No pain. The world is a wonderful whisper for those who can listen, if necessary in silence. (jumbolo)

20101103

khan, my name is khan


Il mio nome è Khan - di Karan Johar (2010)

Giudizio sintetico: si può vedere (2,5/5)
Giudizio vernacolare: porpettone

Rizwan Khan soffre della sindrome di Asperger. Nasce da una famiglia musulmana a Borivali, Mumbai, e nessuno sa diagnosticare la sua malattia, ma grazie all'amore della madre cresce felice, e riesce ad avere un'educazione grazie ad un maestro privato. Il fratello Zakir, anche indispettito per tutto l'amore che la madre rivolge a suo fratello maggiore, evidentemente svantaggiato, studia e si trasferisce negli States, a San Francisco, dove si sposa ed avvia una discreta carriera di piccolo imprenditore. Alla morte della madre, Rizwan rimasto solo, raggiunge il fratello e la moglie a San Francisco. Qui, con l'aiuto del fratello, ma soprattutto della di lui moglie Haseena, psicologa, che riesce a far diagnosticare l'esatto problema di Rizwan, cerca di costruirsi una vita, e di essere felice, come ha promesso alla madre. Tentando di vendere i prodotti di bellezza prodotti dall'azienda del fratello, Rizwan entra nel salone dove lavora Mandira. Mandira è una bella immigrata, anche lei di origine indiana, ma di religione Hindù. E' madre di Sameer, e l'ex marito se n'è andato in Australia. I due si innamorano, e nonostante l'opposizione di Zakir per motivi religiosi, si sposano e sono felici. Ma l'11 settembre del 2001 cambia tutto, e Sameer, in quanto figlio di un musulmano...

Credo che per chiunque non sia abituato ai prodotti bollywoodiani, non sarà un'impresa così semplice vedere questo film. Vi assicuro però, che se siete almeno un po' curiosi, come me, potrebbe risultare un'esperienza interessante. Vi metto in guardia, però. Il mio nome è Khan, che è anche il ritornello ossessivo che il protagonista ripete costantemente, insieme ad un'altra frase che non vi svelo per non fare spoiling, e che già da questo svela la prima enorme similitudine di questo film (Forrest Gump), questo film, dicevo, è debordante, ridondante, eccessivo, caricaturale, esagerato, perfino nella durata (quasi due ore e mezzo, ma scommetto che per l'uscita italiana ci saranno dei tagli). Coloratissimo (nemmeno troppo, se confrontato con altri lavori indiani), come ogni film di Bollywood che si rispetti, prevedibile fino al ridicolo, buonista in maniera sdolcinata, divertente a tratti con gag anche qui, piuttosto telefonate, romantico fino ad essere mieloso, superficiale su alcuni temi (come ad esempio quello dell'handicap del protagonista: abbiamo parlato di recente di Adam, altro film con un protagonista che soffre dell'Asperger, e seppure anche quello fosse naturalmente romanzato, la caratterizzazione risulta leggermente più precisa), interminabile e fiabesco. Ecco, se riuscite, o pensate di riuscire a passare sopra a questi non trascurabili difetti, ovviamente secondo il punto di vista di chi vi scrive, Il mio nome è Khan ha pure qualche innegabile pregio, e vi commuoverà fino ai singhiozzi, perchè è anche e soprattutto a questo che punta, e la sceneggiatura è ad orologeria.
Il film è un inno alla fratellanza, al rispetto reciproco, soprattutto tra le religioni, e alla ricerca della felicità, per tutti; perfino al perdono. Il paragone con Forrest Gump è innegabile, la regia è a tratti insopportabile (soprattutto quando ci sono i flashback o i flash forward con sottofondo musicale, davvero fastidiosi), le recitazioni tutte sopra le righe (la protagonista Kajol - Mandira - nella versione originale ha una voce che fa venir voglia, nonostante lei sia molto bella, di uscire dal cinema), ma, come detto, il film ha buone intenzioni.
La coppia protagonista, Shahrukh Khan (Rizwan), un fenomeno mediatico in India e dintorni, oltre 70 titoli all'attivo e una sfilza di soprannomi dove King è il minimo, e la già citata Kajol (Mandira) è famosissima in Asia (ma non fanno coppia nella vita); nella versione originale, i protagonisti passano spesso dal loro inglese buffissimo (per la pronuncia) all'Hindi e all'Urdu.

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