce in modalità scream, c'è una certa uniformità di fondo, una somiglianza a volte pericolosa tra i pezzi, ma se non vi dispiace sbattere contro un wall of sound di chitarre deraglianti (cavolo, quanto mi piace questo aggettivo!), troverete i pezzi (Awake, Slander, Blind Evolution, Burn Alive e Gimme Death) dannatamente accessibili e catchy. Sul loro sito troverete ben tre video tratti da questi cinque pezzi. Ve ne lascio un assaggio.








20120126

Et maintenant, on va où?



E ora dove andiamo? - di Nadine Labaki (2012)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: ganzetto ma non solo


Siamo in Libano, in un villaggio senza nome, sperduto nell'entroterra, isolato dal crollo del ponte che lo collegava ad una strada che porta alla città più vicina. Dallo stretto passaggio rimasto in piedi, passano solo due giovani, Roukoz e Nassim, con una motoretta e un piccolo rimorchio. C'è da fare attenzione, perché le mine sono dappertutto. La vita scorre lenta e tutto sommato pacata, ma il cimitero è pieno di uomini che hanno reso vedove molte donne del villaggio. Il cimitero è il simbolo di quella parte di Medio Oriente: diviso a metà da un camminamento, da una parte i morti musulmani, dall'altra quelli cristiani. La chiesa e la moschea sono praticamente di fronte; il prete e l'imam, insieme alle donne del villaggio, tutti stanchi della guerra perenne, che divide ormai da tempo immemorabile l'intera nazione, sono sempre all'erta per dissuadere gli uomini, attacabrighe per ragioni futili e tutto sommato ridicole, dall'imbracciare ancora una volta le armi. La religione non riesce a dividerle, loro: ogni volta, ad ogni minimo accenno di litigio, se ne inventano una nuova. Se il villaggio si riunisce per guardare l'unica televisione funzionante, in un unico punto dove si riesce a captare il segnale, ed il telegiornale annuncia scontri, loro si mettono a fare confusione apposta, e potrebbero perfino arrivare a sabotare l'apparecchio. Perfino quando muore loro qualche familiare, o qualcun'altra è innamorata di un uomo di religione "opposta", non perdono la lucidità e la voglia di inventarsi un mondo migliore. Costi quel che costi.


Nadine Labaki, che già mi aveva fatto impazzire con il suo debutto nel lungometraggio, con lo splendido, abbagliante Caramel, non finisce di stupire. Con questo suo secondo lavoro cambia un po' registro, si addentra maggiormente nel cuore del problema medio-orientale, ma riesce magicamente a mantenere la tematica femminile al centro del soggetto, a fornire spunti di riflessione senza far mancare il sorriso, anzi, sono convinto che uno spettatore mediamente intelligente (come quelli che leggono questo blog) si farà grasse risate guardando E ora dove andiamo?, ma a disseminare pure il film di momenti forti, di quelli che rimangono impressi perché toccanti. A dire la verità, forse per i cambi di tono frequenti, il film è meno fluido di quanto lo fosse Caramel (un mezzo punto in meno, per intenderci); ci sono perfino un paio di "numeri" da musical (non dimentichiamoci che Labaki si è costruita una carriera con i videoclip), tanto per farvi capire che l'amalgama non era così semplice. Nonostante ciò, mi sento ugualmente di caldeggiarvene la visione, non fosse altro che per il messaggio di speranza; e poi, perché è divertente in maniera elegante ed "esotica", senza dubbio poco usuale per noi europei.

La regista, bella come sempre, si ritaglia il ruolo della proprietaria del bar Amale (e per la sorella Caroline, anch'essa regista di videoclip, quello di Aida, la moglie di Issam, fratello di Nassim), ma il cast è composto in larghissima parte da non professionisti (o debuttanti), che però non lasciano a desiderare. Annotazione noiosa, ma doverosa: avendo avuto la possibilità di vedere qualche spezzone del film in lingua originale (nello specifico, la "scenata" di Amale, quando butta fuori dal bar tutti gli uomini), devo dire tristemente (e ancora una volta), che come accade spesso per i film che non sono di lingua inglese, il doppiaggio è scadente, e fa scendere la qualità del prodotto.


Come detto, una mezza spanna sotto al debutto, ma una certezza: Nadine Labaki è una regista con personalità e idee.

20120125

top of the tops

Su richiesta dell'amico Ndru, è stata aggiunta un'etichetta che recita "top ten annuali". Non tutte sono "ten", ma ci sono racchiuse le mie preferenze (e, in qualche caso, le cose peggiori) dal 2005 ad oggi.

quattro



Four the Record - Miranda Lambert (2011)






E' andata così. L'esperto (sicuramente più di me) di country Monty, annuncia che si dedicherà a "lanciare" nuove proposte country sul suo blog (la "rubrica" si chiama New Wave of American Country Music, infatti). Conoscendomi, gli dico di segnalarmi solo le donne. Da una prima scrematura, questa è la signora che mi ha più colpito, e non sto parlando del lato estetico. Quarto disco, se si esclude il debutto omonimo autoprodotto, per la signora in questione, maritata ad altro country singer che risponde al nome di Blake Shelton, e che possiamo ascoltare nel duetto "casalingo" Better in the Long Run, è un disco che mi pare maturo (anche se non ho ascoltato i precedenti) e variegato. Sicuramente non è rinchiuso nel cortile del country classico, non disdegna popperie (nel senso di cose pop), risulta di facile ascolto ma pure appagante: i pezzi, scritti in parte proprio dalla Lambert, in parte da amici e colleghi, pure più famosi di lei (Allison Moorer, Don Henry, Gillian Welch), non sono mai scontati e troppo leggeri, ed alcuni lasciano davvero il segno, come l'apertura super con All Kinds of Kinds, le belle ballads Over You e Look at Miss Ohio, Nobody's Fool, la classica Same Old You, insomma, mi piace davvero un bel po' questo disco della biondazza. Da ricordare, per i meno addentro, che Miranda è attiva anche con un suo side-project, il supergruppo country tutto al femminile Pistol Annies. Ebbrava.

20120124

oscar














Sono uscite le nominations. E se vi state chiedendo "chi cazzo è Demián Bichir?" vuol dire che non avete mai fatto attenzione ai titoli di testa di Weeds, o quelli di Che - L'argentino.



l'aiuto




The Help - di Tate Taylor (2012)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)

Giudizio vernacolare: o che pazienza cianno avuto i neri?


Jackson, Mississippi, anni '60. Eugenia Phelan, che tutti chiamano Skeeter, torna a casa dopo essersi laureata. E' modesta ma ambiziosa, figlia di una famiglia benestante di produttori di cotone; il suo sogno è diventare una scrittrice, vuole essere padrona della sua vita, a differenza delle sue amiche d'infanzia, che pensano a "sistemarsi" con un marito che lavori per loro, e che permetta loro una vita agiata. Trova lavoro nel giornale locale, dovrà scrivere una rubrica dove risponderà alle lettere delle casalinghe, su consigli di economia domestica. Ma ha un'idea per un libro, ed è in contatto con un'editrice di New York che inizialmente ha rifiutato la sua proposta, perché poco convincente. Skeeter è bianca, e si trova spesso a riflettere su come sono trattate le donne nere che, libere dalla schiavitù, fanno ancora parte di una classe sociale poverissima, praticamente ancora segregata (autobus e bagni per bianchi separati da quelli dei neri, tanto per intenderci), ma continuano a crescere i bambini e le bambine dei bianchi. Infatti, l'impiego classico delle donne nere è "essere a servizio" di una ricca famiglia bianca, il che implica cucinare, stirare, fare le pulizie, e fare da babysitter. Tendenzialmente, come le amiche di Skeeter dimostrano, le donne del sud si sposano giovani, e non hanno alcuna esperienza su come crescere e trattare i bambini, ed evidentemente le madri non le hanno mai preparate; ecco quindi che, in particolar modo le bambine, si attaccano visceralmente alle loro "tate" nere. Anche Skeeter ama Constantine, la donna di servizio di casa Phelan, che l'ha cresciuta e aiutata nei momenti difficili dell'adolescenza, ma quando torna non la trova, e sua madre le racconta che se n'è andata di sua volontà. Il disagio di Skeeter si fa sempre più grande, e riprendendo a frequentare le sue amiche, Hilly Holbrook (la più prepotente, che influenza pesantemente le decisioni non solo delle amiche, ma di tutta quanta la gente bianca di Jackson, e profondamente razzista), Elizabeth Leefolt e Jolene French, comincia a rendersi conto che le persone nere non sono considerate come persone da questa cerchia. Cominciando a chiedere ad Aibileen Clark, la domestica di Elizabeth, di aiutarla con le risposte alle lettere della sua rubrica sul giornale locale, ecco l'idea: raccontare le loro storie dal loro stesso punto di vista. Non è facile convincere Aibileen inizialmente, ma le cose iniziano a svilupparsi, con incontri "clandestini" a casa della stessa Aibileen. L'editrice però vuole più storie da più fonti differenti: ecco quindi che Aibileen cerca di coinvolgere Minny Jackson, altra lavoratrice domestica di colore, con un caratterino meno accomodante di quello di Aibileen, recentemente rimasta senza lavoro. L'impeto di Minny, e gli eventi del momento, finiranno per cambiare le vite di molte delle protagoniste.


A volte il cinema è strano come la vita. Tate Taylor fino a ieri era un attore dallo scarso successo, e un regista alle prime armi, con alle spalle un cortometraggio e una commedia sconosciuta, valutata pochissimo (Pretty Ugly People). Poi, l'amica d'infanzia Kathryn Stockett, aspirante scrittrice, fa uscire il suo debutto The Help (in Italia, come spesso succede, prima uscito come L'aiuto, poi, dopo l'annuncio dell'uscita del film, ripubblicato come The Help), che diventa un grande successo. Com'è, come non è, affida a lui la trasposizione cinematografica. Taylor scrive la sceneggiatura, ingaggia un manipolo di attrici emergenti (alcune però già ben avviate sulla strada per la celebrità), dirige con diligenza e senza strafare la storia, ed ecco pronto un gran film, che secondo me darà filo da torcere a molti, sulla strada per gli Oscar. Mi piace, degli statunitensi, la loro capacità di autocriticarsi (vabé, non lo fanno proprio tutti gli statunitensi), di ammettere i loro errori nella pur breve storia. Trovo che in Europa riesca solo ai tedeschi, e probabilmente perché l'hanno fatta davvero troppo grossa. Messa da parte questa constatazione personalissima, il film, che supera abbondantemente le due ore, non annoia mai pur avendo un ritmo rilassato, e si prende tutto il tempo per dare spazio alle tre storie fondamentali, che si dilatano in una serie infinita di sottotrame (e di flashback), sempre ben affrontate, con delicatezza, ironia, ma non mancando mai di sottolineare la stupidità del razzismo e l'ignoranza del pregiudizio. Fotografia scintillante di un solare Mississippi, il film è anche sostenuto, come detto, da un cast femminile di talenti innegabili. Quattro le sottolineature importanti: Bryce Dallas Howard e Jessica Chastain le più conosciute, già viste in ruoli da protagoniste, sono rispettivamente Hilly Holbrook e Celia Foote. La prima è eccezionale nel farsi odiare; la seconda è superlativa nel sembrare davvero una classica bionda ingenua e frivola, ma non cattiva. Poi ci sono le due attrici di colore Viola Davis e Octavia Spencer nei panni (sempre rispettivamente) di Aibileen Clark e Minny Jackson. Entrambe caratteriste fino a adesso, ma con una lunghissima filmografia alle spalle, entrambe davvero bravissime in due ruoli opposti (Aibileen silenziosa, dimessa e rassegnata a chinare la testa, Minny orgogliosa, chiacchierona e rumorosa), dimostrano ancora una volta che negli USA anche i caratteristi potrebbero essere potenziali stelle, se gliene fosse data l'opportunità. In mezzo a queste quattro prove di alta qualità, si nota meno quella che avrebbe dovuto essere la protagonista, Emma Stone nei panni di Skeeter Phelan, che adotta un tono recitativo dimesso, ma funzionale al quadro d'insieme. Da non dimenticare le prove delle due "esperte", una misurata Allison Janney nei panni di Charlotte, la madre di Skeeter, e una scoppiettante Sissi Spacek nel ruolo di Missus, la madre di Hilly.


Insomma, un film corale, divertente, godibile, tratto da una storia edificante, che ci ricorda, visto che spesso c'è chi se ne dimentica, che siamo tutti uguali, a prescindere dal colore della pelle.


Edit: da notare la traduzione molto libera della tagline del film. In italiano è "Il vento della libertà inizia a soffiare". L'originale inglese è "Change begins with a whisper", meno pomposo ma non meno significativo.

20120123

l'uomo che voleva vivere la sua vita


L'homme qui voulait vivre sa vie - di Eric Lartigau (2010)

Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: come 'gatti, sette vite

Parigi. Paul Exben è un uomo fortunato. Giovane, piacente, probabilmente già ricco di famiglia, è avvocato in uno degli studi più importanti della città, la titolare lo tratta come un figlio, ed è decisa a ritirarsi e a lasciare tutto nelle mani di Paul. Una villa bellissima in un quartiere raffinato, macchina lussuosa e barca (di discrete dimensioni) al mare, Paul ha una bella moglie, Sarah, e due figli, Hugo e Fiona. Davvero non si capisce che cosa una persona può chiedere di più dalla vita. Eppure.
Paul ha qualcosa che lo rode dentro. Ama la moglie alla follia, ma non si fida di lei. Ama i suoi figli più di se stesso, ma non riesce ad essere un padre affettuoso, se non a tratti. Per quanto riguarda Sarah, il suo comportamento negli ultimi giorni lo insospettisce. Prova in tutti i modi ad esprimerle il suo amore, ma è al tempo stesso stizzito, tanto che una sera, a cena con amici e amiche, si ubriaca più del dovuto e dice qualcosa che fa davvero arrabbiare Sarah. La mattina seguente, Paul si alza e trova l'enorme casa deserta. Vede un biglietto sul tavolo della cucina, ma ha il terrore di leggerlo. Probabilmente, ha già capito. Sarah lo ha lasciato, e si è naturalmente portata via i bambini. Disperato, affronta il vicino, Grégoire Kremer, un foto-reporter, perché convinto che abbia una relazione con Sarah. Grégoire non nega nulla, e lo invita ad andarsene, ma mentre sono in giardino...

Tratto dal libro The Big Picture dello scrittore statunitense Douglas Kennedy, questo film del francese Eric Lartigau, regista poco conosciuto da noi, che cura anche la trasposizione, aiutato da diversi collaboratori, non ha avuto grande fortuna, se ho ben capito neppure in patria. Distribuito in pochi altri paesi, in Italia non ci hanno neppure pensato; eppure, nonostante abbia letto in giro alcune recensioni che non ne parlano affatto bene, mi sono fatto incuriosire, ed ho fatto bene. Il film è affascinante, gravita tutto sulle spalle di un sempre più bravo Romain Duris nei panni del protagonista, e riesce ad avvolgere lo spettatore, che nella fase iniziale invece guarda con un certo distacco la vita di Paul, così come lui stesso, del resto. Duris mette in scena perfettamente l'inquietudine che il regista pare voler comunicare, e l'abissale diversità tra gli sfondi (una Parigi quieta e piena di soldi nella prima parte, un Montenegro splendido - la baia di Kotor - nella seconda) fa il resto. Conclusione aperta, con un pre-finale dall'altissima tensione.
Il regista è bravo con le inquadrature, i panorami della seconda parte lo tentano davvero molto, e lui li sfrutta, per poi tornare sul viso perennemente inquieto di Duris. Nonostante il film ci metta un po' ad ingranare, l'inquietudine è ben presente fin dall'inizio, e lo spettatore la percepisce, anche se non sa (ancora) bene come "collocarla". Affascinante perché non si capisce mai dove andrà a parare, avvolgente per il ritmo, lento ma non noioso, il film dura circa due ore ma non scoccia. Oltre al già citato Duris, nella prima parte c'è Catherine Deneuve nei panni della titolare dello studio, ed è brava Marina Fois (compagna del regista) nei panni di Sarah. Efficace Eric Ruf nei panni di Grégoire. Nella seconda parte buca come sempre lo schermo Niels Arestrup (Bartholomé), e c'è la sempre splendida Branka Katic (Ivana), che abbiamo visto spesso, e vanta ormai un curriculum di tutto rispetto: Gatto nero, gatto bianco con Kusturica, Im Juli con Akin, Nemico pubblico con Mann. Era in Jagoda: fragole al supermarket, ed è apparsa in serial statunitensi (Bored To Death e Big Love).
Film molto interessante.

20120122

la bella addormentata



Sleeping Beauty - di Julia Leigh (2012?)


Giudizio sintetico: si può perdere (2/5)

Giudizio vernacolare: ma un sarà mi'a la sorella di vello dell'artro giorno lelì?


Sydney, Australia. Lucy è una giovane studentessa universitaria, molto bella e molto eterea all'apparenza: algida, pelle bianchissima, capelli rossicci e molto belli, labbra carnose. Lentamente, conosciamo qualcosa di lei: abita in affitto presso una coppia di "amici", o meglio, sembra essere amica di lei (le assomiglia, tra l'altro), mentre lui la punzecchia continuamente per i ritardi sull'affitto, e non vede l'ora di liberarsene. Lavora. Molto. Fa da cavia in un laboratorio. Pulisce i tavoli in un locale (non la vediamo mai servire a questi tavoli). Fa le fotocopie in un grande ufficio. Il suo rapporto con il sesso è molto libero: spesso si veste elegante, si reca in un locale pieno di manager facoltosi, e si fa rimorchiare molto facilmente, addirittura a volte è lei che rimorchia: non sappiamo se lo faccia per soldi. Non disdegna la cocaina. Ha, sembra, un solo amico, col quale ha un rapporto piuttosto controverso: è Birdmann, un tossico che vive rinchiuso nel suo monolocale. Lucy va spesso a trovarlo, è tenera con lui. Lucy ha pure una madre: è dipendente dall'alcool, e la picchiava. Sempre alla ricerca di un lavoro (ma non si capisce bene perché, visto che dopo il primo guadagno con un nuovo "impiego", appena giunta a casa brucia una banconota da 100 dollari australiani), telefona per un'offerta che le capita di leggere sul giornalino dell'università. Al colloquio, dopo essere stata "visionata" da Thomas, parla con madame Clara: modi da maitresse di alto bordo, Clara la introduce nel giro. Si inizia servendo in tavola a cene frequentate da vecchi (e vecchie) facoltosi: le ragazze, numerose, sono in mutandine e completini sadomaso. Rassicurata da Clara (nessuna penetrazione, "la tua vagina sarà un tempio"), Lucy, che, ripetiamo, pare necessitare denaro, decide di passare allo step successivo. Un autista la passa a prendere, e dopo un viaggio non breve, la porta alla villa di madame Clara. Lì, dopo una doccia, Clara le somministra una bevanda che la farà dormire per alcune ore. "Dormirai, ti sveglierai debole, ma dopo un po' passerà. Sarà come se in quelle ore non fossi mai esistita", la avverte madame Clara.


Film australiano, voluto da Jane Campion (le atmosfere e soprattutto l'uso di donne rosse di capelli la richiamano molto, devo dire, anche se, dopo aver visto l'intero film, mi è tornata in mente una delle tante classifiche stilate dai frequentatori di imdb.com sui peggiori registi, dove figurava la Campion con la didascalia che recitava "sopravvalutata", anche se non condivido questo pensiero), segna il debutto alla regia e alla sceneggiatura della scrittrice australiana Julia Leigh (un suo libro, The Haunting, è stato trasposto al cinema poco tempo fa, sempre in Australia). Ed è un debutto senza ombra di dubbio pretenzioso, per non dire supponente, un film rarefatto, concentrato sulle inquadrature ma soprattutto nel creare atmosfere gelide che richiamino grandi maestri: è impossibile non pensare, in alcuni passaggi, ad Eyes Wide Shut di Kubrick, come pure a Salò di Pasolini. Nonostante gli accostamenti importanti, il film è una vera delusione: l'ho cercato, come faccio ormai ogni anno, perché si vocifera essere in odore di nomination agli Oscar, e man mano che la visione avanzava, mi aspettavo qualcosa che invertisse la noiosissima piega che il film prende fin da subito, ma invano. Si aprono un sacco di porte, ma non se ne chiude nessuna. Potere, masochismo, disperazione, noia di vivere, sesso, perversione? E chi lo sa. Dialoghi che, a rivederlo, sicuramente apparirebbero ancor più stupidi ed insensati. Per di più, è una vera mattonata.

Si salvano alcune facce. La protagonista, Lucy, è interpretata da Emily Browning, già Babydoll in Sucker Punch. Qui davvero brava. Sembra una versione lolitesca di Julie Delpy. Ha rilevato il ruolo che doveva essere di Mia Wasikowska, che ha rinunciato per fare il Jane Eyre di Cary Fukunaga. Si vede pochissimo, ma colpisce, Sarah Snook, la coinquilina di Lucy. Sono convinto che la rivedremo in ruoli più importanti.

Un film da evitare. Non è ancora stata decisa una data di uscita italiana, ma io vi ho avvertito.

20120121

Tell-All



Senza veli - di Chuck Palahniuk (2010)







Hollywood, da qualche parte nel tempo. Katherine Kenton, splendida attrice dagli occhi viola, sta diventando agée. Ce lo racconta Hazier Cooter, la sua governante, assistente, consigliera, scrematrice di sceneggiature, ombra, ormai da anni. Anzi, probabilmente Hazier è ancora qualcosa di più, per Kathie. Mentre l'attrice è impegnata a rimanere giovane, Hazier pensa a tutto il resto. Le si drizzano le antenne quando Webster Carlton Westward III, un giovane (molto più giovane di Kathie) e ricco nullafacente, mette gli occhi sulla "sua" Kathie. L'attrice naturalmente se ne invaghisce, lui le giura eterno amore, ma Hazier scopre che Webster ha praticamente già ultimato una biografia sulla Kenton, compreso il capitolo finale...



Fate come volete, ma purtroppo il penultimo (è già uscito Dannazione, l'ultimo, il più nuovo, verso la fine del 2011 in Italia) romanzo di Palahniuk è poca cosa. Sarà senz'altro perché ci ha abituato a grandi lavori (Fight Club, Soffocare, Rabbia), decisamente impressionanti, perfino quando sono opere minori (Pigmeo), per la sperimentazione ed il lavoro che si evince dalle pagine, ma che questo Senza veli sia piuttosto impalpabile è innegabile.



Nato, secondo l'autore, da alcuni colloqui con attori, e dalla contorta abitudine editoriale di tenere pronte delle biografie di personaggi famosi vicini alla morte, per poterle concludere rapidamente e pubblicare a poche settimane dal decesso, ispirato dalla sindrome di Tourette (i continui e torrenziali riferimenti a nomi famosi, per lo più poco conosciuti o dimenticati), col dente avvelenato verso Lillian Hellman, secondo lo scrittore un classico esempio di eccesso di autostima (o sovrastima), il romanzo (scritto come se si trattasse di una sceneggiatura, e con i nomi celebri scritti in grassetto, come se fosse una rivista di gossip), divertente in alcuni punti, si avvita su se stesso verso la metà, e diventa abbastanza noioso. Neppure il plot twist, che arriva verso la fine, serve a risollevare le sorti del libro.



Ora, naturalmente c'è chi, analizzando i vari libri dell'autore, potrà concludere che non ne abbia più, c'è chi potrà obiettare che pubblicando un libro l'anno non può sempre rilasciare capolavori, insomma, ne abbiamo già parlato qui, e se ne parla tra fans e appassionati (e Palahniuk ne ha molti, questo è indubbio, magari non quanti Ken Follett, ovvio): la realtà è che, come detto, Senza veli non è granché, vediamo come sarà il prossimo Dannazione. Rimango nell'attesa, come già espresso in occasione della recensione di Gang Bang, che Palahniuk si decida a mettersi all'opera per scrivere un romanzo lungo e strutturato, qualcosa che resti per i posteri, senza per questo augurargli niente di male, s'intende!

20120120

vergogna



Shame - di Steve McQueen (2012)


Giudizio sintetico: da vedere (3,5/5)
Giudizio vernacolare: popo' di nerchia ti cià lulì dé...


New York, oggi. Brandon Sullivan è un thirty-something di origini irlandesi, perfettamente integrato nell'ambiente statunitense e, nello specifico, in quello della Grande Mela. E' un dirigente d'azienda, ed è il pupillo del suo capo, David Fisher. Ha un appartamento minimal-chic, funzionale ed elegante, è lui stesso una persona elegante e di bell'aspetto: le donne vanno pazze per lui. Brandon, però, nasconde, almeno nel suo ambiente, un segreto, una malattia psicologica. E' una persona dipendente dall'attività sessuale. Il suo tempo libero, anzi, spesso perfino nell'orario di lavoro, si incontra con prostitute, si masturba, fa sesso on-line, possiede centinaia di riviste pornografiche e di video porno. Dal suo sguardo trasuda la difficoltà, l'impegno necessario per presentarsi come una persona normale, nel suo ambiente. Brandon ha una sorella, Sissy, disordinata (al contrario di lui), nomade in un certo senso (al contrario di lui), probabilmente con lo stesso problema riguardo all'attività sessuale. Fa la cantante jazz. Dopo una serie interminabile di telefonate, ignorate da Brandon, Sissy si presenta a casa sua, e per un periodo indefinito si stabilisce lì, intenerendo Brandon. La sua presenza lo destabilizza. Brandon non sembra più capace di gestire la sua dipendenza, prova perfino ad uscire due volte con la stessa donna, una collega, ma il suo tentativo fallisce miseramente. Esiste una via d'uscita?


Film di non facile fruizione, questo nuovo, e molto atteso, lavoro del regista che ci aveva stupito col suo debutto, l'impressionante Hunger, da me segnalato tempo fa, mai uscito in Italia (ma presentato al Torino film festival nel 2008). Stilisticamente addirittura superiore al precedente (unisce una fotografia vagamente dark a movimenti di macchina essenziali ma di grande qualità, riuscendo a risultare realista, e a disegnare l'ambiente newyorkese senza sfociare in un qualcosa di patinato), a mio modesto parere eccede nel minimalismo della sceneggiatura (scritta dallo stesso McQueen a quattro mani con Abi Morgan, curiosamente sugli schermi in contemporanea con una pellicola completamente differente, The Iron Lady) e dei dialoghi (spesso davvero urticanti da quanto sono prevedibili ed insensati, ma spero sia volutamente lo specchio di una vuotezza disarmante dei protagonisti), lasciando davvero troppo spazio al non detto. Così facendo, certo, carica di una enorme responsabilità Michael Fassbender, qui nei panni di Brandon Sullivan, ormai stella di prima grandezza nel firmamento cinematografico (potremmo sommariamente liquidare anche questo film come uno di quelli ritagliati appositamente su un attore, per farlo competere alla corsa agli Oscar, ma qui si vede che c'è qualcosa di più), che dopo la deludente prova nel cronenberghiano A Dangerous Method (a proposito, si conferma la mia teoria su di lui, espressa timidamente nella recensione di Eden Lake: è molto più a suo agio nelle parti che richiedano una notevole fisicità), ci regala una prestazione di straordinaria intensità, soprattutto nella seconda parte della pellicola (la scena finale, e pure la scena del threesome), riuscendo solo con le espressioni del viso, a spiegare allo spettatore quello che la sceneggiatura e i dialoghi (appunto), non mi sono sembrati in grado di fare: l'abisso di solitudine in cui viene precipitato un sessodipendente. Un clamoroso paradosso, al mondo d'oggi, dove la sessualità è diventata precoce, dove le immagini che sottintendono eccessi di sessualità sono ormai traboccanti, dalla televisione e dalla pubblicità perfino in strada; significativo lo sfondo di una grande città, dove una persona come Brandon Sullivan può, si, avere sesso in qualsiasi angolo e a qualsiasi ora del giorno o della notte, ma, alla fine, sentirsi più solo che mai. All'altezza le prove dei non protagonisti, Carey Mulligan (Sissy) e James Badge Dale (David; da dopo che l'ho visto in The Pacific si vede sempre più spesso. O ha svoltato, oppure ero io che non ci facevo caso). Per i maschietti, siate preparati: le scene in cui Fassbender si vede come mamma l'ha fatto (pisello compreso), vi faranno venire i complessi d'inferiorità (oppure vi faranno gridare alla protesi, a voi la scelta); vi riprenderete sicuramente quando vedrete (parzialmente) svestita Nicole Beharie (Marianne), la collega di colore alla quale Brandon "concederà" il secondo appuntamento: calze e scarpe, ma soprattutto fisico da urlo.


Sono ancora incerto: se avesse spiegato qualcosa in più, poteva essere un semi-capolavoro, oppure no? Non lo sapremo mai. Di certo, McQueen è un cineasta con una idea di cinema basata sulla fisicità (ricordate Hunger? Se non l'avete visto, fatelo. Molti critici più attenti di me hanno già sottolineato come i due film siano complementari, seppur diversi), ma di certo non un regista di film d'azione: per questo mi piace. Ed ha sicuramente una grande, grandissima personalità: traspare anche questo, da Shame.

20120119

benvenuti dai Riley



Welcome To The Rileys - di Jake Scott (2012?)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: boia la morte ti fa fa le peggio 'ose



Indianapolis, Indiana, USA. Douglas (che tutti chiamano Doug) e Lois Riley sono una coppia sposata da quasi 30 anni. Non sono ancora vecchi, lui è proprietario di un'impresa idraulica, messi bene economicamente, casa grande, automobile confortevole. C'è un problema: avevano una figlia, Emily, che è morta otto anni prima, quando aveva 15 anni. Come hanno reagito? Ognuno a modo suo.



Doug ha il lavoro, i suoi conoscenti, ogni settimana ha la sua partita a poker; da quattro anni ha un'amante, Vivian, una donna semplice che fa la cameriera in una tavola calda, con la quale ha una relazione fatta non solo di sesso, ma in pratica, di tutto quello che non ha più con Lois.



Lois si è convinta di essere agorafobica. Ormai da anni non esce più di casa, a malapena riesce ad entrare in garage. La parrucchiera le sistema i capelli a domicilio. Siccome la cassetta della posta è dal lato opposto della strada, se il marito non c'è affida il compito di portarle la posta ai vicini, o alla sorella. Il dialogo col marito è ridotto ai minimi termini, ma si nota che si prende lei tutta la colpa. E' arrivata a far installare una lapide coi loro nomi ed il loro anno di nascita, accanto alla tomba delle figlia. Pianificazione, dice.



Doug deve andare, controvoglia, ad un convegno a New Orleans; chiede a Vivian di andare con lui. Le ha perfino comprato una valigia. Ma, all'improvviso, Vivian muore d'infarto. Doug parte per New Orleans, cercando di dissimulare la sua tragedia interiore. Stufo delle chiacchiere tra idraulici, esce a comprare le sigarette, e percorre la città a piedi. Solo per essere lasciato in pace, entra in uno strip-club. E lì conosce Mallory, almeno così gli dice di chiamarsi. Dice di avere 22 anni, ma in realtà ne ha 16; viene dalla Florida, balla la lap-dance e si prostituisce. Vive in un tugurio, e a Doug ricorda esageratamente la figlia...



Jake Scott è il figlio di Ridley, nipote di Tony. Ma non è male. Qui alla prima prova con un lungometraggio per il cinema, si è fatto le ossa con i videoclip e qualcosa in televisione; di certo, senza il trittico degli attori protagonisti, questo film avrebbe senza dubbio avuto un appeal minore, ma, alla fine, a noi amanti del cinema interessa godere del cinema, mica farsi le pippe mentali. Il tocco è lieve, direi sussurrato, la sceneggiatura di Ken Hixon appena accennata, ma con dialoghi interessanti, con sprazzi di comicità non stupidi.



New Orleans è fotografata senza sfarzo, ma è funzionale alla storia. Il cast, come detto, è fondamentale. James Gandolfini (Doug), nonostante il personaggio sia un po' l'opposto, ricorda più la recitazione messa in campo per Tony Soprano (naturalmente senza la violenza), che quella "usata" per il generale Miller di In The Loop; Melissa Leo (Lois) è un'attrice straordinaria, ma fin'ora vista più spesso in ruoli di donna comunque forte, anche se sottoposta a sventure: qui riesce a far trasparire fragilità e dolore. La scena del re-incontro di Lois e Doug a New Orleans è tra le più belle viste ultimamente: dividiamo il merito a metà tra la storia e gli attori.



Kristen Stewart (Mallory, che però si chiama anche Allison, e altri nomi a scelta) ormai non è più una scoperta, e più la vediamo recitare, più capiamo due cose: è capace di interpretare qualsiasi tipo di personaggio, e non avrà alcun problema a scrollarsi di dosso quello di Bella (per chi non lo sapesse, la protagonista della saga di Twilight). Anche stavolta molto brava e convincente.



Un buon film, del 2010, che non ha trovato distribuzione italiana.

20120118

Our Idiot Brother


Quell'idiota di nostro fratello - di Jesse Peretz (2012)

Giudizio sintetico: si può vedere (3/5)
Giudizio vernacolare: pisenlov

Ned Rochlin è una sorta di post-hippy. Pacifista, amante degli animali, molto ingenuo e quindi poco malizioso, vive felice insieme alla sua fidanzata e al suo amatissimo cane chiamato Willie Nelson, coltivando verdure biodinamiche nella loro piccola fattoria nello stato di New York. Un giorno, mentre vende le sue verdure al mercato, è talmente ingenuo che si fa infinocchiare da un poliziotto conosciuto, che gli chiede se ha della marijuana da vendergli. Inizialmente riluttante, Ned cade nella trappola e dà al poliziotto un po' d'erba, e per tutta risposta il poliziotto lo arresta.
Scontata la pena, uscito quattro mesi prima per buona condotta, torna alla fattoria e trova la fidanzata Janet già impegnata a dare ordini ad un altro uomo, l'altrettanto bonaccione Billy, che adesso è il suo fidanzato. Ned se ne va, dispiaciuto per dover lasciare Willie Nelson, accompagnato per un tratto dal buon Billy, e se ne torna dalla madre. Inizia quindi, in cerca di un lavoro, a girovagare nelle case delle tre sorelle, che lo reputano ritardato. Miranda è una giornalista in carriera, per Vanity Fair, che cerca lo scoop che le farà fare il salto di qualità e non si accorge che l'amore della sua vita abita proprio nell'appartamento sotto al suo. Natalie, tendenzialmente lesbica (è fidanzatissima con Cindy), è un'aspirante comica da cabaret, ma è incerta sulla sua identità sessuale. Liz, sposata con l'arrogante e spocchioso regista di documentari Dylan, sta sperimentando l'indifferenza sessuale di quest'ultimo, insieme ai problemi che le causano i due figli, la neonata Echo ed il già grandicello River.
Ned, con la sua ingenuità e la sua franchezza, la sua bontà d'animo e le sue maniere semplici, finirà per farle crescere più di quanto siano mai riuscite a fare per conto loro, anche se lui dovrà finire ancora una volta in carcere...

Il primo bassista dei Lemonheads, regista dei videoclip Big Me e Learn To Fly dei Foo Fighters, fa tutto in famiglia (sceneggiatura "commissionata" alla sorella Evgenia, che la scrive col marito documentarista David Schisgall, e che ci mette un tocco autobiografico - ha scritto per Vanity Fair, il fratello ha attraversato un periodo hippy -) e mette in piedi una commedia leggera con un messaggio di tolleranza e positività. Ned Rochlin è un po' il contrario di Greenberg; è sempre positivo, idealista ma semplice, ingenuo ma onesto fino a rischiare di rompere i rapporti con le amate sorelle. Si, suonerà piuttosto scontato, ma ci piace.
Paul Rudd, che nel look pare ispirato a Eddie Vedder per questo film, è un divertente e tenero Ned. Le sorelle sono Elizabeth Banks (Miranda), Zooey Deschanel (Natalie) e Emily Mortimer (Liz); i più divertenti però sono T. J. Miller (Billy) e Rashida Jones (Cindy).